domenica 8 aprile 2018

The Belko Experiment (2016)

Quando ho saputo della combinazione micidiale tra sceneggiatura di James Gunn e regia di Greg McLean non ho potuto fare a meno di recuperare The Belko Experiment, realizzato nel 2016.


Trama: i dipendenti dell'azienda Belko vengono rinchiusi negli uffici della ditta a Bogotà e costretti a partecipare ad un sanguinoso gioco con una sola, semplicissima regola: uccidi o sarai ucciso.



Uno dei thriller-horror recenti (anche se ormai parliamo del 2006!) che non mi stanco mai di riguardare e di cui conservo un ottimo ricordo è Severance - Tagli al personale, gioiellino britannico che vi consiglio di recuperare se ancora non lo aveste fatto. Nonostante le premesse e il modo in cui si dipana la trama siano notevolmente diversi, The Belko Experiment me lo ha ricordato molto, soprattutto durante le sequenze introduttive nelle quali vengono "presentati" i dipendenti della Belko e vengono appena accennate dinamiche relazionali che diventeranno molto importanti col prosieguo del film, con un microcosmo aziendale fatto di persone che si sopportano a malapena ma sono costrette a convivere come minimo otto ore al giorno, di amicizie e relazioni amorose difficili, di alleanze nate in base all'ufficio in cui ci si trova e di naturali coalizioni contro l'autorità costituita, qualunque essa sia. Lavorando io in un'azienda, trovo sempre affascinanti gli horror che sfruttano questo ambiente per mettere ansia e The Belko Experiment, almeno all'inizio, contiene abbondanti wit ed umorismo nero e presenta situazioni a me molto familiari, cosa che me lo ha reso ancora più simpatico, soprattutto quando le naturali divisioni presenti all'interno del personale cominciano a palesarsi nel loro aspetto più sanguinoso. Senza fare troppi spoiler, i dipendenti della Belko, misteriosa azienda americana con sede a Bogotà, un giorno si ritrovano costretti a scegliere alcuni "capri espiatori" da uccidere e sacrificare in base alle istruzioni di una voce sconosciuta appropriatasi dell'interfono, mentre l'edificio che ospita l'azienda viene chiuso ermeticamente. Impiegati, donne delle pulizie, manutentori, superiori e guardie si ritrovano dunque tutti sulla stessa barca, costretti da un terrore innominabile a fare delle scelte morali discutibili ma necessarie, così da riuscire a superare tutte le fasi di un gioco spietato e tenersi stretta la vita; se da una parte c'è gente talmente ferma nelle proprie convinzioni che nemmeno il panico riesce a spingerla a compiere le azioni più turpi, dall'altra c'è chi nega l'evidenza ma anche, ahimé, chi non ha nessuna voglia di soccombere e ci mette pochissimi istanti a trasformarsi in una belva assetata del sangue di chi un tempo era collega e amico e non tutti gli sviluppi psicologici dei personaggi sono facilmente prevedibili, vi avviso.

Ma ciao! <3
Un'idea così malata, fatta di momenti al cardiopalma ma anche vergognosamente esilaranti, non poteva che venire partorita dal Guardiano della Galassia ad honorem James Gunn (che si porta naturalmente dietro un sacco di facce simpatiche, quelle del fratello Sean e di Michael Rooker in primis) ma la ferocia con la quale viene messo in scena il tutto è farina del sacco di un Greg McLean finalmente tornato alle atmosfere di feroce violenza abbandonate col loffio The Darkness. Le riprese esterne, il mondo alieno di Bogotà incarnato dalla calura canicolare, quei profetici bimbi con le maschere da scheletro e l'"amuleto per proteggere dai lupi mannari" profumano di Wolf Creek lontano un chilometro e fanno scivolare giù per la schiena dello spettatore un bel brivido preventivo ma anche le macellate all'interno della Belko hanno il loro perché: teste che esplodono senza preavviso e sfoghi di liberatoria violenza sono solo la punta dell'iceberg di una spirale di delirio fatta di immagini disturbanti e torture psicologiche prima ancora che fisiche, un nero universo di ordinario "male" nel quale impomatati uomini d'affari si liberano di giacca e cravatta per mettere a nudo tutte le loro frustrazioni e diventare dei novelli Mick Taylor. E che uomini in giacca e cravatta!! Siccome ho sempre avuto un debole per John C. McGinley è stata una gioia ritrovarlo, ovviamente, nel ruolo di uno dei dipendenti più psicopatici ma Tony Goldwyn è un'altra bellissima sorpresa per chi, come me, adora i personaggi un po' American Psycho e anche le quote rosa presenti nel film sanno farsi valere e ricordare, dalle più carismatiche alle caratteriste che compaiono per pochi istanti prima di fare una brutta fine. Posso quindi dire con assoluta certezza che l'accoppiata di due ragazzacci come McLean e Gunn ha funzionato alla perfezione e ha sfornato un film davvero gustoso, capace anche di fare riflettere sulle convenzioni sociali che ci impongono di non saltare al collo dei nostri colleghi anche se lo vorremmo proprio tanto. Nell'attesa che arrivi la seconda stagione di Wolf Creek (evviva!) non perdetelo assolutamente!


Del regista Greg McLean ho già parlato QUI. John Gallagher Jr. (Mike Milch), John C. McGinley (Wendell Dukes), Sean Gunn (Marty Espenscheid), David Dastmalchian (Lonny Crane), Gregg Henry (La voce) e Michael Rooker (Bud Melks) li trovate invece ai rispettivi link.

Tony Goldwyn (vero nome Anthony Howard Goldwyn) interpreta Barry Norris. Americano, ha partecipato a film come Venerdì 13: parte VI - Jason vive, Ghost - Fantasma, Poliziotto in blue jeans, Il rapporto Pelican, Gli intrighi del potere - Nixon, Il collezionista, Il sesto giorno, L'ultimo samurai, L'ultima casa a sinistra e a serie quali Hunter, I racconti della cripta e Dexter; come doppiatore, ha lavorato in Tarzan. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 47 anni e un film in uscita.


Un paio di righe per la rubrica "Dove li ho già visti?". Adria Arjona, che interpreta Leandra, era la fidanzata dello sbirro giovane nella seconda stagione di True Detective, il cicciotto James Earl, che interpreta la guardia Evan, era Chamberlain Jackson nella seconda stagione di Scream Queens e infine Abraham Benrubi, alias Chet Valincourt, è l'indimenticabile centralinista Jerry di E.R. - Medici in prima linea. James Gunn, oltre a scrivere il film, avrebbe dovuto dirigerlo ma alla fine ha rinunciato perché, anche a causa del divorzio in corso, non voleva rimanere impegnato mesi sul set di un film così violento e così alla fine la palla è passata a Greg McLean. Detto questo, se The Belko Experiment vi fosse piaciuto recuperate Battle Royale, Severance - Tagli al personale e anche The Experiment. ENJOY!

venerdì 6 aprile 2018

Killing Hasselhoff (2017)

Non rammento come ma qualche tempo fa sono venuta a conoscenza di una roba chiamata Killing Hasselhoff, film diretto dal regista Darren Grant. Potevo lasciarmelo sfuggire?


Trama: sommerso di debiti e pressato da un pericoloso strozzino, Chris ha davanti un'unica soluzione: uccidere David Hasselhoff ed incassare così la taglia della celebrity death pool messa in piedi con gli amici!



Siccome davanti ad un film come Killing Hasselhoff non si può parlare di regia, fotografia, interpreti e quant'altro, sarò molto breve. Il film di Darren Grant vince facile già dal titolo, anche perché normalmente non mi sarei nemmeno avvicinata ad una commedia co-prodotta dai WWE Studios ed interpretata dal Mr. Chow di Una notte da leoni, e continua a vincere (almeno per quel che riguarda lo spettatore medio americano) affiancando alla star del titolo una serie di celebrità più o meno note pronte a sputtanarsi in perfetto stile Sharknado, giusto con un goccio di perizia tecnica in più. La comicità è quella Crassa e bassa di un film dei Vanzina, quell'umorismo al limite del cattivo gusto a base di tette, killer gay e neri che rientrano in ogni stereotipo del genere, battute sui messicani, sui nani, sui ciccioni e chi più ne ha più ne metta ma, maledetti loro, funziona perché Killing Hasselhoff è brevissimo ed incalzante e non da tempo allo spettatore di vergognarsi per l'abbondanza di risate ignoranti. Mr. Chow sarebbe da prendere a schiaffi dal mattino alla sera (e, sinceramente, mi repelle anche un po') ma qualche genio del casting ha deciso di infilare nell'operazione anche un esilarante Rhys Darby che da il meglio di sé, assieme al comico Colton Dunn, nell'indispensabile gag reel dei titoli di coda. Ammettiamolo, di solito le gag finali sono un riempitivo ma nel caso di Killing Hasselhoff è proprio grazie ad esse che si riesce a comprendere l'abisso dell'incapacità attoriale di The Hoff, incalzato dalla parlantina di Dunn e da battute palesemente improvvisate, al punto che il nostro può solo balbettare sconsolato delle risposte smozzicate con l'occhio azzurro pallato del cervo teutonico abbagliato dai fari. Ma anche così, come si fa a voler male a Boozy David, a un uomo che è riuscito a ricoprirsi di ridicolo e a sfruttare la cosa per diventare un'icona trash pop, a un attore che accetta di prendersi in giro sfoggiando un imbarazzante speedo coi colori della bandiera tedesca e concludere il film ballando e cantando tirandosela da piacione? Non si può, IO non posso essere obiettiva e per questo eleggo testé Killing Hasselhoff "miglior supercazzola dell'anno", pur consapevole che è proprio roba simile che rischia di decretare la morte del Cinema ma anche convinta che sarebbe meglio farsela 'na risata, ché magari domani ce svejamo sotto an cipresso. Mica come David Hasselhoff, eterno ed immutabile!


Di Ken Jeong (Chris Kim), David Hasselhoff (The Hoff), Jon Lovitz (Barry) e Michael Winslow (se stesso) ho già parlato ai rispettivi link.

Darren Grant è il regista della pellicola. Americano, ha diretto, tra le altre cose, il video di Survivor delle Destiny's Child. Anche produttore, ha 48 anni.


Rhys Darby interpreta Fish. Neozelandese, ha partecipato a film come I Love Radio Rock, What We Do in the Shadows e a serie quali How I Met Your Mother, X-Files e Una serie di sfortunati eventi. Ha 43 anni e un film in uscita, il nuovo Jumanji.


Le guest star che popolano la pellicola sono innumerevoli (Justin Bieber da la voce a K.I.T.T.) e, per una riconosciuta, ne spuntano altre tre o quattro incapaci di attirare la mia attenzione oppure a me totalmente nuove; tra le prime segnalo la Scary Spice Melanie Brown e l'ex bagnina Gena Lee Nolin (che peraltro era anche in Sharknado 4, possibile che sta gente sia talmente alla fame da accozzarsi ad Hassellhoff a prescindere da qualunque minchiata faccia?) mentre tra gli sconosciuti c'è il fratello di Chris Rock, Tony, il comico canadese Howie Mandel (la voce originale di Gizmo), il rapper Kid Cudi (chiii???), il frontman dei Train Pat Monahan e l'ex wrestler iraniano The Iron Sheik. A proposito di wrestler, siccome il film è co-prodotto dai WWE Studios avrebbe dovuto comparire anche Hulk Hogan ma pare che il baffone non sia più sotto contratto per presunte pesanti dichiarazioni a sfondo razziale e che le scene che lo vedevano protagonista siano state eliminate. Hai capito Baffo Hogan? Detto questo, se Killing Hasselhoff vi fosse piaciuto recuperate Facciamola finita. ENJOY!

giovedì 5 aprile 2018

(Gio) WE, Bolla! del 5/3/2018

Buon giovedì a tutti! Nonostante l'abbondanza di terrificanti uscite italiane, sono arrivati a Savona tutti i film che avrei voluto vedere quindi si festeggia! ENJOY!

I segreti di Wind River
Reazione a caldo: Ispirante!
Bolla, rifletti!: Il trailer lo definisce "Il nuovo Silenzio degli innocenti". Il paragone parmi molto azzardato ma comunque da quello che si legge in giro I segreti di Wind River è un bel thriller, teso ed interessante, quindi domenica correrò a vederlo.

A Quiet Place - Un posto tranquillo
Reazione a caldo: YEAH!
Bolla, rifletti!: Altro film di cui si parla benissimo, mix tra thriller e horror tra i più attesi quest'anno. Io purtroppo andrò a vederlo solo mercoledì ma l'importante è guardarlo, insomma!

Succede
Reazione a caldo: Succede anche di non guardarlo, via...
Bolla, rifletti!: Il "primo teen movie" italiano non me lo merito. Speriamo che rimanga primo e ultimo.

Nella tana dei lupi
Reazione a caldo: Meh.
Bolla, rifletti!: Per me un thriller adrenalinico con Gerard Butler è da cestinare a prescindere, quindi non mi sbatto nemmeno a trovare un altro motivo per non andarlo a vedere.

Al cinema d'élite continua la programmazione di Tonya ma arriva anche un altro gioiellino da Oscar!

Un sogno chiamato Florida
Reazione a caldo: Splendido!
Bolla, rifletti!: QUI trovate il mio post sul film, se non lo avete ancora visto correte in sala, sperando che il doppiaggio italiano non lo abbia rovinato!

Il Bollodromo #44: Lupin III - Parte 5 - Episodio 1

Martedì sera, ora nipponica 00.24, è uscito il primo episodio della nuova serie di Lupin III, quella ambientata in terra franzosa. Avevo millemila timori ma anche una voglia incredibile di avventure nuove della mia banda di ladri preferita quindi ho tenuto d'occhio ogni fonte disponibile finché l'episodio tanto desiderato è finito nelle mie manine... e siccome è molto carino parliamone un po', ricominciando la tradizione settimanale del Bollodromo Lupinesco! Partiamo con 地下塔(ツインタワー)の少女 (La ragazza della torre gemella sotterranea)... ENJOY!


Avevamo lasciato Lupin e soci su un treno partito dall'Italia, pronti a fuggire da un Paese che ha recato al franchise solo sputi ed ignominia. Ritroviamo Lupin e Jigen in uno dei loro "meravigliosi" rifugi/lupanare, intenti a guardare una partita di calcio in TV e a cucinare omelette. Il mio debosciometro lì puntava già pericolosamente sull'arancione MA per fortuna i realizzatori della serie tre anni fa devono avere letto tutti i miei improperi, per questo Lupin III - Parte 5 reca seco una piacevole novità: Lupin RUBA. Lo fa integrando alla sua astuzia le nuove tecnologie e puntando ad arraffare denaro "virtuale" (con somma perplessità di Jigen al quale invece fa ancora piacere camallarsi sacchi pesanti in spalla) ma perlomeno il primo episodio è quasi interamente imperniato su un colpo e, soprattutto, Jigen spara e Goemon usa la katana. Sono una persona semplice, a me piacciono queste cose, non le cretinate ad alto tasso di Rebeccaggine, e che cavolo.
Comunque, per riuscire ad arraffare i proventi di un tentacolare e-shop del dark web che consente agli utenti di farsi recapitare dal corriere qualunque tipo di droga, Lupin e Jigen vanno a chiedere l'aiuto della "ragazza della Twin Tower sotterranea", la damsel in distress della serie, un mix tra Clarice ("Sono abituato a rapire ragazzine malinconiche"), Lisbeth Salander e l'Ed di Cowboy Beebop dotata dello slancio vitale di un hikikomori MA perlomeno più utile di Rebecca Rossellini. Infatti la ragazzina nomata Ami accetta, dopo un momento di comprensibile diffidenza, di aiutare i due a patto di venire portata via dalla Twin Tower e così, con sommo scorno di tutti i maggiori contribuenti del sito (un paio di figure lasciate momentaneamente in ombra che probabilmente diventeranno i maggiori avversari del ladro nei prossimi episodi), le casse dell'e-shop si svuotano mentre quelle di Lupin si riempiono.

E finalmente qualcuno SPARAAA!!!
Qualcosa però non va, in quanto un ispettore Zenigata dotato di tablet e di un nuovo assistente (meno baulicc di quello visto in Una donna chiamata Fujiko Mine) riesce a trovare Lupin e soci senza sforzo apparente, dando il via a uno dei tipici, meravigliosi inseguimenti a bordo di una Cinquecento che carambola veloce come un proiettile su strade e scalinate , prima di finire ahimé la sua corsa nelle acque di Montecarlo salutata dalle lacrime di Lupin.
Sul finale troviamo Lupin, Ami e compagnia in aeroporto, pronti a partire per la Germania ma bloccati dalla vera genialata della serie, mutuata a dire il vero da The Circle: in un'epoca fatta di smartphone, videocamere integrate in qualsiasi device e persone perennemente connesse sui social, quanto può rimanere inafferrabile Lupin, anche con tutta la sua abilità nei travestimenti? Lo scopriremo nei prossimi episodi, così come, si spera, scopriremo come deciderà di muoversi Fujiko, dotata di un nuovo taglio di capelli e sempre molto gnocca, all'interno del cosiddetto Lupin Game.

Minchia che fastidio i giovani d'oggi!!
Riassumendo in poche parole le sensazioni date dal primo episodio della Parte 5 posso dire che, come già accadeva nella prima puntata di L'avventura italiana, le animazioni e il character design sono belli e curati così come gli sfondi, molto realistici, e si ispirano allo stile del Maestro Miyazaki. Si può solo sperare che continuino su questo livello e non arrivino a realizzare filler aventi per protagonisti goblin deformi ma al momento mi piace molto anche l'aspetto della giovane Ami, dotata di un colore di occhi pazzesco. La sensazione è anche quella che i realizzatori abbiano deciso di dare una trama coerente alla serie fin dall'inizio, senza procedere a tentoni con dei tristissimi mezzucci per allungare il brodo, e soprattutto mi aggrada molto l'idea di vedere immersi Lupin e soci nel mondo "reale", non solo dotati di gadget hi-tech ma anche costretti ad affrontare i pericoli di una società sempre più dipendente da internet: della serie, Lupin e Jigen potrebbero essere pronti ma chissà cosa avrà da dire Goemon, già tacciato di essere "antico" in questa prima puntata! Ultimo pensiero sulle sigle, pur non intendendomi affatto di musica. La opening è simpatica ma poco memorabile, impreziosita sia da un'animazione particolarmente cartoonesca che dalle note di una fisarmonica che purtroppo non è quella di Castellina Pasi, mentre la sigla finale, intitolata se non sbaglio Adieu, è interamente dedicata a Fujiko (che, per inciso, non è mai stata così bella e femminile), ha delle animazioni splendide e quell'aria malinconica e un po' blasé che ci si aspetterebbe da un film francese. Insomma, se continuiamo così si potrebbe avere una bella opera anche senza scomodare gufi, sise e Takeshi Koike, speriamo che questa quinta serie non si perda con il proseguire delle puntate!




mercoledì 4 aprile 2018

Deathwatch - La trincea del male (2002)

Attirata da un articolo di Lucia, ho deciso di recuperare Deathwatch - La trincea del male (Deathwatch), diretto e sceneggiato nel 2002 dal regista M. J. Bassett.


Trama: sul fronte ungherese della prima guerra mondiale, un gruppo di soldati inglesi si ritrova tagliato fuori dal resto degli alleati e bloccato in una trincea dove cominciano a succedere cose misteriose...



Prima che ne parlasse Lucia non avevo mai sentito nemmeno nominare Deathwatch, o probabilmente se è successo l'ho cancellato dalla mente a causa del terribile titolo italiano, che incasella automaticamente la pellicola di Bassett nel novero delle porcate da videonoleggio. Sottovalutare Deathwatch è però un errore enorme, perché dietro al titolo italiota imbecille si nasconde un film capace di sviscerare tutto l'orrore della guerra, prima ancora di quello "sovrannaturale" che i protagonisti si ritroveranno ad affrontare. La pellicola è infatti interamente ambientata al fronte, nelle trincee dove i soldati sono costretti ad attendere bombardamenti e assalti mentre le condizioni meteorologiche, la fatica, la sporcizia, l'orrore di quanto visto in precedenza logorano lentamente ma inesorabilmente mente e corpo di chi ogni giorno deve affrontare la morte; in condizioni proibitive come queste l'idea che possa venirsi a creare un clima di paranoia e reciproca diffidenza (se non addirittura odio) anche all'interno di un gruppo che dovrebbe essere affiatato non è così peregrina ed è su questo che gioca molto Deathwatch. Epurato dell'elemento horror, il film di Bassett è la storia di soldati che perdono lentamente la testa a causa dell'attesa non solo dei soccorsi ma soprattutto di un attacco nemico, bloccati in una trincea zeppa di fango e cadaveri, con un prigioniero reso incomprensibile dall'inevitabile barriera linguistica, un ferito grave, superiori che non sanno come uscire da una situazione insostenibile eppure intestarditi dal senso dell'onore militare, soldati che sfruttano la guerra per sfogare la propria innata violenza e altri che vorrebbero essere altrove in quanto terrorizzati dall'idea della propria morte e anche da quella di causarla, come succede al giovane soldato Charlie, vero "protagonista" della pellicola. Questa situazione da sola, per come viene rappresentata realisticamente nel film, basterebbe a creare un ottimo horror ma Bassett sceglie di darle un twist sovrannaturale interamente affidato alla libera interpretazione dello spettatore, che alla fine si ritrova a chiedersi cosa diamine fosse quella maledetta trincea e perché a un certo punto i soldati cominciano a morire come mosche sotto gli attacchi di un "male" sconosciuto.


Alla sceneggiatura già di per sé intrigante si unisce una messa in scena perfetta, che concede poco ma bene al gusto del gore (una scena in particolare rivolta lo stomaco, altre ricordano alcune sequenze di Punto di non ritorno da tanto sono cupe e angoscianti, in più credo sia la prima volta che vedo utilizzato il filo spinato come elemento davvero pericoloso e doloroso, a prescindere dall'horror) e per il resto si affida alla natura labirintica di una trincea che parrebbe infinita, quasi costantemente immersa nel buio e bagnata da una pioggia insistente. In essa, vagano sempre più paranoici ed incazzati fior di attori britannici, un mix di caratteri che ho visto così ben assortiti solo in un altro horror "maschio" ed inquietante, lo splendido L'insaziabile. I singoli personaggi sono ben delineati già dalla sceneggiatura, perfettamente riconoscibili senza che ricadano tuttavia nel cliché e nel classico gioco del "chi morirà per primo?", domanda che in questo film cade decisamente in secondo piano; particolarmente riusciti, oltre al "codardo" Charlie, sono l'inquietante beghino Bradford con i suoi sermoni sull'Apocalisse, l'apparente comic relief scozzese McNess, l'integerrimo e sempre più confuso Sergente Tate, l'inutile Capitano Jennings e, soprattutto, il soldato Quinn di Andy Serkis, che è poi il motivo principale per cui mi sono messa a guardare Deathwatch dopo aver eletto Ulysses Klaue a miglior personaggio diBlack Panther. Vedere Serkis "al naturale", pervaso dal sacro fuoco di un'interpretazione borderline e violentissima, ché Quinn è davvero un sadico bastardo, riempie il cuore di gioia e fa sperare (inutilmente purtroppo, visto che sono già passati sedici anni e Serkis viene ancora principalmente utilizzato come modello per personaggi in CG privandolo di ogni riconoscimento attoriale "ufficiale") di poterselo godere un po' più spesso nei panni di villain. Motivo in più, come ho detto, per recuperare Deathwatch e dare una chance a questo film ingiustamente dimenticato.


Di Jamie Bell (Soldato Charlie Shakespeare), Laurence Fox (Capitano Bramwell Jennings) e Andy Serkis (Soldato Thomas Quinn) ho già parlato ai rispettivi link.

M.J. Bassett (vero nome Michael J. Bassett) è il regista e sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come Silent Hill: Revelation 3D ed episodi della serie Ash vs Evil Dead. E' anche produttore.


Hugo Speer interpreta il Sergente David Tate. Inglese, ha partecipato a film come Full Monty, Nymphomaniac - Volume I e a serie quali The Musketeers e Britannia. Anche regista, ha 49 anni.


martedì 3 aprile 2018

The Open House (2018)

Altro originale Netflix, altro regalo. Rimando ancora l'uscita del post su Bright per parlare di The Open House, diretto e sceneggiato dai registi Matt Angel e Suzanne Coote.


Trama: dopo la morte del padre, un ragazzo e la madre vanno a vivere nella casa di montagna della zia, luogo che una volta alla settimana viene mostrato a potenziali acquirenti. All'interno dell'edificio cominciano tuttavia ad accadere strane cose...



Netflix mi aveva comunicato l'uscita di The Open House già qualche settimana fa ma era un po' passato in cavalleria a causa di Oscar assortiti e vari impegni della sottoscritta. Un paio di sere or sono ho però chiesto al Bolluomo di farmi compagnia nel corso della visione e ci sono state reazioni miste da parte mia e sua; io ho cercato di gabbarlo convincendolo di avere davanti un thriller ma spesso lui l'ha percepito come horror, temendo l'uscita di fantasmi e demoni e rammentando costantemente la scena della cantina di It, col risultato che di tanto in tanto mi giravo solo per vedere Mirco con gli occhi chiusi che fingeva di dormire. Che ci volete fare, gli uomini nati dopo l'81 sono tenerelli. Per contro, a me è venuto spesso da addormentarmi per davvero, ché The Open House non è proprio un film originale o frizzante, nemmeno per sbaglio. Diciamo che la pellicola parte da uno spunto particolare ma non utilizzato nel migliore dei modi e nel corso della visione si perde in digressioni che dovrebbero inquietare lo spettatore ma risultano completamente slegate dalla storia in sé, a partire dallo stesso incidente che da il la all'intera vicenda. Senza fare troppi spoiler, ci sono un ragazzo e la madre che, causa debiti ingenti, dopo la morte del capo famiglia sono costretti ad accettare "l'elemosina" di una ricca zia e andare a stare in montagna, nella "open house" del titolo. Come saprà chi ha visto Santa Clarita Diet, in America prendono il lavoro di agente immobiliare molto sul serio e l'evento settimanale in cui viene mostrata una determinata casa diventa un happening con tanto di rinfresco, soprattutto quando la magione "incriminata" è particolarmente bella e appetibile; nel giorno stabilito, quindi, Logan e la madre vengono sbattuti fuori a calci dalla casa senza troppi complimenti, mentre gli agenti immobiliari la mostrano in pompa magna a potenziali acquirenti e non si sbattono nemmeno a chiuderla o fare un giro per vedere se dentro è rimasto qualcuno prima del ritorno dei due. Che questa assurda situazione sia collegata in qualche modo agli strani eventi che cominciano ad accadere nella casa è praticamente matematico ma gli sceneggiatori del film cercano in ogni modo di sviare lo spettatore inserendo flashback del terribile incidente, inquietanti vicine di casa con l'alzheimer, aitanti giovanotti di colore lasciati liberi di vagare per casa (anche lì: va bene, la casa non è tua ma lì ci vivi, è possibile decidere di lasciare così tanta libertà al primo streppone conosciuto il giorno prima al punto di non sapere se se n'è già andato o se ancora gira per le stanze? Ho capito la privacy ma magari accompagnalo, vah...) e un po' di family drama che, vista la presenza di Dylan Minnette, non fa mai male.


La cosa triste di The Open House è che, nonostante l'assunto iniziale, l'intera opera gira a vuoto persa nei rassicuranti cliché di un thriller horror banale e si "risveglia" solo sul finale, che manda allegramente al diavolo quanto mostrato prima abbattendo sul piccolo nucleo famigliare tutta la casualità del Male e lasciando lo spettatore con un senso incredibile di angoscia, un po' come succedeva nel ben più divertente ed efferato Fender Bender di Mark Pavia. Poca roba dopo un'ora e mezza di noia ma è pur sempre qualcosa e salva il film dall'oblio definitivo. Intendiamoci, non è che in un thriller horror cerchi necessariamente il sangue, per carità, però mi piacciono atmosfere un po' stranianti, particolari, o perlomeno dell'originalità dal punto di vista della storia o della realizzazione e purtroppo The Open House difetta di tutti questi elementi. Altra cosa che apprezzo in una sceneggiatura è la presenza di elementi apparentemente "inutili" ma che a un certo punto diventano funzionali alla risoluzione di qualche snodo narrativo e in The Open House manca purtroppo anche questo. Per esempio, Logan corre, corre come Forrest Gump. Dici beh, quando la merda colpirà il ventilatore questa sua abilità gli tornerà utile? Correrà talmente tanto che qualunque cosa si nasconda in casa rimarrà con un palmo di naso? Nemmeno per sogno (Va già meglio con la sua miopia, fonte di un paio di scene ad alto tasso di orrore personale, l'unica cosa che probabilmente ricorderò nel tempo). E lo stesso vale per i flashback e per un paio di segretucci perplimenti, utilizzati in modo se vogliamo un po' scorretto, per spaventare gente come il povero Bolluomo a cui viene data ad intendere una svolta sovrannaturale che lo spettatore scafato ha già scartato a priori. Insomma, un grosso mah. Peccato perché i due registi non fanno nemmeno un lavoro malvagio considerato che entrambi si trovano alla loro prima esperienza dietro la macchina da presa ma tra il senso di "già visto" e la monoespressività di un Dylan Minnette che avevo preferito in altre pellicole, questo The Open House si riduce ad essere un prodottino senza molte pretese, dimenticabile già il giorno dopo la visione.


Di Dylan Minnette, che interpreta Logan Wallace, ho già parlato QUI.

Matt Angel è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola, inoltre interpreta un poliziotto. Americano, al suo primo lavoro come sceneggiatore e regista, è principalmente attore e ha partecipato a varie serie televisive. Anche produttore, ha 28 anni.


Suzanne Coote è la co-regista e co-sceneggiatrice della pellicola, inoltre interpreta una cameriera. Americana, al suo primo lavoro come sceneggiatrice e regista, ha lavorato anche come produttrice.


Se The Open House vi fosse piaciuto recuperate Fender Bender. ENJOY!


domenica 1 aprile 2018

Bollalmanacco On Demand: Déjà vu - Corsa contro il tempo (2006)

Un altro On Demand a così breve distanza di tempo? Sono forse matta? Oppure è un regalo di Pasqua? Tutto può essere ma uno dei buoni propositi per il 2018 è quello di curare un po' di più questa rubrica, magari facendo uscire un post una volta al mese... chi può dirlo! Voi intanto chiedete film che qui le richieste languono! Oggi esaudisco quella di Franco che parecchio tempo fa ha chiesto il recupero di Déjà vu - Corsa contro il tempo (Deja Vu), diretto nel 2006 dal regista Tony Scott. Il prossimo film On Demand DOVREBBE essere I racconti della luna pallida d'agosto. ENJOY!


Trama: a seguito di un attentato terroristico, un agente dell'ATF viene coinvolto nelle indagini sperimentali di una branca dell'FBI, i cui metodi sfruttano una tecnologia particolare, capace di vedere nel passato recente...



Déjà Vu è uno di quei film che avevo già visto un paio di volte di sfuggita durante i suoi passaggi televisivi senza mai prestargli sul serio attenzione. Devo anche averne visto la fine, benché la ricordassi solo vagamente, ma è solo in occasione dell'On Demand di oggi che ho notato il nome che campeggia dietro la macchina da presa, quello della bonanima di Tony Scott, vituperato da molti ma adorato da queste parti. Se allo stile cinetico di Scott si aggiunge la produzione del "raffinatone" Jerry Bruckheimer, non è difficile fare due più due e capire che Déjà Vu, benché dotato della trama di un sci-fi cervellotico, gode soprattutto nel mostrare esplosioni devastanti (all'inizio e alla fine sicuramente ma non solo), inseguimenti in macchina fracassoni e gente che muore male crivellata di proiettili, lasciando che la suspension of disbelief dello spettatore rimanga obnubilata dal casino, con l'encefalogramma piatto di chi ormai ha rinunciato a capire tutti i paradossi temporali di cui è infarcito il film. E ce ne sono, eh. Quello che comincia come un thriller a sfondo poliziesco-investigativo con il protagonista impegnato a dare la caccia a un dinamitardo si sviluppa a poco a poco in una pellicola hi-tech che mostra il fianco al fantascientifico, mettendo in campo una tecnologia che riesce a mostrare scene del passato recente, nella fattispecie "quattro giorni prima"; alla faccia dei moniti che recitano "non bisogna interferire col passato", il protagonista Doug Carlin intraprende un percorso che lo porterà ad utilizzare la tecnologia in questione come nessuno ha mai fatto prima, causando più di una perplessità allo spettatore rompiscatole al quale non basta il vago senso di déjà vu provato dai personaggi e riportato anche nel titolo per giustificare il tutto. Dovessi proprio fare le pulci alla trama, infatti, non avrei da ridire solo sul rapporto che si instaura tra Doug e Paula, damsel in distress che bisogna assolutamente salvare "perché sì" (cioè solo perché ha avuto la fortuna di venire concupita dal protagonista, ma a tutte le altre persone che potenzialmente potrebbero schiattare quello stesso giorno non ci pensiamo?), ma anche sulla selettività di alcuni eventi che si ripetono (causando ovviamente cambiamenti nel futuro) mentre di altri non vi è traccia. Il problema, peraltro già riscontrato dagli sceneggiatori che hanno disconosciuto il film dando tutta la colpa a Tony Scott (il quale ha dato la colpa ai pochi giorni di riprese messi a disposizione), è che se si riflette troppo sui film imperniati sui paradossi temporali si rischia di perdere la testa e già qui ne abbiamo poca, ahimé, quindi facciamo finta di nulla.


Come dicevo, basta chiudere gli occhi (o meglio, tenerli bene aperti per godere di tutto il delirio visivo del film), mettere a tacere le vocine da Puffo Quattrocchi e Déjà vu diventa un film godibilissimo, intrigante ed ansiogeno, ché l'impegno del povero Denzel in effetti si trasmette dritto  allo spettatore coinvolgendolo in questa storia incasinata dove, alla fine, si arriva a fare il tifo per il protagonista no matter what. Tony Scott avrà anche riconsiderato Déjà Vu come uno dei peggiori film della sua carriera ma a mio avviso l'intera operazione è figlia di un certo tipo di cinema di quegli anni e non ne è neppure uno dei più brutti esempi: tra ralenti messi un po' a casaccio, smarmellamenti in verde, sequenze allucinogene e un montaggio schizoide benché attentissimo ai dettagli, le due ore di durata passano in un attimo senza lasciare aleggiare nella stanza la terribile domanda "cosa diamine ho visto?" e non credo che il merito vada attribuito alla performance "convinta" ma nella norma di Washington, agli effetti speciali o alla trama zeppa di buchi logici. E nemmeno alla parata di facce amichevoli che spuntano qui e là, come quella di un Foggy Nelson giovane, quella del Jason Lee meno figo ma più bravo Adam Goldberg, quella di un Bruce Greenwood sempre molto UILF e quella all'epoca già gonfia di un Val Kilmer che aveva cominciato ad allontanarsi a grandi passi dalla sua bellezza giovanile. Diciamo che tutto ciò, unito sotto l'egida del blockbuster, ha concorso a consegnare ai posteri un film non memorabile ma comunque divertente, l'ideale per una serata ad alto tasso d'ignoranza zamarra con in più quel pizzico di technobabble fantascientifico in grado di non far sentire troppo in colpa noi cVitici cinefili. Pensatela come volete ma per me Tony Scott ha lasciato un grande vuoto sugli schermi e la visione di questo Déjà vu non ha fatto che confermarmelo.


Del regista Tony Scott ho già parlato QUI. Denzel Washington (Doug Carlin), Paula Patton (Claire Kuchever), Val Kilmer (Agente Pryzwarra), Adam Goldberg (Denny), Bruce Greenwood (Jack McCready) ed Elle Fanning (Abbey) li trovate invece ai rispettivi link.

Jim Caviezel (vero nome James Patrick Caviezel) interpreta Carroll Oerstadt. Americano, lo ricordo per film come Belli e dannati, Wyatt Earp, The Rock, Soldato Jane, La sottile linea rossa, Frequency - Il futuro è in ascolto, Un sogno per domani e La passione di Cristo, inoltre ha partecipato a serie quali La signora in giallo. Ha 50 anni.


Elden Henson interpreta Gunnars. Più conosciuto ultimamente come Foggy Nelson delle serie Marvel/Netflix Daredevil, The Defenders e Jessica Jones, lo ricordo per film come Turner e il "casinaro", Giovani diavoli e Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte I e II, inoltre ha partecipato ad altre serie quali Saranno famosi, E.R. Medici in prima linea e Grey's Anatomy. Ha 41 anni.


Se Déjà vu - Corsa contro il tempo vi fosse piaciuto recuperate Source Code. ENJOY!

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