giovedì 18 aprile 2019

(Gio)WE, Bolla! del 18/4/2019

Buon giovedì a tutti! Manca una settimana all'evento cinematografico dell'anno e questo giovedì, almeno a Savona, dobbiamo accontentarci di quel che passa al convento... ENJOY!

La Llorona - Le lacrime del male
Reazione a caldo: Wah!
Bolla, rifletti!: Temo sarà la sagra del jump scare prevedibile ma cosa fai, lo danno a Savona, non vai a vederlo? Eh no.
Ma cosa ci dice il cervello
Reazione a caldo: *sospiro*
Bolla, rifletti!: Allora, la Cortellesi e Stefano Fresi mi hanno già fregata con La befana vien di notte, dubito ridarò loro una chance quest'anno. Ma chi vuole una commedia in grado di fare critica sociale è il benvenuto, gli lascio il mio posto in sala.

Il campione
Reazione a caldo: Manco per il c...ampione.
Bolla, rifletti!: Pellicola che mi ha fatto schifo sin dal trailer, dove tra l'altro si offende la splendida Special Needs dei Placebo mettendola al servizio della storia di un calciatore giovane e imbecille (ma uuh sicuramente con taaaanti problemi) aiutato da un professore di belle speranze con la faccia di *ugh* Stefano Accorsi. Anche no, vi prego. A sentire parlare il giovane protagonista, per inciso, hanno cominciato a sanguinarmi le orecchie.

Il ragazzo che diventerà re
Reazione a caldo: Yay!
Bolla, rifletti!: Dal regista di Attack the Block, la rivisitazione del mito di Re Artù in chiave avventurosa e adolescenziale. Se ne dice assai bene in giro, quindi correrò a vederlo!

Il cinema d'élite apre le porte ai colori della Colombia...

Oro verde - C'era una volta in Colombia
Reazione a caldo: Hmm!
Bolla, rifletti!: Saga familiare ambientata tra le tribù colombiane, una delle quali attirata dalla ricchezza promessa dalla coltivazione e dalla vendita di marijuana. Le immagini, così come la trama, mi ispirano parecchio; purtroppo, le festività e il viaggio imminente mi costringeranno a rinunciare. 

mercoledì 17 aprile 2019

Monkey Punch (1937-2019)


Sapete che per me Lupin III è un pezzo di cuore. L'11 aprile l'origine di quel pezzetto di cuore si è spenta per una polmonite. A me viene da piangere ma anche da dire "grazie, sensei". Grazie per i personaggi meravigliosi che hai creato, uno in particolare. Che la terra ti sia lieve e il paradiso pieno di sise e donnine procaci.

Il terzo uomo (1949)

Siccome il 23 aprile partirò per Vienna, ho deciso di recuperare un film talmente famoso che la città gli ha dedicato persino un museo, ovvero Il terzo uomo (The Third Man), diretto nel 1949 dal regista Carol Reed.


Trama: uno scrittore di romanzi pulp va a Vienna su invito del suo migliore amico Harry ma arriva giusto in tempo per sapere che quest'ultimo è stato investito da una macchina ed è morto. L'incidente però nasconde molti punti oscuri e lo scrittore decide di indagare...



Il terzo uomo è un film famosissimo. Un film cult, di quelli inseriti in ogni classifica cinematografica che si rispetti. Era ovvio quindi che non l'avessi mai visto, ci mancherebbe. Ma, come si dice, meglio tardi che mai e l'importante è stato riuscire finalmente a guardare ed apprezzare questo noir (anche se forse definirlo così è improprio) sceneggiato nientemeno che da Graham Greene ed ambientato in una Vienna divisa in quattro dalle conseguenze della seconda guerra mondiale, terra di tutti e di nessuno dove le forze dell'ordine americane, russe, inglesi e francesi un po' collaborano e un po' si mettono i bastoni tra le ruote, in perfetto clima pre-Guerra Fredda. In questo scenario confuso e ovviamente pericoloso compare l'ingenuo Holly (in italiano Alga) Martins, scrittore pulp americano giunto a Vienna su invito del vecchio amico Harry Lime, il quale muore nel momento esatto in cui Alga mette piede nella città. Una serie di circostanze, che non vi dirò per non togliervi il gusto di seguire le indagini del protagonista, lo spinge a credere che Harry non abbia avuto un semplice incidente mortale, e comincia così ad indagare scoprendo a poco a poco la natura oscura di quello che credeva essere uno dei suoi migliori amici. Tra donne bellissime e tormentate, militari dei quali non è proprio saggio fidarsi, misteriosi assassini e vari personaggi dall'inquietante ambiguità, Alga comincia a giocare un gioco pericolosissimo, finendo per diventare la figura chiave di un caso ben più grosso di quanto non sembrasse all'inizio e, suo malgrado, finendo per ritrovarsi a fare la figura della pedina messa su una scacchiera difficile da comprendere, anche per chi è abituato, come lui, ad inventare storie pulp. In tutto questo, comunque, Alga non perde mai il suo sfrenato ottimismo e la convinzione di essere nel giusto, di fare parte del novero dei "buoni", e questa sua "leggerezza" si trasmette ad ogni aspetto del film che diventa così un noir dalla doppia, particolarissima atmosfera.


Se infatti il sembiante pacioso e un po' malinconico di Joseph Cotten, i suoi tentativi di diventar cavalier servente della bella Anna (un'elegantissima Alida Valli) e il delizioso tema portante composto da Anton Karas sollevano, in qualche modo, l'animo dello spettatore, così non è per lo stile ancora "espressionista" con cui Carol Reed ha diretto Il terzo uomo. Fotografato con un bianco e nero splendido e nitidissimo, all'interno del quale le ombre sembrano voler inghiottire i protagonisti, ambientato in una Vienna irriconoscibile, crogiolo di povertà, macerie e dotata di un impianto fognario labirintico, teatro del tesissimo inseguimento finale, Il terzo uomo fa ampio uso del cosiddetto Piano Olandese, quello per cui moltissime inquadrature, persino i primi piani, sono sghembi, così da trasmettere un immediato senso di inquietudine e spaesamento, lo stesso che prova indubbiamente Alga ad ogni ulteriore rivelazione su Harry e i suoi loschi traffici, ad ogni omicidio, ad ogni sguardo che lo spia da quel nero impenetrabile. Sono molte le scene indimenticabili del film, quelle che si fissano indelebili nella mente dello spettatore, in primis la già citata sequenza girata all'interno delle fogne viennesi e secondariamente quella ambientata sulla ruota panoramica, assurta a simbolo della Città, ma in generale Il terzo uomo nella sua interezza è un mirabile esempio di perizia cinematografica, sostenuta dalle performance di validi attori, sia per quel che riguarda i protagonisti (quanto è affascinante ed imponente Orson Welles, con quei primi piani ombreggiati nelle fogne? E quel discorso agghiacciante sui puntini, o quello ironico sugli orologi a cucù?) sia per quel che riguarda i personaggi secondari, perché vi sfido a dimenticare il custode tedesco o il bimbetto dalla faccia tonda che accusa Alga di omicidio. Recuperate quindi Il terzo uomo senza remore, a prescindere che abbiate o meno in previsione un viaggio a Vienna, in lingua originale o godendovi il validissimo, vecchio doppiaggio italiano.


Di Joseph Cotten (Holly Martins), Alida Valli (Anna Schmidt) e Orson Welles (Harry Lime) ho parlato ai rispettivi link.

Carol Reed è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto film come E le stelle stanno a guardare, Idolo infranto, Il nostro agente all'Avana, Il tormento e l'estasi e Oliver! (che gli è valso l'Oscar per la miglior regia). Anche produttore, sceneggiatore e attore, è morto nel 1976 all'età di 69 anni.


Bernard Lee, che interpreta il Sergente Paine, è famoso per essere stato M in molti film di James Bond. Il regista Carol Reed avrebbe voluto James Stewart nei panni di Alga, ma il produttore David O. Selznick è stato irremovibile e Joseph Cotten è stato scelto nel momento in cui Robert Mitchum è diventato indisponibile perché arrestato per possesso di marijuana. Detto questo, se Il terzo uomo vi fosse piaciuto recuperate L'infernale Quinlan. ENJOY!


martedì 16 aprile 2019

Stuff - Il gelato che uccide (1985)

In occasione della morte di Larry Cohen ho riguardato un altro dei suoi film cult, Stuff - Il gelato che uccide (The Stuff), da lui diretto e sceneggiato nel 1985.


Trama: quando viene immesso sul mercato lo Stuff, un bianco gelato dal sapore divino, la gente non ne può più fare a meno... ma sono loro che mangiano il gelato o è il gelato a mangiare loro?



The Stuff, ovvero "la roba", visto che cosa diamine sia di preciso questo Stuff non lo sa nessuno, almeno fino alla fine del film, però lo si compra lo stesso perché dicono sia buono. Ma anche "to stuff", perché la gente si rimpinza di questo gelato cremoso fino a scoppiare, diventando dei pupazzi vuoti ripieni di densa rumenta bianca, privi di qualsivoglia volontà che non sia mangiare, mangiare e ancora mangiare. E così Larry Cohen offre al pubblico la sua opera di critica contro il consumismo imperante, contro il desiderio di avere l'oggetto più di moda al momento senza nemmeno capire cosa sia, al ritmo di pubblicità accattivanti e di "can't get enough of this wonderful Stuff", facendosi mangiare via il cervello conformandosi alla massa di automi assimilabili agli zombie romeriani che tornavano ad affollare il centro commerciale. Meno raffinato di Romero, ça va sans dire, quello di Larry Cohen è il Metaforone con la M maiuscola, che punta il dito innanzitutto contro chi adora fare soldi sulla pelle dei poveri cristi ignoranti (qui non si parla di misteriose associazioni a delinquere ma di capitani d'industria, FDA e funzionari compiacenti che chiudono parecchi occhi pur di salire sul carro del prodotto di punta) e poi sullo scarso senso critico degli americani in generale, in quanto popolo di bibini bisognoso di pubblicitari che dicano loro cosa, chi e quanto amare. Soldati come il colonnello Spears si isolano pronti a combattere i comunisti ma non si rendono conto che il nemico peggiore per la società americana è ben più insidioso e dal sembiante gradevole, un ultracorpo contenuto in un'accattivante confezione di gelato che è il trionfo del design anni '80, con quei colori squillanti ed evocativi che fan venire voglia di comprarlo prima di subito, nemmeno fosse appena uscito dalla fabbrica di Willy Wonka.


The Stuff è quindi un film che carica la metafora sociale appesantendola e lanciandola contro il pubblico come uno schiacciasassi ma non è scemo come si è arrivati a credere, tanto che il DVD inglese che ho in casa fa parte di una collana chiamata "cult B-Movie". E' vero, The Stuff è un B-Movie ma ha una sua dignità, alla faccia dei personaggi borderline (Michael Moriarty recita costantemente sopra le righe e si rotola una patata in bocca dall'inizio alla fine del film, a Paul Sorvino spettano i dialoghi più deficienti della sua intera carriera) e dell'effetto speciale cheesy come un puff al formaggio, soprattutto nei momenti in cui lo Stuff deve dimostrare la sua natura di viscido blob senziente in quantità maggiori di un barattolo (lì i poveri attori fanno fatica ad interagire), mentre alcuni esseri umani "corrotti" fanno genuinamente schifo, anche per un film girato con budget ridotto. Doveste mai recuperare The Stuff, non aspettatevi quindi un horror tout court, quanto piuttosto una nerissima commedia satirica, perfettamente radicata nell'epoca reaganiana in cui è stata girata; si ride parecchio in The Stuff ma siccome dagli anni '80 ad oggi non è praticamente cambiato nulla e il concetto di obey, consume and conform è tristemente attuale, è una risata amara e non farei fatica a immaginare un remake aggiornato del film di Cohen con orde di instagrammer, influencer e youtuber a diffondere lo Stuff non solo nelle piccole province americane, quelle più permeabili, ma in tutto il mondo e in tempo zero. Perché enough is never enough, purtroppo.


Del regista e sceneggiatore Larry Cohen ho già parlato QUI. Paul Sorvino (Colonnello Malcom Grommett Spears) e Danny Aiello (Vickers) li trovate invece ai rispettivi link.

Michael Moriarty interpreta David "Mo" Rutherford. Americano, ha partecipato a film come Baby Killer III, I vampiri di Salem's Lot e a serie quali Ai confini della realtà, Psi Factor, Oltre i limiti, La zona morta, Taken, The 4400 e Masters of Horror. Anche sceneggiatore, ha 78 anni.


James Dixon, che interpreta il postino, è stato il Detective Perkins della trilogia iniziata con Baby Killer ma scorrendo la lista degli interpreti su Imdb si scopre che persino nomi eccellenti come Patrick Dempsey e Mira Sorvino hanno fatto delle piccolissime comparsateDetto questo, se Stuff - Il gelato che uccide vi fosse piaciuto recuperate Terrore dallo spazio profondo, Brain Damage - La maledizione di Elmer, La cosa e Slither. ENJOY!


domenica 14 aprile 2019

Nosferatu - Il principe della notte (1979)

Tant'è, ce l'ha fatta. Mirco è riuscito nell'intento di guardare e farmi vedere Nosferatu - Il principe della notte (Nosferatu: Phantom der Nacht), diretto e sceneggiato da Werner Herzog nel 1979.


Trama: l'agente immobiliare Jonathan Harker viene mandato nel castello del conte Dracula per l'acquisto di un maniero. Lì scopre la natura mostruosa del conte e viene dallo stesso imprigionato, mentre Dracula salpa alla volta di Wismar, portando con sé morte e pestilenza.



Ho visto il Nosferatu di Murnau un paio di volte ai tempi dell'università ma quello di Herzog, per una sorta di follia di cui non mi sento di dover rendere conto in quanto, appunto, follia, l'ho sempre relegato inconsciamente nel novero di b-movie immeritevoli di una visione. Lo so, secondo me il motivo è da ricercarsi nella presenza di Kinski e nell'esistenza di Nosferatu a Venezia ma per fortuna i due film non sono nemmeno lontanamente paragonabili e Nosferatu - Il principe della notte si è rivelato ai miei occhi come l'opera pregevole che è. Herzog, anche in veste di sceneggiatore, restituisce ai personaggi di Bram Stoker i loro nomi e reinterpreta la versione malata, terrorizzata e pessimista del Nosferatu di Murnau, costringendo i personaggi ad affrontare non già un vampiro carismatico ed affascinante ma una specie di ratto mutante, l'incarnazione stessa della morte e della peste nera, privo di quella sensualità che già non era appannaggio del povero Max Schreck. Desideroso di amore ma costretto a piegarsi alla sua brama di sangue e morte, Nosferatu (o Dracula) è una figura tragica per la quale è comunque difficile provare pietà, infatti la povera Lucy, moglie dell'altrettanto sfortunato Jonathan, non ne mostrerà e lo stesso vale per Herzog; se, infatti, Nosferatu prevedeva un lieto fine dopo lo sterminio di un'intera popolazione, con la luce che sconfiggeva letteralmente le tenebre, nella versione del 1979 il sacrificio della luce viene vanificato dall'ineluttabilità del male, dal morbo che si diffonde senza possibilità di venire fermato e si manifesta in forme sempre nuove e differenti, forse addirittura più rassicuranti, il che è molto angosciante.

Tipica accoglienza ligure
Mai angosciante, ovviamente, quanto le immagini di desolazione mostrate da Herzog, quella sfilata inquietante di bare preceduta dall'invasione di ratti disgustosi, per non parlare degli ambienti asettici e squallidi del castello di Dracula o del mare sterminato che reca ben poco conforto ai personaggi positivi. Mai angosciante, neanche a dirlo, quanto il vecchio Klaus. Ora, passando a cose più facete, il povero Mirco c'è rimasto male. Già ha intrapreso la visione del film plagiato da QUESTO video che il fidanzato conosce a menadito, in più si aspettava qualche mattana di Kinski ma niente: terrificante, inusualmente compassato e calmo, misuratissimo sotto un makeup che lo rende un mostro fuori da ogni umana concezione, il Dracula di Kinski si impone col suo mero carisma, buca lo schermo attraverso la sua silenziosa disumanità e tuttavia, per una volta, non inghiotte il film facendo scomparire tutto il resto. Merito di un Herzog che, a quanto pare, lo spingeva a inenarrabili sfuriate prima di entrare in scena, così che Klaus fosse bello spompato e quasi trasognato ma non meno efficace. Altro punto a favore del film, un Renfield mai così matto, interpretato da Roland Topor che, lungi dall'aggiungere un comic relief alla trama (nonostante gli scherzi ai danni della guardia), infonde nello spettatore ancora più angoscia in quanto si fa testimone dell'ineluttabilità della malattia, della follia e del male in generale. Insomma, ce ne ho messo di tempo a vederlo, pensavo non mi sarebbe piaciuto e invece ecco che Nosferatu - Il principe della notte mi ha riconciliata con un attore che sono arrivata ad associare solo a gran ciofeche. Recuperatelo, se non lo avete mai visto.


Del regista e sceneggiatore Werner Herzog (che compare nel film come l'uomo che infila un piede in una bara e viene morso da un ratto) ho già parlato QUI. Klaus Kinski (Nosferatu), Isabelle Adjani (Lucy Harker) e Bruno Ganz (Jonathan Harker) li trovate invece ai rispettivi link.


Nei panni di Renfield compare l'artista Roland Topor, scrittore de L'inquilino del terzo piano e creatore del Mouvement panique assieme ad Alejandro Jodorowski e Fernando Arrabal. Il film ha un seguito non ufficiale sempre con Klaus Kinski, l'orripilante Nosferatu a Venezia. Meglio recuperare il Nosferatu originale e magari anche Dracula e Dracula di Bram Stoker. ENJOY!

venerdì 12 aprile 2019

Il BollOspite: Hellboy (2019)

Oggi il Bollalmanacco ha un'ospite d'eccezione: Lucia Patrizi de Il giorno degli zombi. Per chi non lo sapesse Lucia, oltre a sapere praticamente tutto sull'horror, è anche una scrittrice talentuosissima e, se non lo avete ancora fatto, vi consiglio di leggere le sue opere: My Little Moray Eel, Il posto delle onde e Nightbird. Li trovate tutti su Amazon, sono bellissimi, non avete scuse. E ora, lascio la parola a Lucia la quale, dopo averlo visto all'anteprima romana, mi ha regalato la recensione di Hellboy, diretto da Neil Marshall e uscito proprio ieri in Italia (ma non a Savona). ENJOY!




Prima di tutto, volevo ringraziare la Bolla, sia per avermi spacciato l’anteprima romana di
Hellboy sia per l’ospitalità qui nella sua dimora. È stata un tesoro.
Tanto per sgombrare subito il campo da sgradevoli equivoci, eviterò qualunque paragone
tra questo film e i due diretti da del Toro nel 2004 e nel 2008, un po’ perché dopo tanti
anni uno si stanca di combattere coi fan imbizzarriti (ma lo erano anche all’epoca, perché
del Toro si allontanò moltissimo dal fumetto), un po’ perché non si possono paragonare
Guillermo del Toro e Neil Marshall: il primo è un poeta, il secondo un picchiatore, e
queste rozze ed estremamente semplicistiche definizioni non vogliono andare a detrimento
di nessuno dei due. Marshall picchia come un fabbro dall’inizio della sua carriera, è un
dato di fatto, è una cosa bellissima da dire del suo cinema, da cui di solito si esce pesti
come dopo essere stati sottoposti a una scarica di calci in bocca.
In questo caso, l’attitudine da picchiatore di Marshall è tutta al servizio di un blockbuster,
o di un film che aspira a essere tale. Anche qui, non c’è niente di male e la parola
blockbuster non intende implicare un giudizio di valore, quanto stabilire in anticipo un
patto con il lettore, che dovrebbe conoscere le regole in base alle quali un blockbuster
viene confezionato.
Non fatevi ingannare dalla R di restricted applicata al film: togliendo le tonnellate di
sangue, quasi sempre in CGI, che per fortuna si riversano a ondate sullo spettatore,
Hellboy è un blockbuster come ce ne sono tanti, e quindi azzera la personalità del regista
in partenza.


Marshall non ha né la forza né il potere di fare di testa sua o di volgere le regole a proprio
vantaggio, e quindi accetta di buon grado questo primo lavoro ad alto budget e porta a casa
due ore tiratissime, mai noiose, violente e (questo dovrebbe fare la gioia dei pochi che i
fumetti di Mignola li conoscono) fedelissime al testo di riferimento.
In questo stanno sia i punti di forza che quelli deboli del nuovo Hellboy: in certi frangenti,
sembra di vedere un cinecomic come se ne trovano tanti, poi qualcuno viene scuoiato vivo
o impalato e allora ci si ricorda di non essere nel MCU, ma in un universo narrativo molto
più cupo e dalle componenti decisamente horror; gli effetti digitali regnano indisturbati,
anche nelle sequenze dove forse non erano del tutto necessari, anche quando forse una
bella dose di splatter artigianale poteva avere un’efficacia maggiore; in compenso, volano
certi schiaffi che vi alzerete dalla poltrona rintronati, perché l’Hellboy di Marshall è
esattamente come il suo regista: un picchiatore forsennato.
Ecco, dovete dimenticare lo stile barocco di del Toro, la sua ode alla diversità, dovete
dimenticare la poetica di del Toro applicata a Hellboy e per una ragione molto semplice:
era tutta roba di del Toro, riversata nel mondo del demone dalle corna limate. E basterebbe
questo per capire la differenza che passa tra un grandissimo autore e un ottimo regista che
si piega al servizio della produzione.
Non poteva succedere altrimenti: Marshall non fa un film per il cinema dal 2010 e non
credo sia motivo di vanto, per uno che ha, di fatto, cambiato la faccia del cinema horror
con The Descent, avere il proprio nome legato a Game of Thrones. Logica da parte sua una
certa docilità nell’adattarsi a far quello di cui la produzione ha bisogno.


Ora, il problema è se anche il pubblico ha, in un’ epoca dove esce un film tratto da un
fumetto ogni due o tre mesi, bisogno di questo Hellboy, che pare voler essere troppe cose
tutte insieme, voler rincorrere tipi di spettatori troppo diversi tra loro, quelli legati alla
creatura di Mignola, quelli tipici di un blockbuster estivo e quelli avidi di teste spappolate
e occhi strappati. Se i primi possono trovare un punto d’incontro coi terzi, è difficile che i
secondi vogliano le stesse cose.
Paga quindi la sua natura ibrida, l’indecisione su a chi vuole davvero rivolgersi e su dove
vuole davvero andare, come paga la scelta di aver preso spunto non da una sola storia di
Hellboy, ma addirittura da tre: La Caccia Selvaggia, Il Richiamo delle Tenebre e La
Tempesta e la Furia.
Intendiamoci, vedere Baba Yaga e i giganti è un piacere enorme; soprattutto la vecchia
strega mangiatrice di bambini, protagonista dell’unica sequenza puramente horror di tutto
Hellboy, è la creatura più riuscita e interessante del film, anche perché è stata realizzata
con un limitato ammontare di CGI e se ne percepisce la presenza reale sul set.
È una gioia anche respirare l’atmosfera del BPRD, avere a che fare con una versione molto
più cinica e stronza del professor Broom (Ian McShane) e vedere alcuni personaggi che
pensavamo non avremmo mai visto su grande schermo. Sono tutte cose che scaldano il cuore
del fan di Mignola e rendono Hellboy una visione apprezzabile.


E tuttavia, poteva essere qualcosa di più: così com’è, non credo che arriverà neanche a
incassare la cifra necessaria per un eventuale seguito, annunciato nelle scene dopo i titoli
di coda, come in ogni cinecomic che si rispetti, ovviamente.
Di suo, Marshall ci mette la messa in scena piena di adrenalina, una certa sporcizia del
montaggio che gli è sempre stata propria, e l’occhio di un regista esperto, ma ormai al
guinzaglio.
Una delusione, quindi?
No, un prodotto discreto, che intrattiene a dovere e si dimentica una volta finito. Come il
90% dei blockbuster moderni.


giovedì 11 aprile 2019

(Gio)WE, Bolla! del 11/4/2019

Buon giovedì a tutti! Siccome l'unico film degno di essere visto questa settimana (sì, Hellboy, parlo di te) NON è arrivato a Savona, mi verrebbe quasi voglia di non scrivere nulla ma siccome sono pignola... ENJOY!

Wonder Park
Reazione a caldo: Buargh.
Bolla, rifletti!: Film animato con reminescenze Uppiane che non ho minimamente voglia di vedere, forse perché il character design degli animaletti protagonisti mi fa specie.

After
Reazione a caldo: Bleeeurgh.
Bolla, rifletti!: Il trailer, per dirla con finezza, me l'ha fatta a fette perché lo vedo OGNI MALEDETTA VOLTA in cui vado al cinema. Film evento 'sto Cinquanta sfumature di grigio per quindicenni? Ma per favore!!

Cafarnao - Caos e miracoli
Reazione a caldo: Hmmm...
Bolla, rifletti!: Unico film interessante uscito in quel di Savona, racconta di un bambino che, accusato di un grave reato, fa causa ai genitori per averlo messo al mondo senza saperlo crescere. Anche solo per una trama così aperta a riflessioni varie andrebbe visto ma siccome è stato candidato all'Oscar e premiato a Cannes la curiosità aumenta!

Siccome al cinema d'élite continuano a programmare Book Club - Tutto può succedere, ci risentiamo la settimana prossima!

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