martedì 20 ottobre 2020

Il delitto perfetto (1954)

Un po' di tempo fa passavano in TV Il delitto perfetto (Dial M For Murder), diretto nel 1954 dal regista Alfred Hitchcock e tratto dal dramma omonimo di Frederick Knott, così ho deciso di riguardarlo.


Trama: accortosi del fatto che la moglie ha un amante, Tony decide di ucciderla anche per ottenerne il patrimonio ma le cose non vanno come pianificato...


Il delitto perfetto è uno dei film di Hitchcock che preferisco anche se viene comunemente definito come uno dei suoi lavori "minori". Effettivamente, il regista lo ha realizzato sotto pressione degli studios, asservendolo a un 3D che stava lentamente morendo (io non l'ho mai visto in 3D ma alcune inquadrature sono in effetti ben strane e si vede che Hitchcock ha spesso messo alcuni oggetti in primo piano proprio per farli protrudere verso gli spettatori), e come trama e sequenze è sicuramente meno d'impatto rispetto ai suoi capolavori girati in seguito, eppure io l'ho sempre trovato meraviglioso. Partiamo dalla trama. Hitchcock ha adattato un dramma di Frederick Knott (da qui l'impianto squisitamente teatrale della pellicola e l'utilizzo quasi esclusivo di un unico ambiente, il lussuoso appartamento dei coniugi Wendice), imperniato prima sulla progettazione e poi sull'esecuzione del delitto perfetto del titolo italiano, cosa che rende buona parte del film ricca di dialoghi e spiegazioni; diversamente dalle pellicole zeppe di "spiegoni", tuttavia, Il delitto perfetto non annoia neppure per un secondo, in quanto è letteralmente ipnotico stare a guardare prima Ray Milland tessere la propria tela verbale attorno al triste assassino interpretato da Anthony Dawson, e poi l'ispettore Hubbard mettere assieme i pezzi del puzzle trovando le falle di un piano apparentemente inattaccabile. Nella prima parte, dunque, si assiste al mefistofelico progetto messo in atto da Tony Wendice, quindi alla perpetrazione del delitto e a tutti i piccoli imprevisti che lo rendono un crescendo di tensione da manuale, fino ad arrivare alla sequenza in cui l'assassino tenta invano di uccidere Margot, vero e proprio spartiacque della pellicola, dopo la quale i giochi mentali si fanno sempre più difficili e il "fato" diventa ancor più protagonista, così come alcuni piccoli oggetti che vi consiglierei di non perdere di vista, magari a causa di una visione frettolosa.


Grazie alla regia di Hitchcock, al montaggio e ai giochi di luce, l'appartamento dei Wendice diventa un luogo allo stesso tempo claustrofobico e terrificante ma anche ricchissimo e vario, mai uguale, zeppo di dettagli non solo interessanti, ma anche fondamentali ai fini della trama; si può anzi dire che l'appartamento è il quinto protagonista del film, con quella lama di luce lungo la quale Margot si incammina verso il suo destino e le spesse tende che fungono da nascondiglio per l'omicida, un complemento d'arredo elegante e "sicuro" che si trasforma nel giro di un inquadratura in un abisso di orrore, e lo stesso vale per il telefono, ambivalente fonte di salvezza e morte. All'interno dell'appartamento, poi, vagano fior di attori. L'attenzione dello spettatore "casuale" rischia di venire catturata solo dalla bellezza surreale di Grace Kelly, principessa raffinata dal guardaroba commovente, i cui colori si fanno sempre più scuri a mano a mano che il suo destino diventa plumbeo, ma le vere chicche de Il delitto perfetto sono Ray Milland e John Williams. Ray Milland è mefistofelico ed inquietante, i suoi gesti e sguardi seppelliscono quelli di centinaia di villain cinematografici che hanno meno della metà del suo carisma (e pensare che parliamo di un ex tennista!) e i suoi modi di fare veicolano un meraviglioso humour nero, mentre John Williams è l'ispettore sagace e apparentemente "sottotono" che tutti vorremmo avere accanto nel caso ci ritrovassimo ingiustamente accusati di aver compiuto un omicidio. Il delitto perfetto è uno di quei film che non perdono di freschezza nemmeno dopo più di 60 anni ed è piaciuto tantissimo anche al Bolluomo, che non l'aveva mai visto, quindi è assolutamente da recuperare nel caso l'aveste snobbato fino ad oggi.


Del regista Alfred Hitchcock ho già parlato QUI.

Ray Milland interpreta Tony Wendice. Inglese, lo ricordo per film come La casa sulla scogliera, Giorni perduti (che gli è valso l'Oscar), Sepolto vivo, L'uomo dagli occhi a raggi X, Frogs e Incredibile viaggio verso l'ignoto; inoltre ha partecipato a serie come Colombo, Fantasilandia, Love Boat e Charlie's Angels. Anche regista e produttore, è morto nel 1986, all'età di 79 anni.


Grace Kelly interpreta Margot Wendice. Americana, la ricordo per film come Mezzogiorno di fuoco, La ragazza di campagna (che le è valso l'Oscar), Mogambo, La finestra sul cortile e Caccia al ladro. Anche produttrice, è morta nel 1982, all'età di 52 anni.


Hitchcock avrebbe voluto Cary Grant nei panni di Tony ma la Warner pensava che sarebbe stato un errore offrirgli il ruolo del villain mentre Olivia De Havilland voleva troppi soldi per quello di Margot. Nel 1998 il film ha ottenuto una sorta di remake dal titolo Delitto perfetto, che vi consiglio di recuperare per amor di vintage (è su Netflix), anche se non lo ricordo granché bello. ENJOY!

domenica 18 ottobre 2020

Nocturne (2020)

Prosegue l'infornata di film presentati su Amazon Prime con Welcome to the Blumhouse. Oggi tocca a Nocturne, diretto e sceneggiato dalla regista Zu Quirke.


Trama: Juliet è una pianista che, nonostante la dedizione alla musica, vive nell'ombra della gemella Vivian. Dopo aver trovato un quaderno misterioso, la ragazza comincia a cambiare e a dare la scalata ad un successo insperato...

Finalmente. Detto proprio in tutta sincerità, fino ad ora Welcome to the Blumhouse si era rivelato una mezza sòla e ci è voluto questo Nocturne per riabilitare un po' l'intera baracca. Merito di una regista, ennesima conferma che le donne e l'horror possono tranquillamente andare a braccetto e dare degli schiaffi a chi pensa che il genere possano gestirlo solo gli uomini, merito di una sceneggiatrice che ha deciso di trattare la nota storia del patto col Diavolo in maniera un po' anticonvenzionale. L'ambiente è quello feroce e competitivo delle scuole di musica classica, la protagonista è una ragazza che all'arte del pianoforte ha dato tutta se stessa, senza successo: Juliet ha la tecnica, ha la costanza e lo spirito di sacrificio, eppure lo stesso non è riuscita a farsi ammettere alla Juillard come invece ha fatto la gemella Vivian, bella e carismatica. Tutto sembra riuscire senza sforzo a Vivian, che a differenza di Juliet ha anche un fidanzato e degli amici, e la frustrazione della sorella cresce finché, un giorno, Juliet non trova il quaderno di una compagna di classe morta suicida, zeppo di misteriosi disegni che rapiscono l'attenzione della ragazza. Da quel giorno, Juliet si trasforma, decide di "osare" e mettersi in competizione con Vivian, intraprendendo un percorso che somiglia molto a un rito e che, a poco a poco, le spalanca le porte del tanto bramato successo a un prezzo decisamente alto. La trama di Nocturne ci accompagna nei meandri di una mente tormentata e rosa dall'invidia e dalla frustrazione, evitando di dare giudizi definitivi sulle due ragazze protagoniste ma sottolineando comunque la principale debolezza di Juliet, ovvero l'ambizione limitata di una ragazza che aspira a diventare una copia della sorella, arrivando a calpestare l'affetto innegabile che Vivian prova per lei e a dimenticare ciò che dovrebbe contare davvero, l'amore per la musica, sacrificata a un desiderio (tardivo) di successo a tutti i costi. Juliet si profonde in performance sempre più incredibili ma lei non gode della musica che crea, perché ogni volta sviene o cade in trance, come se il pianoforte fosse solo un mero mezzo per arrivare a qualcos'altro, non il fine di tutti i suoi sforzi. Gli stessi successi ottenuti durano il tempo di un applauso, di un brevissimo rapporto sessuale, di una parola di elogio, dopodiché cadono nel dimenticatoio e vengono subito sostituiti dallo step successivo, fino ad arrivare ad un amaro coronamento costellato di dubbi e terrore. 


Partirei proprio dal finale di Nocturne, che pure non rivelerò, per parlare della sua messa in scena e dello stile dell'intera operazione. Il film è interamente filtrato dal punto di vista di Juliet e ogni inquadratura, dall'inizio alla fine, veicola la nostra attenzione solo su quello che è importante per lei oltre a darci un'idea di cosi si agiti nell'animo della ragazza, da qui un finale volutamente ambiguo oltre che incredibilmente triste e poetico. Va da sé che, se all'inizio la sensazione preponderante che si ha è quella di una solitudine mal sopportata unita al terrore di uscire dal guscio (tutto espresso anche attraverso gli abiti indossati da Sydney Sweeney, sempre più appariscenti e sexy), andando avanti aumentano le sequenze allucinate, fatte di ralenti, composizioni ardite e soprattutto filtrate da un giallo malaticcio ed ingannevole, lo stesso colore (giuro!) dell'orrido sole/bambino dei Teletubbies, l'illusoria "speranza" di venire condotta verso un sogno quando invece Juliet sprofonda sempre più in un incubo. Splendidi ed efficaci, in tal senso, sono anche i disegni del quaderno incriminato, degli A4 realizzati con uno stile medievale perfetto per il richiamo demoniaco dell'intera vicenda e spesso animati e "rovinati" da quello stesso colore oro/giallastro. A tutto ciò si aggiunge un intelligente utilizzo delle melodie classiche, un montaggio valido e ovviamente delle bravissime attrici: Sydney Sweeney regge da sola l'intero film e si carica sulle spalle un personaggio a cui è facilissimo voler bene all'inizio e che è impossibile da odiare, nonostante atteggiamenti sempre più irritanti, fino alla fine. Rispetto ai due "fratellini" visti finora, Nocturne è almeno una spanna sopra quindi vi consiglierei, se come me non avete tempo di guardare molti film o non sapete da che parte iniziare con Welcome to the Blumhouse, di recuperare innanzitutto il film della Quirke. Non ve ne pentirete!


Di Madison Iseman, che interpreta Vivian, ho già parlato QUI mentre Julie Benz, che interpreta Cassie, la trovate QUA.

Zu Quirke è la regista e sceneggiatrice della pellicola. Inglese, è al suo primo lungometraggio. Lavora anche come produttrice.

Sydney Sweeney interpreta Juliet. Americana, ha partecipato a film come The Ward, C'era una volta a... Hollywood e a serie quali Heroes, Criminal Minds, Grey's Anatomy, The Handmaid's Tale e Sharp Objects. Ha 23 anni e un film in uscita. 


Se Nocturne vi fosse piaciuto recuperate Starry Eyes (lo trovate su Chili e altri servizi di streaming a pagamento) e The Perfection (su Netflix). ENJOY!

venerdì 16 ottobre 2020

Books of Blood (2020)

In questo brutto anno pandemico i servizi streaming offrono l'imbarazzo della scelta per il mese di Hallowen e uno dei film che più mi interessava recuperare era Books of Blood, diretto e co-sceneggiato dal regista Brannon Braga a partire dai Libri di sangue di Clive Barker.


Trama: due malviventi vanno in cerca del prezioso Libro di sangue che contiene al suo interno la storia di Jenna, ragazza afflitta da misofonia, e di Simon, medium in grado di parlare coi morti...

C'è stato un periodo, qualche anno fa, in cui mi ero messa in testa di recuperare i sei volumi dei Libri di sangue di Clive Barker. Purtroppo, per un italiano medio l'impresa è praticamente impossibile: la casa editrice Castelvecchi aveva ripubblicato nel 2011 i primi due volumi, aggiungendo i sottotitoli "Le stelle della morte" e "La sfida dell'inferno", poi si era fermata lì e per completare l'opera bisognerebbe setacciare Ebay o i mercatini dell'usato cercando, spesso a prezzi improponibili, le vecchie edizioni Sonzogno, intitolate Sudario, Creature (ma questo si trova anche come Libro di sangue), Visions e Monsters. Qualcosa ho trovato, qualcosa no, ma tutto questo giro attorno al mondo è per dire che, pur non conoscendolo quanto vorrei, il buon Barker mi affascina e mi piacerebbe un giorno avere la collezione completa dei bramati libri. Nel frattempo, mi sono guardata Books of Blood, che in realtà dai libri in questione trae giusto una delle storie (l'omonima cornice dell'opera cartacea, che qui diventa invece un episodio a sé stante, sostituita da una versione di Jerusalem Street) mentre, si dice, la seconda sia farina del sacco degli sceneggiatori, pur contenendo miriadi di riferimenti Barkeriani che nella mia Crassa ignoranza non ho potuto cogliere. E, a proposito di Crassa ignoranza, forse è proprio lei che mi ha impedito di schifare Books of Blood come sta succedendo a molti critici d'oltreoceano, non proprio teneri nei confronti del film TV prodotto e distribuito da Hulu, che invece mi ha fatto passare un'ora e mezza di disgustato divertimento. Innanzitutto, mi è piaciuto molto come le storie siano tutte intersecate tra loro benché temporalmente sfalsate, cosa che richiede un minimo di attenzione da parte dello spettatore; inoltre, oltre ad aver apprezzato la resa di due storie che già conoscevo,  sono rimasta piacevolmente stupita dall'episodio originale, quello dedicato alla giovane Jenna, che assieme ad un campionario di orrido abbastanza notevole mette in scena un disagio esistenziale e un odio per la vita da primato, portando su schermo un personaggio non facile, sfaccettato e in grado di suscitare sia pietà che odio, cosa già abbastanza rara in un horror, figuriamoci in qualcosa realizzato per la TV.


Anche a livello di regia, il film non mi è dispiaciuto affatto. Sono rimasta particolarmente colpita dall'utilizzo degli edifici e dei panorami cittadini, soprattutto per quanto riguarda l'episodio dedicato a Jenna, all'interno del quale spicca una villa a due piani (peraltro sul mare, accanto a una bella scogliera a strapiombo) con la superficie interamente ricoperta di vetrate attraverso le quali spiare ciò che accade ai suoi tre abitanti e, ovviamente, la casa dove viene ospitata la protagonista, il teatro perfetto di momenti da incubo permeati da un crescente senso di paranoia ed incertezza. A proposito delle quali, Britt Robertson è davvero notevole nella sua interpretazione della nevrotica e terrorizzata Jenna e brilla su un cast che, salvo l'elegante e sensuale Anna Friel, la quale sembra uscita dritta da un Hellraiser anni '80, non regala gioie particolari né interpretazioni degne di venire ricordate. Anche gli effetti speciali mi sono parsi dignitosi anche se forse da un film intitolato Books of Blood, visto anche il concetto che sta alla base, mi sarei aspettata un bel po' di gore in più. Oserei dire "sarà per la prossima", visto che Books of Blood nasceva come una serie, ma siccome è stato trasformato in film a episodi e ha ricevuto un'accoglienza abbastanza tiepida, temo proprio che l'operazione non continuerà con altri film. Ciò detto, ultimamente Barker ha parlato della prossima uscita di un nuovo romanzo, quindi forse almeno una gioia ci sarà!

Di Britt Robertson, che interpreta Jenna, ho già parlato QUI.

Brannon Braga è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, è al suo primo lungometraggio. Anche produttore e attore, ha 55 anni.

Il racconto di Clive Barker era già stato trasformato in un altro film del 2009 intitolato Book of Blood, che non ho mai guardato ma che forse recupererò per curiosità. ENJOY!

giovedì 15 ottobre 2020

(Gio)WE, Bolla! del 15/10/2020

Buon giovedì a tutti! Onestamente mi fa tristezza continuare questa rubrica: i contagi aumentano, film in grado di farmi superare la paura del Covid non ne escono, il panorama distributivo italiano è una desolazione sconfinata. Teniamo duro tutti, soprattutto per amore della sala cinematografica, ma se non cambieranno le cose non so davvero cosa potrà succedere. ENJOY!

Divorzio a Las Vegas
Reazione a caldo: Ma perché?
Bolla, rifletti!: Solita commedia romantica all'italiana che tenta di inserirsi nel già sterminato universo delle commedie romantiche americane. Che due marroni si può dire? Per carità, questo sarà un capolavoro rispetto a... 


Lockdown all'italiana
Reazione a caldo: Vabbé.
Bolla, rifletti!: Questo film si è beccato già tanti di quegli strali online che non servo io ad aggiungerne altri. Dico solo che è poraccio già dal cast: Greggio? Memphis? E dai, su... 


Trash
Reazione a caldo: Diciamo che non viene aiutato?
Bolla, rifletti!: Magari è interessante. Magari è poetico. Magari è un bell'esempio di animazione italiana. Ma tanto, lo passano al pomeriggio, quindi... 

Resiste anche il cinema d'élite, per fortuna.

Imprevisti digitali
Reazione a caldo: Calzante!
Bolla, rifletti!: Commedia che prende in giro i vizi dell'era digitale presentando un terzetto di personaggi in guerra con tecnologie che non comprendono. Sembra divertente e molto carino, spero sempre che mi si liberino i weekend per riuscire ad andare! 

mercoledì 14 ottobre 2020

La signora ammazzatutti (1994)

Tornata dalle vacanze estive ero in totale astinenza da film e cercandone uno da poter vedere anche col Bolluomo ho scoperto, tra le "novità" su Amazon Prime, La signora ammazzatutti (Serial Mom), diretto e sceneggiato nel 1994 dal regista John Waters.


Trama: Beverly è una moglie e madre di famiglia perfetta, con un piccolissimo difetto: è completamente pazza e non conviene contraddirla o risultarle antipatici...


La signora ammazzatutti era uno dei film che più amavo guardare da ragazzina, prima ancora che arrivassi ad associare il nome di John Waters al trash estremo di opere come Pink Flamingos, giusto per citare la più famosa. Adoravo La signora ammazzatutti senza conoscerne il "papà", semplicemente perché c'era colei che fin da bambina avevo imparato ad amare senza riserve in virtù di capolavori visti e rivisti come All'inseguimento della pietra verde, Il tesoro del Nilo e La guerra dei Roses, la meravigliosa Kathleen Turner; abituata a vederla nei panni di donna giovane ed elegante, questa versione inedita di mamma killer già un po' avanti con gli anni mi intrigava mentre il film in sé era qualcosa che sfuggiva ad una comprensione totale. Al di là delle citazioni a serial killer quali Charles Manson e Ted Bundy e della parodia di serie e programmi USA basati sul true crime (tutte cose che all'epoca non avrei potuto cogliere), erano proprio le situazioni surreali mostrate nel film a suscitare in me sensazioni contrastanti, perché la vicenda de La signora ammazzatutti è improbabile ma non assurda e non c'è nessun giudizio negativo nei confronti di Beverly né verso la marea di freaks che la circondano, i figli in primis. Ero abituata a separare la commedia dall'horror/thriller e vedere un film che indulgeva nelle peggiori nefandezze ridendone a crepapelle, anzi, quasi facendo passare Beverly per il personaggio "savio" in un mondo di matti e maleducati assortiti, determinata a compiere i peggiori delitti per mantenere intatta la felicità della famiglia e del quartiere, era qualcosa che mi aveva colpita profondamente. Certo, c'era già stato Roba da matti ma quello era scemo e basta, qui invece c'era non solo una presa in giro della famiglia perfetta ma anche della società americana in generale, quella perbenista e provincialotta, che abita nei quartieri bene di una città come Baltimora.


La signora ammazzatutti, al secolo Beverly Sutphin, si fa paladina di questa perfezione disperatamente ricercata dalla classe medio-alta bianca, ma non esita a sporcarsi le mani e a mostrare, sotto la superficie patinata, la sua natura weird: adorabilmente pazza, Beverly indulge in letture "proibite", "osa" godere a letto urlando come se non ci fosse un domani (altro che mammina pancina), ama i film dell'orrore e si diverte un mondo a giustiziare tutti quelli che esibiscono comportamenti non consoni verso la sua famiglia, l'ambiente, la morale comune (le scarpe bianche dopo il Labor Day? Orrore!!!) ecc. Come conseguenza di ciò, i suoi famigliari arrivano sì a temerla, ma senza smettere di amarla, perché mammà fa tutto per mantenere l'armonia e pazienza se qualcuno ci rimette la vita, anzi, tanto meglio, in quanto con la pazzia di mamma arriva anche la tanto bramata celebrità alimentata dalla nostra natura di voyeur pervertiti, che adorano divorare storie turpi e possibilmente vere. Ecco la presa in giro di John Waters nei confronti dello stesso spettatore, che fin dall'inizio si trova davanti un film presentato come una storia realmente accaduta, giusto con i nomi cambiati, strutturato appunto come un lungo episodio dei true crime che vanno tanto di moda ora, completo di didascalie con luoghi, orari, giorni in cui viene consumata la follia omicida di Beverly, personaggio che divora la scena dall'inizio alla fine. Non che tutti i comprimari non siano esilaranti e simpatici, ma Kathleen Turner è semplicemente meravigliosa, col suo aspetto rassicurante e sorridente che cambia in un secondo, sostituito da lunghi e cupi musi infastiditi e, soprattutto, da un vocione che rovescia sulla vicina di casa i peggiori improperi senza battere ciglio: a dimostrazione di quanto gli adattamenti di un tempo fossero esilaranti (ancora ricordo quello di La morte ti fa bella), le telefonate di Beverly, tra "via passeggiata della fica" e "succhioni di salice", fanno ancora oggi morire dal ridere, ancor più dell'intero film. Che vi consiglio, ovviamente, di recuperare, tanto su Prime c'è soltanto doppiato e non potete sbagliare!


Di Kathleen Turner (Mamma), Sam Waterston (Papà) e Matthew Lillard (Chip) ho parlato ai rispettivi link.

John Waters è il regista e sceneggiatore della pellicola, inoltre è la voce originale di Ted Bundy. Americano, ha diretto film come Pink Flamingos, Polyester, Grasso è bello, Cry Baby, Pecker e A morte Hollywood. Anche attore e produttore, ha 74 anni.


Ricki Lake interpreta Misty. Americana, famosa conduttrice di talk show, ha partecipato a film come Grasso è bello, Una donna in carriera, Cry Baby, Buffy - L'ammazzavampiri, A morte Hollywood e Hairspray: Grasso è bello. Anche produttrice, ha 52 anni e un film in uscita.


Traci Lords (vero nome Nora Louise Kuzma) interpreta la ragazza di Carl. Americana, un tempo attrice porno, ha partecipato a film come Cry Baby, Blade, Zack & Miri - Amore a... primo sesso, Excision e a serie quali Highlander, I racconti della cripta, Melrose Place, Pappa e ciccia, Nash Bridges, Hercules, Una mamma per amica e Will & Grace. Anche produttrice, compositrice, regista e sceneggiatrice, ha 52 anni e un film in uscita.


Justin Whalin, che interpreta Scotty, è stato Andy Barclay ne La bambola assassina 3 mentre Suzanne Somers era la "bionda" di Una bionda per papà e la Chrissy di Tre cuori in affitto. Per il ruolo di Beverly era stato fatto il nome di Julie Andrews ma la prima scelta del regista era stata Susan Sarandon, scartata per le esorbitanti richieste di compenso. Niente da fare anche per Will Wheaton, surclassato durante i provini per il ruolo di Chip. ENJOY!

martedì 13 ottobre 2020

The Lie (2018)

Parliamo oggi del secondo film della serie Welcome to the Blumhouse, che potete trovare dal 6 ottobre su Amazon Prime Video, ovvero La bugia (The Lie), diretto e co-sceneggiato nel 2018 dalla regista Veena Sud.


Trama: Kayla, figlia di genitori separati, si reca a un ritiro di danza classica in macchina col padre. Durante il tragitto, i due incrociano un'amica di Kayla, diretta allo stesso ritiro, e le danno un passaggio ma durante una sosta imprevista la ragazza scompare...

Alla fine della visione di The Lie mi verrebbe da chiedere a Jason Blum se la sua intenzione è quella di coglionare il pubblico. Onestamente, non so come sia nato questo progetto Welcome to the Blumhouse ma, visto il titolo, mi verrebbe da pensare che i quattro film di cui è composta la serie dovrebbero essere una vetrina della famosissima casa di produzione. Tenendo a mente questo, passi Black Box che è un thriller con risvolti alla Black Mirror sottilmente inquietante, ma The Lie sembrerebbe quasi un fondo di magazzino. Dico "quasi" perché il cast, così come la regia, sono di primo livello e tutti i coinvolti, in primis Joey King e Peter Sarsgaard (che pare essersi trasformato in una versione giovane di Jack Nicholson, solo più calma), offrono interpretazioni assai valide, ma già parliamo di un remake di un film tedesco che probabilmente conoscono in quattro, e poi The Lie è quasi più un dramma familiare che un thriller, dove per "dramma familiare" intendo "trio di deficienti che meriterebbero di morire male, soprattutto la figlia". The Lie è infatti uno schiaffo alla suspension of disbelief necessaria ad accettare il 90% degli horror o thriller, perché va bene UNA scelta cretina che mette in moto tutta la trama, ma per assistere a un'ora e mezza di scelte cretine motivate da un attaccamento familiare che rasenta il patetico e spesso raggiunge ragguardevoli livelli Mulino Bianco, allora guardo uno slasher anni '80 dove l'ignoranza e l'intrattenimento la fanno da padrone.

I personaggi di The Lie, ahiloro, sono tutti mediamente odiosi, inizialmente di quell'"odiosità" tipica di personaggi codificati nel più banale dei modi: c'è la figlia adolescente in piena tempesta di disagio emotivo, il padre che all'età di quasi 50 anni ancora non ha smesso di fare il musicista bohemien, la madre che è ovviamente una donna in carriera esigentissima con la figlia e disgustata dall'ex marito. Insomma, ci sarebbe tutto quello che serve per una bella Muccinata a base di pianti e strilli finali, il problema è che nel mezzo serve inserire anche un po' di thriller psicologico, e ciò comporta trasformare tre personaggi già odiosi di per sé in tre creature per le quali non riuscire a provare neppure un po' di empatia, non davanti a un twist nel pre-finale che a me ha fatto l'effetto di un Nelson che punta il dito urlando "Haa-haa!" e soprattutto NON davanti a un finale in cui ho sperato che The Lie diventasse il peggiore dei torture porn con annessa possibilità di infilarsi un visore 3D e avere l'illusione di partecipare alla mattanza per sfogarsi un po'. Peccato, soprattutto peccato perché ogni qualvolta The Lie minaccia di diventare davvero angosciante entra a gamba tesa il momento "tristezza casalinga" che affloscia ogni cosa e non bastano le belle immagini, fatte di luce, neve, vetri e ambienti spaziosi dove è impossibile nascondere e nascondersi, per arrivare ad apprezzare il secondo Welcome to the Blumhouse. Punto tutto sui prossimi due, che dovrebbero uscire proprio oggi, sperando di non rimanere delusissima da un'operazione che aspettavo con ansia. 

Di Peter Sarsgaard (Jay) ho già parlato QUI mentre Joey King (Kayla) la trovate QUA.

Veena Sud è la regista e co-sceneggiatrice del film. Canadese, ha diretto un altro lungometraggio, The Salton Sea. Anche produttrice, ha 53 anni.

The Lie è il remake di un film tedesco del 2015 inedito in Italia, We Monsters. Se il film vi fosse piaciuto recuperatelo, altrimenti anche no! ENJOY!

domenica 11 ottobre 2020

Black Box (2020)

Il sei ottobre sono usciti su Amazon Prime i primi due film della serie Welcome to the Blumhouse e ovviamente non potevo esimermi dal guardarli! Il primo è stato Black Box, diretto e co-sceneggiato dal regista Emmanuel Osei-Kuffour.

Trama: dopo un terribile incidente in cui la moglie ha perso la vita, Nolan non ha più ricordi e fatica ad avere una vita normale per lui e per la figlioletta Ava. Disperato, chiede aiuto alla dottoressa Lillian, ma qualcosa continua ad essere terribilmente sbagliato...

Piccolo disclaimer per tutti quelli che si accingeranno a guardare i due originali Blumhouse su Amazon Prime Video: non aspettatevi un horror da non dormire la notte, anzi, non aspettatevi un horror, almeno per quanto riguarda il film in esame. Black Box si pone più sulla falsa riga di un episodio di Black Mirror, e si appoggia a un concetto di tecnologia utile e futuristica ma foriera di incubi se messa nelle mani sbagliate e racconta di un uomo che, dopo un incidente in cui è morta la moglie, si ritrova senza alcun ricordo della sua vita precedente. La sceneggiatura di Black Box si impegna molto a sottolineare il disagio legato a questa mancanza di ricordi, unita all'orrore di vedere la propria mente sempre più labile e slegata dalla realtà, e ci presenta un uomo "normale" costretto a fare fronte, in solitudine, all'inevitabile distacco verso una figlia "estranea" che, poverella, si adopera in ogni modo per aiutare papà, finendo vittima di un dolore enorme quando quest'ultimo dimentica cose fondamentali per una bimba matura ma ancora piccolina. Quel che è peggio è che il protagonista è piagato da orribili visioni di una creatura senza volto e disarticolata che ogni volta tenta di inserirsi nei suoi ricordi impedendogli di afferrare quelli fondamentali, soprattutto quando subentrano le terapie della dottoressa Lillian, che mescolano l'ipnosi alla realtà virtuale, terapie che, invece di rendere Nolan integro e consapevole, lo spingono ancor più alla confusione e al terrore di perdere ciò che resta della sua esistenza. E più non dimandate, perché se è vero che un paio di colpi di scena sono intuibilissimi per uno spettatore mediamente scafato, è comunque vero che il gusto della sorpresa rende Black Box più interessante. 


Per quanto riguarda la realizzazione, l'unico aggettivo con cui posso definire la regia è "pulita". Emmanuel Osei-Kuffour, al suo primo lungometraggio, non si perde in troppi fronzoli e realizza un film fatto di immagini chiare e luminose, con alcune inevitabili concessioni a qualcosa di più onirico, com'è ovvio per una pellicola che prevede una parziale esplorazione della mente umana, ma senza esagerare: il passaggio tra ricordi e realtà, per esempio, è sempre chiaro e netto e se non fosse per volti cancellati e creature che ricordano l'uomo storto di The Conjuring non ci sarebbe molta differenza tra ricordi e presente. E' palese inoltre l'omaggio a uno dei film di punta della casa di produzione, Get Out, a cui si rimanda non solo grazie al cast all-black ma anche per alcune sequenze di ipnosi che ricordano tantissimo il capolavoro di Jordan Peele e che, neanche a dirlo, mi hanno fatto venire voglia di riguardarlo. Nulla da dire sul cast, composto quasi tutto da facce per me nuove che non mi hanno particolarmente entusiasmata se devo essere sincera, salvo per il meraviglioso zappino della piccola Amanda Christine, che avrebbe fatto faville nel cast di Otto sotto un tetto o Tutto in famiglia con quel suo modo di fare tra il petulante e il tenerissimo, che verso il finale è in grado di spezzare il cuore a un sasso. A dirla tutta, come potenziale vetrina della Blumhouse Black Box non è un film fenomenale o indimenticabile, ma si lascia guardare. Sono curiosa di vedere come saranno i prossimi! 

Emmanuel Osei-Kuffour è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, è al suo primo lungometraggio. E' anche produttore e attore.

Mamoudou Athie interpreta Nolan. Mauritano, ha partecipato a film come The Circle e Underwater. Anche produttore, ha 32 anni e un film in uscita. 

Phylicia Rashad interpreta Lillian. Famosa per il ruolo di Claire nella sit-com I Robinson, ha partecipato a film come Buon compleanno Topolino!, Creed - Nato per combattere, Creed 2 ad altre serie quali Santa Barbara, Love Boat, Blossom e Cosby; come doppiatrice ha lavorato in Tartarughe ninja alla riscossa e The Cleveland Show. Anche produttrice, ha 72 anni e due film in uscita tra cui Soul



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