venerdì 10 dicembre 2021

An Unquiet Grave (2020)

Proseguendo coi recuperi della Summer of Chills di Shudder sono arrivata a An Unquiet Grave, diretto e co-sceneggiato dal regista Terence Krey.


Trama: dopo la morte della moglie, un uomo convince la sorella gemella di lei a tentare uno strano rito per riportarla in vita...


An Unquiet Grave
è uno di quei film che, pur essendo incredibilmente brevi, su di me hanno lo stesso effetto di un mattone di tre ore. Per dire, non mi vedrete MAI guardare un film mentre gioco col cellulare o controllo Facebook, al limite se proprio arrivano 700 messaggi su Whatsapp metto in pausa e controllo chi diamine è morto, ma modi per distrarsi ce ne sono sempre, eh: per esempio, guardando An Unquiet Grave ho pensato per buona parte della sua breve durata ad almeno una mezza dozzina di soggetti per eventuali disegni da realizzare e a come organizzare il weekend. Mi è dispiaciuta questa cosa, sono sincera, anche perché il film di Terence Krey aveva tutte le carte in regola per potermi piacere e l'assunto iniziale, con l'alone di mistero che circonda le scelte del protagonista e il suo comportamento in seguito al rito, non erano affatto male. Purtroppo, una trama come quella di An Unquiet Grave dal mio punto di vista va sviluppata o con un corto/puntata di una serie TV antologica, così da colpire lo spettatore spiazzandolo con rivelazioni continue e una rapida risoluzione, oppure, se l'intenzione era quella di trattare l'elaborazione del lutto, aumentare la durata dell'opera permettendo al pubblico di entrare in sintonia con Jamie ed Ava, due personaggi che, nonostante l'abbondante quantità di dialoghi, faticano ad acquistare tridimensionalità.


Così sembra che Terence Krey (coadiuvato dall'attrice che interpreta Ava, anche co-sceneggiatrice) non sia stato in grado di gestire il tempo a sua disposizione; ci sono momenti dilatati a dismisura, come quello della dissepoltura finale o l'interesse morboso di Ava per la ferita al braccio, altri che lasciano invece perplessi per la faciloneria e facilità con cui avvengono, mi viene in mente proprio la natura "unquiet" della tomba del titolo, per non parlare del modo in cui vengono eseguiti i due riti cardine della pellicola, nel secondo dei quali un personaggio scompare senza motivo plausibile, quasi come se dopo un'introduzione lentissima Krey avesse dovuto pigiare sull'acceleratore per concludere il film. Il risultato è che, in questo modo, non solo An Unquiet Grave non fa paura (ormai all'horror non lo chiedo quasi nemmeno più) ma veicola anche riflessioni troppo superficiali per riuscire a rimanere impresso e crearsi una nicchia all'interno di pellicole indie ben più interessanti. Peccato, perché gli effetti speciali del corpo nascosto nella tomba non sono per niente male e anche Christine Nyman offre una bella interpretazione, quindi a mio avviso ci voleva davvero pochissimo per realizzare un film che non avrei esitato a consigliare. In questo modo, posso solo dirvi di dedicarvi a pellicole più interessanti. 

Terence Krey è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, ha 35 anni.


Sia Christine Nyman (anche co-sceneggiatrice del film) che Jacob A. Ware hanno partecipato alla web serie Graves, creata proprio da Terence Krey. Se il film vi fosse piaciuto recuperate Cimitero vivente. ENJOY!

mercoledì 8 dicembre 2021

Knife+Heart (2018)

Sempre approfittando del dono di Alessandra, ho recuperato su Mubi anche Knife+Heart (Un couteau dans le coeur), diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Yann Gonzalez.


Trama: nella Parigi degli anni '70 un killer comincia ad uccidere i collaboratori di una produttrice di film porno gay e quest'ultima decide di indagare...

Knife + Heart è uno di quei film che, a consigliarlo a scatola chiusa, si rischia di venire presi per pervertiti, quindi vi do un piccolo avvertimento prima di cominciare a parlarne un po': se avete patito anche solo vagamente la visione di Cruising, oppure non sapete neppure di cosa sto parlando ma non morite dalla voglia di guardare un film con una fortissima tematica omosessuale, ambientato nel mondo del porno e pieno di sequenze più o meno esplicite di sesso tra uomini, buttatevi su qualcosa di più "tranquillo", che so, una commedia di Natale su La5, visto il periodo. Per chi invece non ha problemi, Knife + Heart è un sentito omaggio al giallo all'italiana, quello un po' morbosetto che, per l'appunto, infilava chiappe e sise ignudi più o meno senza un perché tra una mattanza e l'altra, perdendo talvolta di vista la coerenza della trama e sconfinando nei territori del sovrannaturale lasciando lo spettatore con un palmo di naso. Il film di Yann Gonzalez è esattamente così. Comincia come il più classico dei gialli, con un assassino mascherato e dotato di un'arma bianca decisamente impropria, impegnato a fare scempio di un poveretto e da lì si collega al lavoro della produttrice di porno gay Anne (ispirata a una produttrice di film porno realmente esistita, Anne-Marie Tensi), donna alcoolizzata e distrutta dalla fine della storia d'amore con la collega Lois. Anne ha dei poteri psichici che le consentono di avere sogni (o meglio, incubi) premonitori e che esorcizza trasformandoli in porno, così come tutto ciò che di marcio o triste la circonda, e ciò rende lei e la sua troupe il bersaglio privilegiato dell'assassino, per motivi che saranno chiariti solo alla fine con tutte le ovvie sbavature e sospensioni dell'incredulità tipiche di questo genere di film. 


Naturalmente, non è solo la trama ad emanare odore di Giallo anni '70. Tutte le scelte di regia e montaggio, oltre a riprendere, nelle sequenze dedicate, la qualità kitsch e un po' amatoriale ma coloratissima del porno dell'epoca, ricostruiscono lo stile di cui erano maestri Argento, Bava, Fulci e gli altri autori minori; c'è una predilezione per le strade buie e abbandonate, le notti di tempesta, i luoghi isolati ed apparentemente sicuri dove l'assassino può sorprendere le vittime senza farsi vedere (se non dal pubblico), gli sprazzi di luce blu o rossa che illuminano volti terrorizzati, i dettagli weird che caratterizzano non solo il killer ma anche protagonisti e comprimari, le scene di raccordo che servono solo a creare un senso di straniamento nello spettatore perché cozzano completamente con l'idea di "realismo" portata avanti fino a quel momento (vedi l'incontro di Anne con la venditrice di uccelli, surreale quanto i titoli di coda). E poi, ovviamente, c'è la colonna sonora del gruppo M83, ipnotica e particolarissima, che concorre a rendere ancora più particolari e "d'epoca" le atmosfere di Knife+Heart, e c'è anche la bella interpretazione di una rovinatissima Vanessa Paradis, impegnata a dare vita a un personaggio per molti versi deprecabile ma anche degno di umana pietà, le cui disavventure di sicuro contribuiscono ad alimentare l'interesse dello spettatore per l'intera vicenda. Come ho detto, Knife+Heart non è un film per tutti, assolutamente, ma se le operazioni un po' vintage vi interessano, i gialli d'epoca vi appassionano o avete semplicemente voglia di vedere una pellicola particolare, io fossi in voi una chance gliela darei.

Yann Gonzalez è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Francese, ha diretto un altro lungometraggio, You and the Night, e una serie di corti. Anche produttore e attore, ha 44 anni.


Vanessa Paradis
interpreta Anne Parèze. Francese, la ricordo per film come La ragazza sul ponte e Yoga Hosers. Anche cantante e compositrice, ha 49 anni. 




martedì 7 dicembre 2021

The Feast (2021)

Da qualche tempo mi spuntava su Letterboxd, quindi ho deciso di guardare The Feast (Gwledd), diretto dal regista Lee Haven Jones


Trama: una cena in famiglia si trasforma in un incubo nel momento in cui oscuri segreti vengono a galla...


Piccolissimo disclaimer: se odiate i film lenti, anzi, lentissimi, e site privi della pazienza necessaria a godervi il banchetto del titolo inglese, evitate pure di cominciare la visione di The Feast. Nel caso vi piacesse parecchio Lanthimos, invece, non titubate perché questo piccolissimo horror inglese deve davvero molto all'Autore greco, non tanto per la trama ma per l'incredibile rigore formale della messa in scena, una perfezione resa tremolante da tutta una serie di tocchi weird che fanno lo stesso effetto di quel fastidio ai denti che non possiamo fare a meno di toccare con la lingua; magari non è una carie, magari non fa male, ma ci rovina comunque un po' la giornata e, sì, ci preoccupa. Ecco, la prima parte di The Feast, film diviso in atti che, tra parentesi, ci vengono incontro sottolineando le parti di dialogo a cui converrebbe stare attenti, è tutta così e ricorda anche un po' la fotografia e la messa in scena asettica del Funny Games originale. Assistiamo infatti, per buona parte del film, alla preparazione di una cena importante tenuta dalla famiglia di un membro del parlamento inglese nella sua villa di campagna nel Galles (il film è interamente parlato in gallese - non gaelico) e, tra un preparativo e l'altro, capiamo che la famiglia del dignitario è oltre il disfunzionale; tra un figlio in rehab, un altro dotato di un'insana passione per il triathlon e il proprio corpo nudo, una moglie ansiosa di dimenticare (e far dimenticare) la sua natura di "campagnola" e un marito dal nome e dalla professione ingombranti, c'è tantissima polvere da sparo in procinto di esplodere. La miccia, paradossalmente, è la cameriera Cadi, che dirà due parole in tutto il film ma compensa con azioni apparentemente senza senso che si riveleranno in tutta la loro lucida follia un quarto d'ora prima della fine di The Feast.


Come dicevo, ci vuole tanta pazienza nel guardare The Feast, e moltissima attenzione ad immagini e soprattutto dialoghi, perché tutto ciò che capiterà alla famiglia protagonista è legato non solo alla loro situazione contingente di ricchi "sfruttatori terrieri" ma anche alle leggende del territorio, a una natura violata, alla volontà di dimenticare un passato povero e squallido, rinnegando le proprie radici nel modo più vile possibile. Gli amanti dello splatter e del gore, però, verranno ampiamente ripagati. The Feast contiene alcune delle scene più genuinamente disgustose del 2021, roba da far impallidire quella splatterata a propulsione eterna di The Sadness; anzi, in realtà c'è una sequenza in particolare dove non si vede una goccia di sangue ma quello che viene suggerito, tra le urla di dolore, è mille volte peggio di quello che viene mostrato prima e dopo, il che è un bell'insegnamento per chiunque voglia fare dell'horror serio. Molto interessante, e perfetta per il tema portante del film, la scelta di utilizzare una lingua insolita come il gallese, inoltre anche gli attori coinvolti sono molto bravi: Annes Elwy, con i suoi lineamenti delicati e l'espressione distaccata, mette ansia già alla sua prima apparizione e i due figli della coppia, in particolare Gweirydd, hanno proprio il physique du rol perfetto per un thriller horror psicologico scandinavo o greco, e per un pubblico abituato ai volti belli ma tutti uguali dell'horror USA o britannico l'effetto straniante risulta ancora più accentuato. Adesso, non vi resta altro che mettervi alla ricerca di The Feast, prima che arrivino le vacanze di Natale e passi la voglia di angoscia!    

Lee Haven Jones è il regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Inglese, ha diretto episodi di serie quali Doctor Who ed è anche attore e produttore.


Annes Elwy
, che interpreta Cadi, era la Beth March della recente versione televisiva di Piccole Donne. Ciò detto, se The Feast vi fosse piaciuto consiglio il recupero di Dogtooth o Il sacrificio del cervo sacro. ENJOY!

lunedì 6 dicembre 2021

Il Bollodromo #81: Lupin III - Parte 6 - Episodio 8

Quest'anno Natale è arrivato in anticipo, almeno per noi fan di Jigen, perché l'ultimo episodio di Lupin III - Part 6, ラスト・ブレット (Last Bullet) è stato davvero un trionfo!


Tutto comincia con uno dei soliti, adorabili flashback (nel flashback, visto che l'intera puntata è ambientata qualche tempo prima dell'inizio della sesta serie) che vedono Jigen alle prese con qualche sicario particolarmente insidioso, nella fattispecie tale Blood Roark, il quale viene fatto fuori senza troppi problemi nonostante ce ne sia uno particolarmente grosso: il vecchio revolver di Jigen, infatti, a quanto pare non può più sparare proiettili Magnum ma solo .38 special, viceversa rischierebbe di distruggersi. Lasciamo un secondo Jigen a perplimersi davanti all'annosa questione e passiamo al lavoro di sorveglianza che Lupin sta portando avanti con Lily, iscritta in un college scozzese. La bionda pargoletta è pesantemente concupita dal compagno Kenny il quale, durante una gita, si ingegna a salvarla da un rapimento prima che Lupin (col falso nome di Papà Gambalunga!) possa mettere fuori gioco il rapitore en travesti.


Tant'è, ovviamente Holmes, bloccato a casa con una gamba rotta, si preoccupa dei maledetti sicari della Raven pronti a rapire/fare fuori Lily e, con sommo scorno di Kenny, organizza il rimpatrio della ragazza sotto l'occhio attento di due agenti di Scotland Yard. Neanche a dirlo, i due piedipiatti vengono subito messi fuori combattimento da due sicari della Raven, che fingendosi poliziotti rapiscono nuovamente Lily e riuscirebbero anche nell'impresa di ucciderla... non fosse che Jigen è stato messo da Lupin a fare il cecchino da lungi e ogni velleità dei due scompare. Recuperata Lily, l'adorato pistolero scopre che a fare da rinforzo ai due finti poliziotti c'è nientemeno che un Blood Roark sopravvissuto alla sparatoria, il che costringe Jigen a una precipitosa fuga in auto. Piccola riflessione: l'intera puntata è il trionfo della badassitudine di Jigen, un uomo in grado di fungere da miglior cecchino del mondo, pilota provetto, in grado di eliminare da solo dozzine di sicari e finti poliziotti, il tutto MENTRE spiega a Lily la filosofia di vita del gunman, un uomo che vive per il pericolo nonostante la paura e che non si tira indietro di fronte a nulla. SE la fanciulla fosse maggiorenne, sicuramente non potrebbe fare a meno di saltargli addosso (io lo farei, ovviamente, usando violenza al povero Jigen). SE la fanciulla, tra l'altro, fosse tale e non invece il piccolo Kenny, travestito da Lily e utilizzato da Lupin e Jigen come esca per fare arrivare la vera figlia di Watson sana e salva a Londra, da Holmes.


Kenny si limita ad eleggere, giustamente, Jigen a modello di vita e quest'ultimo lo ringrazia fornendogli l'ennesima prova della sua leggendaria badassitudine: in barba ai divieti, messo alle strette, carica il revolver col "rasto buretto" del titolo nipponico e, rimettendoci la mano, uccide Blood Roark (morto con proiettile e canna della pistola nel petto dopo aver dato mostra di una mira a dir poco pietosa, quindi ben gli sta) sacrificando l'adorato compagno di mille battaglie ma uscendone ovviamente vivo, invitto e figo come pochi. Tutto è bene quel che finisce bene, comunque: un armaiolo di Marsiglia gli procura, sul finale, un nuovo revolver capace di sostenere la potenza dei proiettili Magnum e il piccolo Kenny, colpito dall'aura di Jigen, si prepara a crescere per diventare un gunman figo quanto lui. Auguri, caro Kenny, credo sarà un desiderio impossibile da realizzare! Così come sarà impossibile che venga esaudita la mia speranza di vedere presto un episodio altrettanto entusiasmante, visto che la settimana prossima torneranno gli stramaledetti filler con un Lupin meets One Piece che già mi mette i brividi.... AHRRR! Shiver me timbers!!!


Ecco le altre puntate di Lupin III - Parte 6:

domenica 5 dicembre 2021

Encanto (2021)

Che Natale sarebbe senza Disney (o meglio, che dicembre)? Per evitare di rispondere a questa domanda sono andata a vedere Encanto, diretto e co-sceneggiato dai registi Jared Bush, Byron Howard e Charise Castro Smith.


Trama: nella famiglia Madrigal, Mirabel è l'unica a non aver mai dato mostra di possedere un "talento" magico. Ma quando la magia minaccia di scomparire dalla famiglia, la ragazza è l'unica a mettersi alla ricerca di un modo per salvarla...


Encanto
è un altro classico Disney il cui cuore risiede nella celebrazione della diversità e nella capacità delle persone comuni di brillare come delle stelle. La protagonista, Mirabel, è infatti l'unica persona priva di poteri all'interno di una famiglia graziata da un miracolo che li protegge dal giorno in cui la matriarca, Alma, è scampata alla morte assieme ai suoi tre figli e ha fondato il paese colombiano di Encanto, protetto dalle montagne e dalla magia; ogni membro della famiglia Madrigal, raggiunta una certa età, riceve in dono un talento in grado di apportare benefici al popolo e ai suoi familiari e si guadagna una favolosa stanza tutta per sé all'interno della magione senziente dei Madrigal, ma ciò non è successo a Mirabel, che è così stata trattata per tutta la vita come una reietta e un fallimento. Da che mondo è mondo, si sa, la magia va nutrita. Soprattutto, va nutrita la fonte del potere; se la magia nasce dall'amore e dal desiderio di proteggere e tenere unita la propria famiglia, dimenticarsi di quello stesso amore confondendo un potere guadagnato con qualcosa di dovuto ed immutabile significa, ovviamente, esaurirlo nel modo peggiore e senza possibilità di ritorno. In Encanto viene quindi sottolineato più volte come tutte le abilità favolose del mondo non possono compensare l'empatia verso gli altri, la fiducia, l'amore verso chi è apparentemente più "sfortunato", il coraggio di cambiare e affrontare sfide sempre nuove, e il film condanna anche quell'aspetto della società che vorrebbe tutti perfetti, immutabili e, soprattutto, indistruttibili, ché mostrare di essere umani e fallaci è il peggiore dei peccati, subito dopo il non avere successo nella vita, ça va sans dire


Facile, certo, che il messaggio profondo di Encanto si perda un po' in mezzo alla vivacissima colonna sonora di Lin-Manuel Miranda e Germaine Franco, la quale trasforma l'ultimo film Disney in un allegro e coloratissimo musical con tanto di coreografie "importanti": l'introduzione che fa Mirabel dell'intera famiglia con, appunto, la Famiglia Madrigal è a dir poco geniale ma preparatevi alla delizia di (ri)vedere Hercules e testimoniare l'esistenza di asini glitterati con la canzone che svela i sentimenti della forzuta Luisa e a sculettare senza ritegno con la carinissima We don't Talk About Bruno (povero Bruno), a mio avviso le punte di diamante della colonna sonora. Meno incisive, perché più legate a una tradizione disneyana di fanciulle in pena, ma comunque importanti, sono What Else I Can Do? (mi perdonino i realizzatori ma molti elementi di questo numero musicale ricordavano troppo il momento Let it Go di Frozen per non fare arricciare il naso) e Waiting on a Miracle, ma la voglia di ballare e di essere rapito dalla musica rischia di non abbandonare lo spettatore neppure durante i titoli di coda. Quanto alle animazioni, Encanto è davvero incantevole, soprattutto per quanto riguarda i già citati colori, la fantasia con cui è stata realizzata "Casita" e tutte le meravigliose stanze che i membri della famiglia Madrigal ci consentono di vedere (vivere in una qualsiasi di esse sarebbe meraviglioso!), e anche il character design dei vari personaggi è delizioso; un plauso, inoltre, per aver inserito a tradimento una delle scene di morte, per quanto fuori dall'inquadratura, più realistiche e drammatiche della storia Disney recente. Ho avuto il magone, ma ovviamente mai come davanti al corto che precede Encanto, Fuori dal bosco, che in 5 minuti racconta una parabola del rapporto tra genitori e figli e di come si possa diventare persone migliori anche a fronte di modelli non proprio positivi, in maniera esemplare. Anche per questo, vi direi di non perdere Encanto; non sarà un capolavoro come altri classici della malvagia Casa del Topo, ma è sicuramente una visione gradevolissima!


Del regista e co-sceneggiatore Byron Howard ho parlato QUI. John Leguizamo (voce originale di Bruno) e Alan Tudyk (Tucano) li trovate invece ai rispettivi link.

Jared Bush è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha co-diretto anche Zootropolis. Anche produttore e doppiatore, ha 47 anni.


Charise Castro Smith
è la co-regista e co-sceneggiatrice della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americana, è anche produttrice e attrice. 


Se Encanto vi fosse piaciuto recuperate Oceania, Coco, Lilo e Stitch, Frozen e Frozen II - Il segreto di Arendelle. ENJOY!

venerdì 3 dicembre 2021

The Sadness (2021)

All'ultimo ToHorror, così come in molti altri festival sparsi per il mondo, ha fatto capolino The Sadness (Kū bēi), diretto e sceneggiato dal regista Rob Jabbaz e, vista la fama che lo ha preceduto, ero molto curiosa di vederlo...


Trama: un virus diffuso per tutta Taiwan muta improvvisamente, trasformando coloro che lo contraggono in maniaci assetati di sangue.


A naso, direi che è passata ormai una decina di anni dalla prima uscita italiana della serie Crossed. Per chi non la conoscesse, Crossed è una serie a fumetti creata, nel suo nucleo principale, da Garth Ennis e Jacen Burrows, e che poi si è espansa fino a diventare un fenomeno multimediale, generando persino dei webcomics. Quello che a voi interessa, se non la conoscete, non è tanto la sua storia editoriale, quanto piuttosto la trama: un virus si diffonde per tutto il mondo, trasformando coloro che lo contraggono in maniaci assetati di sangue, ben riconoscibili non solo dal violento desiderio di uccidere, mutilare e violentare, ma anche da una piaga a forma di croce che compare sui volti degli infetti. Ora, a parte la croce sul viso, se scrollate un po' più su e confrontate le trame di Crossed e The Sadness, immagino potrete trovare parecchie somiglianze, e aggiungo inoltre che in entrambe le opere c'è ovviamente gente sana che cerca di sopravvivere fisicamente e mentalmente. Siccome il primo nucleo di Crossed non è stato realizzato da novellini imbecilli, bensì da due delle più grandi firme del panorama del fumetto mondiale, nonostante la sovrabbondanza di violenza e dettagli disgustosi la lettura era piacevole ed interessante, anche grazie a un'ottima caratterizzazione degli umani superstiti, e ad ogni pagina la tensione per il destino di questi ultimi cresceva di pari passo con un senso di disperazione ineluttabile, ché tanto si sapeva avrebbero fatto tutti un'orribile fine. Anzi, ricordo che a un certo punto mi ero persino messa a piangere. Ciò non è accaduto, ovviamente, con i vari spin-off, che in pratica si limitavano ad ammonticchiare una sequenza disgustosa dietro l'altra, alzando ogni volta l'asticella dello schifo che si poteva mettere su carta, facendomi arrivare al punto da provare vergogna all'idea che qualcuno potesse "scoprire" cosa stavo leggendo. Ecco, tutto questo giro attorno al mondo per dirvi che The Sadness è la versione taiwanese di uno spin-off di Crossed e mi ha dato le stesse sensazioni, accompagnate dalla voglia di sciacquarmi il cervello subito dopo la visione. 


Badate bene, signori che, leggendo questo post, rischiate di farvi saltare la mosca al naso e accusarmi di vilipendio all'horror "più coraggioso e scorretto dell'anno". Io non dico che The Sadness fa schifo, perché sono ben consapevole che piacerà tantissimo a chi ama un certo tipo di horror; non gli manca nulla in questo senso, in quanto è zeppo di sangue, violenza, tensione, sequenze da strapparsi gli occhi ed effetti speciali molto ma molto gore. Ma posso dire senza timore di venire smentita che A ME The Sadness ha fatto schifo, in quanto è uno di quegli horror che non solo non mi comunica nulla (c'è un richiamo ovvio al Covid, una blanda critica al governo, un tentativo di sottolineare come di base tutti gli uomini siano propensi a fare male al prossimo, ma è robetta che si perde, perché evidentemente poco importante agli occhi dei realizzatori) ma dopo dieci minuti mi rompe anche le scatole, mi anestetizza, letteralmente, ed è onestamente la cosa che mi fa più orrore di tutte farmi scivolare addosso immagini così schifose, trattate alla stregua di una lista della spesa: cannibalismo? Check! Violenza sessuale? Check! Gang Bang in mezzo al sangue? Gesù, checck!! Guarda, dobbiamo ancora spuntare i bambini, poi abbiamo finito. A proposito della violenza sessuale. Era la cosa che, al pari di Lucia, temevo più di tutte e mi ha dato più fastidio il modo in cui ci si arriva piuttosto che le scene in sé. E' come se Rob Jabbaz volesse picchiare proprio lì, e come un bambino che non ha il coraggio di chiedere direttamente ai suoi genitori di portarlo al luna park, comincia a girarci intorno. La violenza sessuale, il desiderio di scopare qualunque cosa abbia un buco, la frustrazione dell'uomo che non riesce a prenderne, comincia a venire nominata a parole dopo dieci minuti di film, si incarna nella figura del vecchio laido e delle molestie verbali subite dalla protagonista, continua a venire nominata e "anticipata", finché, com'è ovvio, deflagra nel modo peggiore; di conseguenza, l'effetto ottenuto su di me è stato quello di farmi scrollare le spalle e mettere l'ennesimo, annoiato check su quella che, evidentemente, è stata ritenuta la sequenza clou di un film che si limita a saturare lo spettatore dandogli di gomito. Che anguscia, gente. Ridatemi quei begli horror in cui "non succede niente", grazie. 

Rob Jabbaz è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Canadese, è anche produttore, animatore e doppiatore.




mercoledì 1 dicembre 2021

The Manor (2021)

Ero partita con le migliori intenzioni ma, visto il disastro che sono stati primi due film della seconda serie dei Welcome to the Blumhouse, mi sono volutamente arenata e per questo parlo solo ora di The Manor, film diretto e sceneggiato dalla regista Axelle Carolyn che potete trovare su Amazon Prime Video.


Trama: dopo un lieve ictus, l'ex ballerina Judith decide di farsi ricoverare in una clinica per anziani, onde non gravare troppo sulla famiglia. Purtroppo, la clinica nasconde orribili segreti...


L'aveva detto Lucia che The Manor era l'unico film degno di nota all'interno dei Welcome to the Blumhouse di quest'anno. Devo ancora guardare Madres e onestamente, vista la marea di film interessanti già usciti o di prossima uscita su Netflix e Prime non penso riuscirò a farlo tanto presto, ma intanto parliamo un po' di The Manor. La pellicola scritta e diretta da Axelle Carolyn è una visione gradevolissima, che sfrutta i cliché di un certo genere di horror a base di manieri infestati e conseguente paranoia da gente che sa ma "non dice" per riflettere su un orrore più tangibile che la maggior parte di noi, prima o poi, dovrà affrontare, ovvero la vecchiaia. La protagonista di The Manor è una bellissima settantenne dal fulgido passato di ballerina, che in effetti è riuscita ad arrivare fino a quell'età comunque in forma, benedetta dalla presenza di un nipote che la adora e da un cervello funzionante ed acuto; un giorno, Judith ha un lieve ictus e, temendo di diventare un peso per la figlia e il nipote, decide di sua sponte di ricoverarsi in una clinica per anziani dove potrà venire seguita nel caso la sua malattia peggiorasse. L'orrore, per Judith, comincia prima ancora che l'elemento sovrannaturale faccia capolino all'interno del film. Si concretizza in un luogo dove la libertà dei degenti è comunque limitata, dove ad ogni segno di disagio fisico o mentale l'unica risposta è la somministrazione di medicinali, dove la solitudine e la tristezza sono palpabili e ineluttabili, perché anche il nipote che promette alla nonna di andarla a trovare tutti i giorni rischia, col tempo, di far diventare le sue visite sempre più sporadiche. Al desiderio legittimo di non diventare un peso subentrano così il rimpianto per un passato che non tornerà più e, soprattutto, il terrore di diventare inutili e dimenticati.


Il pericolo sovrannaturale che andrà a funestare le notti di Judith e degli altri ospiti della struttura affonda le radici proprio in questo terrore e, ovviamente, sfrutta la considerazione generale che la maggior parte delle persone ha degli anziani; al di là del personale compiacente e della necessaria quota di personaggi malvagi e/o ambigui, basta la parola di un dottore per mettere in dubbio il senno di una persona che ha vissuto con noi per decenni e che ormai è "vecchia", quindi per estensione debole, lamentosa e inaffidabile. All'inquietudine data dall'indubbia atmosfera paranoica creata dalla sceneggiatura di Axelle Carolyn, si aggiunge soprattutto la dignitosa bellezza di Barbara Hershey, che interpreta una meravigliosa donna combattiva ma anche fragile, capace di spezzare il cuore; vederla passare da nonna sprint e amante dell'horror a scricciolo spaventato mette una tristezza infinita e non si fa fatica ad immaginare un simile decadimento fisico e psicologico per chiunque, all'interno degli ospizi, si ritrovi a perdere la fiducia in se stesso e la voglia di vivere. L'unica cosa di The Manor che non ho granché apprezzato è il finale. Benché rientri in quella categoria di finali un po' cupi e un po' beffardi che adoro, mi è sembrato poco coerente con tutto quello che si era visto fino a quell'istante, e avrei preferito un'altra conclusione, per quanto triste. Ma è un piccolo dettaglio, davvero, perché The Manor, anche se non è un capolavoro, merita comunque una visione.  


Della regista e sceneggiatrice Axelle Carolyn ho già parlato QUI. Barbara Hershey (Judith) e Bruce Davison (Roland) li trovate ai rispettivi link.

 

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