venerdì 1 luglio 2022

Black Phone (2022)

Questa settimana, nel dubbio, ho fatto doppietta. Prima Elvis e poi Black Phone (The Black Phone), diretto e co-sceneggiato dal regista Scott Derrickson a partire dal racconto Il telefono nero di Joe Hill, contenuto nella raccolta Ghosts


Trama: il piccolo Finney finisce nelle grinfie del Rapace, un maniaco che rapisce e uccide i bambini. Nella sua disperata lotta per la fuga, troverà inaspettati alleati...


Il dubbio che mi ha accompagnata alla fine della rilettura de Il telefono nero, avvenuta poche settimane fa, è stato "Come hanno fatto a trarre un intero film da qui?". Il racconto di Joe Hill è, in effetti, una cosina breve e molto basica, che comincia nel momento esatto in cui il protagonista, Finney, viene rapito e si conclude dopo pochi giorni di permanenza nel seminterrato del suo aguzzino. Quest'ultimo non è particolarmente connotato a livello descrittivo o motivazionale, si dice solo che è grasso e che "non vorrebbe fare del male a nessuno", e lo stesso Finney viene lasciato molto all'immaginazione del lettore, al quale vengono fornite poche informazioni per quanto riguarda la famiglia, i passatempi e l'aspetto del piccolo. Questo perché il fulcro della storia è il telefono nero del titolo, che rende il racconto una rapida ed inquietante ghost story imperniata su una giusta vendetta postuma, non tra le più memorabili che ho letto, ma comunque gradevole. Gli stessi due aggettivi potrebbero valere per il film di Derrickson, il quale, assieme al fido C. Robert Cargill, trasforma Il telefono nero in un'opera ben più Kinghiana di quanto fosse in origine quella del figlio del Re. La cittadina portata sullo schermo da Derrickson sembra popolata solo da bambini o ragazzi impegnati nelle loro terrificanti battaglie personali, lasciati soli da insegnanti poco attenti e, soprattutto, da genitori completamente assenti, persi in demoni fatti di alcool, traumi e lutti mai elaborati. Per fare davvero paura, il Rapace di Ethan Hawke deve indossare maschere che richiamano quella de La maschera del demonio (opera, per inciso, di Tom Savini), ma i pericoli tangibili e reali, quelli che mettono davvero angoscia a protagonista e spettatore, sono incarnati dai terribili bulli che danno la caccia a Finney a scuola e, soprattutto, dal padre ubriacone e violento; le scene di pestaggio di Black Phone, riprese con crudo realismo, sono tra le più orribili che mi sia mai capitato di vedere, e sfido chiunque a trattenere insulti e magone davanti all'angosciante litigio con cinghiate annesse tra Jeremy Davies e la piccola attrice che interpreta Gwen (personaggio, tra l'altro, ben più riuscito e interessante del protagonista, soprattutto grazie alla bravura di Madeleine McGraw).


Tutta questa violenza quotidiana si contrappone a un Rapace che gioca quasi di sottrazione per buona parte del film. Come un totem malvagio, il Rapace attende, ammantato da un'aura sovrannaturale e accompagnato da troppi rimandi a It, talmente tanti da risultare quasi fastidiosi; è vero, i palloncini neri ci sono anche nel racconto originale, ma il vero "plagio" compiuto da Hill ai danni del padre, al limite, è N0s4a2, e direi che inserire nella trasposizione di Black Phone un tizio con della biacca sulla faccia, palloncini come se piovessero, una ragazzina con l'impermeabile giallo e un look generale che rimanda moltissimo al primo It diretto da Andy Muschietti, non era necessario per renderlo apprezzabile. Anche perché Derrickson riesce a dare personalità al tutto seguendo il proprio stile senza andare a pescare da altri, e si vede nel modo in cui sono realizzate non solo le sequenze in cui Finney usa il telefono (una in particolare nasconde il jump scare più efficace del film, vedere per bestemm... ehm, credere) ma anche quelle dei sogni di Gwen, resi come un filmino Super 8, senza contare lo scantinato, che richiama l'ormai iconica locandina di Sinister. A proposito, si vede che io ormai non ho più memoria per nulla e sono sempre meno fisionomista, ma un altro trait d'union tra il mondo di Derrickson e quello di King è James Ransone, che compare sia nei due Sinister sia in It. Ciò detto, ho sentito le peggio cose su Black Phone, quindi mi sento in dovere di spezzare una lancia sulla bontà dell'operazione. Sicuramente non si parla dell'horror più memorabile dell'anno e nemmeno uno dei migliori, ma è un ottimo prodotto "commerciale" che val la pena andare a vedere, nell'attesa che arrivino i pezzi grossi come X e Nope


Del regista e co-sceneggiatore Scott Derrickson ho già parlato QUI. Ethan Hawke (Il Rapace), Jeremy Davies (Terrence) e James Ransone (Max) li trovate invece ai rispettivi link.

Madeleine McGraw interpreta Gwen. Americana, ha partecipato a film come American Sniper, Ant-Man and The Wasp e a serie quali Bones, Outcast, Criminal Minds; come doppiatrice ha lavorato in Toy Story 4 e I Mitchell contro le macchine. Ha 14 anni e due film in uscita. 


Se Black Phone vi fosse piaciuto recuperate Sinister, Sinister 2, It e It - Capitolo due. ENJOY!

mercoledì 29 giugno 2022

Elvis (2022)

Dopo settimane di assenza, sono tornata al cinema per godermi l'ultimo film diretto e co-sceneggiato da Baz Luhrmann, Elvis.

Trama: Il colonnello Tom Parker, imbonitore di Vaudeville, scopre per caso il giovane Elvis Presley e da quel momento ne condiziona l'esistenza, nel bene e nel male...

La "cultural opera" di Baz Luhrmann è finalmente arrivata in Italia ed era uno di quei film che, nonostante conosca poco l'argomento trattato, non vedevo l'ora di guardare. Poiché ci ha messo le mani il barocco Baz, Elvis non è il solito biopic fatto a mo' di compitino per gli Oscar (anche se qui materiale per eventuali statuette ce ne sarebbe) e, benché segua comunque il tipico canovaccio del genere, riesce a sorprendere almeno chi non conosceva la storia di Elvis Aaron Presley. Innanzitutto, la vita del più famoso e iconico rocker del mondo viene raccontata da una voce narrante non proprio gradevole, ovvero quella del suo discusso e discutibile manager, il Colonnello Tom Parker. Esponente di una generazione antiquata e legata al vaudeville e ai circhi itineranti, il Colonnello Parker non rifiuta di vedere il progresso rappresentato da Elvis, anzi, lo cavalca e ne approfitta prevedendone in qualche modo il brillante futuro, eppure il suo modo di gestire le cose è molto simile a quello del padrone di un circo di freaks. Il giovanissimo Elvis, gallina dalle uova d'oro se mai ce n'è stata una, diventa per Parker la merce preziosa da blandire, curare e proteggere, dandogli un'illusione di libertà che non può esulare da un guinzaglio assai corto e da un controllo pressoché totale. Il circo di Elvis era, ed è rimasto per tutta la sua vita, l'America scossa da tragedie, guerre, movimenti civili, un circo zeppo di cambiamenti continui che, di conseguenza, il Colonnello Parker ha tentato di restringere sempre più, fino a confinare Elvis nella città senza tempo per eccellenza, Las Vegas, dove in effetti il mito di Elvis si è cristallizzato per arrivare intonso fino ai nostri tempi, con immagini e mise facilmente riconoscibili anche dai non appassionati. Se l'artefice principale del successo di Elvis è anche il villain della storia narrata, Luhrmann sta bene attento a non santificare Elvis e ce lo consegna con tutte le sue fragilità ed ingenuità da ragazzo di campagna cresciuto troppo in fretta, da uomo folgorato dall'amore per la musica a prescindere da razza, sesso ed età, al punto da farne la sua unica ragione di vita, ma ne viene sottolineata anche la debolezza di carattere che portava l’artista ad alzare le testa per pochi, importanti istanti, prima di soccombere nuovamente ai consigli fraudolenti (o all’incapacità) di chi più di tutti avrebbe dovuto tutelarlo.

L'aspetto apprezzabile di Elvis è la scelta degli sceneggiatori di non indulgere (come sarebbe stata prassi per un biopic strappalacrime) nella fase di declino dell'artista, cosa che avrebbe rischiato di trasformare il film in un polpettone strappalacrime su un ciccione strafatto, bensì di dare maggior spazio all'aspetto meno universalmente conosciuto del cantante. Prima di diventare l'icona "kitsch" di Las Vegas, Elvis è stato infatti il trait d'union tra la musica nera e il country dei bifolchi bianchi, un elemento di ribelle, pericolosa instabilità in un'epoca di contestazioni civili e pesantissime tensioni razziali. La natura universale della sua musica suscita ammirazione tanto quanto provocano sgomento gli arresti e i tentativi di censura, e commuove la vista di un Elvis pronto a cantare alla Nazione nei momenti più neri di quest'ultima mentre attorno a lui si mobilitano interessi economici pronti a schiacciarlo e zittirlo. Il declino di cui sopra viene compresso nel finale e ridotto a pochi episodi fondamentali che lasciano tuttavia spazio alle immagini reali di una delle ultime esibizioni di Elvis, gonfio e praticamente immobile ma ancora dotato di una voce fenomenale e della capacità di mettere cuore ed anima nell’esibizione, elemento, quest’ultimo, che caratterizza tutti gli splendidi numeri musicali di cui il film è costellato, nonostante Elvis non sia un musical, e che condiziona lo stile con cui è stata confezionata la pellicola. 

A fronte di un comparto tecnico fenomenale, soprattutto a livello di costumi e scenografie, che rimane costante dall’inizio alla fine, la regia di Baz Luhrmann e il montaggio si modificano adattandosi alle varie fasi della carriera di Elvis. L’inizio, frenetico e scoppiettante, dove ciò che vediamo è filtrato dapprima dallo stupore e poi dalle macchinazioni del Colonnello Parker, e in buona parte influenzato dalla natura anticonformista degli artisti che hanno contribuito alla formazione del Re del Rock, al punto che molto spesso i giri di macchina e il montaggio seguono il ritmo della musica, lascia a poco a poco spazio ad uno stile più lineare, quasi “banale”, che torna tuttavia a stupire ogni volta che Elvis sceglie di abbracciare nuovamente la sua anima ribelle, la musica, il pubblico, “staccandosi” letteralmente dai prosaici problemi terreni di soldi, contratti e merchandising. Per quanto riguarda la musica, hit del passato si mescolano all'omaggio di artisti presenti, in un continuo alternarsi di stili ed epoche che, giustamente, sottolineano come senza Elvis, B.B. King, Little Richards e gli altri esponenti della loro generazione, non esisterebbe la maggior parte dei generi odierni, rap e trap compresi, e come la musica non abbia epoca né confini, come ci insegna da anni Luhrmann. Assai coinvolgenti anche le interpretazioni non solo di Austin Butler, perfetto nei panni di un Elvis bello, fragile e sensuale, pronto a regalare una performance capace di superare l'imitazione fine a sé stessa nonostante le tipiche mosse del Re siano riproposte in maniera quasi filologica, ma soprattutto quella di Tom Hanks, finalmente distante dal ruolo di vicino buono della porta accanto; il Colonnello Perkins è un abietta macchia di muffa nel salotto, un falso voltagabbana della peggior specie, e al di là del trucco sotto cui è sepolto sono proprio gli occhi e gli atteggiamenti di Hanks a veicolare tutto lo schifo che dovevano provare per Perkins i pochi che ancora avevano occhi per vedere oltre il bagliore del lusso e dei soldi da spremere a Elvis. In definitiva, direi quindi che Elvis mi è piaciuto molto: non siamo ai livelli di Moulin Rouge o Romeo + Juliet, ci mancherebbe, ma di sicuro l'ho apprezzato molto più de Il grande Gatsby, quindi vi consiglio di correre a vederlo!

Del regista e co-sceneggiatore Baz Luhrmann ho già parlato QUI. Tom Hanks (Colonnello Parker), David Wenham (Hank Snow), Olivia DeJonge (Priscilla), Kelvin Harrison Jr. (B.B. King) e Kodi Smit-McPhee (Jimmie Rodgers Snow) li trovare invece ai rispettivi link. 

Austin Butler interpreta Elvis Presley. American, ha partecipato a film come Yoga Hosers, I morti non muoiono, C'era una volta... a Hollywood e a serie quali Hannah Montana, CSI: Miami e CSI: NY. Anche, ha 31 anni e un film in uscita, Dune - Part Two.


Richard Roxburgh
interpreta Vernon. Australiano, ha partecipato a film come Moulin Rouge, La leggenda degli uomini straordinari, Van Helsing, Mission: Impossible II e La battaglia di Hacksaw Ridge. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 60 anni e un film in uscita.


Dacre Montgomery
interpreta Steve Binder. Australiano, famoso per il ruolo di Billy in Stranger Things, ha partecipato a film come Better Watch Out. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 28 anni.


Ansel Elgort, Miles Teller, Aaron Taylor-Johnson e Harry Styles hanno sostenuto il provino per il ruolo di Elvis, mentre Maggie Gyllenhaal e Rufus Sewell erano stati presi per il ruolo dei genitori del cantante ma hanno dovuto rinunciare per altri impegni dopo che la produzione si era interrotta a causa del Covid. Ciò detto, se Elvis vi fosse piaciuto recuperate Rocketman e Bohemian Rhapsody. ENJOY! 

martedì 28 giugno 2022

Spiderhead (2022)

Tra vacanze liete e meno lieti, nonché stressantissimi, impegni, è più di una settimana che non scrivo, anche se il blog è in qualche modo andato avanti. Ricomincio oggi con Spiderhead, diretto dal regista Joseph Kosinski e tratto dal racconto Fuga dall'Aracnotesta di George Saunders.


Trama: in un futuro abbastanza vicino, alcuni detenuti vivono all'interno di un carcere all'apparenza dotato di ogni comodità, costretti tuttavia a testare sieri dagli effetti imprevedibili...


Tornata a casa dopo le ferie, ho chiesto consiglio agli amici di Facebook su quale film recuperare all'interno delle tre piattaforme a mia disposizione, ed è spuntato questo Spiderhead, disponibile su Netflix e tratto da un racconto di un autore a me sconosciuto, George Saunders. Come al solito non posso fare confronti tra racconto e film, quindi partiamo con l'usuale "recensione" ignorante. Spiderhead è il nome di un complesso fortificato, situato su un'isola deserta, che funge da carcere, ma con una particolarità; i detenuti sono trattati come gli ospiti di un hotel a quattro stelle da cui non possono ovviamente uscire, tuttavia per ottenere questo trattamento sono costretti a dare il proprio consenso per periodici esperimenti a base di sieri che alterano le emozioni. Se, all'inizio, lo spettatore si ritrova coinvolto nel "gioco" di scoprire i vari sieri e quali siano le loro funzioni, tra momenti molto faceti (pure troppo!) e altri più inquietanti, provandoli sulla pelle del protagonista Jeff, mano a mano che il film prosegue diventano chiare le implicazioni di un paio di esperimenti più crudeli e, soprattutto, la natura infingarda di Abnesti, capo della ricerca scientifica del carcere. Tra un esperimento, una confessione tra detenuti e i ricordi del protagonista, Spiderhead rimane per tutta la sua durata in perfetto ed incredibile equilibrio tra generi, senza sconfinare mai nel troppo fantascientifico o nel troppo horror (cosa che, a mio avviso, gli avrebbe dato una marcia in più) e, anche se la riflessione finale sull'autodeterminazione e l'importanza della volontà è chiara e rimarcata, non diventa mai neppure un racconto dalla morale netta. Ciò, da una parte, lo rende una perfetta opera d'intrattenimento, mentre dall'altra lo priva dell'incisività necessaria per essere qualcosa di più del solito film Netflix da dimenticare dopo un paio di giorni.


Peccato, perché la particolarità di Spiderhead è quella di offrire a Chris Hemswort la possibilità di tentare un ruolo un po' diverso da quelli soliti di babbeo o eroe, consegnandolo in un'inedita versione "villain". Come rimarcato nei dialoghi, Hemsworth è un uomo di grande bellezza, e questo lo avvantaggia nel ruolo di un genio (del male) che sfrutta l'aspetto e la retorica per attirare le sue vittime con un'apparenza gentile e affabile, con idee progressiste di libertà e condivisione, celando la sua reale natura di presuntuosa testa di pazzo che non si fermerebbe di fronte a nulla pur di blandire la propria genialità. Miles Teller, come contraltare, è forse poco incisivo ma ha abbastanza personalità per non farsi "mangiare" dal suo antagonista (o forse è Hemsworth a non riuscire a fare quel piccolissimo salto per diventare memorabile, come è stato invece per Sebastian Stan in Fresh), anche perché il cast potrebbe anche essere finito lì; gli altri attori, impegnati in ruoli più o meno minori, non saltano mai veramente all'occhio, e lo stesso vale anche per la regia di Joseph Kosinski, che porta a casa un lavoro dignitoso ma mai davvero particolare o entusiasmante. L'unica sequenza di Spiderhead che ricorderò finché campo, in effetti, è giusto quella dell'incidente in macchina che condanna Jeff a finire in carcere, scritta e realizzata con una sciatteria fuori scala: come faccia una persona a volare fuori dal parabrezza di un'auto, dopo averlo sfondato con la testa, ad atterrare scomposto come il bambino/pupazzo de La terza madre e a rialzarsi senza neppure una goccia di sangue sul volto, è qualcosa che mi porta a rivalutare l'uomo nascosto nel controsoffitto dell'astronave in Estraneo a bordo. A parte questo, comunque, è estate, Hemsworth è un bel vedere, la storia di Spiderhead è simpatica, quindi per una serata passata davanti a Netflix ci sono scelte ben peggiori.


Di Chris Hemsworth (Abnesti) e Miles Teller (Jeff) ho già parlato ai rispettivi link.

Joseph Kosinski è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Tron: Legacy, Oblivion, Fire Squad - Incubo di fuoco e Top Gun: Maverick. Anche produttore e sceneggiatore, ha 48 anni.


Jurnee Smollett interpreta Lizzy. Americana, la ricordo per film come La baia di Eva e Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn, inoltre ha partecipato a serie come E.R. Medici in prima linea, Grey's Anatomy, Doctor House, True Blood e Lovecraft County. Anche produttrice, ha 35 anni e due film in uscita. 




venerdì 24 giugno 2022

Slaxx (2020)

Avendo poco tempo e cercando quindi qualcosa di breve ma divertente che mi tirasse un po' su il morale ho recuperato Slaxx, diretto e co-sceneggiato nel 2020 dalla regista Elza Kephart.


Trama: alla vigilia della presentazione di un'importante collezione di abiti,  un negozio diventa il teatro degli efferati omicidi di un paio di... jeans. 


Di robe strane che ammazzano gente è pieno il cinema horror e sapete bene che la mia preferita, per esempio, è lo One Eyed Monster di Ron Jeremy, attualmente ancora inarrivabile, ma alla fine anche i jeans assassini non sono male. Slaxx è un perfetto esempio del filone, nonché un filmettino di evasione che ha talvolta la pretesa di farci pensare attraverso amare risate e che inanella una serie di omicidi abbastanza splatterosi ai danni di personaggi incredibilmente sopra le righe. Protagonista è Libby, ingenua fanciulla alla prima esperienza lavorativa che non vede l'ora di diventare parte della famiglia della CCC, Canadian Cotton Clothiers, una di quelle catene in stile H&M o Gap che trova la sua ragione d'essere nell'eco-sostenibile e nell'employer friendly, oltre che nel politically correct (il motto del "guru" aziendale, del geniale creatore della baracca, è una roba tipo "believe, become, be loved" o giù di lì); Libby ovviamente ci metterà meno di cinque minuti a capire che dietro a tante belle parole si cela un'umanità di merda, fatta di arrivisti e persone alle quali il messaggio umanitario ed ecologico frega meno di zero, ma quello diventerà l'ultimo dei suoi problemi allorché il pezzo forte della nuova collezione, un paio di jeans capaci di adattarsi al corpo di chiunque, si metterà ad andare in giro ad ammazzare gente, per un motivo che diventerà chiaro più o meno verso metà del film. Fondamentale per il funzionamento di Slaxx è l'unità di tempo e di luogo, che crea ansia nei personaggi e rende più credibile l'assunto fuori di testa: i commessi sono infatti in "lockdown" fino al mattino, senza possibilità di uscire o entrare dal negozio né di utilizzare cellulari o tablet, questo per evitare che spiacevoli spoiler della nuova collezione possano trapelare all'esterno prima della cosiddetta Monday Madness, quando i clienti sciameranno nel punto vendita per accaparrarsi gli ambiti jeans.


In Slaxx dunque, lo avrete capito, c'è tutto. C'è la critica al capitalismo, il dito puntato contro realtà solo apparentemente "umanitarie" e filantropiche, un romeriano sottolineare come siamo tutti zombi privi di cervello, attirati dalle mode e aizzati dagli influencer (ecco, il personaggio di Peyton Jules, una sorta di Chanel Oberlin ancora più svampita, l'avrei sfruttato più a lungo), ciechi davanti ai ragionamenti più elementari (cotone organico e raccolto senza sfruttamento my ass: quale cotone organico consentirebbe a dei jeans di adattarsi alla forma del corpo umano?), e tanti altri atti di accusa che tuttavia si perdono nel contesto goliardico della pellicola, anche se sul finale si fa tutto molto più cupo. Poco danno, ovviamente, perché molti personaggi sono casi umani facilmente riconoscibili e anche l'intera situazione, jeans assassini a parte, non è poi così lontana dalle realtà aziendali fatte di pochi elementi invasati che meriterebbero di morire male, per questo molti degli omicidi vengono accolti come una catarsi divertente quanto i dialoghi che costellano il film. Tra l'altro, ai jeans viene conferita una forte personalità grazie a pochi tocchi geniali che, spesso, li fanno risultare più simpatici delle loro vittime e se volete sapere come è stata animata una delle sequenze più esilaranti della pellicola vi consiglierei di non saltare i titoli di coda, che oltre a mostrare un po' di backstage, rivelano il destino di uno dei personaggi. Certo, a proposito di creature assurde con velleità omicide, qui non siamo minimamente ai livelli dell'adorabile Benny Loves You, che continua a rimanere film del cuore, ma per una serata a base di risate ignoranti Slaxx è perfetto e ne consiglio il recupero!

Elza Kephart è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Canadese, ha diretto film come Sexy Zombie Hospital e Go in the Wilderness. Anche produttrice e attrice, ha 45 anni.   


Stephen Bogaert
, che interpreta Harold Landsgrove, era il signor Marsh dell'ultimo It. Se Slaxx vi fosse piaciuto recuperate il ben più arty In Fabric e anche Clown. ENJOY! 

martedì 21 giugno 2022

Veneciafrenia (2021)

E' diventato disponibile in questi giorni un film che aspettavo da un po', Veneciafrenia, diretto e co-sceneggiato nel 2021 dal regista Álex de la Iglesia.


Trama: un gruppetto di turisti spagnoli sbarca a Venezia proprio durante le proteste contro le grandi navi. Dopo una misteriosa festa in maschera, uno di loro scompare e da quel momento i superstiti vengono perseguitati da un uomo vestito da giullare...


Come ho scritto su Facebook, Veneciafrenia è un film perfetto per essere ambientato nella ridente Liguria, dove l'unico "foresto" buono è il foresto morto e dove ormai la citazione cult per eccellenza è "mandate i soldi e statevene a casa, bastardi!". Immagino che né Álex de la Iglesia né il suo impronunciabile compare Jorge Guerricaechevarría siano mai stati in Liguria, tuttavia ne hanno percepito l'accoglienza, trasponendola in un luogo ben più famoso per i turisti stranieri, e decisamente più affascinante e misterioso (nonché pluricitato nel cinema di genere), ovvero Venezia; mescolando finzione e attualità, Veneciafrenia si svolge proprio durante le proteste contro l'ingresso delle grandi navi in laguna, tuttora attive ma diventate di dominio pubblico proprio l'anno scorso, se non vado errata. Che io sappia, non ci sono mai stati morti o feriti e le proteste si sono limitate a cartelloni e slogan, ma de la Iglesia va oltre e crea una società segreta dal sapore decadente ed inquietante, tra i cui membri spicca un giullare con un forte gusto per il sangue, che pensa ai turisti come la fonte di ogni male. A farne le spese, sono dei ragazzotti neppure tanto giovani, che sembrano tirati fuori dritti dagli horror di inizio secolo popolati da turisti irrispettosi, ubriachi e molesti i quali, prevedibilmente e giustamente, venivano fatti fuori come monito a non andare in posti sconosciuti o "selvaggi" (almeno dal punto di vista dell'americano medio, io spesso tendevo a dare ragione agli autoctoni che si ritrovavano queste minchie di mare tra i piedi. D'altronde, sono ligure.); sfido chiunque a non dare ragione ai poveri venexiani, costretti a subire la presenza di tre vajasse fatte e finite accompagnate da due decerebrati che non sanno nulla né di storia né di cultura, anche perché de la Iglesia e compagno spendono i primi 20 minuti ad intrecciare dialoghi rapidissimi e fastidiosi a comportamenti ancora più deprecabili, che rendono il punto di vista del killer abbastanza condivisibile.


Gli ingredienti per un horror pazzo e sanguinoso ci sarebbero quindi tutti, purtroppo Veneciafrenia ha qualche problemino di ritmo. Le sequenze in cui l'assassino vestito da giullare imperversa, con la sua imprevedibilità e il suo humor nero, non sono affatto male e regalano momenti di gioisosissimo splatter condito da una critica neppure tanto velata alla stupidità di una società in cui è difficile distinguere la realtà dalla finzione e le emozioni vengono in gran parte anestetizzate; altro ovvio punto di forza del film è proprio Venezia, che torna ad essere un dedalo oscuro di vicoli senza via di uscita, di misteri che legano il passato al presente, di inquietanti figure mascherate che approfittano del Carnevale per agire indisturbate, e dove ci sono ben poche speranze di venire salvati. Nonostante questo, però, Veneciafrenia è appesantito in primis dalla parte di trama legata alla società segreta che tira le fila delle proteste, intrigante all'inizio ma poco entusiasmante da metà in poi, e da personaggi con i quali non è possibile empatizzare nemmeno per un istante. Sia la protagonista, Isa, che il Giacomo interpretato da Enrico Lo Verso (che onestamente, così invecchiato, ho faticato a riconoscere), sono decisamente poco carismatici e la sottotrama amorosa che viene timidamente accennata offre giusto il fianco a un inutile exploit di maschia isteria di cui sentivo ben poco il bisogno. Ammetto che da de la Iglesia mi sarei aspettata qualcosina in più, ciò non toglie che Veneciafrenia è un film simpatico, perfetto per una serata in lieta ignoranza. Lo produce Prime Video, quindi mi aspetto che arrivi presto anche in Italia, in quel caso dategli un'occhiata e ricordate sempre: "dagli al foresto!". 


Del regista e co-sceneggiatore Álex de la Iglesia ho già parlato QUI.

Enrico Lo Verso interpreta Giacomo. Italiano, ha partecipato a film come Hudson Hawk - Il mago del furto, Il ladro di bambini, La scorta, Lamerica, Farinelli - Voce regina, Hannibal, Baària e a serie quali I Miserabili, Il commissario Rex e Il giovane Montalbano. Ha 57 anni e un film in uscita.


Ingrid García Jonsson, che interpreta Ida, era la protagonista di Ballo Ballo. Se Veneciafrenia vi fosse piaciuto recuperate A Venezia un dicembre rosso... Shocking. ENJOY!

venerdì 17 giugno 2022

Bolla Loves Bruno: Trappola di cristallo (1988)

L'appuntamento (mensile? Quindicinale?) con l'amato Bruno entra oggi nel vivo col film che lo ha consacrato all'Olimpo del cinema action, ovvero Trappola di cristallo (Die Hard), diretto nel 1988 dal regista John McTiernan e tratto dal romanzo Nulla è eterno, Joe di Roderick Thorp.



Trama: La vigilia di Natale, il poliziotto John McClane decide di fare una sorpresa alla moglie e presentarsi al suo party aziendale, ma rimane vittima della follia criminale di un gruppo di terroristi che hanno preso i dipendenti in ostaggio...


Scrivere qualcosa di nuovo o interessante su un capolavoro come Trappola di cristallo, con tutti i siti specializzati che ci sono oggi e con tutti i critici competenti che hanno trattato l'argomento su libri e monografie, sarà impossibile, me ne rendo conto. Infatti, mentre scrivo ho la stessa ansia da prestazione che mi prende al momento di affrontare Kubrick, Scorsese o Lynch, perché d'altronde il primo Die Hard è un caposaldo del cinema di genere e ha definito non solo la carriera di Bruce Willis ma anche un certo modo di fare action ironico ed intelligente. Permettetemi dunque di cominciare riprendendo le due righe meravigliate che ho scritto su Facebook. Non sono arrivata a 41 anni senza aver mai visto Trappola di cristallo, anzi. Me ne ero già innamorata da bambina, dopo averlo visto per caso una sera in TV, confondendone il titolo con quello di uno dei film che preferivo, ovvero L'inferno di cristallo; da quel giorno di amore a prima vista (non solo per Bruce Willis, ma ci torniamo su Bruno, ovvio) ho smesso di contare le volte in cui, intero o a spezzoni, mi è capitato di guardare il film di McTiernan, ma era davvero passato parecchio tempo dall'ultima volta in cui avevo prestato davvero attenzione. In occasione della stesura del post mi sono presa una sera di calma, stupendomi innanzitutto della durata. Due ore e dodici. Al giorno d'oggi se non si sforano le due ore i film non li fanno neppure uscire, all'epoca era strano che questo genere di pellicola durasse così tanto, e mentirei se dicessi di non aver cominciato a sudare freddo, reduce da un lunedì di fuoco e vittima di una stanchezza abissale. Eppure. L'attenzione non è calata neppure per un istante, la palpebra men che meno. Dal primo scambio di battute sull'aereo tra l'esperto di voli e un Bruce Willis stanco ma sornione, con quell'aura al tempo stesso cool e dimessa di chi potrebbe avere tutte le donne che vuole ma anche no, troppa sbatta, preferisco l'azione e le sigarette, si rimane catturati dall'archetipo di tutte le storie action degne di venire raccontate: poliziotto dalla vita famigliare a pezzi si riscatta agli occhi della moglie dimostrando al mondo di essere un eroe. Perché noi, signori, non vogliamo il principe azzurro. Noi vogliamo il ruzzo working class hero in canotta che sgomina da solo, tra una battuta e una posa epica, dei pericolosi terroristi. E, ovviamente, pretendiamo che la sua storia venga tramandata senza sciatteria.


In Trappola di cristallo, per l'appunto, non c'è NIENTE di sciatto (a partire dalla colonna sonora che unisce allo score tipico di un action le melodie natalizie). A livello di sceneggiatura non ci sono mai tempi morti o momenti di noia e neppure un personaggio sprecato, perché anche le semplici comparse che si vedono per qualche secondo hanno una spiccata personalità e qualcosa da dire (fateci caso. Molti dei terroristi si somigliano eppure sono tutti facilmente riconoscibili e, soprattutto, non si dimenticano!); il registro del film si compone di elementi comici, romantici, drammatici e thriller mescolati assieme con un equilibrio invidiabile, senza che mai uno prevalga sull'altro o, cosa ancor peggiore, senza che la comicità snaturi il dramma della situazione estrema in cui viene a trovarsi McClane, il quale a sua volta dispone dell'indistruttibilità del tipico eroe senza risultare inverosimile, neppure per un istante. La regia di McTiernan è curatissima, anche qui non c'è mai un'inquadratura banale o anonima. La "trappola di cristallo" del titolo italiano, il Nakatomi Plaza, si fa lui stesso protagonista fin dalle prime inquadrature, che riprendono i terroristi dal basso oppure dall'alto, perché il regista riesce a sfruttare corridoi, scale, intercapedini, angoli morti ed ombre di un edificio enorme che riesce a diventare claustrofobico e stretto, una trappola senza via d'uscita, dove la tecnologia non è amica di chi non sa usare il cervello e trovare soluzioni alternative per sopravvivere. Questo, parlando solo delle sequenze "tranquille", perché tra vetri che si disintegrano, corpo a corpo violentissimi ed esplosioni, Trappola di cristallo è un trionfo di scene action che lasciano ancora oggi, dopo più di trent'anni, a bocca aperta.


E a proposito di bocca aperta, non si può non parlare di Bruce Willis, d'altronde questi post sono dedicati a lui. Bruccino in Trappola di cristallo è bello da far paura. Non esistono altri action, per quanto zeppi di manzi, a crearmi scompensi ormonali, perché onestamente ho sempre provato abbastanza repulsione per Stallone, Schwarzy e compagnia picchiante e, parliamoci chiaro, Chris Hemsworth è un babbalone belloccio ma la personalità dov'è quando abbandona il ruolo di Thor? Meh. Willis invece ha trovato qui la sua ragione d'essere, con quel mix di muscolo e panzotta (i costumisti qui sono da ringraziare, così come la generosità di una sceneggiatura che a un certo punto, oh cheppeccato, vuole che la canotta scompaia!), il sorriso obliquo e la battuta pronta, quel minimo di tenerezza paterna e di marito innamorato ma totalmente clumsy, l'aria misteriosa di chi nella vita ne ha viste di stronzate eppure rimane lo stesso umile. In una parola, perfetto. D'altronde anche tutti gli altri attori sono in stato di grazia. Spendo giusto due parole per il mai troppo compianto Alan Rickman al suo primo ruolo "internazionale" eppure già in grado di dare vita a un personaggio iconico, in bilico tra eleganza e pazzia, con quella voce che a perdersela in originale si fa peccato, e all'adorabile Reginald VelJohnson, che l'anno dopo sarebbe diventato l'ancor più adorabile papà Winslow della serie Otto sotto un tetto e che non mi stanco mai di vedere, con la sua espressività e il suo sorriso. Insomma, la visione di Trappola di cristallo mi ha dato gioie a non finire e adesso aspetto di rimettere le manine sul sequel, che onestamente ricordo molto meno.


Del regista John McTiernan ho già parlato QUI. Bruce Willis (John McClane), Bonnie Bedelia (Holly Gennaro McClane), Alan Rickman (Hans Gruber) e Robert Davi (Big Johnson) li trovate invece ai rispettivi link. 

Reginald VelJohnson interpreta il Sergente Al Powell. Americano, lo ricordo per film come Ghostbusters (Acchiappafantasmi), Mr. Crocodile Dundee, Turner e il casinaro, 58 minuti per morire - Die Harder e per serie quali 8 sotto un tetto, I racconti della cripta, CSI - Scena del crimine, Will & Grace, Raven, Ghost Whisperer, Monk e Bones. Anche sceneggiatore e produttore, ha 70 anni.



Il ruolo di John McClane era stato proposto a Richard Gere, Sylvester Stallone, Harrison Ford, Mel Gibson, Arnold Schwarzenegger, Clint Eastwood, Robert De Niro, Charles Bronson, Don Johnson, Burt Reynolds e Michael Madsen (John Travolta era tra i papabili ma era già considerato demodé) ma tutti hanno rifiutato e lo stesso vale per Sam Neill per quanto riguarda il ruolo di Hans Gruber; tra le prescelte per interpretare Holly c'erano Linda Hamilton, Geena Davis, Debra Winger, Michelle Pfeiffer, Jamie Lee Curtis e Carrie Fisher. Tra i registi che hanno preferito dedicarsi ad altri progetti, invece, c'erano Richard Donner e Paul Verhoeven. Le differenze principali tra libro e film è che, nel primo, John McClane (che però si chiama Joe Leland, ha almeno 30 anni più del personaggio di Trappola di cristallo e ha una relazione con la hostess che si vede a inizio film, che diventerà la sua interlocutrice telefonica nel corso del romanzo) non va a trovare la moglie, bensì la figlia, la quale sul finale muore cadendo dal grattacielo assieme al villain, mentre John/Joe rimane permanentemente invalido. I seguiti ufficiali di Trappola di cristallo, di cui spero di poter parlare nel prossimo futuro, sono 58 minuti per morire - Die Harder, Die Hard - Duri a morire, Die Hard - Vivere o morire e Die Hard - Un buon giorno per morire, ma se cercate film dalla trama simile, negli anni '90 ne sono usciti a bizzeffe, tra cui Trappola in alto mare, Air Force One, Con Air e Trappola sulle montagne rocciose. ENJOY!


martedì 14 giugno 2022

Offseason (2021)

Altro film consigliato da Lucia, altro regalo. Oggi parlerò di Offseason, presentato al Torino Film Festival 2021, scritto e diretto nel 2021 dal regista Mickey Keating.


Trama: dopo che dei vandali hanno distrutto la tomba della madre, Marie è costretta a tornare sull'isola dove sono nate entrambe e si ritrova bloccata senza possibilità di tornare sulla terraferma...


Offseason
è uno di quei film che mi fa venire voglia di prendere Providence e di rileggerlo da capo, oltre ovviamente di rimettere mano alle opere lovecraftiane, da cui il film prende dichiaratamente ispirazione, soprattutto da La maschera di Innsmouth. Film come Grano rosso sangue (un esempio famoso su mille) dimostrano che non è sempre facilissimo sfruttare un cliché horror apparentemente collaudato come "i protagonisti si recano in una città dove tutto sembra normale e si ritrovano a dover sopravvivere agli abitanti votati a un male senza nome"; il rischio, come successo anche in quel sequel (che non voglio nemmeno nominare e no, non sto parlando del remake con Nicolas Cage) di The Wicker Man, è di allontanare lo spettatore sia dai protagonisti sia dalla weirdness dei cittadini, annoiandolo con siparietti e fughe episodiche, per così dire, sfilacciando l'inquietudine e riducendo il tutto a uno slasher folk. Ciò non accade, fortunatamente, in Offseason, film che, nonostante il basso budget, coinvolge l'appassionato del genere portando sullo schermo atmosfere stranianti e una vicenda che risulta sbagliata fin dall'inizio, sin dall'agghiacciante monologo della madre di Marie, che si mostrerà assai rivelatorio col prosieguo della storia. Marie e il suo (ex?) compagno si recano, per l'appunto "fuori stagione", sull'isola dov'è nata la madre di lei, uno di quei postacci dove, finita la stagione turistica, tutto diventa morto, grigio e triste; il motivo è che la tomba della donna è stata vandalizzata, ma c'è anche la questione che la madre di Marie non voleva assolutamente essere sepolta nell'isola e la figlia non sa più a chi chiedere ragione del mancato rispetto delle sue volontà. Finita l'estate, inoltre, il ponte che collega l'isola alla terraferma viene alzato e, fino all'anno successivo, nessuno può più entrare o uscire, e i due protagonisti sono arrivati nell'isola proprio il giorno di chiusura. Considerato che il manovratore del ponte è quel simpatico omino di Richard Brake, cosa mai potrà andare storto, vi chiederete?


Mickey Keating
, con due soldi di budget sfruttati probabilmente per il finale, mette in scena un orrore cosmico da manuale, di quelli che portano sia i protagonisti sia gli spettatori a farsi delle domande relativamente al proprio posto all'interno del cosmo e a piangere spauriti e probabilmente impazziti; l'isola di Offseason è un luogo molto più piccolo di quello che si pensi, soprattutto paragonato a ciò che si nasconde nel suo passato, eppure i campi lunghi a base di spiagge sterminate e boschi, inframmezzati a inquietantissimi scorci di cimiteri nebbiosi e vicoli abbandonati mai baciati dal sole, perennemente immersi in in colori plumbei, la trasformano in una dimensione senza tempo né spazio, dalla quale non è possibile uscire e non solo per via di un ponte sollevato. Le immagini e alcuni flash stranianti sono molto più efficaci di un paio di discorsi ad hoc messi in bocca ad alcuni personaggi e danno proprio l'idea di un destino ineluttabile, che neppure la fuga in una realtà fatta di successo e prestigiose firme notarili (ma quanto "sbagliate"?) può arginare per troppo tempo, perché a cosa vale essere una briciola, un "dito di una mano", quando quella stessa mano decide di chiudersi? La scoperta di ciò che si nasconde sull'isola, al di là di ovvie immagini fatte di persone assenti ed echi di voci spettrali, passa tutta sul volto di Jocelin Donahue, che regge praticamente da sola l'intero film e che, con la sua bellezza mai sfacciata, aiuta ancor più lo spettatore ad immedesimarsi in un personaggio "normale" ed umano, dai problemi anche troppo comuni, e a provare ancora più ansia davanti al terribile destino che le si prospetta. Se vi piacciono questo genere di storie pessimiste, con sprazzi di gotico e folk, direi che avete trovato il film che fa per voi!


Di Joe Swanberg (George Darrow), Richard Brake (l'uomo del ponte), Jeremy Gardner (il pescatore) e Larry Fessenden (H. Grierson) ho già parlato ai rispettivi link.

Mickey Keating è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Carnage Park. Anche produttore e attore, ha 31 anni.


Jocelin Donahue
interpreta Marie Aldrich. Americana, ha partecipato a film come The Burrowers, The House of the Devil, Holidays, Doctor Sleep e a serie quali CSI - Scena del crimine. Ha 41 anni. 


Se Offseason vi fosse piaciuto, fate un salto QUI e recuperate tutto questo ben di Cthulhu. ENJOY!

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