venerdì 27 novembre 2020

Visioni dal Torino Film Festival (parte 3)

Oggi parlerò di due horror visti al Torino Film Festival, uno assai spassoso, l'altro deprimente e fastidioso, ahimé. Lo so, purtroppo più il festival prosegue più io divento monogenere, ma come al solito i problemi sono: il tempo che mi consente di vedere solo un film al giorno e il fatto che dopo 48 ore i film scompaiono, quindi recuperarne altri magari nel weekend risulta quasi impossibile. Ciò detto... ENJOY!

Fried Barry di Ryan Kruger (2020)

L'inevitabile quota horror-trash del festival, una roba spassosissima che si ammoscia giusto sul finale, durante il quale effettivamente subentra un po' di noia nel vedere il povero Barry vagare senza capire bene che succede attorno a lui. Ryan Kruger dev'essersi innamorato del Dougie di Kyle MacLachlan o non si spiega perché abbia deciso di girare un film avente per protagonista un alieno nel corpo umano di uno streppone, impegnato a strafarsi di roba nelle strade di una Città del Capo popolata da esseri immondi della peggior specie, e, inaspettatamente, a portare improbabili sprazzi di felicità a quanti (soprattutto quante) sono così "fortunati" da incrociarlo; Barry sembrerebbe cattivo ma in realtà sperimenta gioie e dolori della vita umana, senza preconcetti di sorta, assieme a tutte le inevitabili difficoltà di indossare un "Edgar-abito" non propriamente in forma. L'Edgar-abito in questione è l'esilarante Gary Green, già protagonista del corto omonimo da cui il film è stato tratto, che tra facce smascellate, movimenti spastici e sguardi pallati, riesce a conquistare lo spettatore più dello stile "da trip" e delle melodie con cui il regista trasforma il film nel viaggio mentale di chi già prima di venir posseduto da un alieno non riusciva più a connettersi con la realtà. Fried Barry non è sicuramente un film per tutti, visto che in alcune sequenze è abbastanza gore ed esplicito, ma un'occhiata la merita, soprattutto se vi piace il genere horror psichedelico. Sicuramente vi farete delle grassissime risate. 


Breeder di Jens Dahl (2020)

Non il film giusto da vedere nella giornata contro la violenza sulle donne, decisamente. Breeder parte come un thriller/horror in odor di fantascienza genetica, per poi rivelarsi come un torture porn dove le vittime sono povere criste seviziate da un matto e dove l'idea di cercare una cura per la vecchiaia diventa giusto una scusa: perché mai, infatti, torturare donne che dovrebbero ragionevolmente venire lasciate in salute per motivi che non spoilero? Peggio ancora, Breeder, inspiegabilmente scritto da una donna, sbaglia completamente il finale. La protagonista, come ci viene spiegato attraverso un monologo all'inizio, adora la sensazione di avere il controllo assoluto ma ama anche subire violenze dal marito, mossa da una vena masochistica; ora, sarebbe stato sbagliato farle perdere questa "perversione" dopo essere stata seviziata da un maniaco, perché un conto è il desiderio, un conto è essere vittime, ma arrivare a rimanere col marito mollo, infame e bastardo solo per avere un padre con cui crescere una bambina e continuare a farsi frustare da lui no, cazzo, non lo accetto, è il messaggio più sbagliato che si potrebbe dare. E al diavolo i "100 motivi che non vi sto a dire". Film pessimo e scorretto, che mi stupisco sia diventato materiale per il festival. 



mercoledì 25 novembre 2020

Visioni dal Torino Film Festival 2020 (parte 2)

Anche se ieri sono riuscita a vedere solo un film e un corto ho deciso di mantenere, almeno per questa volta, la struttura "in pillole", vuoi per mancanza di tempo, vuoi perché il film in questione mi ha lasciata un po' perplessa... ENJOY!


Lucky di Natasha Kermani (2020)

Un po' Auguri per la tua morte, un po' horror di denuncia sociale, un po' un casino, soprattutto verso la fine, Lucky è una bestia strana che all'inizio vi farà ridere e poi comincerà a sembrarvi uno scherzo un po' tirato per le lunghe risolto con un tragico spiegone sul pre-finale, spiegone subito cancellato per lasciare spazio alla locura più incredibile. La storia verte su un'autrice di manuali di autoaffermazione, quelle cose orribili che vanno tanto di moda negli USA, che una sera viene aggredita da un uomo in maschera, davanti, peraltro, allo sguardo annoiato del marito. Da qui in avanti non spoilero nulla ma in pratica la situazione della protagonista si fa sempre più surreale, tra mariti fuggitivi e persone ambigue o inutili, il tutto asservito (almeno da quanto ho capito io) a una metafora sulla fondamentale solitudine della donna in un mondo che non le risparmia mai violenze quotidiane, in nessun ambito, né critiche o giudizi superficiali, da cui il titolo originale del film. Secondo me a Lucky avrebbe giovato meno voglia di sperimentare e più coerenza in fase di scrittura, anche se le scenografie, i colori e un brevissimo momento musical, oltre alla faccia del marito della protagonista, potrebbero godere di momentanea memorabilità.


Regret di Santiago Menghini (2020)

In aggiunta a Lucky c'era questo corto imperniato sui sensi di colpa di un uomo davanti alla morte di un padre non proprio simpatico. In un quarto d'ora il corto cattura grazie ad angoscianti atmosfere à la Shining e a un paio di jump scare ben piazzati (diciamo che in uno ho urlato, anche perché il regista è talmente abile da sviare l'attenzione dello spettatore per poi fregarlo), oltre al make-up del "demone" che perseguita il protagonista. Peccato che l'attore che interpreta quest'ultimo sia un po' cane maledetto.



martedì 24 novembre 2020

Visioni dal Torino Film Festival 2020 (parte I)

In quest'anno un po' "così" anche il Torino Film Festival è diventato online: la programmazione potete trovarla QUI così come tutte le informazioni per fruire dei vari film in concorso e non: nel weekend sono riuscita a vederne ben quattro (tra cui The Dark and the Wicked di Bryan Bertino, di cui ho parlato QUA), il che per me è un miracolo, quindi ve ne parlerò in un post cumulativo. ENJOY!


The Evening Hour di Braden King (2020)

Tratto dal romanzo omonimo di Carter Sickels, inedito in Italia, il film è uno sguardo su un'America ai margini, dove l'ignoranza e lo squallore la fanno da padroni e dove per tirarsi un po' su si ricorre agli antidolorifici spacciati con garbo da un giovane infermiere impiegato in una casa di riposo. Quando il passato tornerà a mordere i calcagni del ragazzo, sotto forma di vecchio amico dal q.i. assimilabile a quello di una trota di lago ma con ambizioni di gran spacciatore, il mondo idilliaco del protagonista finirà in pezzi assieme alla sua vita. The Evening Hour è un film che fa delle atmosfere e dei paesaggi, sia naturali che urbani, il suo punto di forza, e priva lo spettatore di qualsiasi desiderio di vivere in America, soprattutto non nei luoghi descritti all'interno della pellicola. Gli attori sono tutti assai bravi, la storia in alcuni punti è un po' farraginosa (perché Cole non possa prendere a sberle Terry e cacciarlo subito a pedate dal paese con l'ausilio del ras di zona è qualcosa che mi sfugge) ma nel complesso è un film assai godibile.

For Sama di Waad Al-Ketab e Edward Watts (2019)

Di solito non guardo documentari ma di questo ne parlavano tutti così bene che domenica mattina mi sono accinta alla visione e sono stata felicissima della scelta. Felicissima ma distrutta, perché For Sama è talmente crudele e doloroso che ci si chiede come sia possibile vivere nelle condizioni di Waad e di tutti i suoi compaesani, assediati in una Aleppo sempre più piccola e pericolosa; come sia possibile ridere, mettere al mondo figli, trovare una nicchia di normalità. Soprattutto, ci si chiede come sia possibile che, nell'epoca "moderna", si permetta l'esistenza di aberrazioni come il regime siriano. Come ho scritto su Facebook, vergognatevi di parlare di "dittatura sanitaria" quando vi sentite depressi per il mancato aperitivo o perché siete costretti a portare la mascherina, e magari cominciate anche a smetterla di urlare che "nessuno in Italia pensa ai bambini": vedere una donna al colmo della felicità perché il marito le ha regalato un caco oppure un bambino chiedere a Dio di perdonare i suoi amici che lo hanno abbandonato ad Aleppo sono due ottimi punti di partenza per ringraziare il destino di averci concesso praticamente tutto e per ricominciare un po' a mettere le cose nella giusta prospettiva. E se volete saperne di più e magari dare una mano: https://www.actionforsama.com/

Wildfire di Cathy Brady (2020)

Un altro film che parla di piccoli paesi e grande disagio, stavolta ambientato in un'Irlanda che non ha dimenticato il suo recente passato di divisioni, terrorismo e morte. La storia di Wildfire è quella di due sorelle, Lauren e Kelly; quest'ultima è stata data per dispersa per un anno e quando torna a casa stravolge la vita della sorella, scoperchiando un passato fatto di dolore, follia latente, crimini e cose che gli abitanti vorrebbero dimenticare per comodità. Wildfire si regge sulle interpretazioni delle protagoniste (il film è dedicato alla memoria della giovane Nika McGuigan, morta di cancro nel 2019) e sull'angoscia che deriva dal vedere una realtà all'apparenza solida sgretolarsi sotto il peso di una crescente disperazione, con violenza e senza possibilità di mettere un freno. Come The Evening Hour, nemmeno Wildfire è un film entusiasmante o memorabile al 100 % ma è sicuramente un'altra visione interessante.  



domenica 22 novembre 2020

The Dark and the Wicked (2020)

Il Torino Film Festival versione online è cominciato col botto, almeno per me, grazie a The Dark and the Wicked, diretto e sceneggiato dal regista Bryan Bertino.

Trama: due fratelli tornano nella fattoria dove sono cresciuti per assistere agli ultimi giorni del padre morente. Costretti ad testimoniare ad un'altra tragedia, i due scopriranno che il luogo è preso d'assedio da un'entità malvagia...

Ormai  avrete capito che film horror ne guardo parecchi, quindi è naturale che, col tempo, quelli davvero capaci di spaventarmi siano diventati sempre meno. Diciamo che, ormai, ci sono tre cose che mi terrorizzano in un horror: la prima, la più superficiale, sono clown e bambole o marionette, che agiscono proprio a un livello di distruzione delle coronarie; la seconda sono le riprese all'infrarosso, che mi fanno immedesimare tantissimo in quelli che non vedono più una mazza e sono perseguitati da chissà quale orrore nascosto nel buio; la terza, e grazie Bryan Bertino per aver basato un intero film su questa sensazione, è l'ineluttabilità. Che non è quel pirla di Thanos che schiocca le dita e cancella metà della popolazione umana, ma quel senso di maledizione incombente e di tragedia inevitabile che era la caratteristica principale di The Grudge, dove non ti salvi dall'orrore, nemmeno se ti metti a pregare tutte le divinità del creato, se diventi buono e virtuoso, se provi ogni esorcismo conosciuto. Il terrore di qualcosa di ineluttabile ce l'abbiamo dentro ed è terribilmente reale. E' il dottore che ti dice che non c'è più nulla da fare, è vedere uno dei tuoi cari finire ricoverato in quella clinica Savonese che mi fa male solo nominarla, perché da lì non si esce, è il procrastinare, tra una medicina, un consulto medico, un tapullo casalingo e una caduta, l'inevitabile momento in cui dovrai portare la nonna in ospedale, anche se c'è una pandemia in corso, consapevole che non la rivedrai mai più. Questo solo per dare un'idea di cos'è successo in poco più di un anno. Ma torniamo all'orrore "fasullo". La storia di Louise e Michael è proprio, perdonatemi la liguritudine, la storia di un enorme "tapullo", una settimana di procrastinazione di un male che sogghigna e passa il tempo a fare il gesto dell'ombrello ai due poveracci e ai loro genitori. Quando i due fratelli arrivano alla fattoria dove sono nati e cresciuti, perché al padre resta poco da vivere, scoprono che la madre sta subendo non solo la solitudine e l'orrore della malattia del marito, ma che è anche perseguitata da qualcosa di oscuro che potrebbe essere solo nella sua mente, non fosse che, dopo un suicidio atroce, quel "qualcosa" sceglie di cominciare a torturare anche Louise e Michael. 


Fin dalle prime battute del film, Bryan Bertino non fa sconti all'orrore, di nessun genere. Innanzitutto c'è l'orrore della malattia, sia fisica che mentale, che trasforma persone conosciute e amate in estranei che non riusciamo ad amare completamente, forse perché ci mettono anche un po' a disagio, forse perché ci ricordano cosa rischiamo di diventare anche noi. Poi c'è l'orrore della solitudine e dell'impotenza, la prima diretta conseguenza di determinate scelte di vita che magari ci hanno portati lontani dalla famiglia oppure dell'orgoglio di voler cavarsela da soli, della vergogna che non vogliamo condividere neppure con chi amiamo, la seconda orripilata spettatrice di eventi impossibili da arginare: i personaggi sono destinati ad un destino incomprensibile e terrificante, davanti al quale non serve neppure la fuga e, ancor peggio, davanti al quale non c'è logica che tenga. Perché l'entità ha deciso di accanirsi contro i protagonisti? Eh, sarebbe come chiedersi perché certe persone arrivano sane ad età centenarie mentre altre muoiono nel fiore degli anni di malattie orribili, senza che ciò dipenda dalla natura del loro carattere o delle opere che hanno realizzato in vita. Se non bastasse tutto questo a mettere ansia, Bertino aggiunge i più terrificanti topoi horror legati al genere demoniaco, che uniti alla generale sensazione di isolamento claustrofobico data da luoghi che potrebbero essere anche suggestivi se non fossero così dannatamente distanti da qualsiasi forma di civiltà urbana, contribuiscono ad annichilire lo spettatore, lasciandolo sulla poltrona tremante di paura e sconfitto da una depressione strisciante. A novembre secondo voi si può dire "horror dell'anno" o pare brutto?


Del regista e sceneggiatore Bryan Bertino ho già parlato QUI.

Marin Ireland interpreta Louise. Americana, ha partecipato a film come La famiglia Fang, Hell or High Water e The Irishman. Ha 41 anni e un film in uscita. 

Michael Abbott Jr. interpreta Michael. Americano, ha partecipato a film come Mud, Loving e a serie quali Daredevil e Fear the Walking Dead. Anche produttore e regista, ha 42 anni e due film in uscita. 

Xander Berkeley interpreta il prete. Americano, ha partecipato a film come L'albero del male, Terminator 2 - Il giorno del giudizio, Candyman - Terrore dietro lo specchio, Codice d'onore, Apollo 13, Heat - La sfida, The Rock, Air Force One, Gattaca - La porta dell'universo, Pallottole cinesi, Kick-Ass e a serie quali MASH, L'incredibile Hulk, A-Team, Visitors, Ai confini della realtà, Moonlighting, Miami Vice, X-Files, Roswell, Nash Bridges, E.R. Medici in prima linea, 24, CSI - Scena del crimine, Bones, Criminal Minds, Medium e The Walking Dead; come doppiatore ha lavorato per Gargoyles e Johnny Bravo. Anche produttore, ha 65 anni e due film in uscita. 



venerdì 20 novembre 2020

Over the Moon - Il fantastico mondo di Lunaria (2020)

Era uno dei titoli animati che consigliavano di tenere d'occhio; ci ho messo un po' ma, alla fine, sono riuscita vedere Over the Moon - Il fantastico mondo di Lunaria (Over the Moon), diretto dai registi Glen Keane e John Kahrs.


Trama: dopo la morte della madre, la giovane Fei Fei non concepisce che il padre possa risposarsi con un'altra donna. Decide dunque di costruire un razzo e andare sulla Luna per portargli le prove dell'esistenza di Chang'e, principessa protagonista di una leggenda d'eterno amore...

Quanto sono cambiati i tempi. Fin da bambina ho imparato che buona parte delle principesse Disney, oltre ad essere belle, più o meno intraprendenti o felici di affidarsi alle cure di un principe, hanno una caratteristica ad accomunarle: sono orfane di madre. Biancaneve lo era, Cenerentola nemmeno aveva più il papà, Belle, Jasmine e Ariel mamma non pervenuta. La morte della mamma era data per scontata, chissà perché, un po' per la questione matrigna cattiva da far subentrare alla bisogna, un po' per lasciare 'ste povere fanciulle nelle mani di vecchi buoni di cuore ma fondamentalmente incapaci di capire le loro strane figlie, e più non dimandate. Quindi noi con lo spettro della Signora con la Falce ci siamo cresciuti, però diciamo che era uno spettro anafettivo o che comunque non ci preparava ad una cosa così terribile come la perdita di un genitore. Ultimamente, invece, probabilmente a causa di un'incidenza sempre maggiore di persone che muoiono giovani all'interno di una società altrimenti molto longeva, i cartoni animati mostrano chiaramente quello che succede quando un genitore viene a mancare di malattia, si pensi per esempio il recente Onwards, ma anche, in generale, quando muore qualcuno che amiamo (si veda Up, si veda lo Coco) e offrono ai giovani spettatori (ma anche a noi adulti) una qualche forma di consolazione, la speranza che ci sia un modo per sopravvivere a un dolore straziante e a continuare a tenere vivi i ricordi di chi non c'è più senza sprofondare nella disperazione. Lo stesso vale per Over the Moon, che la coltellata emotiva la tira subito dopo 5 minuti di splendido idillio familiare e strappa allo spettatore tutte le sue lacrime lasciando orfana la piccola Fei Fei, figlia di una coppia che gestisce un ristorante la cui specialità sono le torte lunari tipiche della Festa di metà autunno, dedicata alla figura mitologica di Chang'e. Quest'ultima è protagonista di una leggenda molto amata dalla madre di Fei Fei, e anche lei è vittima di una tragica vicenda di affetti perduti: inghiottita per sbaglio la pillola dell'immortalità, Chang'e è volata sulla Luna, senza più riuscire ad incontrare l'armato arciere Houyi, condannato invece a rimanere mortale. Col tempo, Fei Fei cresce e il padre decide di risposarsi ; l'"affronto" del genitore viene collegato dalla ragazzina alla volontà di dimenticare la madre e a un progressivo scetticismo verso la leggenda di Chang'e, cosa che la porta a decidere di costruire un razzo per andare sulla Luna e portare le prove al padre dell'esistenza dell'immortale fanciulla.


Il risultato della decisione di Fei Fei è un'avventura lunare in equilibrio tra momenti più action e vivaci, attimi di umorismo delizioso e sequenze poetiche e malinconiche, con una protagonista indipendente, intelligente e mai antipatica, che nella testardaggine del rifiuto del "nuovo" arriva a crearsi una bolla di solitudine egoistica e a scoprire qual è il destino di chi si chiude all'amore e all'amicizia disinteressati, rimanendo compresi in un dolore sterile e dannoso. La Luna di Over the Moon è popolata di personaggi coloratissimi e realizzata con tecniche di animazione al computer "mista", che va dal realismo bambolottoso dei personaggi terrestri e della stessa Chang'e, capace di passare da un'insospettabile natura di idol a fragile e meravigliosa principessa triste, a un delirio di creaturine astratte dai vivaci colori al neon, realizzate con i character design più disparati, talvolta legati a un iperrealismo totale (vedi il cane dello spazio), altre volte alle leggende cinesi, spesso solo al desiderio di mostrare cose caruccette e colorate, parte di un bestiario lunare che si unisce a fantasiosi paesaggi e architetture che rendono Lunaria un delirio visivo. Over the Moon per certi aspetti ricalca la scia di Frozen; è molto cantato e, ovviamente, ha il pregio di avere numeri musicali di tutto rispetto, animati alla perfezione, ma fortunatamente rifugge la stucchevolezza di personaggi come Olaf, tra l'altro parodiato a un certo punto con un protagonista che si autodefinisce "annoying"e che, di fatto, viene introdotto ben oltre la metà del film, risultando piacevole anche per chi non ama particolarmente i musicarelli "à la Disney". Che il regista Glen Keane venga dalla scuderia della Casa del Topo è evidente dall'inizio alla fine del film mentre la pellicola è prodotta dal Pearl Studio, una branca ora indipendente della Dreamworks, e questa doppia anima fa di Over the Moon un cartone "classico" nel senso più occidentale del termine, nonostante peschi a piene mani nel folklore cinese, ma proprio per questo, se vi piacciono i cartoni animati, varrebbe la pena fare un mese di prova su Netflix anche solo per godersi questo gioiellino, che al cinema a mio avviso avrebbe fatto faville. 


Di John Cho (voce originale del padre), Sandra Oh (Mrs. Zhong) e Ken Jeong (Gobi) ho già parlato ai rispettivi link.

Glen Keane è il co-regista della pellicola. Americano, soprattutto animatore, ha diretto il corto Dear Basketball, che gli è valso l'Oscar. Anche produttore, sceneggiatore e doppiatore, ha 66 anni.

John Kahrs è il co-regista della pellicola. Americano, soprattutto animatore, ha diretto il corto Paperman, che gli è valso l'Oscar. Anche sceneggiatore e doppiatore, ha 53 anni.


Se Over the Moon vi fosse piaciuto recuperate Coco, Onward e La canzone del mare. ENJOY!



 

mercoledì 18 novembre 2020

Hosts (2020)

Dici, siamo in un brutto periodo, parliamo di film allegri? No. Oggi parliamo di Hosts, la roba più cattiva vista quest'anno, diretta e sceneggiata dai registi Adam Leader e Richard Oakes.


Trama: una cena di Natale diventa un incubo quando due degli ospiti cominciano a manifestare violenti comportamenti...

Hosts non è solo cattivo. E' proprio bastardo. Fatto con due sterline e ambientato all'interno di una casa (due, dai. Più un pezzetto di bosco), instilla orrore nel modo in cui dovrebbero farlo tutti gli horror degni di questo nome: con poche, brevissime sequenze introduttive presenta i protagonisti e ce li fa amare tutti, dal primo all'ultimo, fosse anche per la loro normalità e banalità, perché al posto loro potremmo esserci noi. E così succede che dopo aver assistito a un dolcissimo scambio di regali tra Jack e Lucy, lui uomo dotato di una faccetta da cucciolo tenerissima, e all'intimità di una famiglia a cui la vita ha già chiesto moltissimo, vedere queste persone fatte a pezzi, torturate psicologicamente e terrorizzate proprio sotto Natale, porca miseria, come direbbe Titty Ferro fa "male, male, male da morire". E poco importa da dove venga la minaccia e perché a un certo punto la gente si sia messa a sbroccare, quel che conta è tenere infilate le unghie nelle ginocchia per l'ansia di capire cosa succederà a questi poveracci, "colpevoli" di essere figli di Dio e di cercare felicità nella loro (apparente) unità familiare, ignorando più o meno scientemente le piccole magagne e gli scheletri nell'armadio di coloro ai quali più vogliono bene.


Poiché per "gustarvi" Hosts e rimanere disgustati e sconvolti, com'è successo a me in almeno un paio di scene, sarebbe meglio che del film sapeste poco o nulla, spenderò giusto ancora qualche riga per parlarvi del modo in cui è stato realizzato. Adam Leader e Richard Oakes sono due esordienti, eppure riescono a far fruttare tutti i pochi mezzi a loro disposizione, creando un'atmosfera lugubre e squallida grazie a luci non proprio perfette e insinuando all'interno di una normale casetta borghese una dimensione da incubo fatta di inquadrature ribaltate, angoli sghembi e ambienti claustrofobici, il tutto condito da melodie inquietanti che distorcono la solitamente adorabile Danza della fata dei confetti e, neanche a dirlo, litri di sangue, rosso che più non si può. Un plauso anche agli attori, magari non tutti memorabilissimi, ma il biondo Neal Ward è l'elemento assolutamente indimenticabile del film, l'unico a cui non servono azioni particolarmente violente e scioccanti per farsi ricordare: basta un musetto imbronciato e tenerello che nel giro di qualche sequenza si trasforma in una maschera di spietatezza pura senza perdere quel tocco di incredulità che porta lo spettatore a urlare "ma eri così simpatico e caruccio, nuoooH!". True story. Come ho scritto su Facebook, Hosts è un film che SCONSIGLIO sotto Natale, a meno che non vi vogliate fare malissimo, ma se avete stomaco forte e desiderio di deprimervi, andate pure in fiducia.  

Adam Leader e Richard Oakes sono i registi e sceneggiatori della pellicola. Inglesi, anche attori e produttori, hanno un film in uscita. 




martedì 17 novembre 2020

Killer Therapy (2019)

Un'altra delle pillole di Lucia era Killer Therapy, diretto e co-sceneggiato nel 2019 dal regista Barry Jay.

Trama: Brian è un ragazzino dalle tendenze sociopatiche, ulteriormente peggiorate con l'arrivo di una sorellina adottata. Una volta cresciuto, dopo essere passato nelle mani di svariati psicoterapeuti, Brian decide di vendicarsi di tutti quelli che hanno cercato inutilmente di curarlo...

Qualche giorno fa leggevo uno spassosissimo post su Facebook scritto dal geniale John Cleese. All'interno del lungo post, tra le altre cose, si diceva che gli americani non sono in grado di gestirsi da soli e devono continuamente ricorrere a psichiatri e avvocati per sopravvivere; tolti gli avvocati, Killer Therapy è la quintessenza di quanto affermato da Cleese e dimostra come non è sempre consigliabile sostituire il vero contatto umano con psichiatri e psicoterapeuti. Aggiungo inoltre che gli americani hanno anche degli enormi problemi col concetto di adozione (in lockdown avevo letto le storie orribili degli Stauffer e della loro smania di adozione compulsiva, cercateli su Google e inorridite assieme a me), che probabilmente ritengono un'inquietante panacea per tutti i mali familiari, come nel caso dei genitori di Brian, ragazzino "difficile" che viene costretto a sopportare la presenza di una sorellina adottiva. L'inizio di Killer Therapy è funzionale a far montare nello spettatore non solo la paura verso ciò che Brian potrebbe fare ma anche l'odio nei confronti di tutti gli esseri più o meno imbecilli che lo circondano, genitori in primis, perché passi il padre padrone che palesemente lo odia ma anche la mamma psicoterapeuta ed incapace di capire il figlio (per non parlare dei traumi che gli sta provocando il primo psichiatra...) andrebbe appesa per i pollici, porca miseria. Un improvviso scatto di violenza con conseguenze terribili serve ai due fantagenitori per capire, finalmente ma tardivamente, che Brian non è normale e che l'unica cosa da fare è mandarlo in un manicomio... non fosse che, anche lì, i medici volponi lo ritengono pronto a tornare in società dopo qualche anno e via che ricomincia tutto da capo. Non c'è dunque da stupirsi che Brian, a un bel momento, decida che la psichiatria è inutile e che l'unica cosa da fare per riprendere il controllo della propria esistenza in pezzi sia uccidere tutti quelli che lo hanno curato male, assieme ovviamente a tutti gli stronzi che pensano di poterlo prendere a pesci in faccia solo perché "strano".


La buona Lucia nel suo post ha scritto che Killer Therapy è “tutto ciò che Joker avrebbe dovuto essere e non è stato" e in effetti il meccanismo è molto simile, perché alla base di tutto c'è una psicosi latente trattata con superficialità ed esasperata da persone, familiari e conoscenti compresi, incapaci di trattare Brian con tutte le cautele del caso: Brian nasce sbagliato, è vero, tuttavia le sue esplosioni di violenza sono intrinsecamente legate non solo a terapeuti da denuncia oppure superficiali ma anche e soprattutto a genitori incapaci di gestire un figlio (anzi, i figli: che in anni di assenza la madre psicologa non sia riuscita a preparare la figlia adottiva al ritorno del fratello è semplicemente folle) se non con cieca severità o ancor più cieco lassismo. In tutto questo, se la storia di Brian è sconvolgente e molto interessante, non ho però trovato Killer Therapy altrettanto esaltante a livello di regia e, soprattutto, attori. A parte che io non amo molto lo stile "grezzo" e "squallido", due aggettivi che spesso calzano a pennello alla fotografia, al montaggio e alla regia del film, probabilmente per esasperare ancora di più le sensazioni di disagio provate da Brian, non so come sia venuto in mente al casting di utilizzare un rosso malpelo zeppo di lentiggini per interpretare il piccolo Brian e poi un moretto per la sua versione adulta, al quale peraltro, verso la fine, hanno appiccicato con lo sputo barba e capelli fintissimi, giusto per farlo somigliare un po' di più a Charles Manson. Per fortuna Michael Queliqi, che interpreta Brian, è bravo ed è circondato da vecchie glorie horror che commuove vedere sullo schermo, cosa che mi rende comunque felice di avere visto Killer Therapy, film che consiglio a tutti, almeno per una visione.

Di P.J. Soles (Dottoressa Emily Lewis) ho già parlato QUI.

Barry Jay è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, anche produttore, ha diretto un altro horror, Ashes

Adrienne King interpreta Mrs. Perkins. Americana, ha partecipato ad altri film come Hair, La febbre del sabato sera, Venerdì 13L'assassino ti siede accanto e The Butterfly Room - La stanza delle farfalle. Anche produttrice, sceneggiatrice e stuntwoman, ha 65 anni e un film in uscita. 

Thom Mathews interpreta John Langston. Americano, ha partecipato a film come La signora in rosso, Il ritorno dei morti viventi, Venerdì 13: Parte VI - Jason vive, Il ritorno dei morti viventi 2, The Peacemaker e serie come Dynasty e E.R. Medici in prima linea. Anche produttore, ha 62 anni.

Il mostruoso Daeg Faerch, che interpreta Blake Corbin, era il giovane Michael Myers in Halloween - The Beginning. ENJOY!


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