mercoledì 16 gennaio 2019

Unbreakable - Il predestinato (2000)

Siccome domani dovrebbe uscire (a rigor di logica, ma non mi sorprenderei se a Savona non arrivasse) Glass, ho deciso di riguardare dopo anni Unbreakable - Il predestinato (Unbreakable), diretto e sceneggiato nel 2000 dal regista M. Night Shyamalan. Inevitabile la presenza di SPOILER.


Trama: David Dunn è l'unico superstite di un disastro ferroviario e questo attira l'attenzione di Elijah Price, convinto di avere finalmente trovato l'equivalente di un supereroe.


Per quanto negli ultimi anni sia arrivata a ricoprire spesso Shyamalan di insulti (rivalutandolo dopo The Visit e Split), non si può negare che i quattro film girati a partire da Il sesto senso siano delle piccole bombe capaci di sorprendere lo spettatore non solo per la regia sopraffina ma anche e soprattutto per la diversità dei temi trattati. Nell'anno del Signore 2019, dopo almeno una trentina di cinecomic e una mezza dozzina di film a tema, nessuno si stupirebbe più davanti ad una trama che parte dalla realtà dei fumetti e decostruisce il mito del supereroe rendendolo sorprendentemente umano ma qui parliamo del 2000. Nello stesso anno usciva X-Men, il primo di una fortunata serie di adattamenti Marvel quando ancora l'MCU non esisteva e non c'è dubbio che Shyamalan avesse cavalcato l'onda di questa novità per darne la sua versione ma sicuramente ci sarà voluto del coraggio visto il destino dei film di supereroi fino a quel momento. E così, anche se oggi siamo abituati a cose come Kick-Ass, Super, Chronicle e quant'altro, quasi venti anni fa non era così banale inserire una cosa smaccatamente "infantile", vituperata o di nicchia come i supereroi all'interno di un contesto "realistico" come quello di Unbreakable. Che, sì, parla di persone con superpoteri ma lo fa con un occhio spalancato sulla naturale incredulità che causerebbe l'esistenza di esseri simili, partendo proprio dallo stupore di chi questi poteri li ha, come David Dunn. David ha la percezione di essere diverso ma la sua è una diversità talmente difficile da isolare e capire che ha passato l'intera esistenza quasi senza rendersene conto e ciò ha pesato non solo sulla sua vita privata, condizionata da qualcosa di impalpabile, ma anche e soprattutto sulla sua psiche; consapevole di avere qualcosa in più, di essere nato per adempiere in qualche modo ad uno scopo, David vive nella frustrazione, nella tristezza e nell'incertezza, tenendosi a distanza da moglie e figlio senza un apparente motivo preciso. Lo spettatore si ritrova così sballottato tra il punto di vista di David, supereroe incredulo e impreparato, e quello di Elijah Price, fermo sostenitore di questa strampalata teoria del "super". Reietto fin da piccolo, circondato da fumetti, prigioniero di un mondo di fantasia, Elijah ha del bello e del buono a convincere David e lo spettatore della veridicità delle sue intuizioni, che sembrano frutto di una mente irrazionale, eppure a poco a poco lui e Shyamalan riescono a strappare la cortina della logica incontrovertibile per renderci possibilisti, aprire la nostra mente all'idea che sì, David è un supereroe. Privo dell'usuale consapevolezza ed autorevolezza dei super, privo di una tuta o di segni distintivi ma comunque un eroe dotato di poteri. E da quel momento, letteralmente, succede di tutto. Sempre, ed è bene sottolinearlo, senza il sensazionalismo tipico di un cinecomic, ché qui siamo più nell'atmosfera di un dramma psicologico o di un thriller.


Eppure, anche se forse ad una prima visione non ce ne rendiamo conto, Unbreakable E' indubbiamente un cinecomic o perlomeno un fumetto trasposto in film, ne ha tutte le caratteristiche stilistiche, per quanto ben nascoste. Tanto per cominciare la macchina da presa di Shyamalan "legge" con noi una storia e lo si capisce dai movimenti che fa, a partire dalla scena introduttiva sul treno, bellissima; le inquadrature, poi, rispecchiano tantissimo le vignette di un fumetto, tra cornici, splash page e intensi primi piani. C'è anche tutto un gioco di prospettive e punti di vista ribaltati, con un'enorme attenzione a riprendere Bruce Willis spesso un po' distante dagli altri personaggi in scena, a testimonianza del suo isolamento, e "l'uomo di vetro" Samuel L. Jackson riflesso o circondato da specchi e altre superfici riflettenti, ma non solo. Perdonatemi se prendo in prestito parte del vocabolario de L'antro atomico ma, fin dall'inizio, la natura di Elijah viene palesata al pubblico dalla sua passione per il Viola Villanzone, colore supereroistico malvagio per eccellenza, mentre David viene connotato dal verde, tinta positiva che ben accompagna la sua "divisa" da supereroe, che lo rende riconoscibile e lo protegge dalla sua naturale kriptonite. L'abilità di Shyamalan è dunque quella di dare in pasto allo spettatore un film sui fumetti e per gli amanti dei fumetti travestendolo da rispettabile pellicola che, apparentemente, prende le distanze con ironia dal mondo nerd, come testimonia l'elenco di numeri e percentuali riportato all'inizio di Unbreakable, a mo' di introduzione al fenomeno "comics". L'illusione regge anche grazie alla scelta di interpreti meravigliosi, con un Bruce Willis mai così dolorosamente fragile nella sua natura di "working class hero" sconfitto dalla vita e un Samuel L. Jackson che, nonostante la sua apparenza di debole freak, ha sempre e comunque tutto il carisma tipico dell'uomo che potrebbe prenderti a calci in culo senza battere ciglio e seppellirti a parole; menzione d'onore anche per il piccolo Spencer Treat Clark, magari meno incisivo di Haley Joel Osment ma comunque protagonista di un paio di scene intensissime e commoventi, quella della pistola su tutti. Se non avete mai visto Unbreakable - Il predestinato direi che con l'uscita di Glass avete una buona scusa per rimediare alla mancanza, altrimenti riscopritelo e tornate ad amarlo come la prima volta, incrociando le dita perché l'ultimo film di Shyamalan sia una degna conclusione di una bella trilogia.


Del regista e sceneggiatore M. Night Shyamalan, che interpreta anche lo spacciatore allo stadio, ho già parlato QUI. Bruce Willis (David Dunn), Samuel L. Jackson (Elijah Price) e Robin Wright (Audrey Dunn) li trovate invece ai rispettivi link.

Spencer Treat Clark interpreta Joseph Dunn. Americano, ha partecipato a film come Arlington Road - L'inganno, Il gladiatore, Mystic River, L'ultima casa a sinistra, The Last Exorcism - Liberaci dal male e a serie quali Agents of S.H.I.EL.D. e Criminal Minds. Anche produttore, ha 32 anni e tornerà come Joseph in Glass.


La parte di Audrey Dunn era stata offerta a Julianne Moore, che l'ha rifiutata per partecipare invece a Hannibal. Ovviamente, benché Unbreakable sia un film perfetto già di per sé, come sappiamo tutti è legato in qualche modo a Split, quindi se vi fosse piaciuto recuperatelo nell'attesa che esca Glass, il terzo capitolo di questa strana trilogia Shyamalana. ENJOY!


martedì 15 gennaio 2019

Il Bollalmanacco On Demand: Loveless (2017)




Primo On Demand dell'anno! Inaugura il Bollalmanacco On Demand 2019 la cara Patrizia, che ha richiesto Loveless (Nelyubov), diretto e co-sceneggiato nel 2017 dal regista Andrey Zvyagintsev. Il prossimo film su richiesta sarà Lake Mungo! ENJOY!


Trama: il figlio di una coppia in procinto di divorziare scompare misteriosamente. I genitori saranno costretti a collaborare, in qualche modo, per ritrovarlo...



Siccome sono fissata con le lingue, sono andata a vedere il significato letterale della parola Nelyubov. La prima traduzione che viene offerta è "disgusto" o anche "disaffezione", due parole che, assieme a "loveless", senza amore, contribuiscono ad arricchire il film di Andrey Zvyagintsev di nuovi significati e a renderlo una pellicola ancora più cupa e triste di quanto già non sia. Sono abituata ad incappare in personaggi odiosi, insopportabili e cattivi nella marea di film horror che guardo annualmente, ma pochissime volte mi è capitato di vedere un dramma popolato da persone inqualificabili, il cui disgusto verso qualunque cosa li circondi, familiari in primis, è secondo solo al loro cieco egoismo, alla loro letterale incapacità di prendersi le proprie responsabilità perché accecati dal loro ego, grande come una casa. Zhenya e Boris, moglie e marito in procinto di divorziare, sono due esseri orribili e ciò che si dicono reciprocamente o che vomitano sugli altri nel corso del film è qualcosa di talmente pesante e crudo da mettere i brividi; a farne le spese è principalmente il piccolo Alyosha, dodicenne costretto a subire le angherie di una madre che lo ha messo al mondo perché "convinta" dal marito e ad ascoltare gli amarissimi litigi di due genitori che si detestano, accusandosi reciprocamente di essersi rovinati la vita principalmente a causa della scelta di mettere al mondo un figlio. Non stupisce, quindi, che a un certo punto Alyosha se ne vada di casa. Ora, in un qualsiasi dramma o commedia italiano o americano, i due genitori durante questa esperienza avrebbero trovato modo non dico di rimettersi assieme ma perlomeno di riconciliarsi, di sfruttare il dolore come punto d'unione, di ritrovare il rispetto reciproco. Invece, Loveless è un film che più pessimista non si può e la scomparsa di Alyosha è tanto dolorosa quanto inutile, non solo perché non risolve alcun tipo di conflitto ma anche e soprattutto perché non modifica i personaggi di una virgola, condannandoli a ripetere sempre gli stessi errori. Zhenya e Boris, a prescindere dalle situazioni in cui verranno a trovarsi, rimarranno sempre, rispettivamente, fino all'ultimo fotogramma, una debole stronza egoista che non è riuscita a diventare migliore della madre pazza e un debole stronzo egoista, convinto che amare una donna significhi metterla incinta così da avere una famiglia felice come quelle degli spot TV. Almeno finché non subentra la noia per quella fidanzata non più così giovane e per quel figlioletto inevitabilmente rompicoglioni.


Lo spettatore costretto a testimoniare, come del resto i poveri volontari che si impegnano a cercare Alyosha, tanta pochezza d'animo, si ritrova preso da due desideri contrastanti: da una parte, si spera che il bambino non venga mai più ritrovato o che risulti morto, così da infliggere una punizione gigantesca ai due stupidi genitori, dall'altra, ovviamente, si parteggia per il suo eventuale ritrovamento, perché effettivamente il pargolo non ne può nulla. Soprattutto, considerato che il regista non lesina carrellate su carrellate assai realistiche di paesaggi brulli ed innevati, fiumi cupi, foreste sterminate, città affollate, palazzi che sembrano alveari e luoghi abbandonati che possono celare ogni genere di pericolo, si arriva a temere per la vita di Alyosha e a vergognarci per esserci, per almeno una mezz'oretta, dimenticati di lui, impegnati com'eravamo a seguire la squallida, insoddisfacente quotidianità di due genitori troppo presi da lavoro ed autograficazione. Alyosha, finché non scompare, risulta infatti come il rumore di sottofondo di una radio e una TV che raccontano il terrore per la fine del mondo prima e l'orrore della guerra in Ukraina poi; c'è ma non lo notiamo, concentrati come siamo sul nostro piccolo mondo dove possiamo comportarci da infantili stronzi quanto vogliamo, tanto non cambierà nulla. Loveless è un film duro, spietato, con degli attori bravissimi costretti in personaggi scomodi, un'opera che mi ha sconvolta spesso e che mi ha spinta alle lacrime almeno due volte, una per la rabbia e la frustrazione (l'immagine di Alyosha che piange in silenzio mentre i genitori litigano è straziante), l'altra per un temporaneo sollievo. Sottolineo, temporaneo, ché se cercate consolazione da questo splendido e terribile Loveless avete davvero sbagliato film.

Andrey Zvyagintsev è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Russo, ha diretto film come Il ritorno e Leviathan. Anche attore e produttore, ha 55 anni.




domenica 13 gennaio 2019

Bird Box (2018)

Inaspettatamente, prima della fine dell'anno Netflix ha messo a segno un altro colpaccio mettendo in catalogo Bird Box, diretto nel 2018 dalla regista Susanne Bier e tratto dal romanzo La morte avrà i tuoi occhi di Josh Malerman.


Trama: il mondo viene funestato da un'epidemia di suicidi causati da misteriose entità. Tra i pochi sopravvissuti c'è Malorie, madre di due bambini assieme ai quali tenta una disperata traversata alla cieca lungo il fiume...



Netflix fa una pubblicità spudorata a rumenta come Sabrina e poi lascia passare gioiellini come Bird Box in secondo piano, al punto che se non avessi letto della presenza di Sarah Paulson nel cast probabilmente non avrei nemmeno dato una chance al film di Susanne Bier. Poi l'ho guardato, ho scoperto che c'era anche John Malkovich e ovviamente ho ri-bestemmiato contro Netflix. Detto questo, Bird Box è un inquietante horror post-apocalittico che priva i personaggi principali di uno dei cinque sensi, rendendo ancora più ardua la sopravvivenza. Benché il romanzo da cui è tratto risalga al 2014, è inevitabile pensare subito a A Quiet Place, all'interno del quale i protagonisti venivano messi in pericolo dai suoni, ma la mente durante la visione è corsa anche al quasi sconosciuto ma pregevole From Within; all'interno di Bird Box, infatti, chi utilizza la vista rischia di scorgere qualcosa di terribile che lo spinge a suicidarsi e i personaggi sono dunque costretti a rimanere chiusi in casa con le finestre oscurate oppure tentare una fuga disperata con gli occhi bendati, a rischio di finire malissimo sia che si incroci lo sguardo con le creature invisibili sia che ci si rompa l'osso del collo perché impossibilitati a vedere (cosa che, per inciso, non succede a nessuno, un'ingenuità a livello di trama che effettivamente fa un po' sorridere visto che, io per prima, come minimo sarei volata in un dirupo). In tutto questo, la protagonista è una donna incinta dotata dello stesso senso materno che potrei avere io la quale, già provata dalla sua indesiderata condizione, si ritrova a un certo punto a dover garantire la sopravvivenza sua e di ben due bambini e ad affrontare scelte che la renderebbero ancora meno umana delle creature che danno loro la caccia. La storia di Malorie e dei sue due figli viene narrata con una serie di flashback che fungono da intermezzo per la loro  fuga disperata verso la salvezza, affidata alla corrente di un fiume, scelta narrativa che divide il film in due "generi" ideali: il survival apocalittico in senso stretto e qualcosa di più simile al The Mist di Stephen King, all'interno del quale fanno più paura le dinamiche che intercorrono tra i sopravvissuti piuttosto che la minaccia che li affligge.


La bellezza di Bird Box, dunque, risiede non solo nella storia ma anche nel modo in cui vengono tratteggiati i vari personaggi. Mi verrebbe da dire che il tocco femminile alla regia si percepisce, perché la protagonista viene costretta ad affrontare se stessa prima ancora che la minaccia sovrannaturale incombente ma anche perché persino i personaggi secondari hanno qualcosa da dire, come per esempio un John Malkovich sopra le righe ma capace di regalare almeno un interessante confronto a base di "saggezza popolare", per non parlare dei primi piani di due bimbi tanto espressivi quanto disperati e del modo in cui Sandra Bullock si rapporta con loro. L'attrice, poi, è bellissima e brava come non mai. Il personaggio di Malorie è infatti una protagonista nella quale ci si può ritrovare sotto molti aspetti, è eroica ma anche umanissima ed imperfetta, oltre ad essere pervasa da un dolore che la spinge a comportarsi da stronza persino con i due bambini che si è ritrovata tra le mani, un "boy" e una "girl" ai quali viene letteralmente impedito di affezionarsi alla madre, fino a rischiare inevitabili, nefaste conseguenze. In generale, comunque, mi è parso che ogni dialogo, ogni gesto, ogni interazione non fosse lasciata al caso e il risultato è che, oltre ad avere il cuore in gola durante le sequenze più concitate e prettamente horror (e ce ne sono moltissime), di tanto in tanto guardando Bird Box si riesce anche a riflettere e a commuoversi, soprattutto sul delicato finale che, mi si dice, è molto diverso da quello del libro. Quindi il mio consiglio è quello di recuperare Bird Box per incominciare l'anno cinematografico su Netflix nel migliore dei modi!


Di Sandra Bullock (Malorie), John Malkovich (Douglas), Sarah Paulson (Jessica), Jacki Weaver (Cheryl), Tom Hollander (Gary), Pruitt Taylor Vince (Rick) e David Dastmalchian (Predone che fischia) ho parlato ai rispettivi link.

Susanne Bier è la regista del film. Danese, ha diretto film come Non desiderare la donna d'altri, Dopo il matrimonio, In un mondo migliore e Love Is All You Need. Anche sceneggiatrice, produttrice e attrice, ha 58 anni.


Machine Gun Kelly (vero nome Colson Baker) interpreta Felix.  Rapper americano, ha partecipato a film come Nerve e Viral. Anche compositore e produttore, ha 28 anni e quattro film in uscita.


Parminder Nagra interpreta la dottoressa Lapham. Inglese, la ricordo per film come Sognando Beckham, inoltre ha partecipato a serie quali E.R. Medici in prima linea e Agents of S.H.I.E.L.D.. Ha 43 anni e un film in uscita.


Se Bird Box vi fosse piaciuto recuperate The Mist e A Quiet Place. ENJOY!



venerdì 11 gennaio 2019

Suspiria (2018)

Nonostante il boicottaggio del multisala savonese, finalmente sono riuscita a vedere anche Suspiria, uno degli horror che più aspettavo quest'anno, diretto nel 2018 dal regista Luca Guadagnino.


Trama: la giovane Susie si reca a Berlino per frequentare la rinomata accademia di danza di Madame Blanc. Lì, tra misteriose sparizioni e inquietanti incubi, la ragazza si ritroverà invischiata in qualcosa di sovrannaturale...



In mezzo a remake stantii, omaggi terrificanti, rovinatori d'infanzie assortite, ecco spuntare, come la Venere dalle acque, il buon Luca Guadagnino. Il quale, messe da parte le atmosfere bucoliche e delicate di Chiamami col tuo nome, decide di abbracciare quelle fredde e deprimenti di una Berlino Est anni '70, dove il punk va a braccetto con le bombe, non smette di piovere o nevicare nemmeno per sbaglio e la gente muore o sparisce senza un perché, lo spettro della seconda guerra mondiale ancora troppo vicino agli abitanti sconfitti. Nel giro di sei capitoli e un epilogo, Guadagnino si appropria dell'ispirazione Argentiana, partendo dalle suggestioni di quello che per me è il film più bello del vecchio Darione, e va in tutt'altra direzione, scegliendo di raccontare una storia di donne che lottano con le unghie e con i denti per affermarsi in una società che ancora le vuole come sesso debole, schiacciate dalle scelte degli uomini e dalle convenzioni sociali e religiose; nel mondo chiuso dell'accademia di Madame Blanc, dove il maschio viene ridotto ad inutile oggetto da irridere, riti inquietanti mirano a far tornare in forze la "Madre", entità apparentemente primordiale, sicuramente malvagia ma forse, solo forse, anche fautrice di un positivo rinnovamento se "usata" per il bene comune. La congrega capitanata da Madame Blanc è popolata da donne inquietanti, vere e proprie streghe dall'animo insondabile, che allevano giovani fanciulle non solo per amor dell'arte ma anche e soprattutto per i propri scopi. A queste ultime, poverelle, non resta altro da fare che danzare in lieta ignoranza abbracciando i quotidiani incubi notturni senza porsi troppe domande, oppure ribellarsi ad un destino che nessuno riesce bene a comprendere, staccandosi da un luogo che offre sicurezze ma richiede troppo in cambio, andando incontro a conseguenze nefaste; Patricia, Olga, chissà quante altre ragazze "interrotte" sono scomparse nelle tumultuose strade di Berlino, trascinate da fantomatiche brutte compagnie o distratte dai mali terreni del mondo ma Susie no. Susie, lei, è nata per danzare, per sfruttare le sue incredibili capacità onde fuggire dal giogo della famiglia hamish e della madre morente, per essere la donna migliore possibile, non importa a quale prezzo. Non è la Susy di Dario Argento, quella ragazzetta che si limitava a svenire e che giusto per botta di fortuna, sul finale, riusciva ad uccidere la Madre: ben lontana dall'essere agnellino sacrificale, la Susie di Guadagnino è forte e determinata, probabilmente già a metà film intuisce cosa si nasconde dietro il fuoco sacro dell'arte che la muove ma non gliene frega assolutamente nulla.


Il Suspiria di Guadagnino non è dunque un film da vedere senza collegare il cervello e sicuramente necessita almeno di una seconda o terza visione per essere compreso al meglio, senza venire distratti dalla trama principale e dal fascino dell'horror, ché le sottotrame dell'attentato terroristico, reiterata in ogni modo per tutto il film, e del Dr. Klemperer sono ugualmente importanti e fondamentali al fine di capire appieno ciò che scorre sullo schermo. E siccome è già un miracolo che io sia riuscita a vederlo solo una volta, sarà meglio che mi concentri su quello che colpisce di più di Suspiria, anche ad una prima visione superficiale, ovvero la bellezza della messa in scena e delle musiche, la cupa e deprimente fotografia, la versatilità degli attori. La prima morte che avviene sullo schermo è un capolavoro di regia e montaggio, una danza crudele dalle conseguenze impensabili e terribili; personalmente, sono un'ENORME detrattrice di Dakota Johnson ma è chiaro che qui la ragazza si è fatta il mazzo e i suoi movimenti, i suoi respiri, la determinazione che muove il suo personaggio entrano nella pelle dello spettatore che non può che rimanere ammutolito, affascinato davanti alle prove prima e all'esecuzione poi dell'inquietante spettacolo denominato Volk. Ogni numero di danza, a dire il vero, supera di parecchio il barocchissimo finale (al limite del trash, soprattutto per il trucco della Markos, che pare quello di un suppliziante) che ha spinto molti a paragonare Suspiria a Le streghe di Salem. Ora, per quanto sia una delle poche a cui è piaciuto il film di Rob Zombie, capisco persino io che le due pellicole giocano due campionati diversi e che l'opera di Guadagnino è intrisa di una raffinatezza e di una grazia impensabili per Zombie, caratteristiche che si palesano anche davanti alle peggiori macellate e ad uno schermo interamente ricoperto di rosso, l'unico colore "saturo" dell'intero film, capelli della Johnson compresi. Al limite, se vogliamo fare paragoni, possiamo scomodare The Neon Demon, al quale ho pensato durante i deliranti incubi di Susie, ma anche qui parliamo di due cose completamente diverse, ché Guadagnino non perde mai il filo del discorso, non indulge nei colori sgargianti dell'originale argentiano e non offre il fianco alla voglia di privilegiare una regia visionaria a scapito della linearità della trama. E poi, nessuno dei due film aveva la meravigliosa Tilda Swinton a riempire quasi ogni scena, in tre diverse incarnazioni: donna, uomo, mostro. Ecco, questa moltiplicazione di ruoli è qualcosa su cui vorrei riflettere quando avrò modo di riguardare Suspiria senza essere catturata dalle splendide melodie di Thom Yorke e dall'ansia di quei sospiri concitati. Se qualcuno ha qualche bella interpretazione da offrire, ci sono sempre i commenti, nel frattempo consiglio a tutti di non perdere questo purtroppo mal distribuito Suspiria perché è davvero uno spettacolo!


Del regista Luca Guadagnino ho già parlato QUI. Dakota Johnson (Susie Bannon), Tilda Swinton (Madame Blanc/Dr. Joseph Klemperer/Helena Markos), Chloë Grace Moretz (Patricia), Mia Goth (Sara) e Jessica Harper (Anke) le trovate invece ai rispettivi link.


Se Suspiria vi fosse piaciuto recuperare l'originale di Dario Argento e aggiungete Inferno e La terza madre per avere un quadro più completo. ENJOY!


giovedì 10 gennaio 2019

(Gio)WE, Bolla! del 10/1/2019

Buon giovedì a tutti! Vi farà piacere sapere che lo splendido Vice - L'uomo nell'ombra ha fatto capolino e lo stesso vale per Van Gogh, già uscito la settimana scorsa, almeno al multisala. Al cinema d'élite hanno fatto invece direttamente il colpaccio. Andiamo quindi a vedere quali novità sono state riservate a noi poveri plebei di provincia... ENJOY!

Benvenuti a Marwen
Reazione a caldo: Che indecisione!
Bolla, rifletti!: Il trailer mi è parso molto carino ed effettivamente voglio bene sia a Zemeckis che a Steve Carell. Il problema è che ancora devo vedere Ralph spacca internet (probabile futuro candidato agli Oscar) e le critiche d'oltreoceano stanno letteralmente facendo a pezzi il film di Zemeckis, quindi non saprei davvero che fare!!

Attenti al gorilla
Reazione a caldo: NO.
Bolla, rifletti!: C'è Frank Matano, quindi no a prescindere. La voce del gorilla, come viene sottolineato nel trailer di quest'ennesima commediola familiare, è di Claudio Bisio e la vastità del ca**o che me ne frega è inquantificabile.


Non ci resta che il crimine
Reazione a caldo: Mah.
Bolla, rifletti!: Visti gli interpreti e la trama stranamente "particolare" per la commedia italiana, questo film potrebbe anche andarmi a genio. Il problema è che La befana vien di notte mi ha traumatizzata, inoltre subodoro una porcata simile a Brutti e cattivi, quindi eviterò.

E finalmente, al cinema d'élite arriva...


Suspiria
Reazione a caldo: Affascinante.
Bolla, rifletti!: Non essendo certa che da qualche parte lo avrebbero programmato, sono corsa a Genova a vederlo proprio ieri e ne parlerò nei prossimi giorni. Savonesi e non, non perdetelo perché è splendido, davvero.


mercoledì 9 gennaio 2019

Roma (2018)

Il film sulla bocca di tutti nell’ultima settimana prima di Natale è stato Roma, scritto e diretto nel 2018 dal regista Alfonso Cuarón e distribuito sulla piattaforma Netflix. Siccome ha vinto due Golden Globe, uno per la migliore regia e uno come miglior film straniero, mi sembrava carino parlarne oggi!


Trama: la giovane Cleo lavora come tata e cameriera in una facoltosa famiglia messicana e il tempo sembra scorrere serenamente, almeno finché il capofamiglia non abbandona il tetto coniugale e Cleo non rimane incinta di un ragazzo…



Roma è l’esponente di un tipo di Cinema come non se ne fa più e che probabilmente molti, al giorno d’oggi, non riescono ad apprezzare appieno, me compresa. La semplicità della vita, che scorre coi suoi piccoli drammi e le sue piccolissime gioie mentre nel mondo tutto cambia, cristallizzata all’interno del quartiere denominato Roma, viene catturata da un bianco e nero vividissimo e luminoso mentre lo spettatore viene letteralmente preso per mano dalla cinepresa di Cuarón ed accompagnato all’interno della villa dove lavora la giovane tata Cleo. Il punto di vista è quello di un ospite esterno al quale viene consentito di passeggiare negli ambienti mostrati all'interno del film; un passo lento, che indugia nei particolari, che si perde in un’infinità di piani sequenza e fuori campo, che spesso preferisce rimanere in disparte ad ascoltare invece di partecipare all’azione, quasi avesse paura di farsi notare dai protagonisti. E così, a spizzichi e bocconi, si arriva a comprendere qualcosa della personalità di Cleo, la silenziosa e timida tata di una famiglia benestante, lontana dalla madre per chissà quale motivo, non così desiderosa di mettere su famiglia ma assolutamente devota ed affettuosa coi bambini che le sono stati affidati. E si entra nel vivo dell'omaggio del regista a una figura importantissima del suo passato e anche alle donne della sua vita, figure femminili che qui vengono rese con tutte le loro imperfezioni, i loro difetti, soprattutto la loro enorme forza davanti ad una società che le vuole compresse e bloccate in determinati ruoli mentre agli uomini è permesso di cambiare vita, rimanere degli eterni bambini, essere quello che vogliono a dispetto dei legami che li uniscono a quelle che dovrebbero essere le loro compagne di vita e che invece si ritrovano, poverelle, con in mano dei ricordi, dei beni materiali da preservare o distruggere, dei "fardelli" che le legano ancora più ad una vita che forse non avrebbero nemmeno scelto ma che, non di meno, sono costrette a percorrere fino in fondo.



Proprio come i ricordi d'infanzia, anche un film come Roma si trasforma nel tempo, sfidando le prime impressioni post-visione e irridendole. Forse poco incisivo per chi non ha passato l'infanzia nel quartiere di Cuarón e non ha mai vissuto con tate e famiglie numerose né ha mai sofferto la povertà, lì per lì Roma sembra davvero un film fatto di nulla (con qualche angosciante riferimento storico, come quello delle rivolte studentesche zeppe di violenti infiltrati del governo) e apprezzabile giusto per la bellezza formale e per alcune sequenze splendide come quella dell'incendio a capodanno o quelle, che mi hanno commossa fino alle lacrime, del parto e dell'oceano; in realtà, man mano che è passato del tempo dalla visione, il volto di Cleo e tutto ciò che succede alla ragazza nel corso del film sono arrivati a caricarsi anche per me di valore e bellezza, tanto che ad oggi (e sono passate più o meno due settimane) avrei voglia di riguardare Roma, magari su un grande schermo, per apprezzarlo meglio di quanto avessi fatto nel corso di una settimana di visione spezzettata e dilungata ma non per questo meno attenta. Non so se, con una seconda visione, farei rientrare Roma nel novero dei film dell'anno ma sicuramente gli riconoscerei un valore che lì per lì non sono riuscita a percepire, sconfitta da riprese ininterrotte di deiezioni canine e dall'indecorosa imitazione di Bruce Lee da parte di un orrido messicano nudo. Ormai, come forse ho già scritto all'interno di qualche post, è difficile che un film lasci in me ricordi durevoli eppure non riesco a dimenticare il volto di Yalitza Aparicio, la violenza precedente un parto non desiderato, lo sfogo davanti all'oceano infuriato, la corsa vigliacca e fanciullesca di un padre che se ne frega di moglie e figli, la disperazione di un bambino che testimonia la fine della sua famiglia (e probabilmente dell'infanzia) mentre la madre cerca di fare forza ai suoi piccoli e in primis a se stessa, parlando di avventure con una leggerezza delicata e struggente. Guardate Roma, gente, e apprezzatelo più di quanto non abbia fatto io.


Del regista e sceneggiatore Alfonso Cuarón ho già parlato QUI.


Roma ha vinto il Leone d'Oro all'ultimo festival del cinema di Venezia ed è il candidato messicano per gli Oscar 2019. ENJOY!

martedì 8 gennaio 2019

Vice - L'uomo nell'ombra (2018)

Bestemmiando per essere dovuti andare fino a Genova a vederlo (probabilmente presenterò il conto al Multisala di Savona visto che, ridendo e scherzando, tra biglietto, autostrada, benzina e cibo abbiamo speso sui 25 euro a testa), domenica ho recuperato Vice - L'uomo nell'ombra (Vice), diretto e sceneggiato nel 2018 dal regista Adam McKay e fresco di un Golden Globe a Christian Bale.


Trama: la rapida ascesa di Dick Cheney, dai primi lavori con l'amministrazione Nixon fino alla carica di vicepresidente nell'ora più buia per gli Stati Uniti e l'intera società moderna.


Io adoro Adam McKay. Come ti fa capire lui le cose, senza insultare la tua intelligenza, nessuno mai. Anche questa volta, come ne La grande scommessa, l'autore sceglie di raccontare una pagina vergognosa di storia americana strappando amare risate al pubblico ma senza l'arroganza tipica del comico che crede di sapere tutto e di poter indottrinare l'audience, quanto piuttosto spingendo lo spettatore a ragionare, a ricordare, a rivivere sulla pelle determinati momenti e a riflettere su quanto diamine possano essere boccalone le masse. E intendo tutte le masse. Destra, sinistra, centro, apolitici, io per prima: siamo un branco di tacchini pronti ad inghiottire qualunque porcata ci venga propinata, basta solo indorarcela un po'. In mezzo a questo clima di idiozia perenne, chi prospera è ovviamente chi, zitto zitto, approfitta di ogni cedimento dell'apparentemente impenetrabile struttura socio-politica di un Paese o di ogni debolezza del proprio interlocutore, potente o inutile che sia, per farsi i propri interessi. Questo è il caso di Dick Cheney, "uomo nell'ombra" di buona parte della storia del Partito Repubblicano americano, machiavellica eminenza grigia nonché fruitore di cantonate madornali che hanno portato, per dirne una, a far sì che l'ISIS si ingrandisse fino a raggiungere i livelli odierni. Non è un caso che il bravissimo Christian Bale abbia ringraziato Satana, durante il discorso di accettazione del Golden Globe, citandolo come fonte d'ispirazione per l'interpretazione del personaggio perché, di fatto, il Cheney ritratto in Vice E' il diavolo tentatore, un maligno "pescatore di uomini" il cui animo torbido riesce a giustificare contemporaneamente patriottismo, sete di potere e menefreghismo, una creatura talmente abietta che al confronto Salveenee parrebbe Papa Bergoglio. Potrebbe anche non essere stato così, in effetti: McKay ce lo dice nel disclaimer iniziale, chiuso con un "abbiamo fatto del nostro meglio per ricostruire le cose, cazzo!" e ci/si prende in giro autocriticandosi nella geniale scena post credit, ma ciò non toglie che i fatti salienti del film siano provati da documenti incontrovertibili o, ancor peggio, da documenti mancanti e per questo ancora più sospetti. E poi, che Bush fosse un coglione lo avevamo capito tutti, quindi la seconda parte di Vice risulta ancora più verosimile.


Per rendere più digeribile la serie ininterrotta di colpi bassi che viene propinata allo spettatore, McKay sfrutta qualunque cosa, rendendo Vice - L'uomo nell'ombra un trionfo di sceneggiatura witty, montaggio dinamico e regia sopraffina. Per me, la sequenza in cui Cheney "pesca", letteralmente, Bush, riproposta in due diversi momenti del film, è già una delle più belle viste al cinema; altrettanto efficace, anche se magari più paracula, quella ambientata in un infernale ristorante mentre quella Shakespeariana renderebbe molto di più in lingua originale, sono sicura, ma unita a un compendio ininterrotto di didascalie, finti finali (il genio!), spezzoni di terribile vita reale, abbattimento della quarta parete e simulazioni di gradimento, concorre a garantire la bellezza di un film che assolutamente non andrebbe perso. Anche perché, diciamoci la verità, il parallelismo Cheney/Bush e Salvini/Di Maio mi è balzato alla mente più volte guardando Vice e mi sono sentita per questo ancora più male. Una sensazione che non ha soverchiato la gioia nel vedere un cast di prim'ordine come quello presente nel film. Christian Bale è fenomenale e, come ho scritto nel post dedicato ai Golden Globes, il mio unico rammarico è quello di non aver guardato il film in v.o. perché quella boccuccia storta mi avrebbe dato di sicuro parecchia soddisfazione e lo stesso vale per l'interpretazione di Sam Rockwell che, mi si dice, sfoggia un'invidiabile accento "bushiano" oltre che una somiglianza imbarazzante con lo sciocco presidente USA. Perfetti anche Amy Adams, ingrassatella ed imbruttita al punto giusto, e uno Steve Carell che sta rapidamente diventando uno dei miei attori preferiti. Insomma, l'anno "vissuto pericolosamente in Sala" non poteva cominciare meglio, almeno per me: Vice - L'uomo nell'ombra è un film grandissimo che vi consiglio spassionatamente, anche solo per farvi aprire un po' gli occhi sui meccanismi che muovono tutti i governi, anche quelli "del cambiamento", e le facce di merda che ne fanno parte. 


Del regista e sceneggiatore Adam McKay ho già parlato QUI. Christian Bale (Dick Cheney), Amy Adams (Lynne Cheney), Steve Carell (Donald Rumsfeld), Sam Rockwell (George W. Bush), Alison Pill (Mary Cheney), Eddie Marsan (Paul Wolfowitz), Justin Kirk (Scooter Libby), Jesse Plemons (Kurt), Bill Camp (Gerald Ford), Lily Rabe (Liz Cheney), Shea Whigham (Wayne Vincent), Naomi Watts (conduttrice del TG) e Alfred Molina (cameriere) li trovate invece ai rispettivi link.

LisaGay Hamilton interpreta Condoleeza Rice. Americana, ha partecipato a film come L'esercito delle 12 scimmie, Jackie Brown, Halloween - 20 anni dopo e a serie come Ally McBeal, Sex and the City, E.R. Medici in prima linea, Senza traccia, Numb3rs, Grey's Anatomy e House of Cards. Anche regista e produttrice, ha 55 anni e tre film in uscita.


Durante la fase di post-produzione il regista Adam McKay è stato colpito da un leggero attacco cardiaco e ha quindi deciso di includere nel film una ripresa in bianco e nero dell'operazione per inserire lo stent nel suo cuore, a mo' di partecipazione speciale. Bill Pullman avrebbe dovuto interpretare Nelson Rockefeller ma la sua parte è stata tagliata. Se Vice vi fosse piaciuto recuperate anche La grande scommessa. ENJOY!

Se vuoi condividere l'articolo

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...