martedì 25 giugno 2019

Rapina a Stoccolma (2018)

Spinta dal trailer accattivante ho deciso di recuperare Rapina a Stoccolma (Stockholm), diretto e sceneggiato nel 2018 dal regista Robert Budreau e uscito proprio in questi giorni in Italia.


Trama: un malvivente fa irruzione all'interno della Kreditbanken di Stoccolma e prende con sé tre ostaggi. Mentre la polizia cerca di risolvere la situazione, con l'aiuto di un altro detenuto, tra rapitori e ostaggi si sviluppa uno strano rapporto di fiducia reciproca.


La cosiddetta Sindrome di Stoccolma, quella per cui delle persone arrivano a dipendere da coloro che hanno abusato di loro in maniera fisica o verbale, arrivando a fidarsi di loro o persino ad amarli, prende il suo nome da una rapina occorsa negli anni '70 a Stoccolma, per l'appunto. Lì, tale Jan Erik-Olsson ha tenuto in ostaggio per alcuni giorni degli impiegati, soprattutto donne, e nel corso di questo pur breve periodo di tempo gli ostaggi sono arrivati a considerare i malviventi gentili, al punto da fidarsi più di loro che della polizia; quando gli agenti sono riusciti a fare irruzione con l'aiuto del gas lacrimogeno, gli ostaggi si sono preoccupati dell'incolumità dei loro carcerieri e anche dopo, a quanto pare, hanno fatto loro visita in prigione. Rapina a Stoccolma si basa proprio su questa storia vera, romanzandola e trasformando Jan Erik-Olsson (qui chiamato Lars Nystrom) in un istrionico malvivente mezzo svedese mezzo americano, appassionato di musica, cinema e motori, un incosciente le cui motivazioni diventano sempre più risibili mano a mano che il film prosegue, anche perché, scopo della pellicola, è riportare su schermo un esempio di Sindrome di Stoccolma. Ecco dunque che, fin dall'inizio, i riflettori vengono puntati sul personaggio di Bianca, moglie e madre di due bambini che finisce (assieme ad altri due colleghi che potrebbero anche non essere presenti vista la loro utilità all'interno della storia) per venire presa in ostaggio da Lars, del quale si innamora senza un perché, seguendo una sceneggiatura disonesta che trasforma il marito in personaggio negativo dopo aver deciso di ignorare le istruzioni di Bianca relativamente alla cena da propinare ai figli e altri piccoli screzi. Bianca, nonostante l'intelligenza e la forza d'animo dimostrata nel corso della rapina, risulta così poco più di una casalinga frustrata in cerca di emozioni, mentre Lars è un povero pirla, punto.


Paradossalmente, il film avrebbe funzionato di più se non fosse stato tratto da una storia vera. Così, quella che poteva trasformarsi in una tragedia è stata resa su pellicola come una superficiale serie di eventi, con qualche eco di weird Coeniano, all'interno della quale i poliziotti ci fanno una ben magra figura ma, a ben vedere, sono molto più divertenti dei rapinatori e dei loro ostaggi, forse perché questi ultimi sono davvero tagliati con l'accetta. Qualche minuto di divertimento, tuttavia, non sopperisce al piattume generale di un film che prometteva di essere "assurdo" come la storia da cui è tratto e che difetta proprio dell'assurdità di cui sopra, visto che è prevedibile dall'inizio alla fine, più concentrato sulla riuscita della sua parte heist che sui fatti veri, quelli sì davvero incomprensibili ed interessanti. Peccato, perché anche i pur bravi attori hanno risentito di questa superficialità. Ethan Hawke sguazza nei panni di un personaggio tragicamente ridicolo riuscendo a renderlo affascinante più in virtù del suo aspetto sempre belloccio che della sceneggiatura; Noomi Rapace stona un po' vestita come un'impiegata, ché di fatto il suo essere badass si intuisce lontano un chilometro, ma è comunque deliziosa; Mark Strong, infine, fa il suo lavoro, anche se non ha occasioni di brillare come meriterebbe, sacrificato alla "follia" del personaggio di Hawke. Tra tutti ho comunque preferito il perfido Capo Mattsson di Christopher Heyerdahl, l'unico tra tutti i personaggi a riservare più di una sorpresa dietro il suo atteggiamento amichevole e dimesso e ad essere realmente "assurdo". Occasione sprecata, dunque? Mah, per me sì. Il film "perfetto" e "vero" sulla Sindrome di Stoccolma deve ancora arrivare.


Di Ethan Hawke (Kaj Hansson/Lars Nystrom), Noomi Rapace (Bianca Lind) e Mark Strong (Gunnar Sorensson) ho parlato ai rispettivi link.

Robert Budreau è il regista e sceneggiatore della pellicola. Canadese, ha diretto film come That Beautiful Somewhere. Anche produttore, ha 45 anni.




domenica 23 giugno 2019

Climax (2018)

Ala fine ho recuperato anche Climax, diretto e sceneggiato nel 2018 dal regista Gaspar Noé, l'ultimo dei tre film usciti la settimana scorsa che avrei voluto vedere a tutti i costi.


Trama: un gruppo di ballerini francesi si riunisce all'interno di un edificio per terminare le prove prima di un tour che li porterà anche in America. I festeggiamenti vengono però rovinati da sangria corretta con LSD, che alimenterà una follia distruttiva...


Oh dai, partiamo con l'ennesimo, vergognoso sfoggio di ignoranza: sapete quanti film di Gaspar Noé ho visto prima di Climax? Zero, bravissimi. Arrivata vergine al cinema di Noé, ho vissuto questo Climax come un delirio puro capace di esaltarmi come pochi altri film, alternato a momenti di noia pesantissimi, non lo nascondo. Il ritmo di Climax è infatti molto altalenante: c'è un lunghissimo, tedioso prologo in cui i personaggi vengono introdotti ed intervistati (su temi quali la danza, gli Stati Uniti, la religione, la droga, il sesso) e i loro volti sono imprigionati nella stasi di un televisore vintage incastrato in mezzo a copie di libri e film ai quali questo Climax deve buona parte della sua atmosfera; questa stessa tediosa stasi viene reiterata, a un certo punto, attraverso dialoghi "di coppia" che precedono il delirio vero e proprio, coi personaggi che parlano di aria fritta e consegnano allo spettatore, per quanto vagamente, altri indizi sulla loro personalità che si riveleranno più o meno utili nel momento in cui esploderà il caos. Dico più o meno utili perché Noé, in tre splendide e lunghe sequenze, svuota i personaggi di qualsivoglia umanità rendendoli "solo" corpi, forme perfette in perenne movimento che spaziano da un'incredibile bellezza a un altrettanto incredibile abominio. E' impossibile non rimanere ipnotizzati davanti alla sequenza di danza iniziale, l'unica coreografata alla perfezione, quando i cuori e i corpi dei ballerini sono un tutt'uno e i loro movimenti sono controllatissimi, pura arte in movimento. Allo stesso modo, è impossibile non lasciarsi sconvolgere dal modo in cui quel controllo, progressivamente, viene meno, e subentra l'allucinato istinto che porta i personaggi a contorcersi, piegare gli arti in modi inimmaginabili, urlare a squarciagola, ferirsi e ferire, abbandonarsi a un piacere sofferto e persino proibito, mentre chissà quali incubi stanno divorando la loro mente. Noé non ce li mostra questi incubi, non ricorre a nessuna distorsione onirica o effetto speciale d'accatto, lascia che la Boutella e il resto del cast (ballerini alla prima esperienza attoriale) improvvisino trasformando corpi splendidi in angoscianti prigioni di carne e sangue che sembrano quasi faticare a contenere tanto orrore.


A noi, di quell'orrore, per fortuna, arriva poco. Ma quel poco è già troppo. Il momento in cui le luci si spengono, immergendo l'edificio dove sono rinchiusi i ballerini in un'angosciante mistura di ombre tinte di rosso, verde e blu, fa accapponare la pelle sia per ciò che è accaduto fuori campo sia per le reazioni di chi ormai è meno che umano; "Nascere è un'esperienza unica" ma l'"impossibilità collettiva che è la vita" si accanisce soprattutto su chi non ha né la coscienza né la capacità di difendersi, con una violenza terribile e sconvolgente, oltre che gratuita, tanto da far venire voglia di urlare anche allo spettatore. Implacabile, la cinepresa di Noé non sta ferma un istante e confeziona piani sequenza dilatati all'infinito, andando dietro ora a un personaggio ora a un altro, perdendosi nei corridoi assieme a questi scarti di umanità terrorizzata, elevandosi per osservarli dall'alto, vorticando al punto da lasciarci confusi e nauseati mentre, come dei voyeur, cerchiamo di capire cosa stia succedendo a chi, in mezzo a quell'intreccio di arti, schiene contorte, capelli e vestiti che copre buona parte dell'infernale seconda parte del film. In tutta onestà, lo devo ammettere: Climax non è proprio my cup of tea, come si suol dire. La deboscia fine a se stessa un po' mi offende e la spersonalizzazione dei protagonisti non rende meno fastidiose un paio di sequenze (imperniate rispettivamente su aborto, morte, incesto), anzi, immergerle in un'atmosfera di allucinata noncuranza le ha rese ancora più insopportabili, almeno per me. Tuttavia, non nego che Noé abbia girato delle scene splendide e che comunque Climax sia un tripudio di musiche azzeccatissime, colori allucinanti e ballerini che danno il meglio (il peggio?) di loro stessi, trascinati da una Boutella sempre talmente sensuale da risultare illegale. Com'è che dicono i cinèfili dell'internet? E' un esperienza disturbante, un pugno nello stomaco? Ecco, appunto. Aggiungo solo: provatelo ma con cautela, ché non è proprio un film da far vedere a tutti.


Di Sofia Boutella, che interpreta Selva, ho già parlato QUI.

Gaspar Noé è il regista e sceneggiatore del film. Argentino, ha diretto film come Seul contre tous, Irréversible e Enter the Void. Anche produttore e attore, ha 56 anni.


Se Climax vi fosse piaciuto recuperate Suspiria, Possession e gli altri film di Gaspar Noé. ENJOY!

venerdì 21 giugno 2019

Il (Gio) WE, Bolla! del diludendo (21/6/2019)

Come avrete notato, ieri la rubrica del giovedì, quella che elenca le poche uscite cinematografiche savonesi, è saltata. Non solo per fare gli auguri a Nicole Kidman ma anche perché questa settimana il multisala di Savona è in ferie. Ma qualcosa avrei voluto vedere (e vedrò, almeno in parte, grazie a un viaggetto genovese), vediamo cosa... ENJOY!


La bambola assassina
Reboot della storica saga avente per protagonista la bambolotta Chucky, terrificante spauracchio d'infanzia e ancora oggi assai poco simpatica, anche se Annabelle l'ha brutalmente spodestata dal primo posto nella classifica dei pupazzi malvagi. A dirla tutta, l'unica cosa che mi attirerebbe del nuovo La bambola assassina è la voce di Mark Hamill ma noi ci beccheremo un doppiatore italiano qualsiasi, quindi speriamo che il film sia perlomeno divertente. Non pretendo altro.


Rapina a Stoccolma
Film dal trailer accattivante che potrebbe essere una supercazzola ma anche no, chissà. Basato sulla strana storia vera da cui è derivata la definizione "sindrome di Stoccolma", vanta un trio di attori di tutto rispetto, ovvero Ethan Hawke, Noomi Rapace e Mark Strong. Se tutto va bene, dovrei riuscire a parlarvi anche di questo film.

Il cinema d'élite è invece ancora aperto, che strano!!


Sir - Cenerentola a Mumbai
Reazione a caldo: Hmmmmah.
Bolla, rifletti!: Lì per lì non parrebbe davvero il mio genere, troppo sentimentale. Il fatto che sia scritto e diretto da una donna potrebbe essere un'incentivo, di sicuro il personaggio femminile non sarà tratteggiato in maniera banale, tuttavia non mi viene voglia di fiondarmi al cinema a vedere il film.

giovedì 20 giugno 2019

Nicole Kidman Day: La donna perfetta (2004)


Oggi cade il compleanno di Nicole Kidman, splendida benché rifattissima cinquantaduenne, e col solito gruppetto di Blogger cinèfili abbiamo voluto omaggiarla. Scartabellando la filmografia della bella hawaiana ho scelto La donna perfetta (The Stepford Wives), diretto nel 2004 dal regista Frank Oz e remake de La fabbrica delle mogli, già tratto dal romanzo omonimo di Ira Levin.


Trama: dopo essere stata licenziata dal network per cui lavorava, Joanna ha un crollo nervoso e il marito decide di abbandonare la città e trasferirsi nei sobborghi, a Stepford. Lì i mariti sono felici e le mogli perfette, tutto sembra idilliaco ma qualcosa comincia ad insospettire Joanna...



Correva l'anno 2004 e Nicole Kidman, diventata una star internazionale nonché una delle attrici più quotate grazie a film come Moulin Rouge!, Eyes Wide Shut, The Hours e The Others, grazie ai quali sembrava che la sua stella non dovesse tramontare mai... cominciava la sua parabola discendente, impantanandosi per parecchi anni in filmetti dimenticabili. Tra questi ultimi farei rientrare anche La donna perfetta e non perché non mi sia divertita molto durante la visione ma perché, passatemi il termine, è "indegno" di un'attrice come la Kidman e probabilmente avrebbe funzionato lo stesso anche con un'altra protagonista. Al momento in cui scrivo queste righe non ho mai guardato né La fabbrica delle mogli né letto il romanzo di Ira Levin quindi non posso fare confronti tra le varie opere (vista la produzione travagliata di La donna perfetta credo sia meglio così o probabilmente avrei odiato questo film visto anche l'abbandono totale della natura horror della storia) ma, da quello che ho colto relativamente alle prime due, mi par di aver capito che Frank Oz abbia optato per un approccio più da commedia satirica, tirando spesso il freno all'inevitabile inquietudine causata da questa cittadina dove tutte le donne sono perfette e servizievoli, mentre i mariti si riuniscono a tessere misteriosi complotti. La mano di Paul Rudnick, sceneggiatore di quelle piccole meraviglie di In & Out, La famiglia Addams 2 e Sister Act è riconoscibilissima grazie al suo gusto per il grottesco, per i personaggi caricati, per l'esagerazione di situazioni e relazioni "normali", che vengono stressate fino a risultare pura fantascienza (quasi) e che puntano il dito su follie e idiosincrasie realmente esistenti all'interno della nostra società; gli improbabili reality creati da Joanna (improbabili per il 2004, ora sono stati praticamente sdoganati identici), il rapporto tempestoso tra Bobbie e il suo stupido marito, la gaiezza al limite della parodia di Roger, sono tutti elementi che sconfinano nel nonsense ma sembrano quasi "normali" se confrontati alla realtà di Stepford, dove le mogli si piegano davanti ad ogni irragionevole richiesta di mariti che a definirli infantili si farebbe loro un complimento.


La donna perfetta non è però una critica al maschilismo imperante, anzi. La sceneggiatura di Rudnick ne ha per tutti: per l'uomo molle e senza palle che non riesce a trovare una sua dimensione nel mondo e passa il tempo a dar le colpe alla moglie nemmeno fossimo rimasti negli anni '50, per la società che costringe le donne o a rimanere ancorate ad un modello retrogrado oppure ad annullarsi come persona per dimostrare di valere tanto quanto un uomo (portando avanti una lotta tra sessi che, di fatto, non dovrebbe nemmeno esistere visto che siamo tutti sulla stessa triste barca che affonda), per le donne che abbracciano completamente questo stile di vita imposto trasformandosi in schiacciasassi prive di sentimento. La perfezione, come si dice alla fine del film, non esiste. Né per l'uomo, né per la donna, né per la coppia (gay o etero che sia) e il segreto di una vita felice o perlomeno "umana", normale, è comprendersi, venirsi incontro e sopportarsi, oltre che sUpportarsi a vicenda, senza pretendere di imporsi sul partner al punto da annullarlo completamente. E questo, ovviamente, vale per donne e uomini in egual misura. Queste riflessioni scaturiscono da un tourbillon di eventi che non lascia allo spettatore neppure un tempo morto durante il quale annoiarsi, tra dialoghi al fulmicotone, situazioni al limite del paradossale, una bella colonna sonora, immagini coloratissime e un mix vincente di costumi, make-up e scenografie capaci di trasformare Stepford nel sogno di ogni desperate housewife che si rispetti, di ogni amante del kitsch e nell'incubo di chiunque pensi anche un minimo fuori dal coro, come i poveri Joanna, Bobbie e Roger.


A proposito di questi tre personaggi. Nicole Kidman nei panni della moglie in carriera prima e trasandata poi è onestamente poco credibile. Troppo bella per essere sciatta, troppo perfetta e signorile per non risultare caricaturale in questa sua interpretazione, anche se in un parterre di macchiette riesce in qualche modo ad amalgamarsi. C'è da dire che lei, assieme a Matthew Broderick e allo stesso Frank Oz ("reo" di essersi messo a novanta davanti alla Paramount e di aver lavorato essenzialmente col pensiero fisso di non scontentare i produttori, tanto da arrivare a litigare con mezzo cast), hanno dichiarato in seguito di essersi pentiti di avere partecipato al film e purtroppo si vede come anche durante le riprese non fossero molto convinti. Tolto Broderick che è praticamente un gatto di marmo, la Kidman è infatti spesso eclissata da una Bette Midler esilarante (la sequenza del Natale mi ha uccisa dalle risate), una Glenn Close perfettamente a suo agio nei panni del boss delle mogli e uno scoppiettante Roger Bart, talmente sissy nel suo essere gay da far vergognare persino il Jack di Will & Grace. Non pervenuto il povero Christopher Walken, ancora più gatto di marmo di Broderick e incapace di conferire al personaggio di Mike quel tocco luciferino che avrebbe meritato e che mi sarei aspettata dall'attore. A parte gli innegabili difetti, comunque, La donna perfetta è un film che mi ha divertita parecchio. Come ho detto, questo "entusiasmo" nasce dal fatto di non aver mai visto La fabbrica delle mogli oltre che dall'amore per lo stile di scrittura di Paul Rudnick, altrimenti penso non sarei stata così indulgente, nemmeno con la festeggiata Nicole.


Nicole Kidman è già comparsa parecchie volte sulle pagine del Bollalmanacco, ecco l'elenco dei post:

Scendi Zac Efron che lo piscio: imbarazzante in The Paperboy (2012)


Elegantissima e angosciante in Stoker (2013)


Altro scivolone: Paddington (2014)


Dimenticabile in La famiglia Fang (2015)


Fuori di testa in Genius (2016)


Dolcemente materna in Lion - La strada verso casa (2016)


Intensa in L'inganno (2017)


Il ritorno recente al cinema con le palle: Il sacrificio del cervo sacro (2017)


Di nuovo madre, di nuovo a lottare per il figlio in Boy Erased - Vite cancellate (2018)


Combattente spaccaculi in Aquaman (2018)


Qui invece trovate l'elenco degli altri omaggi alla brava attrice:

La bara volante - Da morire
Pensieri Cannibali - Destroyer
Non c'è paragone - Il sacrificio del cervo sacro
La fabbrica dei sogni - Il matrimonio di mia sorella
Director's Cut - Moulin Rouge
La stanza di Gordie - The Others
Una mela al gusto pesce - Amori e incantesimi
Stories. - Big Little Lies (stagione 1)

mercoledì 19 giugno 2019

Beautiful Boy (2018)

Erano tre i film che volevo vedere questa settimana e uno era Beautiful Boy, diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Felix van Groeningen a partire dalla biografia omonima di David Sheff e dall'autobiografia Tweak di Nic Sheff.


Trama: Nic, ragazzo di belle speranze circondato da familiari che lo adorano, subisce il fascino delle metanfetamine e comincia un travaglio a base di riabilitazioni e ricadute...


Come al solito, tagliamo subito la testa al toro. Non ho letto Beautiful Boy, benché ne esista la versione italiana, men che meno Tweak. Di quest'ultima cosa, sinceramente, mi dolgo. Servirebbe, immagino, il punto di vista di Nic Sheff per capire il motivo per cui un ragazzo che dalla vita ha avuto tutto (e non parlo tutto in senso Elkaniano, ovvero soldi ed ignoranza, quanto ciò che davvero conta, in primis l'amore di una famiglia) decida di ammazzarsi di droghe fino a raggiungere picchi di depravazione a livello Trainspotting, tra eroina e metanfetamine. Non mi basta il dottore interpretato da Timothy Hutton, veicolo di uno spiegone medico sull'azione della droga a livello neurologico, importante solo dal momento in cui la dipendenza di Nic è già a un punto di non ritorno; non mi basta il solito diario "bello e maledetto" in cui si parla di vita in bianco e nero che solo la droga riesce a colorare; non mi basta lo "smetto quando voglio", non quando parte da un ragazzo colto e consapevole. A costo di sembrare leghista ed insensibile, ora come ora davanti ad un film simile mi viene da dire solo che il protagonista è semplicemente uno stronzo di prima categoria, non solo stronzo perché costringe i genitori e la famiglia a subire un'ordalia senza fine ma proprio stronzo perché non ci arriva, perché ha buttato via la sua esistenza senza un motivo plausibile. Odio e fastidio sono dunque le sensazioni predominanti che mi ha trasmesso Beautiful Boy, film waspissimo in cui il protagonista può fare, passatemi il francese, il buliccio col culo degli altri perché papino lavora come giornalista per Rolling Stone o il Times (tra gli altri) e conseguentemente ha i soldi, i mezzi, le conoscenze per star dietro a quell'oloturia di figlio che la natura gli ha appioppato e l'unica cosa sensata che accade nel film è quando papino, bontà sua, dopo due ore di sofferenza, decide di mandare al diavolo il figlio al grido di "Sai cosa? Ammazzati, che mi frega, ormai ci rinuncio". Capisco che il punto sia proprio non capire, anche perché altrimenti non esisterebbe il libro scritto da un padre incapace di accettare che il suo beautiful boy gli sia scivolato via dalle mani diventando una creatura altra, mi rendo anche conto di avere davanti una storia vera, ma francamente non comprendo l'obiettivo di un film simile: per due ore si sottolinea l'inutilità sia delle strutture di cura sia dell'amore familiare, poi nelle didascalie finali si invita gli spettatori a cercare aiuto presso le associazioni competenti e a non mollare? Ah beh, grazie al pazzo. Ma non siamo tutti giornalisti/artisti/alberi della cuccagna gonfi di soldi, la volontà e la forza d'animo in certi casi servono proprio a poco.


Felix van Groeningen, anche autore della sceneggiatura, ha avuto palesemente molto materiale da cui partire, ma da quello che ho percepito è riuscito a grattarne giusto la superficie. Bella l'idea di frammentare la storia di David e del figlio Nic, dando allo spettatore l'impressione di avere davanti uno stream of consciousness in cui il presente diventa passato e viceversa, tra ricordi ed esperienze chiave estrapolate dal tempo in cui sono avvenute, viste ora attraverso l'occhio del padre ora attraverso quelli del figlio, tuttavia, proprio per la difficoltà di empatizzare con almeno uno dei protagonisti, si ha spesso l'impressione di avere davanti delle "scenette" fini a se stesse, che messe insieme formano un quadro poco soddisfacente. Peccato, perché Steve Carell è meraviglioso, surclassa brutalmente un Timothée Chalamet che conferma, ancora una volta, la sua capacità di starmi sulle palle a pelle e di aver confuso buona parte del pubblico convincendolo di essere bravo bravo in modo assurdo mentre invece ha solo una bellezza particolare che lo rende diverso da tanti attori della sua età (cosa che avevo già intuito in Lady Bird, senza scomodare Chiamami col tuo nome, lui e quella pesca del menga); benché più in sordina, ho apprezzato anche la sempre valida Maura Tierney con quel suo aspetto di donna segnata dalla vita eppure dotata di un cuore enorme, capace di sostenere in silenzio i suoi folli familiari, e le uniche volte che ho avuto un groppo alla gola guardando Beautiful Boy è perché mi sono immedesimata in questa signora costretta a vedere il marito impazzire per colpa di un figliastro adorato anche da lei. In breve, Beautiful Boy non mi ha fatto schifo, quello no, però gli riconosco una natura disonesta e paracula che me lo ha reso antipatico nonostante i suoi tanti pregi. Se siete meno "nazisti" di me potreste anche dargli un'occhiata, magari troverete il film dell'anno, chissà.


Di Steve Carell (David Sheff), Timothée Chalamet (Nic Sheff), Timothy Hutton (Dr. Brown) e Amy Ryan (Vicki) ho già parlato ai rispettivi link.

Felix van Groeningen è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Belga, ha diretto film come Alabama Monroe - Una storia d'amore. Anche produttore, ha 42 anni.


Maura Tierney interpreta Karen Barbour. Americana, la ricordo per film come Bugiardo bugiardo, Instinct - Istinto primordiale e Insomnia, inoltre ha partecipato a serie quali Casa Keaton e E.R. - Medici in prima linea. Anche produttrice, ha 54 anni e film in uscita.


Jack Dylan Grazer, che interpreta Nic a 12 anni, è stato e sarà ancora l'Eddie Kapsbrak di It. Se Beautiful Boy vi fosse piaciuto recuperate i recenti Boy Erased - Vite cancellate e Ben is Back. ENJOY!

martedì 18 giugno 2019

I morti non muoiono (2019)

Sabato sera sono emigrata a Genova per riuscire a vedere I morti non muoiono (The Dead Don't Die), diretto e sceneggiato dal regista Jim Jarmusch.


Trama: in una cittadina pacifica i morti cominciano a risorgere a causa degli sconvolgimenti climatici.


Sono passati due giorni dalla visione de I morti non muoiono e sinceramente non ho ancora capito se questo film mi è piaciuto oppure no. Cioè, per essere più precisi non ho ancora capito se ho visto un'opera geniale o una fantozziana "cagata pazzesca" che aggiunge poco o nulla al mito dello zombi romeriano, non a caso citato anche nei ringraziamenti finali. Sarà che di Jarmusch ho visto proprio pochissimo e non conosco la poetica, se ce n'è una, del regista? Può essere. Partiamo dalle cose che ho sicuramente apprezzato de I morti non muoiono. Innanzitutto, l'ironia. Non poteva essere altrimenti, con un protagonista come Bill Murray, quell'umorismo che col tempo si è fatto sempre più malinconico, così come si è fatta più accentuata la sua aria distaccata dalla realtà, un "se per caso cadesse il mondo io mi sposto un po' più in là": qui abbiamo l'apice dello scazzo Murrayano, concretizzato in un poliziotto che due anni prima doveva andare in pensione e che, d'un tratto, si ritrova a combattere un'invasione di zombi in una cittadina dove il massimo del criminale è un eremita che forse ruba dei polli. E se Murray, anche in un'occasione come questa, si sposta un po' più in là, ad affiancarlo c'è un Adam Driver esilarante perché ANCORA più scazzato, piagato dall'onniscienza. In mezzo ai due, la povera Chloe Sevigny, innocente ed umana, giustamente sconvolta all'idea che i morti non muoiano mentre i suoi due colleghi paiono contemplare la questione con distacco. Poi, ovviamente, ci sono i morti (che non muoiono), che come gli zombi di Romero tornano a fare quello che facevano in vita come se nulla fosse successo, spinti da un cervello ormai in pappa e da una fame che li porta a mangiare, mangiare e ancora mangiare. Sotto gli occhi dell'eremita Bob, che della città e dei cittadini conosce pregi (pochi) e difetti (molti) si svolge quindi una storia estrema ma vecchia come il mondo, tanto che il finale è già scritto e risaputo, insito com'è nel DNA di una società egoista e di un'umanità che si è auto condannata a morte, beatamente inconsapevole delle implicazioni globali delle azioni del singolo, concentrato nella sua becera quotidianità. E' così che, a rimetterci, sono i cattivi (lo splendido Steve Buscemi col suo "make America white again") ma anche i buoni o i medi, spazzati via senza aver avuto la possibilità di brillare nemmeno una volta.


Ne I morti non muoiono, infatti, non ci sono eroi, solo gente clueless che quando riesce a sopravvivere ai famelici zombi deve tutto alla fortuna (alla sceneggiatura?), non certo all'abilità. Anzi, di abilità non si parla proprio, ché persino i poliziotti se la sentono colare e decidono di non intervenire, ognuno per motivi tutti suoi. Ci sarebbe un deus ex machina, in effetti, sul quale non vi spoilererò nulla, ma è nulla più che un'"aggiunta", una meteora che passa e se ne va, come se non valesse la pena salvare tanta mediocrità concentrata in una cittadina e, per estensione, nel mondo. Un ripensamento, quasi, e in generale (forse è questo che non ho apprezzato granché) un work in progress incompiuto come alcune parti del film. Per esempio, quelle interferenze televisive che sembrano così importanti, tanto da venire introdotte già nei titoli di testa, a cosa portano poi?  I personaggi dei ragazzini imprigionati all'interno del riformatorio hanno un qualche significato, salvo quello di aumentare gli attori presenti? E infine: c'è qualcosa di più, celato dietro un omaggio ironico e ben realizzato agli storici film di Romero? Sinceramente, non saprei rispondere a questa domanda ma ripensandoci, per quanto non sia uscita entusiasta dalla proiezione quanto avrei voluto, I morti non muoiono è comunque un film che sono contenta di aver visto perché è zeppo di momenti memorabili e personaggi sopra le righe, di dialoghi che apparentemente non vanno da nessuna parte ma regalano grande gioia, quasi quanto vedere facce conosciute dietro gli zombi. Quella gioia, ahimé, che non regala l'adattamento italiano, particolarmente sciatto e svogliato, tanto che le parole ossessivamente ripetute dagli zombi a volte vengono tradotte, altre no (giocattoli va bene, coffee non lo traduciamo, non ci va), per non parlare di quel riferimento metacinematografico iniziale tradotto in maniera così farraginosa che probabilmente il 90% degli spettatori se lo perderà. Della serie, i morti non muoiono ma nemmeno la mala adaptación, ahimé.


Del regista e sceneggiatore Jim Jarmusch ho già parlato QUI. Bill Murray (Capo Cliff Robertson), Adam Driver (Agente Ronnie Peterson), Tom Waits (Eremita Bob), Chloe Sevigny (Agente Mindy Morrison), Steve Buscemi (Fattore Frank Miller), Danny Glover (Hank Thompson), Caleb Landry Jones (Bobby Wiggins), RZA (Dean), Larry Fessenden (Danny Perkins), Carol Kane (Mallory O'Brien), Tilda Swinton (Zelda Swinton) e Selena Gomez (Zoe) li trovate invece ai rispettivi link.


Dietro al trucco da zombi ci sono musicisti come Iggy Pop, Sturgill Simpson (autore della canzone che da il titolo al film) e Charlotte Kemp Muhl, anche modella; purtroppo avremmo potuto avere anche Bruce Campbell ma niente, non aveva voglia di partecipare a un altro horror a quanto pare. Se I morti non muoiono vi fosse piaciuto recuperate i film di Romero dedicati agli zombi e aggiungete Shaun of the Dead e Benvenuti a Zombieland. ENJOY!


domenica 16 giugno 2019

You Might Be the Killer (2018)

Siete anche voi orfani di Buffy l'ammazzavampiri o di How I Met Your Mother? Allora l'idea di guardare You Might Be the Killer, diretto nel 2018 dal regista Brett Simmons, potrebbe non dispiacervi...


Trama: Sam raduna un gruppetto di istruttori per un campo estivo da tenersi nei possedimenti della sua famiglia ma a un certo punto arriva un killer che comincia a uccidere tutti i presenti e Sam è costretto a scappare... o forse ad inseguire?


Poiché si sta avvicinando l'estate e le teste cominciano a diventare calde, c'è bisogno di qualche horror divertente e leggero e in tal senso You Might Be the Killer è perfetto. Nato da uno scambio di tweet tra Sam Sykes e Chuck Wendig (produttori della pellicola), riportato molto fedelmente nelle conversazioni telefoniche tra i due protagonisti del film che, di fatto, hanno gli stessi nomi, è una di quelle supercazzole horror che prendono in giro le regole del genere parodiandolo e strappando talvolta qualche grassa risata. Il film parte da una situazione tipica dello slasher, ovvero la preparazione ad un campo estivo, con un gruppo di istruttori che si ritrova per discutere delle imminenti attività e per organizzarsi un po'; in quella, arriva il killer armato di machete che comincia la mattanza di ragazzi aitanti e belle ragazze, continuando fino a farne rimanere soltanto uno... o, meglio, una. Lei, la final girl. Pura, indomita, innocente e possibilmente vergine. E' una delle regole auree dello slasher, come racconta telefonicamente la saputissima Chuck al terrorizzato amico Sam, convinto di essere una delle prossime vittime almeno finché l'amica esperta non gli mette una raccapricciante pulce nell'orecchio: e se il killer fosse proprio lui? A partire da questa domanda, comincia una Guida Pratica allo Slasher che prevede lo snocciolamento di ogni caposaldo del genere, con la realtà che si fa film e viceversa, regolata da punti fermi ineluttabili che i personaggi potranno anche pensare di poter aggirare, prima di doversi arrendere alla triste e sanguinosa evidenza.


Punto forte del film, come già anticipato, è il dialogo telefonico tra Sam e Chuck, che sottolinea ironicamente ogni passaggio della storia, la porta ad intrecciarsi tra flashback, ripensamenti e nuovi punti di vista, tutti scanditi da un bodycount su schermo che aumenta o diminuisce a seconda delle vittime. Il resto, bisogna ammetterlo, è la sagra del "già visto" e non c'è nemmeno questo gran dispendio di sangue, salvo un paio di omicidi particolarmente efferati; Brett Simmons, regista del già poco esaltante Husk (ah, i "bei" tempi dell'Afterdark Horror Fest!), prova lì per lì a ricalcare lo stile degli slasher anni '80 ma poi probabilmente si stufa e il film non arriva a spiccare per originalità né a livello di riprese né di fotografia, scenografia o altro. Fortunatamente ci sono gli attori. Fran Kranz è sicuramente meno conosciuto di Alyson Hannigan ma ha sempre avuto il physique du role dello sfigato "buono", anche quando faceva il fighetto in Dollhouse, e questo Sam innamorato, impacciato e vittima di qualcosa di più grande di lui, a ben vedere, fa anche tanta tenerezza; Alyson Hannigan reindossa i panni della tuttologa Willow e si fa portavoce di qualsiasi esperto di cinema horror abbia mai camminato sul pianeta Terra, trattando una situazione folle con un aplomb e un senso pratico invidiabili ed irresistibilmente esilaranti. Il resto del cast, purtroppo o inevitabilmente, è carne da macello, ma ciò non toglie che You Might Be the Killer sia un film molto simpatico e perfetto per una serata di lieta ignoranza in salsa horror. Piccola avvertenza: si astengano gli spettatori occasionali o chi non conosce le regole del "gioco". Potreste non divertirvi affatto.


Del regista Brett Simmons ho già parlato QUI. Fran Kranz (Sam) e Keith David (voce dello sceriffo James) li trovate invece ai rispettivi link.

Alyson Hannigan interpreta Chuck. Indimenticabile Willow di Buffy The Vampire Slayer e Lily di How I Met Your Mother, la ricordo anche per film come Ho sposato un'aliena, American Pie, American Pie 2, American Pie - Il matrimonio, American Pie: ancora insieme, inoltre ha partecipato ad altre serie come Pappa e ciccia, Angel, That's 70's Show, Veronica Mars e lavorato come doppiatrice in I Rugrats, I Simpson, American Dad! e Robot Chicken. Anche produttrice, ha 44 anni e due film in uscita.


Se You Might Be the Killer vi fosse piaciuto recuperate Scream, The Final Girls e Quella casa nel bosco. ENJOY!



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