domenica 26 giugno 2016

La canzone del mare (2014)

Nonostante sia passato un po' di tempo, sia dalla sua uscita che dalla sua nomination all'Oscar come miglior film d'animazione, arriva questa settimana nelle sale italiane La canzone del mare (Song of the Sea), diretto e co-sceneggiato nel 2014 dal regista Tomm Moore.


Trama: il piccolo Ben vive su una piccola isola irlandese col padre e con la sorellina muta Saoirse, nata lo stesso giorno in cui la loro madre è scomparsa. Ovviamente, Ben odia Saoirse ma tutto cambia quando la piccola finisce in pericolo a causa della suo retaggio fatato...


Quando ho avuto la fortuna di andare a Kilkenny, tra gli altri posti, mi è capitato di vedere in una vetrina il DVD di The Secret of Kells, cartone animato dall'aspetto particolare, palesemente realizzato in Irlanda, e non potete immaginare la sorpresa quando, lo stesso anno, ho saputo che tra i candidati all'Oscar come miglior film d'animazione ci sarebbe stato La canzone del mare, dello stesso regista. Siccome l'Irlanda e le leggende celtiche mi hanno sempre affascinata, nonostante non abbia mai avuto tempo per documentarmi come vorrei in proposito, ho accolto l'arrivo in Italia di La canzone del mare con doppia gioia visto che l'argomento del film è la misteriosa figura della Selkie, creatura del folklore irlandese e scozzese, metà donna e metà foca. La trama del film ha davvero il sapore di una di quelle fiabe che ci raccontavano da bambini, con creature leggendarie che per amore mescolavano il proprio sangue a quello degli esseri umani generando bambini sospesi tra i due mondi (quello reale e quello magico) e per questo spesso infelici o "maledetti", lasciando gli sposi inconsapevoli a dover affrontare situazioni fuori dall'immaginazione e, ovviamente, famiglie rovinate; il piccolo Ben, in questo caso, è stato costretto a crescere senza madre, con un padre incapace di affrontare il dolore della perdita e una sorellina, che non parla nonostante abbia sei anni, alla quale imputa la colpa di tutte le proprie disgrazie. Il dolore ed il senso di perdita, che allontanano le persone e le induriscono, ottenebrandone spesso il giudizio, sono i temi centrali di un cartone animato molto malinconico, all'interno del quale la meraviglia provata davanti al mondo fatato appena celato sotto la superficie della realtà prosaica va a braccetto con l'insostenibilità delle emozioni umane e con l'egoistica imperfezione che spesso le caratterizza. Le creature magiche dipinte in La canzone del mare, lungi dall'essere divinità superiori, hanno le nostre stesse debolezze e a causa di esse (oltre probabilmente al fatto che nessuno ormai crede più in loro) il loro mondo rischia di scomparire, inghiottito da un'oscurità che solo il canto di una Selkie potebbe dissipare.


Se il canto della Selkie può salvare il mondo magico, sicuramente la splendida musica che accompagna le immagini di La canzone del mare può salvare noi, o almeno la nostra sensibilità. Come le melodie di Joe Hisaishi diventano il cuore stesso dei poetici film d'animazione dello Studio Ghibli, così la musica composta da Bruno Coulais, in collaborazione col gruppo irlandese Kíla, diventa la fondamentale chiave di lettura di un film che fa del canto una sorta di passaggio tra i mondi, un retaggio culturale e sentimentale che passa di bocca in bocca, di genitori in figli, per ritrovarsi inaspettatamente sulle labbra di un terzetto di allegri "fati" dall'aspetto vagamente shakespeariano. Tra parole in gaelico che paiono ancora più misteriose e delicati testi inglesi, La canzone del mare sembra prendere letteralmente le onde, il vento e piccoli pollini delicati come la neve per riportarli vivi e potenti sullo schermo, creando un poema in movimento capace di incantare lo spettatore; alla tenerezza del personaggio di Saoirse, tanto piccolina e bianca da fare invidia persino a Sibert, si affiancano la folle fantasia di un vecchietto canuto dai lunghi capelli, una strega dagli occhi da gufo, giganti, barattoli misteriosi e una processione finale che farebbe quasi invidia a quella de La storia della principessa splendente, tanto è ben realizzata, per non parlare della toccante caratterizzazione data a Ben, a Conor e persino alla Nonnina, che a tratti sembra una banshee cicciotta. Per farla breve, mi sono innamorata e mi si dice che The Secret of Kells sia ancora più bello de La canzone del mare quindi non posso fare altro che recuperarlo, mentre a voi consiglio di immergervi nel mondo fatato di questo dolcissimo film d'animazione.


Di Brendan Gleeson, la voce originale di Conor e Mac Lir, ho già parlato QUI.

Tomm Moore è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Irlandese, ha diretto film come The Secrets of Kell. Anche animatore e produttore, ha 39 anni e due film in uscita.


Fionnula Flanagan è la voce originale della nonna e di Macha. Irlandese, ha partecipato a film come Svegliati Ned, The Others, L'ultima alba, Transamerica e a serie come Il tenente Kojak, La donna bionica, Saranno famosi, Hunter, Colombo, La signora in giallo, Nip/Tuck e Lost. Anche produttrice, ha 75 anni e due film in uscita.


Se La canzone del mare vi fosse piaciuto recuperate Wolf Children e Ponyo sulla scogliera. ENJOY!

venerdì 24 giugno 2016

Priscilla - La regina del deserto (1994)

Oggi ho deciso di ripescare un film cult che col tempo si è ritagliato un posto specialissimo nel mio cuore, ovvero Priscilla - La regina del deserto (The Adventures of Priscilla, Queen of the Desert), diretto e sceneggiato nel 1994 dal regista Stephan Elliott.


Trama: dopo aver ricevuto una telefonata dalla moglie, che gli ha chiesto di fare uno spettacolo ad Alice Springs, la drag queen Mitzi si mette in viaggio assieme al collega Felicia e al trans Bernadette, a bordo di un pulman battezzato Priscilla, la regina del deserto...


Passano gli anni, ormai sono più di 20, ma Priscilla - La regina del deserto rimane sempre un film divertentissimo e capace di far riflettere. Sono poche le pellicole a sfondo "arcobaleno" in grado di mantenersi in equilibrio tra umorismo e denuncia sociale senza scadere nella farsa o nella tragedia e soprattutto credo che Priscilla sia l'unica a raccontare con naturalezza le vicende umane di tre uomini che, prima ancora di venire etichettati come gay, trans, travestiti o quant'altro, sono semplicemente tre esseri umani. Il road trip di Mitzi, Felicia e Bernadette attraverso le zone desertiche dell'Australia e i minuscoli paesini che le punteggiano è un classico viaggio di scoperta, rinascita e presa di coscienza, durante il quale le tre artiste sono innanzitutto costrette a sopportarsi a vicenda, cosa non facile, in secondo luogo ad affrontare i tristi pregiudizi di un Paese ancora sostanzialmente retrogrado (nonostante i tipi assurdi che vi si possono incontrare), popolato da "dure" figure maschili al limite dello stereotipo e femmine assoggettate a questi villani barbuti ed ubriaconi; in un trionfo di glitter, piume di struzzo e "frocks", le tre eroine attirano a sé come delle calamite gli spiriti liberi che hanno la fortuna di incontrare, facendosi accettare e cambiando in meglio le loro esistenze, e talvolta sono costrette a frenare la propria esuberanza, acquistando esperienza in un mondo ancora non pronto ad accoglierle. All'interno del trio possiamo osservare anche tre modi diversi di vivere l'omosessualità, a seconda dell'età anagrafica del singolo. Abbiamo la giovane Felicia, "antipatico" stronzetto convinto di avere il mondo in mano ed interessato solo ai lustrini e all'aspetto fisico, la "mezzana" Mitzi, abbastanza adulto da avere provato anche esperienze eterosessuali e dotato di un passato sconosciuto alle due amiche, infine c'è Bernadette, la più anziana e matura, dolorosamente consapevole del fatto che la sua scelta di vita rischia di condannarla alla solitudine proprio nel momento di maggiore vulnerabilità. L'intreccio di questi caratteri così diversi e di queste varie esperienze di vita, vivacizzato da dialoghi naturalissimi e assai coloriti, è uno dei punti forte del film ed è necessario a far sì che lo spettatore si affezioni a tutti e tre i personaggi, magari preferendone uno in particolare (io ho sempre amato Bernadette, la trovo molto commovente).


Nonostante il piglio serio che ha preso il post (d'altronde sto diventando vecchia e malinconica come Bernadette), Priscilla - La regina del deserto è anche e soprattutto apparenza, fatta di stupendi paesaggi naturali, mise e make-up da urlo e tanta, tanta musica. Il road trip delle tre grazie tocca posti davvero esistenti, a cominciare dalla cittadina di Broken Hill in cui spicca il trashissimo Mario's Palace Hotel il quale non è assolutamente un'invenzione degli scenografi: purtroppo la stanza dove alloggiano le protagoniste era occupata ma vi assicuro che soggiornare in quel trionfo di corridoi dipinti è stata un'esperienza indimenticabile, per quanto spartana (le camere e la cittadina in sé non sono nulla di che, uno di quei posti che ti porta a chiedere come facciano gli abitanti a sopravvivere senza impiccarsi dalla noia...) e la sola idea di avere condiviso un pezzo di viaggio con Felicia e compagnia mi ha scaldato il cuore. Allo stesso modo, scalda il cuore scatenarsi al ritmo delle canzoni cantate in playback dalle nostre eroine, capaci di unire i personaggi più inaspettati, che siano vecchi burberi dal matrimonio facile a giovani aborigeni che probabilmente non avevano mai visto un trans in vita loro; nonostante l'odio di Bernadette per i "fuckin'Abba" il sound del gruppo svedese è immancabile e Mamma Mia corona una colonna sonora nella quale spiccano pezzi da '90 come gli immancabili Village People, Donna Summers, Gloria Gaynor e mille altri successi molto "disco" e molto gay. Fondamentali, infine, gli abiti di scena delle ragazze, che non a caso hanno portato a casa l'Oscar. Vedere un "cock in a frock on a rock" è sicuramente tanta roba ma mai come vedere metri di stoffa satinata che si snodano dal tetto di un autobus sparato in mezzo al deserto oppure la fantasia immessa nella creazione delle parrucche, dei vestiti e del terrificante make-up indossato dalle fanciulle in ogni loro spettacolo, cose che probabilmente farebbero sciogliere il trucco dall'invidia ad ogni drag queen che si rispetti. A prescindere da quali siano le vostre idee in merito, Priscilla la regina del deserto è un film stupendo che mi sento di consigliare a tutti, gay e soprattutto etero... chissà che, tra un lustrino e l'altro, non riescano a scorgere un barlume di comprensione e tolleranza!


Di Hugo Weaving (Tick/Mitzi), Guy Pearce (Adam/Felicia) e Terence Stamp (Bernadette) ho già parlato ai rispettivi link.

Stephan Elliott è il regista e sceneggiatore della pellicola. Australiano, ha diretto film come Scherzi maligni, The Eye - Lo sguardo e Un matrimonio all'inglese. Anche attore e produttore, ha 52 anni e un film in uscita.


Tim Curry, famoso per aver interpretato il transessuale Frank'n'Furter nel Rocky Horror Picture Show, ha rifiutato all'epoca il ruolo di Mitzi, purtroppo. Detto questo, se Priscilla - La regina del deserto vi fosse piaciuto recuperate proprio il Rocky Horror e aggiungete A Wong Foo, grazie di tutto! Julie Newmar e Piume di struzzo. ENJOY!

giovedì 23 giugno 2016

(Gio)WE, Bolla! del 23/6/2016

Buon giovedì a tutti! Questa è la tipica settimana in cui escono pochi film ma decisamente tosti, almeno per quei fortunati che avranno la fortuna di averli in programmazione. A Savona ovviamente non sono arrivati il cartone animato La canzone del mare Kiki & i segreti del sesso e neppure, fortunatamente però (ma cercherò di recuperarlo perché secondo me meritate un post in merito), Jem & le Holograms. Cosa rimane quindi nella triste Savona? Vediamo... ENJOY!

The Conjuring - Il caso Enfield
Reazione a caldo: Ohhh!
Bolla, rifletti!: Il ritorno di Wan e dei simpatici Warren, con la stessa squadra del pregevole The Conjuring ma senza bambole Annabelle, almeno spero oppure muoro. La settimana prossima sarà mio!

Mother's Day
Reazione a caldo: Bah.
Bolla, rifletti!: Uscito negli USA per la festa della mamma arriva da noi a giugno, ovviamente. Trattasi di commedia a tema incentrata sul rapporto tra genitori e figli con un cast all star, non molto interessante, almeno per me.

Al cinema d'élite non si va ancora in ferie, bravi!

Sole alto
Reazione a caldo: Non conosco!
Bolla, rifletti!: Storie d'amore ambientate nella ex Jugoslavia, un inno alla tolleranza premiato a Cannes nella sezione "Un certain regard". Potrebbe essere molto interessante, quindi segno per futuri recuperi!

mercoledì 22 giugno 2016

Kill Your Friends (2015)

Oggi parlerò di un titolo che ho visto spuntare qua e là su vari blog e che mi ha incuriosita, ovvero Kill Your Friends, diretto nel 2015 dal regista Owen Harris e tratto dal romanzo omonimo di John Niven.


Trama: Stelfox è un impiegato della divisione A&R di una casa discografica, pur non essendo assolutamente interessato alla musica. Spinto dal desiderio di successo e denaro, arriverà a superare ogni limite pur di fare carriera...


Nicholas Hoult è comparso nel mio radar cinematografico quasi in sordina, senza farsi notare troppo. Prima un'apparizione come Bestia nei reboot degli X-Men, poi qualche comparsata in altri film che non ricordo, e infine la bellezza del suo personaggio in Mad Max: Fury Road. Adesso, quando leggo il nome di Nicholas Hoult all'interno del cast sorrido e do una chance al film a prescindere, com'è successo a Kill Your Friends che, in pratica, è uno one man show houltiano dove il giovane attore ripercorre un po' i primi passi di colleghi quotatissimi come Ewan McGregor e Christian Bale, per di più con un film ambientato proprio all'epoca in cui questi due talentuosi attori si affermavano con prepotenza sulla scena internazionale. La storia di Kill Your Friends è infatti quella di Steven Stelfox, un "fratello" di Patrick Bateman con l'accento di Renton, che racconta in prima persona vicende di ordinaria depravazione ed ignoranza all'interno di una casa discografica in particolare e nel mondo della musica in generale; con terrificante e lucida ironia, il romanziere John Niven, anche autore della sceneggiatura, delinea l'immagine spietata di un universo fatto di addetti ai lavori al 90% incompetenti o molto fortunati, successi commerciali creati a tavolino, cantanti dall'ego smisurato, terrificanti casi umani convinti di essere degli artisti e spocchiosi sedicenti "esperti" che tengono il mondo in gran dispitto. All'interno di questa galleria degli orrori, dal sapore molto Ellisiano, si muove Stelfox, che all'incompetenza aggiunge anche un pericoloso gusto per il sangue o, meglio, una totale mancanza di moralità che lo porta (complice anche la costante assunzione di droga ed alcool) a seguire i principi del falso libro di auto-affermazione Unleash Your Monster e ad eliminare più o meno fisicamente gli ostacoli verso una luminosa carriera come presidente della casa discografica.


L'umorismo nero viene dosato a piene mani, le sequenze grottesche che rischiano di entrare negli annali di un certo tipo di cinema (Moritz Bleibtreu e il suo "Why don't you suck my dick" ripetuto su una base assai simile a quella della Ding Dong Song di Gunther rasentano l'epicità ma meritano molto anche il sogno ad occhi aperti di Stelfox nel ristorante vegano o lo scontro verbale con Rosanna Arquette) non mancano e ad affiancare Hoult nella sua scriteriata corsa ai piani alti c'è uno stuolo di caratteristi capaci di rendere il film ancora più accattivante e divertente. A differenza di American Psycho il film di Owen Harris si trattiene per quel che riguarda l'aspetto gore, per quanto venga lasciato a tratti libero di sfogarsi, soprattutto sul finale, e calca maggiormente la mano sui dialoghi, sul delirio da droga ed alcool e sulla pochezza del personaggio di Hoult, fondamentalmente uno sfigato di bell'aspetto con manie di grandezza che probabilmente molti spettatori vorrebbero vedere morto dopo dieci minuti dall'inizio del film. Sinceramente, io non sono riuscita ad odiarlo e l'ho trovato spassosissimo, così come ho trovato assai divertente le parodie di gruppi come le Spice Girls, i cosiddetti "indipendenti" pre-hipster, i rapper di colore e il già citato truzzo tedesco e l'idea di mescolare le canzoni di questi personaggi inventati a vere hit come Karma Police dei Radiohead, Beetlebum dei Blur, Smack My Bitch Up dei Prodigy (utilizzata in modo assai appropriato!) o Cigarettes & Alcohol degli Oasis, che mi hanno anche permesso di fare un nostalgico salto indietro ai tempi del liceo. Tutti questi elementi mi hanno probabilmente portata ad essere troppo indulgente nei confronti di Kill Your Friends ma il piacere provato nel guardarlo è stato genuino quindi lo consiglio senza riserve, soprattutto se amate i film con protagonisti immorali e fuori di testa!


Di Nicholas Hoult (Steven Stelfox), James Corden (Roger Waters), Moritz Bleibtreu (Rudy) e Rosanna Arquette (Barbara) ho già parlato ai rispettivi link.

Owen Harris è il regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Inglese, ha diretto anche episodi delle serie Misfits e Black Mirror.


Se Kill Your Friends vi fosse piaciuto recuperate American Psycho e Trainspotting. ENJOY!

martedì 21 giugno 2016

Il Bollodromo #25: Wolf Creek - La serie

Finirò mai di ringraziare pubblicamente Lucia? Assolutamente no. Oggi la ringrazio per avermi resa edotta dell'esistenza della serie Wolf Creek, basata sui due film omonimi diretti da Greg McLean e mandata in onda in Australia sul canale specializzato in video on demand Stan.


Di cosa parla?
Se avete visto Wolf Creek e il suo sequel la domanda non si pone, in caso contrario sappiate che la storia verte sulle scorribande omicide del bushman e serial killer Mick Taylor, che ama rapire e seviziare i poveri turisti sperduti nell'outback australiano. Questa sorte capita purtroppo ad una famigliola di americani e alla strage sopravvive solo la figlia maggiore, Eve, che si metterà in testa di trovare il vecchio Mick e farlo fuori, non solo per vendicare padre, madre e fratellino, ma anche per liberare l'Australia da questa piaga decennale.

Cose che mi sono piaciute
La serie di Wolf Creek è praticamente un terzo episodio della saga cinematografica, solo diviso in sei parti. Se tutto nasce dalla figura terrificante di Mick Taylor (interpretato, come al solito, da un John Jarratt sempre in stato di grazia) è pur vero che, come nel primo film, l'attenzione degli sceneggiatori e dei registi che si susseguono di puntata in puntata viene focalizzata principalmente sul paesaggio Australiano, vero protagonista della vicenda. Eve, armata di mezzi più o meno fatiscenti e un cane "half dingo", come dice chi ha occasione di guardarlo da vicino, si imbarca in un road trip disperato, reso ancora più solitario e difficile dalle grandi distanze che separano gli sparuti paesini del South Australia; se non ci siete mai stati non avete idea di cosa sia farsi in macchina chilometri e chilometri di strade costeggiate da bush, deserti, canguri saltellanti, immensi mari di terra arancione e sconfinati cieli azzurri, incontrando in sparute ed assurde stazioni di servizio un'umanità che varia dal meravigliosamente folle al disgustosamente becero. Eve, l'americana straniera in terra straniera, vive sulla pelle tutte le contraddizioni di una Terra allo stesso tempo ostile e generosa, prosaica e misteriosa, perdendo gradualmente l'innocenza per indurirsi e diventare in grado di far fronte ai pericoli dell'Outback, i quali non si limitano essenzialmente a Mick Taylor: Mick, con la sua risata sprezzante e il senso dell'umorismo deviato, è il predatore più grande, quello maggiormente capace di mimetizzarsi, ma tanti altri piccoli criminali e disadattati approfittano della natura "inospitale" dell'Australia per portare avanti le loro storie malate. Wolf Creek diventa così un compendio di violenza, follia ma anche riflessione, un miscuglio ipnotico ed inquietante che non si limita semplicemente ad inanellare scene più o meno gore solo per il gusto voyeuristico del pubblico, bensì si propone l'obiettivo di creare una sorta di "mitologia dell'Outback". Ah, e poi l'accento aussie, ragazzi. Con tutti quegli "g'day", "sheila", "no worries" ecc. ecc. L'aMMore e la nostalgia.

Cose che non mi sono piaciute
Effettivamente, non ce ne sono. Dalla sigla iniziale, un'inquietante Nursery Rhyme cantata da Lisa Salvo e basata su una filastrocca inglese del '700, agli interpreti, fino ad arrivare alla regia, è tutto realizzato a regola d'arte. Se devo proprio trovare un neo, non ho apprezzato l'idea di dare a Mick un passato, cosa che lo ha reso più umano e meno "demone dell'outback". Ma è un dettaglio, davvero.

E quindi?
E quindi Wolf Creek è stato una bellissima sorpresa o, se volete, una riconferma dell'amore che necessariamente va tributato a Greg McLean e John Jarratt. Se cercate una serie relativamente breve, che vi tenga inchiodati alla sedia e che, subdolamente, scavi nelle vostre paure più profonde sedando anche l'atavica sete di sangue tipica degli horroromani, avete trovato quello che fa per voi!

Per chi ancora non si capacita del fatto che John Jarratt sia fondamentalmente un uomo buono

domenica 19 giugno 2016

Somnia (2016)

Sul Bollalmanacco torniamo a parlare di Mike Flanagan che col suo Somnia (Before I Wake), da lui diretto e co-sceneggiato, è già al secondo film quest'anno!


Trama: Jessie e Mark hanno visto morire il loro figlioletto e non possono averne altri. Per lenire il dolore della perdita decidono di prendere in affidamento il piccolo Cody, già passato attraverso diverse famiglie adottive, e presto scoprono che il bambino è dotato di un incredibile potere legato ai sogni...



Si può girare un film capace di trascendere i limiti delle ormai sdoganatissime ghost story e di diventare una favola nera adatta ad una vastissima fetta di pubblico? Certo, se ti chiami Mike Flanagan e non ne sbagli una, confermandoti un decorosissimo regista di genere, per quanto commerciale. Se vi siete stufati di quegli horror dove il mostro compare sempre per colpa di una maledizione, dove i personaggi non abbandonano le case infestate neppure quando i fantasmi li prendono a calci nei denti, dove nessuno pare avere una motivazione per compiere determinate azioni e men che meno suscitare qualsivoglia emozione nel pubblico, allora Somnia è il film che fa per voi. Somnia, a dire il vero, ha moltissimi punti in comune con La madre, una pellicola che, come quella di Mike Flanagan, parla agli spettatori partendo da una situazione dolorosa ed estremamente condivisibile, che coinvolge dei bambini sfortunati e degli adulti dal cuore buono ma ferito, cosa che li porta a compiere azioni egoiste e, in questo genere di film, pericolose. L'aspetto più bello di Somnia infatti è che Cody non è uno di quei pargoli inquietanti, veicolo di forze demoniache e compiaciuto di esserlo, bensì un bimbo tenerissimo ed intelligente, maledetto tuttavia da un dono impossibile da gestire; allo stesso modo, Jessie e Mark capiscono quasi subito qual è il problema di Cody ma scelgono consapevolmente di conviverci e non risolverlo (anzi, di sfruttarlo) per alleviare il proprio dolore e riottenere qualcosa che è stato loro crudelmente strappato. Ciò che accomuna tutti i protagonisti è l'impossibilità di integrarsi nella vita reale e di affrontarla e se Cody, povero patato, è giustificabile in quanto piccolino ed incapace di processare un terribile trauma infantile, è altrettanto vero che la debolezza di Jessie, la quale arriva ad ignorare sia i saggi consigli di Mark sia il terrore del bambino per tenere tra le mani un briciolo di illusoria felicità, non è possibile da condannare in toto.


Ovviamente, Somnia non è solo un film di sentimenti, la componente horror/fantastica c'è ed è necessaria. Per fortuna, a differenza de La madre gli autori non si sono focalizzati sulla figura del mostro, conseguentemente il film non si basa soltanto sull'attesa delle apparizioni di un orrido pupazzone fatto al computer (che pure c'è e non è tutta 'sta bellezza neppure qui); Somnia mette inquietudine perché gioca soprattutto sull'attesa del momento in cui i sogni di Cody si trasformeranno in incubi, tanto che persino gli elementi più gioiosi delle fantasie del piccolo, come per esempio le bellissime farfalle che popolano molte scene della pellicola, rischiano di provocare diffidenza, a prescindere dalla presenza o meno del babau tanto temuto dal pargolo. Bisogna dire inoltre che buona parte della riuscita di Somnia risiede nella presenza di Jacob Tremblay, un piccolo attore che con la sua voce e i suoi grandi occhioni riuscirebbe a fare "vincere facile" persino i Vanzina. E' raro che io mi metta a piangere per un film horror ma ormai, dopo Room, sono diventata come le ochette di Lorenz e ho l'imprinting su Jacob Tremblay, l'unico bambino del grande schermo capace di risvegliare il mio selvaticissimo istinto materno; vederlo soffrire spaventato, oppure ascoltarlo porre delle tristissime domande ai genitori adottivi è causa per me di magone istantaneo e l'unico desiderio che ho è che Tremblay non faccia la fine di tutti gli altri suoi colleghi "prodigio", affossandosi in produzioni terrificanti o diventando un orrido e brufoloso ciccione (ogni riferimento a Haley Joel Osment è puramente casuale, ovviamente). Detto questo, mi pare che Flanagan abbia fatto centro ancora una volta, quindi mi sento di consigliare Somnia anche a chi solitamente non bazzica l'horror e magari gradisce provare comunque qualche brivido in questa estate che tarda ad arrivare.


Del regista e co-sceneggiatore Mike Flanagan ho già parlato QUI. Kate Bosworth (Jessie), Thomas Jane (Mark) e Annabeth Gish (Natalie) li trovate invece ai rispettivi link.

Jacob Tremblay interpreta Cody. Canadese, ha partecipato a film come I Puffi 2 e soprattutto Room. Ha 10 anni e tre film in uscita.


Per una volta la distribuzione italiana ha azzeccato il titolo, che in effetti era quello originariamente scelto prima di diventare Before I Wake. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate il pluricitato La madre e Nightmare - Dal profondo della notte. ENJOY!

venerdì 17 giugno 2016

The Neon Demon (2016)

Nonostante il mondo intero congiurasse contro di me attraverso mala distribuzione, allerta meteo, affari di famiglia e altre varie amenità, martedì ho preso macchina ed autostrada e sono andata a vedere assieme a due carissimi amici The Neon Demon, l'ultima fatica di Nicolas Winding Refn, qui in veste di regista e sceneggiatore (Seguono due paragrafi di delirio. Se non avete voglia di leggerli saltate al terzo).


Trama: Jesse è una sedicenne intenzionata a sfondare nel mondo della moda. La sua naturale bellezza attira gli sguardi e l'ammirazione di chi la circonda ma anche l'invidia e la brama...



Questa è la prima volta in cui mi sento inadatta, lo confesso. Mi rendo conto di non avere né la capacità espressiva né le conoscenze cinematografiche adatte per parlare di The Neon Demon, un'esperienza emotiva, visiva e sensoriale talmente travolgente che alla fine del film ho avuto difficoltà ad alzarmi dalla poltrona e tornare nel mondo reale. The Neon Demon è un film che si mangia con gli occhi, da bere come se fosse la Milano di un vecchio spot pubblicitario, da godere in tutti gli elementi che lo compongono, un'opera d'Arte da vedere, ascoltare e "sentire" in loop continuo, nel bene e nel male. E pensare che tutto parte dalla semplicità di una favola vecchia come il mondo, quella della giovane ragazzina di provincia decisa a far parte di un mondo affascinante e spietato come quello della moda (ma potrebbe anche essere il mondo dello spettacolo in generale, della musica, del cinema), dotata dell'"unica cosa che conta" per sfondare non solo lì ma nella vita: la bellezza. Jesse, questo il nome della protagonista, è bella. Punto. Di una bellezza naturale, non artefatta, illuminata da quel "je ne sais quoi" che potrebbe tradursi in tremila caratteristiche positive, non ultima il fascino, e che la fa spiccare, assieme alla sua innocenza, nel mare di bambolotte rifatte che quotidianamente scalciano e mordono per arrivare in cima alla catena alimentare del mondo della moda. C'è chi si trucca, chi si uccide di diete, chi deve andare a letto con chiunque per ottenere un decimo di quello che Jesse ottiene semplicemente presentandosi struccata davanti a fotografi, manager e stilisti che cadono in deliquio davanti ai suoi capelli biondi e ai suoi occhioni. E ciò, ovviamente, scatena le invidie delle poveracce di cui sopra, il desiderio di possedere questa piccola e quasi magica creatura, di imitarla o distruggerla, con tutte le conseguenze del caso. Ecco, due parole ci vogliono per riassumere il film di Refn. Facile, nevvero? E allora cos'è che lo rende un'opera d'arte come raramente se ne sono viste al cinema in tempi recenti? Cos'è questo Neon Demon che campeggia tronfio nel titolo?


Il problema è che la trama di The Neon Demon è praticamente un pretesto. Un pretesto per afferrare la mano dello spettatore e trascinarlo in un trip fatto di sequenze simboliche alle quali il singolo può dare l'interpretazione che vuole. Eravamo in tre a vedere The Neon Demon e ad ognuno di noi il film di Refn ha sussurrato parole diverse, lasciando che fossimo noi stessi a ragionare, trarre conclusioni ed anticipare gli eventi in base alla nostra sensibilità e alle nostre conoscenze, tanto che il mio cervellino non ha mai smesso di far girare le rotelle, ponendosi domande continue che hanno avuto ben poche risposte. E normalmente mi sarei arrabbiata, lo ammetto. Ma il cervello, vedete, non può nulla contro il cuore. E il mio è stato letteralmente rapito, trasformandosi in una spugna pronta ad assorbire tutto quello che Refn aveva da dargli in pasto in termini di immagini, sequenze e musica. The Neon Demon è bellissimo. Come Jesse. E come Jesse ipnotizza fin dalle prime immagini, che vedono la splendida Elle Fanning ricoperta di sangue, le membra disposte seguendo linee di fuga perfette, il corpo illuminato da luci rosse, bianche e blu, i colori predominanti dell'intero film, mentre una musica inquietante e al tempo stesso tremendamente accattivante scandisce il ritmo dei flash che stanno consacrando la giovane attrice a memoria imperitura (dei personaggi ma anche del pubblico). Potrei scrivere paragrafi interi magnificando ogni sequenza del film o parlandovi del tuffo al cuore provato davanti a un simile dispiego di perizia registica e fotografica ma vi tedierei fino alla morte e non avrei i mezzi per esprimermi adeguatamente perché la visione di The Neon Demon è un'esperienza da provare sulla pelle, rigorosamente in una sala buia. Vi dico solo che il simbolismo delle immagini è talmente preponderante che i dialoghi sono ridotti all'osso, la maggior parte delle scene affidate all'espressività facciale e corporea di attrici di indubbio carisma tra le quali spiccano un'inaspettata Jena Malone (costretta a prestarsi alla scena più disturbante del film, difficilissima da sostenere) e una Abbey Lee che spero faccia moltissima strada, entrambe "ancelle" della piccola dea Elle Fanning, un trionfo di innocente sensualità e perfido candore. La sua interpretazione è talmente sottile, così asservita all'ermetismo del regista, che per capire quanto di Jesse sia realtà, quanto finzione e quanto ci abbia messo le zampe il triangolato Neon Demon (ma esisterà? O è una metafora pure quella?) dovrei probabilmente riguardare il film altre venti volte. Il che non sarebbe un problema.


Mi rendo conto di avere scritto un mare di stron*ate, quindi la faccio breve. The Neon Demon è un film da vedere? Assolutamente sì. Ve lo dico col cuore, che come sapete appartiene a Quentin e conseguentemente si spezzerà dichiarando che il film di Refn è una spanna sopra a The Hateful Eight. E' palesemente una pellicola d'autore, il che non significa che il regista sia uno snob desideroso di tediarvi o farvi impiccare per la frustrazione una volta usciti dalla sala ma semplicemente che non gliene frega nulla di fare un film che piaccia al pubblico, basta girarne uno VOLUTO, totalmente sotto il suo controllo. Di conseguenza, vi dico anche che The Neon Demon è una pellicola estremamente difficile. Se cercate certezze, una trama lineare, un horror tout court, degli spiegoni, una morale, qualsiasi cosa possa farvi andare a dormire senza arrovellarvi costantemente su ciò che avete appena finito di vedere evitate il film di Refn come la peste. Ma se avete una voglia pazza di respirare nuovamente quelle belle atmosfere Lynchiane, Kubrickiane, persino Argentiane che pensavo non avrei mai più provato sulla pelle dal giorno benedetto in cui vidi Arancia Meccanica al cinema ringraziando la settima arte di esistere, questo è il film che dovete assolutamente vedere quest'anno. Perché la bellezza non è tutto. La bellezza è l'unica cosa.


Del regista e co-sceneggiatore Nicolas Winding Refn ho già parlato QUI. Keanu Reeves (Hank), Elle Fanning (Jesse), Jena Malone (Ruby), Bella Heathcote (Gigi) e Alessandro Nivola (il fashion designer) li trovate invece ai rispettivi link.

Christina Hendricks interpreta Jan. Americana, ha partecipato a film come Drive, Dark Places - Nei luoghi oscuri, Zoolander 2 e a serie come Angel, E.R. Medici in prima linea, Tru Calling, Cold Case e Hap & Leonard; come doppiatrice, ha partecipato alla serie American Dad! e alla versione inglese de La collina dei papaveri. Ha 41 anni e quattro film in uscita.


Abbey Lee, che interpreta Sarah, era una delle mogli di Immortan Joe in Mad Max: Fury Road e dovrebbe partecipare anche al film tratto da La torre nera nei panni di Tirana, una dei seguaci del Re Rosso. The Neon Demon avrebbe dovuto intitolarsi I Walk With the Dead e prevedeva la presenza di Carey Mulligan, poi rimpiazzata dalla Fanning quando il progetto ha preso tutta un'altra direzione. Detto questo, se The Neon Demon vi fosse piaciuto provate a guardare Suspiria o Starry Eyes. ENJOY!

QUI trovate l'articolo di Lucia
QUI l'anteprima di Cuore di celluloide, di cui vi invito anche a piacciare la nuova pagina FB
QUI l'imprescindibile nonché indispensabile articolo di Hell sulle simbologie di The Neon Demon

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