martedì 23 gennaio 2018

L'ora più buia (2017)

Un altro piccolo passo verso gli Oscar, su, che oggi ci sono le nomination. Nel weekend ho visto L'ora più buia (Darkest Hour), diretto nel 2017 dal regista Joe Wright e vincitore del Golden Globe per il Miglior Attore Drammatico.


Trama: nell'ora più buia della seconda guerra mondiale, Winston Churchill diventa primo ministro e si ritrova a dover arginare l'inarrestabile avanzata di Hitler...


Avvertenza: il post è scritto da una persona che non studia storia dal 2005, anno dell'esame di Storia Contemporanea, per l'appunto, quindi tutto ciò che leggerete viene desunto dalla visione del film e dalla lettura di un articolo su Wikipedia dedicato alla Battaglia di Gallipoli. La cosa che ho maggiormente apprezzato de L'ora più buia, al di là dell'interpretazione di Oldman sulla quale tornerò, è la scelta di non raccontare la vita di Churchill, bensì il momento più critico per lui, per l'Inghilterra e per l'Europa intera. Un momento storico ben definito che ha rischiato di consegnare il Vecchio Mondo nelle mani della folle dittatura nazista, cosa non avvenuta per qualcosa che non esiterei a definire "botta di culo" piuttosto che "geniale scelta tattica delle forze avversarie"; ben lontano dall'essere fine stratega, il Churchill presentato al pubblico del 2017 è una figura controversa, quasi un po' fastidiosa, un uomo coraggioso e testardo ma anche rabbioso e dalle idee in qualche modo discutibili se considerate senza il senno di poi, con gli occhi di chi è stato abbandonato a Calais o di chi auspicava sicuri trattati di pace onde fermare battaglie e morti inutili. Sul Churchill de L'ora più buia pesa ancora l'esito terrificante della Campagna di Gallipoli, praticamente "decisa" dall'allora primo Lord dell'Ammiragliato (in realtà, come spesso accade, pare che Churchill fosse diventato il capro espiatorio ma la colpa della disfatta andrebbe attribuita anche ad altri membri del governo dell'epoca...), pesano allo stesso modo l'età non più giovanissima, la diffidenza degli altri membri del governo, una vita passata a rinunciare all'umanità in favore di cose più "materiali" (simpatiche ma anche angoscianti le interazioni con la moglie e i figli), la consapevolezza di avere tra le mani la vita di valenti soldati e di un'intera nazione e ovviamente è per questo che alla fine si arriva a parteggiare per lui in quanto "tutto è bene quel che è finito bene", alla faccia di Re Bertie, Halifax e tutti quelli che non la pensavano come il primo ministro. Detto questo, non bisogna pensare che L'ora più buia sia un film semplice o con un unico punto di vista, anzi. Mi è sembrato piuttosto che la sceneggiatura stesse bene attenta a bilanciare l'elemento storico e quello umano senza propendere troppo per l'uno o l'altro, assecondando ovvie scelte di "spettacolarizzazione" soprattutto nel prefinale e scegliendo pochi interlocutori dotati di uno sguardo privilegiato verso i dubbi dell'uomo Churchill (la moglie, la segretaria e Re Giorgio VI), anche perché per focalizzare tutta l'attenzione su di lui basterebbe "solo" la grande interpretazione di Gary Oldman.


Ammetto sinceramente che senza la performance di Oldman il film sarebbe poco più di un divertissement storico, da dimenticare il giorno dopo la visione. La regia di Joe Wright, tolte un paio di sequenze emozionanti concentrate nel primo discorso via radio di Churchill, il famigerato confronto all'interno della war room e il triste destino dei soldati a Calais, non è esaltante come mi sarei aspettata, nonostante la cura profusa nelle scenografie e la scelta di una bella fotografia, capace di illuminare anche gli ambienti soffocanti del consiglio di guerra. Per contro, Gary Oldman si mangia un cast non particolarmente memorabile (salvo forse l'elegante Kristin Scott Thomas nei panni di Clementine Churchill), inghiotte tutto ciò che lo circonda non già in virtù di un trucco prostetico fatto bene e capace di renderlo irriconoscibile ma per merito dei suoi occhi tormentati, lo sguardo penetrante che spunta sotto quel trucco da vecchio ciccione; all'interno della "maschera" di Churchill c'è un attore capace di renderlo vivo con una fisicità fatta di tic e tirate compulsive di sigaro e, soprattutto, con un terrificante lavoro sulla voce. Il Churchill di Oldman passa nel giro di pochissimo dall'essere un politico sanguigno (e probabilmente sanguinario, chissà) dotato di una voce roboante, capace di trascinare collaboratori e masse in una missione praticamente suicida, all'essere un vecchio balbettante, smarrito nelle incertezze di una responsabilità attesa ma giunta probabilmente troppo tardi, proprio nel momento in cui mente e fisico non sono nella loro forma migliore, al punto da fare quasi tenerezza. Per questo, senza nulla togliere ai doppiatori italiani (in questo caso abbiamo quello di Tony Soprano e Walter White, Stefano De Sando, abbonato quindi a ruoli di uomini ruvidi e non più di primo pelo), consiglierei la visione de L'ora più buia in una sala che lo proietti in lingua originale, altrimenti rischiereste di perdervi tutto ciò che fa della pellicola di Joe Wright un film imperdibile e meritevole di almeno un Oscar.


Del regista Joe Wright ho già parlato QUI. Gary Oldman (Winston Churchill), Ben Mendelsohn (Re Giorgio VI), Lily James (Elizabeth Layton) e Ronald Pickup (Neville Chamberlain) li trovate invece ai rispettivi link.

Kristin Scott Thomas interpreta Clemmie. Inglese, ha partecipato a film come Quattro matrimoni e un funerale, Mission: Impossible, Il paziente inglese e Gosford Park. Anche regista, ha 57 anni e tre film in uscita.


Triste ironia: John Hurt, malato di cancro, avrebbe dovuto interpretare un personaggio che ha condiviso il suo triste destino, Neville Chamberlain, ma stava talmente male che non è riuscito a filmare neppure una scena. L'anno scorso, per la cronaca, è uscito un altro film sul primo ministro inglese, ancora inedito in Italia, ovvero Churchill, dove il personaggio titolare è interpretato da Brian Cox , affiancato da Miranda Richardson; non so dirvi come sia ma se L'ora più buia vi fosse piaciuto potete provare a recuperarlo assieme a Dunkirk e Il discorso del re. ENJOY!

domenica 21 gennaio 2018

Il sangue di Cristo - Da Sweet Blood of Jesus (2014)

A dicembre la Midnight Factory ha portato in Italia, sempre sul mercato dell'home video, anche Il sangue di cristo (Da Sweet Blood of Jesus), diretto e sceneggiato nel 2014 dal regista Spike Lee.



Trama: il Dottor Hess, facoltoso antropologo appassionato di arte africana, viene ucciso dal proprio assistente con una lancia appartenuta ad un'antica civiltà dove le persone si nutrivano di sangue umano per vivere. L'uomo torna in vita dopo poco tempo, trasformato in un "vampiro", e si innamora di Ganja, ex moglie del suo assistente morto suicida...



Prima di cominciare a parlare de Il sangue di Cristo devo fare outing: di Spike Lee ho visto solo La 25ma ora, film peraltro apprezzatissimo, per il resto ciccia. Ciccia perché Mister Lee mi è sempre stato sulle balle a pelle, in quanto il tipo si è imbarcato in una crociata contro Quentin e quando mi toccano l'aMMore regredisco allo stato di bimbaminkia faziosa. Oh. Detto questo, ho fatto voto di recuperare tutto ciò che la Midnight Factory fa uscire in home video quindi mi sono comunque imbarcata nella visione de Il sangue di Cristo, benché scoraggiata da recensioni negative e da un trailer che a definirlo noioso gli si fa un complimento (al punto che il Bolluomo ha detto "questo te lo guardi da sola!") e, forse perché ho avuto la brillante idea di NON guardarlo dopo cena infilata nel letto come al solito bensì di approfittare del fatto che Mirco stesse dando ripetizioni, non mi è dispiaciuto quanto pensavo. Non mi sento nemmeno di consigliarlo, a dire il vero, perché mi ha suscitato sensazioni ambivalenti. Ciò che devo riconoscere a Il sangue di Cristo è una messa in scena assai ricercata che colpisce fin dai titoli di testa, durante i quali il ballerino Lil Buck ipnotizza lo spettatore danzando all'interno di varie location sparse per Brooklin; la musica è l'altro elemento portante della pellicola, espressione dell'atmosfera un po' raffinata, un po' soul, un po' religiosa, un po' tribale, un po' romantica e anche un po' ironica che pervade tutto il film, a seconda dei momenti, e non c'è un solo momento in cui le note della colonna sonora non accompagnino le azioni dei protagonisti, talvolta sovrastandole. Erroneamente, anche perché, come ho detto sopra, non conosco la filmografia di Spike Lee, credevo che il regista fosse abbonato ad atmosfere da ghetto e black power, quindi mi ha colpita la decisione di scegliere un protagonista ricchissimo, dotato persino di maggiordomo, e di indugiare con la macchina da presa sull'opulenza che lo circonda, facendo ampie panoramiche della villa con spiaggia e giardino adiacenti, accarezzando la superficie lucente di macchine di lusso e bicchieri di cristallo, riempiendo ogni ambiente di opere d'arte e persone con abiti eleganti, con l'unica eccezione di una chiesa battista e un paio di ambienti più "degradati" dove Hess va a cercare le sue vittime. Onestamente, dovessi basarmi solo su quello che ho visto e "sentito", potrei dire senza dubbio che Il sangue di Cristo è un film molto bello... il problema è che ha anche una trama e su quella avrei parecchio da ridire.


Da quel che ho letto, Il sangue di Cristo è la versione patinata ma riproposta quasi scena per scena di Ganja & Hess, film sperimentale a tema vampirico realizzato da Bill Gunn negli anni '70. Non ho avuto modo di fare confronti se non guardando qualche spezzone su YouTube che confermerebbe quanto sopra ma, parlando solo della storia, il dramma di Hess lascia un po' il tempo che trova e quell'elemento "sacro" inserito a forza fin dal titolo mi ha abbastanza tediata. Hess è profondamente religioso ma è soprattutto una pittima incredibile, che si fa sopraffare dall'idea di una vita eterna dopo un anno o poco più (per dire, David Bowie in Miriam si sveglia a mezzanotte, film che sicuramente Spike Lee si è visto un paio di volte prima di dirigere il suo "horror", si lasciava andare dopo secoli, un po' di spina dorsale, su!) perché vinto dal senso di colpa derivante dal suo credo; oltre ad essere pittima, costui è però anche paraculo, in quanto non si fa scrupolo a nutrirsi di belle donzelle sfruttando fascino e soldi e, soprattutto, "regala" la vita eterna alla sua sposa Ganja (e non solo a lei, per inciso. Tutti quelli che vengono morsi da Hess diventano vampiri e resuscitano ma lui talvolta se ne pente e li seppellisce per evitare che siano infelici come lui. Si può essere più stronzi e ipocriti?) nel momento esatto in cui lui sta pensando di rinunciare alla propria. No, ma grazie. Potevo vivere fino a cento anni ma tu mi uccidi a trenta e mi lasci pure da sola CHIEDENDOMI di morire con te sotto la Croce? Mah. Non c'è da stupirsi che Ganja, personaggio odioso ma comunque cazzuto, gli faccia un gesto dell'ombrello grande come una casa e, dopo l'ovvio sconcerto iniziale, decida di trarre il meglio dalla nuova condizione. Ma d'altronde, da una che si "innamora" di te solo dopo aver visto l'ingresso della villa, cosa diamine potevi aspettarti? Mah. Quest'immagine un po' blasé e ipocritamente tormentata del vampiro moderno ha fatto un po' il suo tempo e sinceramente mi aspettavo qualcosa di più "sovversivo" da Spike Lee, ecco perché Il sangue di Cristo non mi ha entusiasmata o esaltata come altri film dedicati ai succhiasangue ed ecco perché, nonostante molti pregi, non mi sento di consigliare a tutti questa pellicola. Magari, giusto agli estimatori di Spike Lee o a chi è curioso di vedere la versione black di un vampiro senza dover ricorrere a ciofeche come Vampiro a Brooklin o scavare negli anni '70 e un po' camp di prodotti come Blacula.

Spike Lee (vero nome Shelton Jackson Lee) è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Fa' la cosa giusta, Mo' Better Blues, Jungle Fever, Malcom X, La 25ma ora, Inside Man e Old Boy. Anche produttore e attore, ha 60 anni e un film in uscita.


Nei panni del maggiordomo Seneschal Higginbottom c'è la star di Mr. Robot, l'attore Rami Malek, che aveva già collaborato col regista in Old Boy, mentre le due donne bianche che interpretano le ospiti del protagonista sono Katherine Borowitz, moglie di John Turturro, e Donna Dixon, moglie di Dan Aykroyd. Il film, finanziato da un fondo Kickstarter, è il remake di Ganja & Hess, horror anni '70 scritto e diretto dal regista Bill Gunn, che qui è citato come sceneggiatore; non l'ho mai visto e francamente non ho particolarmente voglia di farlo ma se foste interessati è disponibile per intero su YouTube. ENJOY!

venerdì 19 gennaio 2018

Perfetti sconosciuti (2016)

E così ci sono cascata anche io. Qualche sera fa hanno passato su Canale 5, in prima serata, il film Perfetti sconosciuti, diretto e co-sceneggiato nel 2016 dal regista Paolo Genovese e, spinta dall'entusiasmo di chiunque (o quasi) lo avesse visto ho deciso di piazzarmi sul divano e dargli una chance...


Trama: Sette amici si ritrovano a cena e decidono di fare un gioco: tutti loro dovranno lasciare sul tavolo i cellulari e leggere ad alta voce eventuali messaggi, oltre a rispondere alle chiamate in viva voce. Ovviamente nel corso della serata verranno fuori segreti inconfessabili...


Prima di addentrarmi nella "recensione" di Perfetti sconosciuti, permettetemi di spendere due parole sulla TV italiana e sulle condizioni dello spettatore medio, trattato al pari di un bibino. Nel 2016 quasi tutti i premi importanti dei festival italiani (David di Donatello, Nastri d'argento, Globi e Ciak d'oro) sono finiti in mano a Perfetti sconosciuti e a Paolo Genovese, inoltre quell'anno il film è arrivato secondo negli incassi dei film italiani, subito dopo Quo Vado?. Mediaset, considerata la memoria da pesce rosso del 90% degli spettatori, ha scelto non già di sottolineare le due cose con qualche pubblicità ad hoc (chissene dei premi vinti da un film...), ma di far confezionare ai giornalisti del TG5 un paio di servizi dedicati alle cause di divorzio in Italia, sottolineando come ora le chat dei telefonini siano mezzi perfettamente legali per comprovare l'infedeltà e aggiungendo che "il film che andrà in onda stasera parla proprio di questo, GUARDATE PERFETTI SCONOSCIUTI". Oh, mica un servizio, eh. DUE. Uno alle 13 e uno alle 20, peraltro identici tra loro. Con l'espressione da "mecojoni" tipica di Michelle Obama ho pensato che il film di Genovese dovesse essere come minimo spettacolare visto anche che chiunque, su Facebook, ha cominciato a consigliarmelo nel pomeriggio, un po' com'era successo il giorno della prima TV di La grande bellezza. Giunto il momento fatidico, ovvero le ore 21.20 (come indicato in qualsiasi guida TV on line), mi sono messa sul divano e lì ho ricordato perché non guardo più un film in TV da anni: ho infatti dovuto sopportare MEZZ'ORA di Striscia la Notizia/Paperissima e altrettanta pubblicità. A quel punto stavo già schiumando come un Antico qualsiasi, finché il film non è cominciato alle 21.50... ed è durato dieci minuti, seguito da altri cinque minuti e fischia di pubblicità. In quel momento il mio livello di bestemmia era fuori scala e non posso negare che "forse" tutta 'sta camurria mediasettara mi abbia maldisposto verso un film che, porca miseria, si è rivelato nulla più di una commediola con settemila difetti anche a voler sorvolare sul fatto che metà degli attori biascica (sull'accento romano non mi esprimo anche perché a me personalmente non dispiace, tra l'altro il film è ambientato a Roma), cosa che mi ha costretta a chiedere a Mirco silenzio assoluto giusto per non essere costretta a mettere i sottotitoli.


Ma cosa c'è dunque in Perfetti sconosciuti capace di inchiodare alle poltrone un'intera Nazione, scomodare psicologi, mandare in sbattimento i giornalisti e generare un'infinità di remake all'estero? Boh, me fallit. Giuro, non capisco l'entusiasmo. Innanzitutto il film è assai simile al francese Cena tra amici (vi prego di non scomodare MAI più Carnage, grazie), con la differenza che nella commedia d'oltralpe gli amici cominciano ad insultarsi dopo un paio di minuti con dialoghi al fulmicotone che non mostrano il fianco nemmeno a un attimo di noia, qui prima di arrivare a qualcosa di "sostanzioso" passa un'ora in cui il massimo dell'orrore è scoprire che l'amico ciccio (Battiston, una spanna sopra gli altri attori) non viene invitato alle partitelle di calcio oppure stilare il menu della cena, comprendente antipasto, gnocchi alla romana, polpettone e tiramisù, al quale immagino sia seguito Maalox per tutti perché alla faccia della leggerezza! Quando gli argomenti cominciano a farsi "consistenti" allora il film ingrana, ovviamente nella misura in cui mi consentirà d'ora in poi di mandare al Diavolo chi dovesse accusare gli horror di avere dei protagonisti cretini che fanno scelte insensate. Per esempio (e scelgo giusto il più eclatante), spiegatemi perché la mia suspension of disbelief non dovrebbe ridere in faccia a chiunque accetti che Cosimo, dopo che la merda ha già ampiamente colpito il ventilatore, decida di continuare il gioco rispondendo col vivavoce ad una chiamata potenzialmente compromettente. Ma al diavolo "il gioco", per cortesia! S'è già sfasciato un matrimonio per colpa dell'idea cretina della Smutniak, vuoi davvero dirmi che bisogna continuare a rispettare le regole? Alla faccia della scrittura facilona! E come "contrappasso" per un'unica sequenza davvero toccante e profonda, quella in cui si parla di "froci" e in cui un paio di personaggi scoprono la piccineria di coloro che pensavano amici da una vita, ecco arrivare la paraculata finale in pieno stile Sogno di una notte di mezza estate, durante la quale si arriva a "capire" la funzione di un'eclissi lunare altrimenti inutile, oltre che realizzata con photoshop. Insomma, un coacervo di banalità prive di coraggio, buono solo per eccitare/scandalizzare i salottini dei buoni borghesi, da raccontare dal parrucchiere per poi sghignazzare pensando "uh, pensa se capitasse a me!", con attori bravi ma non indimenticabili e comunque belli comodi nei ruoli a loro più congeniali. Insomma, una delusione di diludendo. Spero vivamente che con un soggetto simile de la Iglesia possa tirare fuori una delle sue belle satire corrosive e violente, sarebbe l'unico modo che avrei di apprezzare l'altrimenti inspiegabile successo di Perfetti sconosciuti.


Di Anna Foglietta (Carlotta), Edoardo Leo (Cosimo) e Alba Rohrwacher (Bianca) ho già parlato ai rispettivi link.

Paolo Genovese è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Nato a Roma, ha diretto film come La banda dei Babbi Natale, Immaturi, Immaturi - Il viaggio, Tutta colpa di Freud e The Place. Ha 51 anni.


Giuseppe Battiston interpreta Peppe. Nato a Udine, ha partecipato a film come Pane e tulipani, Chiedimi se sono felice, La meglio gioventù, La tigre e la neve, Zoran, il mio nipote scemo, Finché c'è prosecco c'è speranza e a serie quali Tutti pazzi per amore. Anche sceneggiatore, ha 49 anni e quattro film in uscita.


Marco Giallini interpreta Rocco. Nato a Roma, lo ricordo per film come Almost Blue, Non ti muovere, ACAB - All Cops Are Bastards, Tutta colpa di Freud e The Place, inoltre ha partecipato a serie quali Boris, Romanzo criminale - La serie, Rocco Schiavone e al corto Basette. Ha 54 anni e tre film in uscita.


Valerio Mastandrea interpreta Lele. Nato a Roma, lo ricordo per film come Palermo Milano sola andata, Zora la vampira, Nessuno mi può giudicare e The Place, inoltre ha partecipato a serie quali I ragazzi del muretto, Boris, Tutti pazzi per amore e al corto Basette. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 45 anni e tre film in uscita.


Kasia Smutniak interpreta Eva. Polacca, ha partecipato a film come Barbarossa, Rino Gaetano - Ma il cielo è sempre più blu e Volare - La grande storia di Domenico Modugno. Ha 38 anni e un film in uscita.


Perfetti sconosciuti ha avuto così tanto successo in Italia da essere diventato appetibile anche all'estero: in Grecia è uscito lo stesso anno un remake col titolo identico, a dicembre è arrivato in Spagna de la Iglesia col suo Perfectos Desconocidos e a ottobre dovrebbe uscire in Francia Le jeu, sempre basato sulla stessa sceneggiatura. Nell'attesa di recuperare almeno de la Iglesia, se Perfetti sconosciuti vi fosse piaciuto guardate Cena tra amici . ENJOY!

giovedì 18 gennaio 2018

(Gio) WE, Bolla! del 18/1/2018

Buon giovedì a todos! Siamo sempre in area Oscar quindi qualche film interessante esce questa settimana anche a Savona... assieme, ovviamente, a qualche Ciofecazza con la C maiuscola! ENJOY!

Ella & John - The Leisure Seeker
Reazione a caldo: Awww!!!
Bolla, rifletti!: Regia italiana ma attori stranieri, di solito è un buon connubio, soprattutto quando gli attori sono due Grandi come la Mirren e Sutherland. Di questa storia di vecchietti on the road temo soprattutto le lacrime che sgorgheranno copiose ma nonostante tutto vorrei vederla!

L'ora più buia
Reazione a caldo: YeeeHH!!
Bolla, rifletti!: Un film che vogliamo vedere sia io che il Bolluomo, con un Gary Oldman che si preannuncia grandissimo. E poi, adoro le biografie storiche!

Il vegetale
Reazione a caldo: Bwahahaahah!!
Bolla, rifletti!: Devo davvero dire cosa penso di un film che ha Rovazzi per protagonista? Dico solo che, vista la faccia con la quale 'sto cretèn campeggia nel poster, "vegetale" è davvero la parola adatta.

Insidious - L'ultima chiave
Reazione a caldo: Meh.
Bolla, rifletti!: Mi sono persa a quanti capitoli di Insidious siamo arrivati, comunque a me non era piaciuto già il primo, quindi continuo a tenermene distante.

Al cinema d'élite si celebra il Giorno della Memoria in anticipo!

Un sacchetto di biglie
Reazione a caldo: Uddio.
Bolla, rifletti!: Altro film ad altissimo potenziale lacrima, con due bimbi ebrei che, nella Francia occupata dai nazisti, devono raggiungere i genitori. Pare che la storia finisca bene, per fortuna, comunque non so se andrò a vedere questo film, piango già al pensiero.

mercoledì 17 gennaio 2018

Morto Stalin se ne fa un altro (2017)

Approfittando dell'illuminata programmazione del cinema d'élite savonese e della zampa ancora infortunata, sabato scorso sono andata a vedere Morto Stalin se ne fa un altro (The Death of Stalin), diretto e co-sceneggiato nel 2017 dal regista Armando Innucci e tratto dalla graphic novel La morte di Stalin, di Fabien Nury e Thierry Robin.


Trama: alla morte di Stalin, il collettivo di suoi più stretti collaboratori deve decidere le dinamiche della successione e come gestire una Nazione potenzialmente allo sbando...


Avevo letto benissimo di Morto Stalin se ne fa un altro sul blog della Poison, a seguito della programmazione al Festival del Cinema di Torino (dove ha vinto il premio Fipresci) ed ero rimasta parecchio incuriosita, non solo dalla foto di un Jason Isaacs particolarmente gnocco in divisa militare. Ho varcato la soglia della sala in lieta ignoranza, ché ormai la storia della Russia è per me un po' nebulosa, aspettandomi sinceramente di capire poco di un film che rivedeva in chiave satirica i giorni successivi alla morte di Stalin, invece mi sono goduta una commedia grottesca dove la Storia viene ridotta a gioco per bambini stupidi e dove anche le tragedie più grandi vengono mostrate come il risultato delle decisioni scellerate di individui egoisti e "piccini", con ben poca considerazione della vita umana. Punto di partenza, come dice il titolo, è la morte di Stalin, dittatore dal pugno di ferro che istillava nella nazione cieco terrore e altrettanto cieco (ed inspiegabile, lo ammetto) rispetto attraverso un sistema di spie, divieti, liste e purghe che non risparmiava nessuno, nemmeno i suoi più stretti collaboratori; per un Nikita Khruschchev che detta alla moglie tutte le frasi pronunciate in presenza di Stalin, così da pararsi le chiappe, c'è un Molotov che accetta di accusare di tradimento la consorte per mettersi in salvo, per ogni figlio che consegna il proprio padre alla polizia c'è un direttore d'orchestra che sviene temendo di avere offeso Stalin per sbaglio ed essere stato registrato. Gli esempi di questo clima di follia, purtroppo vero, continuano per tutta la pellicola, che si concentra sulla lotta di potere scoppiata dopo la morte di Stalin soprattutto tra Khruschchev e il capo della sicurezza Lavrenty Beria, i due poli "complottisti" capaci di ergersi in mezzo a un gruppo di lacchè incapaci e di mettere in moto eventi terribili per affermare la rispettiva supremazia. In mezzo viene a trovarsi Georgy Malenkov, diretto successore di Stalin descritto nel film come un imbecille senza spina dorsale che prende decisioni a seconda di chi, tra i suoi consiglieri, riesce a fare la voce più grossa, un uomo che da Stalin ha imparato solo le "pose" da leader, non il carisma. Questo tristissimo triangolo di individui cerca di sopravvivere ai due tragicomici giorni seguenti la morte di Stalin, tra funerali organizzati neanche fossero un matrimonio, mine vaganti in forma umana (uno su tutti il figlio del leader), scontri tra esercito e milizia privata, accenni di depravazione sessuale e pochissime voci fuori dal coro che morirebbero pur di non dover sottostare ad un regime così assurdo.


Per ogni risata che viene strappata da questa satira feroce, arriva la mazzata tra capo e collo di una realtà fatta di esseri umani che muoiono per un capriccio o un dubbio mai comprovato del tutto, a seconda di cos'è più comodo per il regime. La figura di Beria, uomo rubicondo al quale non si darebbe un centesimo (per di più se doppiato in italiano da Mino Caprio, la voce italiana di Peter Griffin, fonte di grandi risate solo mie, ché il resto del pubblico superava i 60 anni), è l'emblema di questa dicotomia: un essere molliccio, quasi ridicolo, che tuttavia gestisce gli aspetti più terribili delle purghe e ama torturare uomini e seviziare donne, soprattutto ragazzine. Lo spettatore non può non ridere dei dialoghi assurdi che intercorrono tra lui e gli altri personaggi eppure si prova anche un terribile senso di revulsione all'idea che probabilmente, al netto dell'umorismo grottesco alla Monty Python, queste persone forse erano davvero così, opportuniste, ignoranti, crudeli ed infide... come il novanta per cento dei politici attuali, del resto, in tutto il mondo, non solo in Russia e non solo durante una dittatura. Anche per questo Iannucci ha fatto un enorme lavoro sugli attori, prima ancora che sulla regia, comunque assai valida. Steve Buscemi, Jason Isaacs, Jeffrey Tambor e Michael Palin regalano le migliori interpretazioni da anni, riuscendo nel difficile compito di rimanere in equilibrio perfetto tra farsa e dramma (vedere il finale per credere), senza trasformare i loro corrispettivi reali in caricature senza profondità alcuna. Altro aspetto bellissimo del film è la colonna sonora, che si apre sulle note del Lago dei cigni di Tchaikovsky e continua con l'originalità dello score di Christopher Willis, ispirato alle melodie del compositore Sostakovich, in attività non a caso proprio ai tempi di Stalin benché spesso censurato dal regime (non è che so tutte queste cose perché nasco saputa ma la colonna sonora, per una volta, mi ha colpita particolarmente e mi sono chiesta se fossero musiche originali oppure di qualche compositore famoso ma a me sconosciuto). Se dovessi proprio trovare un difetto a Morto Stalin se ne fa un altro, oltre all'orripilante titolo nostrano, è la scellerata distribuzione italiana, che lo ha fatto arrivare in pochissime sale in tutta Italia, quando una simile commedia nera meriterebbe maggior riconoscimento alla faccia di tutti quelli che dicono che ridere di simili tragedie è di cattivo gusto. Recuperatelo, in lingua o doppiato, che ne vale la pena!


Di Steve Buscemi (Nikita Khruschchev), Jason Isaacs (Georgy Zhukov), Andrea Riseborough (Svetlana Stalin), Jeffrey Tambor (Georgy Malenkov), Richard Brake (Tarasov), Paddy Considine (Compagno Andryev) e Michael Palin (Vyacheslav Molotov) ho già parlato ai rispettivi link.

Armando Iannucci è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Scozzese, ha diretto film come In the Loop ed episodi di serie quali I'm Alan Partridge e Veep - Vicepresidente incompetente. Anche produttore e attore, ha 53 anni.


Tom Brooke, che interpreta Sergei, era l'esilarante Fiore della serie Preacher. Se Morto Stalin se ne fa un altro vi fosse piaciuto potreste recuperare la graphic novel La morte di Stalin, edita da Mondadori, e guardare In the Loop. ENJOY!

martedì 16 gennaio 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017)

Fresco di quattro Golden Globe (Miglior Film Drammatico, Miglior Sceneggiatura, Frances McDormand Miglior Attrice Protagonista per un film drammatico, Sam Rockwell Miglior Attore Non Protagonista) è arrivato anche a Savona Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri), scritto e diretto dal regista Martin McDonagh. Vediamo se mi ha colpita com'è successo con la stampa estera!


Trama: Mildred, madre di una ragazza stuprata mentre veniva uccisa dai suoi aguzzini, decide di affittare tre enormi cartelloni pubblicitari appena fuori Ebbing, la città dove vive, per dare una scossa al sonnolento corpo di polizia...



Se c'è una cosa che mi ha colpita enormemente guardando Tre Manifesti a Ebbing, Missouri (che, per comodità, da qui in poi chiamerò solo "Tre manifesti") è la capacità di Frances McDormand di comunicare tutta la rabbia, il dolore e l'umanità del suo personaggio alzando semplicemente un sopracciglio e stringendo le labbra in una fessura sottilissima. Il volto segnato dell'attrice, che ho imparato ad amare già ai tempi di Fargo, qui diventa la granitica rappresentazione di una donna che ha deciso di non fermarsi davanti a nulla pur di consegnare alla giustizia l'assassino (o gli assassini) della figlia o, meglio, di spingere la polizia a fare il proprio lavoro e dare una svegliata agli agenti mangiaciambelle. Mildred è una spietata macchina di caos, una madre incazzata che non accetta né la mancanza di prove, né il fatto che le indagini siano arrivate ad un punto morto dopo meno di un anno e come si può pensare di darle torto, di spingerla ad arrendersi perché "queste sono le leggi e non ci si può fare niente"? La sua protesta silenziosa ma implacabile, la decisione di dire le cose come stanno e scriverle sulla stessa strada dov'è morta la figlia a caratteri cubitali è comprensibile e, verrebbe da dire, è anche poco rispetto a quello che il suo dolore potrebbe spingerla a fare... però è abbastanza per sconvolgere gli equilibri di una piccola cittadina di provincia dove tutti si conoscono e dove non è facile per gli abitanti simpatizzare con una donna conosciuta per essere "peculiare", nonostante quello che le è capitato. Le parole di Mildred toccano personalmente lo sceriffo, figura di riferimento per tutti i cittadini, uomo integerrimo con un terribile segreto, e le persone bene di Ebbing ci mettono un secondo a trasformare la madre a cui hanno ucciso la figlia in una matta da ostacolare a tutti i costi, talvolta da minacciare, e la cosa assurda di Tre manifesti è la plausibilità di questo voltafaccia, avvallato dall'ignoranza gretta di poliziotti incompetenti e compaesani che magari non hanno mai sopportato né Mildred né la figlia Angela (la quale, non a caso, è finita nel dimenticatoio dopo pochi mesi). Non è un caso che gli unici alleati di Mildred, abitante di una cittadina ubicata in uno Stato di frontiera dove il razzismo è ben lungi dall'essere stato sradicato, siano i "freak" del paese o i diversi: messicani, neri, nani, gli unici a sostenere la donna fino all'ultimo sono loro, quasi la guerra di Mildred fosse una guerra dei reietti contro il potere costituito, quando invece la donna pensa (egoisticamente ma comprensibilmente) solo a sé stessa, senza regalare mai un sorriso o un gesto di conforto ai suoi aiutanti ma, anzi, andando avanti come uno schiacciasassi alla faccia di tutto quello che possa capitare a loro, alla sua famiglia, al figlio superstite.


Quella di Tre manifesti è una storia drammatica, eppure nel corso della pellicola si ride. E' un riso amaro, di cui ci si vergogna, perché si ride non coi personaggi (forse solo con lo sceriffo, nonostante la meschinità del suo tragico gesto di "vendetta") bensì DEI personaggi, peccando della stessa cecità degli abitanti di Ebbing. Si prenda ad esempio l'agente Dixon, interpretato da un Sam Rockwell a dir poco magistrale. Non mi è mai capitato di trovare sullo schermo un personaggio da odiare un minuto prima, per il quale provare un'immensa pietà quello dopo, fino ad arrivare a volergli bene anche se è scemo, un po' come fa lo sceriffo. Questa, se vogliamo, è la vera magia di sceneggiatura che ho avvertito guardando Tre manifesti, una pellicola che per altri motivi non mi ha convinta fino in fondo, troppo "superficiale" in alcuni punti (ma davvero un poliziotto può mandare all'ospedale un cittadino e farsi impunemente i fatti propri, persino nell'America di provincia Trumpiana? A che pro intimorire una persona se con la faccenda non si ha nulla a che fare, giusto per introdurre un "cattivo" più cattivo?) e melodrammatica in altri (sottolineare il senso di colpa di Mildred era necessario ma lo scambio di battute con la figlia l'ho trovato gratuito e agghiacciante), ma sicuramente in grado di definire personaggi sfaccettati e, come del resto accadeva già in In Bruges, impossibili da definire come positivi o negativi. La crociata di Mildred, l'ossessione per quei tre cartelloni rossi come il sangue e il fuoco, è giusta? Sì, assolutamente, soprattutto se la figlia è stata dimenticata. Ma anche no, perché "la violenza genera altra violenza" e bisogna pensare anche, e soprattutto, a chi rimane in vita. L'atteggiamento dello sceriffo è condivisibile? Sì, poveraccio, cosa ci si può fare se non esistono indizi? Ma a mettersi nei panni di Mildred verrebbe anche voglia di prenderlo a schiaffi. Dixon è deprecabile? Assolutamente sì ma le persone possono cambiare, anche gli imbecilli che non hanno ragione di esistere nel corpo di polizia, perché forse bastano una parola o un gesto gentili per stimolare anche i cervelli più bacati. Tre manifesti ha la lucidità di raccontare una storia tremenda, grottesca e sfaccettata come la realtà, una storia che non necessita di happy ending né di una conclusione definitiva, perché la vita non è mai lineare come viene dipinta nei film... e stavolta, anche la "quadratura" di In Bruges, lungi dall'essere risolutiva, porta a delusione e ulteriore perdita di speranza. Forse. Tra i tanti "dubbi" rimasti sul finale, c'è perlomeno la certezza di un cast di una potenza unica (a Woody Harrelson una nomination e un Oscar quando diavolo glieli diamo?) e della bravura di Martin McDonagh non solo come regista (il modo in cui si scopre il contenuto dei tre cartelli è angosciante, l'utilizzo di Chiquitita in una delle scene più tristi e grottescamente divertenti da standing ovation) ma soprattutto come scrittore di dialoghi, al punto che parecchie battute hanno rischiato di strapparmi l'applauso solitario nella sala affollata oltre a un paio di risate di cuore. Proprio lì', per inciso, rimarrà Tre manifesti, film a cui vorrò sempre bene anche in assenza di un colpo di fulmine vero e proprio.


Del regista e sceneggiatore Martin McDonagh ho già parlato QUI. Frances McDormand (Mildred), Caleb Landry Jones (Red Wilby), Sam Rockwell (Dixon), Woody Harrelson (Willoughby), Abbie Cornish (Anne), Lucas Hedges (Robbie), Zeljko Ivanek (Agente addetto alle comunicazioni col pubblico), Peter Dinklage (James) e Samara Weaving (Penelope) li trovate invece ai rispettivi link.

Kerry Condon interpreta Pamela. Irlandese, ha partecipato a film come This Must Be the Place, Dom Hemingway e a serie quali The Walking Dead, inoltre ha prestato la voce all'intelligenza artificiale Friday nei film Avengers: Age of Ultron, Captain America: Civil War e Spider-Man: Homecoming. Ha 35 anni e tre film in uscita.


John Hawkes interpreta Charlie. Americano, lo ricordo per film come Scuola di polizia, Scary Movie, Freaked - Sgorbi, Dal tramonto all'alba, Rush Hour - Due mine vaganti, Incubo finale, Identità, Miami Vice, Contagion e Lincoln, inoltre ha partecipato a serie quali Millenium, Nash Bridges, ER Medici in prima linea, Buffy l'ammazzavampiri, Più forte ragazzi, X-Files, 24, Taken, CSI, Monk e Lost. Anche musicista e produttore, ha 58 anni e tre film in uscita.


Il musetto antipatico di Kathryn Newton, che compare in un flashback nei panni di Angela, è destinato a diventare ricorrente in TV (è l'odiosa Amy del Piccole Donne prodotto dalla BBC, una splendida miniserie che vi consiglio di recuperare) e al cinema (è tra le protagoniste dell'imminente Lady Bird). Detto questo, se Tre manifesti a Ebbing, Missouri, vi fosse piaciuto, recuperate In Bruges - La coscienza dell'assassino e Fargo. ENJOY!

domenica 14 gennaio 2018

In Bruges - La coscienza dell'assassino (2008)

L'uscita e il successo internazionale di Tre manifesti a Ebbing, Missouri (che dovrei andare a vedere proprio stasera...), mi ha portato la consapevolezza di non avere mai visto un film di Martin McDonagh. Spinta da commenti positivi ho così recuperato In Bruges - La coscienza dell'assassino (In Bruges), diretto e sceneggiato nel 2008 proprio dal regista inglese.


Trama: dopo un lavoro finito malissimo, il killer Ray si rifugia a Bruges assieme al collega Ken su richiesta del loro spietato boss ma il paese non è proprio di suo gradimento...


Conoscevo Bruges solo di nome, per un paio di motivi. Primo, a un certo punto di Austin Powers in Goldmember il Dr. Male saluta tutti i suoi homies di Bruges, città dove il malvagio è cresciuto; secondo, da alcuni anni a Natale, un corriere di cui non farò il nome omaggia me e alcuni altri dipendenti della ditta dove lavoro con uno "scrigno" di cioccolatini Jeff De Bruges, sopraffine specialità del Belgio che solo a nominarle perdo venti litri di bava (agevolo il sito. Non avete idea di cosa sia mangiare uno di questi cioccolatini). Guardando il film di McDonagh ho deciso, assieme al Bolluomo, che prima o poi andremo a Bruges perché, per parafrasare il cattivissimo Harry, lì "sembra di stare in una fiaba": cigni, canali, strade acciottolate, chiese gotiche, opere d'arte, un'adorabile atmosfera medievale che mi ha ricordato molto Praga, benché con meno caos. Insomma, su di me la cittadina ha sortito l'effetto opposto rispetto a Ray, protagonista del film, il quale fin dall'inizio odia Bruges con tutto sé stesso proprio per i motivi che spingerebbero me a visitarla. Ray è un killer che, poveraccio, alla sua prima missione ha scazzato nel peggiore dei modi e, "tutorato" dal collega Ken, viene spedito dal boss a Bruges per far calmare le acque; la strana coppia di assassini, anche troppo buoni e umani per il lavoro che fanno, cercano così di passare il tempo tra una birra e una visita al museo, parlando di passato e futuro, inferno e paradiso, vita e morte, colpa e redenzione. In Bruges è un film molto dialogato, permeato da un umorismo grottesco che ricorda molto quello dei Coen e che culla lo spettatore nella falsa illusione di avere davanti una commedia, almeno finché il sangue non comincia a scorrere riportandolo alla brusca realtà di un mondo popolato da assassini e uomini d'onore ciechi alle suppliche persino degli amici di una vita, desiderosi di fare giustizia pur nel loro modo perverso. Piccolo purgatorio in guisa di bomboniera europea, luogo da favola in cui accadono le cose più assurde, Bruges diventa il posto ideale ove attendere il giudizio per le colpe commesse in vita e spalancare le porte dell'inferno o del paradiso (benché per Ray l'inferno sia proprio l'idea di vivere a Bruges e per Harry l'esatto contrario), una città dalla quale è impossibile fuggire e dove ogni azione, anche la più semplice, causa una reazione capace di manifestarsi anche dopo ore o giorni, formando un perfetto cerchio sul finale.


Tra nani attori e scorci da cartolina, McDonagh scrive una sceneggiatura surreale e piena di rimandi ad opere d'arte e cinema, rendendo Bruges protagonista fondamentale, tanto quanto i personaggi umani e forse anche di più; come regista, l'inglesotto dimostra di saper gestire al meglio sia le sequenze più action e sanguinose sia quelle più leggere o "intimiste" e, sul finale, si concede persino una scena surreale che ai cinefili potrebbe ricordare A Venezia un dicembre rosso shocking mentre un cultore dell'arte riconoscerà personaggi usciti dritti dal Giudizio universale di Bosch, con un'atmosfera parimenti angosciante e "spirituale" che fa a pugni col registro più allegro di inizio film. Passando agli attori, In Bruges ha la fortuna di vedere coinvolto un terzetto mica da ridere, oltre a un gruppo di caratteristi a dir poco ottimi. Colin Farrell mostra una sensibilità incredibile e offre l'interpretazione divertente ma non superficiale di un giovane killer alle prese con un senso di colpa soverchiante e col desiderio di non pensare, neppure per un secondo, alle circostanze che lo hanno portato a Bruges; gli fa da spalla un Brendan Gleeson perfetto, capace di combinare un atteggiamento da vecchio zio borbottante a quello di criminale (riluttante) perfettamente consapevole delle regole del gioco ma anche stanco di sottostare a persone fuori di testa, per i quali l'onore viene prima di ogni cosa ma che, in sostanza, rasentano la psicopatia, come il superbo Harry interpretato da Ralph Fiennes (mai così cattivo neppure nei panni di Voldemort ma perlomeno coerente con le sue scelte di vita). Nonostante siano passati dieci anni ringrazio quindi tutti quelli che, con infinita pazienza verso la mia manifesta ignoranza, mi hanno parlato di In Bruges - La coscienza dell'assassino in occasione dell'uscita di Tre manifesti a Ebbing, Missouri; ho trovato un film decisamente nelle mie corde, ironico, assurdo e anche malinconico come piace a me, con un terzetto di attori in formissima. E ora tocca a Sette psicopatici, nonostante tutti lo reputino inferiore... ma al titolo non si comanda!


Di Colin Farrell (Ray), Ralph Fiennes (Harry), Brendan Gleeson (Ken) e Ciarán Hinds (il prete) ho già parlato ai rispettivi link.

Martin McDonagh è il regista e sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto 7 psicopatici e Tre manifesti ad Ebbing, Missouri. Anche produttore, ha 47 anni.


Zeljko Ivanek interpreta il canadese. Sloveno, ha partecipato a film come Donnie Brasco, Hannibal, Argo, 7 psicopatici, X-Men: Apocalisse, Tre manifesti ad Ebbing, Missouri e a serie quali X-Files, La signora in giallo, Millenium, Ally McBeal, E.R. Medici in prima linea, 24, CSI - Scena del crimine, Bones, Cold Case, Lost, Numb3rs, Doctor House e Heroes. Anche produttore, ha 60 anni.


Clémence Poésy, che interpreta Chloe, era Fleur Delacourt nella versione cinematografica di Harry Potter mentre il nano Jordan Prentice ha vestito i panni leggendari di Howard il Papero in Howard e il destino del mondo. In una delle scene eliminate c'era l'undicesimo Dottore Matt Smith ad interpretare un giovane Harry, impegnato a decapitare un poliziotto corrotto reo di aver ucciso una donna (la sequenza è stata eliminata in quanto la CGI della decapitazione era imbarazzante); inoltre, lo script mostra come Ray non muoia alla fine del film. Detto questo, se In Bruges vi fosse piaciuto recuperate Lock & Stock - Pazzi scatenati, Snatch - Lo strappo e Burn After Reading - A prova di spia. ENJOY!

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