mercoledì 19 settembre 2018

Giustizieri da strapazzo (2012)

Saltando di palo in frasca sono finita a vedere Giustizieri da strapazzo (Bad Ass), diretto e co-sceneggiato nel 2012 dal regista Craig Moss.


Trama: Frank Vega, veterano del Vietnam, assurge agli onori della cronaca dopo un pestaggio sul bus ai danni di due nazi, col quale si guadagna la stima e l'affetto dei concittadini. Dopo la morte del suo migliore amico, però, Frank diventa giustiziere a tutti gli effetti...



Avevo voglia di staccare un po' il cervello, ho letto nell'elenco degli attori Danny Trejo e Ron Perlman e ho quindi schiacciato play, riuscendo a non pentirmi amaramente di aver scelto Giustizieri da strapazzo per una serata all'insegna dell'ignoranza. Oddio, non è vero, un po' ci sono rimasta male ma non tanto per la bassa qualità del film (quella me l'aspettavo) quanto piuttosto per il fatto che Perlman compaia sì e no cinque minuti nel ruolo del sindaco, lasciando di sé ben poca memoria. Cosa che, per inciso, succederà anche a Giustizieri da strapazzo, così com'è accaduto, immagino, al video virale che ha ispirato Craig Moss fino a spingerlo a dirigere e co-sceneggiare un film partendo dall'immagine di un vecchio che pesta come un fabbro ferraio un tizio sul bus dopo un litigio; considerato però che al vecchio in questione è stata proposta la versione americana di un TSO, Moss e compagnia hanno aggiustato un po' il tiro, trasformando il vecchio picchiatore pazzo in uno sfortunato veterano del Vietnam con uno spiccato senso del decoro e della giustizia, un po' antiquato nei modi nonché molto malinconico e sensibile nonostante i pugni coi quali scassa gli avversari di mazzate. A prescindere dalla rinnovata sanità mentale, che ad una simile persona, con tutte le sue buone intenzioni, venga concesso di vagare in bus per la città per andare a menomare ed uccidere malviventi, scrollando le spalle davanti a un paio di casualties poco belle, mette a dura prova la suspension of disbelief dello spettatore, soprattutto visto che all'inizio si parla di una ferita alla gamba invalidante al punto da non consentire a Frank di entrare in polizia (ma a me è sembrato che 'sto signore tarellasse veloce anche, senza risentirne troppo).


D'altronde, l'attore principale è Danny Trejo e quando c'è di mezzo lui non si può certo parlare di sottigliezze di sceneggiatura, né tantomeno di Actor's Studio o metodo, ché è già tanto che costui nel tempo abbia imparato a parlare senza calcare troppo l'accento. Tornando alla suspension of disbelief citata prima, Trejo è più credibile quando va in giro a picchiare gente col suo sembiante da messicano alto come un puffo, trugno quanto un blocco di tufo e marsupio da vegiu allacciato in vita, piuttosto che quando cerca di dare spessore psicologico al personaggio, tra pianti artefatti (signore, che imbarazzo...), memorie dei bei vecchi tempi andati e un savoir faire che gli consente persino di imbastire una relazione con una tizia di venti/trent'anni più giovane. Anzi, diciamo pure che Giustizieri da strapazzo comincia a decollare proprio quando la trama si fa assurda e Frank passa dall'essere picchiatore "casuale" a vendicatore consapevole, perché d'accordo il contesto e un minimo d'introduzione, ma da un film simile non mi aspetto né una riflessione sulle condizioni dei reduci del Vietnam (ancora?) né la volontà di spingere lo spettatore a considerare i disagi della vecchiaia, della solitudine e dell'alienazione. Scevro da questi scivoloni "sentimentali", Giustizieri da strapazzo (al di là dello stupido titolo italiano) non è nemmeno un film spiacevole e a tratti diverte, anche se Trejo ha fatto di mooolto meglio. E comunque, dai, io a quest'uomo voglio bene ma è anche l'ora di finirla di dargli parti importanti o cucirgli addosso film, su.


Di Danny Trejo (Frank Vega) e Ron Perlman (Sindaco Williams) ho già parlato ai rispettivi link.

Craig Moss è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Succhiami, Giustizieri da strapazzo - Bad Asses e Giustizieri da strapazzo in Luisiana. E' anche produttore e attore.


Charles S. Dutton interpreta Panther. Americano, ha partecipato a film come L'occhio del gatto, Mr. Crocodile Dundee II, Alien³, Seven, Mimic, La fortuna di Cookie, Gothika, Secret Window e serie quali Miami Vice, I Soprano, Senza traccia, Dr. House, My Name is Earl, CSI: NY, Criminal Minds e American Horror Story. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 67 anni.


Il film ha dato vita a due sequel, uno straight to video dal titolo Giustizieri da strapazzo - Bad Asses, e un altro intitolato Giustizieri da strapazzo in Luisiana. Per me, sinceramente, la saga finisce qui ma se Giustizieri da strapazzo vi fosse piaciuto vi consiglio il recupero di Machete e Machete Kills. ENJOY!

martedì 18 settembre 2018

Gotti - Il primo padrino (2018)

Nonostante fosse sconsigliato da chiunque, venerdì scorso sono andata a vedere Gotti - Il primo padrino (Gotti), diretto dal regista Kevin Connolly.


Trama: vita, morte e miracoli di John Gotti, alle prese con la scalata della malavita americana e con problemi di famiglia.


Chi legge il Bollalmanacco lo saprà, anche perché credo di averlo scritto 100 volte: adoro i film che raccontano storie di mafia, criminali e gangster assortiti. E' per questo che non potevo assolutamente perdere Gotti - Il primo padrino, a prescindere dalla sua fama di "film più massacrato da Rotten Tomatoes" ed è per questo che gli ho dato fiducia nonostante la presenza di un John Travolta più "inShapirato" che mai. Mal me n'è incolto, lo ammetto, e anche un po' di sonno, soprattutto sul finale, ché Gotti è uno dei mobster movie più moscio di sempre, derivativo ed inconcludente al punto che dopo la visione ho sentito il bisogno fisico di sciacquarmi il cervello con  Quei bravi ragazzi e Il Padrino in loop. Davvero non so cosa passasse per la testa a chi ha deciso di realizzare e distribuire Gotti, perché è un film che non va da nessuna parte ed è deludente a più livelli. Innanzitutto, non offre un quadro completo della vita di John Gotti, che viene semplicemente data in pasto allo spettatore a spizzichi e bocconi, malamente appiccicati in un intreccio che mescola passato e presente come fosse un'accozzaglia di singoli episodi poco significativi, giusto per fornire un abbozzo dell'uomo Gotti; ancor peggio, a quest'ultimo vengono messe in bocca terrificanti massime "mafiose" a beneficio del figlio deciso a seguire i suoi passi ma anche a fare il suo dovere di marito e padre, cosa di cui allo spettatore in effetti frega pochissimo visto che la sua famiglia viene a malapena mostrata. Benché i protagonisti a un certo punto diventino di fatto due, non viene a crearsi un dualismo di punti di vista e non viene presentato un giusto percorso "catartico" di successo seguito da inevitabile rovina perchè, effettivamente, un percorso non c'è e questo causa la disaffezione pressoché istantanea dello spettatore, tediato dalla storia e da un giro di volti anonimi (sbagliare i caratteristi è quanto di più deleterio per un mobster movie, riuscire a sottoutilizzare persino Pruitt Taylor Vince è passabile di pena capitale) cannibalizzati dall'imponente presenza di John Travolta.


Che Gotti fosse un progetto nato dalla passione dell'attore si vede lontano un chilometro, a partire dalla trasformazione quasi perfetta di Travolta, coadiuvata da oggetti ed abiti appartenuti proprio al gangster in questione, ma purtroppo è palese anche la difficoltà di trarre qualcosa di pregevole da questa passione; pare che Travolta ambisse a realizzare il film già nel 2010 e se nel frattempo sono passati otto anni e una disastrosa premiere a Cannes ci sarà un perché. Ribadisco, di per sé l'interpretazione di Travolta non sarebbe nemmeno il difetto più grande della pellicola (anche se vederlo mordersi le dita davanti alla morte del figlio ha avuto su di me un effetto opposto a quello desiderato...), tuttavia gli highlight scelti dagli sceneggiatori per enfatizzare l'importanza di Gotti nella storia della mala americana ce lo mostrano essenzialmente come un tizio isterico e collerico, oppure come un Osho della mafia, ed è normale che la conseguente reazione Travoltiana sia un variegato campionario di faccette e smorfie intervallato da pochi momenti seri. Sbagliatissima anche la scelta di far interpretare John Gotti Jr. da tale Spencer Rocco Lofranco, un attorucolo ventenne con la faccia da bimbominchia in piena fregola trap costretto a vestire i panni del personaggio dall'adolescenza alla maturità, diciamo intorno ai 40 anni, col risultato di sembrare, alternativamente, la versione triste di Eminem oppure un bambino costretto a mettersi i vestiti da lavoro del papà. Insomma, in entrambi i casi una bella tristezza. Sorvolo sulla povera Kelly Preston, costretta a vestire i panni della Lorraine Bracco de noantri, impegnata in un paio di siparietti familiari che avrebbero dovuto conferire maggior profondità all'aspetto umano di Gotti ma che invece sembrano quasi di troppo... e, soprattutto, sorvolo sulla triste scelta di iniziare e finire il film con John Gotti che si rivolge direttamente al pubblico, in una sorta di celebrazione del boss priva di critica o distacco che rende Gotti ancora più imbarazzante e ambiguo. Insomma, una schifezza ingiustificabile, fossi in voi eviterei.


Di John Travolta (John Gotti), Pruitt Taylor Vince (Angelo Ruggiero) e Chris Mulkey (Frank DeCicco) ho già parlato ai rispettivi link.

Kevin Connolly è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Gardener of Eden - Il giustiziere senza legge ed episodi di serie quali ... E vissero infelici per sempre. Anche attore e produttore, ha 44 anni e film in uscita.


Kelly Preston interpreta Victoria. Hawaiiana, moglie di John Travolta anche nella vita reale, ha partecipato a film come Christine - La macchina infernale, I gemelli, Dal tramonto all'alba, Jerry Maguire, Il gatto... e il cappello matto e a serie come CHIPS, I racconti della cripta, Joey e Medium. Ha 56 anni.


Joe Pesci era stato scritturato per il ruolo di Angelo Ruggiero ma, dopo essere visibilmente ingrassato per la parte, gliene è stata assegnata un'altra e l'attore ha giustamente fatto causa alla produzione. Shia LaBeouf, Channing Tatum, Dominic Cooper e James Franco erano invece tra i papabili candidati per il ruolo di John Gotti Jr., ahimé andato a un mocciosetto imberbe senza arte né parte. Detto questo, nel malaugurato caso in cui Gotti - L'ultimo padrino vi fosse piaciuto cercate di recuperare i già citati Quei bravi ragazzi e Il Padrino. ENJOY!

domenica 16 settembre 2018

Slender Man (2018)

L'abbuffata cinematografica della settimana scorsa si è conclusa con Slender Man, horror diretto dal regista Sylvain White.


Trama: quattro ragazze decidono di evocare lo Slender Man guardando un video su internet e ovviamente la creatura non si fa pregare, arrivando a sconvolgere le loro esistenze...


Da brava appassionata di horror della domenica, ho conosciuto la leggenda internettiana dello Slender Man giusto il giorno prima di andare a vedere il film. Effettivamente, a Lucca un po' di volte mi ero imbattuta in cosplay di questo essere nato da un thread su internet a base di foto ritoccate e poi sviluppatosi fino ad entrare nel mito di videogiochi, film, serie TV e creepypasta, ma ovviamente non avevo idea di chi fosse, segno che ormai sono davvero troppo vecchia per Lucca Comics. In questi giorni ho anche scoperto di come due ragazzine, in America, abbiano accoltellato una loro compagna quasi a morte (fortunatamente erano troppo stupide anche per accertarsi che lo fosse veramente e la sventurata si è salvata...) proprio per entrare nelle grazie dello Slender Man, cosa che ha portato l'opinione pubblica USA a rendersi conto della potenza di questa leggenda metropolitana nata quasi per scherzo e che, ovviamente, ha portato realizzatori e produttori del film a farsela nelle mutande, pubblicizzare ben poco il prodotto finito e a offrire al pubblico un pasticciaccio brutto e moscerello. E' un peccato, perché Slender Man aveva, palesemente, delle grandi ambizioni. Il regista Sylvain White non è un cretino e nel corso del film piazza delle sequenze da brivido, non solo per le tempistiche perfette di un paio di eleganti ed inaspettati jump scare ma soprattutto per l'atmosfera onirica che accompagna ogni comparsa del boogeyman;  in bilico tra i video "espressionisti" di The Ring e le sequenze più riuscite di Nightmare, le deformazioni di tempo e spazio che anticipano l'arrivo dello Slender Man, "virus" che si insinua nel cervello delle vittime alterandone le percezioni (oppure consentendo loro di vedere ciò che si nasconde dietro il velo della realtà, chissà...), sono ardite e ben realizzate, tanto che verrebbe voglia di vedere girato l'intero film in questa maniera invece di sorbirsi l'ennesima saga dello stereotipo, affossata dai tagli necessari per raggiungere il rating PG-13 e penalizzata da una delle peggiori fotografie mai viste in un film horror (ho avuto male agli occhi per due giorni perché quasi tutte le scene sono illuminate da schifo, tanto che a tratti si fa quasi fatica a distinguere le espressioni dei personaggi).


Tolti i momenti in cui Sylvain White da sfogo alla sua verve, Slender Man è però un banalissimo horror per adolescenti, dove anche il piccolissimo tentativo iniziale di contestualizzare la storia viene dimenticato in favore di una trama stravista. La sequenza di apertura, infatti, ci mostra una cittadina squallida, il solito mall da quattro soldi, sparuti esempi di gioventù che vaga annoiata per le strade, una ragazza che cerca di distinguersi dalle sue coetanee nella speranza di fuggire da un padre ubriaco e da una vita ingrata, non a caso interpretata dalla valida Annalise Basso; c'erano quindi tutti i presupposti per un horror malinconico alla It Follows, invece si è preferito ripiegare sul collaudato pattern "evocazione sconsiderata - tormento dell'entità - tentativi stupidi e malriusciti di rimediare (con l'aggiunta di danni collaterali. Se io ti dico di NON guardare 'sto cavolo di video dopo che ho appena strillato come un'aquila sopravvivendo a stento all'attacco di "qualcosa" evocato dallo stesso, perché tu lo guardi? Sei scemo???) - giusto cazziatone dell'entità", con tutte le varianti del caso e con l'aggiunta di una tristissima mancanza di coraggio nell'affrontare il destino finale dei coinvolti, alcuni portati via dallo Slender Man, altri uccisi, altri non si sa, benché nel trailer li si vedesse morti. Bah. Altra scelta poco astuta, a mio avviso, è stata quella di affidare la parte della protagonista all'attrice meno dotata del gruppo, sprecando la già citata Annalise Basso e relegando Joey King nel ruolo della pazza, ovvero l'amica che dovrebbe essere una delle più care ma in realtà ti odia senza un motivo plausibile. Ha problemi di famiglia? No. Di salute? No. Di soldi? Boh.Ti invidia, banalmente? Forse sì, ma non viene mai spiegato perché. E' vero, in un film horror magari certi dettagli non sono importanti ma i confronti sempre più piccati tra Wren e Hallie (e l'orribile incoolata della prima ai danni della seconda, soprattutto) sono parte fondante della trama, quindi magari andavano approfonditi. Insomma, poteva essere un trionfo ma Slender Man è purtroppo solo un film ibrido, che non sa bene da che parte andare, dotato di mille ambizioni ma ridottosi ad essere l'ennesimo horror dimenticabile nel giro di un giorno o due.


Di Annalise Basso, che interpreta Katie, ho già parlato QUI mentre Javier Botet, ovvero Slender Man, lo trovate QUA.

Sylvain White è il regista della pellicola. Francese, ha diretto film come Stepping - Dalla strada al palcoscenico, The Losers ed episodi di serie quali CSI: Miami. Anche sceneggiatore e produttore, ha 47 anni.


Joey King interpreta Wren. Americana, ha partecipato a film come Quarantena, Crazy Stupid Love, Il cavaliere oscuro - Il ritorno, Il grande e potente Oz, L'evocazione - The Conjuring e a serie quali Zack e Cody al Grand Hotel, Medium, CSI - Scena del crimine e Ghost Whisperer; come doppiatrice, ha lavorato in L'era glaciale 3 - L'alba dei dinosauri, American Dad! e Robot Chicken. Anche produttrice, ha 19 anni e due film in uscita.


Se Slender Man vi fosse piaciuto recuperate la saga di The Ring e Sinister, poi buttatevi sulla serie Channel Zero. ENJOY!

venerdì 14 settembre 2018

Il Bollodromo #64: Lupin III - Parte 5 - Episodio 23

Manca solo un episodio e anche il lungo viaggio con Lupin III - Parte 5 finirà. Ma non è questo il momento di esser tristi perché bisogna parlare di  その時, 古くからの相棒が言った (Sono toki, furuku kara no aibou ga itta - A quel punto, un vecchio amico disse qualcosa). Vi avverto, questa settimana le foto saranno, a ragion veduta, monotematiche.


Avevamo lasciato i nostri eroi in una situazione un po' spinosa, con Lupin quasi ferito a morte da Goemon, i poliziotti a pochi passi da loro, Fujiko in gabbia e Jigen intortato dall'assistente di Enzo. Il fondatore di PeopleLog e della Shake Hands ha scoperto essere il genitore di Ami, figlia da lungo tempo perduta, e in virtù di ciò decide di concorrere per il premio "Padre dell'anno", freddando la speranzosa fanciulla con un bel "Ah sì? Interessante, fammelo aggiungere alla lista delle cose di cui non mi frega una mazz... come dici, la mamma è morta? Ah, non lo sapevo... altro ottimo punto della lista in questione!", con sommo scorno di Ami e del povero assistente che credeva Enzo avesse creato PeopleLog proprio per trovare la figlia dispersa. Ma Ami è testarda, a un certo punto ci riprova, tirando fuori un accorato discorso sulle sue speranze di conoscere, prima o poi, il suo vero padre perché Lupin si era presentato come tale e allor... "No, scusa, ciccia, hai FINITO di parlare? E che è sto monologo, impara il dono della sintesi, sciacquati dalle balle che papà deve lavorare". Un genitore modello, proprio. Viste le facce del povero assistente, oserei dire che Enzo è stato sostituito da qualche sosia ma magari invece è proprio uno stronzo vero. Solo la prossima puntata ce lo dirà. Ma chissenefrega della famiglia disfunzionale dell'anno, torniamo a parlare di Lupin.


Mentre Fujiko, in un incredibile impeto di fiducia (o forse perché dentro la gabbia dorata ci sta davvero bene), decide di rimanere prigioniera della Shake Hands nell'attesa che Lupin evada, il ladro gentiluomo e un Goemon in piena crisi mistica vengono presi in custodia da Zazà; intanto, Jigen scopre quanto è difficile la vita del latitante ai tempi di PeopleLog nonostante l'ausilio del comodo jumpsuit da lupo di peluche e viene salvato per il rotto della cuffia da AlbeLt. Non voglio sapere COSA gli sia costato quest'aiuto insperato, NON fate illazioni, anche perché mica è finita lì. Giunge quindi il giorno del trasferimento di Lupin in un carcere a Lione e ovviamente l'assistente di Zenigata si lamenta per la scarsa considerazione dedicata all'ispettore. Quest'ultimo, integerrimo, ricorda giustamente alla recluta che non è la prima volta che qualcuno cattura Lupin, anzi, ma che non è questo lo scopo ultimo della sua esistenza; il vecchio, adorabile Zazà vuole "imprigionare il cuore di Lupin", metterlo davanti alla sconfitta definitiva, costringerlo a scontare i suoi crimini... e poi prendersi finalmente un saké con lui. Sarei una brutta persona se dicessi che non hanno cominciato a bruciarmi gli occhi davanti a queste dichiarazioni ma non avevo idea che il bello dovesse ancora venire e che io mi sarei ritrovata come la Tanya di Mamma Mia! davanti al señor Cienfuegos. Infatti, il convoglio carcerario (composto da automobili, autoblindo, elicotteri e quant'altro, tenetelo a mente) a un certo punto si ferma, in virtù del mero carisma di un Jigen piazzato in mezzo alla strada con la Mercedes SSK d'ordinanza. Il folle ispettore capo, quindi NON Zenigata, decide di minacciare il buon Daisuke e, ancor peggio, di sparargli via la sigaretta, condannando così a morte tutti i presenti. In un momento di pura, incredibile epicità, Jigen tira fuori la pistola e comincia a giocare al tiro a segno con gli sfortunati poliziotti, uccidendoli uno dopo l'altro; dopodiché, non pago, tira fuori dalla Mercedes un arsenale col quale distrugge elicotteri ed autoblindo senza sprecare nemmeno un colpo o scomporsi, palesando la solita, meravigliosa ed abituale freddezza mentre dal divano di casa mia partivano scroscianti gli applausi conditi da fiumi di lacrime, ché io un Jigen così lo aspettavo da un po'.


Lupin e Goemon corrono incontro al pistolero liberi e felici ma... "A quel punto, un vecchio amico disse qualcosa" e quel qualcosa nella fattispecie è: ma perché non appendiamo cappello, pistola e spada al chiodo, ché siamo un branco di vecchiacci superati? In pratica, Jigen li ha liberati solo per cazziarli e ricondurli alla ragione ma Lupin non ci sta: annullando, di fatto (e come ci saremmo aspettati, via...) tutti i dubbi esistenziali costruiti nel corso della serie, dichiara che sì, la vita è tutta un film (non un quiz) e che lui continua a sentire la colonna sonora Superhero che lo spinge ad andare avanti recitando costantemente il suo ruolo di Lupin III. Se andrà bene festeggeranno, come al solito, se andrà male... amen, ma il ritiro non è contemplato, si può solo combattere per riaffermarsi come protagonisti alla facciazza barbuta di Enzo e del suo PeopleLog. Ovviamente, Jigen e Goemon si fanno passare tutti i dubbi in tempo zero e persino Zenigata restituisce la spada a Goemon. Passa un mese e di Lupin e soci non c'è più traccia finché, proprio su PeopleLog, il ladro gentiluomo non comincia a svelare gli altarini di presidenti, dittatori, politici assortiti e membri della Lega, costringendo governi e matusa a mettere un bel freno all'app della Shake Hands. I nostri eroi si sono rifugiati nelle catacombe di Mont Saint-Michelle e, in soldoni, stanno trollando alla grandissima il maledetto Enzo, come dei perfetti leoni da tastiera! La settimana prossima ci aspetta il gran finale con il trionfo di Lupin... e, oddio, il ritorno di Rebecca? Spero di no, Dio me ne scampi e liberi!!!


Ecco le altre puntate di Lupin III - Parte 5:

Episodio 1
Episodio 2
Episodio 3
Episodio 4
Episodio 5

giovedì 13 settembre 2018

(Gio)WE, Bolla! del 13/9/2018

Buon giovedì a tutti! Dopo l'abbuffata della settimana scorsa, oggi la corsa del multisala savonese rallenta e lascia al palo La profezia dell'armadillo (non che sarei corsa subito a vederlo visto quanto mi terrorizza la trasposizione dell'opera prima di Zerocalcare ma, insomma...), tirando fuori giusto un paio di cartuccette, una delle quali abbastanza interessante. ENJOY!

Gotti - Il primo padrino
Reazione a caldo: Yay!
Bolla, rifletti!: Storia di mafiosi con Travolta annesso, come posso perderla? Ma più che altro: riuscirà Travolta a reggere sulle spalle un intero film?

The Equalizer 2 - Senza perdono
Reazione a caldo: Meh.
Bolla, rifletti!: Probabilmente il vecchio Denzel in guisa di giustiziere è pregevole (anche se preferisco Idris Elba) ma non avendo visto il primo film della serie evito tranquilla anche il secondo.

New York Academy - Freedance
Reazione a caldo: Anche no!
Bolla, rifletti!: Ecco, questo è il genere di film che odio di più, con ballerini, tamarreide e sentimenti. Vade retro!

Al cinema d'élite, omaggio ad un grandissimo attore!!

Lucky
Reazione a caldo: Che bellezza!
Bolla, rifletti!: Una lettera d'amore a Harry Dean Stanton, "muso" di moltissimi grandi registi, con partecipazione speciale di David Lynch. Spero davvero di riuscire a vederlo!

mercoledì 12 settembre 2018

Mamma Mia! Ci risiamo (2018)

Approfittando di una cena alla quale "non siamo state invitate" (true story), io e la mia amica Izzy abbiamo deciso di concederci una serata tra carampane a base di aperitivo e Mamma Mia! Ci risiamo (Mamma Mia! Here We Go Again), diretto e co-sceneggiato dal regista Ol Parker.


Trama: Sophie decide di onorare il desiderio della madre e di rinnovare e riaprire l'Hotel Bella Donna. Frustrata dalle difficoltà che precedono il giorno dell'inaugurazione, Sophie ripensa al passato della madre, Donna, e alle strane circostanze del suo concepimento.


E' troppo facile parlare male di Mamma Mia! Ci risiamo. Si potrebbe tranquillamente dire che è una commercialata, che è una banale scusa per infilare in un film tutte le canzoni che erano rimaste fuori da Mamma Mia!, che ha una trama basata sul nulla, che ha un doppiaggio italiano fastidiosissimo, che Andy Garcia sembra uscito dritto dalla pubblicità dell'Amaro Averna perché in fondo per gli americani (e anche per gli svedesi), Italia, Grecia e Spagna si somigliano tutte, che Meryl Streep ci avrà anche visto lungo ma comunque dalla cassa è passata lo stesso e che Dominic Cooper senza barba e in versione sentimentale non si può guardare né sentire, non dopo essersi sparati tre stagioni dell'adorabile Preacher. Si possono dire tutte queste cose e anche di più, è vero, e quasi sicuramente la mia ottima predisposizione d'animo sarà stata alimentata dai due bicchieri di Traminer scolati poco prima della visione del film, ma non mi vergogno a dire che Mamma Mia! Ci risiamo è la pellicola più genuinamente divertente, sfacciatamente trash ed entusiasmante vista quest'anno. E sì, agli autori è piaciuto vincere facilissimo, ché non ci vuole davvero nulla a conquistare il pubblico già predisposto piazzando a tradimento la riproposta di canzoni come Mamma Mia!, Dancing Queen e Super Trouper, aggiungendo roba "nuova" come Waterloo, I Have a Dream e un altro brano che non vi sto a spoilerare perché, per me, lì si è toccato decisamente l'apice del tripudio ma, diciamoci la verità: in quanti, dopo Mamma Mia!, si sono comunque affezionati a Donna, Sophie e a tutta la brigata di amiche, amanti e mariti? Per carità, non era il mio desiderio impellente conoscere il destino dei protagonisti di un film basato sulle canzoni degli ABBA, ma rivederli tutti sullo schermo mi ha fatto un immenso piacere. Non tanto per Sophie, in effetti. Anzi, il "litigio" tra Sophie e Sky è uno degli elementi più deboli del film, a me interessava rivedere la splendida Tanya, la tenera Rosie, i meravigliosi Harry e Bill, insomma tornare a divertirmi con quei personaggi secondari in grado di rubare la scena ai protagonisti, e non sono stata delusa in questo... anche perché, a un certo punto, arriva Cher. E lì non ce n'è più per nessuno.


Ai vecchi protagonisti tanto amati si affiancano le loro versioni più giovani, anche perché buona parte del film viene girato come un flashback che intervalla la narrazione del presente con scampoli di passato remoto. Il pubblico arriva quindi a scoprire come mai Donna fosse così incerta sulla paternità di Sophie e anche a capire come mai, tra tutti, alla fine Donna avesse scelto proprio Sam, oggetto di un intenso quanto improbabile amore... durato una settimana. C'è da dire che con gli altri due c'è stata una botta e via, quindi obiettivamente le probabilità che fosse Sam il vero padre di Sophie sono alte ma, insomma, non si sa mai. Il tuffo nel passato di Mamma Mia! Ci risiamo riserva ovviamente un paio di altre sorprese divertenti per i fan del musical e si amalgama senza troppi problemi con quello che veniva raccontato nel film precedente ma c'è comunque un piccolo problemino, ovvero gli attori. Se, infatti, Lily James è carinissima e dotata del carisma necessario per farsi carico dei vari numeri musicali, i tre baldi giovani scelti per interpretare Sam, Harry e Bill sembrano tutti uguali salvo il colore dei capelli e tutti dotati dell'espressività di tre bietoloni, per quanto sul fisico nulla da dire. Nonostante questo, tra i quattro si viene a creare un ottimo affiatamento che rende i numeri musicali assai gradevoli, benché magari non tutti all'altezza di quelli di Mamma Mia!, che ricordo più scatenati e "complessi", in qualche modo, soprattutto nelle coreografie. C'è di che gioire comunque anche in questo Mamma Mia! Ci risiamo, soprattutto verso il finale, e in generale mi è sembrato che tutti i coinvolti si siano divertiti molto, cosa che sicuramente giova all'umore dello spettatore che non può che rimanere travolto da tanta allegria ed entusiasmo. Sarà che in questo periodo avevo bisogno di divertirmi ma non posso che consigliarvi di recuperare questo film e prepararvi a cantare a squarciagola anche quando tornerete a casa!


Di Amanda Seyfried (Sophie), Andy Garcia (Señor Cienfuegos), Lily James (Donna da giovane), Dominic Cooper (Sky), Julie Walters (Rosie), Christine Baranski (Tanya), Pierce Brosnan (Sam), Colin Firth (Harry), Stellan Skarsgård (Bill/Kurt), Cher (Ruby Sheridan) e Meryl Streep (Donna) ho già parlato ai rispettivi link.

Ol Parker (vero nome, Oliver Parker) è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come Imagine Me & You. Anche produttore, ha 49 anni.


Björn Ulvaeus e Benny Andersson, ex membri degli ABBA, compaiono rispettivamente come professore del college (quando cantano When I Kissed the Teacher) e pianista durante la canzone Waterloo. Per concludere, Cher aveva rifiutato il ruolo di Tanya nel primo film e ha scelto personalmente Andy Garcia per il ruolo di Cienfuegos. Se Mamma Mia! Ci risiamo vi fosse piaciuto consiglio il recupero del "capostipite", Mamma Mia!. ENJOY!

martedì 11 settembre 2018

Ride (2018)



Spinta da un trailer intrigante e da un paio di commenti positivi su Facebook, sabato sono andata a vedere Ride, diretto dal regista Jacopo Rondinelli.


Trama: due amici appassionati di imprese estreme vengono contattati da una misteriosa organizzazione per partecipare a un contest segreto. Dopo qualche tentennamento iniziale, i due decidono di accettare l'invito, ma l'esperienza si rivela presto un incubo...


Chi non ha piacere a concedere una chance al cinema italiano dovrebbe cambiare idea e correre in sala a vedere Ride, e lo dico soprattutto a chi i film ama vederseli sullo schermo di un pc: la creatura di Rondinelli e dei realizzatori di Mine (qui sceneggiatori) è qualcosa che va goduto in sala, con la musica martellante nelle orecchie e le immagini che scorrono senza soluzione di continuità, appiccicate l'una all'altra da un montaggio adrenalinico quanto può esserlo una discesa in bici senza freni. E' questo il bello di Ride, quella sensazione di trovarsi sulle montagne russe senza blocchi di sicurezza, in sella alle bici di Kyle e Max, divorati dall'adrenalina e dal terrore di vederli spetasciati giù per le ripide discese trentine, spiaccicati ai piedi di altissimi grattacieli o peggio (sì, lo ammetto. In alcune sequenze ho guardato dall'altra parte perché le vertigini mi stavano soverchiando) mentre attorno a loro incombe qualcosa di terribilmente sbagliato. Il contest segreto a cui scelgono di iscriversi i protagonisti affonda le radici nei torture porn alla Hostel, almeno come spunto iniziale, in quei film dove i personaggi si ritrovano pedine di un gioco manovrato da persone senza volto, vittime di capricci di ricchi annoiati o di qualcosa di ancora più oscuro; in questo caso, a Kyle e Max viene offerta la possibilità di diventare ricchi partecipando a una gara che richiede loro di impegnarsi in quello che sanno fare meglio, ovvero affrontare sentieri scoscesi profondendosi in acrobazie su due ruote. E se all'inizio pare tutto rose e fiori (sebbene il giovane Carcarlo Pravettoni che funge da Cicerone ha per l'appunto l'aria da viscido venditore di auto usate ed elenca un paio di regole che dovrebbero già far sentire odore di bruciato a distanza di chilometri), andando avanti Kyle e Max si rendono conto che nel contest si rischia di morire davvero, alla faccia di tutta la loro abilità tecnica. Insomma, niente di particolarmente nuovo sotto il sole, è vero, ma andare a vedere Ride solo per la trama, che si sfilaccia in un paio di "finali" anche troppo ambiziosi e confusetti dopo avere retto per buona parte del film senza molti momenti WTF, non renderebbe giustizia all'opera prima di Jacopo Rondinelli.


Quello che mi ha intrigata di Ride è la perizia tecnica con la quale è stato realizzato. Brutto da dire ma Ride "non sembra nemmeno un film italiano", poiché è privo di effetti pecorecci o attori dalla dizione imbarazzante (anzi, Ludovic Hughes e in particolare Lorenzo Richelmy sono bravissimi), ed è zeppo di tante piccole accortezze in grado di renderlo accattivante senza cadere negli errori tipici delle pellicole girate in soggettiva o comunque per mezzo di telecamere amatoriali. In questo caso, buona parte delle riprese di Ride sono state affidate a GoPro e droni, alternando il punto di vista dinamico di Kyle e Max, influenzato dagli scossoni delle bici, dalla loro velocità e da qualunque cosa succeda ai due protagonisti, a quello più statico ed "esterno" dei droni o delle telecamere che li spiano per conto delle misteriosa organizzazione di cui sono vittime; l'alternarsi di questi punti di vista rende lo spettatore un po' vittima e un po' carnefice (anche un po' nauseato ma mai ai livelli di abomini horror come The Gallows), portandolo a vivere sulla propria pelle le sensazioni di terrore provate da Kyle e Max ma anche a fare subdolamente il tifo per uno di loro, soprattutto quando ai piedi dello schermo compaiono segnapunti e stats neanche ci si trovasse davanti a un videogioco. Ride si concede anche delle digressioni nel territorio dello sci-fi, con quei monoliti ipertecnologici che fungono da check-point per i protagonisti, e anche nell'horror più o meno allucinato, in questo caso con alterne fortune. Se, infatti, le sequenze girate nel sottosuolo sono parecchio angoscianti e lo stesso vale per la "tortura" tecnologica alla quale vengono sottoposti Kyle e Max, il momento prettamente "horror" risulta sì spiazzante ma anche fuori luogo, almeno a parer mio, quasi appiccicato con lo sputo, benché ascoltando alcuni dialoghi lo spettatore un po' più scafato avrebbe dovuto subodorare l'inghippo. Ma sono dettagli, suvvia, che non possono andare ad intaccare il valore di Ride, pregevolissimo esperimento tutto italiano che spero vivamente infonda coraggio a tanti giovani, validi cineasti nostrani ai quali basterebbero un po' di fiducia e un po' di quei fondi destinati alle solite commediole/drammoni tipiche del nostro cinema per sfondare. Cercate di aiutare questi potenziali registi, fate i bravi e andate a vedere Ride e, se io non vi ho convinto, magari ci riuscirà Lucia.

Jacopo Rondinelli è il regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Purtroppo non sono riuscita a trovare molte informazioni ma se volete saperne di più QUI c'è il suo sito personale.


Se vuoi condividere l'articolo

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...