venerdì 9 dicembre 2016

American Psycho (2000)

Proprio il giorno delle elezioni americane ho guardato, giusto per restare in tema, American Psycho, diretto nel 2000 dalla regista Mary Harron e tratto dal romanzo omonimo di Bret Easton Ellis



Trama: Patrick Bateman è ricco, bello e pieno di donne. La sua sarebbe una vita perfetta se non fosse che Patrick è soprattutto pazzo e, la sera, abbandona le vesti di yuppie per indossare quelle di folle killer...



Quello con American Psycho è stato un amore nato leggendone trama ed interpreti su Ciak, che all’epoca, signora mia, mica c’era l’adsl in connessione continua. E’ stato un amore nato affittando la videocassetta, visto che al cinema di Savona, probabilmente, il film della Harron non era arrivato neppure per sbaglio. E’ stato un amore continuato leggendo il romanzo di un Bret Easton Ellis che non era ancora la parodia di sé stesso, incrociando le dita perché non finisse mai nelle mani sbagliate (quelle di MMadreee, per esempio) con tutti quei tubi-topo e perversioni assortite di cui era infarcito e gioendo perché la libreria con i fondi di magazzino all’epoca situata vicino alla spiaggia aveva tutti i romanzi dell’autore (gioia svanita dopo la lettura, ché American Psycho è rimasto inarrivabile). E’ un amore, di fatto, mai finito, visto che riguardarne la versione cinematografica mi ha fatto venire una voglia matta di rileggere il libro, se non fosse per tutti gli altri libri che poverini ancora stanno aspettando che li apra, ultimo di Stephen King compreso. E’ un amore che secondo me affonda le radici in quello ben più profondo per Arancia Meccanica e in un conseguente, malsano interesse per i protagonisti folli e negativi di entrambe le opere, nonostante il romanzo di Burgess affronti il tema della libera scelta mentre quello di Easton Ellis sia l'emblema del vuoto cosmico e quindi, di fatto, la storia di Alex sia totalmente diversa da quella di Patrick. Sarà un amore nato quindi dalla follia? Sicuramente, perché io ancora adesso non riesco a volere così tanto male a Patrick Bateman, figlio degli anni '80 tanto bello fuori quanto marcio e vuoto dentro, nonostante tutte le brutture che passano per la sua mente malata. Intendiamoci, il 90% di quello che costui fa sia nel film che nel libro mi fa accapponare la pelle ma Patrick è fondamentalmente un figlio dei suoi anni, un povero scemo dalla testa vuota al quale il cervello è andato in pappa per lo sforzo di mantenere la migliore apparenza possibile; gli unici pensieri profondi espressi a voce dal protagonista sono legati ai suoi amati dischi (sebbene suonino falsi e costruiti come tutto ciò che lo circonda) e a una sorta di "relazione" con lo spettatore/lettore al quale, di fatto, viene proposto l'inaffidabile stream of consciousness di un uomo che non riesce più a distinguere la realtà dall'immaginazione e che trasmette al fruitore della sua storia le stesse, confuse ed inquiete sensazioni. D'altronde, quanto può essere affidabile e/o consapevole una persona che, a furia di seguire la moda e lo stile di chiunque "conti" all'interno della sua cerchia di amici e colleghi, viene confuso da quelle stesse persone con altri individui? I dialoghi di American Psycho, pesantemente influenzati da alcool, droga e vanità, sono la fiera del grottesco e della banalità, tanto che spesso ci si ritrova amaramente a ridere davanti agli sforzi di Patrick di "appartenere" a qualcosa, di ricercare l'umanità di cui è privo negli abiti griffati, nei biglietti da visita o nelle impossibili prenotazioni al ristorante di lusso in voga al momento.



Davanti a questa realtà spersonalizzante e stressante, sembra quasi inevitabile che Patrick arrivi a sfogarsi uccidendo e torturando, "cercando" la carne e il sangue di cui lui si sente privo. Ma anche lì, siamo proprio sicuri che gli scoppi di follia di Patrick non siano semplicemente il frutto della sua mente ormai allucinata? Ricordo all'epoca di avere voluto leggere il romanzo non tanto per il gusto di capire come fosse scritto ma per decifrare il finale del film di Mary Harron, che si conclude nel modo più ambiguo possibile dopo che il protagonista ha letteralmente gettato alle ortiche la perfetta maschera di razionalità indossata per non trarre in inganno il prossimo e approfittare al meglio della propria condizione agiata. "Questa confessione non ha nessun significato" sono le parole con le quali Patrick si accomiata sia nel film che nel libro e hanno una triplice valenza, lasciata all'interpretazione dell'ascoltatore: può riferirsi all'inutile confessione fatta all'avvocato, al senso di vuoto provato da un protagonista assolutamente privo di qualsivoglia emozione che non sia uno spiccato narcisismo, oppure potrebbe voler dire che tutto ciò che è accaduto nel film si è svolto solo nella mente di Patrick e che quindi confessarlo sarebbe inutile. Ancora peggio, Bateman potrebbe essere solo uno dei tanti American Psycho che popolano la New York dipinta nel film, tanto che ogni sua azione, anche la più depravata, rischia di perdersi in una società fatta, fondamentalmente, di manichini egoisti che si lasciano vivere persi nel tedio di giornate tutte uguali, prive di legami che possano essere definiti tali. Nel microverso yuppie in cui il forte ingoia il debole chi, tra i conoscenti di Patrick, potrebbe essere in grado di accorgersi della scomparsa di un amico o un collega, men che meno delle persone che popolano i bassifondi newyorchesi? Davanti a un film come American Psycho, che si limita a sollevare domande piuttosto che fornire risposte, non resta altro da fare che allacciare le cinture e godersi il viaggio allucinante di Patrick Bateman, interpretato da un Christian Bale praticamente agli esordi e in formissima, un attore con le palle capace di annullarsi interamente in un personaggio scomodo e consacrarlo per l'eternità nell'iconografia cinematografica (il Dandy di American Horror Story è un perfetto omaggio alla fisicità di Bale) tra una serie di addominali fatta guardando Non aprite quella porta, un omicidio perpetuato indossando l'impermeabile, una botta d'ansia causata dai biglietti da visita e un threesome dall'esito sanguinoso. Il tutto, ovviamente, con estrema, vuota eleganza, ci mancherebbe.



Di Christian Bale (Patrick Bateman), Justin Theroux (Timothy Brice), Josh Lucas (Craig McDermott), Bill Sage (David Van Patten), Chloë Sevigny (Jean), Reese Witherspoon (Evelyn Williams), Jared Leto (Paul Allen), Willem Dafoe (Donald Kimball) e Cara Seymour (Christie) ho già parlato ai rispettivi link.

Mary Harron è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Canadese, ha diretto film come Ho sparato a Andy Wharol, The Moth Diaries ed episodi di serie quali Six Feet Under e Constantine. Anche produttrice e attrice, ha 63 anni e un film in uscita.


Samantha Mathis interpreta Courtney Rawlinson. Americana, ha partecipato a film come Super Mario Bros., Piccole donne, The Punisher, American Pastoral e a serie come Oltre i limiti, Salem's Lot, Doctor House, Incubi e deliri, Lost, Grey's Anatomy, Under the Dome e The strain; inoltre, ha lavorato come doppiatrice in film come Ferngully - Le avventure di Zack e Crysta. Ha 46 anni.


Matt Ross interpreta Luis Carruthers. Americano, ha partecipato a film come L'esercito delle 12 scimmie, Face/Off, The Aviator, Good Night and Good Luck e a serie come Rose Red, Six Feet Under, Bones, CSI:Miami, Numb3rs, CSI - Scena del crimine e American Horror Story. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 46 anni.


Il casting di American Psycho è stato un processo lungo e travagliato, che ha visto a un certo punto la Harron abbandonare il progetto quando gli studios hanno scelto di offrire a Leonardo Di Caprio il ruolo di Patrick Bateman, cosa che ha portato Oliver Stone a subentrare come regista. Quando Di Caprio ha deciso di partecipare invece al film The Beach, Stone ha mollato ed è tornata Mary Harron, la quale ha ovviamente tenuto il cast che avrebbe voluto lei (via James Woods e Cameron Diaz quindi, rispettivamente scelti per il ruolo di Kimball ed Evelyn). Negli anni '90 invece era stato Stuart Gordon a progettare una trasposizione cinematografica in bianco e nero del libro, con Johnny Depp come Patrick Bateman e lo stesso Bret Easton Ellis come unico sceneggiatore, poi è stato il turno di David Cronenberg con Brad Pitt come protagonista ma tutti questi progetti si sono persi in fase di produzione. Il film ha generato un sequel a dir poco imbarazzante, ovvero quell'American Psycho II nato dall'unione tra un banalissimo thriller originale e un subplot legato al personaggio di Patrick Bateman, mentre Le regole dell'attrazione è basato sull'omonimo romanzo di Bret Easton Ellis ed è incentrato sulle vicissitudini del fratello minore di Patrick, Sean Bateman: io vi direi di evitarli entrambi ma se American Psycho vi fosse piaciuto consiglio innanzitutto il recupero del romanzo omonimo e poi di aggiungere Kill Your Friends, The Wolf of Wall Street e persino Stress da vampiro. ENJOY!

giovedì 8 dicembre 2016

(Gio)WE, Bolla! del 8/12/2016

Buon giovedì e buona festa a tutti! In quanto giorno dell'Immaccolata stamattina ho dormito e la rubrica del giovedì è arrivata un po' in ritardo ma tanto c'è poco da dire: come previsto, film interessanti come Shut In e Mister Fantastic sono rimasti al palo in favore di robetta festiva ed interminabili repliche delle uscite della settimana scorsa. Nonostante tutto... ENJOY!

Non c'è più religione
Reazione a caldo: Mah...
Bolla, rifletti!: Bisio e la Finocchiaro non mi dispiacciono ma sinceramente l'idea di spendere soldi per l'ennesima commedia a base di equivoci e stereotipi non mi sorride. Tanto sarà un successone e l'anno prossimo lo passeranno già in TV, quindi...

La festa prima delle feste
Reazione a caldo: Meh..
Bolla, rifletti!: Altro film che a mio avviso non vale la pena guardare al cinema: se Non c'è più religione è la tipica commedia all'italiana, La festa prima delle feste è la tipica commedia USA, buona per farsi due risate sul momento ed ottima per essere dimenticata il giorno dopo.

Una vita da gatto
Reazione a caldo: Ma dai!
Bolla, rifletti!: Sapete che sono sia una gattara che una fan di Kevin Spacey ma proprio per questo non andrò a vedere questo film. Chi ha voglia infatti di vederlo doppiato, quando il bello è proprio sentire un gatto parlare con la voce di Kevin Spacey?


Al cinema d'élite arriva Dolan!

E' solo la fine del mondo
Reazione a caldo: Mh!
Bolla, rifletti!: Tra tutto ciò che è uscito a Savona, il film di Dolan potrebbe essere la scelta giusta, nonostante subodori tronfia pesantezza cinefila. Nel cast però c'è Vincenzo Cassola quindi chi sono io per dirgli di no?

mercoledì 7 dicembre 2016

Sully (2016)

Prosegue il recupero di tutti i film che avrei voluto vedere in settimana e oggi tocca a Sully, diretto da Clint Eastwood e tratto dalle memorie di Chelsey Sullenberg (riportate su carta con l'aiuto di Jeffrey Zaslow) dal titolo Highest Duty: My Search for What Really Matters.


Trama: Nel 2009, un aereo della US Airways viene colpito da uno stormo di uccelli poco dopo il decollo dall'aereoporto La Guardia e perde entrambi i motori. Nel poco tempo disponibile, il capitano Chelsey "Sully" Sullenberg prende la decisione più difficile e decide di ammarare nel fiume Hudson, salvando ben 155 persone da morte certa.


Cos'è un eroe? Da vocabolario, eroe è "una persona che per eccezionali virtù di coraggio o abnegazione si impone all'ammirazione di tutti" e questa è la prima definizione della parola. Il comandante Chelsey Sullenberg, classe 1951 (come il mio papà!!) e con più di trent'anni di esperienza come pilota militare prima e civile poi, nel 2009 si è ritrovato, suo malgrado, a calzare gli scomodi panni dell'eroe, un ruolo che, come sappiamo, è una brutta bestia. Per le 154 persone salvate quel maledetto 15 gennaio 2009, Sully è stato indubbiamente un Eroe, con la E maiuscola, quasi paragonabile a un "essere semidivino cui una stirpe attribuisce gesta prodigiose a proprio favore" (ultima accezione del termine, sempre da vocabolario); vedere la morte in faccia e poterlo raccontare grazie al vero e proprio miracolo compiuto da un uomo ammanta di sicuro quest'ultimo di un'aura mitologica, almeno in base alla prospettiva di chi ha affidato la vita nelle mani di costui. Non c'è spazio per le recriminazioni, per il "avrebbe potuto tornare al La Guardia, avrebbe potuto fare una deviazione, avrebbe potuto ucciderci tutti", è andata bene e tanto basta per consacrare il nome Sully ad imperitura memoria. D'altra parte, un eroe è prima di tutto una persona. E le persone, si sa, passano il tempo tormentandosi con domande scomode e dubbi terribili, a prescindere dalle ovazioni che vengono loro tributate, e Sully non è da meno: tutti gli "avrei potuto, avrei dovuto, e se fosse successo questo invece che quell'altro?" pesano come un macigno sulla psiche del comandante e non sono necessarie le fredde inchieste della National Transportation Safety Board per privarlo del sonno e torturarlo con gli incubi, ci pensa già lui da solo. L'incidente del volo 1549 poteva finire malissimo, invece passeggeri e personale di bordo si sono salvati tutti, ma la verità è che Sully ha fatto una scommessa incrociando le dita affinché la propria esperienza e il proprio intuito consentissero di rimanere in vita a quante più persone possibili. Questo, dal suo punto di vista, non lo rende un eroe bensì uno che sa fare bene il suo lavoro, un lavoro al quale il comandante ha consacrato la propria esistenza fin da giovanissimo.


 "Ho volato per anni e adesso la gente mi giudica per questi pochi secondi" Nel film di Clint Eastwood il regista e lo sceneggiatore Todd Comarnicki riescono a rappresentare in un tempo relativamente breve tutta la frustrazione di un uomo ad un passo dalla pensione che rischia di perdere tutto (reputazione, stipendio, casa, moglie, famiglia) per una botta di sfiga alla quale solo il suo sangue freddo è riuscito a mettere una pezza e le cui preoccupazioni non sono quelle di un eroe, bensì quelle che potrebbero toccare ognuno di noi, umanissime e terra terra. Eroe quindi, ci dice Clint Eastwood, è colui che sa fare bene il suo lavoro, che vi si dedica con passione ed orgoglio, la quintessenza insomma dell'America "vera". Non è un caso se Sully, verso il finale, diventa parte di un ingranaggio perfetto fatto di soccorritori, polizia e guardia costiera: i passeggeri del volo 1549 hanno evitato la morte istantanea grazie alla prontezza di Sully ma chi ha consentito a tutti loro di sopravvivere alla gelida morsa del vento e dell'acqua fluviale sono tutti i "manovali" di una New York che non era stata così unita dai tempi dell'11 settembre (opportunamente e dolorosamente citato nel film). Sully, portato sullo schermo dal viso rassicurante e all-american di un Tom Hanks che quando non viene sfruttato male da Ron Howard non è neppure così bolso, diventa il simbolo di un'America pura, portatrice di valori sani e condivisibili, un potentissimo catalizzatore di unione, rispetto, forza e speranza. In tutto questo, non c'è nessuna sviolinata patriottica nel film di Eastwood il quale, pur essendo un lavoro "minore" del regista, è comunque un esempio di solido cinema girato con perizia, confezionato senza cali di ritmo (Sully funziona sia nella parte "catastrofica" che in quella più introspettiva e giuridica) e capace di emozionare nonostante la consapevolezza che sia la vicenda del volo 1549 che quella personale del comandante Sullenberg sono andate a finire per il meglio. Oh, sarò simple quanto il Jack di Tropic Thunder ma io alla fine del film a Sully sono arrivata a volere talmente bene che se lo vedessi in giro correrei ad abbracciarlo come succede nella pellicola è questo è molto indicativo per una che non si emoziona davanti a un film di Clint Eastwood dai tempi di Mystic River.


Del regista Clint Eastwood ho già parlato QUI. Tom Hanks (Chelsey "Sully" Sullenberg), Aaron Eckhart (Jeff Skiles) e Laura Linney (Lorraine Sullenberg) li trovate invece ai rispettivi link.

Mike O'Malley interpreta Charles Porter. Americano, ha partecipato a film come Dietro i candelabri, R.I.P.D. Poliziotti dall'aldilà, A Good Marriage e a serie come My Name is Earl. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 50 anni.


Ann Cusack interpreta Donna Dent. Americana, sorella di John e Joan Cusack, ha partecipato a film come Ragazze vincenti, Malice - Il sospetto, Mezzo professore tra i marines, Tank Girl, Piume di struzzo, Mi sdoppio in quattro, Mezzanotte nel giardino del bene e del male, Stigmate, Ace Ventura 3, Lo sciacallo - Nightcrawler e a serie quali La signora in giallo, Ally McBeal, Streghe, Six Feet Under, Ghost Whisperer, Grey's Anatomy, Bones, Little Britain USA e Criminal Minds. Ha 55 anni e un film in uscita. 


Se Sully vi fosse piaciuto recuperate Flight, American Sniper, The Walk e Everest. ENJOY!

martedì 6 dicembre 2016

Amore e inganni (2016)

Presa dall'indecisione tra Sully e Free State of Jones, alla fine ho guardato Amore e inganni (Love & Friendship), diretto e sceneggiato dal regista Whit Stillman a partire dal romanzo epistolare Lady Susan, di Jane Austen.


Trama: da poco rimasta vedova, Lady Susan Vernon fugge da un imminente scandalo nella residenza dei Manwaring e si rifugia presso la famiglia del cognato. Lì dovrà affrontare i problemi causati dalla figlia Frederica oltre a tenere a bada i pettegolezzi negativi, così da coltivare il sentimento nascente col giovane Reginald.


Ah, la meraviglia del wit inglese riportata su schermo da chi tra pettegolezzi e personaggi sopra le righe ci sguazza!!! Dopo il delizioso Damsels in Distres, Whit Stillman mi ha regalato un'altra perlina nei panni di regista e sceneggiatore, coalizzandosi con una signora che non le mandava certo a dire, ovvero la sempre gradita Jane Austen. Il risultato è una sorta di Le relazioni pericolose all'acqua di rose, con personaggi un po' più restii a compiere vere e proprie cattiverie ma fin troppo pronti ad indulgere in pettegolezzi e "manezzi pe' maià 'na figgia" e anche sé stessi, perché no. Protagonista della vicenda è l'indipendente Lady Susan Vernon, da poco vedova e costretta a procacciare buoni partiti alla figlia per non rimanere sul lastrico come la sua migliore amica, Mrs. Cross; amante del lusso, del bel vivere e, neanche a dirlo, degli uomini, Lady Susan svolazza di fiore in fiore complottando con la fidata Alicia Johnson, nascondendo il suo animo calcolatore ed infido dietro un eloquio forbito e una bellezza senza pari, per poi mostrare la propria vera natura solo alle sue corrispondenti più intime. Ad andarci di mezzo non sono tanto gli uomini, ognuno boccalone in diverse misure, quanto le donne tanto sfortunate da avere Lady Susan come rivale o madre, due condizioni che portano ad avere o un paio di corna oppure una vita pianificata dall'inizio alla fine e, ancor peggio, una reputazione pronta a crollare a seconda dei capricci della genitrice. Amori e inganni racconta quindi di una società in cui il tempo sembra essersi fermato (i protagonisti sono talmente radicati nella realtà dell'aristocrazia inglese di campagna che altri luoghi, come l'America o Londra, vengono giusto nominati come esempio di luoghi terribili) e dove l'eloquio e il sapersi vendere al meglio contano più della verità tangibile, all'interno della quale prospera innanzitutto chi riesce a volgere ogni situazione a proprio vantaggio e poi, se avrà fortuna, chi possiede davvero molteplici caratteristiche positive, a patto che i pettegolezzi e le chiacchiere non rendano le persone cieche davanti a queste ultime.


La struttura epistolare del brevissimo romanzo (un'opera giovanile della Austen pubblicata postuma), viene resa da Stillman ricreando alla perfezione situazioni e dialoghi riferiti dagli autori delle lettere e inventando praticamente da zero i dialoghi, partendo talvolta dalle stesse parole delle missive; lo stile del film ripropone invece quello di un pamphlet teatrale, con i personaggi che vengono presentati da didascalie riportanti nome, titolo nobiliare e parentela, e l'utilizzo delle scritte in sovraimpressione viene riproposto anche nel corso di alcune letture particolarmente impegnative. Essendo Amori e inganni un film composto prevalentemente da dialoghi, con pochissima azione, Stillman si è impegnato a renderli quanto più ironici e caustici possibili (ironia ripresa dalla colonna sonora, in particolare nella melodia iniziale, assai simile alla "Beethoviana" di Arancia meccanica), mentre gli attori hanno dato il bianco per quel che riguarda le caratterizzazioni dei personaggi. Vedere duettare Kate Beckinsale e Chloe Sevigny nei panni, rispettivamente, di Lady Susan e Alicia, vale già di per sé il prezzo del biglietto: i loro scambi sono a dir poco esilaranti ("Tuo marito è veramente cattivo! Ma ci risentiremo quando finalmente avrà un attacco di gotta fulminante") e le due attrici creano un'alchimia davvero particolare. Ci sono altri attori che saltano all'occhio, uno su tutti Stephen Fry (nonostante compia pochissimo basta la sua sola, inglesissima presenza a creare un personaggio indimenticabile) oppure l'ignorantissimo Sir James Martin di Tom Bennett, assai simile al più sciocco dei maschietti in Damsel in Distress, ma in generale Amori e inganni è graziato dalla presenza di caratteristi validissimi, capaci di trasportare in un attimo lo spettatore nell'universo di Jane Austen. A maggior ragione, va da sé che il film andrebbe guardato in lingua originale ma se lo programmassero dalle vostre parti non fatevelo scappare, neppure in italiano!


Del regista e sceneggiatore Whit Stillman ho già parlato QUI. Kate Beckinsale (Lady Susan Vernon), Chloe Sevigny (Alicia Johnson), Stephen Fry (Mr. Johnson) e Xavier Samuel (Reginald DeCourcy) li trovate invece ai rispettivi link.


Morfydd Clark, che interpreta Frederica, aveva già partecipato a Pride and Prejudice and Zombies assieme a Emma Greenwell (qui Catherine DeCourcy Vernon) mentre Jenn Murray, che interpreta Lady Lucy Manwaring, è già comparsa in Animali fantastici e dove trovarli nel ruolo di Chastity Barebone. Se Amore e inganni vi fosse piaciuto leggete il libro in quanto, come si dice alla fine dei titoli di coda,  in esso "Susan Vernon sarà interamente vendicata" e aggiungete Emma, Ragione e sentimento, Ragazze a Beverly Hills e Damsels in Distress. ENJOY!

domenica 4 dicembre 2016

Fear, Inc. (2016)

Leggendo la recensione de Il giorno degli zombi mi è venuta voglia di recuperare il "giocattolino" Fear Inc., diretto dal regista Vincent Masciale, proprio perché la serata richiedeva zero impegno e necessità di non addormentarsi con cose troppo complicate.


Trama: in cerca dello spavento definitivo, Joe telefona alla Fear Inc., compagnia di attori che ricreano situazioni horror particolarmente realistiche. La compagnia coinvolge lui, la fidanzata e due amici in un gioco terrificante ma la cosa a un certo punto sfugge di mano...



A che punti siamo disposti ad arrivare per farci spaventare? O, meglio, dopo aver passato quasi metà della nostra esistenza a guardare horror, cos'è che riesce a farci ancora paura? Considerato che a me basta arrivare a casa di notte e dover accendere le luci esterne per mettermi le ali ai piedi temendo che ci sia la qualunque nascosto nel buio e considerato che qualche tempo fa mi è bastato vedere un povero signore con la testa sanguinante in mezzo alla strada dopo un incidente per piangere manco l'incidente l'avessi avuto io, direi che a paura e sensibilità sto messa abbastanza bene, pure troppo. Così non è per Joe, protagonista di Fear Inc., il tipico e fastidiosissimo horror nerd che ti sfodera citazioni a manetta e per il quale ormai le "case stregate" (in cui peraltro costringe ad andare la povera fidanzata nell'unica "date night" che i due si concedono durante la settimana, S.P.Q.Americani) sono attrazioni per bambini: dopo anni di film horror, lui cerca l'emozione vera, "quella che te la fa fare addosso e tremare le gambe", e le sue parole arrivano all'orecchio della Fear Inc., compagnia addetta a provocare spaventi fin troppo reali, che getta l'esca aspettando che il tonno abbocchi. E il tonno horroromane, ovviamente, abbocca subito, non vede l'ora. A nulla servono gli avvertimenti di amici e fidanzata, che cercano di fargli capire come la Fear Inc. sia qualcosa con cui sarebbe meglio non avere a che fare: quando il gioco inizia ormai non è più possibile cancellarlo e Joe è l'unico che si diverte, almeno finché le cose non cominciano a sfuggire di mano e le citazioni della compagnia si traducono in orrore vero e mortale anche per lui. Assieme alla Fear Inc., per tutto il film anche il regista Vincent Masciale porta avanti il suo "gioco" fatto di strizzatine d'occhio e tensione, facendo attenzione a che anche lo spettatore scafato possa divertirsi senza rovinarsi troppo la sorpresa a causa dell'esperienza accumulata, pur non raccontando nulla di nuovo né sul concetto di orrore "cinematografico" né di quello reale.


L'aspetto apprezzabile di Fear Inc. è la scelta dei realizzatori, nonostante tutto, di non trasformare la pellicola in una semplice accozzaglia di comparsate a tema. Il gioco delle citazioni rimane limitato al campo dei dialoghi (limitato virgola, che a parte un paio di punti interrogativi i personaggi specificano con chiarezza titolo, regista e quasi quasi anche anno del film citato), della riproposizione di alcune scene cult, di costumi e di maschere e perlomeno il film di Masciale non inganna i fan piazzando sulla locandina grandi nomi di richiamo i quali, solitamente, compaiono per appena cinque minuti in ruoli altamente trascurabili. Certo, all'inizio c'è Abigail Breslin messa a mo' di scream queen (haha!) introduttiva e gli amanti di American Horror Story avranno di che essere contenti, ma per il resto gli attori presenti in Fear Inc. non sono particolarmente famosi in ambito horror. Né particolarmente abili a bucare lo schermo, se è per questo. Lucas Neff nei panni di Joe ha quella faccia da sballone che a tratti fa simpatia, a tratti provoca un impulso irrefrenabile di annegarlo in quella piscina immeritevolmente occupata solo per essere riuscito a fidanzarsi con una riccona (ci sono MOLTI atteggiamenti di Joe che danno fastidio. Diciamo che spesso mi sono ritrovata a volerlo morto tra atroci sofferenze e a chiedere un posto di lavoro presso la Fear, Inc.) mentre gli altri interpreti si limitano a recitare senza metterci troppo impegno e l'unica che potrebbe rimanere nella mente dello spettatore è la bella Caitlin Stasey, alla quale è stato affidato un personaggio più sfaccettato di quello che sembri di primo acchito. Riassumendo, Fear Inc. è un film leggero, che fortunatamente non si prende troppo sul serio, sicuramente lontano dal non plus ultra della paura ricercato da Joe e magari anche da noi appassionati dell'horror; personalmente, per una serata mi sono divertita ma non avrei voglia di rivederlo come invece è successo con altre supercazzole simili.


Di Abigail Breslin, che interpreta Jennifer Adams, ho già parlato QUI.

Vincent Masciale è il regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, principalmente addetto al montaggio, è anche produttore.


Chris Marquette interpreta Ben. Americano, ha partecipato a film come Freddy vs. Jason, Il rito e a serie come Beverly Hills 90210, La tata, Nash Bridges, Settimo cielo, E. R. Medici in prima linea, Weeds, Criminal Minds e Dr. House. Ha 32 anni e quattro film in uscita.


Mark Moses interpreta Abe. Americano, lo ricordo per film come Platoon, Nato il quattro luglio, The Doors, Deep Impact e Red Dragon, inoltre ha partecipato a serie come Casa Keaton, Ally McBeal, E.R. Medici in prima linea, Settimo cielo, Malcom, Ghost Whisperer, CSI: Miami, Desperate Housewives, CSI: NY, CSI - Scena del crimine e Criminal Minds. Anche sceneggiatore, ha 58 anni e un film in uscita.


Caitlin Stasey, che interpreta Lindsey, aveva già partecipato al film All Cheerleaders Die mentre tra gli habitué di American Horror Story figurano Naomi Grossman (la Pepper di Asylum e Freak Show, qui nei panni di Cat) e Leslie Jordan (Quentin in Coven e Cricket Marlowe in Roanoke, qui nei panni di Judson). Fear, Inc. è basato sul corto omonimo, sempre diretto da Vincent Masciale; se il lungometraggio vi è piaciuto recuperatelo e aggiungete il pluricitato The Game - Nessuna regola. ENJOY!

venerdì 2 dicembre 2016

Snowden (2016)

In settimana mi sono imbarcata nella titanica impresa di guardare Snowden, diretto e co-sceneggiato da Oliver Stone a partire dal libro omonimo di Luke Harding e da Time of the Octopus dell'avvocato Anatoly Kucherena.


Trama: dopo una breve e brillante carriera all'interno dell'intelligence americana, l'ex dipendente della CIA Edward Snowden decide di rivelare ad alcuni giornalisti informazioni segrete legate all'invasiva e capillare raccolta di informazioni condotta dalle agenzie per cui lavorava.


A chi dovesse leggere questo post chiedo la cortesia di prenderlo con le pinze, tenendo a mente l'ignoranza crassissima di cui mi faccio portatrice sana davanti a questo genere di film biografici e, soprattutto, accettando con indulgenza il fatto che abbia guardato Snowden essenzialmente sotto pressione cinefila, traducibile con un "dell'argomento trattato mi importa poco ma vogliamo non dare una chance ad un film di Oliver Stone con Joseph Gordon-Levitt come protagonista?". Solitamente, una volta che, per qualsivoglia motivo, mi impegno a vedere un film simile, voglio una storia interessante, coinvolgente e possibilmente imparare qualcosa. Per quel che riguarda l'ultimo punto, Snowden mi ha ulteriormente aperto gli occhi sul fatto che viviamo in un mondo costantemente controllato da un Grande Fratello dalla faccia sorridente, che non combatte più le guerre con fucili e missili (non contro i Paesi potenti o contro potenziali alleati, perlomeno) bensì attraverso hacker, furti di informazioni, spionaggio satellitare e un controllo capillare per tutto quello che riguarda i dati personali del 98% della popolazione mondiale. Ho avuto conferma che purtroppo dietro le macchine "infallibili" ci sono esseri umani spinti da motivazioni personali ed imperativi burocratici, politici o legislativi che spesso fanno a pugni con la moralità o l'etica, e che la realtà non è soltanto bianca o nera, soprattutto quando qualcuno decide arbitrariamente cosa sia meglio per le persone e soprattutto quando queste persone, vuoi per ignoranza o vuoi per ingenuità, si fidano ciecamente di chi dovrebbe tutelarne gli interessi. Snowden mi ha anche fatto conoscere l'informatico che da il titolo al film, fino a pochi giorni fa nulla più di un nome sentito per qualche giorno al telegiornale; a proposito di quel che dicevo sopra, la pellicola lo dipinge come un patriota che, nel tempo, ha imparato sulla propria pelle come una mente geniale, buone intenzioni e il desiderio di rendere grande il proprio Paese nulla possano contro il cinismo di chi esige un "piccolo sacrificio" per un proposito ben più grande. Snowden non viene mai descritto come un liberale o un rivoluzionario, bensì come una persona che ha lavorato con coscienza, credendo nella sua attività e in quella dei servizi segreti finché ha capito di non poter più chiudere gli occhi davanti all'infinita serie di "libertà" assunte da organi quali CIA e NSA o davanti allo stravolgimento dei suoi programmi, riadattati per fini ben diversi rispetto a quelli iniziali.


Come potete leggere, Snowden qualcosa mi ha quindi insegnato ma per quel che riguarda interesse e coinvolgimento emotivo diciamo che si rasenta lo zero assoluto. Solitamente alla fine di questi biopic mi parte l'embolo e compio perlomeno l'atto di infilare nella lista desideri Amazon dei libri sull'argomento, con il film di Oliver Stone ciò non è accaduto e i motivi sono essenzialmente due. Innanzitutto, e so che a scrivere così sembrerò una bambina di 6 anni, Snowden è TROPPO lungo. Io non sono una di quelle che rifuggono la lunghezza, se la pellicola mi "prende" arrivo a sopportare anche quattro ore di metraggio, tuttavia due ore e un quarto di pipponi su NSA, tecnologie a me avulse e riflessioni sulla fondamentale natura infingarda dell'intelligence USA mi hanno abbastanza provata. Seconda cosa, Joseph Gordon - Levitt è bravissimo ma lo Snowden dipinto nella pellicola trasmette davvero pochissime emozioni, non permette neppure una volta di empatizzare con lui e l'unico momento in cui si arriva a provare qualcosa è quando viene mostrato il vero Edward Snowden sul finale, con un paio di immagini di repertorio che scuotono lo spettatore portandolo a rendersi conto di come tutte le cose incredibili raccontate nel film sono successe sul serio e questo ragazzo (all'epoca neanche trentenne) ha buttato coscientemente nel cesso una vita agiata per aver prestato orecchio alla propria coscienza, cosa non da tutti. Tra gli altri attori svettano una Melissa Leo molto dolce e, in senso negativo, una Shailene Woodley che io proprio non sono riuscita a farmi piacere, né come attrice né come personaggio (Lindsay Mills mi è sembrata ritratta come una povera minchietta dalle grandi idee che fondamentalmente si limita a vivere sulle spalle del fidanzato ricco), per il resto Snowden mi è parso comunque un prodotto di alta qualità sia per quel che riguarda la regia che per il cast, pur non regalandomi nessuna sequenza particolarmente entusiasmante o in grado di colpirmi in senso positivo o negativo. Insomma l'ultimo film di Oliver Stone, almeno con me, non ha trovato terreno fertile ma non mi sento affatto di sconsigliarlo: prendete atto dei miei gusti e provate a guardarlo, magari potrebbe piacervi molto!


Di Melissa Leo (Laura Poitras), Joseph Gordon - Levitt (Edward Snowden), Rhys Ifans (Corbin O'Brian), Nicolas Cage (Hank Forrester), Tom Wilkinson (Ewen MacAskill), Joely Richardson (Janine Gibson), Timothy Olyphant (Agente della CIA a Ginevra), Logan Marshall-Green (pilota di droni) e Ben Chaplin (Robert Tibbo) ho parlato ai rispettivi link.

Oliver Stone (vero nome William Oliver Stone) è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come La mano, Platoon (che gli è valso l'Oscar per la miglior regia), Wall Street, Talk Radio, Nato il quattro luglio (secondo Oscar per la miglior regia), The Doors, JFK - Un caso ancora aperto, Natural Born Killers, Gli intrighi del potere - Nixon, Ogni maledetta domenica, Alexander, World Trade Center, Wall Street - Il denaro non dorme mai e Le belve. Anche produttore e attore, ha 60 anni.


Zachary Quinto interpreta Glenn Greenwald. Meraviglioso spreco di geni maschili (perché uno così gnocco deve essere gay? Sigh!), lo ricordo per aver interpretato Sylar nella serie Heroes e diversi altri personaggi nelle prime due stagioni di American Horror Story ma ha partecipato anche a film come Star Trek, Into Darkness - Star Trek, Star Trek: Beyond ed altre serie quali The Others, CSI - Scena del crimine, Lizzie McGuire, Six Feet Under, Streghe, 24 e Hannibal. Anche produttore e sceneggiatore, ha 39 anni e tre film in uscita, tra cui l'ennesimo sequel di Star Trek.


Shailene Woodley interpreta Lindsay Mills. Americana, ha partecipato a film come Paradiso amaro, Divergent, Colpa delle stelle, Insurgent, Allegiant e a serie come Senza traccia, The O.C., My Name is Earl, CSI: NY e Cold Case. Ha 25 anni e un film in uscita.


Scott Eastwood (vero nome Scott Clinton Reeves) interpreta Trevor James. Figlio di Clint Eastwood, lo ricordo per film come Flags of our Fathers, Gran Torino, Invictus, Non aprite quella porta 3D, Fury e Suicide Squad. Anche produttore, ha 30 anni e cinque film in uscita tra qui Pacific Rim: Maelstrom.


La giornalista Laura Poitras, portata sullo schermo da Melissa Leo, ha diretto nel 2014 il documentario Citizenfour, che ha vinto l'Oscar e la cui genesi viene raccontata appunto nel film di Oliver Stone. Se Snowden vi fosse piaciuto recuperatelo e magari, se la realtà comincia a starvi stretta, recuperate il più caciarone Nemico pubblico. ENJOY!

giovedì 1 dicembre 2016

(Gio) WE, Bolla! del 1/12/2016

Buon giovedì a tutti!! Oggi la distribuzione italiana cala due assi abbastanza importanti ma la camurrìa natalizia è sempre in agguato quindi occhio... ENJOY!

Sully
Reazione a caldo: Hmmm....
Bolla, rifletti!: Clint Eastwood riesce alternativamente ad entusiasmarmi o abbioccarmi senza possibilità di recupero e temo che Sully rientrerà nella seconda categoria. Ma un'occhiata gliela darò, penso.

Free State of Jones
Reazione a caldo: Dubbi, dubbi...
Bolla, rifletti!: Il trailer mi piace molto e Matthew McConaughey è un incentivo ad andare. Solo che leggo Gary Ross a regia e sceneggiatura e temo la superficialità e il brodo allungato...

Un Natale al sud
Reazione a caldo: Odio a palate e palate di guano!
Bolla, rifletti!: Direi che basta la presenza di Anna Tatangelo per convincermi ad armarmi di benzina e andare a dar fuoco a tutte le sale che proietteranno l'ennesimo cinepanettone stantio...

Al cinema d'élite si respira aria vittoriana...


Amore e inganni
Reazione a caldo: Ora ci siamo!!!
Bolla, rifletti!: Se non fosse per i soliti orari assurdi (ma lunedì sono in ferie quindi, forse...) sarebbe il film che andrei a vedere più volentieri questa settimana. Tratto da un romanzo epistolare giovanile di Jane Austen, il film è incentrato sulla manipolazione delle informazioni, tema attuale all'epoca dei pettegolezzi vittoriani tanto quanto oggi. Non vedo l'ora di guardarlo!!

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