martedì 1 settembre 2015

Il Bollodromo #11: Lupin - L'avventura italiana (episodi 1-4)

E così, ci siamo arrivati. Domenica 30 agosto, su Italia 1, è cominciata ufficialmente la quinta serie di Lupin, chiamata per l'occasione Lupin III - L'avventura italiana e trasmessa in esclusiva solo nel nostro Paese (per ora). Sarà valsa la pena di attendere non solo le mattane Mediasettare, ma anche la fine del già lunghissimo Hulk di Ang Lee, che per l'occasione Italia 1 ha fatto durare 2 ore e 35 minuti? Mah.


Prime considerazioni generali

Premesso che durante la sigla (per fortuna utilizzata solo UNA volta, all'inizio, e non per ogni episodio) ho schiacciato il tasto "mute" senza pormi troppe domande, per me il primo shock derivante dalla visione di Lupin - L'avventura italiana non è stato quello di udire laMMerda di Moreno feat Giorgio Vanni, bensì le orride voci di Lupin e Jigen. La colpa è mia, che da anni non guardo i film o le serie di Lupin in italiano e che quindi non mi sono preparata psicologicamente, rimanendo condizionata come i cani di Pavlov a reagire solo alle voci dei cari estinti Roberto del Giudice e Sandro Pellegrini, ma cercare due doppiatori più vicini a quelli storici vi faceva così schifo? Bah! A parte questo "trascurabile" dettaglio, c'è da dire che la serie è, almeno per quel che riguarda l'aspetto tecnico, di qualità superiore. Il character design è ispirato interamente a quello de Il castello di Cagliostro e de La cospirazione dei Fuma (in generale, dunque, ci si è ispirati allo stile dello storico animatore Kazuhide Tomonaga) quindi i personaggi hanno uno stile vintage e gradevole mentre colori, chine e sfondi fortunatamente sono assai simili a quelli di Fujiko Mine to iu onna, per me il punto più alto mai toccato da un prodotto legato alla creatura di Monkey Punch. L'avventura "italiana" del titolo per ora si è limitata a toccare San Marino e quello che mi è sembrato essere un "omaggio" a Scampia, per il resto gli unici elementi nostrani sono l'utilizzo di nomi o cognomi italiani (non sempre), di piatti tipici come la pasta alla carbonara e, nemmeno a dirlo, di stereotipi come mafia o calcio; purtroppo, un'altra cosa non pervenuta è la colonna sonora, della quale non ricordo neppure una nota. Altra cosa da evidenziare è l'idea di realizzare una serie non necessariamente fatta di episodi slegati tra loro, bensì collegati da una sottotrama che, al momento, prevede la presenza di un'ereditiera annoiata e di un semi-invincibile agente del MI-6. "Da evidenziare", ovviamente, non vuol dire necessariamente positiva, perché questa scelta presenta più di un rovescio della medaglia, non ultimo l'inevitabile sottoutilizzo dei personaggi principali a favore di queste new entries delle quali poi, fondamentalmente, non frega una cippa a nessuno. Per dire che in quattro puntate Goemon si è limitato a tagliare un ramo e un cartello dell'autostrada, comparendo SOLO in due episodi. Inaudito. Ma parliamo ora brevemente dei singoli episodi.


Episodio 1: Il matrimonio di Lupin III

Come da titolo, Lupin si sposa e viene introdotto il fil rouge della serie, ovvero l'ereditiera Rebecca Rossellini, alias "il personaggio potenzialmente interessante ma sfruttato da schifo". Vista la sua presenza in tutti e quattro gli episodi, si capisce che la frizzante biondina sarà il legame tra Lupin e l'Italia, nonché il mezzo per il recurring joke legato a matrimonio, mancato divorzio e regalo di nozze sprecato dalla bella Fujiko. A proposito della procace miss Mine (il cui cognome viene finalmente pronunciato alla giapponese e non all'inglese, mentre Goemon rimarrà sempre pronunciato alla francese, chissà perché...), il personaggio femminile con le palle in grado di tenere testa al protagonista l'aveva già creato Monkey Punch negli anni '70, c'era il caso di introdurne un altro giusto per aumentare il numero di quote rosa? Più che altro perché Rebecca la prima moglie fa davvero poco e nulla negli altri tre episodi, quindi MEH. Che è poi il giudizio complessivo dell'intero primo episodio, una classica avventura "alla Lupin" senza particolari guizzi.


Episodio 2: Il falso fantasista

Il primo degli stereotipi italiani che compare di prepotenza nella serie è quello dell Belpaese come patria del calcio. Il secondo, che segue a ruota sulla scia della corruzione presente all'interno delle società sportive nostrane, è OVVIAMENTE il mafioso, di cui si sentiva la mancanza, nevvero? Più un episodio di Prendi il mondo e vai o Questa allegra gioventù che uno di Lupin, alla fine il ladro gentiluomo invece di spillare soldi al calciatore apparentemente zamarro ma in realtà indomito e colmo di coraggio (un samurai, praticamente! Risate registrate, prego), gli chiede TRE gol per poter vincere alla schedina. Inqualificabile, forse l'episodio peggiore dei quattro. Ah, l'MI-6, nemesi di questa quinta serie, viene introdotto forzatamente dal momento in cui Lupin, per scoprire notizie su detto calciatore, si infiltra nei loro database. Mah.


Episodio 3: 0.2% possibilità di sopravvivere

La puntata comincia benissimo, con un bel Jigen seminudo ripreso con il meraviglioso stile patinato tipico degli yaoi, raggio di sole soffuso e gocciolina d'acqua tra i capelli annessi. Asciugo la bava per aggiungere che, ormone a parte, l'episodio 3, salvo un paio di momenti WTF comprensivi di un principe inglese bauliccio e un agente segreto del MI-6 dalle abilità a dir poco peculiari, è forse il migliore finora. Sempre poca roba, ma almeno l'agente segreto potenzialmente è interessante. Certo, Warren Ellis si metterebbe le mani nei capelli ma... insomma, avete capito, suvvia.


Episodio 4: Il tiratore scelto

Il sommo diludendo del mucchio!! Dico, mi preannunci una puntata INTERAMENTE dedicata a Jigen, con tanto di tripletta dente che duole + probabile interesse amoroso + showdown alla maniera western... e me lo incentri interamente su un vecchietto, sull'imbarazzante Eric il NON letale e, soprattuttamente, ti inventi una trama imbecille per evitare che Jigen usi la pistola???? Sinceramente, non capisco perché mai in questa serie nessuno dei personaggi utilizzi le abilità che più gli sono consone. Jigen viene definito "cecchino" (seh, come se in tutte le serie se ne fosse rimasto fermo immobile ad aspettare la gente passare come un qualsiasi American Sniper, al massimo me lo chiamate PISTOLERO, grazie-sai!) ed effettivamente non si è ancora esibito nelle sue geniali abilità con la pistola, Goemon centellina la spada, Fujiko non ha ancora mostrato non dico una tetta ma nemmeno una coscia e Zenigata... beh, Zazà è l'unico che ci ha guadagnato visto che non ha ancora fatto nessuna delle sue figure barbine. Non ci siamo, gente.


Conclusioni

La tanto attesa serie Lupin - L'avventura italiana ha confermato le mie peggiori paure, ovvero quella di essere un prodotto per ragazzini che strizza l'occhio ai fan della vecchia scuola, in soldoni un ibrido fastidioso incapace di soddisfare nessuno dei due target. Ai ragazzini non fregherà infatti una cippa, perché le puntate sono di una noia mortale, mentre i vecchi come me si ritroveranno a rimpiangere le vecchie serie, esclamando "una volta qui era tutta campagna!!" e "dove finiremo mai, signora mia!". Insomma, considerato anche che per quattro episodi mi sono dovuta sorbire OTTO interruzioni pubblicitarie infestate dai promo del documentario su FEDEZ (ma non era più interessante uno speciale sulle oloturie? Minkia per minkia...), la serata tanto agognata è stata una bella sòla. I prossimi due episodi andranno in onda domenica prossima, in una fascia oraria da conciliazione del sonno (23.30? Lunedì si lavora, belinoni!!!!) e il titolo del primo, interamente incentrato su Fujiko, sarà La mano sinistra del mago. Non voglio nemmeno pensare cosa ci farà con quella mano sinistra. ENJOY!





lunedì 31 agosto 2015

Wes Craven (1939 - 2015)


E' per colpa tua che non ho guardato horror fino all'età di 13 anni. Di Nightmare me ne parlavano tutti fin da bambina, era il babau della mia generazione, la cosa più terribile a cui si potesse pensare. Bastava addormentarsi e "One, two, Freddy comes for you": un uomo sfigurato e con gli artigli taglienti ci avrebbe portati via, così, senza possibilità di difesa.
E avevano ragione, perché il primo Nightmare è davvero una delle cose più spaventose che esistano ancora oggi.

Poi, a 16 anni, mi hai portata al cinema. Ricordo ancora la camminata sotto il sole caldo di Albisola perché con un'amica avevamo deciso all'improvviso di vedere Scream e prendendo la corriera saremmo arrivate troppo tardi. L'aria condizionata era fredda, ma ancor più mi aveva ghiacciato il sangue vedere Drew Barrymore morire in una delle sequenze più belle della storia dell'horror; ancor più bello, dopo mille visioni di Scream, era vedere però i miei amici inconsapevoli fare salti sulla sedia per quella tremenda maschera che tu avevi creato.

Ed è solo la punta dell'iceberg, ovviamente.

Mi hai fatto scoppiare il cuore nel petto con il terribile Beebee di Dovevi essere morta.
Mi hai perplessa, perché ero troppo giovane, con Il serpente e l'arcobaleno.
Mi hai affascinata con i "vecchissimi" L'ultima casa a sinistra e Le colline hanno gli occhi.
Mi hai regalato un cult con La casa nera.
Mi hai divertita con Sotto Shock.
Mi hai fatto tornare ad avere paura con Nightmare - Nuovo incubo.
Sì, mi hai anche delusa con Vampiro a Brooklin, Cursed e My Soul to Take ma ti ho sempre voluto bene.

E ora, ti sei fuso con la stessa materia di cui sono fatti gli incubi.
Ciao, Wes, che la terra ti sia lieve.

domenica 30 agosto 2015

The Gallows: L'esecuzione (2015)

Come al solito quando esce un horror a Savona mi fiondo a vederlo senza pormi troppe domande, anche quando la pellicola in questione era già stata Sconsigliata da cani e porci. Così martedì ho posato le mie chiappe in sala e ho sprecato un paio d'ore della mia vita, assieme a ben otto euRI, per guardare The Gallows: L'esecuzione (The Gallows), diretto e sceneggiato dai registi Chris Lofing e Travis Cluff.


Trama: negli anni '90 la rappresentazione teatrale di The Gallows finisce malissimo, con l'attore principale inspiegabilmente morto impiccato. Ai giorni nostri, nella stessa scuola, la classe di teatro decide di riproporre l'opera: per evitare un sicuro fiasco, l'attore scelto per interpretare il protagonista si lascia convincere a distruggere nottetempo la scenografia ma lui e tre suoi amici rimangono bloccati all'interno della scuola...


Allora, appena finirò di scrivere questo post prenderò un cellulare o una telecamera digitale da 100 euro, schiaccerò il tasto REC, correrò al buio agitando spasmodicamente uno di questi due oggetti chiedendo a un paio di amici compiacenti di urlare come forsennati e poi metterò il video on line o comunque lo manderò alla BlumHouse, vediamo come mi gira: spero vivamente che dopo tutto questo sbattimento anche a me verranno dati 8/10 euro a visione e spero anche di venire definita per questo regista o sceneggiatrice come i due cucciolotti Chris Lofing e Travis Cluff che, evidentemente, devono avere "girato" The Gallows proprio in questo modo. Sarà che avevo mangiato da poco e in Vespa faceva freddino ma giuro che era dai tempi di REC che non provavo così tanta voglia di vomitare davanti a un film (e la pellicola di Balagueró  e Plaza mi aveva fatto questo effetto più per la paura che per l'effetto dato dalla telecamera a mano...), al punto che almeno un quarto d'ora me lo sono perso fissando il vuoto buio della sala e facendo respiri profondi o avrei croccoglassato i pochi spettatori presenti come una qualsiasi Linda Blair. The Gallows è davvero il punto di non ritorno del found footage, la dimostrazione che ormai l'arte cinematografica in campo horror è diventata un optional quasi "fastidioso" perché laGGente vuole le riprese verdi in notturna, i primi piani di scarpe che corrono, il BUM! che ti frantuma i timpani prima che un'ombra sfocata compaia alle spalle dei protagonisti e ti frantuma, scusate il francese, i coglioni con le maledette riprese in soggettiva di 'sti attorucoli la cui massima espressione facciale è quella del cervo inchiodato in mezzo alla strada dai fari (fateci caso, è normale: questi poveracci sono costretti a "recitare" al buio con una luce piantata negli occhi, le loro pupille sono sempre talmente dilatate che pare si siano fatti di crack appena prima di cominciare le riprese...). Non c'è fotografia, non c'è scenografia tranne qualche oggetto buttato lì tanto per fare atmosfera, non c'è passione e non ci sono idee perché 'sti maledetti film sono davvero tutti uguali e le uniche due cose che "distinguono" The Gallows dagli altri sono la scelta di mostrare un paio di volte la stessa sequenza da due punti di vista diversi tornando indietro nel tempo e il finale, che non sarebbe neppure male se non fosse il solito compitino prevedibile che offre le terga al pubblico già voglioso di un sequel. E siccome Lofing e Cluff non si sono impegnati, perché dovrei farlo io arrivando a scrivere ben DUE paragrafi per questo filmucolo che tra due giorni avrò già dimenticato e che ha per protagonisti gli adolescenti più imbecilli della storia del cinema di serie Z? Ma per pietà del Signore, persino la voglia di stroncarlo si è addormentata. D'altronde, quando un film si permette di essere la scopiazzatura riveduta e corretta di una rumenta come ESP - Fenomeni paranormali non bisognerebbe nemmeno mettere mano alla tastiera per avvertire la gente di stargli lontano chilometri!



SPOILER

No dai, voi che avete visto il film rimanete ancora un po' a leggere, ché mi diverto e assecondo il mio lato pignolo. Davvero, quanto diamine può essere imbecille ed irritante l'amico del protagonista? Ma che razza di persona è uno che basa l'amicizia su un'ininterrotta serie di sfottò e prese per il culo?? Il tuo migliore amico è un cane col cervello di una nocciola, deciso nonostante questo a recitare per amore e tu o lo perculi oppure, invece di aiutarlo ad imparare la parte, riesci solo a consigliargli di devastare la scenografia evitando la figuremmé? E se per disgrazia 'ste tre oloturie non avessero deciso di vandalizzare il palco bensì di passare la serata a sniffare Coccoina, come avrebbe fatto l'attricetta a compiere la vendetta della madre pazza e del presunto padre ectoplasmico? E per finire: il genitore del protagonista non poteva raccontargli tutta la storia invece di fare il gallo sulla munnezza e permettersi anche di dirgli "oh, ciccio, tu le cose devi portarle a termine!!"? Ci saremmo risparmiati un'ora e mezza di camurrìa e l'ennesima riproposta della ragazza col muco al naso che si pente di essere solo una povera demente giusto un minuto prima di venire fatta fuori o degli idioti che sperano ancora di venire salvati da aitanti pompieri, polizia e magari anche Superman!! C'est fini!!


Chris Lofing e Travis Cluff sono i registi e sceneggiatori della pellicola, inoltre Cluff interpreta anche Mr. Schwendiman. Americani, non sono riuscita assolutamente a trovare informazioni sulle loro età, sorry, ma tiro un sospiro di sollievo all'idea che, per ora, non abbiano progetti futuri.


A dimostrazione della pochezza dell'intera operazione della furberia, signò! dei due realizzatori, parte del battage pubblicitario del film è stato basato sulla Charlie Charlie Challenge  diventata fenomeno virale sul web per il solito mesetto o due ma nata per caso ben prima che la pellicola venisse distribuita. A parte questo, il problema è che a quanto pare The Gallows in America è stato un successone, quindi aspettatevi che il fantasma di Charlie Grimille torni per qualche sequel o prequel e nel frattempo, se il film vi fosse piaciuto, recuperate Unfriended, il primo Paranormal Activity, The Blair Witch Project e la serie [REC], quattro esempi un po' più validi e meno derivativi di found footage.

venerdì 28 agosto 2015

Rainbow Day - Cruising (1980)


Quest'oggi La fabbrica dei sogni compie sette anni e la padrona del blog ha chiesto alla solita cumpa di cinefili scribacchini di farle gli auguri in modo un po' speciale, ovvero parlando di un film a tematica omosessuale per ricordare quanto ancora sia diffusa l'omofobia e quanta strada si debba fare (soprattutto in Italia) perché alle coppie gay vengano giustamente riconosciuti gli stessi diritti di quelle etero. La mia scelta è caduta, più per curiosità che per effettiva conoscenza del film in questione, su Cruising, diretto e sceneggiato nel 1980 dal regista William Friedkin partendo dal romanzo omonimo di Gerald Walker.


Trama: dopo una serie di brutali delitti compiuti ai danni di alcuni omosessuali dediti a pratiche sadomaso, un poliziotto viene scelto dal suo capo per infiltrarsi all'interno di questo "microcosmo" e scovare il killer...



Sono sinceramente dispiaciuta di avere scelto Cruising come film per celebrare la diversità e l'orgoglio omosessuale, dico davvero. E non perché la pellicola di Friedkin non mi sia piaciuta, anzi, l'ho trovata molto weird ed intrigante ma c'è da mettersi le mani nei capelli per il modo in cui dipinge la scena gay "underground" del Greenwich Village e non c'è da stupirsi che il film sia stato boicottato già durante le riprese dalla comunità omosessuale. Immaginate qualsiasi stereotipo possa venirvi in mente sui gay, cominciando molto banalmente da un mix tra i video dei Village People e le scene ambientate al Blue Oyster in Scuola di polizia, aumentate brutalmente il livello di pornografia e avrete una vaga idea di quello che vi aspetterà se mai deciderete di guardare Cruising: il film infatti non lesina scene hard di ordinarie orge sotterranee tra fustacchioni dotati di baffoni a manubrio, aderentissimi pantaloni con apposite aperture ad altezza chiappe, accessori sadomaso e berrettini da poliziotto, oppure panoramiche di parchi popolati da aitanti omosessuali in modalità "cruising", ovvero pronti a cercare la scopata facile (da cui nasce il gioco di parole tra "cruising" inteso come andare in cerca di partner e "cruising" nel senso di andare di pattuglia) e sculettanti buliccetti sognatori rigorosamente scrittori, costumisti, attori, ecc. ecc. Non certo un bel modo di presentare la comunità gay ad un pubblico che l'anno seguente avrebbe cominciato a vedere ovunque l'alone violaceo del morbo dell'AIDS e scatenato una caccia all'omosessuale che, siamo sinceri, dura ancora oggi. Pensandoci a mente fredda, lo sguardo di Friedkin è impietoso e, sia a livello di sceneggiatura che di regia, ci sono pochissime occasioni in cui lo spettatore viene spinto non tanto a provare pietà ma perlomeno ad empatizzare con le vittime in particolare o con gli omosessuali in generale. Tutto viene infatti filtrato attraverso il punto di vista (dapprima naif poi sempre più allucinato e distorto) di un giovanissimo sbirro che viene costretto non solo a fare da esca per un eventuale killer ma anche a diventare "carne da macello" agli occhi di questi branchi di gay violenti ed infoiati, all'interno di ambienti talmente sordidi che la mente del protagonista viene inevitabilmente travolta ed annullata. Soltanto una volta Steve Burns prova un reale impulso di umana pietà nei confronti di un giovane omosessuale brutalizzato dalla polizia ma è solo perché, per esigenze di "copione", si mette finalmente nei panni di chi viene malmenato ed umiliato in quanto "diverso" e ciò lo porta a mettere in discussione tutto quello che gli è sembrato normale fino a poco prima, fidanzata e lavoro compresi. Un po' poco per celebrare l'orgoglio gay.


Nonostante tutto questo bailamme di stereotipi e momenti talvolta anche abbastanza trash, pare che Cruising abbia fatto storia e si sia comunque conquistato un suo spazio nell'empireo dei cult, per vari motivi. Innanzitutto, il film è basato sulla storia vera di un serial killer che negli anni settanta aveva fatto parecchie vittime tra gli omosessuali e, molto probabilmente, l'omicida era un tale Paul Bateson, che aveva partecipato a L'esorcista nei panni dell'infermiere che infila Reagan sotto la terribile macchina per la scansione cerebrale e che, di conseguenza, è stato spesso consultato da Friedkin durante la realizzazione di Cruising. Una realizzazione travagliata, come avrete capito dal tema trattato, e non solo per le giuste proteste della comunità gay: pare infatti che il regista abbia dovuto tagliare le scene più spinte onde evitare che il film venisse interamente censurato e non si sa tutt'oggi se questi quasi 40 minuti di girato siano stati (come si vocifera) distrutti oppure se ancora esistano da qualche parte, cosa di cui i fan sono convinti e che da anni li spinge a chiedere una riedizione integrale della pellicola. Come avrete capito, non faccio parte degli aficionados di Cruising e starei serena anche senza un eventuale director's cut ma non nego di avere apprezzato il cupissimo clima generale di ambiguità ed incertezza che permea l'intera vicenda, fatta di continui scambi di ruolo tra prede e predatori, di vicendevoli pregiudizi, di violenza tollerata e malcelata, di imbarazzo e di follia. Altro non aggiungerò sulla trama, perché credo che Cruising sia un film da scoprire (e da cui lasciarsi sconvolgere) a poco a poco, con un Al Pacino reduce da ruoli già iconici ed impegnato in una parte per molti versi difficilissima e logorante; sono quasi convinta che, alla fine delle riprese, gli attori coinvolti abbiano dovuto tirarsi delle gran secchiate di acqua addosso per lavare via quell'aura di "sbagliato" e corrotto che si portano addosso quasi tutti i protagonisti, salvo forse la povera ed ignara Karen Allen, la fidanzata della porta accanto costretta a stare fianco a fianco con una realtà pericolosa appena fuori dalla portata del suo campo visivo. Altro che Rainbow: la comunità gay americana non è mai stata così Black!!


Se volete continuare a celebrare La fabbrica dei sogni e il Rainbow Day potete andare a leggere i post scritti dai colleghi blogger! ENJOY!

In Central Perk
Inside the Obsidian Mirror
Non c'è paragone
Pensieri Cannibali
La fabbrica dei sogni
Delicatamente perfido
Solaris
Director's Cult
Montecristo
WhiteRussian


giovedì 27 agosto 2015

(Gio)WE, Bolla! del 27/8/2015

Buon giovedì a tutti!! Nonostante oggi escano la bellezza di DODICI film, a Savona ne esce solo uno, indovinate quale? Non certo Taxi Teheran o Partisan, due pellicole che mi sarebbe piaciuto vedere, però la possibilità di andare al cinema ce l'ho ugualmente... ENJOY!


Minions
Reazione a caldo: Banana!!!!
Bolla, rifletti!: Film da me attesissimo per "colpa" dello sviscerato amore che provo per i Minions, i personaggi più riusciti dei carinissimi Cattivissimo me e Cattivissimo me 2. Spero vivamente che non sia un diludendo e soprattutto che le scene migliori non siano concentrate tutte nel trailer!

mercoledì 26 agosto 2015

Perfect Sense (2011)

Una delle cose più belle per me è guardare i film senza sapere quasi nulla della trama prima di accingermi alla visione. E' così che ho avuto modo di scoprire e gustare Perfect Sense, diretto nel 2011 dal regista David Mackenzie.


Trama: uno chef e una ricercatrice si conoscono e s'innamorano proprio mentre nel mondo sta scoppiando una strana epidemia...


Nonostante abbia adorato Perfect Sense questa sarà una recensione brevissima perché la cosa bella del film di David Mackenzie è gustarselo da soli ed apprezzarne le peculiarità, a poco a poco. Non parlerò della trama particolarissima, né del modo assai intelligente in cui il regista consente allo spettatore di seguire con pochissime immagini simboliche sia il progressivo diffondersi della pandemia in tutto il mondo, sia la vicenda personale di Susan, Michael e delle poche persone che stanno loro accanto, perché ogni parola in più rappresenterebbe un tremendo rischio di spoiler. Allo stesso modo, non parlerò del modo infingardo in cui i diversi stadi della malattia riescono a colpire al cuore lo spettatore costringendolo a porsi delle domande "scomode" ed inquietanti prima di portarlo a mettere mano ai fazzoletti e pregare perché almeno a Susan e Michael vada tutto per il meglio. Non parlerò del modo in cui Mackenzie è riuscito a rendere coinvolgenti e plausibili anche delle sequenze che in un film diverso sarebbero potute risultare esagerate e persino ridicole, né della storia anche troppo "stereotipata" dei due protagonisti perché il loro rapporto è e allo stesso tempo non è il fulcro di questo mix tra fantascienza, horror e dramma.


Posso però dire che Ewan McGregor ed Eva Green non sono solo bellissimi e dolorosamente sexy quando i loro corpi si incontrano e si uniscono ma sono anche terribilmente bravi nei momenti di solitario sconforto e ineffabile terrore. Posso dire che la fotografia di Giles Nuttgens, quasi interamente virata nei toni grigi e uggiosi tipici di una giornata di pioggia inglese, è perfetta per rappresentare gli stati d'animo dei protagonisti e dell'intera popolazione mondiale man mano che la malattia progredisce. Posso dire che le melodie di Max Richter si insinuano nel cuore dello spettatore fino a farlo scoppiare, coinvolgendolo quasi più della storia narrata e delle immagini mostrate, tanto che nel momento in cui queste vengono a mancare sembra davvero di avere perso qualcosa di importante. Posso infine concludere questo stranissimo, atipico post chiedendovi di fidarvi e recuperare questo piccolo, disperato gioiellino che dalle nostre parti è stato ovviamente snobbato persino per quel che riguarda il mercato dell'home video. E' un peccato, perché Perfect Sense non è sicuramente un film per tutti ma molti spettatori potrebbero rimanerne conquistati com'è successo a me... quindi, perché privarli di questa opportunità?


Di Eva Green (Susan), Ewan McGregor (Michael), Connie Nielsen (Jenny) e Ewen Bremner (James) ho già parlato ai rispettivi link. 

David Mackenzie è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto film come Young Adam, Hallam Foe e Il ribelle - Starred Up. Anche sceneggiatore e produttore, ha 49 anni e un film in uscita.


Denis Lawson, che interpreta il capo di Ewan McGregor, nella vita reale è suo zio. A parte questa piccola curiosità, se Perfect Sense vi fosse piaciuto recuperate Blindness, Contagious: Epidemia mortale e Contagion. ENJOY!

martedì 25 agosto 2015

Quando c'era Marnie (2014)

A partire da ieri e per tre giorni sarà possibile anche per noi italiani godere dell'ultima fatica dello Studio Ghibli, ovvero Quando c'era Marnie (思い出のマーニ - Omoide no Maanii), diretto nel 2014 dal regista Hiromasa Yonebayashi e tratto dal romanzo When Marnie Was There della scrittrice inglese Joan Gale Robinson.


Trama: Anna è una ragazza introversa che adora disegnare e soffre di frequenti attacchi d'asma. Per consentirle di guarire, la madre adottiva la manda per un po' in campagna, a casa degli zii, e lì Anna rimane affascinata da una villetta abbandonata sul mare, dove incontra la misteriosa Marnie...


Quando c'era Marnie, così si dice, sarà l'ultimo lungometraggio dello Studio Ghibli prima di un lungo periodo di pausa. Se da un lato questa notizia mi strugge il cuore, mi rendo conto che forse la mia adorata casa di produzione giapponese necessita di un periodo per ricaricare un po' le pile e tornare a regalare al mondo intero altri indimenticabili capolavori perché, e mi sento male a doverlo dire, Quando c'era Marnie non è una pellicola particolarmente entusiasmante. Il film di Yonebayashi racchiude in sé molte delle caratteristiche che mi hanno portata ad amare lo Studio Ghibli, su questo non ci piove: in esso vengono trattati temi delicati ed importanti come la solitudine, il senso di non appartenenza al mondo, la condizione disagiata di chi si ritrova ad essere orfano in tenerissima età e i conseguenti dubbi sulla reale portata dell'affetto dei genitori adottivi e l'ulteriore disagio causato dal possedere qualcosa che ci rende anche fisicamente "diversi" e forse reietti. La natura (nella fattispecie incarnata da mare, vento e tempesta), come in molte produzioni Ghibli, viene resa in tutta la sua delicata maestà e diventa la culla di importanti rivelazioni, un'entità da rispettare e talvolta temere ma anche una sorta di ventre materno in grado di curare le ferite del cuore oltre a quelle fisiche; in essa, la giovane Anna si muove con circospezione, esplorando gradualmente i dintorni di un paese a lei sconosciuto ed abitato da persone semplici, tipiche di un ambiente di campagna, ai margini del quale si staglia questa magione abbandonata che entra in risonanza col suo animo d'artista e con la sua profonda solitudine. Un'emozione così forte, come nelle migliori storie "di fantasmi", richiama inevitabilmente uno spirito e in questo caso abbiamo Marnie, un animo affine a quello di Anna che diventa il fulcro del racconto di un'amicizia difficile, dolorosa e commovente, resa ancora più complessa da una serie di misteri che troveranno una logica soluzione nel finale e che tuttavia, a mio avviso, più che appassionare lo spettatore rischiano di confonderlo sfilacciandosi in modo eccessivo per tutta la durata del film.


I film dello Studio Ghibli non sono mai stati i più dinamici e complessi del mondo ma io ho sempre adorato il modo in cui venivano portate sullo schermo le loro storie semplici, radicate nel quotidiano, oppure fantasiose e zeppe di significati reconditi mentre a mio avviso Quando c'era Marnie soffre di una lentezza anche troppo esagerata, legata forse alla natura silenziosa e schiva della protagonista. In termini più prosaici, Anna tira fuori le palle giusto sul finale però per tutto il film non si pone mai dubbi sulla natura di Marnie e sulle tante cose assurde che la circondano ma sembra subire passivamente i desideri della sua nuova amica, lasciando che davanti allo spettatore sfili un mero susseguirsi di eventi che sembrano quasi accavallarsi l'uno all'altro per raggiungere la lunghezza canonica del lungometraggio. Come ho detto, è un peccato perché il finale è molto commovente e anche perché Quando c'era Marnie è comunque una gioia per gli occhi e per le orecchie. Il character design è delicato, gli ambienti naturali e soprattutto gli interni delle varie abitazioni sono di una bellezza incredibile (le gite in barca al chiaro di luna di Anna e Marnie e la casa degli zii della protagonista, zeppa di dettagli, mozzano il fiato) mentre i colori sono talmente tenui e delicati da dare l'illusione di trovarsi davvero in riva al mare a giocare oppure dipingere accanto ai personaggi principali. La colonna sonora, che mantiene vive le lacrime dello spettatore durante i titoli di coda con la struggente Fine on the Outside di Priscilla Ahn, contiene a sorpresa anche una versione di Recuerdos de la Alhambra di Francisco Tárrega (e ringrazio Toto per averlo notato!!!), importante veicolo dei ricordi di Anna e melodia indicatissima per il mood dolceamaro dell'intera pellicola. Rileggendo il post come faccio sempre mi sono resa conto di avere apprezzato Quando c'era Marnie più di quanto mi fossi resa conto "a caldo", tuttavia come "canto del cigno" dello Studio Ghibli non è purtroppo il lungometraggio indimenticabile che mi sarei aspettata e che avrei desiderato. Ovviamente, ciò non significa che sia un film da evitare o da disprezzare, anzi: se stasera o domani vi capita di avere la fortuna di trovare una sala vicina che lo proietti non lasciatevelo scappare!!


 Del regista Hiromasa Yonebayashi ho già parlato QUI.

Il doppiaggio americano della pellicola vanta nomi come Hailee Steinfeld (Anna), Kathy Bates (l'odiosa signora Kadoya), Geena Davis (la madre adottiva di Anna), John C. Reilly (Kiyomasa Oiwa), Ellen Burstyn e Catherine O'Hara. Detto questo, se Quando c'era Marnie vi fosse piaciuto, recuperate La collina dei papaveri, Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento, Ponyo sulla scogliera, Il mio vicino Totoro e Wolf Children. ENJOY!

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