domenica 17 giugno 2018

La stanza delle meraviglie (2017)

Questa settimana il film per me più atteso era La stanza delle meraviglie (Wonderstruck), diretto nel 2017 dal regista Todd Haynes e tratto dal libro omonimo di Brian Selznick, anche sceneggiatore della pellicola.


Trama: negli anni '70, dopo la morte della madre, il piccolo Ben decide di scappare di casa andando in cerca del papà mai conosciuto; in parallelo, negli anni '20, la sordomuta Rose cerca il suo posto nel mondo cominciando da New York, dove vive il fratello Albert.



Avevo molte aspettative per questo La stanza delle meraviglie, soprattutto a seguito del bellissimo trailer, affascinante e già di suo commovente. La sensazione di avere davanti un film che mantenesse le promesse del trailer è rimasta intatta più o meno fino a metà, paradossalmente fino al punto in cui la ricerca di Ben comincia a dare i suoi frutti. Fino a quel momento, lo ammetto, non mi era pesato il fatto che buona parte della pellicola si fissasse sui pellegrinaggi a vuoto di un ragazzino che a un certo punto si ritrova a "vivere" all'interno di un museo con un suo coetaneo, mettendo assieme tessere di un puzzle che diventa sempre più tirato per i capelli; soprattutto, non mi era pesata (anche perché adoro Millicent Simmonds e il suo viso dai lineamenti ottocenteschi) la parte di trama relativa ai problemi familiari ed esistenziali di Rose, ragazza sordomuta circondata da persone arrabbiate, egoiste e quasi imbarazzate dalla sua condizione disgraziata. Soprattutto, ho trovato apprezzabile il modo in cui La stanza delle meraviglie mette in scena i problemi di una persona affetta da sordità o mutismo (o entrambi), raccontando un'Odissea viziata da problemi di comunicazione in due epoche in cui la conoscenza del linguaggio dei segni non era diffusa. Ben pochi si accorgono del fatto che Rose è sorda e si limitano a strillarle addosso pensando che sia stupida o timida benché il suo sguardo spaesato palesi tutta la sua frustrazione e, ancora peggio, i suoi stessi genitori non vanno minimamente incontro ai suoi bisogni, alimentando un disagio risalente agli anni dell'infanzia; non va meglio a Ben, diventato sordo all'improvviso a causa di un incidente e conseguentemente impegnato ad affrontare non solo una città pericolosa e sconosciuta come New York ma soprattutto i disagi connaturati alla sua nuova condizione, ritrovandosi costretto a dipendere dalla sensibilità e dalla bontà altrui. A onore del vero, i pregi di La stanza delle meraviglie sono solo questi, la già citata interpretazione di Millicent Simmonds (peraltro già apprezzatissima in A Quiet Place) e la commistione tra fotografia "bruciata" tipica degli anni '70 e bianco e nero con tanto di musica ed effetti sonori che rievocano gli anni del muto, resa ancora più interessante da un ottimo montaggio. E il resto?


Il resto, almeno per quel che mi riguarda, lascia l'amaro in bocca come già accaduto ai tempi di Hugo Cabret, tratto sempre da un'opera di Brian Selznick. Entrambi i film infatti sono visivamente molto affascinanti e hanno un potenziale emotivo enorme ma inciampano per strada dilatando enormemente i tempi all'inizio e facendo una corsa incredibile per tirare tutti i fili in sospeso sul finale, lasciando lo spettatore con un palmo di naso a domandarsi... oddio, è tutto qui? Nel caso de La stanza delle meraviglie tutto si sgonfia quando la giovane Rose scompare, con un anticlimax da martellata nelle gonadi in cui tutti i segreti e i legami tra passato e presente vengono letti dalla voce di un bambino; benché rappresentata da un'interessante tecnica che unisce animazione a foto statiche, con tanto di diorami e disegni, la rivelazione finale è frettolosa e priva lo spettatore di tutte le lacrime che avrebbe dovuto versare, condensandosi in un diludendo di proporzioni epiche. Tra l'altro, sarò forse tarda io ma non comprendo molto bene il motivo di tutti i richiami allo spazio presenti a inizio film. Se l'idea era quella di unire l'immagine di astronauti, stelle cadenti e meteore alla natura di space oddities di Rose e Ben, diciamo che non è un collegamento così immediato (e sono ancora gentile), mentre se tutto ciò è stato inserito perché funzionale alla trama allora probabilmente io e Selznick abbiamo visto due film diversi, non c'è altra spiegazione. Peccato davvero perché guardando La stanza delle meraviglie mi sono sentita wonderstruck, come da titolo originale, solo per quel che riguarda la bellezza della regia di Haynes, sempre raffinato e particolare, ma tanta "meraviglia" si è trasformata in un'emozione effimera, priva di qualcosa che l'aiutasse a mantenere il ricordo di sé. Non so nemmeno se consigliare o sconsigliare questo film visto che non è per nulla brutto ma mi ha lasciata fondamentalmente insoddisfatta. Fate vobis, insomma. Per me, già vedere Millicent Simmonds all'opera vale il prezzo del biglietto!


Del regista Todd Haynes ho già parlato QUI. Julianne Moore (Lillian Mayhew/Rose), Michelle Williams (Elaine) e Tom Noonan (Walter) li trovate invece ai rispettivi link.


venerdì 15 giugno 2018

Lego Batman - Il film (2017)

E' rimasto a frollare per un po' di mesi ma finalmente sono riuscita anch'io a vedere Lego Batman - Il film (The LEGO Batman Movie), diretto nel 2017 dal regista Chris McKay.


Trama: dopo l'ennesimo piano andato a male e la consapevolezza che a Batman importa solo di sé stesso, il Joker concerta un altra impresa malvagia che rischia di distruggere Gotham City. Come se non bastasse, Batman si ritrova ad essere padre adottivo "per caso", mentre il suo ruolo di vigilante viene limitato dall'arrivo del nuovo commissario, Barbara Gordon...



Alzi la mano chi, una volta conclusa la visione di The LEGO Movie, ha sperato fortissimamente che arrivasse uno spin-off interamente dedicato al personaggio più adorabilmente stronzo ed arrogante del film, ovvero Batman. Credo che il tempo totale di presenza Batmaniana nella pellicola del 2014 non raggiungesse nemmeno la mezz'ora ma probabilmente è bastata la canzone cantata dal personaggio per convincere i produttori della necessità di mettere in cantiere Lego Batman - Il film e dare libero sfogo all'incarnazione del Cavaliere Oscuro più perfetta dai tempi di Batman - Il ritorno. Il Batman creato dalla LEGO è una fantastica parodia degli eroi dark, quelli che passano il 90% della loro esistenza persi a crogiolarsi nell'angst di un passato traumatico e l'altro 10% nell'autocelebrazione di sé, elementi fondamentali della personalità del protagonista che vengono ulteriormente esacerbati dall'enorme infantilità di Batman, reso qui come un bambino viziato, antipatico e peppia. L'intero film ruota sul rapporto tra Batman e il suo nemico di sempre, il Joker (scritto e rappresentato come le peggiori storie romantiche viste al cinema ma declinato in "odio" con risultati esilaranti), e sul terrore del protagonista di fronte alla possibilità di crearsi una famiglia o anche solo delle semplici amicizie, scelta di sceneggiatura necessaria per veicolare l'indispensabile messaggio positivo già presente in The LEGO Movie, messaggio che, a onor del vero, rischia di perdersi in una ridda di gag e citazioni pressoché infinita. I veri destinatari di Lego Batman - Il film non sono infatti i bambini ma tutti i fan dell'eroe DC (in ogni sua incarnazione, a partire dai telefilm camp anni '60, ampiamente citati) OPPURE tutti i nerd in grado di cogliere i millemila rimandi ad altri film, serie TV, fumetti che sinceramente non pensavo nemmeno potessero avere qualcosa a che fare col Cavaliere Oscuro. Avendo avuto accanto Mirco, durante la visione, posso assicurare che il Bolluomo ha riso ma non quanto ho fatto io e che parecchie delle gag più "specifiche" gli sono scivolate addosso come acqua, cosa che non era successa guardando The LEGO Movie, un film davvero adatto a tutti e più universalmente "meravigliosoooo".


La sensazione che ho provato io è quella di essermi trovata davanti una sorta di "special TV" non proprio cinematografico, una cosina breve per appassionati. Non che il film non mi sia piaciuto, anzi, e non dico neppure che Lego Batman - Il film sia qualitativamente inferiore al suo predecessore: nell'ora e quaranta di durata passano sullo schermo le cose più assurde che si possano costruire con i mattoncini e col potere dei "mastri costruttori", in primis un mecha pipistrello animato alla perfezione, senza contare che le scene d'azione sono forse anche più emozionanti e "caotiche" rispetto alla prima pellicola, con abbondanza di morte & distruzione in formato LEGO, soprattutto grazie alla presenza di un paio di giganteschi villain di tutto rispetto... però qualcosa è mancato, probabilmente dal punto di vista del sentimento. Partendo sempre da The LEGO Movie, a mio avviso il suo spin-off difetta del senso di magia che lo collegava paradossalmente alla realtà, l'elemento "umano" che faceva dei mattoncini più amati del mondo una componente fondamentale della crescita di un bambino e, in generale, della vita di una persona, veicolando forti emozioni come già accadeva con la trilogia di Toy Story. Qui abbiamo "solo" l'esempio di un gioco, un'avventura che si apre e si chiude a mo' di parentesi e che lascia il tempo che trova; un tempo esilarante, divertentissimo e sicuramente soddisfacente, ma anche "di nicchia", quasi il bimbo di The LEGO Movie fosse stato nuovamente chiuso fuori dalla stanza dei giochi lasciando il campo al papà nerd. Il che, lo ripeto, va benissimo per una serata all'insegna del divertimento sfrenato e della risata compulsiva, anche perché personalmente adoro il Batman della LEGO e tutti i riferimenti all'ambiguità sua e di Robin, ragazzo meraviglia perennemente smutandato e con un gusto tutto particolare per le hit gaye anni '80... e quanto può essere tenero il Joker con gli occhietti tristi, sconvolto nello scoprire che Batman non lo odia? Non è meravigliosoooo ma quasi, via!


Di Will Arnett (voce originale di Batman/Bruce Wayne), Michael Cera (Dick Grayson/Robin), Rosario Dawson (Batgirl/Barbara Gordon), Ralph Fiennes (Alfred Pennyworth), Zach Galifianakis (Joker), Billy Dee Williams (Due facce), Eddie Izzard (Voldemort), Seth Green (King Kong), Jemaine Clement (Sauron), Channing Tatum (Superman), Jonah Hill (Lanterna verde) e Ralph Garman (Reporter numero 2) ho già parlato ai rispettivi link.

Chris McKay è il regista della pellicola e doppia il pilota Bill. Americano, è al suo primo lungometraggio ma ha diretto episodi della serie Robot Chicken. E' anche produttore, tecnico degli effetti speciali, doppiatore, sceneggiatore e animatore.


Zoë Kravitz è la voce originale di Catwoman. Figlia di Lenny Kravitz e Lisa Bonet, la ricordo per film come X-Men - L'inizio, Mad Max: Fury Road e Animali fantastici e dove trovarli. Anche cantante, ha 30 anni e due film in uscita, tra cui Animali fantastici: I crimini di Grindelwald, dove interpreterà Leta Lestrange.


Tra i doppiatori originali figura anche il conduttore Conan O'Brien, che presta la voce all'Enigmista, e Mariah Carey, che doppia il Sindaco, mentre tra quelli italiani spiccano Claudio Santamaria nei panni di Batman e, ahinoi, Geppi Cucciari in quelli di Batgirl, a mio avviso terribile con quell'accento sardo. Billy Dee Williams, che doppia Due Facce, è stato l'Harvey Dent buono del primo Batman di Tim Burton e, se non fosse stato per l'arrivo di Joel Schumacher (e il conseguente casting di Tommy Lee Jones), avrebbe interpretato anche la versione malvagia del personaggio. Detto questo, se Lego Batman - Il film vi fosse piaciuto recuperate anche The LEGO Movie, di cui questo film è lo spin-off. ENJOY!


giovedì 14 giugno 2018

(Gio)WE, Bolla! del 14/6/2018

Buon giovedì a tutti! Come sempre, degli unici due film che volevo vedere questa settimana uno non è uscito (La stanza delle meraviglie) mentre per l'altro hanno concesso uno spettacolo unico alle 18 (Mary e il fiore della strega). Indovinate un po' a che ora esco da lavorare...? ESATTO! ENJOY!

Every Day
Reazione a caldo: Vade retro.
Bolla, rifletti!: Teen romance che mi ha ammorbata già dal trailer, nonostante sia dotato di una premessa interessante: una ragazza di innamora di un' "anima" che ogni giorno si ritrova in un corpo diverso. Posso immaginare che dopo mezz'oretta in cui questa cosa verrà sfruttata al meglio, col prosieguo del film si arriverà a cretinate inenarrabili e robette melense, quindi rifiuto e vado avanti.

211 - Rapina in corso
Reazione a caldo: Gesù.
Bolla, rifletti!: Bisognerebbe andarlo a vedere solo perché assieme a Nicolas Cage c'è anche il figlio Weston (un soggettone quanto il papà, parrebbe), però non me la sento. Aspetto Io, Dio e Bin Laden e soprattutto Mandy!

Mary e il fiore della strega
Reazione a caldo: Oooh!! 
Bolla, rifletti!: Primo film prodotto dallo Studio Ponoc, fondato dagli ex ghibliani Hiromasa Yonebayashi e Yoshiyaki Nishimura, quindi mi aspetto una bellezza assoluta nonché una perfetta commistione di splendida storia e animazioni meravigliose.

Al cinema d'élite weekend dedicato a Roma!

La terra dell'abbastanza
Reazione a caldo: Mh.
Bolla, rifletti!: Va bene che sto rivalutando il cinema italiano ma gli attori di questo film, "dedicato" alla piccola e media criminalità della periferia romana, mi fanno paura. Passo ad altro, vah.

Il Bollodromo #54: Lupin III - Parte 5 - Episodio 11


Nuovo appuntamento con la quinta stagione di Lupin, arrivata ormai all'episodio 11, ambientato ai tempi della giacca rossa. Vediamo cosa ci ha riservato パブロ・コレクションを走れ (Paburo Korekushion o hashire - All'inseguimento della Pablo Collection). ENJOY!


Tempo presente. Lupin, Jigen e Goemon in veste di cuoco stanno festeggiando il capodanno nel rifugio franzoso e rimembrano i bei tempi in cui Lupin indossava una sgargiante giacchetta rossa. La madeleine del terzetto è uno stemma dorato appartenente alla Pablo Collection, la "collezione" di un re dei cartelli della droga che i tre, accompagnati da Fujiko, erano andati a cercare parecchi anni prima. Dopo un rocambolesco viaggio nella foresta e uno scontro con gli "eredi" di Pablo, un branco di guerriglieri scappati di casa, i quattro scoprono che la Pablo Collection è una collezione di auto d'epoca; all'improvviso, una di esse si anima a mo' di Christine e quando né Jigen né Goemon riescono a distruggerla, Lupin decide di sfidarla impelagandosi in una corsa su una pista realizzata in mezzo alla foresta (il cui percorso forma le lettere del nome PABLO), ovviamente vincendo. Il ladro scopre che il pilota dell'automobile misteriosa altri non è che il fantasma di Pablo e la sua vittoria scioglie l'incantesimo che preservava la collezione, trasformando così il prezioso bottino in un cumulo di rottami. Lupin si prende comunque un souvenir, lo stemma dorato di cui sopra, proprio nel momento in cui la marina del luogo, desiderosa di mettere le mani sul tesoro di Pablo e contattata dai guerriglieri strepponi di prima, decide di attaccare i nostri con missili e quant'altro. Si potrebbe scappare su uno yellow submarine nascosto in una grotta sotterranea, ma il mezzo porterebbe al massimo due persone e i nostri sono in quattro così, tra una litigata e l'altra, i tre ometti vanno alla carica contro un esercito di mille persone e Fujiko scappa col sottomarino solo per affondare miseramente e beccarsi un raffreddore. Una settimana dopo, Lupin, Jigen e Goemon escono dalla foresta straccionati ma ringalluzziti dall'esperienza e più amici di prima... tuttavia, nel presente il ricordo scatena una serie di litigate da primato (con botte di vecchio smemorato al povero aMMoro Jigen!!) e l'episodio si conclude con un'infiammata discussione a tavola.


Avrete notato come la "sinossi" dell'episodio sia assai breve. Devo dire che dopo undici puntate la serie ha mostrato il primo segno di stanchezza e sciatteria, con una trama abbastanza MEH e delle animazioni imbarazzanti; non tanto nei primi piani o nelle inquadrature ravvicinate, dove i personaggi sono ancora tratteggiati con un minimo di rispetto di tratti somatici e anatomie (salvo i due palloni da basket che Fujiko ha per sise ma quello ci sta, fa parte del cleavage power nominato da Lupin!), quanto nei campi lunghi e nelle scene d'azione, al minimo storico per quel che riguarda la quinta serie. La storia è esile e sciocchina, senza una sua particolare identità salvo la giacca rossa di Lupin, e lo spirito della seconda serie che dovrebbe omaggiare si concretizza in un Lupin particolarmente porco (che, per dirla nei termini di Jigen, "non riesce a tenerlo nei pantaloni". Parentesi nella parentesi: il linguaggio dei vari doppiaggi italiani è edulcorato oppure sono i subbi che trovo io ad essere azzeccati e creativi?) e una Fujiko particolarmente oca, in perenne conflitto col povero pistolero che vorrebbe vederla morta. Ho apprezzato comunque la rappresentazione cameratesca del rapporto tra gli uomini della combriccola, tre "migliori in quello che fanno", tre primedonne bizzose che alla fine si vogliono un bene dell'anima benché litighino come le peggiori comari. Fun fact: Jigen ha un solo vestito come Dylan Dog ma fatto di materiali diversi, adatti a tutti i climi e le stagioni. Sogno che il buon Daisuke si rifornisca dalla Kingsman di Londra e che in un futuro live action occidentale ci sia un Colin Firth col barba ad interpretarlo così, senza un motivo plausibile (asciuga la bava). Fun fact 2: da fonti ufficiali, Jigen è il più basso e più ciccio del gruppo, mo' si scopre che è anche il più vecchio (anche se mi sembrava cosa già risaputa, presente nei meandri della mia testolina di fangirl). Di quanto non è dato sapere ma, come si dice, gallina vecchia fa buon brodo! La prossima puntata sarà interamente dedicata a Goemon, infiltrato in una fiera del cosplay e concupito da una bionda brutta come il peccato... aiuto, che la fortuna della quinta serie si sia già esaurita?

"Vecchio stoca**o!" (cit.)
Ecco le altre puntate di Lupin III - Parte 5:

Episodio 1
Episodio 2
Episodio 3
Episodio 4
Episodio 5


mercoledì 13 giugno 2018

Bollalmanacco On Demand: Picnic ad Hanging Rock (1975)

Torna il Bollalmanacco On Demand dopo la solita centenaria attesa! Oggi tocca ad un film richiesto da Arwen del blog La fabbrica dei sogni, ovvero Picnic ad Hanging Rock (Picnic at Hanging Rock), diretto nel 1975 da Peter Weir e tratto dal romanzo omonimo di Joan Lindsay. Il prossimo film On Demand sarà Southland Tales - Così finisce il mondo. ENJOY!


Trama: il giorno di San Valentino tre ragazze e un'insegnante scompaiono misteriosamente durante un picnic ad Hanging Rock. Mentre le indagini proseguono, gli equilibri all'interno del college frequentato dalle ragazze si fanno sempre più instabili...



Dopo 12 anni faccio fatica a ricordare tutti i luoghi visti in Australia e dovrei andare a recuperare il diario di viaggio scritto (rigorosamente A MANO) all'epoca per essere certa dei posti toccati durante le gite fatte con il santo Leo ma sono quasi sicura di essere stata a Bendigo e di aver deviato verso Ballarat invece di tirare dritta verso Melbourne, città che dista solo a un paio d'ore di macchina da Hanging Rock. Probabilmente, se allora avessi visto Picnic ad Hanging Rock avrei fatto carte false per visitare questo luogo misteriorissimo e, chissà, magari sparire nel nulla come Miranda e le sue compagne, ma niente, ho aspettato fino al 2018 per guardarlo e chissà quando (e se) riuscirò a tornare nella terra dei canguri e farmi catturare dal fascino senza tempo di quello che è ormai diventato un sito turistico con tanto di statua di una delle protagoniste della vicenda. Sognare non è vietato ma nel frattempo meglio parlare del film altrimenti si fa notte! Picnic ad Hanging Rock è uno stranissimo mix di dramma e thriller, immerso in un'atmosfera surreale e onirica, che pone mille domande ma non offre risposta alcuna. Fin dalle prime linee di dialogo, pronunciate dall'affascinante Miranda, viene insinuato il dubbio che la realtà in cui viviamo, quello che percepiamo, non sia altro che un sogno dentro un sogno e più avanti ci viene detto che "tutto comincia e finisce esattamente nel posto e nel tempo giusti"; verrebbe dunque da dire che non vi è alcun mistero in Picnic ad Hanging Rock, che bisognerebbe solo accettare la scomparsa di Miranda e delle altre come un dato di fatto, pena il disgregarsi delle nostre convinzioni e della nostra percezione della realtà, fino alle inevitabili, disastrose conseguenze. La roccia di Hanging Rock diventa infatti, a poco a poco, emblema di un "tarlo", che non è solo quello che rode la polizia o la terribile direttrice del collegio, ma incarna un senso di insoddisfazione e di desiderio represso che accomuna tutti i personaggi del film e che può, a seconda del carattere, spingere a superare i propri limiti psicofisici (come nel caso di Michael) oppure portare ad abbandonare ogni speranza, ogni voglia di vivere, concretizzandosi nel desiderio di sparire dalla faccia della terra come se fosse un destino ineluttabile.


Peter Weir ce lo palesa questo tarlo; indugia sui gesti ancora acerbi ma comunque sensuali di Miranda e delle altre quando si tolgono calze e scarpe per scalare Hanging Rock, stufe della repressione di un collegio femminile dove a malapena ci si può sfilare i guanti, inquadra il volto della stessa Miranda, gli occhi persi verso un orizzonte a noi precluso, ci concede di spiare nella triste vita di Sara, abbandonata dal tutore e dalla migliore amica nonché vessata da Mrs. Appleyard, ci atterrisce con improvvisi picchi di isteria e terrore, come se il tarlo fosse diventato un enorme mostro impegnato a divorare l'animo delle ragazze superstiti e di quanti sono stati toccati dalla vicenda. In tutto questo, ci pone anche dei dubbi, perché alla fine siamo sempre umani. Incapaci di rassegnarci davanti a una mancanza di spiegazione, ci attacchiamo come i personaggi ad indizi materiali e siamo pronti a puntare il dito contro chi mostra qualsivoglia comportamento "sospetto". Nell'anno del Signore 2018 è troppo facile dubitare di John Jarratt, all'epoca ventiquattrenne ma già dotato di quel viso da compagnone pronto a cacciarti un machete giù per la gola, ed è quasi divertente pensarlo mentre schernisce con la sua risata le tre sfortunate prima di portarle nel suo rifugio a Wolf Creek... ma, a parte questo, già nel 1975 la costruzione della scena in cui Albert e Michael guardano Miranda e le altre saltare sulle rocce del fiume assecondava naturalmente l'idea che la scomparsa delle fanciulle derivasse da un tentativo di violenza sfociato in omicidio. Allo stesso modo, è facilissimo inquadrare come "colpevoli" le due ragazze sopravvissute e considerare le loro amnesie come menzogne, arrivando a odiarle come Mrs. Appleyard arriva a detestare Sara, colpevole di essere rimasta in vita al posto di studentesse che erano il fiore all'occhiello dell'istituto mentre lei è povera, timida, bruttina, svogliata. Eppure, con tutta la frustrazione che può causare un film come Picnic ad Hanging Rock, è proprio il suo strenuo aggrapparsi all'irrisolutezza del mistero a renderlo tuttora affascinante, emblema di un modo di fare Cinema che oggi porterebbe gli spettatori a scrivere su internet "Picnic ad Hanging Rock spiegazione finale" e scatenerebbe fastidiose lotte sui social tra chi apprezza il filtro onirico della visione di Weir e chi lo maledice perché "in questo film non succede nulla". Ah, bei tempi quelli in cui non c'erano tutte le risposte. Ma se io ora salissi sul Monte Diogene, riuscirei a sparire in un passaggio temporale per il 1975?


Del regista Peter Weir ho già parlato QUI mentre John Jarratt, che interpreta Albert Crundall, lo trovate QUA.


Proprio il mese scorso è uscita per il canale Showcase la serie Picnic a Hanging Rock, una miniserie in sei parti con Natalie Dormer tra i protagonisti; non l'ho ancora vista ma se il film di Weir vi fosse piaciuto potete guardarla e aggiungere Cracks. ENJOY!


martedì 12 giugno 2018

Tito e gli alieni (2018)



Consigliata da più persone, venerdì sono corsa al cinema d'élite per vedere Tito e gli alieni, diretto e co-sceneggiato dalla regista Paola Randi.


Trama: dopo la morte del padre, Tito e la sorella Anita vanno a vivere in America dallo zio, uno scienziato ormai privo della voglia di condurre le sue ricerche che da anni risiede vicino all'Area 51...



La visione di Tito e gli alieni conferma ancora una volta la bontà della scellerata idea di aprire un blog e l'importanza di un confronto con altri appassionati di cinema e spero che dopo aver letto questo post vi fiondiate anche voi in sala a vedere il film di Paola Randi, senza troppi pregiudizi. Ammetto infatti di essere stata a lungo combattuta sul vedere o meno Tito e gli alieni, in primis per la sua natura di lungometraggio italiano, secondariamente per aver visto un servizio al TG zeppo di iperboli, complimenti esagerati, interviste che mi puzzavano di sòla lontano un chilometro, benché effettivamente i pochi spezzoni mostrati nel corso del servizio invogliassero alla visione. Poi è arrivato Mr. Ink e mi ha detto "Vai!" e chi sono io per dire di no a uno dei blogger migliori del web? Accompagnata da un Bolluomo miracolosamente liberatosi degli impegni lavorativi, sono corsa al cinema d'élite e sono uscita dalla visione sfatta di lacrime ma felice, perché Tito e gli alieni è davvero delizioso, un altro piccolo passo verso l'uscita del cinema italiano dal terrificante baratro di polpettoni  autoriali indigeribili e insipide commedie tutte uguali. Fa un po' specie, a dire il vero, che per "liberarsi" da determinate etichette gli autori italiani debbano ambientare le loro storie all'estero (in questo caso l'America e l'Area 51) oppure guardare ad esempi anglofoni (qui si respira aria Andersoniana, Gondryana, Spielberghiana, Littlemissunshineiana e chi più ne ha più ne metta), però in questo caso è interessante e simpatico lo scontro di culture tra due scugnizzi napoletani che sognano un'America fatta di grandi città, piscine e personaggi famosi (DOV'E' LADY GAGAAA????) e si ritrovano invece a vivere in mezzo al deserto con uno zio taciturno, costretto a ricorrere ad un'autista per solcare l'enorme distanza tra il suo laboratorio e il primo avamposto di civiltà. Relegati in una zona "mitica" come l'Area 51, i due ragazzini fanno del loro meglio per superare il dolore della morte del padre dopo aver già subito quella della madre e se Anita, più grandicella, cerca di farsi forza rifugiandosi nella superficialità tipica degli adolescenti, il piccolo Tito abbraccia un mondo di fantasia dove il papà può parlargli attraverso la foto sottratta alla lapide e dove lo zio è un grande scienziato in grado di raggiungere il genitore per riportarlo a casa, dovunque sia andato. In realtà, anche il Professore è una persona distrutta dal dolore della perdita e rifiuta di stabilire una connessione con le persone che lo circondano, preferendo vivere nel ricordo della moglie morta arrivando persino a negare l'attrazione verso Stella, la sua giovane e carinissima autista.


Tito e gli alieni è dunque un film che, attraverso i topoi della fantascienza e del road movie, racconta una toccante storia di perdita ed elaborazione del lutto, con i personaggi che dopo l'iniziale diffidenza reciproca arrivano a riformare una piccola, strampalata famiglia con la benedizione di chi non c'è più. A onor del vero, il film mostra il fianco proprio quando introduce l'elemento fantascientifico, fatto di intelligenze artificiali parlanti e "gombloddi" militari che portano lo spettatore smaliziato a guardare da un'altra parte per l'imbarazzo, mentre vince a man bassa quando abbraccia i toni della commedia e quelli della favola fantastica. I momenti migliori di Tito e gli alieni sono infatti quelli imperniati sullo shock culturale provato da Anita e Tito e sulla spontanea "napoletanità" dei due, sottolineata ancor più dallo scontro con la natura taciturna dello zio, e tutto quello che riguarda il legame tra vivi e morti, dove la fantasia di Tito la fa da padrone e dove la delicatezza della sceneggiatura riesce a toccare altissimi picchi di poesia capaci di spezzare il cuore a un sasso; in tutto questo, benché debitori di una certa commedia indie USA, ho gradito molto anche i tocchi di weird legati ai matrimoni spaziali di Stella e alle idiosincrasie del Professore, uomo che ama dormire su un divano all'aperto nonché dotato di gusti peculiari in materia di arredamento. A fare da cornice a una storia già di per sé deliziosa, c'è la regia di Paola Randi, che non disdegna la ricerca di punti di vista particolari per le riprese e si avvale di un cambio di formato a metà film oltre a realizzare una carinissima sequenza onirica, resa ancor più vivace da una fotografia accattivante, dai colori vivaci come quella della serie Smetto quando voglio. Molto bravi anche gli attori, sui quali spiccano un Valerio Mastandrea goffo e malinconico, perfetta spalla del vivace Tito interpretato dall'esordiente Luca Esposito, dotato di un faccino da schiaffi tutto da mangiare. A proposito però dei piccoli attori partenopei, chiederei pietà e la possibilità, la prossima volta, di avere i sottotitoli non solo per i dialoghi in inglese ma anche per quelli in napoletano, ché noi povere genti del nord non capiamo! Scherzi a parte, date una chance al cinema italiano e correte a vedere Tito e gli alieni, non ve ne pentirete!


Di Valerio Mastandrea, che interpreta il Professore, ho già parlato QUI.

Paola Randi è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Nata a Milano, ha diretto anche il film Into Paradiso. Anche produttrice, ha 48 anni.


Clémence Poésy interpreta Stella. Francese, ha partecipato a film come Harry Potter e il calice di fuoco, In Bruges - La coscienza dell'assassino, Harry Potter e i doni della morte - Parte I e Harry Potter e i doni della morte - Parte II. Anche regista e sceneggiatrice, ha 36 anni.





domenica 10 giugno 2018

Cargo (2017)

Ne ho letto recensioni contrastanti ed ero quasi tentata di non guardarlo ma per un caso fortuito qualche sera fa ho recuperato su Netflix il film Cargo, diretto nel 2017 dai registi Ben Howling e Yolanda Ramke, anche sceneggiatrice.


Trama: a seguito di una non ben precisata epidemia che trasforma gli uomini in famelici "vaganti", Andy si ritrova solo con la figlia Rosie, di un anno, costretto a cercare una famiglia a cui affidarla dopo essere stato morso ed infettato a sua volta...



Sarà che sto invecchiando ma ultimamente trovo assai gradevoli quegli horror "poco horror", che puntano maggiormente sull'elemento umano piuttosto che sulle terribili circostanze in cui vengono a trovarsi i protagonisti o su jump scare da due soldi. Cargo, è bene dirlo fin da subito, è un film di una banalità sconcertante, prevedibile dall'inizio alla fine e popolato da personaggi che fanno quello che ci si aspetterebbe in un film a tema "pandemia zombie"; c'è la famigliola costretta a sfaldarsi perché i suoi membri non rispettano le basilari regole di sicurezza che li farebbe altrimenti campare cent'anni, c'è il tizio che ha approfittato dell'epidemia per diventare uno stronzo da primato, c'è la popolazione indigena che, in quanto portatrice di valori antichi, della tragedia che ha colpito la civiltà se ne sbatte abbastanza ed è pronta a prosperare in una landa deserta, mostrando un bel dito medio all'uomo moderno. Tutti questi elementi topici vengono mescolati all'interno di una trama che fin dall'inizio punta alla tragedia senza alcuna possibilità di speranza, col cuore dello spettatore che si stringe sempre di più e cerca di mettere delle barriere per non ritrovarsi sul finale sanguinante e ricoperto di lacrime copiose, mentre i pochi "zombie" che compaiono a mettere in pericolo i protagonisti vengono quasi dismessi come se di loro ce ne fregasse assai poco, cosa che in effetti è. A noi, o perlomeno a me, è fregato solo di Andy, Rose e della giovane aborigena Thoomi, tre vite che a un certo punto si intrecciano dopo essere state mostrate separate per almeno metà pellicola, divise ma parallele; Andy percorre le lande desolate dell'Australia onde cercare una famiglia per Rosie e salvarla, Thoomi invece fugge dalla propria per "salvare" l'anima e il corpo di suo padre, convinta che la malattia sia solo una maledizione alla quale si può porre rimedio, prima che la tribù riesca a uccidere e bruciare l'uomo. Le disavventure di questo piccolo manipolo di disperati sono scandite da un orologio impietoso, che scala le 48 ore rimanenti ad Andy prima di trasformarsi a sua volta e dimenticarsi di Rosie o, ancora peggio, ucciderla... ma, come ho scritto sopra, Cargo non punta sull'ansia trasmessa da questo countdown.


Quello che interessa ai due registi è piuttosto mostrare il coraggio di un uomo buono, la disperazione di chi ama la propria famiglia e sa che non potrà più proteggerla (disperazione che porta a due diversi esiti, uno dei quali assai angosciante e triste...), il dolore che scava dentro e rischia di distruggere una persona, il tutto immerso nel brullo paesaggio Australiano, salvifico e insidioso allo stesso tempo; in una Terra così vasta c'è effettivamente la possibilità di salvarsi da una simile epidemia ma per contro sopravvivere diventa molto difficile, soprattutto per un uomo solo costretto a portarsi in spalla una bimbetta di un anno con esigenze ovviamente particolari. In tutto questo, comunque, quello che ho apprezzato maggiormente è stato Martin Freeman. Ho letto di come i registi abbiano lodato la recitazione dell'esordiente Simone Landers, ragazzina molto sensibile e finalmente "vera", sgamata ma nei limiti del realistico, eppure a me è andato il cuore dietro all'attore inglese, con quel suo volto da uomo "medio" ma buono, il tipico cittadino che non saprebbe sopravvivere un giorno nel bosco ma perlomeno ci prova, per amore della moglie e della figlia; con tutti gli horror (migliori, per carità) visti fino a oggi, vedere questo simpatico attore preda di convulsioni, costretto a sbavare sangue terrorizzando figlia e piccola compagna di viaggio, impegnato ad ricorrere alla soluzione estrema che era il cuore del corto da cui è tratto Cargo, mi ha fatto davvero male. E chiunque non si sia sciolto in lacrime davanti alla scena della piccola Rosie che, con tutta la genuinità che solo un piccolo, paffutissimo ravatto biondo può avere, sbavussa il naso di Martin Freeman a mo' di bacio, è una persona davvero MALE. Mentre io ormai sono una vecchia ciabatta piagnona, lo ammetto.


Di Martin Freeman, che interpreta Andy, ho già parlato QUI.

Ben Howling è il co-regista della pellicola, al suo primo lungometraggio, e ha diretto il corto Cargo. Australiano, è anche produttore e sceneggiatore.
Yolanda Ramke è la co-regista e sceneggiatrice della pellicola, al suo primo lungometraggio, e ha diretto il corto Cargo. Australiana, è anche attrice e produttrice.


Cargo è l'estensione dell'omonimo cortometraggio del 2013, diretto sempre da Ben Howling e Yolanda Ramke. Se il film vi fosse piaciuto recuperatelo e aggiungete magari Contagious: epidemia mortale e gli altri due film nominati QUI.


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