mercoledì 21 novembre 2018

Animali fantastici: I crimini di Grindelwald (2018)

Ho rischiato di non vederlo, ché il multisala savonese in questi giorni ha qualche palese problemino tecnico e di programmazione, ma alla fine lunedì sono riuscita a guardare Animali fantastici: I crimini di Grindelwald (Fantastic Beasts: The Crimes of Grindelwald), diretto da David Yates e sceneggiato dalla stessa J.K.Rowling.


Trama: benché gli sia stato revocato il permesso di espatriare, Newt Scamander viene mandato a Parigi da Albus Silente per salvare l'Obscurus Credence dalle mire del Ministero della Magia britannico e da quelle dell'evaso Grindelwald...


Animali fantastici e dove trovarli era stato una deliziosa botta di aria fresca non solo per chi, come me, bramava ancora vicende tratte dal fantomatico Potterverse, ma anche un bel film da vedere per chi di Harry Potter non conosceva ancora nulla; punto di forza della pellicola era l'ingenuo personaggio di Newt Scamander, dolce mago fuori dal mondo impegnato nella salvaguardia delle bestie magiche, degnamente spalleggiato da un "babbano" (o no mag) che si faceva portatore del punto di vista dello spettatore "ignorante" e scopriva assieme a lui tutte le meraviglie dell'universo magico. Era anche un film godibilissimo di per sé, altro enorme punto a favore, ma la Rowling ha deciso di farne un punto di partenza per una saga di cinque film ed ecco arrivare quindi I crimini di Grindelwald. Attesissimo, da parte mia, ovvio. Come ho scritto in più posti, non che me ne fregasse una mazza dei crimini del biondocrinito Johnny Depp, ma la love story tra Jacob e Queenie mi era rimasta nel cuore e, insomma, c'era anche la voglia di vedere altri animali fantastici, quindi sono corsa al cinema a vedere I crimini di Grindelwald con una marea di aspettative, in parte esaudite ma in parte, purtroppo, disattese. I pregi del secondo capitolo della saga, infatti, sopperiscono a fatica ai molti difetti di cui soffre, soprattutto a livello di sceneggiatura. Tra le cose positive c'è un ulteriore approfondimento della figura di Newt Scamander, con un Eddie Redmayne sempre più a suo agio nei panni dell'eccentrico, disadattato mago, approfondimento concretizzato in scorci della sua famiglia, del suo rifugio londinese, di ulteriori animali fantastici deliziosi (lo Snaso e gli Snasini in primis ma anche il mostro-gatto cinese, mentre le pantere multiple sul finale sono imbarazzanti a livello di CGI); c'è lo scontro a distanza tra Silente e Grindelwald, due figure incredibilmente carismatiche, ognuna a modo suo, con quel tocco di bromance (più romance che bro) che noi lettori maliziosi abbiamo sempre un po' subodorato; ci sono tanti piccoli rimandi agli adorati libri di Harry Potter e un ritorno ad Hogwarts in pompa magna oltre all'introduzione di un vecchio personaggio in guisa inaspettata; c'è, per concludere, un pre-finale emozionante e commovente che porta lo spettatore a non poter aspettare il 2020 e che bilancia, anche a livello di regia, un inizio che sulla carta sarebbe anche stato molto valido ma che sullo schermo risulta cupo, confuso, mal girato e mal tagliato.


Il resto, spiace dirlo, ma risulta fuffosino. Innanzitutto, I crimini di Grindelwald è troppo imperniato sulla ricerca delle origini di Credence (interpretato da un Ezra Miller ormai fisicato e fatto uomo ma meno interessante rispetto al film precedente), fatta di molti tempi morti e giri a non finire che mettono in mezzo un personaggio sfruttato malissimo (la fantomatica Leta Lestrange, la quale avrebbe avuto molto da dire ancora) e un altro talmente mal caratterizzato che arriva a non fregarne nulla a nessuno (il mago di colore Yusuf); ciò porta la povera Tina ad avere ben poco spazio e a ridurre la sua presenza a livello di sottotrama amorosa fatta di piccole schermaglie con Newt e, stranamente, porta a togliere importanza anche a Grindelwald e Silente, il che è un peccato perché sia Johnny Depp che Jude Law sono ammalianti e particolarmente in ruolo, il che da Jude Law me lo aspettavo ma, onestamente, non da Depp. Ma la cosa più orribile, una roba che mi stupisce vista la cura con cui la Rowling tratta i suoi personaggi, è l'involuzione della meravigliosa Queenie da ragazza un po' svampita ma con le palle a bimbo decerebrata nel giro di quattro/cinque sequenze: SPOILER Già è assurdo cominciare il film con Queenie che scaglia su Jacob un incantesimo d'amore ma posso sorvolare visto che lui semplicemente non vuole sposare la ragazza per non farla finire in prigione, scelta magari poco coraggiosa ma bellissima, coerente col personaggio di Jacob, e lei reagisce di conseguenza. I due litigano, ci sta anche questo  e forse ci sta anche che Queenie, sola in un paese dove non capisce la lingua, rimanga stordita dal suo potere di Legilimens al punto da finire alla mercé dell'inutile tirapiedi di Grindelwald... ma il resto è davvero aria fritta che culmina nella resa di Queenie al mago oscuro "perché è l'unico che mi darebbe la libertà di sposare Jacob", soprattutto dopo aver visto gli altri maghi sterminati dal potere del biondo. Va bene, nel prossimo film si combatterà una guerra per l'anima di Queenie, è palese, ma tirarla così per i capelli è assurdo quanto inserire un secondo fratello di Silente che nessuno ha mai sentito nominare. E dai, J.K.! FINE SPOILER Per il resto, nulla da dire. I crimini di Grindelwald è il "tipico" film di Harry Potter fatto di ottimi effetti speciali, musiche evocative, costumi della madonna e scenografie interessanti che si uniscono ai bei paesaggi naturali. Risulta tuttavia come film "di passaggio", in preparazione dei prossimi, infatti mi è sembrato quasi che la Rowling abbia aggiustato un po' il tiro per rendere la storia più cupa e complicata rispetto al primo capitolo tirando fuori un prodotto né carne né pesce. Niente di male in questo, di merchandising e saghe si vive, solo mi aspetto una maggiore onestà nel terzo episodio che, lo so già, correrò a vedere a prescindere.


Del regista David Yates ho già parlato QUI. Johnny Depp (Grindelwald), Carmen Ejogo (Seraphina Picquery), Eddie Redmayne (Newt Scamander), Zoë Kravitz (Leta Lestrange), Ezra Miller (Credence Barebone), Jude Law (Albus Silente), Dan Fogler (Jacob Kowalski), Katherine Waterston (Tina Goldstein) e Jamie Campbell Bower (Giovane Grindelwald) li trovate invece ai rispettivi link.


Tra gli attori presi in considerazione per interpretare Albus Silente c'erano Christian Bale, Benedict Cumberbatch e Jared Harris. Detto questo, nell'attesa che escano i prossimi capitoli della saga (previsti, rispettivamente, per il 2020, 2022 e 2024), se Animali fantastici: I crimini di Grindelwald vi fosse piaciuto recuperate ovviamente Animali fantastici e dove trovarli aggiungendo l'intera saga di Harry Potter, così da capire meglio i vari riferimenti. ENJOY!


martedì 20 novembre 2018

Dead Sushi (2012)

Ho lasciato passare gli anni, terrorizzata da orridi ricordi Igucheschi, ma finalmente ho recuperato l'assurdo Dead Sushi (デッド寿司 - Deddo Sushi), diretto e co-sceneggiato nel 2012 dal regista Noboru Iguchi.


Trama: la giovane Keiko abbandona il ristorante del padre, probabilmente il migliore chef di sushi in Giappone, per trovare la sua strada. Finisce a lavorare in un ryokan specializzato in sushi e si ritrova invischiata in un'invasione di pesce zombi...



Dopo Zombie Ass avevo praticamente giurato a me stessa che non avrei mai più guardato un film diretto da Noboro Iguchi, stufa di vedere robe raccapriccianti unite ad emissione di gas intestinali (non che qui non vengano emessi. Ma ci si contiene), tuttavia un giorno l'amico Toto mi dice "Ma guarda che io ho ancora Dead Sushi da darti!" e io non ho potuto fare altro che accettare con gioia il dono. Per fortuna mia, e del Bolluomo al quale ho imposto una visione in lingua originale con sottotitoli inglesi come minimo lacunosi, Dead Sushi non è disgustoso come Zombie Ass ma soltanto simpaticamente idiota, il film ideale per rimanere annichiliti davanti alla stupidità congenita nella quale spesso ama indulgere il popolo nipponico, che non conosce vergogna alcuna quando si tratta di mettere in piedi trame surreali e produrre film imbarazzanti con velleità "horror". Dead Sushi, come da titolo, racconta della terribile epidemia zombi che a un certo punto colpisce i nigiri e i rolls serviti all'interno di un ryokan gestito da un ex mafioso e da una ex tsoccola, all'interno del quale si sta tenendo una delle tipiche, imbarazzanti festicciole da megaditta giapponotta, quella in cui tutti i convenuti alla fine si impetroliano come rospi dimenticando la dignità, con sommo scorno delle pochissime (una) dipendenti donne presenti, oggetto della giappalaiditudine dei colleghi. La povera Keiko, figlia di un mastro susharo la quale, a detta dell'uomo, "trasmette al pesce il proprio odore di donna" e quindi non potrà mai succedergli, si ritrova così a dover affrontare proprio in quel ryokan l'incubo di ogni chef, con l'aggravante di essere preda di una crisi esistenziale nonostante le sue indubbie capacità culinarie e, soprattutto, marziali. Questo esilissimo canovaccetto viene arricchito da storie di vendetta con qualche twist inaspettato, momenti strappalacrime, mosse alla Power Rangers, fanservice a base di mossette "erotiche", bagni pubblici, body sushi e sise (quali?) al vento ma, soprattutto, diventa un'improbabile quanto efficace racconto di formazione che permette a ben DUE personaggi di superare le proprie fisime mentre gli altri sono costretti a spurgare riso per sushi dalla bocca.


Rispetto a Zombie Ass questo Dead Sushi è molto meno disgustoso e anche più cartoonesco, zeppo di bruttissimi effetti speciali digitali che non sfigurerebbero in un qualsiasi Sharknado (Sushinado?) e che accompagnano effetti artigianali a base di fili per far tremolare il sushi e protesi di lattice tra il grottesco e l'inguardabile, che vanno proprio dalla parte opposta rispetto al realismo; nonostante questo, posso dire, senza timore di risultare pazza a mia volta, di aver apprezzato questa volontà di ricorrere all'artigianato anche a costo di ottenere un effetto raffazzonato, come nel caso del terrificante uomo-tonno del finale, talmente brutto che al confronto i nemici dei Power Rangers sono a livello "WETA", ma in qualche modo adorabile. Neanche a dirlo, la parte "migliore" di Dead Sushi è però la recitazione caricatissima di molti dei coinvolti. La protagonista, tanto quanto, è sobria, se di sobrio si può parlare relativamente a una tizia che prepara sushi con piglio marziale oppure duetta in improbabili dialoghi con un tamago sushi (vero cuore tenerino della pellicola), ma la palma degli attori "so bad they're so good" va ad Asami nei panni della maitresse Yuki, una donna che nonostante l'indubbia bellezza non ha assolutamente timore di rendersi ridicola facendo le peggio smorfie e prestandosi a una disgustosa pratica erotica in cui due giappi limonano con un tuorlo d'uovo (don't ask), e ovviamente a Shigeru Matsuzaki. Costui, per età e capacità e da quel che dice Wikipedia, potrebbe essere una sorta di Gianni Morandi o Nino D'Angelo del Sol Levante, giusto un po' più abbronzato, ed è meraviglioso per il modo in cui funge da mentore per la giovane Keiko, abbandonandosi spesso e volentieri ad incomprensibii discorsi motivazionali accompagnati da una sdolcinata musica a tema. A tratti mi ha un po' ricordato il Richard Sagawa di The Happiness of the Katakuris e solo per questo non posso voler male a un'idiozia come Dead Sushi che, per inciso, insegna anche il corretto modo per degustare la prelibata pietanza nipponica... quindi perché non guardarlo, magari in compagnia di amici/fidanzati con i quali farsi delle risate?


Del regista e co-sceneggiatore Noboru Iguchi ho già parlato QUI.


Se Dead Sushi vi fosse piaciuto recuperate Zombie Ass - The Toilet of the Dead e Vampire Girl vs Frankenstein Girl. ENJOY!

domenica 18 novembre 2018

I Don't Feel at Home in This World Anymore. (2017)



In una di queste calde sere d'estate ho recuperato I Don't Feel at Home in This World Anymore, film presente nel catalogo Netflix, di cui quasi tutti avevano parlato benissimo tempo addietro, diretto e sceneggiato nel 2017 dal regista Macon Blair.


Trama: dopo aver subito un furto, l'infermiera Ruth si imbarca nella ricerca della refurtiva e dei colpevoli, accompagnata dallo strano vicino di casa, Tony.



Non so se è la vecchiaia che sta cominciando a rendermi ipersensibile ma ultimamente a me sembra che la gente sia impazzita tutta. Sarà che abito in una città costiera dove d'estate il flusso di turisti sempre più "fai-da-te" rende quasi impossibile uscire di casa ma nei weekend mi tocca testimoniare ad esempi di inciviltà e menefreghismo terribili, tra gente che parcheggia a cazzo de cane, getta la spazzatura dove vuole, fa defecare i suoi dolci cagnolini su qualsiasi strada percorribile, addirittura (e non sto scherzando) fa pisciare i suoi ancor più SANTI bambini per strada, DAVANTI ai tavoli dei ristoranti all'aperto, perché portarli in bagno è difficile, per non parlare dei vecchiacci/e che, ansiosi come sono di correre a casa e aspettare la Signora Con La Falce, morire che ti facciano passare alla cassa quando tu hai UN sacchetto del pane e loro la spesa per sei mesi. Insomma, ogni giorno mi/ci tocca testimoniare ad esempi di ordinaria maleducazione sempre più fastidiosa e ciò mi ha fatta immedesimare tantissimo nella protagonista di I Don't Feel at Home in This World Anymore, infermiera timida e tranquilla, amante dell'alcool e della musica country, che all'ennesimo sopruso ingiustificato (nella fattispecie, un furto con scasso preso decisamente sottogamba dalla polizia) decide di dire BASTA. Non "basta" tipo "giorno di ordinaria follia", beninteso, quanto piuttosto un "basta" che diventa desiderio di tutelarsi e di non farsi mettere i piedi in testa, partendo dal condivisibile desiderio di recuperare la refurtiva quando la polizia mostra di non avere interesse a farlo, preferendo trattare Ruth con la miserevole condiscendenza che si offre a chi ha scioccamente lasciato la casa incustodita. Da questa semplice ricerca della refurtiva, durante la quale Ruth si allea con lo strampalato vicino di casa amante delle arti marziali, nasce un film che, nonostante il tono leggero e grottesco, racconta l'angoscia di chi non si sente più parte di questo mondo e vive ogni giorno con triste rassegnazione, sentendosi sempre più lontano da un'umanità che corre allegramente verso il baratro dell'autodistruzione, della mediocrità, dello schifo.


Tra una gag e un momento decisamente splatter, soprattutto sul finale, le riflessioni di Ruth inducono lo spettatore a gettare uno sguardo non troppo indulgente sulla propria vita, a pensare a quanto sia giusto "lasciarsi vivere" e farsi scivolare addosso tutto sopportando con una pazienza che sconfina pericolosamente nell'atarassia e nel menefreghismo; la consapevolezza che un buon 99% di noi non lascerà alcun segno nella storia non deve diventare una scusa per far sì che la deboscia abbia il sopravvento perché si può lasciare comunque un buon ricordo ad amici, parenti e semplici conoscenti... oltre che, se possibile, cercare quel minimo di soddisfazione e felicità anche per noi, ovviamente. E' per questo che la storia di Ruth, con tutte le sue inevitabili esagerazioni e licenze "poetiche" e al netto dell'indiscutibile assurdità dei personaggi di cui è popolata, rischia di radicarsi nel cuoricino dello spettatore, che può tranquillamente rispecchiarsi nella protagonista in almeno un paio di sequenze chiave; per lo stesso motivo,  I Don't Feel at Home in This World Anymore è più profondo di quanto parrebbe ad una prima, distratta occhiata e non è proprio uno di quei film da guardare col cervello spento, benché l'occhio venga coccolato da una messa in scena accattivante e un montaggio dinamico. Melanie Lynskey, attrice bravissima e fortunatamente distante dai canoni di bellezza hollywoodiani, cicciottina e dal viso non particolarmente attraente, è perfetta per il ruolo di Ruth ed è un altro, fondamentale veicolo di immedesimazione, mentre Elijah Wood, ormai abbonato ai ruoli weird, incarna l'aspetto più assurdo del film ma, attenzione, anche il suo personaggio non è da prendere sottogamba. Tony, infatti, pur con tutte le sue idiosincrasie, è il perfetto contraltare di Ruth, una persona che, a differenza della protagonista, non si limita a lasciarsi vivere ma cerca di crearsi un'oasi di realizzazione e felicità (per quanto piccola) così da non impazzire ed abbruttirsi. Che poi anche lui cerchi riscatto e lo faccia "uscendo" dal suo guscio tendendo una mano a Ruth, non solo materiale ma anche "spirituale", è l'ulteriore messaggio positivo di un film che magari non cambierà la vostra esistenza ma probabilmente vi spingerà a riflettere sul modo migliore di affrontare questo mondo dove tutti, io per prima, rischiamo di non sentirci per nulla "a casa".


Di Melanie Lynskey (Ruth), Elijah Wood (Tony), Derek Mears (Monkey Dick) e Jane Levy (Dez) ho parlato ai rispettivi link.

Macon Blair è regista e sceneggiatore della pellicola, alla sua prima prova dietro la macchina da presa, inoltre interpreta l'uomo che al bar spoilera il libro a Ruth. Americano, anche produttore e stuntman, ha 44 anni.




venerdì 16 novembre 2018

Overlord (2018)

Spinta da un trailer accattivante e da QUESTA recensione di Lucia, martedì ho deciso di dare una chance a Overlord, diretto dal regista Julius Avery.


Trama: un manipolo di soldati americani, alla vigilia dello sbarco in Normandia, deve distruggere una torretta per le comunicazioni del reich, ubicata all'interno di una chiesa in Francia. I soldati, tuttavia, troveranno nell'edificio anche un orrore innominabile...


Ma quant'è rilassante, di tanto in tanto, la becera ignoranza al cinema? Non mi riferisco ad ignoranza a livello di linguaggio cinematografico, perché Overlord ne è privo e di questo parlerò più avanti, ma proprio a livello di scrittura "consapevole". Per esempio, questo horror di guerra prodotto da J.J. Abrams non ha alcuna velleità di elevarsi rispetto alla sua natura di B Movie con protagonisti ed antagonisti tagliati con l'accetta, zeppo di momenti WTF, soluzioni becere, dialoghi prevedibili, inesattezze storico-culturali e ruoli ben definiti. Eppure, tanta è la sua onestà nell'evitare di muovere qualsivoglia critica sociale o stimolare anche la pur minima riflessione nello spettatore, che quest'ultimo non può far altro che godersi lo spettacolo e immergersi per un'ora e mezza nell'avventura disperata di un manipolo di soldati aMMeregani fino al midollo, decisi a compiere la loro missione e catapultati, senza volerlo, all'interno di un incubo lovecraftiano alla Re-Animator. Per una buona metà, Overlord è un film di guerra fatto e finito, dove i personaggi vengono falciati dalla contraerea, dalle mine e dai fucili dei nemici piuttosto che dalle zanne di qualche mostro e devo dire che, benché molto stereotipato, è un ottimo film di guerra, che si prende il tempo anche di delineare le personalità dei protagonisti concedendosi persino qualche momento "umano" dove le emozioni la fanno da padrone. L'orrore è quindi reale, è la disperazione di perdere dei commilitoni che sono anche amici, di vedere il proprio villaggio occupato da mostri veri che portano a morire familiari e vicini, eppure accanto ad esso c'è anche un orrore di finzione che ricorda molto l'inizio della saga REC e che, ovviamente, titilla l'attenzione dello spettatore se già non avesse capito dal trailer dove andrà a parare Overlord. A un certo punto, quindi, l'atmosfera cambia e si entra nel campo dell'horror di serie B tout court, che mette in campo scienziati pazzi, mostri e corpi rianimati in salsa nazi, conditi da deliri di onnipotenza e crudeltà gratuite che cancellano ogni parvenza di cinefilia dallo spettatore, costringendolo, banalmente, a sperare che i nazisti vengano trucidati nei peggiori dei modi possibili, roba che al confronto Tarantino scansati.


A proposito di Tarantino, guardando Overlord sembra quasi, a tratti, di avere davanti un mix tra Wolfenstein 3D (senza, fortunatamente, l'effetto vomitillo tipico di quel maledetto videogioco) e l'operazione Grindhouse di Quentin e Rodriguez ma senza i filtri che richiamano gli anni '70 dell'horror gretto, con una punta di Bastardi senza gloria tanto per gradire, sicuramente omaggiato nella scena del briefing sotto il ponte, e Salvate il soldato Ryan, al quale Overlord deve tutta la splendida sequenza iniziale. La scena in questione vale da sola tutto il film, per inciso, ed è sicuramente il momento più concitato di Overlord, capace di mozzare il fiato dello spettatore che si ritrova impotente all'interno di un aereo militare lanciato in picchiata nel centro esatto dell'inferno; sicuramente, ci si emoziona più all'inizio che durante le sequenze ambientate nella chiesa adibita a laboratorio, nonostante anche lì non manchino orrore ed azione, tuttavia l'aspetto horror del film non difetta di aspetti positivi. Uno su tutti, lo scarso utilizzo della CGI a favore di cari, vecchi effettacci artigianali e protesi facciali (il trucco di quel bel ragazzo di Pilou Asbæk è fenomenale) che rendono molto più di quei mostrilli plasticosi tanto di moda negli horror odierni e che, sicuramente, influiscono anche sulle reazioni degli attori finalmente costretti a confrontarsi con cose realmente disgustose invece di dover lavorare di fantasia. Sinceramente, il primo cadavere rianimato "consapevolmente" mi ha fatto abbastanza impressione ma anche il maledetto mostro che a un certo punto insegue la tostissima francesina protagonista, col suo modo orrido di muoversi a scatti, è rimasto parecchio impresso nella mia mente al punto che la notte mi sono ritrovata a sognare cose schifide. Con buona pace di chi dice che Overlord è una schifezza noiosa, mentre invece è una supercazzola che brilla di rara onestà e può regalare un'ora e mezza di quel divertimento ignorante che noi "cinefili dell'internet" ormai sembriamo aver dimenticato.


Di Pilou Asbæk, che interpreta Wafner, ho già parlato QUI mentre John Magaro, che interpreta Tibbet, lo trovate QUA.

Julius Avery è il regista della pellicola. Australiano, ha diretto il film Son of a Gun. Anche sceneggiatore e produttore, probabilmente dirigerà il prossimo Flash Gordon

.
In mezzo ai soldati spuntano un paio di volti televisivi abbastanza noti: nei panni di Chase c'è il Fitz di Agents of S.H.I.E.L.D.S., l'attore Iain De Caestecker, mentre in quelli di Dawson c'è Verme Grigio de Il trono di spade, alias Jacob Anderson. Detto questo, se Overlord vi fosse piaciuto recuperate Dead Snow, Dead Snow 2 e anche Puppet Master: The Littlest Reich. ENJOY!


giovedì 15 novembre 2018

(Gio)WE, Bolla! del 15/11/2018

Buon giovedì a tutti! Questa settimana c'è solo UN film da vedere (anzi, due)... e sarà sicuramente magico! ENJOY!


Animali fantastici - I crimini di Grindelwald
Reazione a caldo: oddioddioddio *__*
Bolla, rifletti!: Non fraintendetemi. Adoro la Rowling, il primo Animali Fantastici mi era piaciuto parecchio, sono curiosissima di vedere il secondo capitolo della saga... ma fondamentalmente io saltello SOLO  per l'idea di rivedere Jacob e Queenie, la coppia che shippo di più dai tempi di Ron e Hermione, ovviamente.

Cosa fai a Capodanno?
Reazione a caldo: Non cominciamo già con sta domanda.
Bolla, rifletti!: Il...cinecenone? Come vogliamo chiamarla 'sta roba incommentabile? Dai, si ride e si scherza ma adesso anche basta.

Red Zone - 22 miglia di fuoco
Reazione a caldo: Wah, la tamarreide!
Bolla, rifletti!: Quando vedi Mark Wahlberg in combo con "miss Xylitolo duemilasempre", alias Maggie di The Walking Dead, John Malkovich e un'infinità di esplosioni, da una parte pensi "che schifo", dall'altra però un po' ti intriga. Magari non al cinema, vah.

Widows - Eredità criminale
Reazione a caldo: Ispirevolissimo!
Bolla, rifletti!: Dal trailer, a differenza di Red Zone, questo parrebbe davvero una bomba, a partire dal cast. Se poi dietro la macchina da presa c'è Steve McQueen e alla sceneggiatura Gillian Flynn beh, dai, non me lo posso proprio perdere!

Al cinema d'élite continua la programmazione di Tutti lo sanno, quindi ci aggiorniamo alla prossima settimana!

mercoledì 14 novembre 2018

Nel buio da soli (1982)

Avrei dovuto vederlo più o meno un anno fa, in occasione della morte di Martin Landau, invece ho recuperato solo di recente Nel buio da soli (Alone in the Dark), diretto e co-sceneggiato nel 1982 dal regista Jack Sholder.


Trama: Durante un black out, quattro maniaci evadono da una casa di cura, decisi ad uccidere il dottore che ha preso il posto del loro precedente psichiatra...



Nel buio da soli è uno di quei film difficili da giudicare, poiché in esso gli elementi positivi si equivalgono a quelli negativi. Solitamente, una simile condizione decreterebbe un giudizio medio o neutrale, in questo caso però ci sono degli attori e delle guest star che, da soli, basterebbero ad alzare il livello qualitativo della pellicola, se non altro da un punto di vista "sentimentale". La cosa che balza all'occhio di Nel buio da soli è la sua natura sfaccettata, probabilmente derivante dal mix di mani che si sono avvicendate alla sceneggiatura (assieme a Jack Sholder ci sono Robert Shaye, anche produttore, e tale Michael Harrpster, al suo primo e ultimo lavoro), che lo porta ad essere uno strano ibrido di thriller, horror e talvolta persino commedia. Guardandolo, si ha quasi l'idea che la parte horror avrebbe potuto essere più preponderante, come se i realizzatori avessero voluto proseguire per quel cammino ma poi qualcosa li avesse portati a desistere; gli esempi più eclatanti di questo mio pensiero sono sequenze come quella iniziale, un incubo allucinato a sfondo religioso avente per protagonista Martin Landau bloccato all'interno di una tavola calda infernale, oppure la visione di Toni, "arricchita" da una creatura zombesca realizzata nientemeno che da Tom Savini, ma in generale le azioni dei quattro maniaci hanno il sapore dello slasher becero a base di coltellacci, biondine svestite e persino maschere da hockey, benché di sangue se ne veda davvero poco in Nel buio da soli. Questa atmosfera "de paura" viene però stemperata, spesso e volentieri, dal carattere tra il cretino e il menefreghista del 90% dei personaggi positivi coinvolti, protagonisti o di siparietti di allegra vita familiar-sociale atti a sottolineare la peculiarità di una strana famiglia composta da papà psichiatra, mamma priva di personalità alcuna (per dire, basta che arrivi la cognata "ambientalista" e 'sta povera casalinga frustrata si fa arrestare per manifestazione non autorizzata...) e figliola inquietante, una vecchia nel corpo di bambina bionda ed occhialuta, oppure di sequenze per descrivere le quali l'unico aggettivo che mi viene in mente è lame. Durante l'assedio del pre-finale, infatti, i personaggi non sembrano tanto terrorizzati, quanto per lo più perplessi ed incerti sul da farsi, impegnati a litigare tra di loro oppure a offrirsi l'un con l'altro saggi consigli in maniera talmente finta da risultare imbarazzante.


Diciamo che, con tutto il rispetto per il Murdock dell'A-Team, gli attori migliori sono finiti a fare i maniaci e persino Donald Pleasence ci fa una ben magra figura. Il suo personaggio, infatti, è probabilmente il peggiore del mucchio, ché se il Dottor Potter non sa bene da che parte girarsi il Dottor Bain è invece proprio scemo come un tacco, perennemente strafatto di sinsemilla al punto da approcciarsi coi pazienti del manicomio come faceva il Signor Burns de I Simpson nella storica puntata crossover con X-Files, secondo il motto "ma non sono malati, sono solo VIAGGIATORI della psiche". Idea carina, per carità, ma ripeterla con testardaggine anche davanti a un coltello puntato alla gola è indice di poco cervello. Martin Landau è invece perfetto nel ruolo di predicatore folle, con quella bocca larghissima e gli occhi spiritati è l'elemento del film che probabilmente rischia di rimanere più impresso nella mente dello spettatore, tuttavia anche gli altri tre maniaci, ognuno a modo loro, hanno una personalità spiccata resa al meglio dagli attori che li interpretano, Jack Palance in primis, e almeno uno di essi riserva un'interessante sorpresa. Per gli estimatori di Jack Sholder, ricordo inoltre che Nel buio da soli rappresenta l'esordio alla regia di un autore che al genere horror ha regalato almeno un film diventato cult (L'alieno) pur perdendosi col tempo e pur incappando in almeno una solenne ciofeca (Nightmare 2: La rivincita, un pasticciaccio brutto di dimensioni epiche); trattasi di esordio e si vede perché, appunto, salvo la prima sequenza e le ultime, accompagnate da un paio di riprese notturne particolarmente inquietanti, la bellezza della regia non salta all'occhio e, complice anche un montaggio fatto con l'accetta, la qualità della pellicola risulta abbastanza televisiva. Nel complesso sono comunque contenta di aver guardato una bestia strana come Nel buio da soli, un'opera che non conoscevo e che potrebbe piacere ai cultori degli anni '80 e di quel trash leggero, non sbruffone, che all'epoca non classificavamo nemmeno come tale.


Di Donald Pleasence (Dr. Leo Bain), Martin Landau (Byron "Preacher" Sutcliff) e Lin Shaye (la receptionist della clinica) ho già parlato ai rispettivi link.

Jack Sholder è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Nightmare 2 - La rivincita, L'alieno, Wishmaster 2 - Il male non muore mai ed episodi di serie quali I racconti della cripta e Tremors. Anche produttore e attore, ha 73 anni.


Jack Palance interpreta Frank Hawkes. Americano, ha partecipato a film come Vamos a matar, compañeros, Si può fare... amigo, Batman, Tango & Cash, Scappo dalla città - La vita, l'amore e le vacche (per il quale ha vinto un Oscar come miglior attore non protagonista) e Scappo dalla città 2. Anche regista, è morto nel 2006 all'età di 87 anni.


Dwight Schultz interpreta il Dottor Dan Potter. Americano, famoso per il ruolo di Murdock in A-Team, ha partecipato a film come A-Team e a serie quali Chips, Alfred Hitchcock presenta, Oltre i limiti, Lois & Clark - Le nuove avventure di Superman e Walker Texas Ranger; come doppiatore, ha lavorato in Principessa Mononoke, Asterix e i vichinghi ed episodi de I Griffin, Johnny Bravo, Animatrix, I Rugrats, Ben 10, Kung Fu Panda - Mitiche avventure e Teen Titans Go!. Ha 71 anni.


Matthew Broderick aveva sostenuto l'audizione per il ruolo del fidanzato di Bunky ma Sholder lo ha "graziato" ritenendolo troppo talentuoso per una parte così insignificante. Detto questo, se Nel buio da soli vi fosse piaciuto recuperate la saga di Halloween. ENJOY!

martedì 13 novembre 2018

Stan Lee (1922 - 2018)


"There was
a time when it was all about comics for me. I had a girl, probably the
same as yours. She always complained that I spent too much time with my
own comics, and eventually we broke up. What did she know? Here I am
now, a legend in the field. I've had a slew of women since her, lots of
women. Me and Jagger had a running contest to see who had the
most, and the last time I looked, I was way ahead. But I never forgot
that girl. One day, I found out she got married. I had blown it. I
had missed my window. I went on with my life but I created some special
new superheroes. They were characters that reflected my own heartbreak
and my own regrets. Doctor doom wears body armor to conceal his own
mangled form. That was me beneath the armor. The Hulk is a normal guy
one minute, a rage of emotions the next, just like me when I thought
about what I'd given up. The girl that got away. Look, do yourself a
favor. Don't wait, because all the money, all the women, even all the
comic books in the world, They can't substitute for that one person.
I'd give it all up, all of it, for just one more day with her."

(Il dialogo vero e proprio, come si sente nel film, tra Stan e Brodie, lo trovate in Generation X di Kevin Smith. Che è un cialtrone, d'accordo, ma al vecchio voleva bene davvero, come tutti noi true believers. Excelsior!, Stan.)

Se vuoi condividere l'articolo

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...