venerdì 3 luglio 2015

Lupin III: Nome in codice Tarantola (1997)

Tra pause più o meno lunghe continua l'ambizioso tentativo di recensire tutti i film dedicati al ladro gentiluomo creato da Monkey Punch! Oggi tocca allo special TV Lupin III: Nome in codice Tarantola (ルパン三世 ワルサーP38 Rupan Sansei - Warusā P38), diretto nel 1997 dal regista Hiroyuki Yano.


Trama: Dopo che Zenigata è stato vittima di un attentato commesso con la vecchia Walther P-38 di Lupin, il ladro gentiluomo si reca coi suoi soci su un'isola di assassini dove, a causa di un tatuaggio venefico, i membri dell'organizzazione possono sopravvivere solo grazie al gas che circonda il luogo...


Siamo finalmente arrivati a parlare del nono special TV dedicato a Lupin! Nome in codice Tarantola è sicuramente uno dei miei preferiti, per parecchi motivi. Il primo è che trama non si limita al solito "prendi i soldi e scappa" condito da donzelle in pericolo che da tempo pare essere la cifra stilistica di queste produzioni ma prende una svolta inaspettatamente cupa ed "adulta", decidendo di mostrare un Lupin più serio, vendicativo e legato ai traumi di un passato che non è stato tutto rose e fiori come si potrebbe erroneamente pensare. All'inizio del film Zenigata viene colpito (e quasi ucciso) da una Walther P-38, una pistola che Lupin pensava di avere perso e legata ad un vecchissimo tradimento che ha rischiato di mandare all'altro mondo anche lui: la vendetta è un piatto da gustare freddo e al ladro gentiluomo viene finalmente offerta l'occasione di ripagare un suo vecchio socio con la stessa moneta. Effettivamente, un tesoro nascosto sull'isola degli assassini del titolo internazionale c'è ma è totalmente ininfluente ai fini della trama, che preferisce concentrarsi invece sul mistero della pistola, su inquietanti intrighi politici internazionali, efferati omicidi e concetti importanti come la libertà e le scelte consapevoli, introdotti dal delizioso e triste personaggio di Ellen. I comprimari "di lusso", come Jigen, Goemon e Fujiko, fanno ovviamente quello che ci si aspetta da loro senza mai rubare la scena a Lupin, Ellen o al misterioso assassino con la Walther P-38, la cui presenza aleggia inquietante per tutto il film, mentre Zenigata diventa l'icona stessa dello stakanovismo nipponico in una serie di sequenze che lo rendono ancora più simpatico del solito (purtroppo in questo Special TV gli viene affiancato un irritante e giovanissimo detective, uno dei pochi difetti della pellicola).


Nome in codice Tarantola è anche molto curato per quel che riguarda il character design e la regia. Gli assassini sono quasi tutti molto ben caratterizzati, con uno stile che richiama tantissime produzioni nipponiche di fine anni '90 e altrettanti videogiochi (il malvagio Gordeau ed Ellen hanno entrambi un aspetto moolto familiare!) e i personaggi principali sono assai curati e di bell'aspetto; a parte Jigen che è sempre fico e la bionda Fujiko che è dev'essere gnocca per contratto, Lupin per esempio non ha la solita faccia da scimmia ma è molto affascinante e Zenigata ha un viso che ricorda tantissimo quello degli attori dei vecchi drammi giapponesi. L'unico neo al riguardo è la rivelazione finale del volto dell'ex socio di Lupin: non faccio spoiler se non avete mai visto lo special ma diciamo che non bastano pochi accessori per cambiare completamente un volto e renderlo irriconoscibile, nemmeno in un'opera di fiction dove il protagonista è un maestro del travestimento! Per il resto, le sequenze d'azione sono di una fluidità incredibile, soprattutto per quel che riguarda i moltissimi e sanguinosi combattimenti all'arma bianca (in questo, l'assassino Jack, con quelle braccia lunghissime e la schiena gobba, è maestro) ma anche la scena iniziale, un fanservice smaccatissimo per gli amanti delle classiche scene d'inseguimento motorizzato tipiche della franchise, è talmente ben girata da mozzare il fiato. Nome in codice Tarantola è quindi uno dei pochi Special TV di Lupin che non risente del passare del tempo e, nonostante qualche piccolo e trascurabile difetto, supera indenne le molteplici visioni. In più cita con tantissimo aMMore Il castello di Cagliostro e solo per questo merita un voto più che sufficiente!

Hiroyuki Yano è il regista della pellicola. Giapponese, ha diretto episodi della serie Monster Rancher mentre per quel che riguarda Lupin III è stato aiuto regista per Lupin e il mago dei computers e ha realizzato gli storyboard per Lupin III: Una cascata di diamanti e Lupin III: Trappola mortale. Ha 55 anni.

A voi capire chi di questi sia il regista... io propendo per il pupazzo con le guanciotte!
Ovviamente, noi italiani abbiamo fatto il solito casino per quel che riguarda l'adattamento visto che la poliziotta Viki in realtà, per quanto le sembianze possano essere un po' femminee, è un uomo di nome Victor e il doppiatore nipponico è indubbiamente maschio. Tolto questo dettaglio, se Lupin III: Nome in codice Tarantola (conosciuto anche come Lupin III - Walther P38 o Lupin III - Walther P38: Nome in codice Tarantola) vi fosse piaciuto cliccate questo link e sbizzarritevi!

giovedì 2 luglio 2015

(Gio) WE, Bolla! del 2/07/2015

Buon giovedì a tutti! Col caldo succedono cose strane, tipo che il sito del Multisala savonese non viene aggiornato e io devo andare su Comingsoon per capire che diavolo è uscito oggi, quindi prendete queste informazioni con le pinze. Ma quasi sicuramente dalle mie parti non si vedranno né il fantascientifico Predestination né (strano!!) l'ultima commedia di Will Ferrell, Duri si diventa! Sarà vero? Mah. ENJOY!

Annie - La felicità è contagiosa
Reazione a caldo: Ma che è sta roba?
Bolla, rifletti!: La versione moderna dello storico musical Annie? Dio me ne scampi, era meglio che la Wallis fosse rimasta a fare la regina della terra selvaggia!

Ruth e Alex
Reazione a caldo: Ma che è sta roba? 2
Bolla, rifletti!: Sicuramente meriterebbe solo per vedere accoppiati sullo schermo due attoroni come Morgan Freeman e Diane Keaton ma la storia di due vecchietti che cercano casa diciamo che lascia il passo ad altre priorità...

Poltergeist
Reazione a caldo: Inghiottiamo l'amaro calice..
Bolla, rifletti!: Io vorrei solo ricordarvi che lo spielberghiano Poltergeist è uno degli horror più belli di sempre. Quindi il remake arriva inatteso e non voluto. Per dovere di stroncatura andrò a vederlo ma non mi aspetto nulla, come al solito.

Al cinema d'élite c'è... Hulk!

Teneramente folle
Reazione a caldo: Hmm
Bolla, rifletti!: Padre bipolare si vede costretto, per amore della moglie, a badare da solo a due figlie scatenate. Strano che il cinema d'élite si butti su una commedia americana ma pare che Mark Ruffalo qui sia particolarmente bravo quindi potrei anche segnarmi il titolo e recuperarlo!

mercoledì 1 luglio 2015

Contagious: Epidemia mortale (2015)

Non l'avrei mai detto ma Maggie, atipico film sugli zombie con Arnold Schwarzenegger diretto dal regista Henry Hobson, è arrivato anche in Italia. Certo, è arrivato col solito, orrendo e fuorviante titolo nostrano, nella fattispecie Contagious: Epidemia mortale, ma perlomeno è uscito e oggi ve ne parlerò.


Trama: dopo essere stata morsa ed infettata, l'adolescente Maggie comincia a mutare in una zombie cannibale. Il padre decide di starle accanto negli ultimi giorni di lucidità, prima che la ragazza si trasformi definitivamente...


Cosa potrei dire di Maggie che non sia già stato detto altrove e meglio? Potrei partire, come sempre, da quella schifezza che è il titolo italiano il quale, come fin troppo spesso succede, induce lo spettatore ad aspettarsi tutt'altro tipo di pellicola, soprattutto quello spettatore che giustamente associa Schwarzenegger a un certo genere di film. Il fulcro di questo horror molto atipico non è l'"epidemia mortale" e nemmeno l'aspetto "contagious" dell'intera faccenda: sì, i protagonisti vivono in un mondo fiaccato dall'epidemia in questione (ma non sono solo gli esseri umani a stare morendo, anche le colture stanno rapidamente lasciando il posto a terra arida, come già accadeva in Interstellar), hanno il terrore di venire morsi e venire contagiati dai "vaganti" ed esistono appositi centri di quarantena per chi è stato infettato ma l'aspetto che interessa ai realizzatori della pellicola non è quello horror, bensì quello umano. Il titolo originale non a caso è Maggie. Semplicemente Maggie. Maggie è una ragazza come tante che un giorno contrae un virus mortale e da quel momento la sua vita va a rotoli assieme a quella dei suoi cari. Maggie viene contagiata tramite morso di zombie e la cosa aggiunge alla malattia l'elemento horror, ovvero il pericolo per chi le sta accanto di venire divorato ma se la protagonista del film avesse scoperto di avere il cancro o di essersi presa l'AIDS il percorso della pellicola sarebbe stato lo stesso perché il fulcro del film non sono i morti viventi quanto piuttosto i rapporti familiari e il modo in cui una persona sceglie di affrontare una malattia terminale. Il rapporto tra padre e figlia, centrale fin dalla locandina, viene affrontato con semplicità e rispetto, così come il dolore di una matrigna che non può competere con gli affetti (scomparsi e scomparenti) del marito ma ancor più belli ed importanti, almeno a parer mio, sono la serata che la protagonista passa con gli amici di sempre e la scelta di affrontare la morte con coraggio e dignità, una scelta rappresentata da un finale inaspettato.


Maggie è anche un film che parla per metafore e non condanna a priori l'eutanasia, bensì mette in discussione l'ipocrisia di chi vuole preservare la vita a tutti i costi: di fronte alla morte certa dei contagiati, quanto senso ha prolungarne la sofferenza mettendoli in quarantena senza fare distinzione tra chi è ancora senziente e chi ormai è già uno zombi (privandoli quindi di individualità e dignità) oppure offrire loro una morte "pulita" ma dolorosissima perché non è etico ricorrere a soluzioni più drastiche? La presa di posizione dei realizzatori può tranquillamente tradursi nella vita reale e anche per questo motivo gli aspetti legati a questo dilemma sono quelli che rendono Maggie commovente in maniera infingarda, perché il magone arriva lì, alla traditora, come l'ormai famigerata lacrima di Schwarzenegger, per il quale mi permetto di spezzare una lancia. Non sarò così falsa ed ipocrita da definirlo bravo attore solo perché il film mi è piaciuto: come ho detto altrove, Schwarzy quando non è impegnato nei soliti action da il meglio di sé nelle commedie e non è portato per i ruoli drammatici... però perché bisogna essere per forza espressivi per comunicare il dolore? Tutti i vostri padri o quelli dei vostri amici sono espressivi? Quante persone, ruvide e schive, non spremerebbero lacrime nemmeno se le ammazzassero? Non per questo, però provano meno dolore ed è il motivo che mi spinge ad affermare di aver apprezzato la scelta di Schwarzy per il ruolo di Wade, quest'uomo grebano ma buono ed invecchiato da tragedie premature. Per il resto, anche se Maggie non è propriamente un horror, è comunque sorretto da effetti speciali e un trucco che molte produzioni ben più "importanti" possono solo sognarsi e la fotografia grigio-verde, che accompagna immagini silenziose, riflessive e a loro modo artistiche, non mi è per nulla dispiaciuta. Maggie non è un film perfetto ma, come ha detto Giuseppe de Il buio in sala, ha cuore. Un cuore semplice e delicato, come una margherita. Basta solo saperlo cogliere ed apprezzare.


Di Arnold Schwarzenegger (Wade Vogel), Abigail Breslin (Maggie Vogel) e Joely Richardson (Caroline) ho già parlato ai rispettivi link.

Henry Hobson è il regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Inglese, ha lavorato anche come designer e responsabile degli effetti speciali.


Douglas M. Griffin interpreta Ray. Americano, ha partecipato a film come Déjà Vu - Corsa contro il tempo, Dylan Dog - Il film, Facciamola finita, The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca, 12 anni schiavo, Dallas Buyers Club, Oldboy, La stirpe del male e a serie come True Detective. Ha 49 anni e otto film in uscita, tra cui l'imminente Terminator Genisys.


J.D. Evermore interpreta Holt. Americano, ha partecipato a film come The Paperboy, Django Unchained, 12 anni schiavo, Dallas Buyers Club e a serie come CSI - Scena del crimine, Walker Texas Ranger, True Detective, The Walking Dead e American Horror Story. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 47 anni e sei film in uscita.


Per la cronaca, originariamente la coppia figlia/padre avrebbe dovuto essere formata da Chloe Moretz e Paddy Considine. Detto questo, se Maggie vi fosse piaciuto consiglio il recupero di 28 giorni dopo e Shaun of the Dead. ENJOY!



martedì 30 giugno 2015

Musarañas (2014)

Dopo averne letto benissimo praticamente ovunque, finalmente sono riuscita anche io a recuperare Musarañas, diretto nel 2014 dai registi Juanfer Andrés ed Esteban Roel.



Trama: al tempo del regime Franchista, due sorelle vivono assieme nello stesso appartamento e la più giovane è vittima della follia crescente della sorella maggiore Montse che, a causa di terribili traumi infantili, non è mai uscita di casa. La situazione peggiora quando un vicino di casa è costretto a chiedere asilo proprio a Montse…  



Quando ho cominciato a sentire nominare Musarañas in giro per la rete, ancor peggio dopo aver letto il titolo inglese, Shrew’s Nest, mi è ovviamente venuto in mente l’orrido Night of the Killer Shrews, uno dei film più trash della storia del cinema, dove branchi di topi mutanti (interpretati da cani travestiti) asserragliavano un gruppo di sparuti esseri umani. Erano i tempi della fantascienza d’accatto USA ma il toporagno è un animaletto peculiare, timidino, anche un po’ stronzetto, non bisogna tirarlo fuori a forza dal suo nido e trasformarlo in un mostro da due soldi, bensì bisogna avere pazienza e ritrarlo come merita, rispettando i suoi spazi e gli ambienti chiusi che gli sono consoni. Gli spagnoli Juanfer Andrés ed Esteban Roel sono riusciti con pazienza ad addomesticare la bestiola e hanno creato così un claustrofobico, meraviglioso thriller/horror psicologico di quelli che piacciono tanto a me, giocato soprattutto sulle interpretazioni delle fantastiche attrici principali e quasi interamente girato all’interno delle ristrette quattro mura di un appartamento. Musarañas racconta la storia di due donne apparentemente diverse ma in realtà più simili di quanto loro stesse vorrebbero ammettere, intrappolate non solo dalle loro fobie, dai traumi del passato o da un difficile affetto reciproco ma anche dalla società, dalla guerra, dalla dittatura: negli anni '50 si era in pieno regime Franchista e la Spagna era uno stato profondamente cattolico e questi due elementi "coercitivi" risultano fondamentali all'interno della pellicola, soprattutto per capire la psicologia delle due protagoniste e contestualizzare alcuni comportamenti dei personaggi. I mille segreti che circondano Montse affondano infatti le radici nella guerra e nella natura maschilista della società dell'epoca e lo strano rapporto con la sorella è legato a doppio filo con una concezione fortemente repressiva del cattolicesimo mentre la sorella incarna la Spagna che vorrebbe rinascere, che vede nella fine della guerra la possibilità di ottenere un futuro di libertà e amore. Tutti questi elementi si fondono alla perfezione con una storia che li sfrutta appieno per alimentare fobie, follia e un'incontrollabile escalation di violenza e sangue.


Detto questo, pur essendo un thriller psicologico Musarañas non lesina momenti molto gore che in qualche modo danno "sfogo" ad una componente di altissima tensione che altrimenti risulterebbe insostenibile; le riprese di Juanfer Andrés ed Esteban Roel riescono infatti a rendere l'appartamento di Montse una "tana" vera e propria, quasi interamente impenetrabile al mondo esterno, con due unici accessi rappresentati da una finestra e una porta che tuttavia da sulle scale di un condominio, quindi un altro luogo chiuso e labirintico, inoltre la soffocante presenza della protagonista funge già di per sé da elemento ansiogeno. Macarena Goméz, come direbbe Silly, ha una "perfetta faccia da toporagno" e i suoi occhi enormi e spiritati sembrano volere inghiottire lo spettatore all'interno degli abissi di follia del personaggio, che l'attrice peraltro riesce ad interpretare senza mai renderlo ridicolo, neppure una volta. Attorno alla bravissima Macarena gravitano attori altrettanto bravi come Hugo Silva e Carolina Bang, già visti ed apprezzati ne Las Brujas de Zugarramurdi (Musarañas è stato prodotto da Alex de la Iglesia, mica pizza e fichi!!), l'inquietante e cattivissimo Luis Tosar e l'ambigua Nadia de Santiago, che interpreta la sorella di Montse e vi assicuro che nasconde più di una sorpresa, nonostante l'apparente tranquillità del personaggio. Devo dire che da una produzione di De la Iglesia mi sarei aspettata roboanti e trashissime scene di violenza e grottesco, invece Musarañas è di una bellezza quasi classica, un dramma da camera che si trasforma in un horror degno di quella new wave spagnola che tanto sta offrendo ad un genere ancora in grado, soprattutto al di fuori degli USA, di regalare delle bellissime sorprese! Vi consiglio di andare a caccia di questo Musarañas e di incrociare le dita perché venga distribuito anche in Italia prima o poi!!

Lo spagnolo Juanfer Andrés è il co- regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. E' affiancato dal messicano Esteban Roel, a sua volta alla prima esperienza "importante" dietro la macchina da presa dopo avere partecipato a parecchie serie TV come attore.


Macarena Gómez (vero nome Macarena Gómez Traseira) interpreta Montse. Spagnola, ha partecipato a film come Dagon - La mutazione del male e Las Brujas de Zugarramurdi. Ha 37 anni e un film in uscita.


Hugo Silva (vero nome Rafael Hugo Fernández Silva) interpreta Carlos. Spagnolo, ha partecipato a film come Gli amanti passeggeri e Las Brujas de Zugarramurdi. Ha 38 anni e quattro film in uscita.


Luis Tosar (vero nome Luis López Tosar) interpreta il padre di Montse. Spagnolo, ha partecipato a film come Miami Vice e Bed Time. Anche produttore e sceneggiatore, ha 44 anni e quattro film in uscita.


Carolina Bang (vero nome Carolina Herrera Bang) interpreta Elisa. Spagnola, moglie di Alex de la Iglesia, ha partecipato a film come Ballata dell'odio e dell'amore, Las Brujas de Zugarramurdi e a serie come Velvet. Anche produttrice, ha 30 anni e un film in uscita.


Anche Gracia Olayo, che interpreta Doña Puri, aveva lavorato già col produttore Alex de la Iglesia in La ballata dell'odio e dell'amore. Detto questo, se Musarañas vi fosse piaciuto recuperate assolutamente Che fine ha fatto Baby Jane? e Misery non deve morire. ENJOY!


domenica 28 giugno 2015

Unfriended (2014)

Affrontare un horror con aspettative azzerate è sempre una gran tattica e lo dimostra la mia reazione dopo la visione di Unfriended, film diretto nel 2014 dal regista Levan Gabriadze a cui, sinceramente, non avrei dato un euro e invece...


Trama: un anno dopo la morte di Laura, suicidatasi dopo essere diventata lo zimbello di tutti a causa di un video postato su Youtube, cinque suoi amici si ritrovano su Skype e cominciano ad essere vittime di eventi misteriosi e mortali.


Si vede che sto diventando una vecchia. Peggio, una vecchia ipocrita. Come gli anziani che lanciano bastoni contro i "giovinastri!" all'urlo di "ve lo buco 'sto pallone" io, nonostante passi le giornate su blog, Facebook, Whatsupp e quant'altro, mi ritrovo sempre più spesso ad urlare "ve lo buco 'sto internet!!" e mi indigno davanti alla deficienza che si spande qual mefitico miasma dalla Rete e prende la forma di video, foto, post ignoranti ed imbarazzanti messi in circolazione da mocciosi spesso nemmeno maggiorenni. E come ogni vecchio che si rispetti GODO quando queste impure armi di un demente demonio vengono sbertucciate in film come Unfriended il quale parte, purtroppo, da un evento un tempo impensabile ma al giorno d'oggi anche troppo diffuso: il suicidio in seguito a cyberbullismo. Partendo dalla premessa che TUTTI in Unfriended meriterebbero un'esecuzione sommaria, persino quella che si è suicidata (una stronzetta piena di sé che è stata ripagata con la stessa moneta dall'intera "cumpa" che frequentava), la prima parte della pellicola è stata girata apposta per consentire allo spettatore giovane di identificarsi con i protagonisti riproponendone la vuota ed asettica quotidianità fatta di fugaci e sgrammaticati contatti via chat, frammenti di vite vissute attraverso le foto o gli stati su Facebook e conversazioni portate avanti con l'attenzione focalizzata su tutt'altro, cosa che consente allo spettatore anziano come me di inorridire ed invocare la svolta truculenta e sovrannaturale in grado di spazzare via questi meravigliosi esempi di umanità destinata all'estinzione. La svolta in questione ovviamente a un certo punto arriva ed occupa la concitata seconda metà della pellicola, che ha il pregio di non mettere in scena semplicemente una ghost story ambientata sui social network ma anche e soprattutto un "whodunnit" fatto di falsità, meschine piccinerie e sputtanamenti da applauso perché, si sa, la vendetta è un piatto da gustare freddo ma se la si serve riscaldando un po' l'ambiente tanto meglio.


E ora freniamo un attimo l'entusiasmo. Non è che Unfriended sia chissà quale innovativo capolavoro horror, anzi. La storia è già vista e sentita e con la scusa di rappresentare realisticamente delle conversazioni via chat in tempo reale i realizzatori hanno risparmiato in videocamere e soprattutto scenografie ma ci sono degli elementi che nonostante tutto mi hanno reso il film più simpatico e gradevole di altri. In primis, la maniacale cura per il dettaglio. Pagine Facebook, profili Instagram, finestre di Skype e playlist di Spotify vengono rappresentati in modo incredibilmente realistico e altrettanto riconoscibile è il modo in cui i protagonisti interagiscono con ognuno di questi social ma è soprattutto assai pregevole il modo in cui il regista sceglie di utilizzarli: per esempio, Spotify diventa il mezzo per fornire una colonna sonora molto calzante alla pellicola e ai singoli momenti che la compongono (canzoni come How You Lie, Lie, Lie o I Hurt Too) mentre tra i messaggi Facebook della protagonista ce n'è uno che porta la firma dello sceneggiatore e dice "I did it!!". Ma la cosa che ho apprezzato di più in assoluto è la quasi totale assenza di un orrendo e sbraitante fantasma in CG. Ve lo giuro, non c'è lui e non ci sono scene da salto sulla sedia con porte che sbattono, sedie che si muovono e altre simili amenità, solo una mezza dozzina di morti violente, beffarde e in un paio di casi anche belle sanguinose. Poi, ovvio, che i personaggi non mollino il portatile manco a morire (letteralmente) è un difetto comune a tutti i film di questo genere e una fastidiosa caratteristica alla quale temo sia impossibile rinunciare ma, a parte questo, devo dire che Unfriended mi ha inaspettatamente soddisfatta. E per un horroretto estivo che temevo fosse un emulo di Smiley è davvero tanta grazia, anche agli occhi di una vecchia come me!

Levan Gabriadze è il regista della pellicola. Georgiano, è al suo quarto lungometraggio. Anche attore, ha 46 anni.


Shelley Henning, che interpreta Blaire, aveva già partecipato all'orrido Ouija nei panni della prima vittima. Pur essendo stato girato in un giorno, nelle fasi di produzione Unfriended ha subito parecchie modifiche, sia nel titolo (da Offline a Cybernatural a Unfriended) che nella trama (all'inizio il killer doveva essere una persona reale intenzionata a vendicare Laura, poi una delle presunte vittime, in un'altra versione ancora il video virale avrebbe dovuto essere quello di uno stupro) e nei trailer si vedono un paio di morti completamente diverse dalla versione finale, soprattutto quelle di Val e di ciccio Ken, che lì vengono entrambi attaccati dal fantasma di Laura. Detto questo, se Unfriended vi fosse piaciuto recuperate I segreti della mente, The Den e The Call - Non rispondere. ENJOY!

venerdì 26 giugno 2015

La regola del gioco (2014)

Come pubblicizzano durante i trailer, quest'estate cinematografica dovrebbe essere particolarmente ricca e tra gli altri film che vengono citati nel corso di questa pubblicità c'è anche La regola del gioco (Kill the Messenger), diretto nel 2014 dal regista Michael Cuesta e basato sia sulla serie di articoli Dark Alliance di Gary Webb sia sulla stessa biografia di Webb, redatta da Nick Schou, dal titolo Kill the Messenger.


Trama: il giornalista Gary Webb pubblica una serie di articoli dove accusa la CIA di avere collaborato in Nicaragua con i ribelli anti-governativi Contra, aiutandoli a spacciare cocaina e crack nei bassifondi di Los Angeles per finanziare la loro causa. All'inizio Webb viene trattato come un eroe, dopodiché le cose si fanno sempre più dure, per lui e per la sua famiglia...


Sarà che sto invecchiando ma, pur continuando ad avere qualche difficoltà nel tenere il filo di tutti i nomi e le facce che scorrono sullo schermo nell'arco di due ore, i film tratti da storie vere come La regola del gioco (altro titolo italiano imbecille: che regola sarebbe? Chi si fa i fatti suoi campa cent'anni?) mi intrigano sempre di più. Al di là delle parti palesemente romanzate, di "dettagli" aggiunti per rendere più umani i personaggi (come per esempio, in questo caso, il rapporto tra il protagonista e il figlio maggiore, cementato dal restauro di una moto d'epoca) e dell'ovvia scelta di rendere il sembiante dei coinvolti più glamour e piacevole di quanto non fosse in realtà, questi spaccati di vita vissuta mi interessano molto e in particolare mi affascina l'intricato mondo del giornalismo o, meglio, di quello che era una volta il giornalismo, fatto di professionisti appassionati e libero dal pressapochismo internettiano. Purtroppo per Gary Webb, non libero da influenze politiche  né da diffidenza, invidia o ipocrisia; reporter di un giornale di provincia, il nostro è balzato agli onori della cronaca per un'inchiesta nata assolutamente per caso, che gli ha sì permesso di mettere in piazza gli altarini più squallidi ed ipocriti della CIA ma ha anche attirato su di sé le e ire e, conseguentemente, le sgradevoli attenzioni di persone prive di scrupoli e molto pericolose. Nel mondo dei media la credibilità è tutto ma, come già ci ha insegnato Fincher con il suo Gone Girl, è ancora più importante assecondare e fomentare la volubilità di un pubblico che ama sguazzare nel torbido e che in pochissimo tempo può passare dall'elevare una persona al rango di guru al reputarlo un truffatore della peggior specie per degli errori passati che nulla hanno a che fare con la sua professionalità. Nel corso di La regola del gioco a Gary Webb (reporter realmente esistito e morto in in circostanze misteriose, abbandonato dalla famiglia e senza avere avuto mai più la possibilità di lavorare per un giornale) succede proprio di passare dalle stelle alle stalle; la sua inchiesta desta molto scalpore ma viene insabbiata in brevissimo tempo e nonostante smuova parecchie acque ancora oggi il mistero sul reale coinvolgimento della CIA nella guerra civile in Nicaragua e, soprattutto, nella conseguente distribuzione della droga dei Contra a Los Angeles, è avvolta in una nube di mistero.


La pellicola si concentra quindi più sull'aspetto umano di Gary Webb che sull'effettiva validità della sua inchiesta ed offre un inquietante spaccato di quello che sta dietro le quinte di quella che dovrebbe essere un'informazione imparziale, fatta in realtà di giochi politici, compromessi ed ipocrisia: la lunga sequenza in cui Webb ritira comunque un premio come "giornalista dell'anno" mentre né il suo capo né il suo redattore hanno il coraggio di guardarlo in faccia dopo avere rinnegato pubblicamente i suoi articoli mette i brividi e lascia impotenti davanti al peso di una realtà così tragicamente e schifosamente negativa. Essere tacciato di falsità e pressapochismo ma ricevere comunque un premio per l'eccellenza del lavoro svolto è il culmine di una tragedia umana che si mescola in maniera molto naturale alla spy story, elementi che trasformano La  regola del gioco in un thriller d'inchiesta privo di momenti "morti" e capace d'inchiodare lo spettatore alla poltrona. Merito della storia narrata, sì, ma anche di un bravissimo Jeremy Renner, che si carica sulle spalle tutta l'ambizione, la sfrontatezza e la fragilità di Gary Webb senza risultare mai posticcio o forzato. Accanto a lui c'è tutta una ridda di comprimari che incarnano le due anime di La regola del gioco: a mio avviso funzionano molto bene attori come Mary Elizabeth Winstead o Oliver Platt, che ancorano la storia alla sua parte maggiormente "reale", mentre altri grandi nomi quali Ray Liotta o Andy Garcia (due attoroni quasi sprecati per quel che compaiono sullo schermo e lo stesso vale per Robert Patrick e Barry Pepper, per quanto ottimi caratteristi di lusso) risultano un po' fasulli nei loro ritratti di malviventi quasi leggendari, come se interpretassero le caricature dei loro personaggi più famosi. A parte questo trascurabile, piccolissimo difetto, La regola del gioco è un solido film dal sapore quasi anni '70, una di quelle pellicole intelligenti in grado di spingere lo spettatore a volersi documentare ulteriormente sui fatti narrati. In questa torrida estate di dinosauri, orsacchiotti e futuri post-apocalittici sarebbe bene ritagliare uno spazio anche per il film di Michael Cuesta!


Di Jeremy Renner (Gary Webb), Robert Patrick (Ronald J. Quail), Mary Elizabeth Winstead (Anna Simons), Barry Pepper (Russel Dodson), Tim Blake Nelson (Alan Fenster), Michael Kenneth Williams (Ricky Ross), Oliver Platt (Jerry Ceppos), Andy Garcia (Norwin Meneses), Michael Sheen (Fred Weil) e Ray Liotta (John Cullen) ho già parlato ai rispettivi link.

Michael Cuesta è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film episodi delle serie Six Feet Under, Dexter, True Blood e Homeland. Anche produttore e sceneggiatore, ha 52 anni.


Paz Vega (vero nome Paz Campos Trigo) interpreta Coral Baca. Spagnola, ha partecipato a film come Lucía y el sexo, Parla con lei, The Spirit, Vallanzasca - Gli angeli del male, Gli amanti passeggeri, Grace di Monaco e doppiato Madagascar 3 - Ricercati in Europa. Ha 39 anni e cinque film in uscita.


Durante le primissime fasi di produzione del film, erano stati fatti i nomi di Brad Pitt e Tom Cruise per il ruolo di Gary Webb mentre Spike Lee si era dimostrato molto interessato a finire dietro la macchina da presa. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate Tutti gli uomini del presidente, Good Night, and Good Luck. e Insider - Dietro la verità. ENJOY!

giovedì 25 giugno 2015

(Gio)WE, Bolla! del 25/6/2015

Buon giovedì a tutti!! Neanche a dirlo, Maggie (il film di zombie con Schwarzenegger rintitolato in Italia Contagious - Epidemia mortale) a Savona non è uscito e mi par di capire dalla mancanza di anteprime future che questa sarà l'ultima settimana di apertura prima delle ferie quindi preparatevi a dei giovedì di bestemmie, almeno da parte mia. Nel frattempo, sarà uscito qualcosa questa settimana? ENJOY!

Ted 2
Reazione a caldo: Olé!
Bolla, rifletti!: Stasera riguarderò il primo Ted per arrivare preparata all'appuntamento con l'orsacchiotto più sboccato del globo terracqueo ma so già che quando andrò al cinema per il secondo capitolo lascerò la sala piegata in due dalle risate e con un retrogusto di amara insoddisfazione in bocca...

Big Game
Reazione a caldo: Suvvia.
Bolla, rifletti!: Si vede che gli anni '80 sono tornati di moda, eh. Ma sinceramente questo buddy movie action che vede uniti Samuel L. Jackson e un ragazzino selvaggio mi ispira davvero pochissimo.

Al cinema d'élite invece danno un film di cui potrei innamorarmi...

Il fascino indiscreto dell'amore
Reazione a caldo: Ooooh!!
Bolla, rifletti!: Tokyo filtrata dagli occhi di un'occidentale nata in Giappone che vorrebbe tornare alle sue radici e una storia d'amore con un ragazzo che ama i film di yakuza e i luoghi nascosti di quell'enorme, meravigliosa città. Credo proprio di aver trovato il film della settimana!!!


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