mercoledì 1 aprile 2020

Come to Daddy (2019)

Giorni in cui i cinema sono chiusi ma siccome c'è tanta roba da recuperare è bello anche stare a casa *rosic*. Così, in questi giorni ho guardato Come to Daddy, diretto nel 2019 dal regista Ant Timpson.


Trama: un ultratrentenne riceve una lettera dal padre che non vede dall'età di cinque anni e decide di accettare l'invito a raggiungerlo. Purtroppo, papà si rivela uno stronzo di prim'ordine...



Per riuscire a raggiungere le righe minime affinché questo risulti un post "normale", mi toccherà fare i salti mortali visto che il punto di forza di Come to Daddy è il non sapere. Quello che posso dire, per quanto riguarda la trama, è che il film di Ant Timpson è una commedia nerissima o una tragedia comica, all'interno della quale personaggi che non si vedono da decenni cominciano a sbroccare male. Il figlio dal nome improponibile, Norval, ha la faccetta stralunata di Elijah Wood, perfetta per un uomo che vive nella speranza che il padre fedifrago sia una brava persona, che magari possa aiutarlo a fare i conti con un passato di alcolismo, depressione e tentati suicidi, ma viene purtroppo accolto dal genitore con una cattiveria che ha dell'inverosimile, da un uomo rozzo, alcolizzato fin dal mattino e privo di parole che non siano di biasimo costante; Norval, poverello, lì per lì cercherebbe di sopportare, di abbozzare, di darsi un tono nonostante il suo lavoro di "artista" che se la crede, poi a un bel momento sbrocca anche lui, comprensibilmente. Da qui, lascio alla vostra immaginazione. Come to Daddy è un film che gioca molto di attesa e punta tutto su dialoghi e confronti, soprattutto nella prima parte, mentre nella seconda arriva a mescolare i registri, appropriandosi persino di elementi tipici del thriller horror, giusto per confondere un po' lo spettatore, scodellando inoltre una riga di personaggi talmente sopra le righe che al confronto il Windom Earle di Twin Peaks è un signorino posato.


Fior di caratteristi come Martin Donovan e Michael Smiley, soprattutto quest'ultimo, dominano la scena abbracciando con gioia l'atmosfera grottesca di Come to Daddy e il desiderio di "strano" che pare avere avvinto l'ex Frodo Baggins sia come attore che come produttore e verso la fine c'è anche la possibilità di godere di qualche scena pulp. D'altronde, benché sia al suo primo film come regista, Ant Timpson non è estraneo alle splatterate (ve ne accorgerete leggendo più sotto il suo excursus nel campo della produzione), ma oltre a questo ha un occhio non malvagio per la costruzione delle inquadrature e l'utilizzo delle luci artificiali e naturali e lo dimostra la bellezza di alcune sequenze, arricchite dalla scelta di un setting assai particolare, ovvero una casa a pianta rotonda montata su alte palafitte, a strapiombo su un lago (con buona pace dello smartphone d'oro di Lorde), che nasconde nei suoi meandri un sacco di luoghi misteriosi. Onestamente, aggiungere altro sarebbe un vero delitto, vi consiglio di recuperare Come to Daddy senza porvi troppe domande e godervelo per il film interessante e divertente che è, ringraziando il cielo che continuano ad esistere matti come Elijah Wood.


Di Elijah Wood (Norval Greenwood), Martin Donovan (Brian) e Michael Smiley (Jethro) ho già parlato ai rispettivi link.

Ant Timpson è il regista della pellicola. Neozelandese, è alla sua prima prova dietro la macchina da presa ed è conosciuto soprattutto come produttore (il suo nome è legato a film come The ABCs of Death e seguiti, Turbo Kid e Deathgasm). Anche sceneggiatore e attore, ha 54 anni.


Stephen McHattie interpreta Gordon. Canadese, ha partecipato a film come Beverly Hills Cop III, A History of Violence, 300, Watchmen, Pay the Ghost, Madre!, Il giustiziere della notte, Rabid e a serie quali Starsky & Hutch, Il tenente Kojak, Miami Vice, Ai confini della realtà, X-Files, Oltre i limiti, The Hunger, Walker Texas Ranger, Nikita, Detective Monk, The 4400 e The Strain. Anche regista e produttore, ha 73 anni e un film in uscita.


martedì 31 marzo 2020

Castle Freak (1995)

Il 24 marzo è morto Stuart Gordon, come se questo 2020 non fosse già abbastanza schifoso. Per "celebrarlo" ho deciso di guardare uno dei suoi film che ancora non conoscevo, nella fattispecie Castle Freak, da lui diretto e co-sceneggiato nel 1995.


Trama: dopo aver ereditato un castello in Italia, John e la famiglia vanno a visitarlo, scoprendo che nelle segrete è recluso un mostro abominevole...


Cercavo un film per omaggiare Gordon e ho scoperto che in casa, ovviamente, avevo soltanto due pellicole già viste e amate, ovvero Dolls e Re-Animator. Dando una scorsa ai due servizi streaming di cui dispongo ho trovato, a conferma comunque della superiorità del catalogo horror di Amazon Prime rispetto a quello Netflix, solo Castle Freak e Il pozzo e il pendolo, quindi ho chiesto consiglio all'Esperta, che mi ha detto testuali parole: "Se hai voglia di un B-Movie lercissimo, Castle Freak; se hai voglia di un B-Movie un po' più di classe, Il pozzo e il pendolo". Che domande, porca miseria, OVVIO che mi sarei buttata sulla roba lercia, e infatti Castle Freak lo è talmente tanto che mi ha ricordato spesso e volentieri robe trucide italiane alla Joe D'Amato, non solo per la bella location Umbra (un castello di proprietà del produttore Charles Band, dove peraltro era già stato girato Il pozzo e il pendolo) ma soprattutto per l'efferatezza del Castle Freak del titolo. Costui, infatti, altro non è che un poveraccio costretto a passare l'esistenza sottoposto alle più orribili sevizie, il quale, una volta libero dalla sua prigione, comincia a perseguire i propri inevitabili desideri come può e sa; obiettivamente, la prima cosa vista dal mostro in questione sono due tizi che copulano, e come può il creaturo represso da quarant'anni non voler fare altrettanto? Sfortuna vuole che a finire vittima delle brame sessuali e violente del mostro vi sia Rebecca, giovane figlioletta cieca di John e Susan, eredi del castello con parecchi problemi famigliari alle spalle e un divorzio che incombe a mo' di spada di Damocle, dopo che l'ubriachezza di John ha causato la morte del figlio piccolo e la cecità di Rebecca. Non ci vorrà molto perché il disagio psicologico di John e la diffidenza di Susan diventino terreno fertile per le efferatezze del mostro, soprattutto perché tutti cominceranno, a un certo punto, a sospettare ingiustamente di John.


Per quanto il mostro faccia schifo (e lo fa, santo cielo, perché ha un make up sgradevolissimo e in più se ne va in giro col balollo per aria), non si può negare che l'impianto della storia sia soprattutto gotico perché, al di là delle efferatezze, sia la trama che la regia si concentrano parecchio sui misteri celati nel castello, radicati in un passato oscuro di leggende paesane e terribili segreti che si ripercuotono su personaggi tormentati, cercando di insozzare chi ancora è riuscito a preservare la propria innocenza. Anzi, nonostante il bassissimo budget, c'è da dire che Gordon si è impegnato per offrire allo spettatore innanzitutto delle sequenze che rendessero funzionale al racconto la bellezza del castello utilizzato come location, tra corridoi oscuri, specchi, catacombe e strette scale buie, fomentando un senso d'inquietudine che solo poche volte sfocia nel disgusto più becero. Certo, quando lo fa, Gordon non guarda in faccia nessuno e arriva ad omaggiare alcune delle scene più truci del cinema di genere italiano (continuo a dire che il freak mi ha ricordato spesso l'implacabilità del cannibale di Antropophagus, soprattutto quando insegue le sue vittime su per scale che sembrano interminabili), e anche per questo non si può non voler bene a quello che potrebbe essere stato uno degli ultimi, veri artigiani dell'horror. Castle Freak non è un film per tutti, soprattutto se non siete avvezzi al genere e avete lo stomaco debole, ma per una serata in "gioiosa" ma comunque dignitosissima ignoranza è l'ideale e, se volete un'ultima chicca, conta tra gli ottimi protagonisti anche un giovane Luca Zingaretti non ancora commissario ma già arruolato nelle forze dell'ordine. Su, veloci, prima che lo tolgano da Amazon Prime Video.


Del regista e co-sceneggiatore Stuart Gordon ho già parlato QUI. Jeffrey Combs (John Reilly), Barbara Crampton (Susan Reilly) e Carolyn Purdy-Gordon (The Gelato People) li trovate invece ai rispettivi link.

Luca Zingaretti interpreta Forte. Nato a Roma, famoso per il ruolo di Montalbano nei film TV tratti dai famosi romanzi di Camilleri, lo ricordo per film come, inoltre ha partecipato a serie quali Dio vede e provvede e La piovra 8. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 59 anni e un film in uscita


Se Castle Freak vi fosse piaciuto recuperate Antropophagus e Le notti del terrore. ENJOY!

domenica 29 marzo 2020

Guns Akimbo (2019)

Amazon Prime Video ci viene incontro in questi giorni tristi e mette in catalogo il divertentissimo Guns Akimbo, diretto e sceneggiato nel 2019 dal regista Jason Lei Howden.


Trama: un nerd sfigatello, dopo una sessione di trolling on line, viene punito dai gestori del sito Skizm, dove la gente si uccide per il divertimento del pubblico, e costretto a partecipare come concorrente contro la campionessa in carica.


Voi avreste mai pensato che Daniel Radcliffe, con quel suo faccino ciccio e anche un po' sminchio in Harry Potter, sarebbe diventato un matto che fa film strani? Non fosse bastato Swiss Army Man, che se non avete ancora visto vi IMPONGO di recuperare subitissimo senza spoilerarvi nulla sulla trama (ma sappiate che lì Radcliffe è impagabile), ci si mette anche questo Guns Akimbo, all'interno del quale il non più giovane maghetto interpreta un tizio con delle pistole inchiodate alle mani, costretto per buona parte del tempo a correre qui e là con ciabatte pelose, boxer e veste da camera. Anche così, però, è difficile intuire i livelli di esilarante delirio che riesce a toccare Guns Akimbo, film divertentissimo al confronto del quale un qualsiasi John Wick è un serio e posato esempio di neorealismo, fumettone nel vero senso della parola e violento quanto basta. Non ci sono critiche sociali, salvo forse quella blanda dell'inizio in cui si perculano i troll alla Napalm di Crozza, per il resto il film scorre velocissimo e col cervello totalmente disinserito, retto interamente dalle interpretazioni non solo di Radcliffe, la cui aria stralunata è perfetta per interpretare un personaggio infilato a calci in una situazione inaspettata, ma anche di una Samara Weaving stranamente "brutta" (per quanto possa esserlo lei), sporca e drogata e di un Ned Dennehy mille spanne sopra le righe, entrambi usciti dritti da un Mad Max qualsiasi nonostante l'azione si svolga in un futuro abbastanza prossimo e simile al nostro presente, privo di particolari innovazioni tecnologiche ma zeppo di rifiuti per strada (è incredibile quante volte Radcliffe si spetasci sui sacchetti della spazzatura). All'interno della trama si intersecano un paio di improbabili colpi di scena e di sequenze completamente scollegate dalla realtà, il tutto commentato a volte dalla voce fuoricampo del protagonista, e tra le stragi di Nix, inseguimenti in macchina e il folle pubblico di Skizm non c'è mai un istante di noia.


Dovessi proprio trovare un neo a Guns Akimbo, potrei dire che Jason Lei Howden si è un po' rammollito. La sua fatica precedente, Deathgasm, aveva degli attori non solo poco famosi ma soprattutto memorabili (e in questo Guns Akimbo lo supera senza nessun problema), tuttavia era anche un trionfo di splatter ai livelli dei primi film di Peter Jackson, mentre qui mi è parso che sul versante "sangue" si sia tirato un po' il freno, preferendo ricorrere ad escamotage più "da videogioco", per quanto sempre e comunque violenti; non tanto per quanto riguarda le sparatorie, talmente esagerate da desensibilizzare lo spettatore, quanto per le brevi sequenze di corpo a corpo dove si può avvertire tranquillamente tutto il dolore provocato dall'uso improprio di un martello. Approfittando di quest'ultimo oggetto contundente, apro una parentesi sulla colonna sonora del film. Da uno che ha girato il suo primo horror sfruttando la musica metal non potevo aspettarmi una playlist di canzoni floscia, e infatti la musica che si sente per tutta la durata di Guns Akimbo non solo è esaltante e tamarra come atmosfera impone ma viene anche sfruttata per rendere i dialoghi ancora più divertenti e accattivanti (Lo "Stop. Hammer Time!" seguito dopo poco da Super Freak è da manuale ma vogliamo parlare del geniale utilizzo della cover truzza di You Spin Me Round?). Siccome siamo tutti tristi e nervosi per colpa di questa pandemia, un film come Guns Akimbo, così leggero e sciocchino, è manna dal cielo, quindi ringraziamo tutti in coro Amazon Prime Video per averlo reso disponibile anche in Italia così velocemente!


Del regista e sceneggiatore Jason Lei Howden ho già parlato QUI. Daniel Radcliffe (Miles), Samara Weaving (Nix) e Rhys Darby (Glenjamin) li trovate invece ai rispettivi link.

Ned Dennehy interpreta Riktor. Irlandese, ha partecipato a film come Sherlock Holmes, Harry Potter e i doni della morte - Parte 1, Anonymous, Grabbers - Hangover finale, Rogue One: A Star Wars Story e Mandy. Ha 54 anni e un film in uscita.






venerdì 27 marzo 2020

Bombshell - La voce dello scandalo (2019)

Sarebbe dovuto uscire ieri, già in vergognoso ritardo, e ora chissà quando uscirà, Bombshell - La voce dello scandalo (Bombshell), diretto nel 2019 dal regista Jay Roach.


Trama: dopo essere stata licenziata da Fox News la giornalista Gretchen Carlson decide di far causa al direttore Roger Ailes per molestie sessuali, portando diverse altre colleghe a fare altrettanto.



L'eco del movimento #metoo è arrivato fino a qui, "grazie" a quel vecchio suino di Harvey Weinstein e al coinvolgimento di molte attrici famose, ma già nel 2016 qualcosa si era smosso ai piani alti di uno dei posti più impensabili del mondo, ovvero la sede di Fox News, sentina di repubblicani duri e puri, conservatori e Trumpiani della peggior specie. Che lì in mezzo, e perdonatemi se ragiono per stereotipi, non si nascondano i peggio maschilisti e maiali sulla faccia della terra mi parrebbe un po' improbabile e infatti, alla faccia dei mille volti femminili che quotidianamente bucano lo schermo, qualcosa di marcio è venuto fuori. Bombshell è la storia di quel marciume che risponde al nome di Roger Ailes, vero e proprio numero uno, secondo giusto a Rupert Murdoch all'interno della piramide di potere della Fox, e delle donne che hanno scelto di farsi sentire e rivelare la mondo la sua natura di predatore seriale. Una scelta non facile, ovviamente, e non solo per questioni di carriera, reputazione o soldi, ma proprio per quella perversa malattia intrinseca delle persone, che tendono sempre a porre la stessa domanda idiota: "E come mai lo accusa proprio ora? Non poteva dirlo prima?". No, non si può, o almeno non sempre. Lo spiega alla perfezione il personaggio di Kaya Pospisil, uno dei pochi inventati per l'occasione, in un dialogo telefonico che spezza il cuore e conferma Margot Robbie, se ancora ce ne fosse bisogno, come una delle attrici più brave in circolazione. Il motore che spinge le donne a mantenere il silenzio è, semplicemente, la vergogna. Quel dubbio che comincia a rodere e che ti porta non solo a rivivere mille volte momenti disgustosi e dolorosi ma anche tutto quello che c'è stato prima (comportamenti, frasi, abiti, sguardi: e se fossi stata io ad incoraggiarlo, in effetti?), alimentando un senso di colpa inesistente e annullando ogni speranza di indulgenza o di riuscire a reagire e a cercare una qualche forma di giustizia. La colpa, certo, è di una società e di posti di lavoro dove il maschilismo ancora impera, ma spesso le nemiche più agguerrite delle donne sono altre donne, senza contare che non sempre questi enormi atti di coraggio pagano (in senso letterale e figurato), non nell'immediato almeno, e servono spalle enormi per sopportare critiche, insulti o minacce.


La vicenda di Bombshell viene quindi narrata da tre punti di vista prettamente femminili, a partire da quello di Megyn Kelly, probabilmente la donna più potente del network, invidiabile e sicura di sé al punto da poter addirittura osare dare addosso a Trump (pagandone le conseguenze, ovviamente; è interessante vedere come la vicenda di Ailes venga preceduta dallo scontro tra la Kelly e il futuro presidente USA, che contestualizza l'intera situazione e mostra come le giuste critiche mosse da una donna famosa, potente ed intelligente possano diventare in tempo zero il punto di partenza per slut shaming e altre orribili pratiche); Megyn è il vertice apparentemente "neutro" di un triangolo che vede presenti anche Gretchen Carlson, la "scarpa vecchia" da sostituire e trattare come una matta visionaria, e la già citata Kayla, giovane ed inesperta, potenzialmente la più malleabile del trio. Un trio di donne che scatenerà, ognuna a modo suo e ognuna coi suoi tempi, uno tsunami che andrà ad influenzare non sono i personaggi principali di questa scandalosa vicenda ma anche quelli secondari, che si ritrovano ad incrociare il cammino delle tre anche solo per poco tempo. La quantità di vite "toccate" dallo scandalo si rispecchia in una scrittura e in una regia veloci ed accattivanti ma comunque pregne, dove è un attimo perdersi la battuta o il dialogo fondamentali (soprattutto in lingua originale) e dove star dietro alla frenetica attività di Fox News non è facilissimo, tra momenti di dramma e altri in cui Bombshell diventa quasi una commedia, con tanto di quarta parete infranta e narratori esterni. Uno stile che forse riesce a gestire meglio Adam McKay, laddove Jay Roach a tratti pare un po' perdersi e lasciare che sia la grandezza delle tre attrici protagoniste a governare il ritmo della pellicola, ma comunque un modo di fare cinema che a me piace parecchio, soprattutto quando racconta storie importanti come questa sottolineando, con amara ironia, quanto ancora sia lunga la strada per un mondo più equo e giusto per tutti.


Del regista Jay Roach ho già parlato QUI. Charlize Theron (Megyn Kelly), Nicole Kidman (Gretchen Carlson), Margot Robbie (Kayla Pospisil), John Lithgow (Roger Ailes), Allison Janney (Susan Estrich), Malcom McDowell (Rupert Murdoch), Kate McKinnon (Jess Carr), Mark Duplass (Doug Brunt), Jennifer Morrison (Juliet Huddy), Ashley Greene (Abby Huntsman) e P.J. Byrne (Neil Cavuto) li trovate invece ai rispettivi link.

Connie Britton interpreta Beth Ailes. Americana, ha partecipato a film come Nightmare e a serie quali Ellen, 24, American Crime Story e American Horror Story; come doppiatrice ha lavorato ne I Griffin e American Dad!. Anche produttrice, ha 53 anni e due film in uscita.


Liv Hewson, che interpreta Lily Balin, era Abby Hammond in Santa Clarita Diet mentre Madeline Zima, che interpreta la truccatrice Eddy, era la piccola Gracie Sheffield de La tata. Alcuni degli eventi raccontati nel film sono stati riportati anche nella miniserie TV The Loudest Voice, che recupererò il prima possibile. ENJOY!

mercoledì 25 marzo 2020

Bollalmanacco On Demand: La donna della domenica (1975)

Complice il Coronavirus maledetto, il recupero dei vecchi On Demand procede più velocemente di prima e oggi parlerò di La donna della domenica, diretto nel 1975 dal regista Luigi Comencini, che dovrebbe avermi chiesto tempo fa su Facebook Paola. Il prossimo film On Demand sarà Brivido nella notte. ENJOY!


Trama: nella Torino bene, un uomo viene misteriosamente assassinato. I primi sospettati, a causa di una lettera in cui si parlava di uccidere la persona in questione, sono la ricca Anna Carla e il suo amico amico Massimo, ma i sospetti cominciano a moltiplicarsi a vista d'occhio.


Probabilmente sarò una delle tre/quattro persone in tutta Italia che non aveva mai visto prima d'ora La donna della domenica e alla fine della visione me ne sono amaramente pentita, perché l'ho adorato dall'inizio alla fine. Dovete sapere che io detesto la dizione dialettale del cinema italiano moderno; nonostante sia molto più naturale che in passato, mi sembra sempre di essere costretta ad ascoltare dei dilettanti che pascolano per strada, mentre ho trovato semplicemente delizioso l'uso di un dialetto molto più caricaturale in La donna della domenica, ambientato in una Torino "cosmopolita" dove all'accento da gianduiotto e al patois inglese delle classi agiate si mescolano il siciliano, il romano e il romagnolo dei poveracci, costretti a sudare sette camicie non solo per farsi accettare dalla cricca di ricconi ma anche per risolvere i loro guai senza ricevere nemmeno un "grazie". L'omicidio dell'architetto Garrone, leppegoso parvenu odiato da chiunque, si consuma infatti nell'ambiente dei torinesi coi nomi che contano, con due di questi nomi importanti trascinati nell'infamia dalla vendetta di due domestici licenziati per capriccio, e trascinati così in quella che per loro diventa nulla più che una distrazione dalla monotonia di una vita agiata. Poco importa ad Anna Carla e Massimo, lei bellissima ed annoiata moglie di un grande industriale e lui figlio di una famiglia ricchissima, che ci sia scappato il morto e che il loro desiderio di indagare e mettersi in competizione possa mettere in pericolo anche altre persone; i due si impegnano come possono per venire incontro al Commissario Santamaria e, così facendo, spesso mettono i bastoni tra le ruote al poveraccio, preso tra il fuoco di una potenziale passione (la donna della domenica del titolo è proprio l'amante da portarsi a casa nei giorni festivi) e un lavoro che comunque svolge con dedizione.


La sceneggiatura de La donna della domenica, scritta dallo storico Age e da Furio Scarpelli, contiene tutti gli elementi di un giallo all'italiana e stilemi tipici della commedia (assieme ad inusuali punte weird raggiunte con l'arma del delitto), con quel tocco di amarezza alla Fantozzi che porta a ridere a denti stretti; emblematico, in questo, il personaggio di Lello, impiegato omosessuale che mette a repentaglio la sua vita per venire accettato dal ricco amante Massimo, per dimostrargli di non essere inutile cercando di scagionarlo da un'accusa che, di fatto, lo tocca fino a un certo punto. Gli sfottò al "ricchione" non celano l'enorme disagio sociale di un paria che fa di tutto per essere accettato, condannato ad essere "inferiore" non solo per il suo orientamento sessuale ma anche per questioni economiche, così come buona parte dei poliziotti (in buona parte "terroni"), che agli occhi della Torino "bene" hanno giusto un po' più valore di un commerciante, un operaio o una puttana, se non altro perché sono potenziali fonti di emozioni forti e diversivi. Se l'architetto Garrone è l'elemento "mondano" più deprecabile tra tutti, gli altri ricconi torinesi non sono da meno, nonostante lo dissimulino meglio, magari grazie al loro aspetto bellissimo. E' il caso, ovviamente, di Jacqueline Bisset e Jean-Louise Trintignant, dinamico duo di trenta-quarantenni annoiati e baciati dalla dea della bellezza, che ridono letteralmente davanti alla morte e il cui unico problema "serio" è decidere la pronuncia più corretta di parole come Boston o taxi; il più bello di tutti, però, o perlomeno il più affascinante, è Marcello Mastroianni, che conferisce al suo commissario quell'aria da sciupafemmine raffinato, da agente segreto nonostante sia un comune poliziotto. E questi sono solo i tre grandi nomi presenti nel film, che non riescono comunque ad eclissare un cast formato da caratteristi indimenticabili, capaci di bucare lo schermo anche per un tempo brevissimo. In questi giorni di quarantena sono tantissimi i film recenti (anche troppo) che rischiano di distogliere la vostra attenzione ma, se potete, rubate anche del tempo per recuperare dei gioielli italiani come questo, non ve ne pentirete!!


Di Marcello Mastroianni, che interpreta il Commissario Salvatore Santamaria, ho già parlato QUI.

Luigi Comencini è il regista della pellicola. Nato a Salò, ha diretto film come Pane, amore e fantasia, Pane, amore e gelosia, La ragazza di Bube, Il compagno Don Camillo, Lo scopone scientifico e lo sceneggiato Le avventure di Pinocchio. Anche sceneggiatore, è morto nel 2007 all'età di 90 anni.


Jacqueline Bisset interpreta Anna Carla Dosio. Inglese, ha partecipato a film come James Bond 007 - Casino Royale, Airport, Effetto notte, Assassinio sull'Orient Express, Orchidea selvaggia e a serie come Ally McBeal e Nip/Tuck. Anche produttrice, ha 75 anni e due film in uscita.


Jean-Louis Trintignant interpreta Massimo Campi. Francese, ha partecipato a film come Il sorpasso, La meravigliosa Angelica, Metti una sera a cena, Il deserto dei tartari, Tre colori - Film rosso, Amour e Happy End. Anche sceneggiatore e regista, ha 80 anni.


Il film è tratto dal romanzo omonimo di Carlo Fruttero e Franco Lucentini. Tra gli interpreti segnalo la presenza di Giuseppe Anatrelli, lo storico Calboni di Fantozzi, nei panni del capo della polizia. ENJOY!


martedì 24 marzo 2020

L'uomo invisibile (2020)

Era uno degli horror che aspettavo di più quest'anno quindi, nell'attesa di riguardarlo, si spera al più presto, sul grande schermo, ecco che in questi giorni tristi ho recuperato L'uomo invisibile (The Invisible Man), diretto e sceneggiato dal regista Leigh Whannell. Per tutto ciò che concerne il recupero della pellicola in questione e la sfortunata, ignorante condizione in cui versa il mercato distributivo italiano, vi rimando QUI e QUI, altro non dirò sull'argomento.


Trama: Cecilia riesce a fuggire dal marito violento e pochi giorni dopo riceve la notizia del suo suicidio e dell'eredità che le è stata lasciata. Però qualcosa comincia a farle credere che l'uomo abbia soltanto finto la sua morte, e che la stia perseguitando...


Non mi ritengo un'esperta dei vari "Uomo invisibile", pur avendo visto la versione di Paul Verhoeven  che quella di James Whale, quindi non starò qui a fare paragoni perché onestamente ricordo poco entrambe e non sono riuscita a sfruttare il tempo di quarantena (oh, forse perché io non l'ho avuto!) per fare un bel ripasso. Quello che rammento, però, è che entrambi i film si concentravano molto sulla figura dell'uomo invisibile per se, a partire dal motivo che lo ha portato a sperimentare per divenire tale fino ad arrivare alla follia derivante dai suoi "immorali" esperimenti, mentre invece Leigh Whannell sceglie di abbracciare il punto di vista della vittima, partendo da una situazione molto horror ma ben poco inverosimile. Cecilia è una donna costretta a vivere un esistenza infelice, sotto il controllo di un marito violento sia fisicamente che psicologicamente, finché un giorno non trova il coraggio di scappare dalla casa-prigione che funge da "nido d'amore" (peraltro, un edificio asettico, zeppo di vetrate ma anche circondato da altissime mura, scogliere e mare, una sorta di fortezza inespugnabile) con l'aiuto della sorella, e si rifugia a casa di amici. Lì viene a scoprire che il marito si è suicidato, apparentemente preda della disperazione per essere stato lasciato, e come prova d'amore l'uomo le avrebbe anche lasciato dei soldi. Tutto è bene quel che finisce bene, almeno così parrebbe, il problema è che Cecilia è una donna spezzata nell'animo. Leigh Whannell descrive alla perfezione sia lo stato di paranoia e terrore costante in cui versa Cecilia sia la sua relazione con amici e parenti che cercano di farla rinascere, pur consapevoli che sarà difficile se non impossibile, perché le sue ferite sono troppo profonde; l'orrore, come ho scritto, la protagonista se lo porta già dentro prima ancora che subentri l'elemento "fantastico" e le prime sequenze del film sono talmente concitate e ansiogene che la presenza di un uomo invisibile si assesta sullo stesso livello di angoscia. Certo, dopo l'arrivo dello stalker invisibile la situazione precipita e gli amici di Cecilia arrivano a pensare che la sua paranoia sia finalmente sfociata in follia, anche perché gli episodi di violenza che cominciano a costellare la vita della protagonista diventano sempre più sanguinari, eppure anche lì l'orrore vero deriva dal senso palpabile di impotenza trasmesso da Cecilia, dall'impossibilità di controllare la propria vita e di dimostrare alle persone amate di essere un individuo assennato, non una pazza urlante e scriteriata.


Inevitabile, dopo aver visto i due film a distanza di pochi giorni, fare un minimo paragone con Swallow. In entrambe le pellicole la protagonista è una donna che, di regola, dovrebbe avere tutto per essere felice (anche Cecilia, come Hunter, è ricca, sposata ad un marito bello e di successo) ma ad entrambi i personaggi viene negata la possibilità di decidere della propria esistenza ed entrambe, a un certo punto, diventano semplicemente delle incubatrici funzionali alla nascita di un figlio, di un "erede" per il facoltoso marito. Certo, la violenza praticata su Hunter è più sottile e non viene neppure percepita come tale dal compagno, mentre il marito di Cecilia è un sadico bastardo senza se e senza ma, ciononostante non ho potuto fare a meno di pensare ai due personaggi come "sorelle" mancate e unite da un cieco, paranoico terrore, forse anche grazie all'incredibile bravura delle due protagoniste. Elisabeth Moss non è l'elegante stepford wife di Swallow, non glielo consente un lungo periodo di violenze reiterate, e quando la vediamo per la prima volta è già una creatura terrorizzata, scarmigliata, profondamente segnata da scure occhiaie; eppure, anche lei viene calciata a forza all'interno di un percorso di "formazione", atto a renderla sempre più sicura di sé, della sua intelligenza, della sua necessità di liberarsi non solo di un marito folle ma anche dell'aura di inaffidabile debolezza che spinge persino i suoi amici a dubitare di lei. Tutto questo viene tenuto assieme dalla regia di Leigh Whannell, che si affida ben poco ad effetti speciali digitali e gioca quasi tutto su angoscianti ed ampie inquadrature all'interno delle quali la Moss risulta piccola e spaurita, pronta a venire ghermita da mani invisibili che potrebbero spuntare da qualunque anfratto buio. E non si tratta solo di jump scare, ce ne sono davvero pochi, quanto di abilità nel trasmettere la paranoia del personaggio allo spettatore, non solo attraverso lo sguardo dell'attrice ma anche con "semplici" movimenti di macchina e con un sapiente montaggio. Onestamente, spero davvero che i distributori italiani non si dimentichino de L'uomo invisibile una volta che riapriranno le sale perché ho un fortissimo desiderio di posare il culo sulla poltrona e godermi questo gioiellino firmato Blumhouse e Leigh Whannell su un bello schermo gigante.


Del regista e sceneggiatore Leigh Whannell ho già parlato QUI mentre Elisabeth Moss (Cecilia Kass) la trovate QUA.


Oliver Jackson-Cohen, che interpreta Adrian, era il Luke Crain della serie Hill House. Inizialmente, L'uomo invisibile doveva far parte del Dark Universe de La mummia e Johnny Depp avrebbe avuto il ruolo del protagonista, ma il progetto è andato a farsi friggere e il film è diventato il primo dei futuri reboot dei classici mostri Universal ad opera della Blumhouse. Se il film vi fosse piaciuto recuperate L'uomo invisibile di James Whale, quello di Paul Verhoeven e anche A letto con il nemico. ENJOY!

domenica 22 marzo 2020

La morte ha sorriso all'assassino (1973)

Poiché mi è andata bene due mercoledì fa con Solamente Nero, ho deciso che, impegni permettendo, ogni mercoledì darò una chance ai gialli di Canale 34. Stavolta però è toccato a La morte ha sorriso all'assassino, diretto e co-sceneggiato nel 1973 dal regista Aristide Massaccesi, e la mia risolutezza rischia già di venire meno...


Trama: dopo un terribile incidente, una ragazza afflitta da amnesia viene accolta da due coniugi facoltosi e da quel giorno la villa che funge da loro dimora diventa il teatro di efferati omicidi.


Vabbè, potevo anche immaginarlo. Quando ho letto sulla stessa locandina i nomi di Aristide Massaccesi e Klaus Kinski avrei dovuto capire che mi sarei trovata davanti atmosfere morbosette e vagamente pornografiche unite a momenti splatter, ma onestamente avrei puntato tutto il mio stipendio su un'interpretazione caricatissima di Klaus e mi stavo già sfregando le manine al pensiero. Invece, mi è toccato testimoniare un vilipendio della libido Klausiana senza precedenti! Il poverino, in questo delirio di incesti, corna e amori saffici, è l'unico che non combina nulla e per il poco tempo in cui è presente sullo schermo è pure costretto ad armeggiare per una decina di minuti buoni con degli alambicchi! Ma non si fa, che brutta persona che è Aristide Massaccesi! Oltre allo spreco di Klaus, debbo ahimè sottolineare anche lo spreco di tempo mio, ché La morte ha sorriso all'assassino ha l'unico pregio di una protagonista affascinante e sottilmente perversa, alla quale si uniscono delle belle ambientazioni e parecchi riferimenti alle opere di Edgar Allan Poe, per il resto è uno dei gialli più pasticciati e noiosi che mi sia mai capitato di vedere. La caratteristica principale del film, infatti, è la ferma volontà di non far capire allo spettatore la durata temporale che intercorre tra un avvenimento e l'altro: i flashback, per esempio, sembrano avvenire decenni prima, invece sono passati solo tre anni, e tra le sequenze "presenti" intercorrono settimane intere ma l'impressione che si ha è che sia trascorso solo un giorno o due. In compenso, si ha la sensazione invece che la pellicola duri ore, perché per allungare la broda stantia vi sono delle scene di raccordo che hanno la stessa durata (e utilità) della partita a carte de Il fantasma di Sodoma, tra le quali figurano un imbarazzante, lunghissimo gioco di sguardi a tre alternato a ricordi di petting lesbo e scopate, il già citato trafficare Kinskiano con gli alambicchi e un gioco danzereccio di carnevale assimilabile alla storica performance del maestro Canello in Fantozzi.


Peccato, perché la matrice horror sulla quale viene costruita la trama sarebbe anche interessante e l'immagine di una sorta di "strega non morta" dotata di poteri inspiegabili e del dono dell'ubiquità avrebbe anche il suo fascino, anche se, di base, non si capisce 'sta creatura cosa voglia. Vendetta? Eh, diciamo che uccidere una persona lanciandole un gatto sulla faccia è un po' un "anticlimax", per non dire una cazzata col botto che ha ammazzato me e il Bolluomo dalle risate (scopro ora che il regista ha DAVVERO tirato il gatto in faccia all'attore, perché non riuscivano a girare una scena decente in cui l'animale gli graffiasse il volto), però c'è da dire che a meritare la vendetta sarebbero stati al massimo due personaggi, gli altri che c'entrano? Divertirsi un po' perché la morte e resurrezione portano seco molta malvagità? Già più comprensibile, ma il problema del gatto resta, così come la volontà di piazzare al termine della pellicola un finale "shock" che francamente lascia solo perplessi, come se gli sceneggiatori non sapessero bene che fare una volta morti tutti i personaggi. La faccia dell'unico sopravvissuto è da manuale, così come la sua aria generalmente scoglionata, che è poi simile a quella di molti degli attori che si sono ritrovati a partecipare a La morte ha sorriso all'assassino. Gli unici che meritano sono Klaus, purtroppo costretto in un ruolo sciapissimo, la bella Ewa Aulin, che si è palesemente divertita ad interpretare Greta, e il pittoresco Luciano Rossi, anche lui poco utilizzato, per il resto gli attori mi sono sembrati un po' tutti imbalsamati. Insomma, posso dire che ho visto ben di meglio ma lascerò subentrare  l'indulgenza verso il futuro Joe D'Amato, qui al suo primo film "completo", e confermerò di aver visto anche molti film peggiori. A qualcuno questa pellicola potrebbe anche piacere molto ma, come dicono gli inglesi, not my cup of tea.


Del regista e co-sceneggiatore Aristide Massaccesi ho già parlato QUI mentre Klaus Kinski, che interpreta il Dr. Sturges, lo trovate QUA.

Giacomo Rossi Stuart interpreta il Dr. Von Ravensbruck. Nato a Todi, padre di Kim Rossi Stuart, ha partecipato a film come L'ultimo uomo della Terra, I misteri della giungla nera, Operazione paura, La notte che Evelyn uscì dalla tomba, Sette scialli di seta gialla e Le porte dell'inferno. Anche sceneggiatore, è morto nel 1994 all'età di 69 anni.


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