domenica 26 gennaio 2020

Lupin III: Prison of the Past (2019)

Cercando qui e là notizie su Lupin III - The First, in uscita il mese prossimo, ho scoperto che nel frattempo è uscito in Giappone un altro special TV dal titolo Lupin III: Prison of the Past (ルパン三世 プリズン オブ ザ パスト), diretto nel 2019 dal regista Hatsuki Tsuji.


Trama: Lupin e soci arrivano nel paese di Druente per liberare un famoso ladro da una prigione inespugnabile, così da potersi spartire tutti i tesori di costui. Segreti, spadaccini e guardie si mettono in mezzo...


Dopo una serie di special televisivi non bellissimi né memorabili, Prison of the Past è stata una boccata di aria fresca e la conferma che con la quinta serie forse il ladro gentiluomo ha imbroccato una via giusta, a metà tra l'ironico e l'avventuroso, con qualche incursione un po' più seria, meno sciocca e superficiale rispetto al passato. Soprattutto, ha imbroccato la giusta via del cameratismo, ché se dopo più di 50 anni assieme i personaggi non si ritrovassero a prendersi in giro o punzecchiarsi, il che vale non solo tra amici ma anche e soprattutto tra nemici, che gusto ci sarebbe? E così abbiamo il litigioso terzetto formato da Lupin, Jigen e Goemon in viaggio per raggiungere il regno immaginario di Druente, caratterizzato dalla presenza di una prigione inespugnabile che è l'incubo di ogni architetto, all'interno della quale c'è una vecchia conoscenza di Jigen (il quale, va detto, non ricorre all'ausilio di flashback per raccontare il passato comune, mannaggia), un ladro che ruba ai ricchi e da ai poveri oltre ad aiutare i suoi colleghi meno fortunati; alcuni di questi, un manipolo di sfighé della peggior specie, degni emuli dei compagni di Miss Dronjo, si coalizzano con la bella Fujiko per fare evadere, a loro volta, il ladro in questione, un po' per stima, un po' per spartirsi il malloppo nascosto negli anni dall'uomo. Poiché la vicenda è ambientata in un regno sconosciuto, non mancano magheggi reali e misteri legati a figli scomparsi, guardie che sanno ma non possono dire o leggende su presunti salvatori armati di spada ma, per una volta, sia i personaggi secondari sia la damsel in distress (non tanto in distress, stavolta!) sono simpatici, ben caratterizzati e, soprattutto, non rubano la scena ai protagonisti, anzi, mettono ulteriormente in luce le loro caratteristiche.


Vale lo stesso per Goro Yatagarasu, giovane assistente di Zenigata comparso nella quinta serie dell'anime, che torna anche in questo special come "occhio esterno" del fan (una versione molto più posata e razionale del Bartolomeo di One Piece, se vogliamo), colmo d'ammirazione per tutti quei vecchi leoni che lo circondano e lo affascinano, a prescindere che si tratti di "guardie" o ladri; grazie alla presenza del giovane Goro, l'evasione dalla prigione del pre-finale diventa ancora più epica e spassosa ma non mancano altri momenti in cui, finalmente, le animazioni non sono fatte a tirar via e regalano al cultore degli anime un po' più "action" sequenze decisamente pregevoli, come per esempio lo scontro finale tra la direttrice della prigione Lorenza e la spalla di Finnegan, ironico ma allo stesso tempo incalzante e ben diretto. D'altronde, alla regia c'è un vecchio leone dell'animazione nipponica, quell'Hatsuki Tsuji la cui carriera è strettamente legata alla leggenda di Lupin (è stato il capo animatore di moltissimi episodi della seconda serie, quella che a rivederla oggi è talmente lunga, discontinua e piena di tesori nascosti che non ci si crede) e, magari mi sbaglio, ma mi è parso che un po' dello spirito vivace ed avventuroso dell'epoca sia stato mantenuto in questo special TV anche grazie a una regia così esperta. Sicuramente la visione di Prison of The Past è stata un toccasana dopo la deludente esperienza col pubblicizzatissimo Lupin contro tutti, episodio speciale creato in occasione dei 50 anni del manga, andato in onda poche settimane fa su Italia 2 e terrificante sotto ogni punto di vista: continuity, character design, demenza, adattamento e doppiaggio italiano. Rabbrividiamo e incrociamo le dita per Lupin III: The First!

Hatsuki Tsuji è il regista della pellicola. Giapponese, ha diretto Yu-Gi-Oh! The Movie ed episodi dell'anime Yu-Gi-Oh!. Anche animatore (ha lavorato nella seconda serie di Lupin), ha 70 anni.


Se Lupin III: Prison of the Past vi fosse piaciuto avete un sacco di materiale da recuperare QUI.

venerdì 24 gennaio 2020

Richard Jewell (2019)

Non si può ignorare un film diretto da Clint Eastwood quando esce al cinema, soprattutto se, come questo Richard Jewell, è anche candidato all'Oscar per la migliore attrice non protagonista.


Trama: Richard Jewell, agente di sicurezza, trova una bomba durante una manifestazione al Centennial Park di Atlanta in occasione delle Olimpiadi ed evita così un conteggio delle vittime ancora più grave. L'FBI, tuttavia, lo accusa di essere l'attentatore...


Tutto il mondo è paese, e il paese, consentitemi di dirlo con volgarità, sta andando a puttane, lo ha sempre fatto. E' una cosa che il cinema ci sta mettendo sotto il naso da tanti anni, aprendoci gli occhi su come le istituzioni non sono poi così adamantine come dovrebbero essere e su come i media troppo spregiudicati facciano l'esatto contrario di quello che dovrebbe fare il buon giornalismo, ovvero informare, limitandosi al becero sensazionalismo quando va bene (sto pensando agli exploit del nostro adorato Capitone verde, che adesso s'è messo a molestare anche la gente al citofono) e a mettere in croce le persone quando va male. A Richard Jewell, guardia di sicurezza con qualche problemino a livello fisico e mentale ma convinto al 100% del funzionamento delle istituzioni, della polizia e del governo, è andata malissimo nel 1996, anno in cui ha scoperto che a farsi i fatti propri avrebbe potuto campare cent'anni, e pazienza se a rimetterci la vita sarebbero state 300 persone invece di un centinaio. Richard Jewell, ligio al dovere ed incredibilmente entusiasta, quell'anno ha scoperto una bomba al Centennial Park di Atlanta e ha giustamente dato l'allarme (cosa che ha ridotto sensibilmente il numero di vittime, che purtroppo ci sono state), per poi venire accusato dall'FBI e dai giornali americani di essere l'attentatore e vedersi così rovinata una vita già non facilissima. Il vecchio Clint, qui "solo" in veste di regista, non critica assolutamente la legittimità di un dubbio, ché Richard Jewell non è l'uomo più gradevole del mondo e nemmeno il più rassicurante: un po' megalomane, ligio al dovere e alla giustizia al punto da essere stato condannato per abuso di autorità, fanatico delle armi, ciccione, single, ancora in casa con mamma, dotato di atteggiamenti ambigui e già sotto consiglio di una bella valutazione psichiatrica, non è così scandaloso che l'FBI abbia potuto tracciare un profilo negativo a suo discapito. Quello che è scandaloso, invece, è che i media ci si siano buttati a pesce, cancellando con un colpo di spugna tutta la privacy e la dignità di quest'uomo e di sua madre, trasformandolo in tempo zero da "eroe" (altra bella esagerazione) a "mostro" da sbattere in prima pagina.


Non sono la più grande estimatrice di Clint Eastwood e non mi ritengo un'esperta né della sua poetica, né della sua cinematografia, diciamo che prendo ogni suo film come fosse un'opera a sé stante, per questo non mi addentro in confronti con altri film; tuttavia, la frustrazione provata guardando Richard Jewell è assai simile a quella che ho provato con Mystic River, un senso di rabbia impotente e di voglia di piangere causati da una sensazione di claustrofobia ed incredulità crescenti. Mi sono messa nei panni non tanto di Richard Jewell (come ho detto, empatizzare con il protagonista non è facilissimo, ci si ritrova spesso a guardarlo perplessi e sconsolati come la "voce della ragione" Sam Rockwell, con le mani che prudono dalla voglia di prenderlo a schiaffi) quanto della povera Bobi, la mamma magistralmente interpretata da Kathy Bates. Che cosa significa dover sopportare tutta quella pressione mediatica, venire additata come mamma di un mostro e non poter nemmeno andare in bagno senza timore di essere ascoltati dall'FBI, il tutto mantenendo intatta la fiducia verso un figlio che tutti vorrebbero vedere morto? Onestamente, non riesco nemmeno a pensarci. In questo periodo, lo ammetto, sono psicologicamente fragile ma il pianto di Kathy Bates mi ha spezzato il cuore e mi sono vergognata, perché con tutta probabilità se all'epoca avessi avuto interesse nella vicenda mi sarei schierata a favore di un'opinione pubblica impietosa, perché è troppo facile giudicare male chi è debole e disadattato come Richard Jewell. E' troppo facile assecondare il carisma di una giornalista spregiudicata, abbassare le orecchie davanti alla strafottenza degli agenti dell'FBI, farsi intortare, anche in senso buono, dalla parlantina di un avvocato che per fortuna ha saputo guardare oltre e che è quanto di più americano si poteva inserire all'interno di una sceneggiatura (dai, lo si perdona); è facile ma anche terribile perché, alla fine, anche se vorremmo essere dei granitici Bruce Willis, siamo tutti un po' Paul Walter Hauser e quello che è successo a Richard Jewell potrebbe succedere anche a noi. E chi sarà lì per raccontarlo con questo rigore senza sbavature, riuscendo ad emozionare senza suonare retorico, quando Clint Eastwood non ci sarà più?


Del regista Clint Eastwood ho già parlato QUI. Paul Walter Hauser (Richard Jewell), Sam Rockwell (Watson Bryant), Olivia Wilde (Kathy Scruggs), Jon Hamm (Tom Shaw) e Kathy Bates (Bobi Jewell) li trovate invece ai rispettivi link.


Jonah Hill avrebbe dovuto interpretare Richard Jewell ma alla fine è rimasto solo come produttore del film e lo stesso vale per Leonardo Di Caprio, a cui si pensava per il ruolo dell'avvocato. Se Richard Jewell vi fosse piaciuto recuperate il già citato Mystic River. ENJOY!


giovedì 23 gennaio 2020

(Gio)WE, Bolla! del 23/1/2020

Buon giovedì a tutti!! Altra settimana molto interessante, questa, da passare in sale non necessariamente Multi... ENJOY!

1917
Reazione a caldo: Alé.
Bolla, rifletti!: Credo che questo sia il film atteso da tutti i cinefili impegnati col recupero pre-Oscar, vista l'incetta di nomination. I film di guerra non mi fanno impazzire ma Sam Mendes mi è sempre piaciuto e spero possa entusiasmarmi, nonostante tutto.

Figli
Reazione a caldo: Maledetti.
Bolla, rifletti!: Dopo La befana vien di notte ho giurato di non lasciarmi mai più intortare dalla presenza di Fresi nei film, soprattutto in combo con la Cortellesi. Andate voi, ditemi se è bello, nel caso ci farò un pensierino.

Al cinema d'élite programmazione estremamente varia!

Just Charlie - Diventa chi sei
Reazione a caldo: Aww.
Bolla, rifletti!: La storia di una ragazza nel corpo di un ragazzo, ambientata nella provincia inglese. Potrebbe essere una di quelle perle che non si dimentica più, spero davvero di trovare il tempo per andarlo a vedere.

La ragazza d'autunno
Reazione a caldo: Awwwwww
Bolla, rifletti!: Altro film che, già anche solo per la fotografia, i colori e i costumi, parrebbe bellissimo. E, se non ricordo male, ne parlava molto bene la gente al TFF, dove in effetti non sono riuscita a vederlo. Chissà se riuscirò a rimediare. 

mercoledì 22 gennaio 2020

Ed's Corner: Beyond the image, journey through the hidden meaning of movies - Lost Highway

Tornano le dissertazioni in inglese di Edoardo! Questa volta tocca a Strade perdute di David Lynch, che avevo già indegnamente "recensito" QUI senza capirci una mazza (ma apprezzando la colonna sonora, a differenza di Edoardo) quindi lo ringrazio doppiamente! ENJOY!



After Eraserhead is the turn of Lost Highway by David Lynch. Writing down the plot is basically pointless, here deconstruction and symbolism start to become quite serious (the culmination will be reached by INLAND EMPIRE). I’ll write some small bit of it anyway, then the explanation will follow, even if some can be found on the internet, nothing detailed though as far as I’ve seen.
As a reminder, this article is for whom has already seen the film, because reading the meaning of every single scene without having watched it would mean spoiling a great masterpiece. Only imperfection in my opinion, if I got to find one, is the soundtrack: Rammstein and Marilyn Manson cannot be compared to Angelo Badalamenti for these kind of films.
Fred Madison (Bill Pulman) is a good and successful jazz player, unhappy with his love life with his wife Renee (Patricia Arquette). One day he hears a strange voice at the intercom: “Dick Laurent is dead”. Times go by, his paranoia increases and he starts thinking that the woman is cheating on him.

So, let’s begin with describing the events in the right order: Fred Madison, as said before, is a jazz musician married with Renee, woman that he can’t sexually satisfy. One day he finds out that the woman is cheating on him with the suspicious Dick Laurent (Robert Loggia) and with the porno movie maker Andy (that she already knew because she had probably shot some film with him in the past). So, full of anger, he first kills the men, than the wife; gets caught by the police, arrested, sentenced to death on the electric chair, and during the execution, while he’s dying, he dreams to be someone else: Pete Dayton (Balthazar Getty).
What I just described is related to the “real” events, now let’s analyse the dream.
Pete (who is found inside the jail instead of Fred) represents what the jazz player would want to be: first of all he’s not going to die, he is a good lover (while Fred is impotent), he’s good with DIY (he is a mechanic), leads the relationship with Renee (who inside Fred’s unconscious is called Alice, married with Dick Laurent: here comes the association of names and images), and he is the one who “steals” the wife from Dick Laurent (in reality is the opposite).

Dick Laurent (Eddie in the dream) represents his rational part, the side of the unconscious that practices self control, reason that regulates instinct. On the internet there is the trend to quote Freud in order to explain Lynch’s films, and the reason becomes the superego, but basically it’s the same thing.
The fact that Eddie/Dick Laurent is the reason can be deduced from different factors: he tells Pete to stay away from other men’s women, or he’ll get only problems; he doesn’t go over the speed limit while driving his car, but only when he has to follow the inconsiderate driver, and beats him to educate him on the rules of the road; even when he calls Pete it’s not him to directly threaten the man, because he hands the phone over to the mysterious man with the white face (Robert Blake), who represents the pure instinct, the Instinct that in this case personify anger, the answer to what happened in the real life. It’s him that killed everybody.


When Fred meets him for the first time at Andy’s party, the man tells him that they know each other, and that now he’s home: here we understand that the party is only fictitious, it’s inside Fred’s mind (probably a memory). At that point the jazz player has already killed Dick and Andy, and now he’s home to kill his wife.
Fred hates cameras, because he prefers to remember things his own way, and not as they really happened; so the two first videos shot with the hand camera that the police finds were made by him as the Instinct, in a semi-unconsciousness state, whilst the third video is just his own mental projection (only he sees it).

At the beginning of the film Fred has a double personality: he imagines to speak with himself at the intercom, and when it happens he has just killed Dick Laurent. “Dick Laurent is dead”, the reason is dead, the superego is dead, now there’s just instinct.

Also frequent are the references to the reality; after Pete says: “We killed him”,  the wife at Andy’s house answers: “You killed him”; then in another flashback the wife appears in a bedroom of the same house and says: “Did you want to ask me why?”, referring to the reason of her cheating; then again the strange lightning that every now and then appears out of the blue and the frequent Pete’s nose bleeding, sign of the fact that the electric chair is on.


Fred, as Pete, is completely unaware of what happened before the police found him in jail and released him.
His parents know everything though, but when he asks them for explanation, they say that they can’t answer. If they’d answer the sand castle that our protagonist built would fall down, and he’ll get back to reality, and so back to fear, because in reality he is dying.
Finally we’ll come to the ending, with Pete back as Fred and on the run from the police, which is also unreal: we’re inside the dream again, and to his escape follows what seems to be another transformation, with him wiggling while driving the car and smoke coming out of his head right before the credits.
But it’s not: it represents his end, the electric chair made his job.

EDOARDO ROMANELLA

Special thanks to Alessandro Cardena and Glenda Fontana for the translation.


Versione italiana: http://ilbuioinsala.blogspot.com/2018/12/oltre-limmagine-viaggio-nel-significato_19.html

martedì 21 gennaio 2020

Jojo Rabbit (2019)

L'avevo perso al TFF perché lo proiettavano nei giorni in cui non sarei stata a Torino, quindi è da novembre che aspettavo l'uscita di Jojo Rabbit, diretto e co-sceneggiato nel 2019 dal regista Taika Waititi, tratto dal romanzo Come semi d'autunno di Christine Leunens e candidato a 6 premi Oscar: Miglior Film, Miglior Attrice Non Protagonista (Scarlett Johansson), Miglior Sceneggiatura Non Originale, Migliori Costumi, Miglior Scenografia, Miglior Montaggio.


Trama: Johannes Betzler, dieci anni, è pronto ad entrare nella Gioventù Hitleriana e ha un amico immaginario importante, lo stesso Adolf Hitler. L'esperienza nei ranghi dei suoi coetanei si conclude con un incidente e, quel che è peggio, tornato a casa JoJo scopre che la madre nasconde una ragazza ebrea nella camera della figlia defunta.


Non so se sia il caso di definire "geniale" Taika Waititi, ché "genio" è un'altra di quelle parole di cui si arriva ad abusare molto volentieri, come "capolavoro"; certo è che il regista neozelandese è uno degli autori più particolari ed eclettici sulla scena cinematografica internazionale e il suo ultimo film, Jojo Rabbit, è una perfetta espressione di questo suo assurdo modo di fare cinema. Un po' commedia un po' tragedia, un po' satira demenziale un po' serissima tirata anti-odio e anti-guerra, contenitore all'interno del quale c'è spazio persino per il romanticismo, capace di saltare da un registro all'altro nel giro di mezzo fotogramma, con sequenze dove Benigni va a braccetto con Wes Anderson ma anche con Jim Abrahams o con l'Adam McKay di The Anchorman, Jojo Rabbit è un film fuori da ogni schema in grado di far ridere a crepapelle e piangere in egual misura. Dando per buono che tutto sia filtrato attraverso lo sguardo stralunato di Jojo, tenero bimbetto di 10 anni che si sforza di essere un vero nazista per compiacere il suo amico immaginario Hitler, abbiamo la possibilità di vedere sullo schermo tutta l'assurdità (spesso, giustamente, ridicola) di un fanatismo che rifugge ogni razionalità e preda le menti delle persone più ignoranti e malleabili, schiacciandone la personalità grazie a un mix di terrore, propaganda e bugie propinate ad hoc; se i personaggi di Rebel Wilson, Sam Rockwell ed Alfie Allen sono volutamente estremizzati (soprattutto nel pre-finale), sta di fatto che le idiozie di cui i nazisti si riempivano la bocca e l'aria fritta distribuita a manciate da Hitler non saranno state tanto meno assurde, basti "solo" pensare alla fregnaccia della razza pura che ha condannato un intero popolo allo sterminio. Jojo, piccolo coniglietto impaurito con la salda volontà di diventare una tigre nazista, si ritroverà a sbattere la faccia contro quelle stesse fregnacce nel momento esatto in cui scoprirà che la madre nasconde in casa nientemeno che un'ebrea, la giovane Elsa, e proprio nel periodo in cui il castello di carte dell'incontrastato potere nazista è in procinto di crollare.


Con la comparsa di Elsa, il film piano piano prende una svolta più drammatica, malinconica e sentimentale. Le surreali idiozie che per Jojo erano la norma, in primis i dialoghi con un Hitler sempre più infantile e sciocco, cominciano a rivestire sempre meno importanza mano a mano che la patina di "nazismo" viene cancellata a favore della reale personalità del bambino, suo malgrado affascinato dalla "nemica ebrea" che, sorpresa delle sorprese, non è così diversa da una qualsiasi altra ragazza, con la differenza sostanziale che Elsa ha conosciuto dolore e sofferenza, diventando molto più saggia, consapevole e matura. Un personaggio molto simile a quello della madre di Jojo, interpretato da una Scarlett Johansson mai così affascinante e dolce, la quale è costretta a superare tutto il dolore causato da una guerra che non ha portato gloria nemmeno al "popolo eletto" indossando un viso felice mentre cerca di insegnare al figlio cosa sia davvero importante nella vita. In questo clima quasi favolistico, all'interno di una realtà filtrata da colori e costumi vintage incredibilmente accattivanti, dove nessun personaggio, salvo forse Elsa, risulta davvero "realistico", l'ingresso a gamba tesa della morte è l'equivalente di uno schiaffo. Priva della levità di un passo dell'oca con cui ingannare un figlioletto devoto, la morte rappresentata in Jojo Rabbit fa ancora più male perché arriva inaspettata, senza fanfare, senza anticipazioni, senza scene madri a precederla; è gretta, stupida e fa male, come la guerra, a prescindere da chi sia a combatterla, e come l'odio, a prescindere da chi sia a darlo o a riceverlo. E' per questo che ritengo Jojo Rabbit un film meno frivolo, sciocco e paraculo di quanto non appaia a una prima occhiata. Vero, la scorrettezza di un Waititi che infila a tradimento un Heroes di Bowie sul finale è pari a quella già citata di Benigni e del suo passo dell'oca, eppure proprio quella levità e quelle risate grasse che accompagnano il film dall'inizio alla fine rendono la pellicola adatta anche ad essere vista da un pubblico di ragazzini (ovviamente accompagnati da adulti intelligenti) che potrebbero ritrovarsi a ragionare, vivere ricordi non loro ma neppure troppo distanti, tenere viva una memoria che non andrebbe mai fatta scomparire. Adorabile Jojo Rabbit, con quel tenerissimo ragazzino dalla faccia buffa, che sembra proprio un coniglietto, ti ho aspettato per mesi ma ne sei valso la pena!


Del regista e sceneggiatore Taika Waititi, che interpreta Adolf, ho già parlato QUI. Scarlett Johansson (Rosie), Sam Rockwell (Capitano Klenzendorf) e Stephen Merchant (Deertz) li trovate invece ai rispettivi link.

Rebel Wilson interpreta fraulein Rahm. Australiana, ha partecipato a film come Ghost Rider, Che cosa aspettarsi quando si aspetta, Cats e ha lavorato come doppiatrice nel film L'era glaciale 4 - Continenti alla deriva. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 40 anni.


Alfie Allen interpreta Finkel. Inglese, è stato Theon Greyjoy nella serie Il trono di spade, inoltre ha partecipato a film come Elizabeth, John Wick e The Predator. Ha 34 anni.


Se Jojo Rabbit vi fosse piaciuto recuperate La vita è bella e Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore. ENJOY!

domenica 19 gennaio 2020

The Lighthouse (2019)

Oggi parlerò del film che a Natale ha fatto sfracelli sia tra gli amanti del cinema in generale che dell'horror in particolare, ovvero The Lighthouse, scritto e co-sceneggiato dal regista Robert Eggers.


Trama: due uomini sono costretti a rimanere per mesi su un'isolotto, deserto salvo per il faro al quale devono fare manutenzione. A poco a poco, i due si ritroveranno preda della follia.


Sono costretta a cominciare il post citando paro paro la bellissima recensione di Lucia, perché la differenza del formato scelto da Eggers per le riprese è la prima cosa che salta all'occhio guardando The Lighthouse e io di queste cose purtroppo non so nulla: "The Lighthouse è stato girato in 35mm e in un formato stretto e lungo, 1.19:1, che era quello utilizzato dagli studios all’inizio dell’era del sonoro, e di conseguenza dagli horror della Universal, come è noto, fortemente influenzati dall’espressionismo, se non altro grazie alla presenza di tantissimi tedeschi sui set. Ma non solo: la pellicola del film è trattata con un procedimento ortocromatico, atto a evocare la fotografia del XIX secolo" (cit. Ilgiornodeglizombi). Ci avete mai fatto caso a quanto sia angosciante vedere, per l'appunto, un vecchio horror della Universal o, ancor peggio (meglio), un esempio del cinema espressionista tedesco? Al netto di tutte le ingenuità delle trame o dell'assenza degli effetti speciali "de paura" che tanto apprezziamo al giorno d'oggi, ciò a cui reagisce la mente, per quanto obnubilata da CGI e smartphone, sono i terrificanti giochi di luce ed ombra in cui si muovono i personaggi, quel costante senso di oppressione dato dalle riprese "strette", gli angoli sghembi di cineprese usate ancora in modo pionieristico e fantasioso e tutto questo si può ritrovare, tranquillamente, all'interno di The Lighthouse. Film che più minimal non si può, durante il quale compaiono sullo schermo solo due attori (quattro, per amor di precisione) e al massimo mezza dozzina di ambienti, nessuno dei quali viene mostrato nella sua interezza o con abbondanza di dettagli, ma sempre da angolazioni ristrette, soffocanti e scure da morire. Se andiamo a vedere l'unico momento chiaro e luminoso è quello in cui Dafoe e Pattinson guardano direttamente nella cinepresa, quasi volessero salutare assieme al pubblico la civiltà e la loro sanità mentale, perché da lì in poi comincerà un delirio ininterrotto di cui, sinceramente, non mi sento mica in grado di parlare.


Robert Eggers racconta un caso di cabin fever da manuale, dove tuttavia la fever si estende all'intero isolotto in cui il povero (ma nemmeno tanto, se andiamo a vedere) Ephraim Winslow, giovane ed inesperto tuttofare, si ritrova a dover convivere con Thomas Wake, lupo di mare provetto e soprattutto faccia di merda di prim'ordine, un ubriacone che non perde occasione di vessare Ephraim relegandolo ai compiti più ingrati e faticosi e impedendogli di avvicinarsi alla luce del faro, graal proibito in più di un senso. E' un mix di elementi perturbanti e decisamente negativi, affastellati l'uno sull'altro, a erodere lentamente la mente di Ephraim assieme ad ogni certezza dello spettatore, che si ritrova testimone di un incubo che avrebbe probabilmente fatto gioire Lovecraft in persona; la spietatezza degli elementi naturali (che sia una tempesta, il terreno roccioso dell'isolotto o persino i maledetti gabbiani) e di tutto ciò che è tangibile, come la bastardaggine di Wake, la fatica, la mancanza di sonno o l'isolamento, si uniscono al superstizioso terrore di leggende marinare alle quali forse sarebbe meglio credere, così come sarebbe meglio rispettare gli antichi adagi e ogni forma di superstizione legata al mare, pena il venire annientati dallo stesso. Tanti piccoli elementi vanno ad accumularsi e ci trascinano di peso dove vuole Eggers, ovvero in una dimensione dove non esistono certezze, il confine tra realtà e immaginazione si annulla e persino vecchi marinai (o presunti tali) diventano delle terribili divinità adirate.


A tal proposito, è incredibile cosa possa fare la fotografia di un film unita all'abilità del regista con la macchina da presa e al carisma di un attore. Ora verrò uccisa da orde di cinèfili scandalizzati per questo collegamento astruso ma guardando The Lighthouse mi è venuto in mente che Dafoe era anche nel cast di Aquaman, avvinto da pixelate di CGI pacchiana per riuscire a diventare una creatura acquatica; ecco, a Eggers invece è bastato "nulla" per farlo diventare un mostro terrificante, l'ira di Nettuno personificata, un essere inimmaginabile che avrebbe potuto mangiarsi Momoa e sputarlo per dispetto. E vogliamo parlare di Pattinson? Anzi, parliamo un po', Robert. Sei un pirla, fattelo dire. Chiccazzo te l'ha fatto fare di andarti a infognare nella cloaca di haters che infestano il fandom di Batman quando tu, come la tua ex, sei perfetto per i ruoli borderline all'interno di film realizzati da signori registi e non c'entri veramente una fava col cinema commerciale? Ti prego, ripensaci. Ti servono soldi? Te li presto io, piuttosto, ma non abbandonare le sceneggiature che ti costringono in personaggi ambigui, disperati, "brutti" e pronti a perdere l'umanità perché ti calzano alla perfezione, ragazzo mio, e questo The Lighthouse ne è la dimostrazione. Anche perché non è da tutti reggere un film sulla schiena senza farsi mangiare dal carisma di quel satanasso di Dafoe, terrificante persino quando sta zitto o si limita a scrivere su un diario. The Lighthouse, lo avete visto, è entrato nella mia top 5 di fine anno e mi rende molto triste l'idea che ancora non ci sia una distribuzione italiana perché, anche se non riesco a parlarne come dovrei, è splendido. E' vero, sarà un incubo da tradurre, adattare e doppiare, ma un film così DEVE essere visto su grande schermo, a costo di farlo uscire sottotitolato, perché è giusto che Eggers ottenga anche in Italia la fama che merita.


Del regista e co-sceneggiatore Robert Eggers ho già parlato QUI. Willem Dafoe (Thomas Wake) e Robert Pattinson (Ephraim Winslow) li trovate invece ai rispettivi link.


Se The Lighthouse vi fosse piaciuto recuperate il film precedente del regista, lo splendido The VVitch. ENJOY!

venerdì 17 gennaio 2020

Piccole donne (2019)

Potevo perdermi un adattamento degli adorati romanzi di Louisa May Alcott? Assolutamente no! Così, martedì sono andata a vedere Piccole Donne (Little Women), diretto e sceneggiato dalla regista Greta Gerwig e candidato a sei premi Oscar: Miglior Film, Miglior Attrice Protagonista (Saoirse Ronan), Miglior Attrice Non Protagonista (Florence Pugh), Miglior Sceneggiatura Non Originale, Migliori Costumi e Miglior Colonna Sonora.


Trama: Jo March, lontana dalla famiglia e impegnata a farsi una carriera come scrittrice, ricorda i momenti salienti della sua adolescenza con le sorelle Meg, Beth e Amy e con l'amico Laurie.


Perdonatemi se comincio con una citazione vile: "Una per tutte, tutte per una, vieni anche tu e saremo una in più". L'una in più è l'adorabile Greta Gerwig, pronta ad aggiungere alle mille incarnazioni delle Piccole donne della Alcott la sua visione particolare e moderna, capace di spiccare tra le altre senza snaturare la natura di un'opera amatissima e conosciuta in tutto il mondo. Piccole donne non così piccine, le sue, dotate di una forza d'animo incredibile e della capacità di inseguire i loro sogni all'interno di una società in cui, tra guerre, povertà e maschilismo imperante, è anche troppo facile perderli o convincersi della loro ininfluenza. Sogni, peraltro, che non potrebbero essere più diversi tra loro e che, in buona parte, sono lontani dall'idea romantica che ci si aspetterebbe da una storia ambientata nella metà dell'ottocento, declamati a gran voce nel corso di alcuni dialoghi che contribuiscono a mostrare le eroine della Alcott sotto una nuova luce che potrebbe tranquillamente riassumersi con "money makes the world go round". E così Jo diventa moderna imprenditrice di se stessa, ironica proprietaria di personaggi da piegare consapevolmente alle regole dell'entertainment in un prefinale talmente witty e cinematograficamente teatrale che l'Academy dovrebbe vergognarsi per non aver candidato la Gerwig nella rosa di registi; Amy, la sciocca, frivola Amy, qui diventa l'ultimo baluardo contro la potenziale indigenza della famiglia, riuscendo a conciliare con inaspettato acume amore, sì, ma anche interesse, mettendo da parte i suoi infantili sogni di gloria con una lucidità invidiabile (e che rimarca, tristemente, la condizione della donna a quei tempi); Meg, pur comprendendo le regole del gioco, sceglie di ignorarle per amore, rinunciando a tutto ciò che, nel corso del film, le è stato agitato sotto il naso, divertimenti ed agiatezze in primis; Beth, la piccola, fragile Beth, immola se stessa per amor della famiglia e del prossimo, rimanendo cristallizzata in un eterno ricordo di innocente perfezione che funge da parametro morale per il resto delle sorelle e da costante fonte di ispirazione. Attorno a questi quattro personaggi indimenticabili, una ridda di comprimari altrettanto interessanti, ognuno caratterizzato alla perfezione anche solo grazie a piccoli gesti rivelatori (ciao Marmee, sì, sto parlando di te) e ognuno aspetto di un diverso frammento di realtà sociale con il quale le piccole donne dovranno necessariamente confrontarsi per crescere e maturare, tra piccoli, fondamentali successi e grandi sconfitte.


Greta Gerwig si approccia ai romanzi della Alcott cominciando in medias res, quando Jo è a New York e la famiglia si è già dispersa per il mondo e ricostruisce, a poco a poco, l'unità di un idillio familiare interamente (o quasi) femminile attraverso fondamentali memorie in cui sono gioia ed unità, a prescindere dalle circostanze, a farla da padrone; lo si capisce anche solo dalla fotografia, vivida e colorata, in contrasto con un presente fatto di toni neutri o cupi, soprattutto quando la salute di Beth comincia a scivolare via dalle dita di Jo e tutto sembra farsi incolore (e quanto è bella quell'inquadratura al mare, con la sabbia che viene portata via dalla marea che Jo cerca disperatamente di fermare?), tutto tranne le immagini girate dalla Gerwig, rese ancora più belle da un montaggio intelligente. Quanto al casting, abbiamo scelte di prim'ordine. Tra le personalissime note negative segnerei giusto Emma Watson, dal visetto troppo giovane per il ruolo di moglie e madre, è lì per lì avrei storto il naso anche davanti a Chalamet ma, riflettendoci, l'attore è perfetto per incarnare il ruolo di un Laurie particolarmente debosciato, decadente ed immaturo, tanto adorabile nel suo essere "Teddy" quanto da prendere a schiaffi per mille altre cose. Tutto il mio amore, ovviamente, va a Saoirse Ronan e Florence Pugh (ma c'è da voler bene anche a Laura Dern, alla giovane Eliza Scanlen e sì, anche a Meryl Streep). La Ronan sembra nata per interpretare Jo e il suo viso così particolare e senza età è perfetto sia per dipingere la Josephine ragazza che quella adulta, inoltre il carisma dell'attrice di origini irlandesi è talmente forte da renderla una protagonista naturale; Florence Pugh, dal canto suo, è una Amy particolare, in grado di conciliare sia l'immaturità della ragazzina che vorrebbe il nasino a punta sia la saggezza di una donna più cresciuta, che nelle altre versioni però perdeva tutto il suo fascino per diventare una figuretta incolore (si veda il film del 1994), cosa che qui per fortuna non accade. Sospendo al momento il toto-Oscar. Mi mancano ancora troppe performance femminili e tra quelle che ho visto c'è una bella competizione, per il resto ogni premio sarebbe un po' un affronto e un "premio di consolazione" a fronte della mancata nomination come regista della Gerwig, quindi spero almeno nei costumi, davvero fantasiosi e belli. Detto questo, chissenefrega dell'Academy e correte a vedere Piccole donne!


Della regista e co-sceneggiatrice Greta Gerwig ho già parlato QUI. Saoirse Ronan (Joe March), Emma Watson (Meg March), Florence Pugh (Amy March), Laura Dern (Marmee March), Timothée Chalamet (Theodore "Laurie" Laurence), Tracy Letts (Mr. Dashwood), Bob Odenkirk (Papà March), Louis Garrel (Friedrich Bhaer), Chris Cooper (Mr. Laurence) e Meryl Streep (Zia March) li trovate invece ai rispettivi link.


Emma Watson ha "ereditato" il ruolo di Meg da Emma Stone, impegnata nelle riprese de La favorita. Del film esistono, come ho scritto nel post, mille versioni: quelle che ricordo con piacere sono Piccole donne del 1994, quello del 1949 e la miniserie della BBC andata in onda nel 2017. Recuperatele tutte e... ENJOY!

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