venerdì 23 aprile 2021

Un altro giro (2020)

Il giro sta quasi finendo sì, e domenica notte sapremo chi si sarà aggiudicato le ambite statuette, ma io ho ancora qualche recupero da fare per gli imminenti Oscar, dove tra i candidati (per la miglior regia e  il miglior film straniero) c'è anche Un altro giro (Druk), diretto e co-sceneggiato nel 2020 dal regista Thomas Vinterberg.


Trama: un gruppo di insegnanti di scuola superiore decide di fare un esperimento e mantenere un costante livello di alcool nel sangue, per migliorare le loro relazioni interpersonali e le performance lavorative.


Forse guardare un film alcoolico durante lo stress da pandemia non è stata un'idea grandiosa, ché un minimo di tentazione nell'indulgere nell'esperimento di Martin e compagnia ci sarebbe, ma l'importante è prendere Un altro giro per quello che è. Non una celebrazione dell'alcool ma della vita, di quella quotidianità che spesso ci lasciamo scivolare addosso, seppellendo le poche fortune che ci sono state concesse sotto una pesantissima coltre di noia, stress, insoddisfazione personale, tristezza e chi più ne ha più ne metta, al punto da arrivare a vivere male (o, meglio, a NON vivere) senza quasi che ci sia un perché. Quest'anno è già il terzo film che vedo imperniato sull'argomento dell'insoddisfazione e dell'ennui: c'è stato Soul, c'è stato The Swerve (ma perché non candidate gli horror, porca la vostra miseria?), c'è per l'appunto Un altro giro, dove i personaggi fanno ricorso all'alcool per vedere se, effettivamente, con l'assunzione di quantità controllate le nostre capacità relazionali e lavorative possono migliorare arrivando a dare beneficio anche alla qualità della vita in generale. La risposta è nì. Sarà successo a tutti voi, se non siete astemi. Non è un mistero che essere un po' brilli ci renda più audaci ed entusiasti, piacevolmente incoscienti ed anche più pronti a cercare soluzioni creative ai problemi, oltre che rilassati, ma il limite tra leggermente brillo ed ubriaco rischia di scomparire nel giro di pochissimo e allora sono dolori; inoltre, non è sicuramente piacevole, per chi ci sta accanto e ci vuole bene, scoprire che possiamo vivere felici solo con l'ausilio di un po' di alcool in corpo, ché una dipendenza è tale anche se piccola ed innocua. A questo va aggiunta la volontà di Martin e soci di testare i loro limiti ricercando una giovinezza e una forza perdute, il che trasforma un esperimento piacevole in una discesa sempre più rapida verso il baratro dell'alcolismo, con tutto quello che ne consegue.


L'approccio di Vinterberg a questa celebrazione della vita, girata poco dopo la morte della figlia in un incidente stradale (il film è dedicato a lei), probabilmente è qualcosa in cui solo un abitante della penisola scandinava sarebbe potuto riuscire, soprattutto mantenendo un equilibrio così invidiabile tra tragedia e commedia, tra critica e indulgenza: il divertimento con cui il regista guarda alle bravate dei giovani danesi, che consumano la giovinezza vomitando e bevendo come se non ci fosse un domani, è pari al senso di imbarazzo che trapela dai filmati di repertorio in cui si vede, tra gli altri, Eltsin barcollare durante alcuni eventi ufficiali, e il destino di chi, ad una certa età, non riesce a reagire e ad aprire gli occhi, è definitivo e per nulla pietoso. Eppure, con tutti i loro pregi e difetti o forse proprio in virtù di questi ultimi, arriviamo a volere bene a questo quartetto di professori così umani ed imperfetti, a divertirci con loro nelle prime fasi dell'esperimento e a provare una forte dose di ansia quando il "gioco" comincia a fuggire di mano, fino ad arrivare a quella danza finale sulle note di What a Life che ci libera il cuore da tutti i fardelli e ci fa desiderare, stupidamente, di poter anche noi affrontare a testa alta tutti i problemi, almeno per qualche minuto, ballare assieme all'atletico Mads Mikkelsen e magari anche andarsi a fare un cicchetto assieme a lui, nonostante il volto granitico e lo sguardo scazzato. Provare per credere!


Di Mads Mikkelsen, che interpreta Martin, ho già parlato QUI.

Thomas Vinterberg è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Danese, ha diretto film come Festen - Festa in famiglia, La comune e Il sospetto. Anche attore e produttore, ha 52 anni.


Thomas Bo Larsen
interpreta Tommy. Danese, ha partecipato a film come Festen - Festa in famiglia, Il sospetto e a serie quali Il regno. Ha 58 anni.



martedì 20 aprile 2021

Shaun, Vita da Pecora: Farmageddon - Il Film (2019)

Vai a sapere perché, tra  i candidati alla miglior pellicola di animazione c'era anche Shaun, Vita da Pecora: Farmageddon - Il film (A Shaun the Sheep Movie: Farmageddon), diretto nel 2019 dai registi Will Becher e Richard Phelan.


Trama: una piccola aliena arriva per caso nella fattoria dove vivono Shaun e i suoi amici e tutti si adoperano per farla tornare a casa.


Viste le prime righe di post, non vorrei che pensaste che io abbia disprezzato Farmageddon, perché non è affatto vero. Anzi, è un film d'animazione delizioso, perfetto soprattutto per i più piccoli e divertente anche per i grandi, che potranno ridere scovando le millemila citazioni a film e serie di fantascienza che hanno fatto la storia del cinema e della televisione. Personaggi amatissimi come la scafata pecorella Shaun, la sua burbera nemesi Bitzer il cane e il padrone completamente ignaro di quello che succede nella fattoria, oltre a tutti gli altri animali, sono perfettamente a loro agio anche all'interno di una trama che sposta i confini della fattoria dalla città (come succedeva nel primo film) allo spazio e l'aggiunta del nuovo personaggino Lu-La è assai gradevole, anche perché l'amena alienetta alza di una spanna il livello di tenerezza già coperto dal pecorello Timmy e dispone di poteri e aggeggi capaci di mettere nei guai tutti quanti, rendendo Farmageddon non solo molto dinamico e scorrevole ma anche coloratissimo.


Però, ecco, non vorrei dire ma è un po' esile come pellicola, più che altro a livello di trama, già stravista in mille altre salse, e lo dimostra il fatto che arrivata a questo punto non so davvero più cosa scrivere su Farmageddon, mentre il primo film dedicato a Shaun the Sheep a mio avviso toccava temi un po' più profondi e meno sdoganati. Per carità, è giusto che venga dato un riconoscimento alla tecnica della stop motion, tra le più affascinanti che ancora resistono nel campo dell'animazione, alla faccia di tutte le opere realizzate al computer, tuttavia, visti gli altri candidati, Farmageddon mi sembra un po' un riempitivo in un anno che probabilmente è stato particolarmente privo di opere animate che non fossero di paternità Disney, Pixar o simili, con un Giappone sempre un po' lontano e altri Paesi che non vengono mai considerati salvo rare eccezioni. Ciò detto, lo ripeto, la visione di Farmageddon è stata piacevolissima e molto divertente, quindi lo consiglio tranquillamente a tutti, grandi e piccini!


Di Andy Nyman, che doppia il matto, ho già parlato QUI.

Will Becher è il co-regista della pellicola. Inglese, è al suo primo lungometraggio e ha diretto vari episodi della serie Shaun, vita da pecora. E' anche sceneggiatore, animatore e doppiatore.  

Richard Phelan è il co-regista della pellicola. Inglese, è al suo primo lungometraggio. Anche sceneggiatore, animatore e doppiatore, ha 39 anni.  


Se il film vi fosse piaciuto ovviamente recuperate Shaun, vita da pecora - Il film e la serie omonima. ENJOY!

venerdì 16 aprile 2021

Bad Luck Banging or Loony Porn (2021)

Su Miocinema è disponibile il vincitore dell'Orso d'Oro all'ultimo festival di Berlino, Bad Luck Banging or Loony Porn (Babardeala cu bucluc sau porno balamuc), diretto e sceneggiato dal regista Radu Jude.



Trama: dopo che un video porno che la vede assieme al marito viene accidentalmente caricato su internet, l'insegnante Emilia si ritrova a dover subire un processo sommario da parte di genitori furibondi...


L'ultimo film di Radu Jude, regista che io ovviamente non conoscevo, è proprio loony, come da titolo internazionale. L'argomento trattato è più attuale che mai, visti anche i recenti fatti di cronaca che hanno toccato l'ambiente scolastico italiano, tuttavia stavolta non si tratta di revenge porn, ancor più deprecabile, quanto della normale vita sessuale di due coniugi che hanno la sventura di portare ad aggiustare un PC da qualcuno che non si fa scrupoli a caricare su YouPorn il contenuto dell'hardware. A scanso di equivoci, Bad Luck Banging comincia davvero come un porno e non vi salti in mente di guardarlo con qualche pargolo in giro per casa, perché il video incriminato viene mostrato all'inizio della pellicola, con molta dovizia di particolari, e per tutto il film, soprattutto nel secondo capitolo, vi sono immagini di falli, vagine, seni e quant'altro mescolate ad episodi storici tra l'aberrante e il deprimente: il simbolo dell'ipocrita deriva della società, dove vengono accettate e ritenute "normali" le peggio cose (stragi, omicidi, povertà, divario sociale, razzismo, violenza sessuale, pedofilia e dittature, solo per citarne alcune) ma GUAI, come si diceva nei Simpson, se non si pensa ai bambini e a quello che potrebbe succedere dovessero anche solo pensare che la loro insegnante faccia S.E.S.S.O. La cultura cattolica "pancina", ovviamente, prevede che l'atto sessuale sia solo a livello procreativo, che non rechi piacere alcuno a chi in esso indulge (men che meno alla donna, ça va sans dire) e che una coppia dia comunque di sé un'idea assolutamente asessuata, altrimenti tocca visualizzare cosa potrebbe succedere nel talamo, ed è un attimo dimenticare i pregi scolastici di un'insegnante palesemente brava come educatrice quando la stessa viene immortalata mentre fa un pompino al marito. Davanti ad un simile affronto, l'ottima insegnante di storia diventa una troia fatta e finita (agli occhi degli uomini che però non si fanno scrupolo di sbavare guardando il video e a quelli delle donne, probabilmente invidiose della vita sessuale di Emilia, molto simili a quelle che davanti a ragazzine violentate dicono "se va vestita così, se l'è andata a cercare") e,  in quanto tale, incapace di insegnare e anzi, sicuramente persino sovversiva, piena di idee deleterie per la crescita equilibrata dei suoi studenti.  


Il processo ad Emilia, fulcro del terzo atto del film, è qualcosa di estremamente faticoso da guardare, perché non è difficile immaginare come quei dialoghi all'apparenza fuori da ogni logica siano parte fondante di ogni pettegolezzo sulle labbra della gente "bene", che arriva persino a negare di avere mai fatto sesso "in quel modo", come se fosse la cosa più orrenda del mondo, mentre non si preoccupa di nascondere il proprio razzismo e la propria ignoranza, difetti ben peggiori; al processo di Emilia ci sono rappresentanze per tutte le classi razziali e sociali, per tutti gli "ismi" moderni, uniti (nonostante la diversità) dall'odio verso un nemico comune e soprattutto dalla ferma volontà di seguire una visione univoca di "normalità", che ovviamente non prevede spazio per alcuna forma di ripensamento o pietà. Il finale è surreale e liberatorio, si conclude con un fermo immagine blasfemo ed esilarante, ed è un perfetto contrasto (nella sua struttura teatrale, più che cinematografica), di una prima parte praticamente priva di dialoghi e quasi documentaristica, che vede Emilia camminare per le strade di una Bucarest ferita, impegnata a spazzare macerie e difetti sotto il tappeto, vittima comunque di rigurgiti di squallore e maleducazione mentre la vita delle persone continua come se niente fosse, anche nel bel mezzo della pandemia di Coronavirus. Come ho scritto a inizio post, Bad Luck Banging or Loony Porn è loony davvero. Lo è nella struttura, nel modo in cui mescola stili diversi, per come spiazza lo spettatore abituato a narrazioni più lineari, per il tentativo di insegnare qualcosa e far aprire gli occhi su quel mondo che vediamo ogni mattina e che ormai diamo per scontato, dimenticando il passato e appiattendo ogni esperienza particolare e sprazzo di diversità, se non addirittura condannandole. Ecco, il film di Radu Jude è sicuramente un'esperienza particolare e anche solo per questo andrebbe visto, almeno una volta, senza troppi pregiudizi di sorta. Poi fatemi sapere com'è andata la visione!

Radu Jude è il regista e sceneggiatore della pellicola. Romeno, ha diretto film come The Happiest Girl in the World e Aferim!. Anche produttore, ha 44 anni.



martedì 13 aprile 2021

Saint Maud (2019)

In questi giorni ho recuperato anche il film vincitore al Tohorror Film Festival dell'anno scorso, Saint Maud, diretto e sceneggiato nel 2019 dalla regista Rose Glass.


Trama: l'ex infermiera Maud si incapriccia di Amanda, ex ballerina malata terminale, e cerca di convertirla al cattolicesimo..


Quest'anno, sarà forse per la pandemia, gli horror particolarmente pessimisti sono stati una marea e Saint Maud non fa eccezione. Subdola e priva di jump scare (quasi), interamente giocata su un terrore psicologico e su una protagonista "inaffidabile", l'opera prima di Rose Glass è una raffinata discesa nei meandri della psiche di una persona traumatizzata da eventi mortiferi accorsi in un passato recente (benché quali, di preciso, non sia mai dato sapere, in quanto meramente accennati in flashback e nelle parole pungenti e curiose di una ex collega di Maud) che ha deciso di cercare sollievo nella religione. Purtroppo, come spesso accade, religione e fragilità mentale sono un binomio terribile perché Maud è preda di quel fervore totalizzante che la convince di essere costantemente nella ragione, "fortunata" depositaria di un legame con Dio che coincide con momenti di estasi orgasmica e che funge da riempitivo per una vita altrimenti solitaria, miserabile e squallida. Maud non ha amici, non ha famiglia, è stata cacciata dall'ospedale dove lavorava ed è stata costretta a reinventarsi infermiera a domicilio; il suo unico sollievo è proprio questo contatto diretto con Dio, che la porta ovviamente a cercare una missione, un modo per rendersi degna del Suo sguardo, nella fattispecie cercare di convertire l'ex ballerina e coreografa Amanda, la quale è all'ultimo stadio di una malattia incurabile e, soprattutto, è una peccatrice convinta che fuma, beve e fa sesso a pagamento con una donna più giovane di lei. Gli sforzi di Maud sono angoscianti quanto la vita che conduce, costantemente sospesa tra realtà e deliri mistici, ogni passo mosso col desiderio di sacrificarsi nel nome di un Dio benevolo ma severo, che la mette costantemente alla prova: non c'è gioia nella Fede di Maud, c'è solo il completo annullamento di una persona triste che, forse, è stata persino ingannata.


Saint Maud
, infatti, gioca anche su una doppia ambiguità. Personalmente sono convinta che tutto ciò che viene mostrato nel film sia frutto della mente di Maud, come si intuisce dallo splendido finale, eppure c'è quel prefinale in cui la regista ci mette davanti alla possibilità che Maud sia guidata, non verso la salvezza ma verso la rovina, da un'entità che ha preso la sua Fede pervertendola nel peggiore dei modi, con tutte le conseguenze del caso. A mio avviso entrambe le ipotesi funzionano e sono ugualmente affascinanti, cosa che rende Saint Maud ancora più prezioso e sfaccettato, nonostante la pesantezza che lo permea. Non è facile seguire le peripezie di Maud. Il personaggio interpretato da un'intensa Morfydd Clark non offre alcun appiglio per l'empatia dello spettatore, nonostante la sua incredibile solitudine e la commovente, "imbarazzante" sequenza ambientata nei vari pub, anzi, verrebbe spesso voglia di prenderla a schiaffi come accade con tutti i ferventi invasati convinti che la religione sia l'unica risposta e che bisognerebbe imporla a chiunque. Purtroppo, anche il microcosmo di persone che circonda Maud non è fatto di simpaticoni, ciò vale per Amanda in primis, e tutto lo squallore di un'umanità egoista e piccina si ripercuote su una fotografia cupa, su ambienti opprimenti (sia che si tratti della magione di Amanda, dello sporco appartamento di Maud e persino della cittadina di riviera in cui vivono le due) e attori dall'apparenza dimessa. Ovviamente, è proprio questo pessimismo globale che mi ha fatta urlare alla meraviglia e a consigliare Saint Maud in quanto film da non perdere assolutamente, con la speranza che Rose Glass continui su questa strada. 


Di Jennifer Ehle, che interpreta Amanda, ho già parlato QUI.

Rose Glass è la regista e sceneggiatrice della pellicola, al suo primo lungometraggio. Inglese, ha 31 anni.


Morfydd Clark
interpreta Maud. Svedese, ha partecipato a film come PPZ: Pride and Prejudice and Zombies, Amore e inganni, Crawl - Intrappolati e a serie come Dracula. Ha 31 anni. 



domenica 11 aprile 2021

Il sabba (2020)

Spinta dalle recensioni positive di alcuni amici su Facebook, ho finalmente recuperato anche io Il sabba (Akelarre), diretto e co-sceneggiato nel 2020 dal regista Pablo Agüero e distribuito su Netflix.


Trama: in un paesino basco del 1600 alcune ragazze vengono accusate di stregoneria e condannate al rogo. Per prendere tempo, una di loro convince l'inquisitore ad assistere a un vero Sabba...


Nonostante la fiducia riposta nei miei amici che su Facebook si intendono davvero di cinema, non come la sottoscritta, ammetto di avere avuto un po' di ansia a guardare Il sabba, soprattutto a propinarlo a Mirco, il quale poverello in questi giorni si è messo le mani nei pochi capelli davanti a molti dei film visionati per l'Oscar, definendoli "ammorbanti" (effettivamente gli ho fatto subire Ma' Rainey e One Night in Miami, come faccio a dargli torto?). Fortunatamente Il sabba ammorbante non è, anzi, se dovessi scegliere un solo aggettivo lo definirei affascinante come Amaia Aberasturi, una delle ragazze che interpretano le fanciulle inquisite, la "protagonista", si potrebbe dire, di sicuro colei che cattura per buona parte del film l'occhio dello spettatore e anche dell'inquisitore, che si ritrova vittima di un potere più grande di lui. L'ignoranza e la paura sono infatti armi a doppio taglio, utili sicuramente per colpire le persone più deboli, ma cosa succede quando i deboli decidono di alimentare queste due emozioni in un disperato tentativo di riottenere la libertà, facendo leva sulla natura predatoria e superba di un certo tipo di uomo? L'inquisitore Rostegui, irreprensibile e timorato di Dio, con le sue domande trabocchetto e la volontà di tramandare ai posteri tutto l'orrore dei sabba e dei vili incantesimi delle presunte streghe, non può fare altro che rimanere letteralmente ipnotizzato quando una di loro decide di dargli quello che vuole e di trasformare momenti di innocente libertà assoluta nell'idea di perversione femminile che purtroppo molti uomini anche al giorno d'oggi hanno e che, alternativamente, li porta o a violare quella libertà prendendosela con la forza, oppure ad annullarla a causa di un' orribile forma di invidia e gelosia.


Eppure, nonostante le voglie represse di Rostegui e la sua natura di persona immonda, ogni azione di Ana viene compiuta per amore, non per rappresaglia nei suoi confronti, amore verso le giovani compagne di quotidiane scorribande, fatte di danze nelle radure, di segreti da confessare, di prime palpitazioni, di una comunione con la natura e le tradizioni di una terra ovviamente definita "ignorante" dagli inquisitori, perché fanno a pugni con ciò che gli uomini e la religione si aspettano dalle donne. E così Il sabba diventa un'ottima metafora per molte, deprecabili situazioni odierne, ma non solo. E' anche un validissimo film di genere, inquietante per il modo in cui ci porta a scoprire a poco a poco l'orribile destino delle condannate, interamente giocato su un'ambiguità di fondo per cui non è mai detto al 100% che Ana e le altre non siano streghe, e con un finale che viene lasciato alla libera interpretazione dello spettatore. Inoltre, per essere una produzione spagnola finita su Netflix, gode di attrici bravissime, di una bella regia, di un montaggio serrato e vivacissimo, e soprattutto di una fotografia splendida, che trasformano la sequenza che dà il titolo al film in un delirio visivo esaltantissimo, fatto di corpi che si contorcono in mezzo alle fiamme dell'inferno al ritmo di una melodia antica e liberatoria. Una pellicola come questa, da sola, dà senso all'intero abbonamento Netflix, datemi retta e recuperatela!

Pablo Agüero è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Argentino, ha diretto film come Eva no duerme. Anche produttore, ha 44 anni.


Se Il sabba vi fosse piaciuto recuperate The VVitch (anche questo disponibile su Netflix). ENJOY!

venerdì 9 aprile 2021

Judas and the Black Messiah (2021)

Altro giro di Oscar, altro regalo. Esce oggi sulle varie piattaforme di streaming Judas and the Black Messiah, diretto e co-sceneggiato dal regista Shaka King e candidato a ben 6 statuette (Miglior Film, Daniel Kaluuya e Lakeith Stanfield migliori attori non protagonisti, Miglior Canzone Originale, Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Fotografia).


Trama: Billy O'Neal è un ladruncolo di colore che, per evitare il carcere, viene costretto dall'FBI ad infiltrarsi nelle Pantere Nere di Chicago e avvicinarsi a Fred Hampton, il presidente della sezione.


Io non capisco se quest'anno non sono dell'umore per i biopic oppure se la gente (e non parlo solo di quelli che hanno riversato mille candidature su Judas and the Black Messiah e One Night in Miami, ma anche degli spettatori che si sono profusi in lodi) si impegna a trovare questi film splendidi per paura di risultare razzista, ma anche la pellicola di Shaka King ha messo a dura prova la mia capacità di attenzione e, per dirla semplicemente, "mi ha lasciata come mi ha trovata", quindi adesso mi sento anche un po' scema ed ignorante. Quest'ultimo aggettivo in particolare mi turba perché, di base, guardando Judas and the Black Messiah uno rischia di non imparare davvero nulla sul movimento delle Pantere Nere e sul leader del ramo di Chicago, il giovanissimo Fred Hampton. Con tutto il bene che voglio a Daniel Kaluuya, che ha messo tutto se stesso nel personaggio e si vede, l'attore ha 32 anni mentre Hamtpon ne aveva 21 quando è morto, il che è sconvolgente. Vero, i tempi sono cambiati così come la percezione dell'età anagrafica, e di certo un ventunenne nero nell'America razzista degli anni '60 non poteva essere imbecille come un ventunenne attuale, ma il pensiero che a fare la rivoluzione (non "giocare", è diverso) razziale e sociale dell'epoca, imbracciando fucili ed idee politiche radicali che nel film vengono appena accennate, fossero dei ragazzini stravolge tutta la percezione di un film che punta più sugli slogan vuoti e sulla natura di agitatore di masse di Fred Hampton, nonché sulla love story più sciapa del mondo, che sull'offrire un ritratto a tutto tondo del suo giovane e sicuramente incredibile protagonista.


Non è un caso, per l'appunto, che sia Billy O'Neal, il Giuda del titolo originale, a focalizzare maggiormente le attenzioni del pubblico, tanto che gli attori sono stati candidati entrambi come Non Protagonisti per par condicio. Ma, anche lì, Billy O'Neil non era uno scafato ladro di auto trentenne con atteggiamenti da pimp, era un teenager di 17 anni che si è ritrovato in una storia più grande di lui e che ha fatto quel che ha fatto (attenzione: non è certo che abbia avvelenato lui Hampton, come invece viene mostrato nel film) probabilmente spinto da un mix di paura, esaltazione, incoscienza e Dio solo sa quante altre emozioni, emozioni che traspaiono in maniera molto blanda da Lakeith Stanfield, affidate giusto a qualche atteggiamento spavaldo, qualche "fuck" di troppo e alcuni scambi zeppi di cliché attraverso i quali si sviluppa il rapporto con l'agente Roy Mitchell, "buono" costretto dai mala tempora ad inghiottire in silenzio tutto il razzismo dell'FBI e ad agire come vogliono i superiori. A questo stravolgimento "anagrafico", che rende i personaggi più belli, patinati e maturi di quanto non fossero, si aggiungono una messa in scena e una scrittura "piacevoli" e prive di difetti, che concorrono a rendere digeribile un capitolo controverso della lotta sociale nera anche al pubblico bianco, mostrando le Pantere come un gruppo inclusivo (c'è pure la parentesi coi personaggi gay, scritti su un foglio di carta velina) di benefattori col vizio di atteggiarsi un po' da guappi e di inneggiare alla lotta armata, con un capo che, dietro tutti i paroloni e gli atteggiamenti minacciosi, è un pupazzetto dolciotto bisognoso d'amore. La morte su schermo di Hampton si priva così della sua valenza tragica, di giovane carismatico falciato dalla manazza del Governo spaventato e razzista, e quella di O'Neil, apparentemente suicidatosi dopo la sua prima intervista televisiva all'età di 40 anni, viene relegata alla solita riga di spiegazioni prima dei titoli di coda ma il suo senso di colpa, se mai c'è stato, non viene quasi mai trasmesso allo spettatore. Insomma, anche stavolta, un film che dimenticherò nel giro di una settimana e che spero vivamente non porti a casa neppure una delle troppe statuette per cui è candidato. 


Di Daniel Kaluuya (Fred Hampton), Lakeith Stanfield (Billy O'Neal), Jesse Plemons (Roy Mitchell), Martin Sheen (J. Edgar Hoover) e Robert Longstreet (Leslie Carlyle) ho già parlato ai rispettivi link.

Shaka King è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto anche un altro film, Newlyweeds. Anche produttore e attore, ha 41 anni.


Se Judas and the Black Messiah vi fosse piaciuto, recuperate Il processo ai Chicago 7. ENJOY! 

martedì 6 aprile 2021

Hunter Hunter (2020)

Continuiamo a scalare la classifica di Lucia, arrivando al settimo posto occupato da Hunter Hunter, diretto e sceneggiato nel 2020 dal regista Shawn Linden. Vi avviso, metà post sarà "normale", metà zeppo di spoiler.


Trama: la dura vita di una famiglia isolatasi nei boschi si fa anche più pericolosa quando un lupo comincia ad aggirarsi nei dintorni...


Hunter Hunter
è uno di quei film che parte lentamente, molto lentamente, e poi a un certo punto arriva ad una svolta che lascia impietriti e persino sconvolti sul finale. Si comincia infatti con una situazione "già vista", prodromo ideale di un survival thriller, nella quale facciamo la conoscenza di Joseph, Anne e Renee, famigliola costretta dal padre cacciatore, survivalista, stundaio e quant'altro (Devon Sawa. Irriconoscibile causa vecchiaia) a vivere ai margini della società, all'interno di una casa nel bosco dove non arriva nemmeno l'elettricità. Joseph contribuisce all'economia familiare andando a caccia assieme alla figlia tredicenne Renee mentre madre, oltre a fare i lavori di casa, va a prendere l'acqua nel fiume e vende le pellicce degli animali uccisi, ricavandone un sostentamento ben misero. Hunter Hunter inizia in un momento assai duro per la famigliola, percorsa da comprensibili tensioni tra Joseph e Anne, l'unica a capire che una vita simile non è l'ideale per una ragazzina e che presto i soldi finiranno, mentre Joseph non vuole sentire ragioni; ad aggravare il tutto spuntano i segni di un lupo, che oltre a cibarsi degli animali presi in trappola da Joseph e figlia rischia anche di mangiarsi loro, prima o poi, il che porta l'uomo ad armarsi di tutto punto e andare a caccia. E qui non aggiungo altro sulla trama, perché a un certo punto il film prende una biforcazione inaspettata che porta lo spettatore su un territorio simile a quello di partenza, altrettanto ansiogeno e "conosciuto" ma gestito comunque con furbizia e coerenza ancora più angoscianti se si ripensa a tutto quello che ha dato origine alla "valanga" di eventi. I personaggi, tutti tratteggiati alla perfezione con pochissime battute e grande espressività da parte degli attori coinvolti, entrano magari non nel cuore (alcuni sono odiosi, altri semplicemente ciechi, soprattutto quelli secondari) ma sicuramente nello stomaco dello spettatore, che non può fare a meno di lasciarsi coinvolgere dall'atmosfera cupa e lugubre di un film che allontana la gioia di vivere sin dalla prima sequenza; la vita di Anne e Renee non è quella bucolica e avventurosa di Flo, la piccola Robinson, con tutto l'amore che si può avere per la natura, e se all'anacronismo ci si aggiunge una buona dose di testardaggine e machismo, la rabbia diventa inevitabile. Alcuni siti, tra cui uno assai rispettabile, non parlano benissimo di Hunter Hunter ma io vi consiglierei di fidarvi di Lucia, se non di me, e dargli una chance perché è uno degli horror più interessanti dell'anno passato, oltre che ben diretto e ben recitato e dotato di un favoloso uso della colonna sonora. Proseguirò con un po' di SPOILER quindi non leggete oltre. A LISA, nel caso passasse da queste parti, dico solo di evitarlo, ora che si sta appassionando all'horror, perché potrebbe non reggere il colpo.


SPOILER, ho detto.

Se alla stupidaggine tutta umana e d'altri tempi di Joseph ci si aggiunge l'elemento altrettanto umano di una folle crudeltà, l'equazione porta sullo schermo un uomo che, davanti a un cimitero di corpi profanati, invece di affidarsi ad una polizia che pure è inutile, decide di "cacciare" predatori a due zampe, convinto di avere tutta la situazione in pugno. In realtà, come direbbe Rupert Sciamenna, Joseph è un coglione, che con la sua coglionaggine condanna una figlia capace di riconoscere le tracce dei lupi ma non di spianare un fucile in faccia a un pazzo e una moglie che in tutti i modi ha cercato di convincerlo a cambiare stile di vita, ricevendo in cambio solo dei "ho tutto sotto controllo". Il finale di Hunter Hunter è qualcosa di agghiacciante, la rappresentazione letterale di una mente che si spezza e agisce non per vendetta, né per soddisfazione, ma solo perché impossibilitata a trovare qualcosa a cui aggrapparsi in un mondo che è andato in frantumi e ha lasciato solo il vuoto; è qualcosa che non è catartico nemmeno per lo spettatore perché non c'è trionfo nelle azioni di Anna (soprattutto non dopo la tremenda eleganza con cui viene rivelato l'agghiacciante destino di Renee, interamente dipinto sul volto di un'attrice bravissima e per me sconosciuta, Camille Sullivan, che per metà film viene "nascosta" dai riflettori puntati sul risoluto Joseph e sull'apparentemente sgamatissima Renee) e si può solo rimanere lì, a guardare inebetiti una delle sequenze più gore dell'anno con la stessa espressione incredula di chi ha preso le richieste di aiuto di una donna disperata e le ha considerate semplicemente l'ennesima stranezza di persone relegate ai margini della società. Assieme a The Dark and the Wicked e The Swerve, Hunter Hunter è probabilmente l'horror più deprimente dell'anno e non risparmia nulla allo spettatore, vi avverto. Ma vi consiglio anche, di nuovo, di recuperarlo comunque. 


Di Devon Sawa (Joseph) e Nick Stahl (Lou) ho già parlato ai rispettivi link.

Shawn Linden è il regista e sceneggiatore della pellicola. Canadese, ha diretto film come Nobody e The Good Lie ed è anche produttore. 


Camille Sullivan
interpreta Anne. Canadese, ha partecipato a film come The Butterfly Effect e a serie quali Dark Angel, Ai confini della realtà e Taken. Anche sceneggiatrice, ha 46 anni e un film in uscita. 


Summer H. Howell
interpreta Renee. Canadese, ha partecipato a film come La maledizione di Chucky, The Midnight Man, Il culto di Chucky e a serie come Channel Zero. Ha 16 anni.



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