venerdì 6 maggio 2016

La foresta dei sogni (2015)

Inaspettatamente, questa settimana sono riuscita a fare tripletta e a vedere anche La foresta dei sogni (The Sea of Trees), diretto nel 2015 dal regista Gus Van Sant.


Trama: Arthur decide di andare in Giappone, nella foresta di Aokigahara, per suicidarsi. Lì però incontra Takumi, un uomo che si è perso e non sa come tornare dalla sua famiglia, e decide di aiutarlo prima di compiere l'estremo gesto...


La prima cosa che ho fatto dopo la visione de La foresta dei sogni è stato cercare su Google "A perfect place to die". Come immaginavo, il primo risultato è un link che rimanda alla pagina Imdb dedicata al film A Lonely Place to Die ma subito dopo si comincia a parlare della foresta di Aokigahara, definita come IL posto perfetto per morire nell'opera più famosa di Wataru Tsurumi, Il manuale completo del suicidio. Quindi il luogo descritto da Van Sant nel suo ultimo film esiste davvero, si trova ai piedi del monte Fuji e pare che annualmente moltissime persone scelgano di suicidarsi lì, tanto che si dice che ormai negli alberi dimorino gli spiriti inquieti dei defunti, cosa che rende la foresta ancora più spettrale e in qualche modo "mitica". Questi sono i presupposti da cui parte La foresta dei sogni, che vede l'americano Arthur Brennan imbarcarsi per il Giappone e giungere infine in questo posto zeppo di cartelli, scritti in giapponese ed inglese, che invitano i visitatori a riconsiderare la propria esistenza e trovare almeno UN pensiero felice a cui aggrapparsi prima di ricorrere all'estremo gesto. A quanto pare Arthur pensieri felici non ne ha ed è pronto a farla finita, se non che ad un certo punto incontra Takumi, un uomo che ha scelto di suicidarsi a causa di problemi sul lavoro salvo poi pentirsi, richiamato alla ragione dal pensiero della moglie e della figlia; Arthur, benché riluttante, decide di aiutarlo ma la foresta nasconde più di un'insidia e il viaggio intrapreso per porre fine alla propria vita diventa un estenuante percorso sia fisico che spirituale per capire sé stesso e i sentimenti che lo hanno portato fino lì. La foresta dei sogni è un film che parla di persone imperfette, incapaci di godere della propria felicità e spinte da un insano e costante desiderio di farsi del male, troppo impegnate a coltivare uno sciocco sentimento di rivalsa per abbandonarsi ad un moto di sincerità che rischierebbe di lasciarle deboli e vulnerabili ed è quindi quel tipo di pellicola che un po' ci costringe a guardare dentro di noi e vergognarci dei nostri limiti.


Nonostante i buoni propositi, la trama non è comunque priva di ingenuità e, sebbene alla fine tutto torni in maniera assai poetica, riuscendo persino a risollevare l'animo dello spettatore con un lieve afflato di speranza, qui e là nel corso della pellicola subentrano momenti di noia e, peggio ancora, di tragedia talmente esagerata che non si può fare a meno di alzare gli occhi al cielo (Arthur ha una sfiga fuori dal comune, io ve lo dico). D'altronde, la prima cosa che salta all'occhio se invece di cercare su Google "A perfect place to die" si digita "The Sea of Trees", è la reazione scomposta del pubblico durante la proiezione del film al festival di Cannes, dove a quanto pare la pellicola di Van Sant si è beccata la sua buona razione di fischi. Francamente una reazione simile mi sembra esagerata tanto quanto la scelta di portare La foresta dei sogni sulla Croisette: il film è semplice ma gradevole, regala momenti commoventi e altri di grande riflessione, tuttavia non è così innovativo o sensazionale da meritare una vetrina internazionale così importante. La regia di Van Sant, la cui macchina da presa si concentra a volte sui volti sofferenti degli attori, altre sulla maestosità della foresta di Aokigahara e spesso sulla sua impenetrabilità, non ha purtroppo lo stesso respiro epico di un Iñarritu o un Malick, e lo stesso vale per la fotografia e il montaggio, ma in compenso gli attori sono uno più bravo dell'altro. Quello di Arthur non sarà il ruolo più memorabile di McConaughey (anche per colpa della sceneggiatura di cui parlavo sopra) ma il buon Matthew ci mette impegno e passione, mentre Naomi Watts pare tornata ai vecchi fasti e regala una delle interpretazioni migliori degli ultimi anni. Secondo la mia modesta opinione quindi La foresta dei sogni merita una visione, soprattutto se siete amanti del Giappone e avete voglia di vedere in sala un paesaggio diverso da quello della solita, ormai abusata Tokyo.


Del regista Gus Van Sant ho già parlato QUI. Matthew McConaughey (Arthur Brennan) e Naomi Watts (Joan Brennan) li trovate invece ai rispettivi link.

Ken Watanabe (vero nome Kensaku Watanabe) interpreta Takumi Nakamura. Giapponese, ha partecipato a film come L'ultimo samurai, Batman Begins, Memorie di una geisha, Inception e Godzilla. Anche produttore e regista, ha 57 anni e un film in uscita.

giovedì 5 maggio 2016

(Gio)WE, Bolla! del 5/5/2016

Buon giovedì a tutti!! Questa è la settimana Team Iron Man (love!) vs Team Cap e ovviamente Savona si adatta cercando di proteggere il blockbusterone senza far uscire praticamente altro. Ma in generale è la distribuzione italiana tutta a fare muro attorno al nuovo film Marvel... ENJOY!

Captain America: Civil War
Reazione a caldo: #TeamStark
Bolla, rifletti!: Magari cambierò idea durante la visione ma per il weekend conto di vestirmi in rosso e oro e andare a vedere quello che, a detta di Lucia, è il miglior film Marvel dopo The Avengers. Fringers crossed!!!

Robinson Crusoe
Reazione a caldo: Mah.
Bolla, rifletti!: La creatura di Defoe in versione franco-belga, col pappagallo Martedì al posto di Venerdì. Andemmu ben, andemmu. Eviterò senza rimpianti l'ennesimo film d'animazione maffo distribuito in Italia.

Al cinema d'élite la Guerra Civile non è arrivata ma la Cina è vicina!

Al di là delle montagne
Reazione a caldo: EH!
Bolla, rifletti!: La storia di una Cina che cambia profondamente con l'arrivo del nuovo millennio, di generazioni di giovani che sognano l'Occidente, rinnegando gli "antichi valori", potrebbe essere molto ma molto interessante. Tempo permettendo, ché al cinema d'élite i film stanno pochissimo, lo recupererò!

mercoledì 4 maggio 2016

The Dressmaker - Il diavolo è tornato (2015)

In questi giorni è uscito al cinema The Dressmaker - Il diavolo è tornato (The Dressmaker), diretto e co-sceneggiato dalla regista Jocelyn Moorhouse partendo dal romanzo omonimo di Rosalie Ham. Vediamo se val la pena dargli un'occhiata!!


Trama: Tilly torna al suo paese dopo anni di esilio imposto all'estero, durante i quali è diventata un'affascinante sarta. Decisa ad avere vendetta per la vita che le è stata rubata, Tilly comincia a "rivestire" molti abitanti della cittadina...


Se avessi dato retta al battage pubblicitario di The Dressmaker probabilmente non avrei mai guardato il film di Jocelyn Moorhouse. Erroneamente presentata come un emulo de Il diavolo veste Prada, se non peggio, questa pellicola è in realtà una particolare storia di vendetta introdotta quasi come un western, con una Singer al posto delle pistole, oltre che un film difficile da ascrivere ad un unico genere: se, infatti, l'inizio ricorda molto le tragicommedie corali di cui negli anni '90 era maestro Lasse Halstrom, la vicenda di Tilly a un certo punto svolta nel melò (vero ed unico punto debole di The Dressmaker, a mio avviso) e poi si inoltra nelle tinte sanguinose del grottesco, regalando un finale sorprendente. La trama, prima ancora della vendetta, prende in realtà in esame la ricerca della verità e il disperato tentativo della protagonista di riprendersi una vita che le è stata strappata senza che neppure lei sappia bene il perché. Mandata via del paese a seguito di una terribile tragedia che, a suo dire, l'ha "maledetta" per sempre, Tilly torna nella sua terra profondamente cambiata, almeno all'esterno, mentre a Dungatar il tempo pare essersi fermato, radicandosi in uno status quo di profondo squallore e piccineria mentale. Mentre la madre pare non avere memoria di lei, tutti gli abitanti di Dungatar sono concordi nel ritenere Tilly una disgrazia e soltanto le sue arti sartoriali li costringono a mettere da parte la diffidenza per puro interesse personale; gli abiti di Tilly trasformano letteralmente chi li indossa, mettendone a nudo la bellezza esteriore, ma così non è, purtroppo, per la bruttezza interiore, che rimane tale oppure peggiora. E' in questo modo che gli sceneggiatori giocano con lo spettatore, sfidandolo a capire quale direzione prenderà una storia che avrebbe tutte le carte in regola per sfociare in una perfetta morale Disneyana e in una liaison da sogno tra Tilly e il meraviglioso Teddy, se non fosse che la "maledizione" della protagonista risiede nella fondamentale cattiveria di tutti gli abitanti di Dungatar, falsi, ipocriti e meschini a tal punto che i protagonisti de Il seggio vacante della Rowling sono al confronto dei docili agnellini.


Ad affiancare una trama per la gran parte assai particolare ed interessante, c'è la fondamentale scelta di dotare Tilly di una Singer invece che di una pistola, cosa che rende The Dressmaker incredibilmente stiloso. Attenzione però, la pellicola della Moorhouse non è una robetta per donnine modaiole! I costumi sono un fondamentale veicolo per l'amara ironia di cui è permeata la pellicola, ambientata negli anni '50, e molte delle mise create da Tilly (per inciso, una più bella dell'altra) vengono utilizzate per sottolineare la natura ridicola dei personaggi, una su tutti la vanesia Gertrude che, con le sue pose da diva consumata, richiama più volte il contrasto vincente tra paesanotti e glitter che era uno dei punti chiave in Priscilla la regina del deserto. L'omaggio a questo stupendo caposaldo della cinematografia australiana si ripropone nella figura di uno Hugo Weaving nuovamente en travesti, l'unico personaggio positivo assieme a Teddy e alla madre di Tilly nonché, finalmente, un ruolo capace di svecchiare un attore che ormai si era abbonato a parti da impersonale malvagio; tra gli altri attori spiccano, oltre all'inedita Sarah Snook in versione bitch, una Kate Winslet magnifica, perfettamente a suo agio negli eleganti panni di una donna costretta a mostrarsi più forte di quanto non sia per sopravvivere ad una comunità che la vorrebbe vedere morta, e soprattutto Judy Davis, la quale nei panni della folle ed ubriaca Molly ruba spesso la scena alla bellissima (pure troppo!) coppia formata da Liam Hemsworth e la "vecchia" Kate. Le scenografie che mescolano suggestioni da western di frontiera a quello che, ahimé, è il reale paesaggio dell'outback australiano, unite ad una colonna sonora piacevole e ai già citati costumi da urlo, sono la ciliegina sulla torta di un film sorprendente, che vi consiglio di guardare in barba alla pubblicità ingannevole italiana... e per le donnine che ancora non fossero convinte, aggiungo in omaggio un Liam Hemsworth in mutande che è davvero tanta ma tanta roBBa!

Non ringraziatemi :)
Di Liam Hemsworth (Teddy McSwiney), Kate Winslet (Myrtle "Tilly" Dunnage), Hugo Weaving (Sergente Farrat), Sarah Snook (Gertrude "Trudy" Pratt), Judy Davis (Molly Dunnage) e Caroline Goodall (Elsbeth) ho già parlato ai rispettivi link.

Jocelyn Moorhouse è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Australiana, ha diretto film come Istantanee, Gli anni dei ricordi e Insieme per caso. Anche produttrice e attrice, ha 56 anni.


Kerry Fox, che interpreta la terribile Beulah Harridiene, era una dei tre protagonisti di Piccoli omicidi tra amici. Detto questo, se The Dressmaker vi fosse piaciuto guardate Chocolat oppure divertitevi con She Devil - Lei, il diavolo. ENJOY!

martedì 3 maggio 2016

Bollalmanacco On Demand: L'inquilino del terzo piano (1976)

Dopo aver giustamente ripagato il mio debito con Kara Lafayette, il Bollalmanacco On Demand ritorna alla "programmazione" originale! Oggi esaudirò la richiesta di Rosario (fan della pagina Facebook, BTW) e parlerò de L'inquilino del terzo piano (Le Locataire), diretto, co-sceneggiato ed interpretato dal regista Roman Polanski a partire dal romanzo Le locataire chimérique di Roland Topor. Il prossimo film On Demand sarà Mysterious Skin! ENJOY!


Trama: Trelkovsky, giovane impiegato polacco, affitta un appartamento a Parigi e riesce a trovarne uno nel quale si è suicidata una giovane donna. Confuso dall'atteggiamento ostile del padrone di casa e della maggior parte degli altri inquilini, Trelkovsky diventa sempre più paranoico e si convince che i suoi vicini stiano pianificando di ucciderlo...



Una delle grandi fortune che ho avuto nella vita è stata quella di non aver mai abitato in un condominio. Prima di cambiare casa, nel 2005, stavo in uno stabile composto da soli quattro appartamenti e, anche perché il paese era piccolo, ci si conosceva tutti e si cercava di non darsi fastidio a vicenda. Eppure, vuoi perché gli esseri umani sono incapaci di vivere senza creare dei contrasti o chissà per quale altro motivo, succedeva che anche in un edificio così piccolo si litigasse, si creassero dissapori o fazioni, soprattutto quando gli inquilini storici venivano sostituiti da altri, provenienti magari da "fuori!!", quindi non oso immaginare cosa debba succedere all'interno di un condominio vero, con tanto di amministratore e periodica riunione. Tutto questo giro intorno al mondo per dire che la fascinazione di Polanski verso il microcosmo urbano dei condomini è perfettamente comprensibile, così come è condivisibile la sua scelta di trasformarlo nel palcoscenico ove ambientare un incubo moderno fatto di solitudine, sospetto, razzismo, quotidiano squallore e paranoia. Trelkovsky è un uomo qualunque, né affascinante né tantomeno ricco, che cerca un appartamento in una Parigi agli occhi della quale lui risulta come l'ennesimo migrante in cerca di fortuna. Per puro caso riesce a trovarne uno ma Polanski si premura fin da subito di far percepire allo spettatore l'aura ostile che emana non solo dagli abitanti del palazzo, dal padrone di casa e persino dalla portinaia, ma anche la sensazione di "estraneità" che la nuova magione proietta addosso a Trelkovsky; tanto per cominciare, la vecchia inquilina si è gettata dalla finestra ma non è ancora morta, quindi il protagonista è costretto a fare letteralmente la posta alla povera moribonda aspettando di poterle subentrare, poi, una volta entrato nell'appartamento, risulta palese che la personalità di Trelkovsky non riuscirà mai a cancellare quella di Simone Choule, nemmeno cambiando la disposizione di tutti i mobili lasciati dalla defunta o togliendo i quadri.


Mattone dopo mattone, Polanski imprigiona Trelkovsky (da lui stesso interpretato) dietro a un muro di paranoia sempre più grande che trasforma qualsiasi avvenimento, anche il più sciocco, in una minaccia diretta alla sua persona. Lontano dalla patria, isolato dai colleghi di lavoro e dai nuovi, incomprensibili inquilini, il protagonista trova una sorta di affermazione della propria individualità e della propria esistenza soltanto dopo la morte di Simone e solo attraverso l'interazione con persone alle quali la donna era in qualche modo legata, come l'affascinante Stella, l'innamorato egittologo o persino il barista di fiducia ed è così che la psiche di Trelkovsky cede, arrivando a convincersi che nel palazzo esista un complotto atto a fargli fare la stessa fine di Simone. Dopo una prima parte di pellicola zeppa di situazioni grottesche ed amara ironia, la seconda parte di L'inquilino del terzo piano si assesta su quelle atmosfere inquietanti tanto care a chi, come me, ha adorato Rosemary's Baby. Laddove la povera Rosemary, subodorato il "piano satanico", cercava di fuggire onde proteggere sé stessa ed il nascituro, Trelkovsky comincia a temere per la propria vita ma, allo stesso tempo, è incapace di allontanarsi dal luogo dove non è più considerato un "signor nessuno", anche a costo di diventare, letteralmente, quella Simone alla cui dipartita lui deve tutto; laddove Rosemary era impossibilitata a penetrare la facciata di perbenismo borghese dietro la quale si nascondevano i suoi demoniaci aguzzini, Trelkovsky trasforma la realtà che lo circonda in un incubo allucinato e popolato da mostri, fantasmi che lo fissano da bagni misteriosi e quant'altro, di fatto portando alle estreme conseguenze dei semplici (per quanto negativi) sentimenti di antipatia e diffidenza. Il precipitare di Trelkovsky nella follia è graduale, un percorso fatto di tanti piccoli avvenimenti apparentemente insignificanti che concorrono non solo ad erodere il carattere già debole del personaggio ma consentono anche allo spettatore di percepire la barriera invisibile che lo separa dagli altri, rendendolo di fatto un disadattato in partenza.


Polanski rincara lo straniamento di una storia già di per sé disturbante mettendoci del suo per quanto riguarda regia ed interpretazione. La sua faccetta da topo, già perfetta per l'inetto ma fondamentalmente buono Alfred di Per favore non mordermi sul collo, diventa qui l'emblema dell'uomo medio, inutile e privo di personalità, un perdente nato per subire tutte le angherie di chi, al contrario, è riuscito a trovare un posto nel mondo ed impone il suo volere agli altri (emblematica la scena col collega "torturatore di vicini" o la scelta di diventare a sua volta vittima della vendetta della signora con bambina zoppa a carico)... questo, almeno finché non subentra la "personalità" di Simone, che ci regala un Polanski inedito e a tratti scioccante. A ciò bisogna ovviamente aggiungere delle inquadrature capaci di trasformare qualunque ambiente, anche il più banale, in una fonte di inquietudine; le terribili soggettive, le hitchcockiane riprese della tromba delle scale, un incubo oscuro e sghembo, o della finestra di fronte dalla quale misteriose persone fissano immobili il povero Trelkovski, per non parlare della geniale sequenza in cui tutti gli oggetti della stanza si ingrandiscono al passaggio di un protagonista ormai preda del delirio o delle scene più propriamente horror che fungono da rincalzo al terrore strisciante che nel frattempo ha già avvinto gli spettatori (bellissima la citazione in onore del nostrano Mario Bava ma il momento più agghiacciante probabilmente è lo sconvolgente ed ambiguo finale), sono tutti elementi entrati di diritto nella storia del Cinema ed omaggiati da moltissimi registi. Mi rendo conto di avere scritto molto ma di non essere arrivata neppure per sbaglio a celebrare come merita questo bellissimo film quindi la pianto qui e vi consiglio di dargli una chance (se non l'avete ancora fatto, ovvio) perché L'inquilino del terzo piano potrebbe darvi molte soddisfazioni, oltre che a portarvi a guardare con diffidenza i vostri vicini!


Del regista e co-sceneggiatore Roman Polanski, che interpreta anche Trelkovsky, ho già parlato QUI mentre Melvyn Douglas, che interpreta Monsieur Zy, lo trovate QUA.

Isabelle Adjani interpreta Stella. Francese, la ricordo per film come Adele H., una storia d'amore, Nosferatu - Il principe della notte, Possession, Camille Claudel e Diabolique. Anche produttrice, ha 61 anni e un film in uscita.


Shelley Winters (vero nome Shirley Schrift) interpreta la portinaia. Americana, la ricordo per film come La morte corre sul fiume, Lolita, Il clan dei Barker, Elliot il drago invisibile, S.O.B., Il silenzio dei prosciutti, Ritratto di signora e ha partecipato a serie come Batman, Il tenente Kojak, Love Boat e Pappa e ciccia; inoltre, ha vinto due Oscar come miglior attrice protagonista, uno per Il diario di Anna Frank e uno per Incontro al Central Park. Anche produttrice, è morta nel 2006, all'età di 85 anni.


L'inquilino del terzo piano fa parte di una trilogia informale, la cosiddetta "Trilogia dell'appartamento", che conta anche Repulsione e Rosemary's Baby quindi, se il film vi fosse piaciuto, recuperateli! ENJOY!

domenica 1 maggio 2016

10 Cloverfield Lane (2016)

In questi giorni è uscito in Italia 10 Cloverfield Lane, apparentemente sequel dell'acclamato Cloverfield e diretto dal regista Dan Trachtenberg.


Trama: dopo un incidente, la giovane Michelle si ritrova chiusa in un bunker di proprietà del corpulento Howard. L'uomo, convinto che il mondo esterno sia stato devastato da una catastrofe nucleare, è ben deciso a non fare uscire né lei né l'altro prigioniero del rifugio, Emmett...


Come al solito quando mi capita di vedere i film, soprattutto quando si parla di opere molto recenti, non sto a documentarmi molto in merito, non solo per evitare spoiler ma anche per non copiare involontariamente il pensiero di qualche recensore degno di tale nome. E' per questo motivo che la visione di 10 Cloverfield Lane mi ha lasciata abbastanza perplessa. Sinceramente, mi aspettavo infatti di trovarmi davanti un film "di mostri" solo parzialmente ambientato in un bunker mentre la pellicola di Dan Trachtenberg è un thriller claustrofobico dove ciò che succede all'esterno conta fino ad un certo punto. Volete la verità? In pratica 10 Cloverfield Lane è la brutta copia di The Divide, con molti meno personaggi, tra l'altro ben poco interessanti, e, peggio ancora, molta meno follia; l'ora e mezza di durata pesa come un macigno tra dialoghi di una banalità sconcertante, silenzi protratti, ambienti sempre uguali e qualche imprevisto a spezzare la precaria routine dei tre ospiti del bunker. Cloverfield era interessante e si differenziava dalla miriade di found footage realizzati fino a quel momento perché aveva il coraggio di non mostrare praticamente nulla e di forzare lo spettatore ad immaginare, coinvolgendolo in un crescendo di tensione che deflagrava in un finale cattivissimo, mentre 10 Cloverfield Lane si rifugia nella sicurezza del "già visto", mettendo in piedi una storia fatta di psicosi da operetta, sindromi di stoccolma e qualche riferimento al film di Matt Reeves (riferimenti che, se non conoscete la pellicola a menadito o se non l'avete vista giusto qualche giorno fa, sicuramente non riuscirete a cogliere, un po' com'è successo a me) gettati lì a mo' di contentino. Anche in questo caso il finale è abbastanza interessante, o per meglio dire furbo, tuttavia è un po' poco per salvare una pellicola assolutamente non necessaria.


Ora, voi direte: cavolo, c'è John Goodman. E normalmente io vi risponderei: avete ragione, l'adorato ciccionetto salva la baracca. Magari. Purtroppo anche Goodman, di solito poco meno che eccelso, stenta a far decollare un personaggio che si affossa ad ogni minuto che passa, trincerandosi dietro silenzi minacciosi oppure profondendosi in imbarazzanti siparietti atti a sbattere in faccia allo spettatore, se fosse così scemo da non averlo capito dopo le prime sequenze, che "qualcosa non va!11!1111!!!". Un po' meglio la Winstead, eroina cazzutissima con l'interessante hobby della sartoria, probabilmente l'unico motivo di interesse che un uomo potrebbe trovare guardando 10 Cloverfield Lane, ma purtroppo alla protagonista è stata affiancata una spalla di rara mollezza, un personaggio che sarebbe andato bene giusto in un film di Kevin Smith ambientato negli anni '90, magari per essere preso a ceffoni da Jay e Silent Bob. Non c'è empatia verso i protagonisti, non c'è l'ansia nel sapere quale sarà il loro destino e, quel che è peggio, nelle poche scene che dovrebbero effettivamente uccidere lo spettatore con un senso soverchiante di claustrofobia non c'è nemmeno quello. Il finale probabilmente ha consumato l'intero budget messo a disposizione dei realizzatori ma, dopo tutto ciò che è stato mostrato prima, pare davvero attaccato con la colla, giusto per svegliare un pubblico ormai addormentato dalla camurrìa. A costo di essere ripetitiva, torno a pensare a The Divide e alle splendide immagini che accompagnavano la letterale rinascita della protagonista, in un afflato di poesia e personalità di cui, ahimé, questo 10 Cloverfield Lane è dolorosamente privo.


Di John Goodman (Howard), Mary Elizabeth Winstead (Michelle) e Bradley Cooper (la voce di Ben) ho già parlato ai rispettivi link.

Dan Trachtenberg è il regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, anche sceneggiatore e attore, ha 35 anni.


John Gallagher Jr. interpreta Emmett. Americano, ha partecipato a film come Margaret e Hush. Ha 32 anni e un film in uscita.


10 Cloverfield Lane, nato come una sceneggiatura completamente indipendente, è, a detta del produttore J.J. Abrams, un "consanguineo" di Cloverfield, al quale è collegato da un sacco di riferimenti, tuttavia non è un prequel né un sequel, quindi non è necessario guardare il film di Matt Reeves per capirlo o apprezzarlo; se comunque 10 Cloverfield Lane vi fosse piaciuto recuperatelo (anche perché pare non sia finita qui...) e aggiungete Misery non deve morire e The Divide. ENJOY!

venerdì 29 aprile 2016

The Witch: A New-England Folktale (2015)


In questo 2016 che si sta avvicinando a grandi passi alla stagione estiva, gli horror pregevoli stanno spuntando come funghi. Il più chiacchierato al momento è sicuramente The Witch: A New-England Folktale (anche conosciuto semplicemente come The Witch), diretto e sceneggiato dal regista Robert Eggers nel 2015.


Trama: nell’America del diciassettesimo secolo una famiglia di coloni inglesi viene cacciata dall’insediamento e i suoi membri sono costretti a metter su casa al limitare del bosco. Lì la famiglia viene colpita da una serie di sventure che farebbero pensare alla presenza di una strega…


Se mi avessero detto che a 35 anni non avrei dormito la notte per colpa di un film recitato in inglese antico, all’interno del quale le scene ad effetto sono dosate col contagocce, non ci avrei creduto. Allo stesso modo, ho affrontato The Witch col sopracciglio alzato di chi ormai non si aspetta più miracoli da nessuna parte, non dopo essere rimasta perplessa davanti ad un buon numero di horror magnificati dalla critica di tutto il mondo (sarò ignorante ma, per fare un esempio, It Follows mi è sembrato “soltanto” un buon film, non uno dei più belli mai visti), solo per asciugare una lacrima di commozione alla fine di una pellicola splendida, che sceglie un approccio assolutamente impopolare di fronte al tema trattato. The Witch traspone in immagini una storia di stregoneria e demoni senza quasi utilizzarli, sfruttando l’iconografia tipica di un “racconto popolare” ambientato in un New England non ancora preda della caccia alle streghe che sarebbe culminata nei processi di Salem; la bellezza del film di Eggers è il modo in cui si prende tutto il tempo di contestualizzare la vicenda tratteggiando con pochi, importantissimi dettagli ogni membro della famiglia di William, padre e marito dotato di un’incrollabile, testarda ed ignorantissima fede verso Dio e tutti i precetti della Bibbia, cosa che, a quanto pare, gli è costato l’esilio dall’insediamento coloniale. Accanto a lui c’è la moglie Kate, fedele compagna strappata alla terra natìa e costretta non solo a seguire un marito privo di tenerezza ma anche a venire sempre più “eclissata” agli occhi di lui e del figlio maggiore da una figlia, Thomasin, giovane e bella. Thomasin, da par suo, comincia giustamente a mal tollerare il clima repressivo presente in famiglia e la costante condanna presente negli occhi del padre, fervente sostenitore della teoria del peccato originale, per la quale chiunque è naturalmente malvagio, spinto al peccato ed indegno, mentre il figlio Caleb, poverino, sopporta stoicamente cercando di mettere da parte i dubbi e confidando in un Dio un po’ più misericordioso rispetto a quello invocato costantemente dal padre. Poi, ahimé, ci sono i gemelli. Due orribili bambini che, quando la famiglia viene colpita dalla tragedia, cominciano ad instillare il germe del dubbio “stregonesco” e a comunicare con tale Black Phillip, ovvero l’amichevole capro nero che bruca in cortile.


L'incredibile attenzione dedicata al background culturale dei personaggi fa sì che lo spettatore provi sulla pelle, ancor prima che compaiano creature inquietanti come Black Phillip, il disagio di un'epoca in cui le persone vivevano di superstizioni ed ignoranza, affidando sé stessi e il proprio benessere ai capricci di un Dio che ha scelto di creare l'uomo peccatore e di condannarlo ad un'esistenza di spietata e costante autocritica, letteralmente all'insegna del "mainaGGioia", per dirla in termini meno aulici. E' la mentalità dei coloni del New England in generale e di William in particolare a creare terreno fertile per l'elemento sovrannaturale, tanto che dopo un inizio lento e ragionato gli eventi cominciano a susseguirsi uno dietro l'altro finché la tensione diventa quasi intollerabile; Eggers gioca per la maggior parte della durata sul "non visto", sulle implicazioni nascoste nei dialoghi tra i personaggi e nelle filastrocche dei gemellini terribili, sull'iconografia tipica della strega, tanto che non si ha quasi mai la certezza che le adepte del demonio stiano effettivamente prendendo di mira la famiglia. The Witch non è uno di quei film dal finale aperto o ambiguo, comunque, come mi è capitato di vedere ultimamente in Hellions. Nella seconda parte della pellicola le carte vengono scoperte e le immagini diventano brutali, in aperto contrasto con la reticenza iniziale, dove la fanno da padrone le inquadrature degli inquietanti boschi che circondano la casa di Thomasin e i cupi interni della stessa (fotografia e scenografie sono splendide ed accurate, non ve lo sto nemmeno a dire); quando il sangue comincia a scorrere, le urla diventano quasi cacofoniche e i bravissimi attori arrivano a dare letteralmente il bianco (o il nero, fate voi), The Witch subisce un'altra frenata che ha lo stesso effetto di una pugnalata al petto dello spettatore, perché non serve "vedere" per rimanere pietrificati dall'orrore, basta soltanto ascoltare ed immaginare, che è anche peggio. E quel finale, agghiacciante ma allo stesso tempo estremamente liberatorio, è uno dei più belli che mi sia capitato di vedere in un horror, permeato da una raffinatezza tale che persino il pur gradito Rob Zombie dovrebbe andare a nascondersi con tutti i suoi caproni e i Signori di Salem. Ho già detto "che meraviglia"?    
 
Robert Eggers è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, anche scenografo e costumista, ha 34 anni.


Ralph Ineson interpreta William. Inglese, ha partecipato a film come Big Fish, From Hell, Harry Potter e il principe mezzosangue, Harry Potter e i Doni della Morte - Parte 1, Harry Potter e i Doni della Morte - Parte 2, Intruders, Grandi speranze, Guardiani della galassia, Kingsman: Secret Service e a serie come Il trono di spade. Ha 47 anni e un film in uscita.


Se The Witch vi fosse piaciuto recuperate The Blair Witch Project e A Field in England. ENJOY!

giovedì 28 aprile 2016

(Gio)WE, Bolla! del 28/4/2016

Buon giovedì a tutti!! Nell'attesa che arrivino la Guerra Civile, l'Apocalisse e la Squadra Suicida abbiamo davanti un'altra settimana di limbo cinematografico, aggravata dal fatto che a Savona 10 Cloverfield Lane non è uscito. Ma UFFA!!!! Odio tutti. Detto questo, ci sarà qualche valida alternativa? ENJOY!

The Dressmaker - Il diavolo è tornato
Reazione a caldo: Mh.
Bolla, rifletti!: Ammetto che a questo film non avrei dato un euro e invece, anche solo per il cast e l'ambientazione australiana, quasi quasi andrei a vederlo. Sperando che non sia una di quelle pellicole da donnicciole frustrate...

La foresta dei sogni
Reazione a caldo: Eh!
Bolla, rifletti!: Anche solo perché un film di Gus Van Sant è arrivato a Savona VA visto. In più c'è un cast della Madonna ed è ambientato in Giappone, nella "foresta dei suicidi", quindi non lo perderò!

Fuga dal pianeta terra
Reazione a caldo: No, dai.
Bolla, rifletti!: Uno dei pochi cartoni animati che non mi ispira, sarà per l'ambientazione spaziale o perché il character design mi convince davvero poco. E poi è rimasto nel limbo distributivo per tre anni, qualcosa vorrà dire...

Il cinema d'élite s'impegna, invece!

Lo Stato contro Fritz Bauer
Reazione a caldo: Perché no?
Bolla, rifletti!: Dopo la storia del processo al nazista Eichmann arriva quella sull'uomo che si è impegnato per farlo catturare, un procuratore ebreo ed omosessuale che è stato osteggiato dallo Stato. Potrebbe essere MOLTO interessante!

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