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martedì 17 marzo 2026

La sposa! (2026)


Ho rischiato seriamente di non vederlo, ma alla fine sono riuscita ad andare al cinema per La sposa! (The Bride!) diretto e sceneggiato dalla regista Maggie Gyllenhaal.

Trama

Il mostro di Frankenstein arriva nella Chicago degli anni '30 e chiede al Dr. Euphronious una compagna. I due disseppelliscono Ida, morta da poco, la quale torna in vita priva di memoria ma con un profondo, incontrollabile desiderio di ribellione...

RECENSIONE

Avevo "scorto" (sapete che non leggo le recensioni prima di avere scritto la mia) le peggio cose su La sposa!, film non particolarmente apprezzato neppure da chi l'horror lo conosce e lo ama, quindi ero convinta che sarei uscita dalla sala schifata. Invece, mi sono divertita tantissimo e, oserei dire, è uno dei film che ho apprezzato di più dall'inizio dell'anno. Nonostante questo, purtroppo, mi rendo conto che non saprei come parlarne, perché temo mi manchino le basi culturali, letterarie e cinematografiche per farne una disamina come si deve, quindi perdonatemi se il post sarà più banale e lacunoso del solito. La sposa! parte, ovviamente, dal romanzo Frankenstein di Mary Shelley, e si propone come una rilettura del capolavoro di James Whale, La sposa di Frankenstein (che, ahimé, non riguardo da almeno 20 anni, col risultato di essermi persa qualsiasi citazione presente in La sposa!). La sceneggiatura della Gyllenhaal è "metaletteraria" e metacinematografica, comincia infatti con un fitto dialogo tra la vera Mary Shelley e la protagonista del film, Ida, una donna figlia del suo tempo, colma di desiderio di rivalsa e ribellione, ma impossibilitata a manifestarlo per ovvi motivi. Il dialogo, in realtà, è più una possessione manifestata con una schizofrenia disperata che perdura per tutto il film, e che porta alla morte Ida nella sequenza iniziale. Dopodiché, arriva il mostro di Frankenstein (chiamato per comodità Frank), sopravvissuto fino agli anni '30 e arrivato a Chicago per incontrare una scienziata che si dice in grado di dargli una compagna. Fiaccato da anni di solitudine e disprezzo per se stesso, Frank non vive, bensì sopravvive, vittima di costanti attacchi di panico tenuti a bada dalle sale cinematografiche in cui il mostro si nasconde e sogna una vita e un amore da film. Quando Ida viene resuscitata da Frank ed Euphronious, la donna non ricorda nulla del suo passato. La sua è una mente divisa, abitata da una voce che non comprende, e che la spinge a "trovare il proprio nome", ad autodefinirsi, senza venire etichettata da nessuno. Il legame con Frank prende forma nel momento in cui la "sua" sposa riconosce in lui un reietto, un essere che deve a sua volta trovare il suo posto nel mondo, una creatura dalla mente spezzata; purtroppo per "la sposa", ribattezzata Penelope, la sua lotta per l'autodeterminazione passa attraverso il desiderio (magari ingenuo, dettato dalla paura) di Frank di plasmarne il passato con patetiche bugie, rendendolo avventuroso e splendente come quello dei film, in aperto contrasto con una realtà squallida e pericolosa. 

A fronte di quanto scritto finora, capisco molto bene l'eye roll dei feroci detrattori. La sposa! è un film "a tesi", urlato fin dal titolo, che ribadisce la necessità di una ribellione femminile, sottolinea in ogni scena la sacrosanta parità dei sessi (il Dr. Euphronious lamenta la stupidità barocca degli esperimenti di Frankenstein, la detective Malloy, pur dando dei punti ai suoi colleghi maschi, viene considerata una mera segretaria e trattata con condiscendenza) e fa della Sposa la portavoce di chi non può più esprimersi, un angelo vendicatore, la scintilla di una rivoluzione "punk". La metafora, però, è talmente di grana grossa e sfacciata da non risultare antipatica come la pseudo intellettualità di Barbie (che pure ho amato moltissimo), ed è espressa in maniera talmente barocca, per quanto riguarda la messa in scena e le interpretazioni, che il mio animo tamarro non ha potuto fare altro per commuoversi. Voi pensavate al femminismo e a Folie à Deux, io pensavo a Repo! the Genetic Opera e al gusto un po' kitsch che permea ogni sequenza di quello che, per me, è sempre stato un capolavoro di imperfezione. Imperfetto lo è anche questo La sposa!, lo riconosco senza problemi, anzi, è proprio un mostro rappezzato. Un po' horror, un po' noir, un po' musical, un po' bimbominchiata young adult, La sposa! è incredibilmente schizofrenico e sembra la riproposizione cinematografica della mente spezzata della protagonista, eppure non sono riuscita a non amarlo. Merito forse dell'interpretazione di una Jessie Buckley ormai lanciatissima, in grado di relegare sullo sfondo persino Christian Bale (che pure, poverino, ci mette del suo), o di un cast di comprimari dalla spiccata personalità, nel bene o nel male. O forse dei tanti momenti di poetic cinema, uno su tutti il forsennato numero musicale che spezza completamente il ritmo della narrazione trasformando le visioni di Frank in una realtà coinvolgente. O magari dei costumi favolosi, di quelle macchie nere allo stesso tempo stilose e ributtanti, delle scenografie sontuose o della colonna sonora particolare. Insomma, non so di preciso cosa sia stato, ma qualcosa ne La sposa! è entrato in perfetta risonanza col mio animo fiaccato da mille film tutti uguali, e sono uscita dal cinema soddisfatta come non mi succedeva da un po'... e, soprattutto, con la voglia di riguardarlo! 

CAST

Della regista e sceneggiatrice Maggie Gyllenhaal ho già parlato QUI. Jessie Buckley (Ida/La Sposa/Mary Shelley/Penelope Rogers), Christian Bale (Frank (Frankenstein)), Annette Bening (Dr. Euphronious), Penélope Cruz (Myrna Malloy), Peter Sarsgaard (Jake Wiles), Jake Gyllenhaal (Ronnie Reed) e John Magaro (Clyde) li trovate invece ai rispettivi link.

venerdì 8 aprile 2022

La figlia oscura (2021)

Apparso come una meteora il 31 dicembre su Netflix, dov'è rimasto solo per 24 ore, è uscito ieri al cinema La figlia oscura (The Lost Daughter), diretto e sceneggiato nel 2021 dalla regista Maggie Gyllenhaal a partire dal romanzo omonimo di Elena Ferrante.


Trama: Leda è una professoressa di lingue e traduttrice in vacanza in un'isola della Grecia. Lì, l'arrivo della giovane Nina e della sua famiglia scatena nella donna dolorosi ricordi...


Lungi da me voler fare la splendida, ma non sapevo affatto che La figlia oscura fosse stato tratto da un libro della Ferrante e mi è venuto da ridere quando, guardando il film, ho pensato "sembra uno spin-off de L'amica geniale" solo per poi scoprire che, effettivamente, l'autrice era la stessa. Lungi da me passare anche per esperta di Elena Ferrante, visto che ho letto solo la già citata quadrilogia de L'amica geniale, eppure il modo in cui l'autrice riesce a parlare di donne soffocate dalle convenzioni della società è facilmente riconoscibile e, oserei dire, unico. Come Lina e Lenù, anche Leda è una donna dal passato zeppo di dolore e rimpianto, a cui guarda, in età già matura, dopo l'incontro con la giovane Nina e la figlioletta Elena; giovane promessa della letteratura e della traduzione, Leda ha vissuto gli anni dell'affermazione professionale "schiacciata" dalla presenza di due bambine piccole e di un marito dal futuro promettente ma incerto quanto il suo, in un torbido miscuglio di amore per la famiglia e desiderio di essere libera e affermata senza essere limitata dal ruolo di madre e moglie. Da donna priva di figli e non ancora sposata, non posso che apprezzare il modo in cui la Ferrante (e in questo caso la Gyllenhaal, che ne accoglie il punto di vista riportandolo sullo schermo) tratteggia queste donne che vivono nella vergogna di avere desideri egoistici ai quali si abbandonano con un costante senso di colpa a pungolarle, dolorosamente consapevoli di quello che la società pretende da loro e straziate dall'innegabile sentimento di amore profondo e odio infastidito che alternativamente provano davanti alle creature che hanno messo al mondo; ipocritamente, penso ogni volta "ma guarda tu sta stronza", per poi sciogliermi in lacrime pensando "ma poveraccia, che vita orribile", presa dallo stesso dilemma sociale e morale di queste donne complicate e fragili, dalla psiche spesso appesa a un filo.


La figlia oscura
, a scanso di equivoci, è "solo questo". Nonostante il titolo inquietante, che evoca l'idea di un thriller psicologico, è la storia di una donna in vacanza che commette un solo, grande errore nel corso della stessa, un errore che la distanzia anche da chi vorrebbe la capisse, quella giovane mamma intrappolata da una famiglia che veglia su di lei e sulla sua bambina senza lasciarle un attimo di respiro. La regia evocativa della Gyllenhaal trasforma la rilassante vacanza nell'assolata Grecia in un angosciante limbo all'interno del quale passato e presente si fondono e la fragilità mentale si fa anche fisica, tra sprazzi di vicende che hanno ormai acquisito i contorni di un sogno (o un incubo) e una realtà "nemica", dove ogni cosa può essere fonte di fastidio, se non addirittura di pericolo; il montaggio di Affonso Gonçalves, già abituato a narrazioni simili, rende i passaggi tra presente e passato incredibilmente fluidi e naturali e, nonostante questo, riesce a trasmettere allo spettatore la stessa confusa inquietudine di cui è preda Leda. Il punto di forza de La figlia oscura, tuttavia, sono state per me le interpretazioni. Olivia Colman è da anni una certezza e ho amato tantissimo la fragilità che la sua Leda cerca di dissimulare con un atteggiamento consapevole e spavaldo, le sue chiacchiere "impanicate" e la sua profonda tristezza, ma la sorpresa del film è stata Jessie Buckley, che interpreta Leda da giovane conferendole quel fascino "scazzato" tipico dei personaggi della Ferrante, offrendo il ritratto di una donna carismatica ma dalle profonde insicurezze, capace di grandi gesti di affetto e anche di crudeltà inaudita (lo so, io che non ho figli dovrei stare zitta, ma davanti alla bambina che chiede semplicemente un bacino sul dito tagliato mentre la madre nemmeno la guarda, ho provato l'insana voglia di strozzare Leda). Come avrete capito, La figlia oscura è uno di quei slow burn psicologici in cui succede davvero poco o nulla e che chiede allo spettatore di lasciarsi trasportare dall'atmosfera; a me è piaciuto parecchio ma se non amate questo genere di film state lontani chilometri. 


Della regista e co-sceneggiatrice Maggie Gyllenhaal ho già parlato QUI. Olivia Colman (Leda), Dakota Johnson (Nina), Ed Harris (Lyle), Peter Sarsgaard (Professor Hardy) e Alba Rohrwacher (escursionista) li trovate invece ai rispettivi link.

Jessie Buckley interpreta Leda da giovane. Irlandese, ha partecipato a film come Judy, Sto pensando di finirla qui e a serie quali Chernobyl e Fargo. Anche cantante, ha 33 anni e due film in uscita. 


Oliver Jackson-Cohen interpreta Toni. Inglese, lo ricordo per film come The Raven, L'uomo invisibile e per le serie Hill House, The Haunting of Bly Manor. Ha 36 anni e due film in uscita. 





martedì 31 ottobre 2017

Monster House (2006)

Dopo dieci anni ho rivisto grazie a Netflix il film Monster House, diretto nel 2006 dal regista Gil Kenan. E siccome buona parte del film è ambientata ad Halloween colgo l'occasione per augurarvi un meraviglioso 31 ottobre, con menzione a parte e un augurio specialissimo a Giulia de La collezionista di biglietti!!


Trama: DJ è un ragazzino curioso che passa le giornate ad osservare il vicino di casa, un anziano e rabbioso signore che impedisce a chiunque di avvicinarsi alla sua dimora. Proprio per colpa di un contrasto con DJ, l'uomo viene un giorno portato via dall'ambulanza e la casa priva di guardiano si rivela pericolosamente viva e famelica...



Correva l'anno 2006 e la Bolla Australiana si fiondava al cinema spinta dalla pubblicità e dalle recensioni entusiaste piovute addosso a Monster House, per uscire dal cinema ovviamente galvanizzata, nonostante le difficoltà linguistiche e l'assenza di sottotitoli. Undici anni dopo posso dire che Monster House, anche visto in italiano su uno schermo piccino, non ha perso verve e che rimane un piccolo gioiellino d'animazione, nonché un esempio di come si possa realizzare un ottimo film horror per ragazzi. Non lasciatevi infatti ingannare dall'utilizzo dell'animazione (o, meglio, della motion capture): Monster House sarà anche, e ci mancherebbe, privo di sangue, torture o violenze gratuite ma E' comunque un horror, non una belinata edulcorata per venire incontro ai bisogni dei più piccini. Inoltre, grazie a numi tutelari come Steven Spielberg e Robert Zemeckis è un horror per ragazzi dalle atmosfere molto anni '80 e la sceneggiatura racchiude molti degli stilemi di pellicole quali Scuola di mostri, Goonies, Non aprite quel cancello, per non parlare poi dei richiami a Poltergeist - Demoniache presenze (è un caso che Gil Kenan sia finito a dirigere quell'inutile remake? Noi del Bollalmanacco pensiamo di no!) o all'onnipresente Stephen King (omaggiato più volte durante il film). I protagonisti di Monster House sono tre ragazzini normalissimi e anche un po' sfigati, ai quali capita di venire "toccati" dal sovrannaturale proprio durante una tranquilla vigilia di Halloween in cui il personaggio principale, DJ, viene lasciato solo dai genitori. Nel corso del film, DJ, Timballo e Jenny non si trovano solo ad avere a che fare con la casa infestata del titolo ma anche e soprattutto con l'idea di mortalità, con la consapevolezza che gli adulti non saranno sempre lì a togliere le castagne dal fuoco per loro (se mai ci sono stati), che le persone sono molto più complesse di come appaiono, che crescere non significa abbandonare banalmente i passatempi d'infanzia bensì diventare consapevoli di noi stessi e degli altri pur continuando a fare "dolcetto o scherzetto" con gli amici scemi. Il tutto mentre una casa senziente e maligna cerca di divorarli, dopo che per anni l'inquietante padrone ha terrorizzato il vicinato con divieti d'accesso, urla e soprusi, senza contare che persino la babysitter e il suo ragazzo sono cattivissimi con DJ. Insomma, disagio e brividi a palate, il che rende Monster House non proprio adattissimo a un pubblico di bambini piccoli.


Le atmosfere cupe del cartone vengono appena mitigate da un umorismo nero e da battute che starebbero bene in una commedia per adulti eppure c'è anche spazio per almeno un momento di sincera commozione; anche lì, è un sentimento che probabilmente non tutti i giovani spettatori potranno capire poiché mescola dolore, rabbia, desiderio di vendetta e amore e offre il fianco a delle considerazioni molto tristi ed inquietanti, inusuali per un cartone animato. A fronte di tutte queste particolarità, bisogna dire che la confezione di questo gioiellino è altrettanto preziosa. Primo film dalla sceneggiatura originale ad essere stato girato quasi interamente con la tecnica della motion capture (Zemeckis, qui produttore, aveva già realizzato nel 2004 Polar Express), porta sullo schermo personaggi dall'aspetto caricaturale ma gradevole e, soprattutto, delle animazioni già molto fluide. L'aspetto horror è interamente racchiuso nel sembiante della casa e viene reso non solo grazie all'incredibile accuratezza con cui gli animatori hanno dotato l'edificio di caratteristiche antropomorfe ma anche ad un valido uso di luci, ombre e inquadrature, interamente derivate dalla tradizione horror: la casa di Amityville è la prima che salta alla mente ma ci sono anche echi raimiani negli alberi del giardino, che si animano nemmeno fossimo in un Evil Dead qualsiasi. Purtroppo, agli Academy Award del 2007 gli è stato preferito Happy Feet (pur diretto da un George Miller probabilmente drogato, per carità!), a dimostrazione di come qualunque cosa vagamente in odore di horror venga guardata ancora con sospetto dai maledetti vecchiacci dell'Academy; altra cosa che mi stupisce, sul web di Monster House si parla poco ed è un peccato perché è una pellicola ottimamente scritta e realizzata, che meriterebbe un ripescaggio e miglior considerazione!


Del regista Gil Kenan ho già parlato QUI. Steve Buscemi (Neddercracker), Catherine O'Hara (Mamma), Fred Willard (Papà), Maggie Gyllenhaal (Zee), Jason Lee (Punk), Kevin James (Agente Landers) e Kathleen Turner (Constance) li trovate invece ai rispettivi link.


La doppiatrice della bambinetta all'inizio, l'attrice Ryan Newman, sarebbe poi finita a fare la figlia di Fin Sheperd nel terzo e quarto capitolo della saga Sharknado mentre il doppiatore originale di Freak è Jon Heder, alias Napoleon Dynamite. In fase di realizzazione la sceneggiatura è stata tagliata e modificata in un paio di punti: in particolare, per ottenere un PG rating si è dovuto fare uscire dalle fondamenta della casa le vittime inghiottite durante il film (più o meno per lo stesso motivo due bulletti che DJ attira consapevolmente nella casa per usarli come esche non sono stati inseriti nella pellicola) mentre il fatto che Punk e Freak fossero parte dello stesso gruppo musicale è semplicemente stato lasciato fuori dalla pellicola. Detto questo, se Monster House vi fosse piaciuto recuperate ParaNorman, Coraline e la porta magica e magari anche Scuola di mostri. ENJOY!

venerdì 21 novembre 2014

Frank (2014)

Uno dei film che volevo vedere questa settimana era Frank, diretto dal regista Leonard Abrahamson, liberamente ispirato alla vita del musicista Chris Sievey e soprattutto del suo alter ego, Frank Sidebottom.


Trama: Jon vorrebbe fare il musicista e sfuggire alla grigia vita di provincia. L'occasione si presenta quando gli impronunciabili Soronprfbs cercano un tastierista per un concerto e per incidere l'album ma la vita con gli strani elementi che compongono il gruppo non sarà facile...


Frank è un film molto tenero, che spiazza lo spettatore in più di un'occasione, non tanto per la storia, di per sé assai semplice, quanto per i personaggi rappresentati. In realtà, pur chiamandosi Frank, fin dall'inizio la pellicola si concentra sul giovane Jon e sui suoi tentativi frustrati di trovare un posto all'interno della scena musicale irlandese prima e mondiale poi, cosa che fa di lui l'osservatore attraverso il cui punto di vista vengono presentati i personaggi e raccontata tutta la storia di Frank e dei Soronprfbs. Che sono dei bei scoppiati, bisogna dirlo. Dei casi umani senza speranza che accolgono quasi di malavoglia il "normale" Jon e che nella musica non cercano successo ma semplicemente un modo per fare arte, per esprimersi, probabilmente per sfogare una natura che li porterebbe dritti in prigione o al manicomio, alcuni anche al suicidio. Jon invece vuole emergere, vuole diventare famoso e per questo racconta ogni dettaglio della sua esperienza condividendolo sui social; è palese che Jon sia un musicista mediocre, non perché gli manca la tecnica ma perché gli manca quella personalità che gli consentirebbe di trovare ispirazione anche nelle cose più semplici e banali, gli manca l'innocenza di voler fare musica senza secondi fini, senza dover essere per forza fico. In confronto a Jon, spesso irritante nella sua ragionevolezza da manager/bimbominkia, Frank e gli odiosi Soronprfbs risultano umani e gradevoli, anche con i loro antipatici modi di fare e i loro atteggiamenti sociopatici, perché questi assurdi outsider amano la musica e soprattutto si amano l'un con l'altro e si sostengono come se fosse la cosa più naturale del mondo, condividendo le poche gioie e i molti dolori della loro vita scapestrata.


Tenero e spiazzante questo Frank, come ho detto all'inizio. Però manca qualcosa, qualcosa che riesca a tirare fuori la storia dal binario conosciuto del percorso di formazione del protagonista (successo - crollo - redenzione) e dell'happy ending canonico a tutti i costi. Quel qualcosa che, se Frank fosse stato messo in mano a gente come Kaufman, Gondry, Jonze o Anderson, veri esperti nell'arte di tratteggiare le idiosincrasie umane e le esistenze di gente troppo assurda per vivere, l'avrebbe probabilmente elevato a capolavoro assoluto. Manca in definitiva il gusto per l'assurdo, che in Frank si riduce alla mera forma, all'apparenza che nasconde invece un'anima semplice e abbastanza convenzionale, un po' come la maschera di cartapesta indossata dal protagonista. Peccato perché gli attori sono tutti bravissimi, il blasonato e mascherato Fassbender, pur avendo una voce bella quanto il suo vero aspetto (ecco, magari sarebbe guardare il film in lingua originale...), non ruba la scena ai co-protagonisti, così che tutti gli interpreti riescono ad ottenere il proprio giusto e meritato spazio mentre le canzoni sono molto particolari e ricordano (a me che sono musicalmente ignorante, ovviamente) un po' lo stile dei Sonic Youth, con suoni isterici e dissonanti che accompagnano dei testi assurdi e quasi nonsense. Insomma, diciamo che da Frank mi aspettavo un po' di coraggio e weird in più però parliamo di una pellicola assai gradevole che mi sento assolutamente di consigliare, soprattutto per chi è in cerca di una storia in grado di mescolare con leggerezza ed equilibrio il dramma e la commedia.


Di Domhnall Gleeson (Jon Burroughs), Maggie Gyllenhaal (Clara) e Michael Fassbender (Frank) ho già parlato ai rispettivi link.

Lenny Abrahamson è il regista della pellicola. Irlandese, ha diretto film come Adam & Paul e What Richard Did. Anche sceneggiatore e produttore, ha 48 anni e un film in uscita.


Scoot McNairy (vero nome John Marcus McNairy) interpreta Don. Americano, ha partecipato a film come Cogan - Killing them Softly, Argo, 12 anni schiavo, L'amore bugiardo e a serie come Six Feet Under, How I Met your Mother, My Name is Earl, CSI - Scena del crimine e Bones. Anche produttore, ha 37 anni e tre film in uscita, tra cui Batman vs Superman: Dawn of Justice.


François Civil, che interpreta il francese Baraque, era il Papillon del diludente Necropolis - La città dei morti mentre Carla Azar, che interpreta Nana, è davvero una musicista, soprattutto batterista. Neanche a dirlo, l'assurdo personaggio di Frank è stato scritto per Johnny Depp ed è strano in effetti che l'attore non abbia partecipato al progetto, lasciando campo libero a Fassbender! Lo script originale, invece, era ambientato soprattutto in Svezia ma le location sono cambiate quando a dirigere la pellicola è stato chiamato l'irlandese Lenny Abrahamson. Detto questo, se Frank vi fosse piaciuto recuperate Essere John Malkovich. ENJOY!

lunedì 30 gennaio 2012

Il cavaliere oscuro (2008)

Ho aspettato la bellezza di quattro anni ma finalmente ho visto anche io il pluriosannato Il cavaliere oscuro (The Dark Knight), diretto nel 2008 dal regista Christopher Nolan. Ho solo una domanda da porre alla fine della visione... E quindi?!


Trama: mentre il procuratore Harvey Dent si impegna per mettere tutti i criminali in galera, il Joker decide di allearsi con le gang di Gotham City, mettendo a ferro e fuoco la città con un unico scopo: costringere Batman a togliersi la maschera, prima di ucciderlo.


Why so serious? Ovvero, perché questo film è universalmente considerato un capolavoro? Ovvio che non è al livello degli orrendi Batman Forever e Batman & Robin di Schumacher, ma Heath Ledger a parte Il cavaliere oscuro è un film moscio, noioso e insignificante come pochi. A dire il vero, non mi aveva entusiasmato neppure Batman Begins e adesso ho capito cosa c'è che mi "turba" in questi film, ovvero il fatto che sono semplicemente dei thriller con dei personaggi dei fumetti all'interno. Banalissime pellicole che, per venire girate, non necessiterebbero di essere ambientate nell'universo di Batman, perché qualsiasi altra ambientazione andrebbe bene. Forse il mio problema è che preferisco un uomo pipistrello leggermente più camp, più fantasioso, più trash o, al limite, assolutamente estremo, dark fino a sfiorare l'horror. Per me il Cavaliere Oscuro ha sempre avuto questa valenza e la perfezione in tal senso la toccava quella splendida serie a cartoni animati degli anni '90, quella la cui sigla recitava "E' l'uomo pipistrello/ è Batman / Si avvolge nel mantello / E' proprio Batman", serie che mi aveva fatta innamorare del Joker, di Harley Quinn, di Poison Ivy, di tutti quei villain apparentemente "innocui" nell'aspetto, ma folli da morire, terrificanti.


Ed effettivamente, l'unico personaggio del film che potrebbe rientrare nel mio ideale di "malvagio" è proprio il Joker di Heath Ledger, che pur deve solo leccar le scarpe alla genialità infusa da Jack Nicholson nel primo Batman di Tim Burton. Questo freak dalle guance tagliate, con i suoi schiocchi di lingua, il trucco messo alla bell'e meglio e la parlata da pazzo è infatti l'unica cosa che salva Il cavaliere oscuro dalla camurrìa assoluta e dalla mancanza di carisma di un Christian Bale assolutamente inadatto per il ruolo del protagonista. Harvey Dent non sarebbe male, soprattutto nella prima parte del film è sicuramente l'elemento più interessante, soprattutto per chi conosce la storia e si chiede quando e perché questo infallibile e ligio procuratore diventerà il malvagio Due Facce. A dire il vero, proprio la causa scatenante della sua trasformazione è l'unica sequenza della pellicola ad avermi scossa anche emotivamente, dandomi una bella svegliata dopo la prima comparsa del Joker (sì perché dopo un po' anche lui, con i suoi discorsi interminabili e inconcludenti, comincia a venire a noia...), ma alla vista del trucco del nuovo villain mi sono caduti i sentimenti. Qui lo dico e qui lo nego: era trecento volte meglio la faccia del pur imbarazzante Tommy Lee Jones di Batman Forever piuttosto che 'sto mezzo scheletro fatto al computer.



Quindi, in definitiva, non so mica se andrò a spendere dei soldi per l'imminente Il cavaliere oscuro - Il ritorno. Per carità, la maestria di Nolan si vede subito, fin dalla prima sequenza della rapina, i movimenti della macchina da presa sono sicuramente una gioia per gli occhi e rendono Il cavaliere oscuro un film tecnicamente ineccepibile, da togliersi il cappello. Voto dieci anche alle scenografie (soprattutto alla "bat caverna" sotterranea, un trionfo di neon bianchi) e a tutti gli aggeggi usati da Batman ma, se non vengo presa dalla trama e se, in particolare per questo genere di film, subentra anche la noia, non posso dare giudizio positivo. Nemmeno quando basterebbe la sola presenza del caustico e flemmatico Michael Caine nei panni di Alfred a donar luce all'intera pellicola. Decisamente, almeno per me, un film troppo sopravvalutato e buono solo per i fan "duri e puri" dell'uomo pipistrello. Gli altri, si astengano.


Del regista Christopher Nolan ho già parlato qui, mentre Michael Caine (Alfred), Maggie Gyllenhaal (Rachel), Gary Oldman (il commissario Gordon), Morgan Freeman (Lucius Fox) Cillian Murphy (lo Spaventapasseri) ed Eric Roberts (Maroni) li trovate ai rispettivi link.

Christian Bale (vero nome Christian Charles Philip Bale) interpreta Bruce Wayne/Batman. Sicuramente uno dei miei attori preferiti, quando non recita nei panni dell'Uomo Pipistrello, lo ricordo per film come L'impero del sole, Piccole donne, Ritratto di signora, il bellissimo ed introvabile L'agente segreto, Velvet Goldmine, Sogno di una notte di mezza estate, American Psycho, l'orrido Il mandolino del capitano Corelli, Equilibrium, L'uomo senza sonno, Batman Begins, The Prestige e The Fighter (per il quale ha vinto l'Oscar come migliore attore non protagonista), inoltre ha doppiato la versione USA de Il castello errante di Howl. Gallese, anche produttore, ha 38 anni e tre film in uscita.


Heath Ledger interpreta il Joker. Australiano, lo ricordo soprattutto per film da me poco apprezzati come 10 cose che odio di te, I fratelli Grimm e l'incantevole strega e I segreti di Brokeback Mountain (so che ce ne sono parecchi altri, ma non li ho visti quindi non li cito u__u), inoltre ha partecipato alla soap Home & Away. E' morto di overdose nel 2008, all'età di 28 anni e l'anno dopo ha ottenuto l'Oscar postumo come miglior attore non protagonista proprio per Il cavaliere oscuro.


Aaron Eckhart interpreta Harvey Dent. Americano, ha partecipato a film come Ogni maledetta domenica, Erin Brockovich e The Rum Diary. Anche produttore, ha 44 anni e quattro film in uscita.


Nestor Carbonell (vero nome Néstor Gastón Carbonell) interpreta il sindaco. Più conosciuto come il mascaratissimo Richard Alpert di Lost, ha partecipato a serie come Law & Order, Melrose Place, Scrubs, Dr. House, Cold Case e Ringer, oltre ad aver doppiato episodi di Kim Possible e I pinguini di Madagascar. Americano, anche sceneggiatore e produttore, ha 45 anni e tre film in uscita, tra cui Il cavaliere oscuro - Il ritorno.


Anthony Michael Hall (vero nome Michael Anthony Thomas Charles Hall) interpreta Mike Engel. Americano, lo ricordo per film come Edward mani di forbice e per serie come La signora in giallo, La zona morta e CSI: Miami. Inoltre, ha doppiato un episodio di American Dad!. Anche, ha anni e due film in uscita, tra cui l'ultimo film con Seth Green, Sexy Evil Genius.


Effettivamente, non lo ricordavo, ma in Batman Begins nel ruolo di Rachel c'era quella cretinetti di Katie Holmes, che ha rifiutato di riprendere la parte. Tra le candidate per sostituirla c'è erano pronte Sarah Michelle Gellar e Rachel McAdams, ma siccome la Gyllenhaal, tra tutti gli attori del film, è una dei più bravi, direi che la scelta è stata saggia. In compenso, non mi avrebbe fatto schifo vedere Liev Schreiber nei panni di Harvey Dent. Se Il cavaliere oscuro vi fosse piaciuto, vi consiglio di vedere Batman Begins e Batman, nell'attesa del 29 agosto, quando uscirà Il cavaliere oscuro - Il ritorno. Ah, e aspettatevi l'ennesimo reboot dell'intera saga nel 2015. Cheppalle. ENJOY!

domenica 13 novembre 2011

Il ladro di orchidee (2002)

Sarà un impresa scrivere questa recensione. Dopo un’attesa di quasi 10 anni sono finalmente riuscita a vedere Il ladro di orchidee (Adaptation.), diretto nel 2002 dal regista Spike Jonze e, soprattutto, sceneggiato dal geniale e folle Charlie Kaufman. L’esperienza mi ha decisamente spiazzata.



Trama (o almeno un abbozzo di): Charlie è uno sceneggiatore famoso per il suo acume e il suo genio ma assolutamente incapace di relazionarsi agli altri. Timido e impacciato, è l’esatto opposto del gemello Donald, anche lui sceneggiatore, seppur poco dotato, capace in compenso di attirare su di sé la simpatia di chiunque. Charlie si ritrova in un pesante impasse creativo quando gli viene proposto di adattare Il ladro di orchidee, un romanzo di non fiction che parla essenzialmente di fiori. Assistiamo così al duro lavoro per tirare fuori qualcosa di decente dalla storia, mentre le vite dei due gemelli, della scrittrice e del protagonista del libro si intrecciano…



Charlie Kaufman è la mente che sta dietro a due dei film più particolari e belli che abbia mai visto, ovvero Essere John Malkovich (che peraltro viene citato all’inizio de Il ladro di orchidee) e The Eternal Sunshine of the Spotless Mind (no, non lo scrivo l’orrendo titolo italiano. Non deve essere scritto da nessuna parte. Punto.). Non una mente qualsiasi, quella dello sceneggiatore, perché le due pellicole mescolano sfacciatamente la fantasia, l’assurdo, la realtà e personaggi difficili da definire con una sola parola, che esasperano fino all’inverosimile i normali problemi che chiunque si trova ad affrontare. Il ladro di orchidee non è molto diverso in questo, ma qui c’è anche l’aggiunta della componente biografica e quella pesantemente metacinematografica: il risultato è un film, se vogliamo, ancora più atipico e complesso di quelli che ho già citato, con mille possibilità di lettura, che lascia lo spettatore perplesso ma curioso di scoprire dove finisce la realtà e dove comincia la finzione.



Francamente, non ho letto il libro Il ladro di orchidee, da cui è tratto il film, ma mi chiedo come l’autrice abbia reagito davanti ad un simile adattamento. Io abitualmente inveisco contro quelli che modificano arbitrariamente i film tratti dai libri di Stephen King, e di solito sono cambiamenti piccoli, quindi posso immaginare la perplessità di chi ha letto il libro di Susan Orlean e si è trovato davanti qualcosa di completamente diverso. Kaufman prende il cuore de Il ladro di orchidee, il desiderio della Orlean di mostrare la passione con cui lo strano Laroche e i suoi assistenti ricercano ossessivamente “l’orchidea fantasma”, una passione che lei stessa non ha mai vissuto o avuto, così come neppure il geniale sceneggiatore. E’ da qui che nasce l’impossibilità di adattare la storia, il che porta Kaufman a farsi protagonista e decidere così di raccontare il suo autobiografico disagio, aggiungendo elementi di pura fantasia, come il gemello Donald (La cosa curiosa è che, nonostante Donald Kaufman effettivamente non esista, nei credits viene citato come cosceneggiatore, quindi si è assicurato anche la nomination all’Oscar e ai Golden Globe, e il film è dedicato alla sua memoria).


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La prima parte di Il ladro di orchidee è quindi molto interessante perché consente allo spettatore di capire cosa si nasconde dietro alla realizzazione di un film, come un romanzo può diventare pellicola, come gli sceneggiatori vivono lontani dal “glamour” che circonda attori famosi e registi strapagati, inoltre mostra la crudeltà dell’industria cinematografica, che solitamente premia ciò che è più commerciale o redditizio e pretende che le “galline dalle uova d’oro” rimangano tali nel tempo, senza concepire cali di qualità o ripensamenti. Ed è per questo, penso, che la seconda parte del film, pur mantenendo la sua valenza metacinematografica, vira nel thriller, nel grottesco, nella farsa. Il povero Charlie d’altronde si ritrova a non sapere come concludere la sceneggiatura, ed è lì che subentra il fratello Donald, sicuramente meno cerebrale ed artistico, ma ingenuo e semplice: lui capisce cosa piace al pubblico, capisce cosa serve al fratello, e il film così cambia registro, perdendo ogni valenza reale e aggiungendo degli strani sviluppi (che ovviamente non vi rivelo!!) al lavoro della Orlean. Si può così dire che Donald è la parte nascosta di Kaufman, quella che gli impedisce di allontanarsi completamente dal mondo vero, quello che esiste fuori dalla sua testa; la parte che gli consente di capire cosa conta davvero nella vita e che gli permette di trovare la passione necessaria a concludere serenamente il suo lavoro e guardare avanti, di “adattarsi”, insomma. Ecco quindi spiegata anche la doppia valenza del titolo originale, dove l’adattamento è sì quello dal libro al film, ma anche quello “darwiniano” delle orchidee, che si adattano per sopravvivere, e quello degli esseri umani, costretti ad affrontare l’alienante società moderna, inevitabilmente soli e impegnati a sopravvivere perdendo di vista, spesso, quello che ci può rendere felici.



Ovviamente, ne Il ladro di orchidee riusciamo a godere di dialoghi allo stesso tempo profondi e divertenti, futili e commoventi, dove nulla viene lasciato al caso e dove Kaufman spesso si prende in giro, criticando persino alcune sue scelte, come l’uso della voce fuori campo per mostrare i pensieri del protagonista. Altrettanto palesemente, la regia è molto evocativa, unisce momenti di pura poesia nelle scene dedicate alle orchidee e alle riflessioni della Orlean, per poi diventare frenetica nei momenti in cui Charlie ha le sue crisi o le sue illuminazioni. Gli attori, poi, sono in stato di grazia e i tre principali sono stati tutti nominati all’Oscar per questo film, anche se solo Chris Cooper ha vinto quello come miglior attore non protagonista. Non ho mai messo in dubbio la bravura di Meryl Streep (qui riesce ad essere ironica e toccante allo stesso tempo) o di Chris Cooper (che qui è meravigliosamente streppone e pure sdentato), ma chi mi segue sa che sono arrivata a detestare Nicolas Cage, che qui però è semplicemente perfetto nell’incarnare il bolso, sfigato e complessato Charlie e, contemporaneamente, il boccalone ed ottimista Donald (aiutato, nelle scene di “compresenza”, dal fratello Marc Coppola). Insomma, dubito di essere riuscita a scrivere qualcosa di coerente e/o sensato e/o decente, ma il film mi è piaciuto molto, quindi guardatelo!!



Negli ultimi tempi l’elenco degli attori già citati si è fatto inevitabilmente più lungo, quindi vi rimando ai link su ogni singolo nome per saperne di più su di loro: Nicolas Cage (Charlie Kaufman/Donald Kaufman), Tilda Swinton (Valerie Thomas), Meryl Streep (Susan Orlean), Chris Cooper (John Laroche), Brian Cox (l’odioso insegnante di sceneggiatura Robert McKee, anche lui realmente esistente)

Spike Jonze (vero nome Adam Spiegel) è il regista della pellicola. Americano, ha diretto parecchi video musicali e film molto particolari come Essere John Malkovich (che gli ha fruttato la nomination all’Oscar come miglior regista) e Nel paese delle creature selvagge. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 42 anni.



Cara Seymour interpreta Amelia. Inglese, ha partecipato a film come American Psycho e Gangs of New York. Dovrebbe anche lei avere una quarantina d’anni, ma di sicuro ha due film in uscita.



Maggie Gyllenhaal interpreta Caroline, la ragazza di Donald. Sorella del più famoso Jake Gyllenhaal, la ricordo per film come Donnie Darko, Confessioni di una mente pericolosa, World Trade Center e Il cavaliere oscuro; inoltre, ha prestato la voce per il film Monster House. Americana, ha 34 anni e quattro film in uscita.



Judy Greer (vero nome Judith Laura Evans) interpreta Alice, la cameriera concupita da Charlie. Se vi fosse capitato di vedere l’intrigante Amiche Cattive, riconoscerete l’attrice come la bruttina Fern Mayo del film in questione. Inoltre, ha partecipato a Three Kings, The Village, Cursed – Il maleficio e al carinissimo Elisabethtown, alle serie CSI: Miami, My Name is Earl, Two and a Half Men, E.R., Dr. House, How I Met Your Mother e al doppiaggio di un episodio de I Griffin. Americana, ha 36 anni e tre film in uscita.



Doug Jones, che ricorderete come l’Abe Sapien dei due Hellboy, compare brevemente nei panni di Augustus Margary, l’esploratore che muore nel tentativo di trovare l’Orchidea fantasma. Nel film compaiono inoltre, ovviamente, i protagonisti di Essere John Malkovich, nei panni di loro stessi durante la realizzazione della pellicola (che prima o poi recensirò): John Malkovich, John Cusack, Catherine Keener e persino il regista Spike Jonze. Se Il ladro di orchidee vi fosse piaciuto, guardatevi i già citati film sceneggiati da Kaufman e aggiungeteci anche l’assurdo Burn After Reading dei Coen! ENJOY!

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