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martedì 17 marzo 2026

La sposa! (2026)


Ho rischiato seriamente di non vederlo, ma alla fine sono riuscita ad andare al cinema per La sposa! (The Bride!) diretto e sceneggiato dalla regista Maggie Gyllenhaal.

Trama

Il mostro di Frankenstein arriva nella Chicago degli anni '30 e chiede al Dr. Euphronious una compagna. I due disseppelliscono Ida, morta da poco, la quale torna in vita priva di memoria ma con un profondo, incontrollabile desiderio di ribellione...

RECENSIONE

Avevo "scorto" (sapete che non leggo le recensioni prima di avere scritto la mia) le peggio cose su La sposa!, film non particolarmente apprezzato neppure da chi l'horror lo conosce e lo ama, quindi ero convinta che sarei uscita dalla sala schifata. Invece, mi sono divertita tantissimo e, oserei dire, è uno dei film che ho apprezzato di più dall'inizio dell'anno. Nonostante questo, purtroppo, mi rendo conto che non saprei come parlarne, perché temo mi manchino le basi culturali, letterarie e cinematografiche per farne una disamina come si deve, quindi perdonatemi se il post sarà più banale e lacunoso del solito. La sposa! parte, ovviamente, dal romanzo Frankenstein di Mary Shelley, e si propone come una rilettura del capolavoro di James Whale, La sposa di Frankenstein (che, ahimé, non riguardo da almeno 20 anni, col risultato di essermi persa qualsiasi citazione presente in La sposa!). La sceneggiatura della Gyllenhaal è "metaletteraria" e metacinematografica, comincia infatti con un fitto dialogo tra la vera Mary Shelley e la protagonista del film, Ida, una donna figlia del suo tempo, colma di desiderio di rivalsa e ribellione, ma impossibilitata a manifestarlo per ovvi motivi. Il dialogo, in realtà, è più una possessione manifestata con una schizofrenia disperata che perdura per tutto il film, e che porta alla morte Ida nella sequenza iniziale. Dopodiché, arriva il mostro di Frankenstein (chiamato per comodità Frank), sopravvissuto fino agli anni '30 e arrivato a Chicago per incontrare una scienziata che si dice in grado di dargli una compagna. Fiaccato da anni di solitudine e disprezzo per se stesso, Frank non vive, bensì sopravvive, vittima di costanti attacchi di panico tenuti a bada dalle sale cinematografiche in cui il mostro si nasconde e sogna una vita e un amore da film. Quando Ida viene resuscitata da Frank ed Euphronious, la donna non ricorda nulla del suo passato. La sua è una mente divisa, abitata da una voce che non comprende, e che la spinge a "trovare il proprio nome", ad autodefinirsi, senza venire etichettata da nessuno. Il legame con Frank prende forma nel momento in cui la "sua" sposa riconosce in lui un reietto, un essere che deve a sua volta trovare il suo posto nel mondo, una creatura dalla mente spezzata; purtroppo per "la sposa", ribattezzata Penelope, la sua lotta per l'autodeterminazione passa attraverso il desiderio (magari ingenuo, dettato dalla paura) di Frank di plasmarne il passato con patetiche bugie, rendendolo avventuroso e splendente come quello dei film, in aperto contrasto con una realtà squallida e pericolosa. 

A fronte di quanto scritto finora, capisco molto bene l'eye roll dei feroci detrattori. La sposa! è un film "a tesi", urlato fin dal titolo, che ribadisce la necessità di una ribellione femminile, sottolinea in ogni scena la sacrosanta parità dei sessi (il Dr. Euphronious lamenta la stupidità barocca degli esperimenti di Frankenstein, la detective Malloy, pur dando dei punti ai suoi colleghi maschi, viene considerata una mera segretaria e trattata con condiscendenza) e fa della Sposa la portavoce di chi non può più esprimersi, un angelo vendicatore, la scintilla di una rivoluzione "punk". La metafora, però, è talmente di grana grossa e sfacciata da non risultare antipatica come la pseudo intellettualità di Barbie (che pure ho amato moltissimo), ed è espressa in maniera talmente barocca, per quanto riguarda la messa in scena e le interpretazioni, che il mio animo tamarro non ha potuto fare altro per commuoversi. Voi pensavate al femminismo e a Folie à Deux, io pensavo a Repo! the Genetic Opera e al gusto un po' kitsch che permea ogni sequenza di quello che, per me, è sempre stato un capolavoro di imperfezione. Imperfetto lo è anche questo La sposa!, lo riconosco senza problemi, anzi, è proprio un mostro rappezzato. Un po' horror, un po' noir, un po' musical, un po' bimbominchiata young adult, La sposa! è incredibilmente schizofrenico e sembra la riproposizione cinematografica della mente spezzata della protagonista, eppure non sono riuscita a non amarlo. Merito forse dell'interpretazione di una Jessie Buckley ormai lanciatissima, in grado di relegare sullo sfondo persino Christian Bale (che pure, poverino, ci mette del suo), o di un cast di comprimari dalla spiccata personalità, nel bene o nel male. O forse dei tanti momenti di poetic cinema, uno su tutti il forsennato numero musicale che spezza completamente il ritmo della narrazione trasformando le visioni di Frank in una realtà coinvolgente. O magari dei costumi favolosi, di quelle macchie nere allo stesso tempo stilose e ributtanti, delle scenografie sontuose o della colonna sonora particolare. Insomma, non so di preciso cosa sia stato, ma qualcosa ne La sposa! è entrato in perfetta risonanza col mio animo fiaccato da mille film tutti uguali, e sono uscita dal cinema soddisfatta come non mi succedeva da un po'... e, soprattutto, con la voglia di riguardarlo! 

CAST

Della regista e sceneggiatrice Maggie Gyllenhaal ho già parlato QUI. Jessie Buckley (Ida/La Sposa/Mary Shelley/Penelope Rogers), Christian Bale (Frank (Frankenstein)), Annette Bening (Dr. Euphronious), Penélope Cruz (Myrna Malloy), Peter Sarsgaard (Jake Wiles), Jake Gyllenhaal (Ronnie Reed) e John Magaro (Clyde) li trovate invece ai rispettivi link.

martedì 18 febbraio 2025

September 5 - La diretta che cambiò la storia (2024)

La settimana scorsa è uscito in Italia uno dei candidati alla Miglior sceneggiatura originale, ovvero September 5 - La diretta che cambiò la storia (September 5), diretto e co-sceneggiato nel 2024 dal regista Tim Fehlbaum.


Trama: durante i giochi olimpici di Monaco, del 1972, la troupe di ABC Sports si ritrova a dover raccontare in diretta l'attacco terroristico palestinese ai danni della squadra israeliana...


Probabilmente non avrei mai guardato September 5 se non fosse stato per la candidatura a miglior sceneggiatura originale. Per evitarvi di commettere il mio stesso errore, vi dico subito che September 5 è invece un film dignitoso e molto interessante, un thriller "da camera" tratto da una terribile (e, purtroppo, incredibilmente attuale) storia vera. L'attentato terroristico accorso durante le Olimpiadi di Monaco del 1972 era già il tema portante del film Munich, ma September 5 si concentra su ciò che accadde "dietro le quinte", all'interno del quartier generale di ABC Sports, quando la troupe incaricata di seguire gli eventi sportivi riuscì a raccontare in diretta, tramite una trasmissione entrata nella storia, la tragica vicenda degli undici ostaggi israeliani. L'aspetto interessante di September 5 è proprio l'idea di raccontare gli eventi da un punto di vista "esterno", attraverso una narrazione costruita, minuto dopo minuto, da informazioni raccolte in tempo reale, non perfette né attendibili. I giornalisti dell'emittente, tra cui un capo della sala di regia alla sua prima esperienza o quasi, si ritrovano combattuti tra emozioni umanissime come terrore, preoccupazione e tristezza, e il desiderio di portare a casa lo scoop della vita, destreggiandosi all'interno di un codice deontologico (tenendo in conto anche il rispetto degli spettatori e delle vittime coinvolte) che lascia ben poco margine ad errori o riflessioni. Il risultato sono 94 minuti di pura tensione, fatti di decisioni rapide, silenzi carichi di attesa, telefonate risolutive e angoscianti sguardi su una situazione esterna che si fa sempre più complessa, anche in virtù dell'importanza sempre più grande della TV e delle trasmissioni internazionali (il momento in cui la troupe si accorge che le riprese in diretta vengono viste anche dai terroristi è agghiacciante); la surreale trasformazione di una "banale" giornata di giochi olimpici in un incubo, con Berlino che torna ad essere una zona di guerra dopo trent'anni, è enfatizzata dalle immagini di archivio che, lungi dall'offrire allo spettatore un resoconto completo e chiaro della vicenda, mostrano squarci di (ir)realtà riprese dalle angolazioni più improbabili e filtrate dalla voce, calma e controllata, dell'anchorman di turno. A fronte di tutto ciò che accade fuori, il fatto che September 5 sia quasi interamente girato all'interno del quartier generale di ABC Sports rende la vicenda ancora più claustrofobica, nonché più interessante l'approfondimento psicologico dei personaggi.


September 5
è un film molto dialogato, la sceneggiatura introduce tantissimi argomenti, anche di ordine politico ed ideologico; visto in originale, è persino un po' difficile da seguire, anche perché i tecnici del suono hanno fatto un lavoro egregio, arricchendo le riprese ravvicinate dei vari punti della sala di controllo con conversazioni in sottofondo, trasmissioni di altre emittenti, telefonate e così via. Ciò nonostante, i vari protagonisti hanno modo di spiccare, ognuno in base ai loro ruoli, responsabilità e personalità, così come alcuni legami che intercorrono tra gli stessi, tra tensioni linguistico-razziali o, banalmente, legate alla gerarchia presente nella sala di regia. Fortunatamente, gli attori sono tutti molto bravi ed affiatati. Tra tutti, spicca John Magaro, nei panni del giovane produttore gettato nella mischia e costretto a prendere decisioni drastiche e tempestive, con tutti i dubbi derivati dalla sua inesperienza (nonché l'enorme onere/onore capitatogli tra capo e collo), punta di un triangolo di interpretazioni che è il cuore del film. Agli altri capi ci sono la favolosa Leonie Benesch, il nemico "tedesco" che diventa indispensabile ponte per superare la barriera linguistica, offrendo uno sguardo meno tecnico e più umano non solo sulla vicenda del film ma anche sulla tragedia che si svolge all'esterno, e il Marvin Bader di Ben Chaplin, la cui famiglia è stata distrutta dall'Olocausto e, probabilmente, più di ogni altro capisce quanto la trasmissione e gli eventi del 5 Settembre rischino di influenzare una situazione internazionale precaria. L'unico difetto di September 5, oltre al fatto che, come ho scritto su, rischia di sovraccaricare lo spettatore al punto da costringerlo a distogliere l'attenzione per sopravvivere all'abbondanza di informazioni, è forse la resa "transitoria" della storia che narra. Certo, il pubblico un minimo intelligente capisce da sé quanto un reportage come quello della ABC Sport abbia cambiato il modo di fare giornalismo in TV, e per il resto basterebbe aprire un libro di storia; tuttavia, forse, il film potrebbe risultare un po' superficiale per gli spettatori più esigenti, che potrebbero non apprezzare l'attenzione rivolta quasi esclusivamente all'effetto thriller e al montaggio serrato della pellicola. Io, che mi accontento di poco, l'ho apprezzato più di quanto credessi, quindi non posso fare altro che consigliarvelo, se lo trovate in sala!


Di Peter Sarsgaard (Roone Arledge), John Magaro (Geoffrey Mason) e Ben Chaplin (Marvin Bader) ho già parlato ai rispettivi link.

Tim Fehlbaum è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Svizzero, ha diretto film come The Colony e Apocalypse. Anche direttore della fotografia, produttore e attore, ha 43 anni.


Leonie Benesch
, che interpreta Marianne, era la protagonista del bellissimo La sala professori. Se September 5 - La diretta che cambiò la storia vi fosse piaciuto, recuperate Munich, The Post e Il caso Spotlight. ENJOY!

venerdì 23 febbraio 2024

Past Lives (2023)

E' uscito la settimana scorsa un altro dei pluricandidati per l'imminente notte degli Oscar, Past Lives, diretto e sceneggiato nel 2023 dalla regista Celine Song e candidato a due statuette: Miglior Film e Miglior Regia.


Trama: Na Young e Hae Sung sono due ragazzini coreani che si frequentano e si piacciono. Il giovanissimo sentimento viene stroncato dalla partenza di Na Young, che si trasferisce coi genitori e la sorella in Canada. Passano dodici anni, Na Young è ormai diventata Nora Moon e, un giorno, trova su Facebook un messaggio di Hae Sung, che vorrebbe parlare di nuovo con lei...


Lo sapete, io sono refrattaria alle storie d'amore. Forse però non sapete che, se amore dev'essere, allora deve andare come dico io, perché all'età di 43 anni io, gli amori di finzione, li gestisco come delle ship: a me piace il personaggio X quindi mi incazzo come un'ape se il/la protagonist* finisce insieme a Y. Non c'è verso che i miei desideri irrealizzati non mi infondano nervoso, nemmeno quando, razionalmente, capisco tutti i motivi per cui non è andata come speravo, ché già ci sono tante delusioni nella vita, quindi perché anche nei film/libri/fumetti deve finire male? (cioè, un attimo. Preferisco che piuttosto il personaggio non realizzi il suo amore perché l'altro muore, pensate fin dove arriva la mia psicosi) Ecco, Past Lives mi ha lasciato questo tipo di nervoso. Ma è un film talmente bello che non ho potuto arrabbiarmi, giusto piangere sul finale perché, all'età di 43 anni, sono una bambina che detesta i sentimenti adulti, anche se li comprendo bene. Past Lives, basato in parte su un'esperienza autobiografica di Celine Song, racconta il rapporto decennale tra Nora Moon (nata Na Young) e Hae Sung. Da bambini, i due sono migliori amici, competono per i voti, si cercano e si piacciono, c'è del potenziale perché possano fidanzarsi alla maniera tenera dei ragazzini. Invece, i genitori di Nora decidono di emigrare in Canada e, per dodici anni, i due non si vedono né si sentono. Ci pensa internet a riunirli, quando Nora scopre che Hae Sung la sta cercando, ma è una riunione a distanza, fatta di sentimenti soffocati da un'inevitabile differenza linguistica, sociale, lavorativa, e nessuno dei due sembra in grado di fare un salto nel buio e abbandonare la propria nuova vita. Da questi presupposti, seguiti da un'altra fase dell'esistenza di Nora e Hae Sung, Celine Song costruisce una riflessione sul concetto coreano di in-yun. 


In-yun è qualcosa che travalica le epoche e che destina due persone a stare insieme o comunque ad incontrarsi, ed è tanto più intenso quanto più, nelle vite passate, il legame tra questi due individui era profondo. E' un concetto interessante e quasi "fatalista", se mi passate il termine, che potrebbe predisporre ad attendere un momento più propizio in un'altra esistenza, oppure a "bloccare" le persone in questa: Hae Sung è rimasto ancorato al passato, all'immagine di una Nora piagnucolona e sognatrice, bisognosa del suo sostegno, mentre la ragazza ha dovuto affrontare la solitudine in un paese straniero, ha tirato su una bella corazza, si è letteralmente dimenticata di lui. Quando i due si ritrovano su Internet, anche Nora si accorge che lo in-yun li lega ma, come Hae Sung, non ha il coraggio di rinunciare ai suoi sogni per seguire l'amore, né la pazienza di aspettare di, eventualmente, rimanere delusa. I sentimenti raccontati da Celine Song sono trattenuti e ragionati, la regista dà loro il tempo di respirare e di venire messi alla prova dal tempo e dall'intrecciarsi di destini, in una rappresentazione della vita tanto malinconica quanto "spietata" per chi spera che le cose non possano mai cambiare. Se avete visto il film, dal mio incipit capirete quanto ho odiato il personaggio di Arthur, il marito di Nora, che il mio cervello ha etichettato fin dalla prima scena come "terzo incomodo rompipalle". In realtà, poveraccio, l'occidentale Arthur è anche troppo consapevole di come il concetto di in-yun possa inghiottire in un boccone quello di sliding doors, e di come sia stata solo questione di fortuna diventare il marito di Nora. Una fortuna cementata, nel tempo, da amore, vita in comune e mille altri fattori, ma passabile di venire sgretolata nel momento stesso in cui la "vera" anima gemella, quella eletta fin dall'infanzia, dovesse ripresentarsi. 


Questo triangolo amoroso viene gestito da Celine Song con una delicatezza incredibile e con un esito non scontato, sottilmente intrecciato ad una regia funzionalissima alla sceneggiatura. Past Lives non è un film granché dialogato (nonostante, soprattutto sul finale, il gap tra coreano e inglese diventi una delle cose più importanti del film), perché ci pensano le immagini a veicolare più concetti di mille parole. La sequenza iniziale, col "gioco" delle voci fuori campo che cercano di capire quale sia il legame che intercorre tra Nora, Arthur e Hae Sung, le due stradine che si dividono per poi scorrere parallele durante l'addio infantile e silenzioso dei protagonisti, l'insistenza sugli sguardi, sui gesti non portati a termine, quel tesissimo prefinale in cui Nora e Hae Sung sembrano separati da una calamita che cerca di attirarli l'uno all'altra, il ritorno al passato di Hae Sung mentre Nora si avvia verso il futuro, sono tutti esempi di una raffinatezza rara per un'esordiente. E gli attori hanno un'alchimia talmente forte che, anche se Past Lives non è né mucciniano né teatrale a livello di espansività, sembra davvero che Greta Lee e Teo Yoo abbiano un passato comune di attrazione reciproca, con tutto quello che ne consegue. John Magaro, infine, è talmente dimesso da fare tenerezza e i dialoghi stentati tra Arthur e Hae Sung colpiscono molto più di quelli tra marito e moglie, così come il linguaggio corporeo e gli sguardi di un uomo che aspetta, con rassegnazione, la bastonata peggiore della sua vita. Insomma, a me le storie d'amore non piacciono ma mi è piaciuto Past Lives. Non è il film dell'anno e lo avrei candidato "solo" per la sceneggiatura, però è una bellissima sorpresa, da recuperare assolutamente. 


Di John Magaro, che interpreta Arthur, ho già parlato QUI.

Celine Song è la regista e sceneggiatrice della pellicola, al suo primo lungometraggio. Sud-coreana, anche produttrice, ha 36 anni.


Se il film vi fosse piaciuto recuperate la "Before Trilogy" di Richard Linklater e Decision to Leave. ENJOY!

venerdì 5 novembre 2021

I molti santi del New Jersey (2021)

E' uscito ieri in tutta Italia I molti santi del New Jersey (The Many Saints of Newark), "prequel" della meravigliosa serie TV I Soprano, diretto dal regista Alan Taylor.


Trama: il boss della mala Dickie Moltisanti si ritrova a dover affrontare pericolose invasioni di territorio e problemi di famiglia, nel periodo delle contestazioni razziali di fine anni '60...

I Soprano incarnano per me i bei tempi andati in cui, innanzitutto, le serie veramente belle potevano venire centellinate a episodi settimanali senza che gli importuni rompiscatole su Facebook le finissero nel giro di una giornata (prima o poi scoprirò come sia possibile guardare una serie di 27 puntate da un'ora nell'arco di un giorno, giuro.) sbrodolando giudizi non richiesti un secondo dopo aver finito l'ultimo episodio perché altrimenti perderebbero il treno della critica/apprezzamento mordi e fuggi, e poi un periodo più felice della mia vita in cui potevo permettermi il lusso di dire "oggi mi guardo UN'ORA di The Sopranos senza rottura di palle. Anzi, sai che c'è? Siccome mi ero persa l'episodio della settimana precedente me ne guardo ADDIRITTURA DUE di fila. Oh, sono usciti i DVD? Diamine, magari arrivo anche a TRE episodi, crepi l'avarizia". Ricordo bene la full immersion australiana in lingua originale, nell'attesa del gran finale dell'ultima serie, il dolore di vedere il mondo di Tony Soprano (per quanto squallido, per quanto criminale) andare in rovina assieme al boss di Newark, sempre più vecchio, bolso e stanco; ricordo benissimo i personaggi tragicomici che circondavano il protagonista, quel mix di trivialità e poesia che ha caratterizzato la serie fin dalla prima puntata, il linguaggio televisivo totalmente innovativo, l'immensa bravura di quel James Gandolfini grandioso e scomparso troppo presto, le risate per quei "fangool", "capogoll" e "pisciatoio" inseriti nell'inglese stentato, l'odio devastante per alcuni personaggi, nominalmente Ralph Cifaretto ed A.J., che avrei voluto vedere appesi per le palle dopo mezza puntata. Per me I Soprano è LA serie per eccellenza e, anche se purtroppo non faccio parte del novero di fortunati che riesce a riguardarla almeno una volta all'anno, è rimasta impressa indelebilmente nel mio cuore. Potete ben immaginare come mi sia sentita quando ha cominciato a circolare la notizia che avrebbero realizzato un prequel cinematografico, scritto da David Chase (che avrebbe anche dovuto dirigere ma ha lasciato il timone ad Alan Taylor, già regista di alcune puntate della serie), con un giovane Tony Soprano interpretato nientemeno che da Michael Gandolfini, figlio di James. Mentirei se dicessi che non mi sono scese due lacrime, una di nostalgica speranza e una di nostalgico terrore, sensazioni contrastanti che mi hanno accompagnata fino al giorno della visione. 


Ma allora com'è, alla fine, I molti santi del New Jersey? Intanto, bisogna dire che la presenza di Tony Soprano è marginale e, se speravate in una "origin story" del vostro boss preferito, rischiate di non ottenere proprio quel che desideravate. Ne I molti santi del New Jersey vengono piantati alcuni semi delle caratteristiche del Tony adulto, ma il protagonista della pellicola è suo "zio" Dickie Moltisanti, responsabile del giro di racket della famiglia Di Meo e modello di vita del giovane Tony, nonché padre di Chris Moltisanti; le vicende vengono spesso narrate dalla voce postuma di quest'ultimo, che offre una chiave di lettura decisamente parziale quando si tratta di Tony, evidentemente odiato e maledetto anche dall'inferno. Le peripezie di Dickie si snodano attraverso due tronconi principali, uno legato alla ribellione di un ex galoppino di colore spinto dalle lotte razziali a osare di più e cercare di prendersi una fetta dell'enorme torta criminale di Newark, l'altro alla relazione di Dickie con la sua goomar, nata nel sangue di un delitto imperdonabile che segnerà il protagonista in maniera indelebile, portandolo a cercare perdono nel reietto di famiglia, uno zio dimenticato e assurto al ruolo di "guru" in virtù del suo sereno distacco da tutti gli affari e i problemi della mafia. Se ciò che ho scritto vi ricorda qualcosa, di sicuro la parabola di Dickie è assai simile non solo a quella di Tony Soprano, mafioso atipico in cerca di una guida all'interno di una vita fatta di violenza, crimine, problemi familiari e sentimentali, ma anche a quella di mille altri mafiosi in altrettanti film di genere, ed è questo un po' il problema de I molti santi del New Jersey, ovvero la sua natura completamente anonima. Se non fosse per alcuni nomi importanti citati, il film di Alan Tayor potrebbe anche non far parte della saga de I Soprano e, se mi posso permettere, funge giusto da piccolo, insignificante tassello non necessario per capire l'opera creata da Chase. Peggio ancora, non ha la potenza necessaria per farsi ricordare per più di un paio di giorni oppure aspirare ad un posto importante all'interno della filmografia "di genere" e rischia di deludere non solo lo spettatore casuale (il quale, proprio per questo motivo, potrebbe però capire le vicende narrate anche senza avere visto la serie) ma anche e soprattutto i fan de I Soprano.


In tutto questo, io sono comunque riuscita non solo a farmi coinvolgere dalla storia di Dickie, per quanto banale, ma anche a commuovermi. La prima apparizione di Michael Gandolfini mi ha scioccata, ho dovuto abbassare lo sguardo e riprendermi un attimo prima di continuare a guardare il film, perché mi è parso di vedere lo spettro del mio adorato James sullo schermo, stesso sguardo, stesso sorriso, stessi atteggiamenti; si dice che il ragazzo non abbia mai guardato un episodio de I Soprano, posso anche crederci, ma se è davvero così la sua interpretazione del giovane Tony Soprano ha del miracoloso e sicuramente surclassa quella di Alessandro Nivola, non particolarmente impressionante nei panni di Dickie Moltisanti. Sul finale, poi, ho pianto senza ritegno e ho deciso di concludere la serata riguardando il primo episodio de I Soprano, giusto per trattenere ancora un po' nel cuore l'emozione data dall'ascolto di Woke Up This Morning sul passaggio di testimone che è il momento più bello di tutta la pellicola. Altro pregio del film, l'interpretazione di Vera Farmiga, nel ruolo di una Livia più giovane ma già preda di tutte quelle idiosincrasie che rendevano il personaggio odioso e terrificante nella serie originale; oltre alla sequenza in cui, finalmente, viene mostrato un episodio famigerato di cui si parlava in un episodio de I Soprano, val la pena sottolineare la bellezza tragicomica sia del ritorno a casa di Johnny Soprano (un Jon Bernthal sprecato, sarebbe stato molto interessante vedere in che modo Johnny è passato da capo mafia a "little nub" vessato da Livia, ma purtroppo il film si concentra su Dickie) sia del confronto tra Livia e Tony, concluso col solito "OH, POOR YOU!" da applauso della maledetta donnaccia. Interessanti e calzantissime, infine, le interpretazioni di Corey Stoll nei panni del viscido Junior e quelle di Billy Magnussen e John Magaro, perfetti nei panni di Paulie e Silvio nonostante lo scarso minutaggio. Preso per quel che è, ovvero senza troppe speranze né pretese, io credo che I molti santi del New Jersey sia un bel tuffo nel passato e un film piacevolissimo da guardare; nessuno ci toglierà mai I Soprano, nessuno potrà mai ridimensionarne il ruolo avuto nel cambiare le serie televisive, nessuno dimenticherà Gandolfini in favore del figlio, quindi sarebbe sciocco urlare al vilipendio e, anzi, magari il film di Taylor spingerà nuove generazioni a recuperare I Soprano, e questa è cosa buona e giustissima! 


Del regista Alan Taylor ho già parlato QUI. Alessandro Nivola (Dickie Moltisanti), Leslie Odom Jr. (Harold McBrayer), Vera Farmiga (Livia Soprano), Jon Bernthal (Johnny Soprano), Corey Stoll (Junior Soprano), Ray Liotta ("Hollywood Dick" Moltisanti/Salvatore "Sally" Moltisanti), Billy Magnussen (Paulie Walnuts), John Magaro (Silvio Dante) e Michael Imperioli (Christopher Moltisanti) li trovate invece ai rispettivi link. 


Michael Gandolfini
, che interpreta Tony Soprano da ragazzo, è ovviamente figlio del compianto James ed è già comparso in piccole parti in film come Ocean's 8 e Cherry - L'innocenza perduta. Secondo me I molti santi del New Jersey è godibile anche se non avete mai visto I Soprano ma fatevi un favore: recuperate una delle serie più belle di sempre, se ancora non avete avuto modo di farlo. ENJOY!

venerdì 16 novembre 2018

Overlord (2018)

Spinta da un trailer accattivante e da QUESTA recensione di Lucia, martedì ho deciso di dare una chance a Overlord, diretto dal regista Julius Avery.


Trama: un manipolo di soldati americani, alla vigilia dello sbarco in Normandia, deve distruggere una torretta per le comunicazioni del reich, ubicata all'interno di una chiesa in Francia. I soldati, tuttavia, troveranno nell'edificio anche un orrore innominabile...


Ma quant'è rilassante, di tanto in tanto, la becera ignoranza al cinema? Non mi riferisco ad ignoranza a livello di linguaggio cinematografico, perché Overlord ne è privo e di questo parlerò più avanti, ma proprio a livello di scrittura "consapevole". Per esempio, questo horror di guerra prodotto da J.J. Abrams non ha alcuna velleità di elevarsi rispetto alla sua natura di B Movie con protagonisti ed antagonisti tagliati con l'accetta, zeppo di momenti WTF, soluzioni becere, dialoghi prevedibili, inesattezze storico-culturali e ruoli ben definiti. Eppure, tanta è la sua onestà nell'evitare di muovere qualsivoglia critica sociale o stimolare anche la pur minima riflessione nello spettatore, che quest'ultimo non può far altro che godersi lo spettacolo e immergersi per un'ora e mezza nell'avventura disperata di un manipolo di soldati aMMeregani fino al midollo, decisi a compiere la loro missione e catapultati, senza volerlo, all'interno di un incubo lovecraftiano alla Re-Animator. Per una buona metà, Overlord è un film di guerra fatto e finito, dove i personaggi vengono falciati dalla contraerea, dalle mine e dai fucili dei nemici piuttosto che dalle zanne di qualche mostro e devo dire che, benché molto stereotipato, è un ottimo film di guerra, che si prende il tempo anche di delineare le personalità dei protagonisti concedendosi persino qualche momento "umano" dove le emozioni la fanno da padrone. L'orrore è quindi reale, è la disperazione di perdere dei commilitoni che sono anche amici, di vedere il proprio villaggio occupato da mostri veri che portano a morire familiari e vicini, eppure accanto ad esso c'è anche un orrore di finzione che ricorda molto l'inizio della saga REC e che, ovviamente, titilla l'attenzione dello spettatore se già non avesse capito dal trailer dove andrà a parare Overlord. A un certo punto, quindi, l'atmosfera cambia e si entra nel campo dell'horror di serie B tout court, che mette in campo scienziati pazzi, mostri e corpi rianimati in salsa nazi, conditi da deliri di onnipotenza e crudeltà gratuite che cancellano ogni parvenza di cinefilia dallo spettatore, costringendolo, banalmente, a sperare che i nazisti vengano trucidati nei peggiori dei modi possibili, roba che al confronto Tarantino scansati.


A proposito di Tarantino, guardando Overlord sembra quasi, a tratti, di avere davanti un mix tra Wolfenstein 3D (senza, fortunatamente, l'effetto vomitillo tipico di quel maledetto videogioco) e l'operazione Grindhouse di Quentin e Rodriguez ma senza i filtri che richiamano gli anni '70 dell'horror gretto, con una punta di Bastardi senza gloria tanto per gradire, sicuramente omaggiato nella scena del briefing sotto il ponte, e Salvate il soldato Ryan, al quale Overlord deve tutta la splendida sequenza iniziale. La scena in questione vale da sola tutto il film, per inciso, ed è sicuramente il momento più concitato di Overlord, capace di mozzare il fiato dello spettatore che si ritrova impotente all'interno di un aereo militare lanciato in picchiata nel centro esatto dell'inferno; sicuramente, ci si emoziona più all'inizio che durante le sequenze ambientate nella chiesa adibita a laboratorio, nonostante anche lì non manchino orrore ed azione, tuttavia l'aspetto horror del film non difetta di aspetti positivi. Uno su tutti, lo scarso utilizzo della CGI a favore di cari, vecchi effettacci artigianali e protesi facciali (il trucco di quel bel ragazzo di Pilou Asbæk è fenomenale) che rendono molto più di quei mostrilli plasticosi tanto di moda negli horror odierni e che, sicuramente, influiscono anche sulle reazioni degli attori finalmente costretti a confrontarsi con cose realmente disgustose invece di dover lavorare di fantasia. Sinceramente, il primo cadavere rianimato "consapevolmente" mi ha fatto abbastanza impressione ma anche il maledetto mostro che a un certo punto insegue la tostissima francesina protagonista, col suo modo orrido di muoversi a scatti, è rimasto parecchio impresso nella mia mente al punto che la notte mi sono ritrovata a sognare cose schifide. Con buona pace di chi dice che Overlord è una schifezza noiosa, mentre invece è una supercazzola che brilla di rara onestà e può regalare un'ora e mezza di quel divertimento ignorante che noi "cinefili dell'internet" ormai sembriamo aver dimenticato.


Di Pilou Asbæk, che interpreta Wafner, ho già parlato QUI mentre John Magaro, che interpreta Tibbet, lo trovate QUA.

Julius Avery è il regista della pellicola. Australiano, ha diretto il film Son of a Gun. Anche sceneggiatore e produttore, probabilmente dirigerà il prossimo Flash Gordon

.
In mezzo ai soldati spuntano un paio di volti televisivi abbastanza noti: nei panni di Chase c'è il Fitz di Agents of S.H.I.E.L.D.S., l'attore Iain De Caestecker, mentre in quelli di Dawson c'è Verme Grigio de Il trono di spade, alias Jacob Anderson. Detto questo, se Overlord vi fosse piaciuto recuperate Dead Snow, Dead Snow 2 e anche Puppet Master: The Littlest Reich. ENJOY!


mercoledì 7 giugno 2017

War Machine (2017)

Attirata dai martellanti cartelloni pubblicitari sparsi in tutta Roma, durante il viaggio di ritorno dal weekend nella Capitale ho guardato l'ultima produzione Netflix, ovvero War Machine, diretto e co-sceneggiato dal regista David Michôd partendo dal libro The Operators, del giornalista Michael Hastings.


Trama: al generale Glen McMahon viene ceduto il comando delle operazioni che dovrebbero portare alla conclusione del coinvolgimento americano nella guerra in Afghanistan ma il militare non è disposto a ritirarsi senza combattere...


Ci vuole un po' di preparazione psicologica ad affrontare questo filmazzo di due ore prodotto e interpretato da Brad Pitt, nemmeno fosse uno one man show dell'ex Signor Jolie. Innanzitutto, serve un cervello riposato perché War Machine, tratto da un articolo del Rolling Stone diventato poi un libro di non-fiction, è molto logorroico e zeppo di nomi propri, di luoghi e di persona, oltre che di moltissime nozioni interessanti capaci di far sentire l'occidentale medio in generale e l'americano in particolare piccino picciò; io, che riposata non ero, mi sono addormentata dopo venti minuti ma dopo un sonno ristoratore di un'ora ho ripreso prontamente la visione della pellicola, uscendone soddisfatta. La mia soddisfazione potrebbe però non riscuotere consensi e comprendo da sola che War Machine ha mille difetti, non ultimo un'abbondanza di tempi morti che potrebbe scoraggiare più di uno spettatore e una lunghezza che avrebbe giovato di qualche taglio qui e là ma è anche indubbio che War Machine offre la possibilità alla persona comune di gettare uno sguardo oltre l'informazione di TG e giornali e cominciare a scorgere la punta dell'iceberg di tutta la merda che si cela sotto guerre come quella in Afghanistan, il che per me è un valore aggiunto. Il punto di vista adottato dal film è quello della voce narrante di Sean Cullen, giornalista freelance incaricato di seguire le operazioni del generale Glen McMahon, ultimo di una lunga lista di comandanti in campo ai quali è stato chiesto di gestire la guerra in Afghanistan (modellato sul generale ormai in congedo Stanley McChrystal, sputtanato proprio dall'articolo di Rolling Stones scritto da Michael Hastings) e uomo tutto d'un pezzo, una macchina da guerra fermamente convinta di essere l'unica persona in grado di sbrogliare una matassa impossibile da districare e vincere così il conflitto, riuscendo dove altri "sfigati" hanno fallito. Le convinzioni di McMahon e la natura della guerra in Afghanistan, "cercata" dagli USA e considerata come un aiuto verso popolazioni che non lo avevano chiesto, vengono messe alla berlina dal giornalista e conseguentemente rese in tutta la loro follia, risultando in un insieme di situazioni al limite del paradossale vissute da persone che parrebbero delle caricature e invece sono tristemente vicine ai loro modelli reali.


Il fulcro di tutto è la natura alienata (e alienante) di un uomo che ha conosciuto solo la guerra, che ragiona per regole autoimposte e con l'unico obiettivo di vincere, incapace di capire come muoversi nel mondo reale e, conseguentemente, anche di contestualizzare il tessuto sociale dei Paesi in cui viene a trovarsi; i confronti con il presidente interpretato da Ben Kingsley (una figura patetica ma fondamentale), con la moglie e con la politica tedesca sono emblematici del modo tutto americano di affrontare le cose senza pensare alle conseguenze o a ciò che è stato prima, cosa che porta conseguentemente all'impossibilità di spiegare i motivi di determinate scelte e a una sordità nei confronti dei bisogni altrui. La logorrea di War Machine acquista così un nuovo significato, in quanto la guerra, la propaganda, persino la cosiddetta informazione non sono altro che aria fritta utilizzata per confondere le masse e fornire vuote giustificazioni a chi non smette di fare danni pur con le migliore intenzioni. Glen McMahon, nonostante l'alta opinione di sé malcelata da un'umiltà ipocrita, non è che uno dei tanti militari usati come carne da cannone e da eroe di guerra diventerà lo stupido, arrogante capro espiatorio di un intero sistema sbagliato che probabilmente non cesserà mai di esistere ed è questo l'amaro concetto che traspare dalla satira di War Machine. Certo, il "cuore" del film va scovato sotto una parata di volti famosissimi e un approccio che ricorda molto i film prodotti dai Coen e soprattutto da Soderbergh, che è un modo di fare cinema a mio avviso più improntato sulla forma che sul contenuto e può piacere o meno; dal canto suo, Brad Pitt ha scelto di interpretare McMahon come un Braccio di ferro perennemente incazzato (secondo me quest'uomo non riesce a liberarsi dal fantasma di Aldo Rayne così come Johnny Depp non riesce a scrollarsi di dosso quello di Jack Sparrow) e la sua presenza scenica si impone sul resto del cast fino a fare scomparire caratteristi e attori blasonati anche ottimi, il che mi ha fatto un po' storcere il naso ma, in generale, War Machine mi è piaciuto e lo consiglio, soprattutto se avete un abbonamento Netflix da sfruttare.


Di Brad Pitt (Generale Glen McMahon), John Magaro (Cory Staggart), Anthony Michael Hall (Greg Pulver), Topher Grace (Matt Little), Lakeith Stanfield (Caporale Billy Cole), Ben Kingsley (Presidente Karzai), Meg Tilly( Jeannie McMahon), Griffin Dunne (Ray Canucci), Scoot McNairy (Sean Cullen), Tilda Swinton (Politica tedesca) e Russell Crowe (Bob White) ho già parlato ai rispettivi link.

David Michôd è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Australiano, ha diretto film come Animal Kingdom e The Rover. Anche produttore e attore, ha 45 anni.


Alan Ruck interpreta Pat McKinnon. Americano, ha partecipato a film come Una pazza giornata di vacanza, In fuga per tre, Speed, Twister, E venne il giorno e a serie quali I racconti della cripta, Oltre i limiti, Innamorati pazzi, Scrubs, Medium, Ghost Whisperer, CSI: Miami, CSI - Scena del crimine, Numb3rs e The Exorcist. Ha 61 anni e tre film in uscita.


Se War Machine vi fosse piaciuto recuperate M.A.S.H. ENJOY!

domenica 17 gennaio 2016

Carol (2015)

La prima settimana di "superlavoro" pre-Oscar si conclude con la visione di Carol, diretto nel 2015 dal regista Todd Haynes e tratto dal romanzo omonimo di Patricia Highsmith, già pubblicato sotto pseudonimo nel 1952 col titolo The Price of Salt. Prima di andare avanti vi invito a leggere le splendide recensioni di Lucia e Silvia, alle quali il mio post non sarà neppure degno di baciare i piedi.


Trama: nella New York degli anni '50 due donne si incontrano e a poco a poco s'innamorano. Therese è una giovane commessa che aspira a diventare fotografa, fidanzata con un uomo che vorrebbe sposarla, mentre Carol è già madre e in procinto di divorziare da un marito che non accetta il suo stile di vita. Le due partiranno per un viaggio alla scoperta di sé stesse e del loro legame...


Siccome i due post che vi ho linkato su contengono tutto ciò che dovete sapere per poter fruire al meglio di un film come Carol, compresi indispensabili chiarimenti su alcuni aspetti tecnici e alcuni retroscena legati al romanzo di Patricia Highsmith che, purtroppo e molto colpevolmente, non ho mai letto, qui mi limiterò a raccontarvi come mai il film di Haynes mi sia piaciuto molto e perché non lo ritenga affatto freddo come si legge praticamente ovunque in questi ultimi giorni. Di Carol ho adorato proprio il modo sussurrato, progressivo ma inequivocabile col quale il sentimento tra le due protagoniste nasce e si consolida dopo un incontro casuale durante il quale al regista basta inquadrare un gioco di sguardi per esprimere tutta la sorpresa e la curiosità di un sentimento improvviso e inaspettato ma anche inconfondibile. Carol e Therese si piacciono fin dall'inizio, è palese. Magari la prima è più consapevole del significato di questo "piacersi" mentre Therese, lo svagato "angelo caduto dallo spazio", accoglie la cosa più come una sorta di fascinazione legata alla sua natura di aspirante fotografa oppure all'insoddisfazione di frequentare un fidanzato e degli amici beoni e poco stimolanti, chissà. Nessuno può sapere come nasce un amore, forse neppure le persone che lo stanno vivendo: sta di fatto che Carol e Therese si cercano, si piacciono, si capiscono e scelgono di andare contro tutto e tutti pur di assecondare ciò che probabilmente nasce come un capriccio e finisce per diventare un sentimento reale e ovviamente non accettato da tutti. La storia di Carol e Therese segue ritmi lenti, quasi oziosi e perché non dovrebbe? Le relazioni omosessuali non vengono quasi accettate neppure nel 2016 nonostante chi le viva sia consapevole di avere tutti i diritti di farlo, immagino quindi che negli anni '50 fosse ancora più difficile superare non solo i preconcetti della società ma anche i propri, quelli inculcati dalla famiglia e dall'ambiente in cui si era cresciuti: avrei trovato MOLTO fastidioso guardare Carol e vedere le due protagoniste consumarsi nel fuoco della passione come se fosse la cosa più naturale del mondo, senza dubbi né timidezza, senza il desiderio di sondare l'altra persona prima di lasciarsi andare. Così invece tutto è verosimile, oltre che molto dolce e intenso.


Questa dolcezza, questa calma voluta nasce da un profondo rispetto per l'opera di Patricia Highsmith, dall'alchimia perfetta delle due attrici protagoniste e dalla perfetta unione tra la perizia tecnica di Todd Haynes e la sua grande sensibilità, insieme all'utilizzo di una bellissima e commovente colonna sonora. Le immagini di Carol sono di una bellezza struggente, "sgranate" quasi come se l'Amore permeasse davvero l'aria nella quale sono immerse le protagoniste, come se la realtà circostante sparisse lasciandole sole, a viversi e cercarsi. La capacità del regista di "creare" il sentimento l'ho avvertita palpabile durante la ripetizione della stessa sequenza all'inizio e alla fine del film, che mi ha suscitato emozioni completamente differenti; quando Carol appoggia la mano sulla spalla di Therese durante un frettoloso ed imbarazzante congedo l'impressione che ho avuto era quella di un legame esistente ma non consolidato, mentre sul finale il gesto si carica di così tanti significati che ho fatto fatica a ricacciare indietro le lacrime. Quindi, ben venga il tanto vituperato lieto fine, per una volta. Quanto alle attrici, due meraviglie. Cate Blanchett è elegantissima, quasi divina, il suo sguardo e l'atteggiamento delle sue labbra dicono da soli più di mille, inutili righe di dialogo ma la vera rivelazione è una dolcissima Rooney Mara che a tratti mi è sembrata l'incarnazione di Audrey Hepburn. Rooney Mara vivacizza il film col suo atteggiamento da folletto curioso, agghindato con gli abiti più adorabili e belli mai visti in un film, e nel corso della pellicola il suo personaggio cresce, diventando più forte e meno inconsapevole ma non per questo meno amabile, tanto che a tratti verrebbe voglia di abbracciarla; non stupisce che anche quella stupenda megera di Sarah Paulson alla fine se ne innamori, almeno un pochino. Carol e Therese io me le voglio immaginare così, belle e felici fino alla fine dei loro giorni, chiuse nel loro piccolo appartamentino newyorkese o pronte per partire per l'ennesimo road trip, in barba alle convenzioni, agli avvocati, agli investigatori privati e ai musoni rompiscatole. D'altronde, il Cinema è fatto soprattutto per sognare, no?


Di Cate Blanchett (Carol Aird), Rooney Mara (Therese Belivet), Kyle Chandler (Harge Aird), Sarah Paulson (Abby Gerhard) e John Magaro (Dannie McElroy) ho già parlato ai rispettivi link.

Todd Haynes è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Velvet Goldmine e Lontano dal paradiso. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 55 anni e un film in uscita.


A Rooney Mara era già stato offerto il ruolo di Therese alla fine delle riprese di Millenium - Uomini che odiano le donne ma aveva rifiutato a causa dell'eccessivo affaticamento; era subentrata così Mia Wasikowska che ha però rinunciato per partecipare a Crimson Peak, cosa che ha consentito ad una riposata e bravissima Rooney Mara di tornare in pista! Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate Lontano dal paradiso. ENJOY!

Update: leggete anche il bellissimo articolo di Hell, QUI!

mercoledì 13 gennaio 2016

La grande scommessa (2015)

Il secondo filmone visto questa settimana è stato La grande scommessa (The Big Short), diretto nel 2015 dal regista Adam McKay e tratto dal libro omonimo di Michael Lewis.


Trama: in diverse zone d'America alcuni investitori captano i segnali di quella che sarebbe diventata la crisi finanziaria più devastante dell'economia mondiale e "scommettono" contro le banche, ree di avere speculato per anni sul mercato immobiliare americano e sui mutui...



Oddio, spero di non aver scritto una castroneria su nella trama. D'altronde, nonostante le lezioni di gente come Margot Robbie, Selena Gomez e lo chef Anthony Bourdain, del gergo tecnico utilizzato in La grande scommessa avrò capito sì e no il 40 %, il resto mi veniva pietosamente spiegato sequenza dopo sequenza dal Bolluomo, seduto accanto a me e molto interessato alla Robb.. ehm... all'argomento trattato. Cosa che, per inciso, mi ha fatto uscire dalla sala ancor più convinta del fatto che il mondo della finanza si basi essenzialmente su Aria Fritta e venga mandato avanti soltanto da chi è più bravo ad inchiappettare i poveri risparmiatori intortandoli con un gergo tecnico atto a celare indicibili mastruzzi al limite della legalità. O, come dice tristemente Ryan Gosling, del fatto che l'economia americana in particolare e quella mondiale in generale si basino sulla stupidità. La stupidità dei piccoli risparmiatori quali potrei essere io ma anche degli squali che si arricchiscono sulle spalle degli altri e non vedono più in là del loro naso. Avete presente il Jordan Belfort di Leonardo Di Caprio e lo sguardo tra l'esilarante e il compiaciuto che gli ha tributato Scorsese? Ecco, dimenticatelo. Adam McKay, col suo stile irriverente e scoppiettante, non celebra le fauci dei lupi di Wall Street ma li sputtana nel modo più spietato possibile, dipingendoceli come un branco di esseri dabbene che masticano le loro prede e le sputano per poi reimpastarle e darle in pasto ad altre bestie come loro, fregandosene delle conseguenze quando va bene oppure ignorandole completamente quando va male. I protagonisti de La grande scommessa decidono di scagliarsi contro questo sistema corrotto, "scoprendone" le magagne (o meglio, i segreti di Pulcinella) a poco a poco, ma non sono dei Cavalieri senza macchia paladini dei risparmiatori, occhio. Guardandosi bene dallo smascherare banchieri, agenzie di rating corrotte e compiacenti oppure broker senza scrupoli, i pochi che sapevano hanno scelto di tenersi le informazioni per sé ed arricchirsi, qualcuno rimandando il momento della vendita delle azioni a causa di devastanti rimorsi di coscienza (come il personaggio di Steve Carell), qualcun altro lottando contro i mulini a vento per andare incontro ai propri clienti inferociti solo per il gusto di dimostrare di avere ragione (come Christian Bale).


Della trama non mi arrischio a dire null'altro, ché non vorrei scrivere delle fregnacce. Quello che ha capito persino una testona come me è che Adam McKay è riuscito a creare una commedia incredibilmente drammatica, la serissima rappresentazione di una farsa andata avanti per anni sotto gli occhi di tutti, coperta dalla pacifica ignoranza della gente comune e dalle consapevoli furberie degli addetti al settore. Il regista utilizza toni vivaci, aiutato da una sceneggiatura e dei dialoghi scoppiettanti, per descrivere quella che, in sostanza, è stata una tragedia di portata mondiale che ha lasciato senza soldi e senza lavoro milioni di americani e stroncato l'economia di Paesi deboli come la Spagna e la Grecia (l'Italia si è salvata per il rotto della cuffia come nazione ma per quel che riguarda le persone stendiamo un velo pietoso...); il film che nasce da questa scelta di stile è una pellicola frammentata, dove l'andamento della narrazione viene spesso interrotto da spezzoni di notiziari, gossip, video, filmini amatoriali, citazioni, scritte in sovrimpressione, tutto quanto serva a contestualizzare gli eventi e sottolineare la beata incoscienza di un popolo che stava per assistere al crollo di tutte le sue certezze eppure continuava a fare la stessa, ignorantissima vita di sempre. La grande scommessa è diviso idealmente in tre capitoli e ad ogni capitolo corrisponde un passo in più verso la "fine del mondo" raccontata in prima persona dal bieco Jared Vennett di Ryan Gosling, voce narrante che spesso rompe il muro della quarta parete rivolgendosi direttamente al pubblico, prendendolo in giro, istruendolo (durante le già citate e geniali lezioni di "economia for dummies") e rendendolo, di fatto, complice del gioco condotto dal personaggio ai danni degli altri protagonisti. Questi ultimi, nonostante vengano caratterizzati con pochissimi tratti ed alcune sequenze piazzate ad hoc, sono talmente ben scritti che riescono a bucare lo schermo nonostante le poche informazioni che abbiamo su di loro, il resto lo fanno gli attori della madonna che compongono il cast. Citare Gosling, Bale e Carell sarebbe inutile, parliamo ormai di tre mostri sacri capaci di scaldare il cuore ad ogni cinefilo e di far risaltare col loro carisma anche l'ultima delle comparse, permettetemi quindi di cambiare un po' e di magnificare le lodi di due sorprese come Jeremy Strong e l'ormai adoratissimo Finn Wittrock: il primo è un meraviglioso contraltare del personaggio di Carell ed incarna la parte "pasionaria" di chi vorrebbe cambiare il sistema da dentro e diffida giustamente di tutti, persino di un superiore che è quasi un padre, mentre il secondo ormai può veramente interpretare qualunque personaggio ed è bellissimo vederlo per una volta nei panni del ragazzino colmo di entusiasmo invece che in quelli del serial killer o di qualsivoglia antagonista. Insomma, si è capito che La grande scommessa mi è piaciuto proprio tanto? D'altronde non potevo aspettarmi altro da chi mi ha regalato il mitico The Anchorman!


Del regista Adam McKay ho già parlato QUI. Ryan Gosling (Jared Vennett), Christian Bale (Michael Burry), Steve Carell (Mark Baum), Marisa Tomei (Cynthia Baum), Rafe Spall (Danny Moses), Jeremy Strong (Vinnie Daniel), Brad Pitt (Ben Rickert), Melissa Leo (Georgia Hale), Karen Gillan (Evie) e Margot Robbie (se stessa) li trovate invece ai rispettivi link.

John Magaro interpreta Charlie Geller. Americano, ha partecipato a film come My Soul to Take - Il cacciatore di anime e Carol. Ha 33 anni e due film in uscita.


Finn Wittrock interpreta Jamie Shipley. Americano, lo ricordo soprattutto per le partecipazioni alla serie American Horror Story, inoltre ha recitato in film come Noah e altre serie come E.R. Medici in prima linea, CSI: Miami e Criminal Minds. Anche sceneggiatore, ha 32 anni e due film in uscita.


Nel film, oltre a Margot Robbie, compaiono altre due celebrità a spiegare i difficili concetti finanziari espressi nel film, ovvero lo chef Anthony Bourdain e Selena Gomez; in realtà, nello script al posto della Robbie avrebbe dovuto esserci Scarlett Johansson e al posto della Gomez l'accoppiata Beyonce/Jay Z. Se La grande scommessa vi fosse piaciuto recuperate The Wolf of Wall Street! ENJOY!

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