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martedì 17 marzo 2026

La sposa! (2026)


Ho rischiato seriamente di non vederlo, ma alla fine sono riuscita ad andare al cinema per La sposa! (The Bride!) diretto e sceneggiato dalla regista Maggie Gyllenhaal.

Trama

Il mostro di Frankenstein arriva nella Chicago degli anni '30 e chiede al Dr. Euphronious una compagna. I due disseppelliscono Ida, morta da poco, la quale torna in vita priva di memoria ma con un profondo, incontrollabile desiderio di ribellione...

RECENSIONE

Avevo "scorto" (sapete che non leggo le recensioni prima di avere scritto la mia) le peggio cose su La sposa!, film non particolarmente apprezzato neppure da chi l'horror lo conosce e lo ama, quindi ero convinta che sarei uscita dalla sala schifata. Invece, mi sono divertita tantissimo e, oserei dire, è uno dei film che ho apprezzato di più dall'inizio dell'anno. Nonostante questo, purtroppo, mi rendo conto che non saprei come parlarne, perché temo mi manchino le basi culturali, letterarie e cinematografiche per farne una disamina come si deve, quindi perdonatemi se il post sarà più banale e lacunoso del solito. La sposa! parte, ovviamente, dal romanzo Frankenstein di Mary Shelley, e si propone come una rilettura del capolavoro di James Whale, La sposa di Frankenstein (che, ahimé, non riguardo da almeno 20 anni, col risultato di essermi persa qualsiasi citazione presente in La sposa!). La sceneggiatura della Gyllenhaal è "metaletteraria" e metacinematografica, comincia infatti con un fitto dialogo tra la vera Mary Shelley e la protagonista del film, Ida, una donna figlia del suo tempo, colma di desiderio di rivalsa e ribellione, ma impossibilitata a manifestarlo per ovvi motivi. Il dialogo, in realtà, è più una possessione manifestata con una schizofrenia disperata che perdura per tutto il film, e che porta alla morte Ida nella sequenza iniziale. Dopodiché, arriva il mostro di Frankenstein (chiamato per comodità Frank), sopravvissuto fino agli anni '30 e arrivato a Chicago per incontrare una scienziata che si dice in grado di dargli una compagna. Fiaccato da anni di solitudine e disprezzo per se stesso, Frank non vive, bensì sopravvive, vittima di costanti attacchi di panico tenuti a bada dalle sale cinematografiche in cui il mostro si nasconde e sogna una vita e un amore da film. Quando Ida viene resuscitata da Frank ed Euphronious, la donna non ricorda nulla del suo passato. La sua è una mente divisa, abitata da una voce che non comprende, e che la spinge a "trovare il proprio nome", ad autodefinirsi, senza venire etichettata da nessuno. Il legame con Frank prende forma nel momento in cui la "sua" sposa riconosce in lui un reietto, un essere che deve a sua volta trovare il suo posto nel mondo, una creatura dalla mente spezzata; purtroppo per "la sposa", ribattezzata Penelope, la sua lotta per l'autodeterminazione passa attraverso il desiderio (magari ingenuo, dettato dalla paura) di Frank di plasmarne il passato con patetiche bugie, rendendolo avventuroso e splendente come quello dei film, in aperto contrasto con una realtà squallida e pericolosa. 

A fronte di quanto scritto finora, capisco molto bene l'eye roll dei feroci detrattori. La sposa! è un film "a tesi", urlato fin dal titolo, che ribadisce la necessità di una ribellione femminile, sottolinea in ogni scena la sacrosanta parità dei sessi (il Dr. Euphronious lamenta la stupidità barocca degli esperimenti di Frankenstein, la detective Malloy, pur dando dei punti ai suoi colleghi maschi, viene considerata una mera segretaria e trattata con condiscendenza) e fa della Sposa la portavoce di chi non può più esprimersi, un angelo vendicatore, la scintilla di una rivoluzione "punk". La metafora, però, è talmente di grana grossa e sfacciata da non risultare antipatica come la pseudo intellettualità di Barbie (che pure ho amato moltissimo), ed è espressa in maniera talmente barocca, per quanto riguarda la messa in scena e le interpretazioni, che il mio animo tamarro non ha potuto fare altro per commuoversi. Voi pensavate al femminismo e a Folie à Deux, io pensavo a Repo! the Genetic Opera e al gusto un po' kitsch che permea ogni sequenza di quello che, per me, è sempre stato un capolavoro di imperfezione. Imperfetto lo è anche questo La sposa!, lo riconosco senza problemi, anzi, è proprio un mostro rappezzato. Un po' horror, un po' noir, un po' musical, un po' bimbominchiata young adult, La sposa! è incredibilmente schizofrenico e sembra la riproposizione cinematografica della mente spezzata della protagonista, eppure non sono riuscita a non amarlo. Merito forse dell'interpretazione di una Jessie Buckley ormai lanciatissima, in grado di relegare sullo sfondo persino Christian Bale (che pure, poverino, ci mette del suo), o di un cast di comprimari dalla spiccata personalità, nel bene o nel male. O forse dei tanti momenti di poetic cinema, uno su tutti il forsennato numero musicale che spezza completamente il ritmo della narrazione trasformando le visioni di Frank in una realtà coinvolgente. O magari dei costumi favolosi, di quelle macchie nere allo stesso tempo stilose e ributtanti, delle scenografie sontuose o della colonna sonora particolare. Insomma, non so di preciso cosa sia stato, ma qualcosa ne La sposa! è entrato in perfetta risonanza col mio animo fiaccato da mille film tutti uguali, e sono uscita dal cinema soddisfatta come non mi succedeva da un po'... e, soprattutto, con la voglia di riguardarlo! 

CAST

Della regista e sceneggiatrice Maggie Gyllenhaal ho già parlato QUI. Jessie Buckley (Ida/La Sposa/Mary Shelley/Penelope Rogers), Christian Bale (Frank (Frankenstein)), Annette Bening (Dr. Euphronious), Penélope Cruz (Myrna Malloy), Peter Sarsgaard (Jake Wiles), Jake Gyllenhaal (Ronnie Reed) e John Magaro (Clyde) li trovate invece ai rispettivi link.

martedì 5 aprile 2022

Madres paralelas (2021)

Il penultimo film recuperato in vista della Notte degli Oscar è stato Madres Paralelas, diretto e sceneggiato nel 2021 dal regista Pedro Almodóvar.


Trama: Janis è una fotografa di quarant'anni, che rimane incinta nel corso di una relazione con un archeologo; in ospedale incontra Ana, adolescente rimasta incinta dopo una violenza sessuale di gruppo, e tra loro si forma un legame...


¿Que pasa, Pedro?
Me lo sono chiesta alla fine di Madres Paralelas, ennesima pellicola sul moscio andante recuperata durante la forsennata corsa agli Oscar, imperniata su argomenti talmente scottanti che avrebbero dovuto sciogliermisi gli occhi in lacrime e, invece, mi hanno lasciata a fissare lo schermo facendo spallucce. Dov'è finito il Pedro Almodóvar capace di emozionare e stupire lo spettatore, che qui inserisce, per buona misura, un paio di scene lesbo completamente "a cazzo di cane" neanche fosse un vecchio rattuso? Non lo so, ma qui, salvo per la bellezza della fotografia e delle scenografie o per la presenza di un paio di attrici feticcio, non l'ho proprio trovato, e Madres Paralelas si è rivelato un mezzo pasticcio pieno di buone intenzioni portate a perdere. Sono tanti, infatti, i temi importanti presenti in Madres Paralelas. Si parte da ben tre diverse concezioni di maternità in tre età diverse, con persino dei rimandi alla condizione della donna nell'epoca franchista, si passa attraverso esperienze terribili come stupri di gruppo, morte, abbandono e depressione e si arriva a un discorso più ampio sulla storia e su come questa non possa mai venire cancellata o messa a tacere, nonostante in molti provino a farlo, quindi carne al fuoco ce ne sarebbe. E Madres Paralelas non è nemmeno un film orribile, perché è dotato di una bella fotografia e delle ottime scenografie, inoltre la recitazione di Pénelope Cruz e della co-protagonista Milena Smit è decisamente di alto livello. Eppure, almeno con me, il film non ha funzionato.


Non ha funzionato perché tutta la carne al fuoco è stata messa in piatti separati, senza che si amalgamassero tra loro. Le vicende raccontate, soprattutto la "cornice" della fossa comune con dentro i cadaveri di uomini fucilati dai soldati di Franco, sembrano slegate le une alle altre oppure unite in maniera talmente forzata che, a tratti, sembra di guardare una soap opera; il cuore della trama, in particolare, è qualcosa di talmente "grosso", importante e sconvolgente (benché sia un twist che si capisce più o meno dopo 20 minuti) che quando i nodi dello stesso vengono al pettine ci si aspetterebbe un po' più di tempesta emotiva da parte dei personaggi, invece la cosa viene gestita abbastanza in fretta, come se non fosse quello il punto su cui soffermarsi. Magari non lo era, d'accordo, però allora non ho capito quale fosse l'aspetto più importante per Almodóvar, visto che ogni cosa mi è parsa buttata lì per far mucchio, per assistere a confronti tra donne (e uomini, talvolta) interessanti ma privi di cuore, fiaccati da un'eccessiva insistenza sulle tenere faccette di bambine e sulle moine delle mamme, a proposito delle quali apro una parentesi. Ammazza quanto è difficile essere madri in Spagna, devastate dai figli nonostante la presenza costante in casa di almeno una colf e una tata: furba è stata la Cruz a prendersene una multitasking, anche se un po' pesa e rompipalle, bisogna dirlo. Alla prossima, Pedro!


Del regista e sceneggiatore Pedro Almodóvar ho già parlato QUI. Penélope Cruz (Janis), Rossy De Palma (Elena) e Julieta Serrano (Brígida) li trovate ai rispettivi link.

venerdì 31 gennaio 2020

Dolor y Gloria (2019)

A fronte delle sue due nomination all'Oscar (Miglior Attore Protagonista e Miglior Film Straniero) ho deciso di recuperare Dolor y gloria, diretto e sceneggiato nel 2019 dal regista Pedro Almodóvar.


Trama: Salvador Mallo, regista e sceneggiatore in crisi, afflitto da mali apparentemente incurabili, si ritrova a dover ripensare al suo passato e, conseguentemente, al suo percorso artistico...



Giusto per dimostrare che non sono una cinefila e, anzi, sono anche piuttosto capra, tutti si sono sperticati in lodi per questo Dolor y gloria, che ha vinto persino la palma d'oro a Cannes, e io ho fatto fatica, guardandolo, a tenere gli occhi aperti. A tratti mi sembrava di avere davanti mia madre (o mio padre, o mia nonna) a raccontarmi importantissimi episodi accorsi a gente che, di regola, dovrei conoscere e ritenere fondamentale quanto lei, mentre io non ho neppure idea di chi si stia parlando e mi ritrovo ad annuire dicendo, di tanto in tanto, "Aaah, sì. Eh sì, lui, me lo ricordo". Non fraintendetemi, è la cosa che, di regola, dovrebbe succedere quasi ogni volta che si va al cinema, visto che noi non conosciamo le persone di cui si sta parlando, soprattutto quando i personaggi sono inventati; però, il bello del cinema, della letteratura e della televisione, è fare appassionare il pubblico alle storie di sconosciuti, arrivando persino a far piangere e ridere con loro, altrimenti chi fruirebbe più di un libro o di un film? E io sono felicissima, ovviamente, per Almodóvar, che ha evidentemente trovato una catarsi all'interno di una pellicola biografica, incarnato in un alter ego di tutto rispetto, peccato che le sue preoccupazioni da Autore invecchiato, terrorizzato all'idea di non aver più nulla da dire, bloccato in un passato glorioso di provocazioni ed eccessi cinematografici, non mi abbiano toccata per nulla. Forse perché il buon Pedro non è mai stato uno dei miei registi preferiti o non conosco a menadito tutta la sua produzione? Eppure, diamine, ci sono alcuni suoi film che adoro, che nonostante un po' di antipatia a pelle nei suoi confronti sono arrivata ad amare, ma stavolta niente, un aburrimiento senza fine salvato solo da un finale che, lo ammetto, mi ha commossa, ma arrivare a commuovere dopo due ore di noia e vuoto pneumatico anche no. Ribadisco, il limite è mio, sono ignorante.


Eppure, onestamente, non sono riuscita ad interessarmi alle paturnie di un uomo che, attraverso tre/quattro incontri con persone del suo passato, ripensa a fallimenti e amori perduti ritrovando nell'arte l'unico motivo per continuare, nemmeno quando Almodovar si è impegnato a intrattenermi sfruttando persino delle animazioni, ironico contrappunto all'ipocondria del suo personaggio. Forse perché gli interpreti, salvo una splendida Penélope Cruz nelle sequenze che più ho apprezzato, quelle legate all'infanzia del protagonista, e salvo la madre "anziana" Julieta Serrano, non sono all'altezza di Banderas? Che poi, parliamo un attimo di Banderas. Bravo, per carità di Dio. Misurato, anche troppo, compreso nel suo ruolo di regista agorafobico, malato, debole, drogato, fiaccato da un passato di costrizioni, ecc. ma onestamente accanto a un Adam Driver e un Leonardo Di Caprio, quest'anno, non ce lo vedo davvero. Il problema reale di Dolor y gloria, che pure ha delle idee visive, come ho scritto più sopra, deliziose ed interessanti, in primis quei coloratissimi appartamenti ricavati nelle grotte che incarnano l'infanzia di Mallo e in generale la fotografia del film, curata e vibrante di colori, è che indubbiamente il film racconta qualcosa di importantissimo per Almodóvar, però il regista non è riuscito a far sì che diventasse importante anche per lo spettatore. L'idea che è rimasta a me è quella di un film episodico, un elenco di passaggi necessari affinché Mallo prenda nuovamente coscienza di sé, una sorta di "lista della spesa" che passa e va, senza lasciare nulla dietro di sé. Onestamente, piuttosto che un Almodóvar così fiacco avrei preferito la candidatura del nostro Il traditore o, ancor meglio, di Ritratto della giovane in fiamme. Provaci ancora, Pedro.


Del regista e sceneggiatore Pedro Almodóvar ho già parlato QUI. Antonio Banderas (Salvador Mallo), Penélope Cruz (Jacinta) e Cecilia Roth (Zulema) li trovate invece ai rispettivi link.


Julieta Serrano e Antonio Banderas sono già stati madre e figlio in due altri film del regista, Matador e Donne sull'orlo di una crisi di nervi. Se Dolor y gloria vi fosse piaciuto recuperate 81/2, dichiarata fonte di ispirazione. ENJOY!

martedì 12 dicembre 2017

Assassinio sull'Orient Express (2017)

Con calma (c'era il ponte, ho cazzeggiato, lo ammetto!) arrivo a parlare anche di Assassinio sull'Orient Express (Murder on the Orient Express), diretto da Kenneth Branagh e tratto dal giallo omonimo di Agatha Christie.


Trama: durante un viaggio sull'Orient Express il famoso investigatore Hercule Poirot si ritrova per le mani un caso di omicidio. Una valanga improvvisa blocca la corsa del treno e Poirot ha tempo solo finché non arriveranno i soccorsi e libereranno le rotaie per scoprire l'identità dell'assassino!


Come già scritto nella solita rubrica delle uscite settimanali, ho avuto la (s)fortuna di vedere Assassinio sull'Orient Express di Sidney Lumet solo una volta nella vita, da bambina, e di non avere mai letto il giallo di Agatha Christie. Oltre quindi a non ricordare NULLA relativamente alla risoluzione del caso non ho potuto nemmeno venire sopraffatta dall'effetto nostalgia legato alla pellicola, quella sensazione canaglia che ti prende proprio quando non vuoi e ti porta a rompere le palle alla gente dicendo "eeeeh, ma Albert Finney era un Poirot migliore, eh ma cosa mi significano quei baffoni signora mia, ah ma la Bergman era ben più sopraffina di quel rattu penigu della Cruz!". Posso dire perciò di essere una delle poche persone al mondo che si è approcciata al film di Branagh in totale letizia ed assoluta ignoranza, pronta a godersi un giallo all-star pregando il signoruzzo che la coppia di anziani burini parlanti seduti accanto a lei non spoilerassero il finale durante uno dei loro interminabili dialoghi. In virtù di ciò, mi sento di affermare innanzitutto che Kenneth Branagh dietro la macchina da presa è sempre e comunque un signore. Aiutato da un bel reparto effetti speciali capace di realizzare delle splendide sequenze panoramiche e momenti di pura suspance in mezzo alla neve, quelle belle scene in cui chi (come me) soffre di vertigini rischia di farsi venire un embolo e crepare in mezzo alla sala, lord Branagh confeziona un gioiellino capace di intrattenere innanzitutto gli occhi, assai vivace dal punto di vista delle inquadrature che riescono a dilatare lo spazio ristretto di un treno. La scelta di riprendere le carrozze dall'alto, come se non avessero un soffitto, oppure quella di scomporre l'immagine in tanti prismi illuminati da una calda luce artificiale, piuttosto che l'ennesima citazione di un'opera d'arte sul finale (in Cenerentola c'era Fragonard, qui addirittura Leonardo Da Vinci con L'ultima cena) o i flashback in bianco e nero sono tutti eleganti tocchi di stile che si sommano all'eleganza dei costumi e delle scenografie e rendono Assassinio sull'Orient Express un film di indubbia bellezza "formale". E benché non abbia visto la pellicola in lingua originale mi è sembrato che gli attori fossero tutti molto in parte, soprattutto la splendida Michelle Pfeiffer (la quale mi pare stia vivendo una seconda giovinezza e non posso che esserne felice), e persino Johnny Depp mi è sembrato lontano, per una volta, dalle terrificanti macchiette da lui interpretate negli ultimi tempi. Quindi cos'è che mi ha portata, al termine della visione, a relegare Assassinio sull'Orient Express tra i dimenticabili del 2017?


Il motivo ha un nome e un cognome e non può che essere Kenneth Branagh. Intendiamoci, io andrei a vedere persino una recita parrocchiale se ci fosse coinvolto Kenneth Branagh, però Assassinio sull'Orient Express è già il secondo film di seguito, tra quelli da lui diretti, che mi fa cadere i marroni non tanto per la noia, quanto per la tracotanza che traspare da ogni fotogramma, da ogni singolo pelo di baffo insistentemente messo in primo piano. Poirot non nasce come personaggio simpatico, per carità, però in questa versione è ancora più insopportabile del normale, un mix tra l'investigatore classico e un maestro della deduzione alla Sherlock Holmes (anche dal punto di vista "fisico" visto che riesce a prevedere le mosse del nemico e neutralizzarle come l'Holmes di Guy Ritchie), con la terrificante aggiunta di una passione per gli spiegoni demoralizzanti, filosofici ed aulici: vedere Kenneth Branagh sospirare una mezza dozzina di volte davanti al ritratto dell'amata o perdersi in elucubrazioni sul senso della vita e la natura del male, col faccione preoccupato ad occupare interamente lo schermo del cinema come nemmeno quel bolso di Tom Hanks nel vecchio Il codice Da Vinci visto in prima fila, abbiate pazienza ma mi ha causato un po' di orchite, spezzando il naturale, dinamico andamento della vicenda più volte di quanto non fosse necessario. Per carità, senza questi excursus probabilmente il metraggio del film sarebbe stato ridotto e la trama sarebbe risultata troppo semplice ma sinceramente avrei preferito un po' più di ironia e maggior coesione all'interno delle indagini, talmente prolisse e dispersive da risultare in qualche modo "faticose" da seguire per chi, come me, non era a conoscenza dell'esito finale. E comunque s'è lamentato anche Toto accanto a me quindi se non è piaciuto a lui il film chi sono io per contestare un giudizio ben più affidabile del mio? Che poi, non piaciuto... diciamo che è il solito film senza infamia né lode pompato da un enorme battage pubblicitario che alza le aspettative dello spettatore all'inverosimile per poi deluderle, quindi magari sono stata troppo dura e qualcuno potrebbe invece trovarlo uno dei migliori film dell'anno. Non io, però.


Del regista Kenneth Branagh, che interpreta anche Hercule Poirot, ho già parlato QUI. Penélope Cruz (Pilar Estravados), Johnny Depp (Edward Ratchett), Derek Jacobi (Edward Henry Masterman), Lucy Boynton (Contessa Elena Andrenyi), Marwan Kenzari (Pierre Michel), Michelle Pfeiffer (Caroline Hubbard), Judi Dench (Principessa Dragomiroff), Olivia Colman (Hildegarde Schmidt) e Willem Dafoe (Gerhard Hardman) li trovate invece ai rispettivi link.

Daisy Ridley interpreta Miss Mary Debenham. Inglese, la ricordo per film come Star Wars - Il risveglio della forza e Star Wars - Gli ultimi Jedi. Anche produttrice, ha 25 anni e tre film in uscita.


Josh Gad interpreta Hector MacQueen. Americano, lo ricordo per film come La bella e la bestia; inoltre ha partecipato a serie come E.R. Medici in prima linea e Numb3rs e lavorato come doppiatore per film quali L'era glaciale 4 - Continenti alla deriva, Frozen - Il regno di ghiaccio, Frozen Fever, Frozen - Le avventure di Olaf e serie come American Dad!, The Cleveland Show, Phineas and Ferb e South Park. Anche produttore e sceneggiatore, ha 36 anni e un film in uscita.


Per il ruolo di Caroline Hubbard erano state convocate sia Angelina Jolie che Charlize Theron ma entrambe hanno rinunciato (la Jolie, in verità, pare sia stata estromessa dal progetto a calci in culo a causa delle pretese di riscrivere la parte in base ai propri desideri). Come anticipato nel finale, pare che sia Branagh che la 20th Century Fox siano molto interessati a realizzare un adattamento di Assassinio sul Nilo quindi prepariamoci a more Branagh per il futuro! Nell'attesa, se Assassinio sull'Orient Express vi fosse piaciuto recuperate il film omonimo di Sidney Lumet. ENJOY!

venerdì 19 febbraio 2016

Zoolander 2 (2016)

So che siamo in tempo di Oscar ma non si può sempre e solo parlare di film seri. Nell'attesa che di andare a vedere quel Deadpool per cui ho già una scimmia mutante nutrita a chimichanga sulla schiena, beccatevi un post su Zoolander 2, diretto e co-sceneggiato da Ben Stiller.


Trama: sono passati quindici anni dall'ultimo film e Derek Zoolander è diventato un eremita a seguito di terribili eventi che hanno coinvolto sua moglie, suo figlio e persino il biondo Hansel. I due ex modelli vengono però richiamati sulle passerelle e si ritrovano coinvolti in un complotto legato alla morte di alcune popstar...


Iniziamo il post con una premessa MOLTO importante: se non vi è piaciuto Zoolander, se non amate questo genere di film supercazzola, se non tollerate la comicità assolutamente demenziale e/o priva di qualsivoglia satira, critica, riflessione, smettete pure di leggere, tanto nulla di ciò che scriverò potrà convincervi ad andare a vedere Zoolander 2. Che, per inciso, mi è piaciuto molto, nei limiti della belinata che è, ovviamente, e forse soprattutto perché sono una di quelle persone che non ha elevato il primo film a cult della vita. Al grido di "squadra che vince non si cambia!" e addirittura "sceneggiatura che vince non si cambia!" Ben Stiller si è limitato a prendere personaggi e situazioni di Zoolander, immaginare come gli stessi sarebbero cambiati dopo una decina di anni, trascinarli all'interno di un mondo della moda che, complici anche le nuove tecnologie, si rinnova completamente nel giro di mezza stagione (tanto che quello che era cool la settimana prima, dopo sette giorni è già demodé) ed esasperare al limite estremo le gag più riuscite del capostipite. Stop. Zoolander 2 è praticamente Zoolander all'ennesima potenza, niente di più e niente di meno, un'ininterrotta serie di momenti WTF affidati quasi interamente alla natura clueless dei "bellissimi" Derek e Hansel, con qualche stoccata all'acqua di rose al jet set internazionale (diciamo che in questo senso a Stiller e Theroux è piaciuto vincere molto facile, come dimostra l'iniziale comparsata di Justin Bieber) e una sottotrama da film action che è un mero pretesto narrativo per appoggiare le suddette gag a qualcosa di tangibile, onde evitare che gli spettatori si perdano nel marasma di espressioni "belle belle in modo assurdo" del protagonista.


Non vi sto ovviamente ad anticipare NULLA di quei cinque o sei momenti genuinamente esilaranti presenti nel film, meriterei di venire arrestata dalla divisione Fashion dell'FBI se lo facessi. Posso solo dire che Zoolander 2 sfrutta forse più che nel primo capitolo le comparsate dei VIP che si sono prestati al gioco (Pénelope Cruz compare persino nella locandina ma il vincitore assoluto di TUTTO - e non a caso - è un favoloso Benedict Cumberbatch) e anche il tempo che ormai si riflette in maniera abbastanza impietosa sui volti dei due protagonisti Stiller e Wilson è una componente fondamentale della trama. L'ambientazione italiana, o per meglio dire romana, ricatapulta lo spettatore all'interno di una Dolce Vita, più che di una Grande Bellezza, quasi d'antan e l'omaggio a vecchi film come Vacanze Romane è palese, così come sono palesi i rimandi non solo a 007 ma anche e soprattutto a Guerre stellari ed Austin Powers, celebrato in una sfacciatissima scena di bacio slinguazzato. Quel che manca a Zoolander 2 (anche se il mio ragazzo non è proprio d'accordo) è però quell'elemento un po' "froSCio" che era parte integrante del primo film, quel modo tutto particolare di mescolare immagini da videoclip ad una colonna sonora molto azzeccata; sì, qualche timido tentativo lo troviamo anche qui (il finto spot con Naomi Campbell è geniale quanto il destino finale di Mugatu) ma si tratta soprattutto di rimandi al vecchio Zoolander e lasciano un po' il tempo che trovano. Per finire, vi consiglio di non andare a vedere Zoolander 2 al cinema e di recuperarlo in lingua originale: tolta la voce di Pino Insegno, al quale voglio sempre molto bene, l'adattamento italiano sfiora l'imbarazzante. Mi rendo conto di quanto sia difficile rendere un modo di parlare probabilmente astruso come quello del personaggio Don Atari nella nostra lingua ma infilarci uno "stica" ogni due per tre non mi è parso il modo migliore e lo stesso vale per l'imbarazzante "figoso" messo in bocca a Zoolander, che mi ha causato la stessa pelle d'oca di quando Fabio Volo dice "cioé...ficofico" in Kung Fu Panda. Orrore vero, altro che "bello bello in modo assurdo"!


Del regista e co-sceneggiatore Ben Stiller, che interpreta ovviamente anche Derek Zoolander, ho già parlato QUI. Penélope Cruz (Valentina), Christine Taylor (Matilda Jeffries), Kristen Wiig (Alexanya Atoz), Benedict Cumberbatch (Tutto), Justin Theroux (è il co-sceneggiatore della pellicola ma anche il DJ malvagio), Milla Jovovich (Katinka), Will Ferrell (Mugatu), Owen Wilson (Hansel), Jerry Stiller (Maury Ballstein) e John Malkovich (Skip Taylor) li trovate invece ai rispettivi link.


Tra i VIP che compaiono nel ruolo di se stessi segnalo la futura Betsy Braddock Olivia Munn, Susan Sarandon, l'immancabile Billy Zane, Justin Bieber, Demi Lovato, Katy Perry, Kiefer Sutherland, Anna Wintour, Lenny Kravitz, Naomi Campbell, Sting, Kate Moss, Susan Boyle, Tommy Hilfiger, Valentino, M.C. Hammer, Mark Jacobs e Skrillex (solo per citare quelli che ho riconosciuto) mentre in piccoli ruoli compaiono anche la modella rumena Madalina Diana Ghenea e il cantante Mika. Ovviamente, detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate il primo Zoolander, ENJOY!

venerdì 24 luglio 2015

Bollalmanacco On Demand: Tutto su mia madre (1999)

Dopo una serie di immonde ciofeche è arrivata Arwen a salvare il Bollalmanacco On Demand da una lenta ma costante discesa nella camurrìa chiedendo un post su Tutto su mia madre (Todo sobre mi madre), diretto e scritto nel 1999 dal regista Pedro Almodóvar e vincitore di un Oscar come miglior film straniero. Il prossimo film On Demand sarà Interstella 5555. ENJOY!


Trama: dopo la morte del figlio Esteban, vittima di un incidente stradale, Manuela torna a Barcellona per cercare il padre del ragazzo, che non vede da sedici anni, e comunicargli la triste notizia...


Personalmente non vado matta per Pedro Almodóvar, di cui ho visto pochissimi film interi in quanto "turbata" da parecchi spezzoni di alcune sue pellicole che decisamente incontravano poco il mio gusto. Tuttavia, Tutto su mia madre è uno dei miei film preferiti in assoluto e non mi stanco mai di riguardarlo, popolato com'è di personaggi ironici, tragici e soprattutto vivi e reali. Il che è paradossale, soprattutto visto e considerato che Tutto su mia madre è fin dal titolo un dichiarato omaggio alle divine del Cinema e che i protagonisti vengono, in un modo o nell'altro, influenzati da film ed opere teatrali e quasi tutti cercano in ogni modo di nascondere la loro vera identità con delle maschere di finta apparenza, vuoi per superare il dolore di una vita insopportabile, vuoi per trovare un posto nella società o per andare contro la natura "matrigna". Eppure, nonostante tutta questa "finzione", non c'è un solo personaggio del film a cui non si riesca a volere immensamente bene e non ce n'è uno che, nonostante gli errori commessi nella propria esistenza, passi il tempo a commiserarsi e lasciarsi vincere dallo sconforto (salvo Nina, che cerca conforto nella droga, o la madre di Rosa, condizionata più dai suoi pregiudizi e dal suo carattere che dall'innegabile dolore derivante dalla malattia del marito): Manuela riesce a provare pietà ed affetto per il prossimo anche dopo la morte del figlio e un matrimonio disastroso, la consumata attrice Huma Rojo si sforza di empatizzare col dolore della "gente comune" nonostante la sua natura di diva, l'ingenua Rosa è in grado di riportare a nuova vita chi le sta attorno e Agrado... beh, Agrado è semplicemente meravigliosa, l'amica pazza ma sincera che tutti vorrebbero avere, disarmante e persino poetica nel suo modo "rozzo" di affrontare la vita (il suo monologo è una delle scene più belle del film, tra l'altro). Almodóvar non rinuncia ad inserire nella trama abbondanti tocchi di weird e a ben vedere i colpi di scena di cui è infarcito il film sarebbero perfetti per qualsiasi telenovela cheap (c'è un tale delirio di padri, madri, inversioni di sesso e donne incinte che Beautiful in confronto è una storiella per educande!) eppure la delicatezza con cui il regista tratteggia ogni caratteristica dei personaggi porta lo spettatore ad amarli senza riserve e ad interessarsi alle loro vicende, ridendo e piangendo assieme a loro.


Come dicevo all'inizio, poi, nel corso della pellicola salta chiaro agli occhi l'omaggio a film ed opere del passato in grado di condizionare pesantemente la vita dei protagonisti. Un tram chiamato desiderio, l'opera di Tennessee Williams in cui la fragile Blanche viene abbandonata da un marito scopertosi omosessuale, è il fil rouge di Tutto su mia madre, tanto che le scene topiche della pièce teatrale vengono più volte riproposte nel corso della pellicola e alcuni eventi fondamentali nella vita di Manuela e compagnia rispecchiano fedelmente ciò che accade ai protagonisti del dramma. Alle suggestioni "Williamsiane" si aggiungono le atmosfere di lotta tutta al femminile prese di peso dal film Eva contro Eva, nel quale la vecchia diva Margo Channing (una favolosa Bette Davis) viene a poco a poco eclissata dalla giovane Eva Harrington; allo stesso modo, Manuela vede inizialmente nella giovane Rosa una rivale, una donna che in qualche modo l'ha privata involontariamente di un posto che le spettava di diritto e che lei stessa aveva abbandonato molto tempo prima, lanciandosi nella prima delle molte fughe simbolicamente rappresentate da Almodóvar come uno squallido tunnel senza inizio né fine. Quindi, scrittura che si fa teatro, che si fa cinema, che si fa vita e di nuovo cinema, teatro e scrittura, in un'affascinante concatenarsi di scatole cinesi dove sono le donne (e gli uomini che tali vorrebbero essere) a farla da padrone, tutte portate sullo schermo da grandissime attrici. Il mio amore incondizionato ovviamente va a Cecilia Roth, Marisa Paredes e Antonia San Juan (sì, Agrado è davvero una donna), le tre stelle che rendono incredibilmente viva ed emozionante la pellicola, ma anche Pénelope Cruz, che normalmente tollero poco, è perfetta per un ruolo fortunatamente ancora lontano da quelli di affascinante femme fatale esotica a cui l'avrebbero condannata i futuri successi americani nonostante il suo sembiante da rattu penigu. Ad arricchire un film già bello di suo ci pensa infine la colonna sonora nella quale spicca la meravigliosa Tajabone di Ismael Lo e, per la versione italiana, un doppiaggio assai curato e gradevole da ascoltare. Concludo ringraziando Arwen per avermi dato l'occasione di riguardare questo film tanto amato e a voi consiglio di recuperarlo, se non l'avete mai visto!


Del regista e sceneggiatore Pedro Almodóvar ho già parlato QUI. Di Penélope Cruz (sorella Rosa) e Marisa Paredes (Huma Rojo) ho invece parlato ai rispettivi link.

Cecilia Roth (vero nome Cecilia Edith Rotenberg Rot) interpreta Manuela. Argentina, ha partecipato a film come Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio, Labirinto di passioni, L'indiscreto fascino del peccato, Parla con lei e Gli amanti passeggeri. Ha 59 anni.


Se Tutto su mia madre vi fosse piaciuto provate a recuperare un po' dei film citati da Almodóvar nel corso della pellicola, come il meraviglioso Eva contro Eva, Un tram che si chiama desiderio e altri film che non ho ancora visto, come L'importante è amare o Kika - Un corpo in prestito. ENJOY!

venerdì 27 giugno 2014

Blow (2001)

Dopo un'intensa serie di post quasi interamente dedicati al fantasy, cambiamo genere e torniamo all'inizio del nuovo millennio parlando di Blow, diretto nel 2001 dal regista Ted Demme e tratto dall'omonimo libro di Bruce Porter.


Trama: George Jung riesce, negli anni, a farsi la fama di abilissimo spacciatore, arrivando persino a collaborare con i boss del cartello colombiano. La vita sregolata però non gli ha portato solo fama, denaro e donne, ma anche anni di prigione ed enormi perdite sul piano personale...


Blow è una di quelle solide biografie criminali che tanto adoro guardare e racconta la storia di George Jung, spacciatore realmente esistito che, per la cronaca, è uscito dal carcere giusto questo mese. La pellicola di Ted Demme segue lo schema tipico di questo genere di film, con un inizio frizzante a base di festini, successi, personaggi assurdi e simpatici pur nel loro essere criminali e prosegue con un'inesorabile parabola discendente che vede la progressiva rovina, fisica e morale, del protagonista e di tutti quelli che gli stanno accanto; a differenza di altre pellicole simili, Blow si concentra però sull'immagine distorta che George Jung ha della "famiglia" o, meglio, su un inconfessabile desiderio di perfezione, collaborazione e amore che porterà un criminale scafatissimo per quel che riguarda gli affari a confermarsi invece un povero pirla per quel che riguarda la valutazione delle persone che lo circondano. Jung infatti vive avendo come modello un padre e un lavoratore esemplare, stimato da amici e colleghi benché vessato da una moglie avida e stronza (il cui terrore nei confronti della povertà segnerà per sempre il piccolo George, spingendolo a diventare un criminale) e cercherà di riproporre questo modello in ogni suo passo all'interno del mondo della malavita, dapprima tentando di farsi un nome e affidandosi ad amici e "fratelli" acquisiti che, in un modo o nell'altro, gliela metteranno sempre nello stoppino e poi, una volta nata la figlia, provando ad essere il genitore dell'anno senza rendersi conto che, magari, prima sarebbe meglio creare un ambiente casalingo adatto a un bambino. In poche parole, Blow è l'incredibile e triste storia di un loser che prova a sbarcare il lunario intrufolandosi in un ambiente sconosciuto (a differenza dei gangster scorsesiani, quasi tutti nati e cresciuti imbevuti delle regole della malavita) illudendosi per un po' di essere un vincente, un uomo che ha sprecato gli anni migliori della propria vita inseguendo il sogno sbagliato, perdendo pezzi di anima e cuore lungo il cammino.


Quello che salta maggiormente all'occhio guardando Blow è l'incredibile cura dedicata ai costumi, legati ad un periodo che spazia dagli anni '60 all'inizio degli '80, e alla colonna sonora che mescola Rolling Stones, KC and the Sunshine Band, Ram Jam, Bob Dylan e persino Nikka Costa; non a caso Ted Demme si è fatto le ossa con MTV ma questi, per fortuna, sono gli unici elementi che si è portato dietro dall'esperienza perché Blow non è psichedelico o videoclipparo nella sua estetica, anzi, il regista si concede davvero poco agli eccessi e la pellicola si regge quasi interamente sugli attori. Johnny Depp, nonostante quei capelli biondi che farebbero invidia al Klaus Kinski di Nosferatu a Venezia, è il grande professionista che ricordavo prima del recente declino e offre una convincente interpretazione di Jung, tirandone fuori l'ingenuità, la guasconeria e anche l'inevitabile sfiga di fondo. Rachel Griffiths e Ray Liotta sono fondamentali nei panni dei genitori di George (soprattutto lei, di una perfidia e una pochezza inaudite) mentre Jordi Mollà, che avevo letteralmente schifato in Elizabeth: The Golden Age, qui è uno degli attori migliori della pellicola, in grado di rivaleggiare con lo stesso Johnny Depp. Purtroppo, in tutta questa bravura, c'è anche una mela marcia che risponde al nome di Penélope Cruz la quale, chissà perché, all'epoca veniva sempre presa per ruoli da femme fatale nonostante il sembiante da rattu penigu e quel modo tutto spagnolo di risultare folle e caricaturale nel 90% delle interpretazioni: per fortuna col tempo la situazione è migliorata ma il Razzie che la buona Pénelope si è presa per Blow è totalmente meritato! A parte questa piccola pecca, comunque, il film di Demme è una di quelle pellicole che si lasciano tranquillamente guardare e che val la pena vedere almeno una volta. Anzi, credo che per alcuni rischierà anche di diventare un cult!!


Di Johnny Depp (George Jung), Penélope Cruz (Mirtha Jung), Rachel Griffiths (Ermine Jung), Ethan Suplee (Tonno), Ray Liotta (Fred Jung) e Jaime King (Kristina Jung adulta) ho già parlato ai rispettivi link.

Ted Demme (vero nome Edward Demme) è il regista della pellicola. Americano, è famoso per aver diretto film come C'eravamo tanto odiati, Beautiful Girls e Life, tutti titoli a me sconosciuti, lo ammetto. Anche produttore e attore, è morto nel 2002, all'età 38 di anni.


Franka Potente interpreta Barbara Buckley. Tedesca, la ricordo per film come Lola corre, Anatomy, The Bourne Identity, The Bourne Supremacy e Creep - Il chirurgo, inoltre ha partecipato a serie come Dottor House e American Horror Story. Anche regista e sceneggiatrice, ha 40 anni e due film in uscita.


Paul Reubens interpreta Derek Foreal. Americano, meglio conosciuto come Pee-Wee Herman della serie Pee-Wee's Playhouse, lo ricordo per film come The Blues Brothers, Pee-Wee's Big Adventure, Navigator, Big Top Pee-Wee - La mia vita picchiatella, Moonwalker, Batman - Il ritorno, Buffy l'ammazzavampiri, Matilda 6 mitica; inoltre, ha partecipato a episodi di Mork & Mindy, Hercules, Ally McBeal, 30 Rock e lavorato come doppiatore per la serie Rugrats e i film Nightmare Before Christmas, Il dottor Dolittle, I puffi e I puffi 2. Anche sceneggiatore, scenografo, produttore e regista, ha 62 anni e un film in uscita.


Jordi Mollà (vero nome Jordi Mollà Perales) interpreta Diego Delgado. Spagnolo, ha partecipato a film come Prosciutto prosciutto, Elizabeth - The Golden Age, Innocenti bugie e a serie come CSI: Miami. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 46 anni e sette film in uscita.


Bobcat Goldthwait (vero nome Robert Francis Goldthwait) interpreta Mr. T. Americano, indimenticabile Zed in Scuola di polizia 2: Prima missione, Scuola di polizia 3: Tutto da rifare e Scuola di polizia 4: Cittadini... in guardia lo ricordo anche per film come S.O.S. Fantasmi, Freaked - Sgorbi e Mr. Destiny, inoltre ha partecipato a serie come E.R. - Medici in prima linea, E vissero infelici per sempre, Hercules, Sabrina vita da strega, That's 70's Show e CSI - Scena del crimine. Come doppiatore, ha lavorato nelle serie Capitol Critters, Beavis and Butt - Head e I Simpson. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 52 anni.


Tra gli altri interpreti segnalo inoltre una giovanissima Emma Roberts nei panni della piccola Kristina Jung e il co-sceneggiatore Nick Cassavetes, che compare brevemente come uno dei clienti nel salone di Derek. In una scena eliminata, inoltre, c'era anche la vera figlia di George Jung, Kristina, mentre a John Leguizamo era stata offerta una parte ma ha dovuto declinare perché impegnato con Moulin Rouge!. Se Blow vi fosse piaciuto, infine, recuperate Traffic, Boogie Nights - L'altra Hollywood, Casinò, Carlito's Way, Quei bravi ragazzi e Scarface. ENJOY!








domenica 26 gennaio 2014

The Counselor - Il procuratore (2014)

Qualche sera fa sono andata a vedere un altro dei film che aspettavo da parecchio, ovvero The Counselor - Il procuratore (The Counselor), diretto nel 2014 da Ridley Scott.


Trama: un avvocato decide di impelagarsi in un traffico di droga ma le cose cominciano a sfuggirgli di mano e quello che era cominciato come uno sfizio diventa una pericolosa caccia all'uomo...


Ammetto di essere uscita dalla visione di The Counselor con un incredibile, enorme punto interrogativo sopra la testa. Per parafrasare il personaggio di Bardem, “Non so cosa ho visto”. Dopo una notte passata a sognare ghepardi e diamanti, gli unici due elementi della pellicola che, evidentemente, mi hanno lasciato qualcosa e mi hanno affascinata, posso solo concludere che, nelle capaci mani dei fratelli Coen, una sceneggiatura così incredibilmente “meh” sarebbe potuta diventare un capolavoro del grottesco mentre l’altrettanto capace mano di Ridley Scott l’ha ridotta ad un’interminabile serie di verbosi microepisodi di stupidità criminale che, almeno per quel che ho potuto capire, trovano un nesso nella figura della donna. Tolti i membri quasi senza volto del cartello criminale, infatti, ogni uomo all’interno della vicenda viene governato, ispirato o mazziato da una figura femminile, che può essere quella angelicata, pura e innocente, in grado di far pensare all’eventuale compagno che la vita è bella e degna di essere vissuta a prescindere da quanto il proprio animo sia ormai corrotto, oppure la femme fatale completamente pazza, imprevedibile e affamata di vita, sangue e (soprattutto) sesso. Praticamente gli “affari” vengono gestiti malamente dagli uomini ma sono poi le donne, spesso sottovalutate come la figura della madre, ad incarnare quelle piccole, fondamentali varianti di cui tenere conto in un sottobosco fatto di violenza e sanguinose regole, dove il minimo sgarro viene subito punito nel peggiore dei modi, dove non esistono giustificazioni, né perdono o speranze di salvezza, fisica o morale che sia. Fin dall’inizio della vicenda i personaggi sono seguiti dall’ombra di innumerevoli spade di Damocle che si sono forgiati con le loro mani e si nascondono vicendevolmente questa inquietante pendenza facendo la voce grossa delle persone che sanno stare al mondo, per poi finire malamente trucidati come i peggiori dei fessi o scomparire come i troppi desaparecidos del Messico.


Il problema di The Counselor però è che tutta questa carne al fuoco viene gestita con una freddezza incredibile, con una regia che alterna una solida perfezione formale ai limiti del patinato ad un roboante eccesso di trash, musica e immagini "sporche", come se due diversi film e due diversi mondi cozzassero assieme, cosa che effettivamente avviene. Tutto ciò si è tradotto, almeno per me, nell'incapacità totale di simpatizzare con uno qualsiasi dei personaggi, di provare pena per il loro destino o di applaudire davanti alla natura machiavellica della dark lady di turno, vuota quanto tutto il resto del cast fatta eccezione, forse, per il personaggio di Brad Pitt. Se da un lato, dunque, godere dell'indubbia bellezza di Fassbender e della sua bravura (nonché di quella dell'intero cast), apprezzare le scelte registiche di Ridley Scott e trovarmi davanti un film comunque particolare e ben realizzato sono tre condizioni che mi impediscono di dire di aver guardato una schifezza, dall'altro non posso nemmeno ammettere che The Counselor mi sia piaciuto, perché non mi ha lasciato davvero nulla... solo perplessità ed alcuni momenti WTF che rimarranno inevitabilmente impressi nella mia mente in saecula saeculorum, buttati in pasto allo spettatore così, alla traditora, giusto per tenerlo sveglio e domandarsi dove diamine sarebbe andata a parare la sceneggiatura di Cormac McCarthy. Insomma, nel mio animo si stanno combattendo la natura del counselor del titolo e la natura cazzona di Javier Bardem e non saprei sinceramente consigliarvi se andare a vedere l'ultima fatica di Ridley Scott o no, quindi lascio la parola a una persona che, assolutamente, non ha avuto dubbi in proposito. Occhio agli SPOILER e... Vai Chicky!


"Trama super inflazionata e ridicola. Un uomo fondamentalmente buono si mette dalla parte dei cattivi per fare soldi a palate e vivere da riccone con la sua bella. Ovviamente c'è subito un imprevisto ed i cattivi ammazzano i soci e la fidanzata del buono. Per far durare un po' di più il film e per farlo piacere almeno alla cerchia degli assatanati e degli amanti del sangue, le scene di sesso più o meno esplicite (più più che meno) e di guerriglia tra gruppi di messicani non mancano". Fate vobis.


Del regista Ridley Scott ho già parlato qui. Michael Fassbender (il procuratore), Penélope Cruz (Laura), Cameron Diaz (Malkina), Javier Bardem (Reiner), Brad Pitt (Westray) e Goran Visnjic (il banchiere) li trovate invece ai rispettivi link.

Bruno Ganz interpreta il gioielliere. Svizzero, ha partecipato a film come Nosferatu - Il principe della notte, Il cielo sopra Berlino, Pane e tulipani, The Manchurian Candidate e La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler. Anche regista, ha 72 anni e un film in uscita.


Natalie Dormer interpreta la bionda che seduce Brad Pitt sul finale. Inglese, ha partecipato a film come Captain America - Il primo vendicatore, W.E. - Edward e Wallis, Rush e alle serie I Tudors Il trono di spade. Ha 31 anni e quattro film in uscita, tra cui l'imminente Hunger Games - Il canto della rivolta, che sarà diviso in due parti.


Tra gli altri attori compaiono anche la moglie del regista, Giannina Facio, il Jim Rennie della deprimente serie Under the Dome, Dean Norris, il marito di Bélen Rueda in The Orphanage, Fernando Cayo, nei panni del Abogado e il non accreditato John Leguizamo come "manovalante" criminale. Rimanendo in tema attoriale, se pensate che la Diaz sia incredibilmente volgare e zamarra nei panni di Malkina, sappiate che si è rischiato di avere Angelina Jolie al posto suo, una roba che non posso nemmeno immaginare.. mentre invece Bradley Cooper e Jeremy Renner erano stati considerati per il ruolo di Reiner, cosa che non mi sarebbe affatto dispiaciuta. Per concludere, se The Counselor vi fosse piaciuto guardatevi Non è un paese per vecchi, sempre tratto da un'opera di Cormac McCarthy. ENJOY!

mercoledì 1 giugno 2011

Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare (2011)

Dopo l’interruzione di cinque anni ieri sera mi sono reimmersa nel mondo di Jack Sparrow, e sono andata al cinema a vedere (rigorosamente in 2D!) la sua ultima avventura, Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare (Pirates of the Caribbean: On Stranger Tides), diretto da Rob Marshall.



Trama: Jack Sparrow questa volta deve cercare nientemeno che La fonte della giovinezza. Ovviamente Barbossa, questa volta corsaro al servizio della Corona inglese, cercherà di mettergli i bastoni tra le ruote, ma il nemico più terribile è il pirata Barbanera, la cui figlia, Angelica, è un’ex fiamma di Sparrow.


Se, come me, avete già visto i primi tre episodi della saga dedicata allo strepponissimo Capitan Sparrow, questa recensione vi servirà a poco, perché sapete già a cosa andate incontro con Oltre i confini del mare. Inutile che la gente dica “è meno bello dei precedenti episodi”, “ha stufato”, o altre simili amenità. Sono tutte balle. La formula che ha decretato il successo dei primi tre film non è assolutamente cambiata, a parte l’assenza di Orlando Bloom e Keira Knightley (e francamente dei loro personaggi non me n’è mai potuto fregare di meno…) e a parte il fatto che questo episodio è a sé stante e non fa parte di alcuna trilogia (forse…). Se avete apprezzato i film precedenti vi piacerà molto anche questo, salvo il fatto che Jack Sparrow potrà avervi stufato, ma questo è affar vostro, o di Johnny Depp al limite.


Personalmente, l’ho trovato divertente, avventuroso, simpatico e molto dinamico. La storia è interessante e infarcita di leggende ben conosciute ma in qualche modo rivisitate, così da catturare un po’ tutti gli spettatori, scritta e diretta a beneficio anche di quanti non avessero visto i primi tre film ma con qualche strizzata d’occhio ai vecchi fan (la comparsa del papà di Jack, la Perla Nera in bottiglia, la scimmietta dispettosa, i famigerati “salti nel vuoto” di Jack Sparrow e la sua esilarante camminata da checca). Ci sono dei graditissimi momenti “horror”, con la ciurma zombie e le sirene – vampiro e ancor più graditi momenti esilaranti, quasi tutti legati al personaggio di Jack Sparrow che in Oltre i confini del mare riesce ad essere anche più rincoglionito e cialtrone del solito (dichiarare di essere entrato in un convento scambiandolo per un bordello o riuscire a liberarsi dalle corde che lo imprigionano sfilandosi, letteralmente, da una palma, non è da tutti), e poi c’è il ritorno di personaggi riuscitissimi come il grandioso Barbossa e il geniale Gibbs. Per le bimbeminkia c’è anche la mielosa sottotrama dell’amore tra un prete che farebbe venire voglia a chiunque di andare in chiesa solo per gridare “che spreco!” e una sirena, ma diciamo che quel che conta, come direbbe Rufy di One Piece, è l’avventura. Certo, il film non è esente da difetti, che si concentrano tutti, paradossalmente, sull’introduzione dei due personaggi nuovi, Barbanera e Angelica. Il primo, nonostante tutto il potere che palesa, non ha nemmeno la metà del carisma di Barbossa (d’altronde, Geoffrey Rush è Geoffrey Rush…), mentre la seconda, a parte strusciarsi su Jack Sparrow e biascicare qualche impropero con accento spagnolo, fa ben poco ahimé. Credo comunque di poter tranquillamente consigliare Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare sia ai fan sia a chi non conosce la saga, a patto che rimaniate fino alla fine dei titoli di coda… lì c’è una (piccola) sorpresa.


Di Johnny Depp ho già parlato qui, mentre Geoffrey Rush lo trovate qua.

Rob Marshall è il regista della pellicola. Americano, ha diretto i film Chigago, Memorie di una Geisha e Nine. Anche produttore, ha 51 anni.



Penélope Cruz interpreta la piratessa Angelica. Forse la più famosa attrice spagnola, attualmente sposata con Javier Bardem (fortunata!!!), la ricordo per film come Prosciutto Prosciutto, Apri gli occhi, il bellissimo Tutto su mia madre, l’orrido Il mandolino del capitano Corelli, Vanilla Sky, Gothica, Vicky Cristina Barcellona e Nine, che le ha fatto vincere l’Oscar come migliore attrice non protagonista. Ha 37 anni e due film in uscita, tra cui Bop Decameron di Woody Allen.



Ian McShane interpreta il pirata Barbanera. Inglese, ha doppiato film come Shrek Terzo, Kung Fu Panda, Coraline e la porta magica e un episodio di Spongebob, inoltre ha partecipato alle serie televisive Radici, Magnum P.I., Dallas, Miami Vice e Colombo. Anche regista e produttore, ha 69 anni e un film in uscita.



Kevin McNally interpreta Gibbs. Inglese, ha partecipato all’intera trilogia dei Pirati dei Caraibi e a film come Agente 007 La spia che mi amava, Sliding Doors, La leggenda del pianista sull’Oceano, Entrapment, Johnny English e Il fantasma dell’Opera, oltre che ad alcuni episodi della serie Doctor Who. Anche sceneggiatore, ha 55 anni e tre film in uscita.


Stephen Graham interpreta Scrum. Dell’attore inglese ricordo perfettamente la faccetta quando interpretava lo sfigatissimo Tommy di Snatch – Lo strappo, ma ha anche partecipato ad altri film, come Gangs of New York e Inkheart – La leggenda del cuore d’inchiostro. Ha 38 anni e quattro film in uscita.



Tra le guest star della pellicola, oltre a Keith Richards che torna in una breve sequenza come padre di Jack Sparrow, segnalo anche Richard Griffiths (lo Zio Vernon di Harry Potter) nei panni dello sfattissimo Re Giorgio. Pare ci siano già un quinto e sesto episodio della saga in cantiere, anche se, da ultime indiscrezioni, Johnny Depp non sembrava troppo convinto. Chi vivrà vedrà, come sempre. Nel frattempo, se sentite la mancanza di epiche avventure, riguardatevi La maledizione della prima luna, La maledizione del forziere fantasma e Ai confini del mondo… e se non vi basta, riguardate anche la trilogia del Signore degli Anelli e quella de La Mummia! Vi lascio ora al trailer originale con l'introduzione di Jack Sparrow in persona... ENJOY!!

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