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martedì 5 gennaio 2021

Zio Frank (2020)

Consigliata da Mr. Ink, sempre nelle benedette ferie natalizie sono riuscita a guardare Zio Frank (Uncle Frank), scritto e diretto del 2020 dal regista Alan Ball e disponibile su Amazon Prime Video.


Trama: dopo la morte del padre, Frank torna nella sua città natale assieme alla nipote Beth e al compagno Wally, per affrontare i traumi del passato...


Madonna, Alan Ball. Che belli i tempi in cui potevo permettermi di guardare il suo Six Feet Under senza problemi di tempo od orario, perdendomi nelle sue elucubrazioni sulla morte, ad amare e odiare personaggi sfaccettati come mai ne avevo visti in TV, tranne forse ne I Soprano prima di loro. Quando ho letto che Ball era il regista e sceneggiatore di Zio Frank, ho deciso di dare retta al consiglio di Mr. Ink, con sommo scorno del Bolluomo che si è palesemente rotto le scatole ma non ha avuto il coraggio di dirlo alla sua fidanzata in lacrime e presa dai problemi esistenziali di Frank, professore universitario newyorkese considerato lo "strano" della famiglia. D'altronde, in South Carolina, negli anni '70, già conoscere la letteratura americana o non mostrare interesse per il football sarà stato sicuramente indice di stranezza, e non stupisce che la giovane Beth sia incuriosita e affascinata da questo zio che fa il professore a New York e ha tagliato i ponti con quasi tutti. Arrivata a New York per studiare, Beth scopre che lo zio non è solo weird, ma anche queer nell'accezione più gaia del termine, proprio quando il patriarca della famiglia muore e c'è da andare ad uno scomodo funerale dove, sicuramente, il compagno di Frank non sarà ben accetto in quanto uomo e persino mediorientale. La morte dell'odioso "papà Mac" sarà l'occasione per un viaggio in macchina, durante il quale Beth arriverà a capire che lo zio Frank non è "figo", bensì un uomo molto fragile con un trauma orribile alle spalle, vittima dei fantasmi del passato e terrorizzato dagli spettri del presente al punto che il rapporto con Walid (o Wally) diventa ogni giorno una lotta per potersi concretizzare. Anzi, è la vita di Frank ad essere una lotta, schiacciata da un senso di colpa e una vergogna tenute a bada soltanto dalla distanza da una terra fatta di ignorante timore di Dio e padri padroni che meriterebbero non un funerale ma una bella pisciata collettiva sulle loro tombe.


Ormai sono passati molti anni da quando guardavo Six Feet Under, ma davanti a Zio Frank mi è parso per un momento di reimmergermi nelle stesse atmosfere che caratterizzavano le vicende della famiglia Fisher: la morte come catalizzatore di eventi positivi o negativi, una costante nella vita anche dei più giovani, un umorismo talvolta leggero e altre volte quasi grottesco, l'impossibilità di avere sentimenti univoci nei confronti dei protagonisti, soprattutto. Salvo Beth e Wally, entrambi incredibilmente deliziosi, gli altri personaggi non sono così "simpatici", Frank in primis, che sfoggia gli stessi "lampi" di virilità testarda ed ignorante che mi rendeva terribilmente odioso il povero David all'inizio della prima stagione di Six Feet Under, quello stesso egoismo che minaccia di distruggere tutto e di non renderlo migliore di chi ha speso l'esistenza a fargli del male. Certo, questi sono anche i  motivi per i quali ho trovato Uncle Frank leggermente frettoloso e conseguentemente meno incisivo di quanto avrei voluto, visto che uno stile come quello di Ball merita tempi più dilatati, ma ciò non toglie che gli attori siano tutti incredibilmente bravi (la Lillis è ormai una garanzia ma stavolta la palma va alla famiglia sgangherata di Frank) e che la regia di Ball contribuisca ad immergere lo spettatore in un'atmosfera di falsa sicurezza in cui i ricordi più dolci si tramutano in un istante in incubi ricorrenti, alla faccia della bellezza di tutti gli elementi naturali che paiono caratterizzare il South Carolina. Se vi piace il genere, consiglierei senza dubbio il recupero.


Di Paul Bettany (Frank), Sophia Lillis (Beth), Steve Zahn (Mike), Judy Greer (Kitty), Margo Martindale (Mammaw), Stephen Root (Papà Mac) e Lois Smith (Zia Butch) ho già parlato ai rispettivi link.

Alan Ball è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Niente velo per Jasira e serie quali Six Feet Under. Anche produttore e attore, ha 63 anni.


Peter Macdissi
interpreta Wally. Libanese, ha partecipato a film come Three Kings, Niente velo per Jasira e a serie quali X-Files, Six Feet Under e 24. Anche produttore, ha 46 anni.




martedì 17 dicembre 2019

Che fine ha fatto Bernadette? (2019)

Nonostante il trailer non mi avesse detto granché, ho comunque recuperato Che fine ha fatto Bernadette? (Where'd You Go, Bernadette?), diretto e co-sceneggiato dal regista Richard Linklater partendo dal romanzo omonimo di Maria Semple.


Trama: Bernadette, moglie, madre ed ex architetto in profonda crisi creativa, deve affrontare la sua condizione di reclusa volontaria e far ripartire la sua vita...


Come ho scritto sopra, il trailer di Che fine ha fatto Bernadette? non mi aveva invogliata molto, ma siccome Cate Blanchett ha ricevuto una nomination ai Golden Globe ed è un'attrice che solitamente adoro veder recitare, ho deciso di dare comunque una chance al film. Non me ne sono pentita, perché Che fine ha fatto Bernadette? non è per nulla malvagio, tuttavia è una di quelle opere che, per funzionare e diventare indimenticabile, avrebbe dovuto finire tra le mani di Wes Anderson, non di un Linklater in versione anonima. I personaggi, infatti, hanno tutte le caratteristiche tanto amate dal regista di Houston, soprattutto quello principale: Bernadette è un architetto geniale, vive in un ex collegio cattolico femminile che sta cadendo in rovina, è piena di tic e fobie che le impediscono di avere una vita normale, detesta la gente ma ha una figlia che la adora, è piagata da un passato di frustrazione professionale che non riesce a superare. Basterebbe questo a farla diventare un membro onorario de I Tenenbaum, per dire, e non è meno atipico il metodo scelto per riprendere tra le mani le redini della sua vita, ovvero una fuga in Antartide, probabilmente il luogo meno ospitale del mondo. Eppure, con tutto questo, parrebbe quasi di guardare un film perfetto per i pomeriggi di Canale 5 o Rete 4, con l'unica differenza che sì, Cate Blanchett è davvero brava e si è palesemente divertita un mondo a interpretare la "strana" Bernadette, riuscendo allo stesso tempo a conferire una dimensione umana a un personaggio con il quale è difficile relazionarsi al 100%, come dimostra il marito ormai incerto sulla natura della donna che ha sposato.


Il problema di fondo di Che fine ha fatto Bernadette, comunque, è proprio questo: il divertimento. La malattia di Bernadette non è così sciocca e banale: parliamo di una donna che ha vissuto per anni una carriera frenetica all'apice del successo e che ha finito per svuotarsi, per rinnegare il suo lato creativo diventando così una persona prona alla depressione e incapace di relazionarsi con altri che non siano la sua paziente, giovane figlia. La questione della malattia mentale viene trattata invece come un gioco, un plot device facile da superare con una fuga rocambolesca e un'ancor più rocambolesca arrampicata verso la libertà e il ritorno della creatività a lungo rifiutata. Il dramma umano di Bernadette rischia di passare completamente inosservato, sviscerato com'è in 5 minuti di monologo davanti a un attonito Laurence Fishburne oppure confidato dal marito a una psichiatra che si perde nel mucchio di guest star, e quello che rimane di Che fine ha fatto Bernadette? è semplicemente l'idea di una simpatica, eccentrica matta con qualche problemino di comunicazione e tutti i soldi che vuole per risolverli nel modo più atipico possibile, abbracciando un happy ending scontato che consolerà tutta la famiglia (per dire, nel romanzo si parla di una relazione tra il marito di Bernadette e la sua assistente, cosa che nel film è completamente assente, e il finale mi pare abbastanza "sospeso"). E' vero, le tragedie e la serietà a tutti i costi non sempre pagano, soprattutto in questi tempi così pessimisti, ma lo stesso vale per la volontà di essere leggerini a sproposito; non ho letto il romanzo di Maria Semple e magari poi il tono dell'opera cartacea è simile a quello del film, ma riguardo a quest'ultimo devo ammettere che l'avrei preferito un po' meno confuso sul registro da utilizzare, con buona pace di una Blanchett comunque bravissima.


Del regista e co-sceneggiatore Richard Linklater ho già parlato QUI. Kristen Wiig (Audrey), Cate Blanchett (Bernadette Fox), Billy Cudrup (Elgie Branch), Judy Greer (Dr. Kurtz), Laurence Fishburne (Paul Jellinek), Megan Mullally (Judy Toll) e Steve Zahn (David Walker) li trovate invece ai rispettivi link.



martedì 18 luglio 2017

The War - Il pianeta delle scimmie (2017)

Non so nemmeno io perché il reboot de Il pianeta delle scimmie sia diventato una di quelle saghe da seguire no matter what, sta di fatto che domenica sono corsa al cinema a vedere The War - Il pianeta delle scimmie (War for the Planet of the Apes), diretto e co-sceneggiato dal regista Matt Reeves.


Trama: a seguito delle azioni di Koba, tra scimmie e umani è scoppiata una guerra senza esclusione di colpi, che vede da un lato della barricata lo scimpanzé Cesare e dall'altro il sadico Colonnello. Quando la tragedia colpisce Cesare, il capo-branco si imbarca in un viaggio per cercare vendetta e scopre un terribile segreto...



Con The War - Il pianeta delle scimmie si chiude un cerchio, si tira un colpo alla testa dei titolisti italiani che hanno costretto gli adattatori a fare salti mortali per tradurre le didascalie iniziali del film e si aspetta, consapevoli che probabilmente quel mondo nato nel 2011 avrebbe ancora molto da raccontare. O forse no, in quanto per una volta che si chiude in bellezza forse sarebbe meglio non forzare troppo la mano. Lo scimpanzé Cesare, che abbiamo visto nascere, crescere, perdere fiducia nell'umanità e persino verso i suoi stessi simili, torna in The War - Il pianeta delle scimmie come una creatura ormai invecchiata, provata dalla guerra e sempre più in difficoltà a non cedere ad una rabbia bestiale capace di sterminare non solo gli umani ma anche sancire la disfatta delle scimmie; se nel primo film il focus era necessariamente la ricerca di un posto nel mondo di un essere troppo umano per essere scimmia e troppo scimmia per essere umano e nel secondo si parlava di fiducia, odio e speranza, qui il viaggio di Cesare assume molteplici significati e si concretizza in un esodo biblico verso un mondo nuovo, forse peggiore o forse migliore. Echi del Vecchio e del Nuovo Testamento (non c'è il Mar Rosso ma c'è una slavina, non ci saranno corone di spine ma le croci si sprecano, così come le frustate, le frecce nel costato e i Giuda) si uniscono in una trama adulta e ben più riflessiva rispetto al fiacco trionfo di effetti speciali che era Apes Revolution, all'interno della quale pochi personaggi si muovono circospetti, tra atmosfere western e post-apocalittiche, per fuggire da una guerra che li aspetta appena svoltato l'angolo, pronta a ghermirli coi suoi rimandi a campi di concentramento, muri Trumpiani, schiavismo e un senso di apocalisse incombente. L'Apocalisse. Apocalypse Now, fonte prima d'ispirazione dell'intera pellicola, perché quale film (tranne forse Full Metal Jacket) è stato in grado di raccontare l'alienazione, la follia e anche il fascino pericoloso di una cosa orribile come la guerra, meglio di quanto abbia fatto il capolavoro di Coppola?


Le motivazioni che spingono Cesare e compagni sono diverse da quelle di Willard ma l'obiettivo è lo stesso, ovvero raggiungere il "Cuore di Tenebra" e uccidere il Colonnello (non Kurtz ma McCullogh), quello che veniva nominato alla fine di Apes Revolution, un cupissimo babau evocato proprio da quel Koba che ora infesta gli incubi di Cesare, riscopertosi incapace di perdonare il prossimo come già accaduto al suo antico compagno/nemico. Provato da anni di soprusi e difficoltà, Cesare guarda negli occhi la Tenebra e riempie l'enorme vuoto che ha nel cuore della stessa oscurità che emana dal Colonnello, perdendo di vista obiettivi importanti come la famiglia e la sopravvivenza del suo branco solo per perseguire il proprio desiderio di vendetta; dal canto suo, il Colonnello è pervaso dalla stessa follia che albergava in Kurtz, fermo nei suoi propositi come i Vietcong che tagliavano il braccio ai bimbi vaccinati dagli americani e pronto ad ergersi a Dio di un mondo purificato dall'ennesimo virus in grado di sterminare l'umanità. E' il confronto (più che lo scontro) tra questi due personaggi il cuore di The War - Il pianeta delle scimmie, l'aspetto della trama che rappresenta la svolta "adulta" di quello che sulla carta rischiava di essere solo l'ennesimo blockbuster estivo e che invece regala emozioni, rabbia, copiose lacrime in più di un'occasione; una pellicola dove, finalmente, la bontà dell'effetto speciale si mescola ad una reale capacità di gestire sequenze tipiche di un film di guerra (l'inizio e il finale sono spettacolari e concitati) e ad attori umani che non scompaiono di fronte alle espressivissime scimmie. Woody Harrelson qui porta a casa un'interpretazione come non ne offriva da anni, facendo rivivere il fantasma di Marlon Brando nella pelle di Robert Duvall senza risultare né parodico né una semplice fotocopia dei due mostri sacri e stordendo lo spettatore con sentimenti contrastanti di odio puro e altrettanto sincera fascinazione, mentre la giovanissima Amiah Miller è semplicemente deliziosa nei panni di Nova. L'unico a rimetterci, come al solito, è un immenso Andy Serkis che viene sistematicamente sottovalutato in quanto sepolto da un volto e un corpo creati al computer ma senza il quale Cesare non sarebbe lo stesso personaggio vivido, profondo e tragico che ha conquistato il cuore degli spettatori dal 2011. Cosa sarà d'ora in avanti del franchise poco mi importa, sinceramente: Matt Reeves e soci hanno concluso la loro storyline con un'eleganza raramente riscontrabile in questo genere di saghe succhiasoldi e personalmente mi dichiaro molto soddisfatta. Se vi capita di cercare refrigerio al cinema date una chance a Cesare e ai suoi (poco) allegri compagni, non ve ne pentirete!


Del regista e co-sceneggiatore Matt Reeves ho già parlato QUI. Andy Serkis (Cesare), Woody Harrelson (Il Colonnello), Steve Zahn (Scimmia Cattiva), Toby Kebbel (Koba) e Judy Greer (Cornelia) li trovate invece ai rispettivi link.


L'anno scorso si diceva che fosse in progetto un quarto episodio della saga ma al momento non se ne ha notizia quindi, nell'attesa di saperne di più, se The War - Il pianeta delle scimmie vi fosse piaciuto potete recuperare tranquillamente L'alba del pianeta delle scimmie e Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie, assieme magari alla saga originale. ENJOY!

P.S. Dalla Mondadori mi hanno appena inviato una mail comunicando che il libro Il pianeta delle scimmie di Pierre Boulle, che ha ispirato in primis il film omonimo del 1968, è disponibile nella collana Oscar Mondadori. Lo trovate nelle librerie e negli store on line se siete interessati.

martedì 13 dicembre 2016

Captain Fantastic (2016)

Nonostante la miopia della distribuzione italiana, in questi giorni sono riuscita a recuperare Captain Fantastic, scritto e diretto dal regista Matt Ross, e ovviamente l'ho adorato!


Trama: Ben ha deciso di crescere i suoi sei figli in mezzo alla natura, tra duri allenamenti e un'educazione "casalinga" ma di livello superiore. La morte della moglie lo costringerà tuttavia a riflettere su questo stile di vita...


Ho 35 anni e sono in quella fase della vita in cui non so, in tutta onestà, se mi ritroverò ad avere dei figli o meno. Amici e genitori parlano di orologi biologici che ticchettano, io ho trovato da pochissimi anni un valido compagno dopo una vita all'insegna della singletudine e sinceramente rinunciare alle egoistiche, vecchie abitudini o pensare di mettere al mondo un Bollino in questa schifida realtà che diventa sempre più brutta un po' mi angoscia. Mi ritrovo spesso a pensare "Ma guarda 'sti deficienti come crescono i bambini", ritenendomi certa del fatto che io riuscirei a fare bene come i miei genitori, e un secondo dopo scuoto la testa consapevole che la perfezione non esiste, soprattutto quando si ha a che fare con un piccolo essere umano col suo carattere, le sue fisime, i suoi pregi, i suoi difetti e la sua testolina di caSSo. Insomma, mi ritrovo (almeno per quel che riguarda i pensieri) praticamente nei panni di Ben Cash, padre di ben sei figli che spaziano dall'infanzia alla maturità, patriarca di una famiglia appena rimasta priva di una figura materna problematica ma molto amata. Per cercare di guarire la moglie Ben ha scelto di andare a vivere in mezzo alla natura incontaminata e di trasformare la sua famiglia in una tribù fatta di piccoli adulti che leggono, ragionano di massimi sistemi come neppure dei laureati farebbero, hanno un livello atletico paragonabile a quello dei campioni olimpici e la testa più brillante di quella di Mazzarò, col vantaggio di non indulgere in pratiche "demoniache" quali shopping compulsivo, navigazione in internet, maratone davanti alla TV e quant'altro. Una famiglia privilegiata, sulla carta. E invece no, perché all'apprezzabilissima e giusta libertà di parola, pensiero e religione con la quale Ben ha cresciuto i figli e con la quale anche io spererei di crescere i miei, si è aggiunta tutta una serie di cose che hanno reso i giovani Cash dei paria, per non dire dei disadattati o peggio. Il più anziano, Bo, non riesce a rapportarsi con le ragazze della sua età e non ha il coraggio di dire a Ben che la sua educazione particolare gli ha aperto le porte di tutte le maggiori università americane, i bimbi più piccoli maneggiano armi vere come fossero giocattoli, il giovane Rellian non ha l'età per capire le motivazioni che hanno spinto il padre a crescerli in quel modo e ovviamente ne soffre, odiandolo, e questa è solo la punta dell'iceberg. Matt Ross, qui regista e sceneggiatore, non giudica mai i suoi personaggi, né Ben né chi non la pensa come lui, però ci fa riflettere, talvolta con toni drammatici, spesso con la leggerezza tipica delle commedie, e ci regala uno splendido racconto di formazione corale capace di cambiare un po' anche il nostro modo di vedere le cose.


Ross, col suo splendido film, ci mostra che la verità, come sempre, sta nel mezzo. Siamo tutti d'accordo che è sbagliato crescere figli viziati ed ignoranti, però forse è sbagliato anche presupporre che simili creature siano uscite fuori da genitori noncuranti o incapaci. E' molto facile lasciare che il cuore venga catturato dalla bravura e dalla bellezza di un Viggo Mortensen in stato di grazia o dal faccino di una bimbetta capace di spiegare alla perfezione cosa sia la carta dei diritti americana, però è anche giusto lasciare che i bambini vivano la propria infanzia senza scimmiottare gli adulti e, soprattutto, vivendo ogni sorta di esperienza, lasciando che siano loro ad onorare la libertà tanto amata dai genitori e a trovare così il proprio posto nel mondo, senza costrizioni di sorta. Guardando Captain Fantastic capita quindi di innamorarsi di un funerale accompagnato dalle note di Sweet Child Of Mine e concluso nel modo più weird possibile, ma capita anche di versare una lacrima davanti al dolore di un vecchio apparentemente stronzo e crudele che semplicemente non riesce a capire il mondo in cui ha scelto di vivere la figlia; capita di festeggiare Noam Chomsky e avere lo stesso voglia di strozzare Viggo Mortensen per la sconsideratezza con la quale mette in pericolo i poveri figlioli; capita di sciogliersi davanti ad una perfetta analisi del personaggio di Humbert Humbert in Lolita ma anche di pensare "poveraccio ma manco Star Trek conosci?". Insomma, guardando Captain Fantastic capitano un sacco di cose, tutte bellissime ed ugualmente interessanti, soprattutto capita di divertirsi, commuoversi e riflettere, riflettere molto. Su di noi e sul futuro, magari sul modo di lasciare qualcosa di noi stessi a piccole creature che probabilmente prenderanno una strada totalmente diversa e forse bellissima, anche se non è quella alla quale avremmo pensato. Nel caso, spero di avere la lungimiranza di Ben e capire quando sarà il caso di mostrarmi testardamente irremovibile (o intimamente agguerrita, come diceva la Consoli) oppure scendere a compromessi per qualcosa di ben più grande di me. Intanto, irremovibilmente vi dico che Captain Fantastic è splendido e se non lo guardate non ci sono compromessi né mezze verità: siete bruttissime persone!


Del regista e sceneggiatore della pellicola Matt Ross ho già parlato QUI. Viggo Mortensen (Ben Cash), Kathryn Hahn (Harper), Steve Zahn (Dave), Missi Pyle (Ellen) e Frank Langella (Jack) li trovate invece ai rispettivi link.

George MacKay interpreta Bo. Inglese, lo ricordo per film come Peter Pan e Pride, inoltre ha partecipato a serie quali 22.11.63. Ha 24 anni e due film in uscita.


Annalise Basso interpreta Vespyr. Americana, ha partecipato a film come Oculus - Il riflesso del male, Ouija: L'origine del male e a serie quali Desperate Housewives, Bones e Constantine. Ha 18 anni e un film in uscita.


Per la serie "cosa hanno fatto e/o cosa faranno e/o dove li ho già visti": Nicholas Hamilton, che interpreta il ribelle Rellian, sarà Henry Bowers nell'imminente versione cinematografica di It e farà anche parte del cast de La torre nera, la piccola Shree Crooks, che interpreta Zaja, era la figlia di Chloe Sevigny e Wes Bentley in American Horror Story Hotel mentre Erin Moriarty, ovvero Claire, è stata la sfortunata Hope Shlottman di Jessica Jones. Detto questo, se Captain Fantastic vi fosse piaciuto recuperate Little Miss Sunshine. ENJOY!

domenica 10 luglio 2016

Il viaggio di Arlo (2015)

Questo è periodo di cartoni animati, sopportate. Recentemente ho recuperato infatti Il viaggio di Arlo (The Good Dinosaur), diretto nel 2015 dal regista Peter Sohn.


Trama: il giovane apatosauro Arlo, dopo essere caduto nel fiume, si ritrova solo e lontano da casa. Durante il lungo viaggio di ritorno stringe amicizia con un piccolo cavernicolo e i due si aiuteranno a vicenda fronteggiando vari pericoli...



Faccio outing: a me i dinosauri non sono mai piaciuti. Non provo interesse particolare verso questi giganteschi rettiloni preistorici, Jurassic Park lo guardo ma senza fare i gridolini "da Patrizia" (come direbbe Leo Ortolani) e Alla ricerca della Valle incantata mi ha sempre fatto cordialmente schifo. Forse per questo quando ho visto i trailer de Il viaggio di Arlo, nonostante una sospetta lacrima baluginante nell'angolo dell'occhio, non ho fatto carte false per andarlo a vedere, preferendo aspettare di guardarlo comodamente a casa, senza fretta. Devo dire che, dopo la visione, un po' mi sono pentita di questa scelta: Il viaggio di Arlo è infatti una pellicola poetica, appassionante e anche molto adulta nel modo in cui si rapporta verso i piccoli spettatori. La trama verte sul classico viaggio di formazione del personaggio, un apatosauro timido e pauroso che non riesce, terrorizzato com'è da qualsiasi cosa, a fare la sua parte nell'immensa mole di lavoro necessaria a mandare avanti la "fattoria" di famiglia. A seguito di un terribile trauma, che idealmente potrebbe dare il cinque a quelli scioccanti di Bambi e de Il Re Leone, e di un tafferuglio col piccolo cavernicolo che lo ha indirettamente provocato, Arlo si ritrova lontano da casa, solo e costretto a fronteggiare le sue peggiori paure in un mondo ben diverso da quello tranquillo del podere in cui è cresciuto; la preistoria dipinta ne Il viaggio di Arlo è una wilderness fatta e finita, dove gli unici esseri dotati di parola e quindi comprensibili sono i dinosauri, mentre i mammiferi, umani compresi, sono delle bestie semplici e in balia degli istinti, spesso pericolose. Comprensibili, attenzione, non vuol dire buoni. La pellicola, di fatto, scodella un paio di sequenze abbastanza crude, interamente imperniate sul violento istinto di sopravvivenza che muove buona parte dei dinosauri che popolano il "mondo esterno", dominati dalla fame, dal desiderio di possesso e, in generale, da una mentalità assai affine a quella dei fuorilegge del Far West. Il viaggio di Arlo diventa quindi un percorso non solo verso la scoperta della tolleranza e dell'amicizia, o verso l'accettazione della paura come parte di sé e veicolo verso la maturità, ma anche una lotta costante per la sopravvivenza, raccontata senza troppi fronzoli.


Dal punto di vista tecnico Il viaggio di Arlo è ovviamente bellissimo. I realizzatori hanno scelto consapevolmente di dare ai dinosauri e al piccolo umano Spot un piglio più cartoonesco, rendendoli di fatto i veri eroi o antagonisti della pellicola, mentre il resto della fauna è realizzato in maniera più realistica, tanto che ad un certo punto un grosso insetto viene persino sbocconcellato prima e mangiato poi, cosa che credo di non avere mai visto in un film Disney o Pixar. Gli ambienti naturali sono altrettanto ben realizzati, tanto che a tratti pare di assistere a delle riprese dal vero; ciò vale non tanto per quel che riguarda il podere della famiglia di Arlo o per le suggestive scene notturne piene di lucciole (quelle che campeggiano giustamente in ogni immagine promozionale o poster, oltre che mostrarsi già nei trailer) quanto piuttosto per le foreste, la terribile piena del fiume, le tempeste che spazzano gli alberi e le splendide sequenze girate all'interno delle praterie, che probabilmente avrebbero provocato invidia a Pekinpah stesso. Particolare anche la colonna sonora, a sua volta perfetta per una storia simile ambientata nel Far West. Ovviamente, le canzoncine sono bandite, ché già bastano i dinosauri agricoltori, ci mancava solo fossero anche canterini, tuttavia la prima parte, fatta di musiche più allegre e country, e la seconda, con melodie dal respiro più epico e malinconico, si compenetrano alla perfezione ed invogliano lo spettatore ad ascoltare lo score musicale fino alla fine dei titoli di coda dopo i quali, mi spiace per voi, ma non c'è nessuna scena aggiuntiva. In sostanza, Il viaggio di Arlo è un bellissimo film ed è un peccato che la Pixar se lo sia giocato così male, schiacciandolo con il tam tam pubblicitario per Inside Out, perché avrebbe meritato un bel po' di attenzione in più. Recuperatelo, se potete.


Di Jeffrey Wright (voce originale di Papà), Frances McDormand (Mamma), Steve Zahn (Tonitrus), Anna Paquin (Ramsey) e Sam Elliott (Butch) ho già parlato ai rispettivi link.

Peter Sohn è il regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, è anche doppiatore, animatore, sceneggiatore e ha 39 anni.


Il viaggio di Arlo ha avuto una produzione travagliatissima, durata sei anni, durante la quale molto è cambiato sia in termini di trama che di personaggi e, conseguentemente, doppiatori, tanto che del cast originale è rimasta solo Frances McDormand mentre John Lithgow, Judy Greer e Neil Patrick Harris (così come il regista Bob Peterson) sono stati rimpiazzati o eliminati. Detto questo, se Il viaggio di Arlo vi fosse piaciuto recuperate Il re leone. ENJOY!

martedì 4 febbraio 2014

Dallas Buyers Club (2013)

Domenica sono riuscita a vedere Dallas Buyers Club, diretto nel 2013 dal regista Jean-Marc Vallée, tratto dalla vera storia di Ron Woodroof, al quale negli anni '80 era stato diagnosticato il virus dell'HIV assieme ad un'aspettativa di vita di soli 30 giorni.


Trama: Ron Woodroof è un elettricista donnaiolo, tossicomane e appassionato di rodei. Un giorno scopre di avere l'AIDS e, nella forsennata ricerca di una cura, scopre l'esistenza di proteine e farmaci molto efficaci ma non approvati negli USA...


La cosa che mi ha colpita più di tutte, guardando Dallas Buyers Club, è il modo assolutamente pragmatico di trattare la malattia, la diversità e la sofferenza. Per tutto il film non c'è un solo personaggio scritto apposta per suscitare pietà nello spettatore, brani strappalacrime o sequenze ad effetto, ci sono solo esseri umani terribilmente imperfetti, costretti ad affrontare con un'enorme forza d'animo i mille paletti messi dai pregiudizi, dalla malattia e dagli interessi delle multinazionali farmaceutiche. La storia di Ron Woodroof non è quella di un intelligente e capace uomo di buon cuore che si batte per una causa, bensì quella di un delinquente omofobo che probabilmente, senza la malattia, avrebbe finito per farsi ammazzare dai creditori e che, comunque, anche nella ricerca di una cura, pur evolvendosi ed aprendo la propria mente, tenta di ricavare un profitto dalle sue imprese. Allo stesso modo, il suo compare Rayon è un debole disadattato, incapace di smettere di drogarsi. Di fronte ad un approccio così "freddo" e dei personaggi coi quali è difficile simpatizzare, lo spettatore è costretto a seguire la storia con attenzione assoluta, a scavare nelle personalità dei protagonisti, ad affezionarsi a poco a poco fino ad arrivare a tifare per loro e non solo perché la loro vittoria significherebbe una speranza per tutte le vittime dell'HIV; viene proprio voglia di vedere Woodroof, il vitale, incazzoso e incosciente Woodroof, schiacciare col tacco dei suoi stivalazzi da bifolco chi riduce la vita e la morte a semplici risultati di lucrosi esperimenti.


La regia di Jean-Marc Vallée è asciutta e priva di fronzoli, se si escludono un paio di bellissime sequenze "a effetto" (il breve flashback in cui Woodroof capisce come un frettoloso, fugace rapporto occasionale lo abbia condannato a morte oppure quella in cui viene circondato da miriadi di farfalle) sembra quasi che il regista segua la storia narrata con assoluto distacco, mostrando solo i "fatti". A metterci l'anima sono invece gli strepitosi Matthew McConaughey e Jared Leto, distrutti nel fisico tanto da risultare quasi irriconoscibili, due fuscelli di nervi ed ossa che basterebbe un soffio di vento per spazzarli via; il primo riempie lo schermo con la sua mera presenza, i suoi cappelli da cowboy e la parlata strascicata, un'apparenza da duro che si infrange solo una volta, nell'unica scena che mi ha davvero spezzato il cuore, mentre il secondo è di una delicatezza infinita e riesce a non cadere nel facile cliché del travestito, conferendo al suo personaggio un'incredibile ed umanissima dignità. Guardando Dallas Buyers Club mi sono quindi resa conto che il valore intrinseco della pellicola è da ritrovarsi quasi esclusivamente in queste (giustamente) apprezzatissime interpretazioni perché, nonostante la storia interessantissima e difficile, nel complesso l'ho trovato troppo ordinario per poter gridare al capolavoro che mi sarei aspettata leggendo qualche recensione qua e là. A parte questo mio parere prettamente personale, comunque, Dallas Buyers Club è un film da vedere assolutamente, sia per l'incredibile ed importantissima storia vera raccontata, sia per apprezzare appieno due attori che, finalmente, hanno fatto enormi passi avanti rispetto ai loro imbarazzanti esordi.



Di Matthew McConaughey (Ron Woodroof), Steve Zahn (Tucker) e Griffin Dunne (Dottor Vass) ho già parlato ai rispettivi link.

Jean-Marc Vallée è il regista della pellicola. Canadese, ha diretto altri film a me sconosciuti come C.R.A.Z.Y., The Young Victoria e Café de Flores. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 50 anni e un film in uscita.


Jennifer Garner interpreta Eve. Americana, indimenticabile nei panni della Sydney Bristow del favoloso Alias, la ricordo anche per film come Harry a pezzi, Mr. Magoo, Pearl Harbor, Prova a prendermi, Daredevil, Elektra e Juno; inoltre, ha partecipato ad altre serie come Jarod il camaleonte. Anche produttrice e regista, ha 41 anni e quattro film in uscita.  


Jared Leto interpreta Rayon. Figo incredibile, nonché frontman dei 30 Second to Mars, come attore lo ricordo in film come Urban Legend, La sottile linea rossa, Fight Club, American Psycho, Panic Room e Alexander. Americano, anche produttore e regista, ha 42 anni.


Denis O’Hare (vero nome Denis Patrick Seamus O'Hare) interpreta il Dottor Sevard. Indimenticabili (nonché incredibili) le sue performance nella serie American Horror Story, durante la prima e la terza stagione, ha partecipato anche a film come Accordi & disaccordi, Derailed – Attrazione letale, Changeling, J. Edgar e ad altre serie come Le avventure del giovane Indiana Jones, CSI, CSI: Miami e True Blood. Americano, ha 51 anni e tre film in uscita.


Dallas Buyers Club concorre per sei Oscar quest’anno: miglior pellicola, Matthew McConaughey miglior attore protagonista, Jared Leto miglior attore non protagonista, miglior montaggio, miglior trucco e miglior sceneggiatura originale. Il film è stato finanziato in parte grazie all’aiuto di Matthew McConaughey ma la storia di Woodroof aveva già destato l’interesse di Brad Pitt e Ryan Gosling; sempre per gli stessi problemi finanziari, negli anni ’90 era saltato il progetto che avrebbe visto coinvolti Dennis Hopper come regista e Woody Harrelson come interprete di Woodroof. Anche Hilary Swank avrebbe dovuto prendere parte al film di Vallée, ma ha rinunciato per impegni pregressi. Detto questo, se Dallas Buyers Club vi fosse piaciuto consiglierei la visione di Philadelphia. ENJOY! 

domenica 19 gennaio 2014

Bollalmanacco On Demand: L'inventore di favole (2003)

Sono sempre più contenta di aver creato il Bollalmanacco On Demand perché, grazie a voi, sto scoprendo film meravigliosi che magari da sola non avrei mai guardato. Oggi devo ringraziare di cuore il gentilissimo Rosario per aver richiesto L'inventore di favole (Shattered Glass), diretto nel 2003 dal regista Billy Ray e tratto dall'articolo Shattered Glass del giornalista Buzz Bissinger, pubblicato nel 1998 su Vanity Fair. Per la cronaca, il prossimo film On Demand sarà (ossignoresalvami!) Le notti proibite del Marchese De Sade. ENJOY!


Trama: Stephen Glass è un giovane giornalista pieno di stile ed umorismo che lavora per la prestigiosa rivista The New Republic. Il suo ultimo articolo, tuttavia, fa sorgere dei dubbi ai collaboratori di una rivista on line, che cominciano ad indagare... 


L'inventore di favole è dotato di un titolo italiano a dir poco ingannevole che, tuttavia, avvalla l'impressione iniziale che si ha di Stephen Glass, protagonista della pellicola. Fin dall'inizio, infatti, il film viene impostato come il racconto edificante (ovviamente fatto in prima persona) di un giornalista che non cerca lo scoop facile o il sensazionalismo a tutti i costi ma che invece, osservando la gente, carpendo quasi magicamente la personalità di chi gli sta davanti, riesce a confezionare per l'appunto favole, brillanti pezzi colmi di intelligenza ed umorismo, in grado di far ridere e riflettere allo stesso tempo. La magia e lo charme di Glass, uniti alla modestia che quasi sfocia nella ritrosia, non si riversano solo negli articoli che scrive ma lo rendono amato ed ammirato da amici, colleghi, insegnanti e, più in generale, tutti quelli che hanno a che fare con lui. Un'illusione perfetta non tanto diversa da quelle create dai protagonisti di American Hustle, un altro esempio di come la gente creda in quello che VUOLE credere, scartando tutto quello che potrebbe essere spiacevole anche davanti a prove grandi e pesanti come macigni. Mano a mano che il film prosegue, infatti, si assiste ad un lento ma inesorabile passaggio di testimone accompagnato da un cambio di prospettiva; il protagonista Stephen diventa uno squallido e triste truffatore mentre quello che all'inizio viene presentato come possibile nemesi si trasforma in un uomo giusto e tormentato, da macchia sullo sfondo a protagonista assoluto che, come un novello Don Chisciotte, cerca di combattere i mulini a vento incarnati dalla cecità di chi ancora crede nella purezza di Glass e non lo vede ancora shattered come nel titolo originale.


L'inventore di favole è un film ragionato, lento ma intrigante, sorretto da una trama da scoprire a poco a poco e interpretato da bravissimi attori. Il giovane Hayden Christensen subisce nel corso della pellicola una trasformazione quasi impercettibile ma perfetta, da brillante e timido giornalista a nerd disturbato e quasi inquietante, mentre tutti gli altri interpreti, soprattutto Peter Sarsgaard, Hank Azaria e Chloë Sevigny sono talmente perfetti per i loro ruoli da risultare credibili come se fossero persone vere. A proposito di "persone vere", se L'inventore di favole non fosse tratto da una storia realmente accaduta ci sarebbero da fare mille appunti sulla plausibilità della trama, perché la truffa di Stephen Glass è talmente plateale da sembrare il frutto delle idee di uno sceneggiatore facilone, invece questa volta la realtà ha superato la fantasia. Forse perché all'interno di un ufficio, all'interno del mondo del giornalismo, tutti devono essere un po' attori e un po' ruffiani ed è  molto facile parteggiare per l'ultimo arrivato, disponibile, col sorriso sulle labbra, carino e sempre pronto ad aiutare i colleghi, e cercare di favorirlo ignorando il normale protocollo. Così come è facile per uno studente prendere a modello il genio che "ce l'ha fatta" piuttosto che i "banali" artigiani del mestiere, che alla fine portano a casa la pagnotta riempiendo il giornale con i loro semplici articoli "di servizio". Eppure il mondo per fortuna va avanti grazie a persone oneste che, senza clamore e senza riconoscimento, fanno il loro mestiere anche a costo di risultare antipatici. E questo potrebbe essere un semplice fatto della vita su cui tutti dovremmo riflettere ogni tanto, prima di ricevere una tranvata in piena faccia come i protagonisti di questo intelligentissimo L'inventore di favole.



Di Peter Sarsgaard (Charles “Chuck” Lane), Rosario Dawson (Andy Fox), Hank Azaria (Michael Kelly) e Steve Zahn (Adam Penemberg) ho già parlato ai rispettivi link.

Billy Ray (vero nome William Ray) è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo film dietro la macchina da presa (il secondo e ultimo, per ora, è stato Breach – L’infiltrato). Americano, ha lavorato anche come produttore e attore.


Hayden Christensen interpreta Stephen Glass. Canadese, ha partecipato a film come Il seme della follia, Il giardino delle vergini suicide, Star Wars: Episodio II - L'attacco dei cloni, Star Wars: Episodio III - La vendetta dei Sith e alla serie Piccoli brividi. Anche produttore, ha 32 anni (condividiamo la data di nascita!) e tre film in uscita.


Chloë Sevigny (vero nome Chloë Stevens Sevigny) interpreta Caitlin Avey. Americana, la ricordo per film come Mosche da bar, Boys Don’t Cry, American Psycho, Broken Flowers e Zodiac, inoltre ha partecipato a serie come Will & Grace e American Horror Story. Anche produttrice e costumista, ha 39 anni e cinque film in uscita.


Melanie Lynskey interpreta Amy Brand. Neo zelandese, indimenticabile Pauline del meraviglioso Creature del cielo, ha partecipato ad altri film come Sospesi nel tempo, La leggenda di un amore: Cinderella, Le ragazze del Coyote Ugly, Rose Red, Cercasi amore per la fine del mondo, Noi siamo infinito e a serie come The L World, Dr. House e Due uomini e mezzo. Ha 36 anni e sei film in uscita.


La realizzazione del film è stata seguita anche dai veri Charles Lane e Michael Kelly (quest'ultimo in maniera assai riluttante in quanto la maggior parte degli articoli di Glass erano stati pubblicati quando lui era ancora direttore), mentre il vero Stephen Glass ha rifiutato qualsiasi coinvolgimento. Tra gli attori che invece, per un motivo o per l'altro, hanno rinunciato a partecipare al film segnalo Greg Kinnear, convocato per il ruolo di Charles Lane, e Maggie Gyllenhaal, alla quale era stata offerta la parte di Amy Brand. Per concludere, se L'inventore di favole vi fosse piaciuto, recuperate anche Prova a prendermi, Dentro la notizia e Tutti gli uomini del presidente.

giovedì 7 ottobre 2010

A Perfect Getaway - Una perfetta via di fuga (2009)

Mah, tante volte me le vado a cercare. Nonostante i pareri contrari di chi lo aveva già visto, in questi giorni mi sono messa a guardare A Perfect Getaway – Una perfetta via di fuga (il titolo originale è, appunto, A Perfect Getaway; notare che in questo caso “getaway” sarebbe dovuto venire tradotto con “vacanza” visto che la via di fuga non c’entra davvero nulla…), diretto e sceneggiato nel 2009 dal regista David Twohy.



Trama: Cydney e Cliff sono due neosposi che decidono di passare la luna di miele alle Hawaii. Durante la vacanza vengono a scoprire che c’è in giro una coppia di assassini che ha già fatto fuori due sposini e, guarda un po’, lo scoprono proprio quando incontrano altri due fidanzati in vacanza come loro. Ovviamente il “gioco”, per lo spettatore, sarà scoprire quale coppia è quella omicida, considerato che in giro ce n’è anche una terza…



Quando un film si basa sul gioco di sospetti, l’importante è tenere in sospeso lo spettatore fino all’ultimo, possibilmente rendendogli difficile l’”indagine”. Purtroppo A Perfect Getaway fallisce proprio su questo punto fondamentale, o forse sono io che ne ho visti troppi di film per sorprendermi. Sta di fatto che un limitato dubbio si può magari avere fino a metà film, ma tolti un paio di personaggi la soluzione è palese agli occhi dello spettatore smaliziato. Palese ovviamente non significa logica, beninteso: le forzature per fare quadrare il tutto sono da lacrime agli occhi. Provate a riguardare il film col senno di poi e a ripensare ai dialoghi e capirete che la giustificazione trovata dallo sceneggiatore/regista è parecchio fuffosa e, a dirla tutta, anche il finale è assurdo: perché fare tutto quel casino per poi rinunciare all’ultimo? Ho capito che qui si parla di fanciulle deluse nei sentimenti (ma quali sentimenti, poi…?) però il ragionamento non fila comunque, come non fila affatto il motivo per cui gli assassini uccidono, troppo pretenzioso e altisonante per un film simile.



Peccato, perché la realizzazione di A Perfect Getaway non è male. Al di là della fotografia pulitissima che ci mostra eccezionali immagini da cartolina, verso metà film il regista risveglia anche la creatività e sbulacca, soprattutto al momento della risoluzione dell’arcano: flashback in bianco e nero, immagini passate che si sovrappongono a quelle presenti, uno schermo diviso in tre parti per mostrare tre eventi che avvengono nello stesso momento…una botta di vita, insomma, forse per svegliare un po’ lo spettatore che, come me, si aspettava uno slasher alla Blood Trails, per intenderci, e che invece deve limitarsi a fare il conto delle gocce di sangue, centellinato in un paio di ferite guaribili con un cerotto o poco più. Bravi gli attori, detestabili i personaggi, soprattutto quello di Timothy Olyphant, un ex soldato sottuttoio, sbruffone e antipatico. “Simpatico” invece lo sceneggiatore, che ha pensato bene di prendersi in giro e fare un po’ di metacinema creando il personaggio di Steve Zahn, sceneggiatore mediocre che per tutto il film se ne esce con battute del tipo “Ah, se ci trovassimo in una mia sceneggiatura a quest’ora succederebbe così, così e cosà…”. Ma per favore. L’unica citazione veramente divertente (per chi conosce la storia, ovvio…) è vedere Cydney dichiarare di non avere mai fatto uso di cannabis in vita sua, quando invece la Jovovich all’epoca fece parecchio scandalo per una serie di foto dove posava con un bel cannone in mano. Passate oltre, gente, passate oltre. A Perfect Getaway sta bene a prendere la polvere in qualche sperduto Blockbuster, visto che non è buono nemmeno per offrire qualche perla trash. O al limite potrebbe portarvi a chiedere perché mai qualcuno a cui è stata impiantata una placca metallica in testa riuscirebbe ad approfittarsene per passare i controlli in aeroporto e portarsi dietro un coltello da caccia attaccato alla caviglia, visto che nella realtà lo prenderebbero da parte per rivoltarlo come un calzino.



Di Timothy Olyphant, che interpreta Nick, ho già parlato qui.

David Twohy è il regista e sceneggiatore del film. Californiano, e responsabile di brutture di cui non voglio nemmeno parlare, come Pitch Black e Le cronache di Riddick, ha 55 anni.



Milla Jovovich interpreta la novella sposina Cydney. L’attrice ucraina ha cominciato la carriera giovanissima, come fotomodella, per poi diventare l’”erede” di Brooke Shields quando le è stato offerto il ruolo di protagonista nel fuffoso Ritorno alla Laguna Blu. Da quel momento in poi la sua carriera è stata un crescendo, grazie anche al matrimonio (ora finito) con il regista Luc Besson, che l’ha voluta nel carinissimo Il quinto elemento e nel meno bello Giovanna D’Arco. Ora i più la conoscono come la cacciatrice di zombie Alice nell’infinita serie di pellicole dedicate a Resident Evil (qualche settimana fa è uscito nelle sale italiane l’ultimo capitolo in 3D, Resident Evil: Afterlife) però ha girato anche altri film, tra i quali ricordo Charlot, The Million Dollar Hotel e Zoolander. Ha 35 anni e sette film in uscita, tra cui uno che mi interessa particolarmente in quanto ennesima versione di un romanzo che amo molto, I tre moschettieri. Questa volta c’è nientemeno che Christoph Waltz a fare Richelieu, potrei forse perdermelo??!! Peraltro sul Twitter della buona Milla se ne può seguire la realizzazione passo per passo quasi in tempo reale.



Steve Zahn interpreta invece lo sposino, Cliff. Americano, ha partecipato a film come Giovani carini e disoccupati, Allarme rosso, Out of Sight e C’è post@ per te e doppiato Stuart Little – Un topolino in gamba, Il dottor Dolittle 2 e Stuart Little 2; ha inoltre recitato nei telefilm Friends e Monk. Ha 43 anni e quattro film in uscita.



E ora un paio di curiosità. Per la serie “dove ho già visto questa faccia?”, i fan di Lost potranno riconoscere in Gina (interpretata da Kiele Sanchez) una dei due fidanzatini sfigati che vengono erroneamente sepolti vivi con dei diamanti in saccoccia. Parliamo invece ora della coppia di strapponi, Cleo e Kale: lei è interpretata da Marley Shelton, ovvero la Dottoressa Dakota di Planet Terror, la prima vittima del killer in Sin City e la ragazza concupita da Tobey Maguire in Pleasantville; lui invece è interpretato dall’australiano Chris Hemsworth, che in quanto tale ha ovviamente recitato nella soap Home & Away e che diventerà famoso quando uscirà Thor, visto che sarà lui ad interpretare il dio del tuono. Paradossalmente, di un film così mediocre esiste anche un Director’s Cut che nulla aggiunge a quanto si vede nella versione normale. Volete davvero gustarvi le epiche vicende di una vacanza andata male? Andate sul sicuro con l’Hostel di Eli Roth. ENJOY!


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