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mercoledì 21 febbraio 2024

I tre moschettieri - Milady (2023)

Una pausa dalla Road to the Oscars ci vuole e un film come I tre moschettieri - Milady (Les Trois Mousquetaires: Milady), diretto nel 2023 dal regista Martin Bourboulon, è l'ideale!


Trama: dopo l'agguato subito davanti a casa, D'Artagnan si mette alla ricerca di Constance, in mano a rapitori sconosciuti. L'incontro con una rediviva Milady e l'esacerbarsi delle tensioni tra cattolici e protestanti complicano ancora di più le cose, per tutti i Moschettieri...


L'anno scorso ero rimasta con un palmo di naso davanti alla conclusione de I tre moschettieri - D'Artagnan, disperata all'idea di dover aspettare mesi per poter vedere la fine della saga. Quest'anno sono rimasta ancora più di tolla, perché (confermando la natura "maledetta" del popolo francese in generale) non solo I tre moschettieri - Milady ha un finale apertissimo, ma non c'è nessuna notizia di un terzo capitolo, anzi, pare che i realizzatori vogliano dedicarsi a riadattare Il conte di Montecristo. Ciò mi fa abbastanza girare le scatole, perché, se D'Artagnan era stata una bella sorpresa, con tutti gli ovvi limiti del caso, Milady sa molto di lavoro frettoloso, realizzato per dare un minimo di chiusa a una saga pur lasciando tantissimi spunti in sospeso e, soprattutto, con poca attenzione alla psicologia dei personaggi. In particolare, la Milady del titolo viene gestita in maniera pessima, a parer mio. Intrigante spia con un debole per il guascone D'Artagnan nelle prime sequenze del film, elegantissima amica-nemica dal fascino pericoloso, col proseguire della storia la donna assume sfumature sempre più cupe, legate principalmente al triste passato condiviso con Athos (non spiegato proprio benissimo né nel primo film né in questo, tanto che a un certo punto non si capisce più bene perché Milady detesti il moschettiere visto che lui pare devastato dal dolore e dall'aMMore, salvo poi dimenticarsene nell'ultimo atto); verso il finale, la sceneggiatura parrebbe tratteggiarla come un'antieroina femminista, in giusta lotta contro un mondo di uomini che l'hanno privata della libertà e della dignità senza mai neppure provare a capirla, ma il grado di menefreghismo col quale affronta l'unico, vero colpo di scena del film sconfessa interamente quest'interpretazione, relegandola al ruolo di pazza furiosa il cui unico scopo è vedere morto D'Artagnan. Va bene tutto, ma la pagina di Wikipedia dedicata al personaggio letterario è più comprensibile e meno superficiale, giuro. L'altra mossa poco accorta, per non dire cretina, è stata introdurre il personaggio del moschettiere di colore, Hannibal, in guisa di potentissimo deus ex machina con la personalità di un Gary Stu qualsiasi, solo perché su di lui verrà basata, a quanto pare, un'intera serie. Forse, solo forse, era meglio dare più spazio a Porthos e Aramis o a Richelieu visto che i primi due vengono usati come comic relief e il secondo, pur avendo più screentime rispetto al capitolo precedente, continua ad avere il carisma di un tizio lasciato a frollare su una croce e dimenticato lì (altro momento abbastanza cringe del film. Vedere per credere)?


Se non altro, e per fortuna, i moschettieri mantengono inalterate le personalità del primo film e sono sempre un bel vedere, soprattutto Athos ed Aramis, cosa che riconferma la natura prettamente "per pubblico femminile" di un film dove i begli attori si sprecano, senza nulla togliere ad una Eva Green talmente sensuale e strizzata all'interno di bustini pornografici che la mia eterosessualità ha rischiato di vacillare più volte (peccato per le parrucchette inguardabili e quei travestimenti imbarazzanti. No.). Però, signori miei, saremo anche donne ma ESIGIAMO scontri all'arma bianca fatti come si deve, per la miseria! Bourboulon, invece, stavolta ha deciso di realizzare in fretta e furia anche quelli, forse perché i due film sono stati girati uno dopo l'altro e il regista era stanco, tanto che durante i duelli e le battaglie non si capisce una mazza; la macchina da presa sembra sempre un po' in ritardo rispetto ai movimenti degli attori, incapace di seguirli, e il montaggio aiuta ben poco. Un po' meglio le riprese in campo lungo, con un paio di paesaggi ed ambienti mozzafiato, peccato per la fotografia di Nicolas Bolduc, brutta, fosca e grigiastra come quella del film precedente. Se dovessero girare un terzo capitolo spero vivamente che costui non sia della partita, perché a un certo punto mi bruciavano gli occhi. E nonostante quello che ho scritto, incrocio le dita perché un terzo capitolo ci sia (ovviamente con lo stesso cast altrimenti viene meno l'interesse principale, ehm, ehm...) e affinché una pausa sia ciò che serve a sceneggiatori e realizzatori per aggiustare un po' il tiro ed essere meno frettolosi a livello di sceneggiatura. La saga ha parecchie potenzialità, basterebbe avere la capacità di sfruttarle al meglio! 


Del regista Martin Bourboulon ho già parlato QUIFrançois Civil (D'Artagnan), Vincent Cassel (Athos), Eva Green (Milady), Louis Garrel (Luigi XIII) e Vicky Krieps (Anna d'Austria) li trovate invece ai rispettivi link.


Ralph Amoussou,
che interpreta Hannibal, aveva partecipato alla serie Marianne e al nostrano Diaz mentre Camille Rutherford, ovvero Mathilde, è la studentessa che intervista la protagonista in Anatomia di una caduta. Se I tre moschettieri - Milady vi fosse piaciuto recuperate il precedente I tre moschettieri - D'Artagnan e aggiungete I duellanti, I tre moschettieri di Stephen HerekLa maschera di ferro I tre moschettieri di Paul W. S. Anderson. ENJOY!

martedì 18 aprile 2023

I tre moschettieri - D'Artagnan (2023)

Ormai ho quasi 42 anni, sono una vecchia signora sensibile al fascino maschile, come potevo non correre a vedere I tre moschettieri - D'Artagnan (Les trois mousquetaires: D'Artagnan), diretto dal regista Martin Bourboulon?


Trama: in una Francia dilaniata dai conflitti religiosi, il giovane guascone D'Artagnan si reca a Parigi per entrare nel corpo dei Moschettieri e, dopo aver fatto amicizia con Athos, Porthos e Aramis, rimane coinvolto negli intrighi di Milady e Richelieu ai danni della Regina...


Penso di averlo già scritto altrove ma ADORO I tre moschettieri in ogni sua forma, forse a causa di un distorto amore verso i feuilettons francesi inculcatomi da Ryoko Ikeda e dal suo meraviglioso Versailles no bara. Qualsiasi versione della storia scritta da Alexandre Dumas è per me come un tonificante sorso di acqua fresca, che si tratti della pagliacciata all star targata Disney, dell'anime che guardavamo da bambini, della tamarrata realizzata da Anderson, della Maschera di Ferro di DiCapriana memoria (insomma, pick your poison), e la guarderò sempre con un'indulgenza e una gioia bambinesca che non riserverei a nessun'altra opera. Ammetto, però, di essere partita prevenuta con il film di Bourboulon, nonostante un trailer che mi schiaffava lì Cassel nei panni di un invecchiato (bene) e affascinante Athos, e di essermi recata al cinema pronta a venire colpita in fronte da una sòla, salvo poi ricredermi durante la visione: I tre moschettieri - D'Artagnan è veramente un bel film, se piace il genere, ovviamente. Rispetto ai suoi predecessori, I tre moschettieri è maggiormente contestualizzato a livello storico e fa dello scontro tra cattolici e protestanti che funestava la Francia verso la metà del secolo XVII uno degli elementi principali della trama, punto di partenza di buona parte degli intrighi che vedono coinvolti, loro malgrado, i tre moschettieri e D'Artagnan. La sceneggiatura mantiene inalterate le personalità dei protagonisti principali (e conferisce ad Aramis un interessantissimo gusto per l'iconoclastia!) e gli episodi più conosciuti dell'opera letteraria, come il triplo duello e il recupero della collana data in pegno a Buckingham, ma aggiunge anche un paio di eventi inventati di sana pianta che collegano Athos ai protestanti e trasformano parte del film in un "giallo" anche abbastanza sanguinoso e macabro; Rochefort quasi scompare e, mentre Richelieu rimane un po' sullo sfondo come eminenza grigia poco utilizzata, il Re Luigi XIII acquista maggiore personalità, cosa che lo eleva dal rango di semplice cartonato in guisa di sovrano annoiato, pur confermandosi sostanzialmente inetto, vittima dei raggiri di Richelieu e delle corna impostegli dalla Regina.     


Il cast, secondo me, è azzeccatissimo ed affiatato. Tolto che I tre moschettieri è un film che bisognerebbe andare a vedere in gruppi di donne nonostante la presenza della divina Eva Green, perché c'è un parterre di figonzi che raramente si riscontra nei film d'oltralpe (Cassel, va bene, ma D'Artagnan non fa per nulla schifo e non parliamo poi di Aramis, Buckingham e persino Porthos, che in questa versione apprezza molto il cibo e le donne, come da copione, ma non disdegna neppure i bei fanciulli, attenzione!), ogni singolo attore mi è sembrato molto in parte e convinto del proprio ruolo, perfettamente in equilibrio, come del resto l'intera pellicola, tra momenti di serietà e altri di lieve o macabra ironia. La regia di Martin Bourboulon fa il suo senza particolari guizzi e le scene di azione e combattimento risultano fluide e chiare anche grazie al montaggio, mentre svettano invece il comparto costumi e scenografie; la divisa dei moschettieri è un giusto mix di elementi tradizionali e particolari più "selvaggi", che sottolineano la natura scapestrata e borderline dell'intero corpo, in contrasto con i soldati di Richelieu, ma gli abiti che vengono mostrati durante la festa al palazzo di Buckingham sono una gioia per gli occhi e quelli indossati da Eva Green li vorrei nel mio armadio, senza se e senza ma. L'unica nota veramente negativa de I tre moschettieri, oltre al fatto che dovrò aspettare fino a dicembre per vedere il seguito, I tre moschettieri - Milady, è l'orribile fotografia, scurissima nelle scene notturne, al punto che risulta difficile vedere qualcosa, e nebbiosa, quasi sfocata, nelle scene diurne. Purtroppo, il direttore della fotografia Nicolas Bolduc figura come coinvolto anche nel prossimo film, ma pazienza, non è un difetto così grande da inficiare l'intera operazione. Se non riuscite ad andare a vedere I tre moschettieri - D'Artagnan al cinema, quindi, non disperate perché avete tutto il tempo di recuperarlo prima che arrivi dicembre ma fatelo, datemi retta, non ve ne pentirete!


Di Vincent Cassel (Athos), Eva Green (Milady), Louis Garrel (Luigi XIII) e Vicky Krieps (Anna d'Austria) ho già parlato ai rispettivi link.

Martin Bourboulon è il regista della pellicola. Francese, ha diretto film come O mamma o papà ed Eiffel. Anche sceneggiatore e attore, ha 43 anni e un film in uscita, I tre moschettieri - Milady.


François Civil
interpreta D'Artagnan. Francese, ha partecipato a film come Frank e Necropolis - La città dei morti. Ha 33 anni e tre film in uscita tra cui, ovviamente, I tre moschettieri - Milady.


L'amatissimo Oliver Jackson-Cohen era stato scelto per interpretare Buckingham ma ha dovuto rinunciare per impegni pregressi. Il padre del regista era uno dei produttori del film Eloise, la figlia di d'Artagnan, e una visita al set di un Martin Bourboulon quattordicenne è stato uno dei motivi che lo ha spinto ha realizzare questo film. Nell'attesa che esca I tre moschettieri - Milady, se I tre moschettieri - D'Artagnan vi fosse piaciuto recuperate I duellanti (a noleggio su Prime Video), I tre moschettieri di Stephen Herek (su Disney +), La maschera di ferro I tre moschettieri di Paul W. S. Anderson (gratis su Rai Play). ENJOY!


venerdì 5 aprile 2019

Dumbo (2019)

Lo si aspettava al varco Tim Burton, regista del nuovo Dumbo, ennesimo remake live action della Disney. Vediamo com'è andata.


Trama: all'interno di un circo in difficoltà economiche nasce un piccolo elefante dalle orecchie spropositate. Tutti sono sconvolti e denigrano la bestiola ma due bambini scoprono che proprio quel difetto fisico consente all'elefantino, battezzato Dumbo, di volare.


Partiamo da un paio di necessarie premesse. E' vero, i remake live action della Disney sono delle bieche operazioni commerciali senz'anima. La cosa si può criticare quanto volete ma sta di fatto che la gente, me compresa, va a vederli e consente alla Casa del Topo di incassare fior di quattrini in tutto il mondo, quindi, per quanto apparentemente non necessari, vendono e ciò spinge la Disney a continuare a mungere la vacca Clarabella, semplice semplice. Come ho scritto poco su, la Disney è una major e ciò implica, come dimostrano anche i film Marvel e quelli della saga di Star Wars, un controllo pressoché totale su ogni pellicola sfornata, anche a costo di soffocare la personalità di eventuali registi (salvo rare eccezioni, ma qui parliamo di classici Disney, non di MCU). Il Dumbo di Tim Burton, qui anche produttore esecutivo, non si distacca dalle regole auree che governano questi remake live action fin dalla loro prima comparsa nelle sale e proprio per questo non si può parlare di un Tim Burton "bollito", come si legge da più parti. Al limite, di un Burton fagocitato dalle necessità Disneyane, questo sì, ma se paragoniamo Dumbo a roba improponibile come Alice in Wonderland e Miss Peregrine si può solo che essere felici e tornare a volere almeno un po' di bene al regista di Burbank. Allo stesso modo, possiamo criticare la trama di un film che nel 1941 durava poco più di un'ora e che, riproposto nel 2019, arriva a toccarne due? Certo, possiamo secondo il principio per cui "questi live action sono inutili" ma siccome esistono e li si guarda, dobbiamo prenderli come opere a sé stanti senza fare troppi paragoni o pretendere chissà che. Di fatto, il nocciolo del Dumbo originale è stato rispettato. La trama continua a concentrarsi sull'ingiusto odio per chi è diverso e quindi considerato inferiore o "dumb", sulla fiducia necessaria a far sì che le persone trovino la forza di essere migliori e compiere miracoli, sulla bellezza intrinseca anche in ciò che è "strano", e queste caratteristiche si estendono da Dumbo a tutto il codazzo di esseri umani che abitano il circo in cui è nato, a partire da due bimbi orfani di madre. Si può discutere del fatto che, una volta esaurita la storia "originale", gli sceneggiatori si sono letteralmente seduti su un plot visto e stravisto mille volte (supercattivone arriva apparentemente a salvare il circo solo per poi rivelarsi spinto essenzialmente dalla volontà di avere Dumbo per sé e farci soldi licenziando il resto del personale, che si scoprirà invece una grande famiglia in grado di salvare tutti i suoi membri) e popolato da figurette monodimensionali mutuate da parecchi film di Burton ma, ribadisco, parliamo di un film Disney destinato essenzialmente a un pubblico di bambini, non di cinèfili dell'internet, il cui unico "dovere" nei confronti degli adulti è quello di strizzare l'occhio con rimandi alla pellicola originale atti a far sorridere, piangere come delle fontane oppure indinniare (sì, a mio avviso l'unico vero difetto del film è aver trasformato un incubo da ubriachi in un innocuo spettacolo di bolle).


Chi si aspettava di più e per questo non si è fatto catturare dai buoni sentimenti, dalla tenerezza di Dumbo e dalla semplicità della storia, con tutto il rispetto, è un pirla. Ribadisco, nel caso non fosse ancora chiaro: E' Burton? No, è DISNEY che assolda Burton. E possiamo commuoverci quanto vogliamo nel vedere il Pinguino riunirsi a Batman (o bestemmiare perché il cattivo interpretato da Michael Keaton è imbarazzante) oppure piangere perché la visionarietà artigianale di Burton si è persa nel 2003 con Big Fish, sepolta sotto un utilizzo sempre più estensivo della computer graphic, ma perlomeno Dumbo è delicato e sposa tematiche da sempre assai care al regista, tanto da non sembrare solo un prodotto senz'anima fatto su commissione. Saranno gli occhioni azzurri del meraviglioso Dumbo, più gattino frugnante che elefantino, a rendermi più tenera di quanto questo film meriterebbe? O sarà l'effetto Pavlov di una colonna sonora realizzata da un Danny Elfman svogliato, pronto ad autoplagiarsi brutalmente profondendosi in melodie praticamente identiche a quelle strappacuore dell'adorato Edward Mani di Forbice? Chissà. Sta di fatto che, con tutti i suoi limiti, Dumbo mi è piaciuto con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Tra i primi c'è comunque una certa grandeur a livello di scenografie e costumi, la scelta di riproporre le scene topiche del Dumbo originale contestualizzandole all'interno del film senza renderle la saga del cosplay venuto male, la già citata bellezza dell'elefantino, l'utilizzo di vecchie melodie mai dimenticate e la presenza di un Danny De Vito in gran spolvero; tra i secondi, a proposito di attori, c'è un Colin Farrell assolutamente fuori parte, un Michael Keaton che sul finale fa cose stupide "perché sì" e l'orrore di un paio di sequenze in cui Eva Green (sempre splendida ed elegantissima) cavalca un elefantino che pare appiccicato allo schermo con lo sputo, alla faccia dell'effetto speciale venuto male. E il finale, con tutta la letizia cheesy di un film anni '40 (appunto) sarà anche il trionfo della banalità Disneyana ma a me ha fatto venire un magone grosso come una casa e uscire dal cinema col sorriso sulle labbra. Quindi, per me è sì. Non mi è venuta voglia né di rivalutare Burton né di correre a vedere Aladdin ma lo stesso, per questa volta, sono tornata un po' bambina. E pensare che a me Dumbo non è mai piaciuto!


Del regista Tim Burton ho già parlato QUI. Colin Farrell (Holt Farrier), Michael Keaton (V. A. Vandevere), Danny De Vito (Max Medici), Eva Green (Colette Marchant) e Alan Arkin (J. Griffin Remington) li trovate invece ai rispettivi link.

Roshan Seth interpreta Pramesh Singh. Indiano, ha partecipato a film come Gandhi, Indiana Jones e il tempio maledetto e Street Fighter - Sfida finale. Anche sceneggiatore, ha 77 anni.


Nico Parker, che interpreta Milly Farrier, è l'esordiente figlia dell'attrice Thandie Newton. Nell'edizione italiana del film la canzone Bimbo mio è cantata da Elisa, che doppia anche Miss Atlantis. Will Smith, Tom Hanks, Casey Affleck, Christopher Walken e Chris Pine erano il lizza per dei ruoli ma hanno tutti rinunciato per dedicarsi ad altri progetti. Ovviamente, se il film vi fosse piaciuto, non potete esimervi dal recuperare il Dumbo originale . ENJOY!


mercoledì 7 marzo 2018

Quello che non so di lei (2017)

Con la tranquillità di chi ormai aveva fatto i suoi compiti per gli Oscar, domenica sono andata a vedere Quello che non so di lei (D'apres une histoire vraie), diretto e co-sceneggiato dal regista Roman Polanski a partire dal romanzo omonimo di Delphine de Vigan.


Trama: Delphine ha appena raggiunto un successo insperato con l'ultimo libro, ispirato alla storia vera della madre, affetta da una malattia mentale che l'ha portata a venire internata, e ora è priva di ispirazione. L'incontro con la misteriosa Lei le offre la possibilità di rilassarsi e ignorare le continue, pressanti richieste di editori e lettori, ma il legame tra le due prende a un certo punto una strana piega...


Se c'è un lavoro che non riesco ad immaginare è proprio quello dello scrittore, soprattutto quello degli scrittori diventati improvvisamente famosi. Quando scrivo che non riesco ad immaginarlo, intendo che non posso nemmeno cominciare a pensare a come dev'essere mettersi davanti ad un foglio word tutto da riempire mentre l'ansia comincia a rodere una mente che dovrebbe essere creativa e costantemente produttiva, perché da essa dipende la vita stessa del suo proprietario. Ansiosa ed insicura come sono (ché già se un post riceve pochi commenti o letture comincio a chiedermi dove ho sbagliato e a meditare la chiusura del blog...), l'idea di scrivere qualcosa che deluda le aspettative degli ammiratori oppure non riuscire più a cavare un ragno dal buco per la bellezza di anni mi sarebbe insopportabile e probabilmente finirei per avere un esaurimento nervoso, che è poi la stessa cosa che succede a Delphine, protagonista di Quello che non so di lei. Delphine Dayrieux, personaggio di un gioco metaletterario trasposto su pellicola, è arrivata a un punto morto della sua carriera dopo avere fatto faville con un romanzo interamente ispirato al calvario della madre, internata per problemi psichici; dopo il successo inaspettato, la donna non sa più come far proseguire la sua carriera, tra idee vaghe per la stesura di un true crime e la vergogna di avere sfruttato le proprie traversie familiari, che le impedisce di proseguire sulla stessa china autobiografica. In mezzo a tutto questo delirio, arriva Lei, affascinante ammiratrice (con una carriera da ghost writer) che di Delphine diventa dapprima consigliera, poi collaboratrice, infine musa, seguendo un alternarsi di odi et amo sempre più estremo. E' facile per Delphine, "abbandonata" dalla famiglia e con un fidanzato spesso in giro per il mondo, lasciarsi completamente andare ed affidarsi interamente ad una figura decisa, sicura di sé e senza troppi peli sulla lingua, tuttavia la dipendenza della scrittrice si traduce presto nell'acuirsi dell'impasse creativa e di un generale atteggiamento di pigrizia e inedia, mentre Lei diventa sempre più furiosa all'idea che la sua autrice preferita rifiuti di mettersi completamente a nudo e riversare il proprio animo tormentato nel nuovo romanzo.


Polanski, qui anche co-sceneggiatore, confeziona un thriller psicologico sicuramente inferiore ad altri suoi lavori ma comunque affascinante, capace di confondere lo spettatore costringendolo a guardare il film in uno stato di tensione costante, la stessa tensione ed incertezza provata da Delphine. L'analisi psicologica stavolta rimane un po' più in superficie rispetto al passato, tuttavia le due protagoniste femminili sono figure a tutto tondo, con le quali si arriva ad empatizzare soprattutto quando viene sottolineata la loro solitudine, l'incapacità di relazionarsi con gli altri per vari motivi, il dolore di un passato impossibile da affrontare. Le due attrici scelte per interpretare Delphine e Lei non potrebbero essere più diverse, eppure entrambe offrono due prove particolarmente convincenti, con una chimica in perfetto bilico tra reciproca seduzione, interdipendenza, timore e persino fastidio. Brutto definire Emmanuelle Seigner "passatella", visto che pure struccata e all'età di 52 anni è più gnocca di quanto potrei essere io dopo una seduta dall'estetista, però l'immagine che da di donna che si sta sfaldando dentro e fuori, vinta dallo sconforto, è perfetta tanto quanto la bellezza "predatoria" di Eva Green, lei sì veramente splendida con quegli occhi che fulminano e il sorriso beffardo, sigaretta tra le dita e unghie laccate di rosso come la perfetta dark lady che è. Veder duettare le due attrici è la cosa più bella del film e fa perdonare qualche momento WTF della trama (SPOILERISSIMO Se è vero che Lei e Delphine sono la stessa persona come diamine ha fatto Delphine a guidare fino alla casa del fidanzato con la gamba rotta? FINE SPOILER), che pure a mio avviso non ha momenti morti e risulta sempre molto coinvolgente, per quanto magari un po' simile a quella di altri film che hanno trattato lo stesso argomento. Comunque, Quello che non so di lei merita sicuramente una visione, non fosse altro che per godersi l'ennesima, sensualissima performance della Green!


Del regista e co-sceneggiatore Roman Polanski ho già parlato QUI. Emmanuelle Seigner (Delphine Dayrieux), Eva Green (Lei), Vincent Perez (François) e Dominique Pinon (Raymond) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Quello che so di lei vi fosse piaciuto recuperate Misery non deve morire e magari anche Open Window. ENJOY!

martedì 20 dicembre 2016

Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali (2016)

Nonostante il boicottaggio del multisala sono riuscita comunque a vedere Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali (Miss Peregrine's Home for Peculiar Children), l'ultimo film di Tim Burton tratto dall'omonima serie di libri scritta da Ransom Riggs. Forse era meglio rispettare il boicottaggio...


Trama: il giovane Jake è cresciuto ascoltando le fantasiose storie del nonno, popolate da bambini dotati di abilità peculiari, riuniti in una scuola gestita da Miss Peregrine, in grado di trasformarsi in falco. Col tempo Jake ha smesso di credere alle storie ma alla morte del nonno intraprende un viaggio per andare a cercare Miss Peregrine e i suoi protetti, minacciati da terribili nemici.


Qualcuno ha ordinato un gran bollito? Occhio a quello che fate perché il cameriere potrebbe portarvi la testa di Tim Burton su un piatto e non necessariamente un piatto d'argento, piuttosto d'ottone, che sappiamo tutti con cosa fa rima. Io ci avevo sperato in un redenzione di Burton, in un allontanamento dalle barracconate degli ultimi anni, da quei cinecomic inutilmente patinati e zeppi di effetti speciali (perché, si sa, lui è "visionario"), in un riavvicinamento a pellicole magari meno grandiose ma un po' più personali come l'ingiustamente disprezzato Big Eyes. E invece. Gli esperimenti a laGGente non piacciono, quindi Burton è tornato alla deliranza aliciana e il risultato è stato un capitolo della saga X-Men ambientato negli anni '40, con la splendida Eva Green nei panni di una Xavier gnocca e capelluta (persino piumata) e un ragazzino che scopre di essere un mutante (no, scusate: "speciale") e incontra tanti piccoli mutant... speciali come lui. Per carità, dai libri di Ransom Riggs non si poteva tirare fuori un capolavoro, sono godibili ma derivativi e durano una settimana nella mente di un lettore, però trarne un mattone da due ore talmente piatto che mi sono addormentata durante la visione perdendomi la comparsata di Rupert Everett era una cosa che avrei detto impossibile. La colpa non è solo di Burton, per carità. Lui fa il regista e pertanto i problemi di sceneggiatura sono imputabili alla solitamente brava Jane Goldman, che stavolta è riuscita nella non facile impresa di privare di fascino un gruppo di bambini peculiari costretti a vivere in un loop temporale, a fare del tormentato e dubbioso Jake un banalissimo eroe pienamente consapevole del suo ruolo in un mondo sconosciuto dopo neppure mezz'ora di pellicola (alla faccia del racconto di formazione...), ad incasinare personaggi che non erano scritti male modificandone personalità e poteri senza apportare migliorie alla trama (davvero, mi spiegate perché Emma e Olive si sono scambiate nomi e poteri? Una ragazza fiammeggiante non sarebbe andata bene come fidanzata del protagonista? A Burton piaceva l'idea di rimettere una bionda accanto all'eroe, come ai tempi di Edward mani di forbice? Sarò limitata ma non capisco, giuro.) per poi aggiungerne altri per il semplice gusto di dare una parte sostanziosa ad attori del calibro di Samuel L. Jackson, a riempire la storia di buchi logico-temporali e a privare i romanzi di Riggs della loro cattiveria inusitata togliendo peraltro anche momenti commoventi (il fratello di Bronwyn schiatta definitivamente e lei non fa una piega? Vabbé.). Complimenti, non avrei potuto far di meglio, davvero. Con una storiella così derivativa, semplificata, freddina e zeppa di WTF cosa poteva fare Burton per salvare la baracca?


Assolutamente niente, ovvio. Come qualsiasi mestierante, Burton si è messo dietro la macchina da presa concentrandosi principalmente sull'effetto spettacolare fine a sé stesso e non dico che la resa dei poteri dei peculiar children non sia ben fatta, soprattutto quando Jake arriva per la prima volta nel rifugio di Miss Peregrine trovandosi davanti un mondo incantato, ma è uno sfoggio di tecnica fredda che mi aspetto da altri registi, non certo da Tim. L'unico momento di palpitazione è stato quando il regista ha scelto di tornare ad utilizzare la stop motion e lì ho cominciato (sbagliando) a nutrire aspettative per il personaggio di Enoch: con un ragazzo capace di infondere vita nelle creature inanimate più assurde e costringerle a battersi in modi crudeli speravo nel compimento di quel weird che già aveva caratterizzato il buon Baffino di Frankenweenie. E invece, again. Dieci minuti di omaggio a Harryhausen con la colonna sonora più sbagliata di sempre, una roba che neppure Uwe Boll probabilmente avrebbe utilizzato in una delle sue ciofeche, e neanche una sequenza memorabile al di fuori di quelle già mostrate nel trailer. Sugli attori, poi, stendiamo un velo pietoso. Eva Green non è criticabile, ovviamente, per carità. Non è colpa sua se Miss Peregrine non fa una cippa tanto nel film quanto nel libro, limitandosi a trattare i pargoli come la sorella mistress di Mary Poppins, quindi la bella Eva si limita semplicemente ad essere gnocca e a godere degli splendidi costumi di Colleen Atwood rendendoci tutti felici. Samuel L. Jackson merita invece schiaffi fortissimi e financo il trattamento riservato al figlio di Bruce Dern in The Hateful Eight perché non esiste che quest'uomo accetti ruoli al limite del demente solo per scopi alimentari: Samuel, la prossima volta che ti becco con gli occhi bianchi e i denti da squalo a fare il malvagio simpaticone nell'ennesimo film per ragazzini sono volétili per diabetici, te lo giuro. Stamp, Butterfield e tutti gli altri coinvolti portano invece a casa il compito dignitosamente, poverelli. Come per la Green, non è colpa loro se i personaggi sono delle macchiette monodimensionali e perlomeno Terence Stamp ci mette tutta la dignità del mondo, riuscendo a conferire al malinconico nonno Abe quel minimo di profondità capace di renderlo simpatico (anche lì, la sceneggiatura sbaglia tempi e modi nel riportare l'invidia di Mr. Portman verso il figlio e l'ovvio risentimento verso un padre che ha preferito cercare le sue chimere invece che vivere in un mondo "reale", struggendosi di dolore per un amore impossibile che qui diventa il peggiore dei teen romance); non a caso, le sequenze più belle del film sono quelle in cui duettano Jake e il nonno, per il resto proprio tanta aria fritta e l'ultimo film di Burton risulta sì "speciale", però nell'accezione utilizzata quando si parla di quei poveri bimbi che a scuola vengono seguiti da un insegnante di sostegno.

L'unica reazione possibile al film...

Del regista Tim Burton (che compare in un cameo al luna park) ho già parlato QUI. Eva Green (Miss Peregrine), Asa Butterfield (Jake), Samuel L. Jackson (Barron), Judi Dench (Miss Avocet), Allison Janney (Dr. Golan), Chris O'Dowd (Franklin Portman) e Terence Stamp (Abraham "Abe" Portman) li trovate invece ai rispettivi link.

Rupert Everett interpreta l'ornitologo. Inglese, lo ricordo per film come Dellamorte Dellamore, La pazzia di re Giorgio, Il matrimonio del mio migliore amico, Shakespeare in Love, Sogno di una notte di mezza estate, Inspector Gadget, Sai che c'è di nuovo?, L'importanza di chiamarsi Ernest, Stardust, inoltre ha partecipato a serie come Black Mirror; come doppiatore ha invece lavorato in Shrek 2, La cronache di Narnia - Il leone, la strega e l'armadio e Shrek terzo. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 57 anni e tre film in uscita.


Ella Purnell interpreta Emma Bloom. Inglese, ha partecipato a film come Non lasciarmi, Intruders, Kick - Ass 2, Maleficent e The Legend of Tarzan. Ha 20 anni e due film in uscita.


La madre di Jake è interpretata da Kim Dickens, ovvero la Madison della serie Fear the Walking Dead. Detto questo, se Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali vi fosse piaciuto, recuperate Alice in Wonderland, Animali fantastici e dove trovarli, Stardust e Il grande e potente Oz. ENJOY!

mercoledì 25 maggio 2016

Womb (2010)

Insomma, ho aspettato solo sei anni ma alla fine ho avuto modo di vedere il peculiare Womb, diretto e sceneggiato nel 2010 dal regista Benedek Fliegauf.


Trama: dopo la morte del fidanzato, una donna decide di partorirne il clone, scegliendo di affrontare tutti i problemi di questa scelta controversa...



Vorrei cominciare il post dicendo che Womb è un film molto bello ma per nulla facile. Il suo più grande difetto è il modo in cui traspare la volontà del regista e sceneggiatore di girare un film "di nicchia", che non concede allo spettatore né un accenno di commercialità né, tanto meno, un'apertura attraverso la quale arrivare al cuore di Fliegauf (questa è un'opinione strettamente personale e rispecchia essenzialmente ciò che ho provato guardando Womb, quindi prendetela con le pinze ché io col regista non ho mai parlato); di solito queste sono caratteristiche che confermano la bontà di una pellicola ma stavolta a mio avviso sono riuscite solo a rendere il film "superficiale", ricco di immagini bellissime e idee "scandalose" che tuttavia non riescono a dare il La a riflessioni ben più profonde. Il fulcro della trama, l'amore ossessivo della protagonista che sceglie di partorire il clone del suo amato pur di poter passare ancora del tempo con lui, è sconvolgente e surreale, eppure il regista ungherese ha ammantato Womb di una freddezza tale che la cosa sembra quasi normale. E' solo una volta finito il film, infatti, che ho avuto modo di ragionare sui pensieri e le azioni di Rebecca e del figlio clone, scrollandomi di dosso il brullo paesaggio marino che fa da sfondo alla vicenda e arrivando a pormi delle domande scomode, soprattutto relative al comportamento dei protagonisti: davvero il desiderio di riavere accanto la persona amata merita di essere perseguito al punto da mettere al mondo un essere che non potrà che essere infelice come chi lo ha generato (e al punto da andare contro le idee di quella stessa persona, attivista contrario alle manipolazioni dell'ingegneria genetica)? Davvero un clone, nonostante abbia seguito un percorso di crescita diverso dall'originale, è costretto comunque a sottostare alle pulsioni insite nel suo DNA? Ma soprattutto, qual era lo scopo ultimo della protagonista e del regista? Col senno di poi, pare che Benedek Fliegauf puntasse essenzialmente alla scena clou finale, preannunciata più volte nel corso della pellicola, ma non voglio credere che un film dall'incipit così complesso si debba ridurre solo a questo.


Ora, rileggendo il paragrafo precedente pare che questo film l'abbia odiato ma non è così. E' difficile detestare una pellicola sulla quale ci si ritrova a ragionare per giorni, così come è difficile sottrarsi alle atmosfere malinconiche, ai paesaggi desolati ricreati dal regista e soprattutto allo sguardo ambiguo e cupo di una Eva Green favolosa come sempre. Nei silenzi e negli sguardi dell'attrice è racchiusa tutta l'impotente disperazione di un personaggio che ha scelto di vivere, per amore e per una forma di egoismo travestita da generosità, un'esistenza da reietta che nel corso del film la trasforma da ragazza innamorata a donna sfiorita, poco meno inquietante della madre di Norman Bates. Il viso allegro e "strano" di Matt Smith è invece un perfetto contraltare di quello della Green, e allo spettatore fa ancora più male vedere le espressioni scanzonate di chi non ha idea della propria reale natura cambiare mano a mano che la terribile verità di un passato non scelto sale a galla. La decisione di ambientare il film in un luogo isolato, con poche baracche situate su una spiaggia ben distante dal centro abitato, accentua ancora più la peculiarità dell'animo della protagonista e la sua condizione di "straniera in terra straniera" (Rebecca ha passato dieci anni a Tokyo), inconsapevole delle dinamiche pettegole che rischiano di crearsi all'interno di un piccolo paesino; la natura del mondo esterno riflette alla perfezione quella del microcosmo interno di Rebecca, fatto di tempestosi sconvolgimenti e cupi momenti di statica quiete, dove le uniche due persone che contano rischiano di perdersi... oppure di separarsi per sempre, chissà. Se ci avete capito qualcosa in questo post sconclusionato vi consiglio di recuperare Womb ma vi avverto di nuovo che è un film che richiede un bel po' di attenzione e apertura mentale. Se al momento non ve la sentite, potete sempre aspettare sei o sette anni, come ho fatto io!


Di Eva Green (Rebecca) e Matt Smith (Thomas) ho già parlato ai rispettivi link.

Benedek Fliegauf è il regista e sceneggiatore della pellicola. Ungherese, ha diretto film come Dealer, Milky Way e Just the Wind, mai arrivati in Italia ma passati per parecchi festival internazionali. Anche produttore, compositore e attore, ha 42 anni.


Se il film vi fosse piaciuto recuperate Perfect Sense e magari anche Cracks. ENJOY!

mercoledì 26 agosto 2015

Perfect Sense (2011)

Una delle cose più belle per me è guardare i film senza sapere quasi nulla della trama prima di accingermi alla visione. E' così che ho avuto modo di scoprire e gustare Perfect Sense, diretto nel 2011 dal regista David Mackenzie.


Trama: uno chef e una ricercatrice si conoscono e s'innamorano proprio mentre nel mondo sta scoppiando una strana epidemia...


Nonostante abbia adorato Perfect Sense questa sarà una recensione brevissima perché la cosa bella del film di David Mackenzie è gustarselo da soli ed apprezzarne le peculiarità, a poco a poco. Non parlerò della trama particolarissima, né del modo assai intelligente in cui il regista consente allo spettatore di seguire con pochissime immagini simboliche sia il progressivo diffondersi della pandemia in tutto il mondo, sia la vicenda personale di Susan, Michael e delle poche persone che stanno loro accanto, perché ogni parola in più rappresenterebbe un tremendo rischio di spoiler. Allo stesso modo, non parlerò del modo infingardo in cui i diversi stadi della malattia riescono a colpire al cuore lo spettatore costringendolo a porsi delle domande "scomode" ed inquietanti prima di portarlo a mettere mano ai fazzoletti e pregare perché almeno a Susan e Michael vada tutto per il meglio. Non parlerò del modo in cui Mackenzie è riuscito a rendere coinvolgenti e plausibili anche delle sequenze che in un film diverso sarebbero potute risultare esagerate e persino ridicole, né della storia anche troppo "stereotipata" dei due protagonisti perché il loro rapporto è e allo stesso tempo non è il fulcro di questo mix tra fantascienza, horror e dramma.


Posso però dire che Ewan McGregor ed Eva Green non sono solo bellissimi e dolorosamente sexy quando i loro corpi si incontrano e si uniscono ma sono anche terribilmente bravi nei momenti di solitario sconforto e ineffabile terrore. Posso dire che la fotografia di Giles Nuttgens, quasi interamente virata nei toni grigi e uggiosi tipici di una giornata di pioggia inglese, è perfetta per rappresentare gli stati d'animo dei protagonisti e dell'intera popolazione mondiale man mano che la malattia progredisce. Posso dire che le melodie di Max Richter si insinuano nel cuore dello spettatore fino a farlo scoppiare, coinvolgendolo quasi più della storia narrata e delle immagini mostrate, tanto che nel momento in cui queste vengono a mancare sembra davvero di avere perso qualcosa di importante. Posso infine concludere questo stranissimo, atipico post chiedendovi di fidarvi e recuperare questo piccolo, disperato gioiellino che dalle nostre parti è stato ovviamente snobbato persino per quel che riguarda il mercato dell'home video. E' un peccato, perché Perfect Sense non è sicuramente un film per tutti ma molti spettatori potrebbero rimanerne conquistati com'è successo a me... quindi, perché privarli di questa opportunità?


Di Eva Green (Susan), Ewan McGregor (Michael), Connie Nielsen (Jenny) e Ewen Bremner (James) ho già parlato ai rispettivi link. 

David Mackenzie è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto film come Young Adam, Hallam Foe e Il ribelle - Starred Up. Anche sceneggiatore e produttore, ha 49 anni e un film in uscita.


Denis Lawson, che interpreta il capo di Ewan McGregor, nella vita reale è suo zio. A parte questa piccola curiosità, se Perfect Sense vi fosse piaciuto recuperate Blindness, Contagious: Epidemia mortale e Contagion. ENJOY!

martedì 7 ottobre 2014

Sin City - Una donna per cui uccidere (2014)

Dopo un'attesa spasmodica sono finalmente riuscita a guardare Sin City - Una donna per cui uccidere (Sin City: A Dame to Kill For), diretto da Frank Miller e Robert Rodriguez, una pellicola che aspettavo praticamente dal 2005... e che ora vorrei non avere mai visto!


Trama: a Sin City si intrecciano le storie di Dwight, invischiato in una torbida storia dall'ex amante Ava, del giocatore d'azzardo Johnny e della spogliarellista Nancy, in cerca di vendetta dopo la morte del detective Hartigan...


Sono perplessa. Per non dire incavolata nera. Sin City, con tutte le sue imperfezioni, era un capolavoro di nerissima ironia, zeppo di personaggi indimenticabili interpretati da attori in stato di grazia, realizzato in un modo talmente particolare che ancora oggi certe scene rimangono indelebili nella memoria dello spettatore. Uno trepida quasi dieci anni per un sequel, aspettandosi ovviamente che, perlomeno tecnologicamente e visivamente parlando, riesca a superare il capostipite... e cosa si trova davanti? Una cazzatella vergognosa dove l'unica a salvarsi è un'incredibile, sensuale, bellissima Eva Green, protagonista tra l'altro di una delle uniche due storie tratte dai fumetti di Frank Miller visto che sia il segmento con Joseph Gordon-Levitt che quello con Jessica Alba sono stati scritti appositamente per il film, e si vede. La trama complessiva di Una donna per cui uccidere, infatti, è incredibilmente noiosa e sconclusionata, soprattutto per quel che riguarda la cronologia degli eventi, il personaggio di Marv (che nel primo Sin City era forse il migliore) viene troppo spesso utilizzato come tappabuchi o jolly e, diciamocelo, Roark non ha nemmeno la metà del carisma di un Bastardo Giallo o del terrificante Kevin. La colonna portante della pellicola, Una donna per cui uccidere, risulta molto bella su carta ma ormai ha 20 anni e appare incredibilmente ingenua se portata su schermo, soprattutto la sua atmosfera noir fa letteralmente a pugni con la messa in scena tamarra di Rodriguez e Miller, che preferiscono concentrarsi sulla furia omicida di Marv, sul corpo nudo della Green e sulla mattanza di Miho piuttosto che sull'atmosfera del racconto in sé (e fortunatamente hanno tolto di mezzo il greco o non so cosa ne sarebbe uscito fuori, una roba trashissima suppongo), mentre le altre tre storie lasciano lo spettatore con un enigmatico "e quindi..?" timidamente sussurrato a fior di labbra. Capisco il divertissement iniziale con Marv ma, sinceramente, l'autolesionismo di Joseph Gordon-Levitt e il tristissimo alcolismo di Nancy con tanto di ancor più triste fantasma "custode" mi hanno lasciata molto perplessa, come ho detto all'inizio.


Passando alla realizzazione, non capisco se sono invecchiata io e non sopporto più la fintissima resa del bianco/nero con inserti colorati (che nel primo Sin City mi aveva ipnotizzata) o se, effettivamente, allora questa tecnica era usata con criterio mentre adesso viene utilizzata ad mentula canis; ogni sequenza di Una donna per cui uccidere, infatti, mi è sembrata un attacco diretto alla vista e al buon gusto, con i personaggi che paiono quasi arrancare in quei fondali fintissimi mentre gli sprazzi di colore li fanno sembrare dei pessimi cosplayer. Sicuramente, il trucco di Marv è qualcosa di osceno, forse perché in questo capitolo mancano i cerotti bianchi che dissimulavano un pochino il quintale di lattice attaccato al viso di Mickey Rourke, ma anche gli inseguimenti su quattro e due ruote sono imbarazzanti (sul finale, la corsa in moto con Rourke e la Alba mi ha ricordato tantissimo le puntate di quei telefilm in cui i personaggi stanno fermi sulla macchina mentre alle loro spalle scorre un rullo con le immagini...) e, soprattutto, la "metamorfosi" di Dwight mi ha letteralmente uccisa dalle risate: santo cielo, davvero Clive Owen era così impegnato da non poter girare un paio di scene invece di mettere quella parrucchetta da nido di chiurlo in testa a Josh Brolin?? Già che siamo in tema, poi, parliamo degli attori, una tristezza più unica che rara. Come ho detto, si salva solo la favolosa Eva Green, malefica come poche, Joseph Gordon-Levitt è bravo e sempre bellino ma penalizzato da un personaggio inutile, il resto sarebbe da dimenticare... ma perché non infierire? Josh Brolin è un blocco di tufo e lo stesso vale per (Signore perdonami!!!) un Bruce Willis talmente sacrificato che avrebbero anche potuto non ingaggiarlo, Rosario Dawson è la parodia di sé stessa, Jessica Alba triste e molla come Mariottide (tranne quando strippa ma, anche lì, nel primo Sin City ha fatto di meglio), Dennis Haysbert nei panni di Manute, con quella facciotta, fa persino tenerezza (per sostituire il povero Michael Clarke Duncan non era meglio un altro attore?), Jamie Chung è pessima come nuova Miho e Jaime King non ne ha palesemente voglia e si vede. Avrei sperato nelle comparsate di Lady Gaga e Christopher Lloyd ma nemmeno quelle sono riuscite ad essere abbastanza incisive da tirarmi su il morale, quindi posso fare solo una cosa: pregare perché il flop al botteghino dissuada la premiata ditta Miller e Rodriguez dal girare altri film dedicati a Sin City. Machete Kills Again in Space posso sostenerlo, sorbirmi altre due ore di noir fasullo e pessima computer graphic anche no!


Dei registi Robert Rodriguez e Frank Miller (che compaiono anche nei panni di due barboni in TV) ho già parlato ai rispettivi link. Anche Mickey Rourke (Marv), Jessica Alba (Nancy), Josh Brolin (Dwight), Joseph Gordon-Levitt (Johnny), Rosario Dawson (Gail), Bruce Willis (Hartigan), Eva Green (Ava), Dennis Haysbert (Manute), Ray Liotta (Joey), Christopher Meloni (Mort), Jeremy Piven (Bob), Christopher Lloyd (Kroenig), Jaime King (Goldie/Wendy), Juno Temple (Sally), Marton Csokas (Damien Lord), Jamie Chung (Miho) e Alexa Vega (Gilda) potete trovarli nei vari post a loro dedicati.

Powers Boothe interpreta il senatore Roark. Americano, ha partecipato a film come Frailty - Nessuno è al sicuro, Sin City, The Avengers e a serie come 24. Ha 66 anni e film in uscita.


Johnny Depp avrebbe dovuto partecipare col ruolo di Johnny (e ancora prima con quello di Wallace, se Rodriguez e Miller avessero incluso nella sceneggiatura All'inferno e ritorno) ma ha rinunciato per impegni pregressi, mentre Salma Hayek, Rose McGowan, Angelina Jolie, Rachel Weisz, Michelle Williams, Helena Bonham Carter, Scarlett Johansson, Anne Hathaway e Jennifer Lawrence erano state tutte prese in considerazione per il ruolo di Ava. Finite le curiosità, aggiungo solo che se Sin City - Una donna per cui uccidere vi fosse piaciuto potete tranquillamente leggere le pregevolissime opere di Frank Miller e recuperare il primo, favoloso Sin City assieme a 300. ENJOY!






mercoledì 9 luglio 2014

Bollalmanacco On Demand: Cracks (2009)

Questa volta al Bollalmanacco On Demand spetta accontentare la richiesta di Stefania, che voleva vedere recensito il film Cracks, diretto nel 2009 dalla regista Jordan Scott e tratto dall'omonimo romanzo di Sheila Kohler. Il prossimo film On Demand sarà invece I 400 colpi. ENJOY!


Trama: Anni '30. All'interno di un collegio situato su un'isola inglese la vita scorre serena per la squadra di tuffatrici capitanata dalla carismatica insegnante Miss G. A spezzare l'armonia arriva però la misteriosa Fiamma, la nuova studentessa spagnola...


Come al solito, periodicamente mi tocca ringraziare chi ha deciso di aderire alla mia scellerata iniziativa dei film On Demand perché quasi ogni volta recupero film pregevolissimi di cui non conoscevo l'esistenza. Lo stesso vale per questo Cracks, diretto dalla figlia di Ridley Scott e, credo, mai uscito in Italia. La storia della pellicola richiama a tratti il meraviglioso Creature del cielo di Peter Jackson e sembra quasi una versione distorta e al femminile de L'attimo fuggente: Miss G è un'insegnante carismatica i cui metodi d'insegnamento stridono con l'ambiente conservatore di un collegio inglese degli anni '30 e, proprio per questo, ogni ragazzina della scuola pende dalle sue labbra, brama la sua approvazione e, fondamentalmente, ne è innamorata, soprattutto la "capetta" Di. Miss G è affascinante, ha viaggiato per il mondo, le sue avventure hanno sempre qualcosa di erotico e proibito che le rende ancora più appetibili per un branco di adolescenti facilmente suggestionabili e, ovviamente, la cosa alimenta l'ego dell'insegnante... almeno finché non arriva l'esotica e bellissima Fiamma, una principessa spagnola dal passato turbolento. All'interno di un ambiente elitario e chiuso come un collegio, per di più confinato all'interno di un'isola, l'arrivo dello straniero crea una serie di scompensi, di "fratture", sia nel gruppo che nella psiche dei singoli componenti, che portano inevitabilmente alla distruzione dell'armonia iniziale e ad alcune rivelazioni scomode ed inaspettate. Cracks diventa così un'oscura storia di passioni turbolente e disagio non solo adolescenziale, nonché una sorta di romanzo di formazione per il più impensato dei protagonisti che, finalmente, vede il suo mondo protetto ed illusorio andare in frantumi grazie alla peggiore delle esperienze e riesce a crescere e maturare, pronto a vivere di persona quella libertà che aveva solo sognato.


In Cracks il collegio e l'isola sembrano popolati esclusivamente da donne, gli uomini vengono solamente nominati senza venire mostrati e, inevitabilmente, il cast quasi interamente al femminile è di prim'ordine. Eva Green, col suo sguardo ambiguo, sensuale e disturbante, è perfetta nel ruolo di Miss G, una parte difficilissima che l'attrice riesce a sostenere per tutto il film senza risultare caricaturale o ridicola. Bravissime anche le giovani stelle nascenti Juno Temple e María Valverde, due animi contrapposti accomunati dalla stessa sofferenza e solitudine, rese rivali, come nelle migliori tragedie, da sentimenti di gelosia e folle amore; in particolare, la Valverde interpreta il suo personaggio con tanta eleganza e sottile, inconsapevole erotismo, da spiccare su tutte le altre bravissime attrici. Cracks è realizzato inoltre in modo molto raffinato ed è colmo di immagini emblematiche; la Scott è sicuramente figlia d'arte ma non lo fa pesare e rinuncia ad appesantire la pellicola con virtuosismi o sfoggi di tecnica fini a sé stessi, limitandosi a seguire le ragazze e la loro insegnante, lasciando che gesti, sguardi e luci (luci soffocate, opache e inghiottite da un'oscurità onnipresente) parlino al cuore dello spettatore pur mantenendo a tratti un'aura di mistero e riserbo, degni complementi dell'ambiente chiuso ed elitario che viene mostrato. Sicuramente Cracks patisce di alcune sequenze un po' lente e di momenti assai melodrammatici, tuttavia è un film molto particolare che mi sento di consigliare a chi ama le torbide vicende che lasciano molto all'immaginazione e non scodellano facili risposte. Grazie ancora a Stefania per la richiesta e anche al genio che ha procurato gli oggetti di scena per Cracks: tra i regali che riceve Fiamma ad un certo punto spuntano anche gli Amaretti Virginia di Sassello!! Viva la Liguria!

L'amaretto del peccato!! :D
Di Eva Green (Miss G), Juno Temple (Di) ed Imogen Poots (Poppy) avevo già parlato ai rispettivi link.

Jordan Scott è la regista della pellicola. Figlia di Ridley Scott, è al suo primo e finora unico lungometraggio. Inglese, anche sceneggiatrice e attrice, ha 36 anni.


María Valverde interpreta Fiamma. Spagnola, ha partecipato a film come Melissa P. e le trasposizioni iberiche dei due abomini mocciani Tre metri sopra il cielo (Tres metros sobre el cielo) e Ho voglia di te (Tengo ganas de ti). Ha 27 anni e quattro film in uscita.


I mille riferimenti all'Italia e all'Africa presenti nel film si spiegano in quanto, nel romanzo di Sheila Kohler, Fiamma è una principessa italiana mentre il collegio si trova in Sudafrica. Detto questo, se Cracks vi fosse piaciuto recuperate Creature del cielo, Picnic ad Hanging Rock e Cruel Intentions - Prima regola non innamorarsi.




 


giovedì 17 maggio 2012

Dark Shadows (2012)

Dopo una lunga attesa, sono riuscita ad andare a vedere l’ultima fatica di Tim Burton, Dark Shadows, tratto dall’omonima serie televisiva americana andata in onda alla fine degli anni ‘60.


Trama: il ricco Barnabas Collins, reo di avere rifiutato l’amore di una strega, viene trasformato da quest’ultima in vampiro e rinchiuso sottoterra per quasi duecento anni. Nel 1972 il vampiro viene casualmente liberato e si ritrova a dover affrontare un’epoca sconosciuta, i suoi disastrati discendenti e quella stessa strega che lo aveva maledetto…


Diamo innanzitutto risposta alla domanda che, da almeno un anno, affliggeva tutti i Burtonomani: Tim è tornato? Hmmmmmmnì. O meglio, avrei detto sì fino a ben oltre la metà del film. Dark Shadows comincia con un meraviglioso, gotico ed emozionante flashback che ci introduce alla vicenda e ci catapulta in una fine ‘700 non molto dissimile da quella dei meravigliosi vecchi horror in costume della Hammer. Ci troviamo davanti ad un mix quasi perfetto di regia, costumi, scenografie e musica, con un Johnny Depp intensissimo e una Eva Green perfetta nei panni della sensuale amante scornata. Il film poi vira su un registro più ironico e camp quando Barnabas si risveglia nel 1972. Se avete visto Mars Attacks! sapete sicuramente di cosa sto parlando, ovvero di un Tim Burton che abbandona la sua anima gotica e apre la fiera del modernariato dei freaks, immergendosi in un’epoca e in un’America nelle quali la “diversità” comincia ad emergere per diventare “normalità”: fricchettoni, lava lamp, esseri inquietanti ed ambigui come Alice Cooper, improbabili abiti e capigliature, droga, amore libero, movimenti per la parità dei sessi e chi più ne ha, più ne metta. In tutto questo ben di Dio regista e sceneggiatore (su cui poi torneremo) ci sguazzano e Dark Shadows prosegue mantenendo un miracoloso equilibrio tra horror, ghost story, soap opera e commedia: geniale e trashissima la sequenza in cui Barnabas e la sua vecchia amante si abbandonano al fuoco della passione distruggendo un ufficio, splendida l’immagine del fantasma di Josephine che danza attorno al meraviglioso lampadario del salone del maniero dei Collins, incredibilmente cinefilo l’arrivo di Barnabas sulla strada principale, con gli spettatori che escono da un cinema in cui si proiettano Superfly e soprattutto 1972: Dracula colpisce ancora! (film con il buon Christopher Lee, che in Dark Shadows compare in un cameo come boss dei pescatori), esilaranti i mille modi in cui il disperato vampiro cerca di mettersi a dormire. Insomma, puro divertimento vintage e visionarietà targati Tim Burton.


Questo per quanto riguarda la regia, sicuramente la cosa migliore di Dark Shadows. Anche la storia, di per sé, è interessante e scorrevole e i personaggi sono simpatici e divertenti (basta non scavare troppo a fondo ma, come ho detto, ne parliamo dopo). Neanche a dirlo, Johnny Depp è perfetto nel ruolo del vampiro fuori dal tempo, contemporaneamente gentiluomo innamorato e ironico assassino, ma stavolta viene superato di gran lunga dalla favolosa femme fatale Anjelique, brillantemente interpretata da un’Eva Green in formissima: sorrisetto affilato, sguardo da pazza, aspetto supersexy e alcune tra le battute migliori dell’intero film rendono la “povera” strega innamorata uno dei migliori  personaggi dell’universo di freaks burtoniani (basterebbe solo il momento in cui “imbavaglia” Johnny Depp con un paio di mutande in pizzo rosso per consacrarla nell’Olimpo del cult). Per quanto riguarda la famiglia Collins, se devo proprio essere sincera, a parte la meravigliosa ed enigmatica Elizabeth di Michelle Pfeiffer il resto dei componenti è un po’ sottotono: Chloe Moretz è divertente ma fin troppo rigida nelle sue movenze da ragazzina che vuole fare la vamp, il piccolo Gulliver McGrath è praticamente inesistente e Jonny Lee Miller viene cacciato a calci dal film dopo solo un’oretta (e ne parliamo, ne parliamo…). Quanto a Helena Bonham Carter e Jackie Earle Haley, è un peccato vederli rilegati a semplici caratteristi, ma sono entrambi perfetti per i loro ruoli di dottoressa e custode ubriaconi e sicuramente partecipano ad alcune delle sequenze più esilaranti dell’intera pellicola, mentre gli enormi occhioni e l’aspetto “antico” di Bella Heathcote (talmente bella sul finale, assieme a Johnny Depp, che avrebbero meritato entrambi di essere immortalati da qualche grande artista Romantico) portano quasi a dimenticare l’assoluta mancanza di carisma del suo personaggio, che in teoria dovrebbe essere uno dei principali. Il che ci porta, finalmente, a parlare dei difetti della pellicola.


Purtroppo Dark Shadows cade vittima di un pre-finale (che non rivelerò) a dir poco orrendo e attaccato alla bell’e meglio al resto della trama, un twist talmente assurdo che riesce ad agire come uno schiaffo sullo spettatore ipnotizzato dalla mirabolante e ritrovata verve burtoniana. Lo spettatore in questione, infatti, si ripiglia un attimo e comincia a porsi delle domande. A ricordare, nella fattispecie, come Seth Grahame – Green, il furbone matricolato autore di Orgoglio, pregiudizio e zombie, sia sì uno scrittore in grado di cavalcare le mode ed  imbastire una buona ed interessante trama generale, ma anche di sorvolare sui dettagli e sulla coerenza, infilando cose “ad mentula canis”, come si suol dire. E così, la maschera di perfezione di Dark Shadows comincia a creparsi come il bellissimo viso di Eva Green, quando cominciamo a pensare…  ma era il caso di liberarsi di Jonny Lee Miller in quel modo così imbecille? Cosa lo avete messo a fare il suo personaggio nel cast? Perché mai lo spettatore viene spinto a chiedersi più volte che fine abbia fatto il marito di Michelle Pfeiffer… e poi la cosa viene lasciata cadere lì? Perché, in generale, la famiglia Collins parrebbe semplicemente un’accozzaglia di pittoreschi figuri appena abbozzati tanto per dare colore? Perché l’interessante passato di Vicky viene accennato e poi lasciato lì a languire? Perché il finale viene tirato via di corsa, come se tutti avessero fretta di tornare a casa, e chiuso giusto con un paio di battutine ad effetto? Insomma, riflettendoci bene Dark Shadows è come una di quelle partite di calcio dove i giocatori fanno dei numeri della madonna ma poi, gira che ti rigira, palle in rete ne mandano poche o nessuna. Però è anche la dimostrazione di come Tim Burton non sia ormai privo di cose da dire, anzi. Gli basterebbe tanto così per regalarci un film degno dei suoi antichi fasti. Nella fattispecie, il tanto così sarebbe prendere Seth Grahame – Green e seppellirlo vivo, lasciandolo sottoterra per almeno duecento anni. Voi però non aspettate così tanto e andate a vedere Dark Shadows perché, a prescindere da queste imperfezioni, merita davvero.


Del regista Tim Burton, Johnny Depp (Barnabas Collins), Michelle Pfeiffer (Elizabeth Collins Stoddard, personaggio presente anche nella serie originale), Chloe Moretz (Carolyn Stoddard, un po' più adulta nella serie e "fulcro" di molteplici storie d'amore), Helena Bonham Carter (Dr. Julia Hoffman, presente anche nella serie, solo che lì era una dei più fedeli alleati di Barnabas), Jackie Earle Haley (Willie Loomis, che nella serie originale era colui che liberava Barnabas e diventava suo schiavo) e Christopher Lee (Clarney) ho già parlato nei rispettivi link.

Eva Green (vero nome Eva Gaelle Green) interpreta Anjelique Bouchard. Francese, la ricordo per film come The Dreamers - I sognatori e Casino Royale. Ha 32 anni e un film in preparazione, 300: Battle of Artemisia.


Jonny Lee Miller (vero nome Johnathan Lee Miller) interpreta Roger Collins, personaggio già presente nella serie originale. Figliuole, lo ricordate quel figo di Sick Boy in Trainspotting? Un po' più calvo e un po' più brutto, ma eccolo qui! Tra gli altri suoi film ricordo Dracula's Legacy - Il fascino del male, Melinda e Melinda e Aeon Flux - Il futuro ha inizio, inoltre ha partecipato alle serie Doctor Who e Dexter. Inglese, ha 40 anni e due film in uscita.


Bella Heathcote interpreta Victoria Winters (presente come governante anche nella serie ma un po' diversa dalla versione del film) e il fantasma Josette. Australiana, ha partecipato al film Acolytes e In Time. Ha 24 anni e un film in uscita.


Tra gli altri attori che compaiono nella pellicola, segnalo il piccolo Gulliver McGrath (David Collins, altro personaggio mutuato direttamente dal vecchio telefilm), già comparso in Hugo Cabret, e ovviamente la presenza, come ospiti dell'happening, di alcuni membri del cast originale della serie Dark Shadows: oltre all'immancabile Jonathan Frid, il "vero" Barnabas Collins, compaiono anche Kathryn Leigh Scott (il cui personaggio, Maggie Evans, era in realtà la donna molto somigliante alla Josette amata da Barnabas, non Victoria), Lara Parker (l'Anjelique originale) e David Selby (Quentin Collins, personaggio che nel film non compare). Mi sembra una soap un po' complicatussa ma personalmente cercherò di recuperare Dark Shadows nell'immediato futuro, giusto per poter fare un confronto. ENJOY!




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