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martedì 30 settembre 2025

Una battaglia dopo l'altra (2025)

Non ero granché convinta ma, siccome ne stavano parlando tutti bene, ho deciso di andare al cinema a vedere Una battaglia dopo l'altra (One Battle After Another), diretto e sceneggiato dal regista Paul Thomas Anderson, ispirato al romanzo Vineland di Thomas Pynchon.


Trama: "Ghetto" Pat Calhoun, ex un rivoluzionario esperto di esplosivi, è costretto a darsi alla fuga e andare a vivere in una cittadina sperduta assieme alla figlia quando la sua ex compagna, Perfidia Beverly Hills, viene catturata dal governo. Anni dopo, il passato di Pat, ora Bob, torna a mettere in pericolo lui e la figlia ormai sedicenne...


Come ho scritto su, non ero molto convinta di andare a vedere Una battaglia dopo l'altra. Il motivo è che, all'epoca, la premiata ditta Paul Thomas Anderson/Thomas Pynchon mi aveva fatto venire il latte alle ginocchia con Vizio di forma, e l'ultimo film del regista, Licorice Pizza, mi aveva entusiasmata poco. Complice la durata di quasi tre ore, temevo sarei stata uccisa dal Bolluomo, trascinato allo spettacolo delle 21, dopo pochi minuti dall'inizio e, soprattutto, che avrei accolto la morte con gioia, invece Una battaglia dopo l'altra si è rivelato inaspettatamente gradevole. Girato per la maggior parte in Vista Vision, cosa che purtroppo qui in Italia conta quanto il due di coppe a briscola, Una battaglia dopo l'altra è un esempio di magnifica regia, di intelligentissimo montaggio, di splendida fotografia, di attenzione ai costumi (ci sono alcuni capi di vestiario che si ripropongono di personaggio in personaggio, con diverse valenze) ed è uno dei rari film recenti in cui la colonna sonora è fondamentale per definire il ritmo del racconto. Che, fin dalla prima scena, inanella appunto "una battaglia dopo l'altra", come da citazione presa da una dichiarazione del 1969 e attribuita al gruppo rivoluzionario The Weather Underground. Non c'è mai un istante di stasi all'interno del film, che inizia come se ci trovassimo davanti la scena madre di un film action e da lì non diminuisce né in tensione né in movimento, visto che la cinepresa non sta ferma un secondo e, attraverso lunghi piani sequenza, segue personaggi perennemente in agitazione, anche quando stanno immobili a stordirsi di droga sul divano. Persino quest'immobilità, infatti, è la facciata di animi tormentati, di un nervosismo che precede o segue un'azione importante per il destino del personaggio stesso, che sia o meno volontaria; il risultato è che lo spettatore non sa mai cosa aspettarsi da Una battaglia dopo l'altra, e si trova sempre sul chi va là, che si parli di Bob, Willa e Perfidia, oppure della misteriosa "agenda" del terribile colonnello Lockjaw. Nel primo caso, la cinepresa segue i personaggi nel corso dei frenetici ingressi all'interno di luoghi chiave per la riuscita della loro rivoluzione e poi nella loro precipitosa fuga dalle autorità (culminante in un inseguimento in macchina allucinante, che dà l'illusione di trovarsi davvero sull'auto guidata da Willa); nel secondo caso, Anderson indugia sul volto indurito di un Sean Penn disgustoso, sul tormento di un uomo deprecabile, diviso tra la brama sessuale verso Perfidia, rivoluzionaria di colore, e il desiderio di entrare a far parte dell'imbarazzante élite di uomini bianchi, eterosessuali, potenti, razzisti e misogini che rispondono al nome di "Pionieri del Natale". Come ho scritto sopra, questo movimento frenetico, di persone sballottate e tormentate, si riflette sulla colonna sonora. Salvo alcune canzoni il cui testo richiama la situazione contingente, buona parte dello score di Jonny Greenwood è composto da accordi di piano dissonanti (non me ne intendo ma mi è sembrato che venisse ripetuta spesso la stessa nota), con qualche altro strumento che interviene sporadicamente a creare delle fughe ansiogene. 


A fronte di un comparto tecnico di prim'ordine, ciò che mi impedisce di definire "capolavoro" Una battaglia dopo l'altra è che la trama, un mix di action, commedia nera e dramma, è piuttosto semplice, se posso permettermi di usare un termine simile. Anderson si ispira a Pynchon e, pur trasportando la storia di Vineland ai giorni nostri (non è troppo difficile scorgere richiami a MAGA e Antifa), da ad intendere che le battaglie per la libertà, contrapposte allo schifo di valori che vanno contro ogni idea di democrazia, sono radicati da sempre all'interno della storia americana. E il messaggio di Anderson è chiaro, ovvero che nessuno dei due estremi è una via auspicabile, quello di destra per ovvi motivi, quello di sinistra perché porta a risoluzioni violente che rischiano di distruggere quanto di buono esiste in un messaggio di libertà, condivisione e apertura mentale. Perfidia, in primis, è un personaggio borderline, che farebbe qualunque cosa per la sua causa, ed è egoisticamente drogata dell'adrenalina che deriva dalla sua furiosa lotta per la rivoluzione; quasi di rimando, dopo essere stato abbandonato, Bob drogato lo diventa davvero, ed acuisce in questo modo la paranoia instillatagli in decenni di "indottrinamento" contrario alla sua natura di uomo "statico". Forse per questo il personaggio migliore di tutti è il Sensei di Benicio Del Toro, impegnato ma equilibrato, consapevole della necessità di una mente sana che organizzi con rigore una ribellione votata innanzitutto al bene delle persone, non al terrorismo. Poiché, a parer mio, i concetti e il canovaccio di base sono molto semplici ed immediati, quello che mi ha fatta un po' storcere il naso è l'impressione che Anderson abbia voluto "complicare" le cose, intrecciando vicende e inserendo innumerevoli personaggi che compaiono pochi minuti, giusto per allungare un brodo che avrebbe potuto durare una mezz'oretta in meno. Nonostante questo, le quasi tre ore passano in un lampo e il film è leggero come una piuma, soprattutto grazie alle interpretazioni di Sean Penn, della cazzutissima virago Teyana Taylor, che si mangia la maggior parte delle eroine action degli ultimi anni, e dell'adorabile Leonardo DiCaprio. Sapete che da ragazzina non lo sopportavo, segaligno ed efebico com'era, ma ora che ha smesso di curare l'aspetto fisico e ha accettato di diventare la versione moderna di Jack Nicholson nel finale de Le streghe di Eastwick, con una punta di fattanza alla Drugo Lebowski, lo trovo adorabile, e ogni sua interpretazione mi strappa l'applauso, come in questo caso. Una battaglia dopo l'altra è dunque l'ennesima conferma di come Paul Thomas Anderson sia uno dei pochi Autori completi rimasti a combattere una disperata guerra cinematografica contro remake, reboot, revival, seguiti ed opere mastodontiche che finiscono dritte nel tritacarne dello streaming, e anche solo per questo Una battaglia dopo l'altra merita di essere visto in sala (possibilmente una con le palle). Ne vale davvero la pena!


Del regista e sceneggiatore Paul Thomas Anderson ho già parlato QUI. Leonardo DiCaprio (Bob), Sean Penn (Col. Steven J. Lockjaw), Benicio Del Toro (Sensei Sergio St. Carlos), Tony Goldwyn (Virgil Throckmorton) e Jena Malone (voce al telefono) li trovate invece ai rispettivi link.

Regina Hall interpreta Deandra. Americana, ha partecipato a film come Scary Movie, Scary Movie 2, Scary Movie 3, Scary Movie 4, Superhero - Il più dotato tra i supereroi e a serie quali Ally McBeal. Anche produttrice, ha 55 anni e tre film in uscita.


Teyana Taylor
, che interpreta Perfidia Beverly Hills, è una nota cantante R&B americana. Alana Haim, protagonista di Licorice Pizza, compare nel ruolo della rivoluzionaria bianca che mette l'esplosivo nella banca. ENJOY! 


venerdì 12 luglio 2024

Horizon: An American Saga - Capitolo 1 (2024)

Lo scorso venerdì ho trascinato il povero Bolluomo al cinema per vedere Horizon: An American Saga - Capitolo 1 (Horizon: An American Saga - Chapter 1), il mastodonte di tre ore diretto e co-sceneggiato da Kevin Costner.


Trama: a partire dal 1859, i destini di diverse persone si legano a Horizon, città di frontiera dell'Arizona, terra contesa tra coloni e Apache...


Da che mondo e mondo, io di western non so veramente nulla. Tuttavia, sono anche una bimba degli anni '80 e sono cresciuta con Kevin Costner e i suoi successi del decennio successivo, quindi un po' gli voglio bene, inoltre mi aveva incuriosita l'idea che tenesse così tanto a portare Horizon su grande schermo da arrivare persino a indebitarsi. Sono dunque andata al cinema colma di curiosità ma senza aspettarmi granché, e adesso mi ritrovo qui con una scimmia colossale, che mi saltella impaziente sulla schiena continuando a chiedermi "quando arriva agosto?" e che sbraita terrorizzata all'idea che il multisala chiuda per ferie proprio in quei giorni, impedendomi di sapere come continuerà la saga imbastita in questo primo capitolo di Horizon. Per scrivere un post imparziale e corretto sulla fatica di Kevin Costner dovrò dunque, innanzitutto, sedare la scimmia ricordandole che non si può giudicare un libro dalla copertina (o meglio, dalla prima parte di una saga potenzialmente divisa in quattro) e secondariamente che sono la persona meno adatta per parlare di western. Ne avrò visti un paio in tutta la mia vita, per di più contaminati con lo "spaghetti", non conosco minimamente i numi tutelari del genere come John Ford, di conseguenza non ho gli strumenti necessari per ritrovare la poetica tipica del genere all'interno del film di Costner o per capire eventuali omaggi tributati dal regista. Ciò nonostante, divoro libri e romanzi da quando ho memoria, ho una passione per le saghe zeppe di personaggi che si evolvono nel tempo e i cui destini si intrecciano (poi mi spiegherete perché faccio così fatica con quelle schifezze scritte da Martin, ma questa è un'altra faccenda...) e, mio malgrado, qualcosa nella storia dell'America, Paese che pur disprezzo, mi ha sempre affascinata. Horizon sarebbe una perfetta saga letteraria, ha il respiro epico e grandioso di quei romanzi fiume spessi come mattoni, eppure non ha la stessa pesantezza fisica di un blocco di cemento: tre ore sono passate come se fossero state una, e appena ho capito che la scena finale coincideva con l'inizio delle "anticipazioni della prossima puntata", ho bestemmiato ogni divinità conosciuta, per il dolore di dover abbandonare quei personaggi appena conosciuti e i cui destini mi avevano già irrimediabilmente coinvolta, senza sapere che ne sarebbe stato di loro e di Horizon, la città di frontiera del titolo. 


Horizon è il punto da cui si dipanano e verso cui convergono le esistenze dei protagonisti, nonché il simbolo di tutte le contraddizioni su cui è stato fondato il sogno americano. Territorio degli indiani Apache, vede scontrarsi due popoli ugualmente disperati, ognuno per motivi diversi. Gli indiani vorrebbero mantenere la propria libertà e la pace all'interno delle tribù, entrambe minacciate e minate irreparabilmente dall'espansionismo dei bianchi, che li costringono a lotte intestine per il cibo sempre più scarso; i coloni vedono territori immensi ed inesplorati, dove stanziarsi e prosperare, così da fuggire dalla povertà e far avverare tutte le promesse di una "gloriosa nazione" fondata sulla libertà del singolo e sull'autorealizzazione. C'è chi fugge da Horizon, segnato dalla tragedia, c'è chi si mette in cammino verso l'insediamento spinto dalla speranza, c'è chi è costretto a pensarlo come punto d'arrivo di una fuga precipitosa, c'è chi sparge sangue a causa di Horizon, c'è chi ci lucra senza farsi troppi problemi. Alla fine, neanche fosse Roma, tutte le strade portano a Horizon e Costner costruisce un affresco composto da tutte queste strade, concentrandosi sulle vicende individuali senza (per ora) perdere di vista la totalità dell'universo in cui sono ambientate. Ce n'è davvero per tutti i gusti, perché la sceneggiatura attinge ad archetipi immediatamente riconoscibili, e qualcuno potrebbe dire che le azioni e il carattere dei personaggi sono ampiamente prevedibili, ma non trovo nulla di male in questo, perché sembra di stare accanto al fuoco, ad ascoltare le storie che ci raccontavano i nonni, oppure in salotto davanti alla TV, a guardare film assieme a loro e ai nostri genitori.


Poi, per quanto me ne posso intendere io, ho trovato Horizon proprio bello da vedere. Costner indulge in gloriose panoramiche di paesaggi mozzafiato, accentuando la vastità delle pianure bruciate dal sole e anche la sensazione di sentirsi sperduti e vulnerabili in un luogo pieno di insidie, ma ha occhio anche per le foreste e l'inospitale freddo dei luoghi più a nord. Se, a tratti, la scelta di spezzettare la pellicola in tante microstorie, i cui fili si riallacciano in maniera non necessariamente consequenziale, può confondere e stordire lo spettatore (vittima di una miriade di nomi che sarà un casino ricordare da qui ad agosto), c'è comunque da dire che il montaggio è assai dinamico e le scene più concitate mettono un'ansia tremenda. Accompagnate da una colonna sonora che definirei epica, le tragedie e le stragi che passano su grande schermo stringono il cuore tanto quanto piccoli, inusuali gesti di umanità, e all'interno del nutrito cast c'è soltanto da scegliere il proprio preferito o quello che vorremmo vedere morto. Per quanto mi riguarda, non ho dubbi che la palma dell'abiezione vada a Jamie Campbell Bower e al suo "simpaticissimo" Caleb, campione indiscusso di una famiglia di facce di merda, mentre preferiti ne ho parecchi, anche se non saprei dire se il mio amore nasca dall'effettivo valore dei personaggi o dall'affetto che nutro per attori tirati fuori spesso dal genere che più mi si confà, l'horror. Senza dubbio, la versione "vecchietta" di Michael Rooker e quella saggia di Danny Huston mi hanno colpito più di altri, ma faccio davvero fatica a stilare una classifica, ora come ora (l'unica cosa che non perdono alla sceneggiatura, e che ha fatto ridere me e Mirco, è la quasi venerazione tributata a Frances e figlia, solo perché sono le uniche sopravvissute bionde all'interno di un insediamento fatto di poveracce dall'aspetto trasandato). Aspetterò dunque che le storie dei vari protagonisti si sviluppino ulteriormente, sperando che continuino in crescendo e che Kevin Costner non mi spezzi il cuore per la delusione, lasciandomi magari sospesa ad aspettare un terzo e un quarto film che non si faranno mai! 


Del regista e co-sceneggiatore Kevin Costner, che interpreta anche Hayes Ellison, ho già parlato QUI. Sienna Miller (Frances Kittredge), Sam Worthington (Trent Gephart), Jena Malone ('Ellen' Harvey), Giovanni Ribisi (Pickering), Danny Huston (Col. Albert Houghton), Abbey Lee (Marigold), Michael Rooker (Sergente maggiore Thomas Riordan), Will Patton (Owen Kittredge), Douglas Smith (Sig), Luke Wilson (Matthew Van Weyden), Isabelle Fuhrman (Diamond Kittredge), Dale Dickey (Mrs. Sykes), Jeff Fahey (Tracker) e Jamie Campbell Bower (Caleb Sykes) li trovate invece ai rispettivi link. 

Tom Payne interpreta Hugh Proctor. Inglese, lo ricordo come Jesus di The Walking Dead ma ha partecipato ad altre serie come Fear the Walking Dead e a film quali Imaginary. Anche produttore, ha 42 anni e due film in uscita, tra cui ovviamente Horizon: An American Saga - Capitolo 2.


Jon Beaver
s, che interpreta Junior Sykes, era il marito della pazza protagonista di Soft and Quiet mentre Ella Hunt, che interpreta Juliette Chesney, era la Anna di Anna and the Apocalypse. Hayes Costner, invece, è il figlio di Kevin ed ha esordito proprio qui col ruolo dello sfortunato Nathaniel Kittredge. Il film è stato pensato come il primo di quattro capitoli, ma chissà se gli ultimi due verranno mai alla luce... nel frattempo, ad agosto dovrebbe uscire Horizon: An American Saga - Capitolo 2 e io non vedo l'ora!

domenica 4 ottobre 2020

Antebellum (2020)

Avrebbe dovuto uscire al cinema ma causa Covid uno dei film "horror" che aspettavo di più, ovvero Antebellum di Gerard Bush e Christopher Renz, è finito proprio in questi giorni sulle piattaforme VOD USA.

Trama: Eden è una schiava costretta a subire le peggiori violenze in un campo di soldati confederati durante la guerra di successione americana. Nel corso dei suoi tentativi di fuga si ritrova a pensare alle strane circostanze che l'hanno condotta lì...

Un bel casino parlare di Antebellum senza fare spoiler, soprattutto visto quello che ha da dire questo film e visto quanto non è stato capito né apprezzato in patria, vai a sapere perché. Personalmente, l'ho trovato splendido, per quanto un po' troppo "raffinato" in momenti che non richiedevano filtro estetico alcuno e un po' troppo superficiale in situazioni che avrebbero voluto ben altro approfondimento e che invece si fermano alla mera esposizione di un'orribile violenza, ma giuro che sono stati parecchi i momenti in cui mi sono ritrovata a bocca aperta, completamente avvinta dalla potenza del racconto e delle immagini mostrate, al di là di un twist che potrebbe definirsi Shyamalano. Antebellum è infatti una moderna riflessione sull'annoso problema razziale e su alcune terrificanti derive "nostalgiche" che sta prendendo la nostra società; qualcuno potrebbe dire che è un film ruffiano pronto a cavalcare il momento, in realtà questo non mi sembra proprio un male, soprattutto dal momento in cui forse la gente non si rende proprio bene conto (diamine, non me ne rendo conto neppure io, proprio per mancanza di esperienza diretta) di quanti problemi devono affrontare quotidianamente le persone di colore non solo in ambienti dove il razzismo, la povertà e il disagio imperano, ma anche laddove dovrebbero ragionevolmente godere un'esistenza più fortunata fatta di ricchezza, cultura, agio e amore. Non posso nemmeno immaginare cosa debba essere portare ogni giorno sulle spalle il retaggio di un'indipendenza conquistata nel sangue e nella frustrazione, provare a vivere una vita normale e incappare di continuo in piccoli esempi di ordinario razzismo o, ancor peggio, di ordinaria stupidità, costretti ad avere a che fare o con gente invidiosa di un successo immeritato perché "non bianco" o con persone che decidono arbitrariamente di mitizzare e rendere "carino" un passato mai esistito davvero, non come ce lo hanno tramandato nei film almeno.

Ed è molto triste anche l'idea di essere costretti a vivere sepolti in una corazza, nascosti dietro una facciata di debordante forza che sconfina spesso in maleducazione. Sì, onestamente ciò che mi ha colpita di più in Antebellum è il personaggio di Dawn, interpretato da Gabourey Sidibe, che probabilmente ho male interpretato: l'attrice, che della battaglia contro il razzismo e il bodyshaming ha fatto giustamente una ragione di vita, si definisce infatti una "asshole" ed è comprensibile il suo atteggiamento pubblico di superiorità nei confronti di chi la critica per l'invidia di vedere una ragazza di colore e, Dio non voglia, obesa, avere successo in un mondo come quello dello spettacolo. Il suo personaggio rispecchia un po' il carattere che l'attrice esibisce in pubblico, perché è debordante, provocatoria, volgarissima, come se volesse colpire con violenza i suoi interlocutori prima ancora che abbiano il tempo di farlo con lei, non importa se le loro intenzioni siano positive o negative. Anche questa, ovviamente, è libertà, ma è una libertà a mio avviso imposta da un certo tipo di contesto sociale che esige protezione ed affermazione di diritti che dovrebbero essere insindacabili e invece non lo sono. E' "il passato che non è morto e che non è nemmeno passato", citato all'inizio di Antebellum, una fatica secolare che non bisognerebbe continuare a far rivivere quotidianamente ad un singolo popolo e  nemmeno dimenticare con la leggerezza di chi non è mai stato oppresso. Poi, come dice Lucia nella sua bellissima recensione, "Se siete disposti ad affrontare Antebellum con questo tipo di sguardo, potreste davvero imparare tante cose. Altrimenti lasciate perdere e rivedetevi Via col Vento." Io, onestamente, preferirei riguardare 100 volte Antebellum.

Di Jena Malone (Elizabeth), Janelle Monáe (Veronica/Eden) e Jack Huston (Capitano Jasper) ho già parlato ai rispettivi link. 

Gerard Bush e Christopher Renz sono i registi e sceneggiatori della pellicola. Entrambi americani e al loro primo lungometraggio, sono anche produttori.

Eric Lange interpreta Lui/Senatore Denton. Americano, ha partecipato a film come Fear, Inc., I segreti di Wind River e a serie quali Beautiful, Angel, Senza traccia, E.R. Medici in prima linea, CSI: NY, Cold Case, Ghost Whisperer, Criminal Minds, Bones, Numb3rs, My Name is Earl, Lost, Detective Monk, Weeds, CSI: Miami, CSI - Scena del crimine, C'era una volta e Grey's Anatomy. Anche produttore, ha 47 anni. 

Gabourey Sidibe interpreta Dawn. Indimenticabile Queenie di American Horror Story, ha partecipato a film come Precious, mentre come doppiatrice ha lavorato in American Dad! e Bojack Horseman. Anche regista e produttrice, ha 37 anni.



domenica 20 novembre 2016

Animali notturni (2016)

Approfittando di un'"offerta che non potevo rifiutare", venerdì sono andata a vedere Animali notturni (Nocturnal Animals), diretto e co-sceneggiato dal regista Tom Ford a partire dal romanzo Tony & Susan di Austin Wright e vincitore del Leone d'argento all'ultima Mostra del cinema di Venezia.


Trama: la ricca gallerista Susan riceve dall'ex marito, dalla quale è divorziata da diciannove anni, il manoscritto del romanzo Animali Notturni, a lei dedicato. Immersa nella lettura del manoscritto, Susan sarà costretta a ripensare agli errori del passato...


Un vecchio adagio recita "Ne uccide più la penna che la spada". Il secondo film di Tom Ford (e mi si perdoni l'ignoranza ma non ho mai guardato A Single Man) è la perfetta rappresentazione per immagini di questa antica massima e di una tristissima crisi di mezza età. Susan è una donna ricchissima, sposata con un marito bello ma inespressivo che la tradisce con una donna ben più giovane, ed è giunta ad un punto della sua esistenza in cui l'importantissimo lavoro di gallerista non la soddisfa né la entusiasma più, al punto che l'insofferenza per tutto ciò che la circonda non la fa dormire la notte. Inaspettatamente, dopo diciannove anni di silenzio, Susan riceve il manoscritto del primo romanzo del suo ex marito, Edward. Non sappiamo perché i due hanno divorziato né perché non si parlano più dopo tutti questi anni ma sta di fatto che il primo romanzo completato dallo scrittore è interamente dedicato a Susan e lei, approfittando dell'ennesima assenza del marito, comincia a leggerlo. Animali Notturni (identico al soprannnome dato da Edward a Susan) è l'agghiacciante storia di una famiglia che, in viaggio per le strade desolate del Texas, viene attaccata da un quartetto di balordi e costretta a vivere un'esperienza terribile che poco ha da invidiare ad un horror e Susan, come vediamo, ne è profondamente colpita, al punto da arrivare a vivere sulla propria pelle le sensazioni dei protagonisti. Immergersi in questi due livelli narrativi paralleli e capire cosa abbiano a che fare l'uno con l'altro è l'aspetto più bello di Animali Notturni e rovinarsi il gusto dell'esperienza con degli spoiler sarebbe nocivo; aggiungo solo che il film di Tom Ford è la storia crudele di una vendetta sottile, l'urlo disperato di chi si è visto strappare dalle mani ogni cosa buona e la triste sconfitta di chi non ha mai neppure provato ad affrontare la vita con coraggio, fuggendo per cordardia da un'esistenza magari priva di agi ma quasi sicuramente ricca di "sentimento", di emozioni capaci di travalicare una vuota apparenza.


E l'apparenza è ciò che colpisce maggiormente guardando Animali notturni, a partire dal sublime trash della sequenza iniziale, a base di ciccione twerkanti e lustrini, per arrivare allo skyline di una New York patinatissima e al trucco pesante di una Amy Adams splendida. L'estetica vuota del mondo reale (o meglio, del mondo di Susan), fatto di arte moderna, superfici riflettenti, accecanti luci al neon, candele soffuse e look curatissimi, fa a pugni con i flashback di una vita semplice e priva di orpelli e, soprattutto, con i colori saturi di un Texas da incubo, caratterizzato da tramonti infuocati, impietose distese desertiche e un'umanità che raschia il fondo della depravazione. Amy Adams sfoglia le pagine del manoscritto mentre la macchina da presa di Ford ne coglie ogni espressione, ogni moto di dolore, paura e stupore, affiancandole grazie ad un montaggio superbo alle emozioni di chi, all'interno del romanzo, soffre e muore in un'incontrollabile spirale di violenza. Al vuoto di una vita "reale" ma malvissuta (Susan chiede alla giovane assistente "Pensi mai che alla fine la tua vita non si sia rivelata come volevi che fosse?"), all'interno della quale persino i quadri diventano meri oggetti di arredamento invece che espressioni della personalità dell'artista e dove la quotidianità coi figli viene affidata alle app degli onnipresenti smartphone, si contrappongono dunque le potenti emozioni di un'opera di finzione che, di fatto, risulta molto più "vera" del mondo surreale abitato da Susan e compagnia; l'animo dell'artista, vomitato su carta e concretizzatosi in fiumi d'inchiostro, si rivela così un'arma potentissima capace di scuotere le coscienze "ciniche" e mandare in frantumi un'esistenza dalla quale è stato brutalmente buttato fuori. Alla fine della fiera, Animali notturni lascia un pesante senso di sconfitta che si estende a tutti i protagonisti, "reali" o di finzione che siano, a prescindere che si tratti di persone colpevoli di qualunque peccato si possa loro imputare o innocenti, e l'unico ad uscirne vincitore è lo spettatore che si è goduto quasi due ore di ottimo Cinema (dove, per una volta, la bellezza formale è assolutamente indispensabile e funzionale alla trama) e una di quelle rare opere capaci di far riflettere e discutere.


Di Amy Adams (Susan Morrow), Jake Gyllenhaal (Tony Hastings/Edward Sheffield), Michael Shannon (Bobby Andes), Aaron Taylor-Johnson (Ray Marcus), Isla Fisher (Laura Hastings), Armie Hammer (Hutton Morrow), Laura Linney (Anne Sutton), Andrea Riseborough (Alessia), Michael Sheen (Carlos) e Jena Malone (Sage Ross) ho già parlato ai rispettivi link.

Tom Ford è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come A Single Man. Anche attore, produttore e stilista, ha 55 anni.


Karl Glusman interpreta Lou. Americano, ha partecipato a film come e serie come Ratter: Ossessione in rete e The Neon Demon. Ha 28 anni e un film in uscita.


Ellie Bamber, che interpreta India Hastings, ha partecipato ad PPZ: Pride and Prejudice and Zombies nei panni di Lydia Bennet. Sinceramente, se Animali notturni vi fosse piaciuto non saprei quale altro film consigliarvi di vedere... probabilmente, io recupererò A Single Man! ENJOY!

venerdì 17 giugno 2016

The Neon Demon (2016)

Nonostante il mondo intero congiurasse contro di me attraverso mala distribuzione, allerta meteo, affari di famiglia e altre varie amenità, martedì ho preso macchina ed autostrada e sono andata a vedere assieme a due carissimi amici The Neon Demon, l'ultima fatica di Nicolas Winding Refn, qui in veste di regista e sceneggiatore (Seguono due paragrafi di delirio. Se non avete voglia di leggerli saltate al terzo).


Trama: Jesse è una sedicenne intenzionata a sfondare nel mondo della moda. La sua naturale bellezza attira gli sguardi e l'ammirazione di chi la circonda ma anche l'invidia e la brama...



Questa è la prima volta in cui mi sento inadatta, lo confesso. Mi rendo conto di non avere né la capacità espressiva né le conoscenze cinematografiche adatte per parlare di The Neon Demon, un'esperienza emotiva, visiva e sensoriale talmente travolgente che alla fine del film ho avuto difficoltà ad alzarmi dalla poltrona e tornare nel mondo reale. The Neon Demon è un film che si mangia con gli occhi, da bere come se fosse la Milano di un vecchio spot pubblicitario, da godere in tutti gli elementi che lo compongono, un'opera d'Arte da vedere, ascoltare e "sentire" in loop continuo, nel bene e nel male. E pensare che tutto parte dalla semplicità di una favola vecchia come il mondo, quella della giovane ragazzina di provincia decisa a far parte di un mondo affascinante e spietato come quello della moda (ma potrebbe anche essere il mondo dello spettacolo in generale, della musica, del cinema), dotata dell'"unica cosa che conta" per sfondare non solo lì ma nella vita: la bellezza. Jesse, questo il nome della protagonista, è bella. Punto. Di una bellezza naturale, non artefatta, illuminata da quel "je ne sais quoi" che potrebbe tradursi in tremila caratteristiche positive, non ultima il fascino, e che la fa spiccare, assieme alla sua innocenza, nel mare di bambolotte rifatte che quotidianamente scalciano e mordono per arrivare in cima alla catena alimentare del mondo della moda. C'è chi si trucca, chi si uccide di diete, chi deve andare a letto con chiunque per ottenere un decimo di quello che Jesse ottiene semplicemente presentandosi struccata davanti a fotografi, manager e stilisti che cadono in deliquio davanti ai suoi capelli biondi e ai suoi occhioni. E ciò, ovviamente, scatena le invidie delle poveracce di cui sopra, il desiderio di possedere questa piccola e quasi magica creatura, di imitarla o distruggerla, con tutte le conseguenze del caso. Ecco, due parole ci vogliono per riassumere il film di Refn. Facile, nevvero? E allora cos'è che lo rende un'opera d'arte come raramente se ne sono viste al cinema in tempi recenti? Cos'è questo Neon Demon che campeggia tronfio nel titolo?


Il problema è che la trama di The Neon Demon è praticamente un pretesto. Un pretesto per afferrare la mano dello spettatore e trascinarlo in un trip fatto di sequenze simboliche alle quali il singolo può dare l'interpretazione che vuole. Eravamo in tre a vedere The Neon Demon e ad ognuno di noi il film di Refn ha sussurrato parole diverse, lasciando che fossimo noi stessi a ragionare, trarre conclusioni ed anticipare gli eventi in base alla nostra sensibilità e alle nostre conoscenze, tanto che il mio cervellino non ha mai smesso di far girare le rotelle, ponendosi domande continue che hanno avuto ben poche risposte. E normalmente mi sarei arrabbiata, lo ammetto. Ma il cervello, vedete, non può nulla contro il cuore. E il mio è stato letteralmente rapito, trasformandosi in una spugna pronta ad assorbire tutto quello che Refn aveva da dargli in pasto in termini di immagini, sequenze e musica. The Neon Demon è bellissimo. Come Jesse. E come Jesse ipnotizza fin dalle prime immagini, che vedono la splendida Elle Fanning ricoperta di sangue, le membra disposte seguendo linee di fuga perfette, il corpo illuminato da luci rosse, bianche e blu, i colori predominanti dell'intero film, mentre una musica inquietante e al tempo stesso tremendamente accattivante scandisce il ritmo dei flash che stanno consacrando la giovane attrice a memoria imperitura (dei personaggi ma anche del pubblico). Potrei scrivere paragrafi interi magnificando ogni sequenza del film o parlandovi del tuffo al cuore provato davanti a un simile dispiego di perizia registica e fotografica ma vi tedierei fino alla morte e non avrei i mezzi per esprimermi adeguatamente perché la visione di The Neon Demon è un'esperienza da provare sulla pelle, rigorosamente in una sala buia. Vi dico solo che il simbolismo delle immagini è talmente preponderante che i dialoghi sono ridotti all'osso, la maggior parte delle scene affidate all'espressività facciale e corporea di attrici di indubbio carisma tra le quali spiccano un'inaspettata Jena Malone (costretta a prestarsi alla scena più disturbante del film, difficilissima da sostenere) e una Abbey Lee che spero faccia moltissima strada, entrambe "ancelle" della piccola dea Elle Fanning, un trionfo di innocente sensualità e perfido candore. La sua interpretazione è talmente sottile, così asservita all'ermetismo del regista, che per capire quanto di Jesse sia realtà, quanto finzione e quanto ci abbia messo le zampe il triangolato Neon Demon (ma esisterà? O è una metafora pure quella?) dovrei probabilmente riguardare il film altre venti volte. Il che non sarebbe un problema.


Mi rendo conto di avere scritto un mare di stron*ate, quindi la faccio breve. The Neon Demon è un film da vedere? Assolutamente sì. Ve lo dico col cuore, che come sapete appartiene a Quentin e conseguentemente si spezzerà dichiarando che il film di Refn è una spanna sopra a The Hateful Eight. E' palesemente una pellicola d'autore, il che non significa che il regista sia uno snob desideroso di tediarvi o farvi impiccare per la frustrazione una volta usciti dalla sala ma semplicemente che non gliene frega nulla di fare un film che piaccia al pubblico, basta girarne uno VOLUTO, totalmente sotto il suo controllo. Di conseguenza, vi dico anche che The Neon Demon è una pellicola estremamente difficile. Se cercate certezze, una trama lineare, un horror tout court, degli spiegoni, una morale, qualsiasi cosa possa farvi andare a dormire senza arrovellarvi costantemente su ciò che avete appena finito di vedere evitate il film di Refn come la peste. Ma se avete una voglia pazza di respirare nuovamente quelle belle atmosfere Lynchiane, Kubrickiane, persino Argentiane che pensavo non avrei mai più provato sulla pelle dal giorno benedetto in cui vidi Arancia Meccanica al cinema ringraziando la settima arte di esistere, questo è il film che dovete assolutamente vedere quest'anno. Perché la bellezza non è tutto. La bellezza è l'unica cosa.


Del regista e co-sceneggiatore Nicolas Winding Refn ho già parlato QUI. Keanu Reeves (Hank), Elle Fanning (Jesse), Jena Malone (Ruby), Bella Heathcote (Gigi) e Alessandro Nivola (il fashion designer) li trovate invece ai rispettivi link.

Christina Hendricks interpreta Jan. Americana, ha partecipato a film come Drive, Dark Places - Nei luoghi oscuri, Zoolander 2 e a serie come Angel, E.R. Medici in prima linea, Tru Calling, Cold Case e Hap & Leonard; come doppiatrice, ha partecipato alla serie American Dad! e alla versione inglese de La collina dei papaveri. Ha 41 anni e quattro film in uscita.


Abbey Lee, che interpreta Sarah, era una delle mogli di Immortan Joe in Mad Max: Fury Road e dovrebbe partecipare anche al film tratto da La torre nera nei panni di Tirana, una dei seguaci del Re Rosso. The Neon Demon avrebbe dovuto intitolarsi I Walk With the Dead e prevedeva la presenza di Carey Mulligan, poi rimpiazzata dalla Fanning quando il progetto ha preso tutta un'altra direzione. Detto questo, se The Neon Demon vi fosse piaciuto provate a guardare Suspiria o Starry Eyes. ENJOY!

QUI trovate l'articolo di Lucia
QUI l'anteprima di Cuore di celluloide, di cui vi invito anche a piacciare la nuova pagina FB
QUI l'imprescindibile nonché indispensabile articolo di Hell sulle simbologie di The Neon Demon

martedì 12 aprile 2011

Sucker Punch (2011)

Ma mi sta bene, così imparo a fissarmi su un solo ed unico film. E come spesso accade, il frutto di questa fissazione è una cocente delusione. Di che parlo? Di Sucker Punch, l’ultimo film di Zack Snyder, uscito proprio qualche settimana fa.

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Trama: una ragazzina viene fatta internare in manicomio dal patrigno. Il suo destino è quello di ricevere una lobotomia entro cinque giorni, e per evitarla la ragazza progetta la fuga, vivendola nella mente come una quest epica…

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Per par condicio e anche un po’ per “dispitto”, come diceva Dante, davanti ad un film così complicato e roboante reagirò con una recensione assai breve e concisa, che potrebbe riassumersi con un “mah”. Dopo un inizio meraviglioso e gotico, il logo della Warner ricamato sulla rossa tenda di un teatro, che si alza rivelando un palcoscenico e ci introduce alla più classica e cupa delle favole (ragazzine orfane di madre, lasciate in balia di un patrigno crudele) scandita dalle splendide note di Sweet Dreams, comincia il peggior gioco per X – Box che abbia mai visto su schermo. Mi avessero almeno dato un joystick all’ingresso mi sarei divertita, e invece no: due ore seduta su una poltrona a vedere Snyder che giocava al posto mio e mi spaccava i timpani con esplosioni, urla, musica sparata a mille.

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Sì perché in pratica, nonostante i realizzatori di Sucker Punch vogliano vendere allo spettatore una sorta di Black Swan per tamarri, coglionandoli con l’idea di un’opera onirica, psicologica, mentale, pregna di grandi valori (la morale finale, banalissima, è: credici, ce la puoi fare!! Sempre!!!!!! Sì, tu. Proprio TU che stai guardando il film!), in realtà quello che viene offerto dopo l’ingresso della protagonista in un meraviglioso ed inquietante manicomio che viene presto dimenticato è un’accozzaglia di tette e culi (peraltro acerbi, mi domando quale adolescente, anche il più sfigato ed erotomane, possa eccitarsi davanti a qualcosa di simile…) inguainati in vestitini retrò ed infilati in un bordello immaginato dalla protagonista per sfuggire alla triste realtà che la circonda. Poi, siccome la vita di una casa di tolleranza può essere altrettanto triste, ecco che la ragazzetta comincia ad immaginarsi tre/quattro scenari che spaziano dall’antico Giappone alla seconda guerra mondiale cum zombie, al medioevo stile Signore degli Anelli, al treno futuristico con Saturno sullo sfondo. E qui mi immagino già l’ignaro lettore che dice: “EEEEH??” che poi, più o meno, è la reazione che ho avuto io. Riassumendo, lo schema del film è sempre uguale: le ragazze del bordello devono recuperare un oggetto, la protagonista vive la ricerca nella sua mente, trasformandola in un’epica battaglia contro svariate forze del male, una volta ottenuto l’oggetto si ricomincia da capo. Questa cosa sorprende all’inizio, ma siccome ogni quest mentale delle ragazze è l’equivalente di uno sparatutto dalla grafica ineccepibile, il risultato complessivo è una fredda rottura di palle che prende spunto dalle ambientazioni più amate dai nerd.

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Per carità, l’impatto visivo è commovente da tanto e fatto bene Sucker Punch, sia per i costumi, che per le scenografie, che per gli effetti speciali e la colonna sonora è di una bellezza rara, ma queste due cose non bastano, non sono mai bastate e non basteranno mai per reggere da sole un film. Tra l’altro la pellicola inciampa spesso e volentieri nel trash involontario a causa della sciagurata trovata usata per scatenare le visioni di Babydoll. La ragazza, infatti, per consentire alle altre di attuare i loro piani balla così bene da ipnotizzare i nemici… peccato che noi spettatori vediamo solo l’inespressiva (e quanto mi fa male dirlo…) Emily Browning che dondola come un bacco di legno per trenta secondi, con lo sguardo perso nel vuoto e poi, dopo il momento “quest” eccola tornare ad aprire gli occhi, con gli astanti che applaudono incantati. E se non bastasse questo, ci si aggiunge anche lo pseudo-musical che accompagna i titoli di coda o battute (sempre pronunciate da una specie di guru che accompagna le ragazze durante i trip mentali) come “Se volete firmare un assegno a parole, assicuratevi prima di poterlo coprire col culo”. Considerato che Sucker Punch è il primo film di Snyder tratto da una storia originale direi… Male, molto molto MALE. Torna a lavorare per altri, vah.

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Del regista Zack Snyder ho già parlato qui, mentre un piccolo excursus della carriera di Emily Browning, che interpreta Babydoll, lo trovate qua. Aggiungo che forse, nel ruolo, sarebbe stata meglio la prima scelta Amanda Seyfried.

Abbie Cornish interpreta Sweet Pea (in italiano Sweety). Australiana, la ricordo per film come Un’ottima annata e Elizabeth: The Golden Age. Ha doppiato un episodio di Robot Chicken e il pubblico italiano la ritroverà anche nell’imminente Limitless. Ha 29 anni.  

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Jena Malone interpreta Rocket. Americana, tra i suoi film segnalo Contact e Donnie Darko, inoltre ha doppiato la versione inglese de Il castello errante di Howl. Anche produttrice, ha 27 anni e tre film in uscita.

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Vanessa Hudgens interpreta Blondie. Chiudo gli occhi innanzi alla filmografia della donzella, tra i protagonisti di una delle cose più Urende create da mente umana: High School Musical, al quale ha partecipato per tutti e tre gli episodi. Inoltre ha recitato in Zack & Cody al Grand Hotel e ha doppiato un episodio di Robot Chicken. Americana, ha 23 anni e un film in uscita.

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Jamie Chung interpreta Amber. Nonostante il sembiante orientale, è americana e la ricordo solo per un filmaccio come Dragonball Evolution, dove interpretava Chichi. Ha partecipato anche a serie come E.R. e Grey’s Anatomy. Ha 27 anni e due film in uscita.

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Carla Cugino interpreta la Dottoressa Gorski. Americana, la ricordo per film come Spy Kids (e seguiti), Sin City, l’orrendo Il mai nato e Watchmen, oltre che per aver partecipato alla serie Alf. Anche produttrice, ha tre film in uscita.

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Jon Hamm interpreta il Dottore che dovrà lobotomizzare Babydoll. Americano, virtualmente ha già “partecipato” al Bollalmanacco, visto che compare nei film Paura e delirio a Las Vegas, The A - Team e The Town e inoltre ha prestato la voce per il film Shrek – E vissero felici e contenti e un episodio de I Simpson. Per la tv ha girato le serie Una mamma per amica, Streghe, CSI: Miami, e Numb3rs. Anche produttore, ha 40 anni e due film in uscita.

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Scott Glenn interpreta il “saggio” che guida le fanciulle. Americano, ha partecipato a film come Apocalypse Now, Caccia a Ottobre Rosso, Il silenzio degli innocenti, Potere assoluto e The Shipping News – Ombre dal passato. Anche produttore, ha 70 anni.

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Se volete veramente vedere bionde mozzafiato che fanno il culo a strisce ai nemici e ricercano vera vendetta, evitate Sucker Punch e guardatevi Kill Bill volumi 1 e 2. Mi ringrazierete. Nel frattempo, vi lascio con il trailer originale del film... ENJOY!!

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