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mercoledì 1 giugno 2022

Bolla Loves Bruno: Intrigo a Hollywood (1988)

Come avevo promesso, si continua con l'omaggio a Bruce Willis, che, vista la sterminata filmografia del nostro, sarà molto lungo. Oggi tocca a Intrigo a Hollywood (Sunset), diretto e co-sceneggiato nel 1988 dal regista Blake Edwards.


Trama: all'alba del sonoro, l'attore western Tom Mix incontra Wyatt Earp e insieme cercano di trovare il colpevole di una serie di omicidi commessi nel sottobosco criminale di Hollywood...


Intrigo a Hollywood era un film che non conoscevo e che segna la seconda e ultima collaborazione di Bruce Willis col regista e sceneggiatore Blake Edwards, ahimé già nella fase calante della sua carriera. Il film in questione, in effetti, è stato stroncato dal pubblico e dalla critica dell'epoca ma, nonostante un inizio lento e i suoi mille difetti, a me non è dispiaciuto in toto, per un paio di motivi. Intanto, ho apprezzato la ricostruzione storica degli ultimi anni del cinema muto, più a livello di regia, scenografia e costumi che di sceneggiatura, anche se il film, "give or take a lie or two", è basato su personaggi realmente esistiti: Tom Mix, l'attore western interpretato da Bruce Willis, è stato davvero un famoso attore hollywoodiano ed è diventato molto amico del leggendario eroe americano Wyatt Earp, che in età da pensione era stato anche consulente per alcuni western dell'epoca. Il villain del film, l'"Happy Hobo" psicopatico Alfie Alperin, è invece una versione di Charlie Chaplin e onestamente nono sono riuscita a capire se abbiano scelto un personaggio simile perché Chaplin nascondeva una natura di folle violento (non conosco granché la biografia dell'attore) oppure perché il contrasto tra reale e finzione rendeva particolarmente bene. D'altronde, Intrigo a Hollywood è un thriller interamente basato sugli intrecci tra realtà e cinema, tra fatti realmente accaduti e leggende inventate ad hoc, e la transizione dal set alla vita reale talvolta ha dei confini assai sottili oppure la realtà diventa talmente assurda da assomigliare a un film. Probabilmente, uno dei maggiori difetti di Intrigo a Hollywood è proprio la difficoltà di percepire ciò che viene narrato sullo schermo come "verosimile", e l'assenza di uno stacco definitivo tra il Tom Mix (o anche il Wyatt Earp, se è per questo) che recita e quello che si ritrova invischiato suo malgrado in un tentacolare caso di corruzione e omicidio concorre alla difficoltà di empatizzare coi personaggi.


Purtroppo, l'altro aspetto positivo del film non è Bruce Willis (e mi duole molto dirlo perché siamo qui per celebrare lui!), bensì James Garner. Il suo Wyatt Earp è "suave" nel senso inglese del termine, un gentiluomo d'altri tempi che ha una sola parola e, con calma signorile, induce ai più miti consigli tutti i grebani che vorrebbero discutere con lui o essere violenti con innocenti fanciulle; è difficile non rimanere affascinati dalla sua aura di leggenda e la sua presenza è comunque un jolly in grado di scombinare le carte in tavola e a rendere un po' più interessante un thriller che parte moscio ma poi si riprende anche grazie a questo personaggio. Lo stesso, ahimé, non si può dire di Tom Mix, caratterizzato in un modo probabilmente perfetto per l'epoca (e parlo sia degli anni '20 sia degli anni '80) ma assai fastidioso per l'annus domini 2022. L'attore/cowboy passa il tempo a limonare fanciulle, ad ostentare ricchezza e sicumera, a guardare amici e nemici con sorrisetto sprezzante o a dimostrare quanto diamine è figo (per carità, parliamo di Willis, quindi ne ha ben donde) ma dopo un po' anche basta, non c'è un minimo di verosimiglianza in questo super uomo del west. Certo, non mancano i momenti in cui da fan della prima ora del buon Bruce mi sono venuti gli occhi a cuore, nella fattispecie davanti al (inutile, trashissimo, sessista e pure razzista) sensualissimo tango in cui a un certo punto l'attore si profonde, oppure davanti a un sorrisone particolarmente smagliante che mi ha portata a mettere il film in pausa e rimanere lì, in contemplazione, ma generalmente il povero Bruno è sacrificato all'interno di mise talmente improbabili che è dura anche trovarlo sexy. Alla fine della visione ho dunque capito perché, all'interno della filmografia di Bruce Willis ma anche di un altro grande, Malcom McDowell, Intrigo a Hollywood non viene praticamente ricordato: non è un'opera orribile, ma neppure bella o memorabile, e probabilmente mette troppa carne sul fuoco a livello di stile, tanto da sembrare una scheggia impazzita che non è né una commedia, né un dramma, né un thriller, né un film nostalgico eppure è anche tutte queste cose messe insieme. O, forse, è troppo raffinato per essere capito in toto, chissà.  


Del regista e co-sceneggiatore Blake Edwards ho già parlato QUI. Bruce Willis (Tom Mix), Malcom McDowell (Alfie Alperin), Kathleen Quinlan (Nancy Shoemaker), M. Emmet Walsh (Capo Marvin Dibner), Dermot Mulroney (Michael Alperin) e Glenn Shadix (Roscoe Arbuckle) li trovate ai rispettivi link.

James Garner interpreta Wyatt Earp. Americano, ha partecipato a film come La grande fuga, Victor/Victoria e Space Cowboys; come doppiatore ha lavorato in Atlantis - L'impero perduto. Anche produttore e regista, è morto nel 2014 all'età di 86 anni.


Joe Dallesandro interpreta Dutch Kieffer. Americano, ha partecipato a film come Flesh, Trash - I rifiuti di New York,  Il mostro è in tavola... barone Frankenstein, Dracula cerca sangue di vergine e... morì di sete!!!,  Cry Baby e a serie quali Miami Vice. Anche sceneggiatore e produttore, ha 74 anni e un film in uscita.


Nei panni di Victoria Alperin c'è Jennifer Edwards, figlia del regista e di Julie Andrews; quest'ultima avrebbe dovuto interpretare Christina Alperin, ma ha rifiutato il ruolo perché Christina ha un figlio adulto. Intrigo a Hollywood ha ricevuto, all'epoca, una candidatura all'Oscar per i migliori costumi, dov'è stato giustamente battuto da Le relazioni pericolose, e ha vinto anche un Razzie per la peggior regia (condiviso col film Il mio amico Mac, una sorta di scopiazzatura di E.T.), mentre Mariel Hemingway l'ha scampata, lasciando il dubbio onore di vincere quello per la peggior attrice non protagonista a Kristy McNichol per il dramma erotico Congiunzione di due lune. ENJOY!

mercoledì 18 maggio 2022

Bolla loves Bruno: Appuntamento al buio (1987)


Pensavate che non mi avesse toccato il ritiro dalle scene del mio adorato Bruce Willis? Oh, come vi sbagliavate. Davanti alla ferale notizia, lo ammetto, ho pianto come una bambina, vergognandomi anche delle brutte parole spese per un uomo che, negli ultimi anni, non ha più azzeccato un film prettamente per gravi questioni di salute, non certo perché era impazzito. E quindi la mia idea è dedicare, almeno una volta al mese, un post celebrativo a uno dei miei attori preferiti, alla mia crush di sempre, all'uomo che, in un mondo ideale, avrebbe sposato me, mica quella giovinetta sgallettata che gli sta appresso. Bolla loves Bruno andrà in ordine rigorosamente cronologico (saltando ovviamente i film di cui ho già parlato), cominciando con Appuntamento al buio (Blind Date), diretto nel 1987 dal regista Blake Edwards.


Trama: Walter è un workaholic che non riesce a far carriera. Costretto a portare un'accompagnatrice alla cena della ditta, chiede aiuto al fratello che gli presenta Nadia, potenzialmente la donna dei sogni... non fosse per la follia totale che la prende anche dopo una singola goccia di alcool.


Nel 1987, Bruce Willis interpretava David Addison, investigatore nella serie Moonlighting, da un paio d'anni e aveva fatto delle comparsate in un paio di film (tra cui Il verdetto di Lumet) e in un paio di serie famose quali Miami Vice e persino Ai confini della realtà (in un episodio diretto da Wes Craven, Shatterday, che recupererò al più presto, dove Willis è protagonista assoluto); c'era stato anche un mockumentary per la HBO dal titolo The Return of Bruno, dove l'attore interpretava un cantante fittizio omaggiato da una discreta quantità di artisti famosi, dando così sfogo alle sue abilità canore, ma il primo vero film per il grande schermo dove il nostro ha recitato come protagonista è Appuntamento al buio. Come esordio, vista la nomea di action star che Willis ha acquisito nel corso degli anni, non rende assolutamente l'idea della carriera che sarebbe toccata all'adorabile Bruno, in quanto Walter Davis è il fratello mancato del Paul Hackett di Fuori Orario o del Loudon Trott di Who's That Girl? (entrambi, guarda caso, interpretati da Griffin Dunne), ovvero il prototipo dell'uomo comune, neanche particolarmente avvenente, che si ritrova a perdere il controllo della propria esistenza banale ed insoddisfacente nel giro di un paio di giorni. Dotato di un viso gradevole e rassicurante, e di un phisique du role perfetto per i ruoli comici, Willis è l'ideale "uomo medio" da contrapporre alla bomba sexy Kim Basinger (reduce dal successo di 9 settimane e 1/2 e pronta ad imbarcarsi in un paio di pellicole "per tutta la famiglia"), quel tipo di uomo che fa sospirare il pubblico femminile nella speranza di trovare qualcuno di simile sul posto di lavoro e che risulta simpatico anche a quello maschile; l'alchimia tra i due, apparentemente, funziona, perché Nadia diventa (complice una goccia di champagne) la scheggia impazzita che sconvolge completamente la vita di Walter e, com'è ovvio, gliela migliora riportandolo a dar valore alle cose davvero importanti, in primis l'amore.


Noterete che ho scritto "apparentemente". La verità è che, come la maggior parte delle commedie sentimentali anni '80, la trama di Appuntamento al buio funziona nel momento in cui lo spettatore ne accetta i meccanismi irreali. Non c'è nessun motivo logico per cui, dopo una sola serata in cui, tra l'altro, Walter rischia di essere più volte ucciso e finisce in prigione con l'accusa di tentato omicidio e in cui Nadia è poco più di una pericolosa scema ciarliera, l'uomo se ne innamori perdutamente, al punto da volerla addirittura sposare; allo stesso modo, non c'è motivo per cui Nadia si innamori follemente di Walter (salvo l'incredibile figaggine di Bruce Willis, ovvio) solo in virtù del suo essere unico maschio newyorkese dotato di cortesia, soprattutto quando la natura rispettosa del protagonista spicca soltanto perché affiancata a quella di porco matricolato del collega e a quella di folle dell'ex di Nadia. A tal proposito, bisogna anche ammettere che gli unici momenti di reale divertimento sono offerti proprio dal David di John Larroquette, soprattutto in coppia con il giudice di William Daniels, e che la verve corrosiva e divertita di un Blake Edwards particolarmente anonimo si percepisce solo davanti alle due/tre sequenze corali in cui la doppia personalità di Nadia dà vita alle peggiori situazioni di scontri verbali e fisici, per il resto Appuntamento al buio continua a provocarmi un po' di noia, oggi come allora. D'altronde, da bambina l'avrò visto giusto una volta, perché era un altro il film con Kim Basinger che ho guardato fino allo sfinimento, Ho sposato un'aliena, che al posto di Willis contava Aykroyd e mezzo futuro cast di Buffy l'ammazzavampiri. Di Appuntamento al buio, rivisto a 41 anni, rimarrà ovviamente la bellezza di Bruce Willis, quel mezzo sorriso tra il furbetto e il malinconico, e i sospiri invidiosissimi davanti a quei baci appassionati scambiati con Nadia, in un trionfo di aMMore e romantiche spiagge hawaiane. Al prossimo appuntamento!


Del regista Blake Edwards ho già parlato QUI. Kim Basinger (Nadia), Bruce Willis (Walter Davis), John Larroquette (David Bedford) e Joyce Van Patten (la madre di Nadia) li trovate invece ai rispettivi link.


Phil Hartman, che interpreta il fratello di Walter, è stato per anni la voce di Troy McClure e Lionel Hutz ne I Simpson mentre Armin Shimerman, l'odioso cameriere francese, era l'altrettanto odioso preside Snyder di Buffy l'ammazzavampiri; infine, William Daniels, che interpreta il giudice, è la voce originale di K.I.T.T. in Supercar. Madonna avrebbe dovuto interpretare Nadia ma la cantante aveva deciso di imporre l'allora marito Sean Penn come Walter e il regista ha giustamente messo il veto. Ciò detto, se Appuntamento al buio vi fosse piaciuto recuperate i già citati Who's That Girl e Fuori orario. ENJOY!

martedì 30 gennaio 2018

Bollalmanacco On Demand: S.O.B. (1981)

Torna, a fatica causa mancanza atavica di tempo, il Bollalmanacco On Demand! Lo fa alla grande, accontentando finalmente l'amico Toto (proprio in occasione del suo compleanno) con un capolavoro di Blake Edwards, S.O.B., da lui diretto e sceneggiato nel 1981. Il prossimo film On Demand sarà Il club delle prime mogli. ENJOY!


Trama: un produttore abbattuto dall'insuccesso della sua ultima fatica cinematografica ha all'improvviso un illuminazione e decide di stravolgere interamente l'opera trasformandola in una storia a base di sesso e perversioni...


Le pellicole che, nel corso del tempo, hanno cercato di appannare un po' lo splendore di Hollywood, tirando fuori tutte le magagne di quella che è più una fabbrica di soldi che di sogni, sono tante quante le stelle in cielo e spaziano in vari registri, dal drammatico, all'horror, alla commedia. In quest'ultima categoria rientra S.O.B., che mette alla berlina i meccanismi hollywoodiani legati alla produzione e distribuzione di un film, con particolare attenzione a tutte le beghe legali e i cavilli che decretano la "proprietà" di una determinata opera e anche al compiacimento del pubblico, somma e volubile divinità dai gusti indiscutibili oggi come allora. In trent'anni quest'ultimo aspetto non è cambiato molto, lo dimostrano le petizioni volute dai fanZ per togliere dal canon l'ultimo episodio di Star Wars oppure il calcio in culo dato a Kevin Spacey per questioni più economiche/d'immagine che di reale preoccupazione per le sue vittime, e ciò rende S.O.B. un film senza tempo, invecchiato alla perfezione. Ho scritto all'inizio che S.O.B. è una commedia ma forse sarebbe meglio definirlo una tragicommedia, permeata da un umorismo nero che si affaccia fin dalle prime sequenze, dove un uomo (che si scoprirà poi essere un grande attore quasi dimenticato) muore sulla spiaggia nell'indifferenza generale, almeno finché la gente comincia ad accorgersi del suo cane disperato; l'attore in questione diventa così l'emblema di una macchina economica che mastica e sputa chi è tanto (s)fortunato da finire nei suoi ingranaggi, dove tutti sgomitano per avere un minimo di attenzione senza preoccuparsi troppo del prossimo e dove ognuno deve pensare non solo al proprio godimento ma anche e soprattutto a parare le proprie chiappe nella previsione di tempi bui. La follia di Felix, produttore messo in ginocchio dall'insuccesso commerciale del suo ultimo film, è quella di un uomo che si dibatte per non annegare e che sceglie di mettere in gioco tutto per compiacere il pubblico, dalla moglie simbolo di innocente purezza ai soldi, fino ad arrivare alla vita ("Forse così il film venderà di più!"), sfruttando nel più paradossale dei modi dinamiche realmente esistenti: non vorrei sempre mettere in mezzo il povero Kevin Spacey ma quanti spettatori "non cinefili" sarebbero andati a vedere l'ultimo film di Ridley Scott se non fossero stati incuriositi dal caso che gli è stato montato sopra? Appunto.


Nel dipingere questa critica corrosiva verso il sistema Hollywoodiano Blake Edwards va ben oltre la mera presa in giro impersonale e ci mette del suo, soprattutto dal punto di vista autobiografico, arrivando persino a scegliere la moglie Julie Andrews per il ruolo di Sally Miles, protagonista del film di Felix nonché moglie in procinto di chiedere il divorzio. In questo caso, personaggio e attrice reale si sovrappongono in quanto anche Sally è considerata da tutti il simbolo immacolato del cinema per famiglie e l'idea di vederla mostrare il seno in un film a sfondo sessuale è la provocazione massima sia di Felix che dello stesso Edwards (dev'essere stato un tale shock all'epoca che persino Seth MacFarlane ha ricordato la visione di "Mary Poppins con le tette al vento" in un episodio de I Griffin). E' esilarante vedere il numero musicale che apre entrambi i film, uno zuccheroso sogno disneyano in cui la protagonista si ritrova in un mondo da fiaba, venire completamente stravolto e trasformato in un incubo a base di simboli fallici e diavoli infoiati, una sequenza che Sally riesce ad affrontare solo perché completamente in botta ed è effettivamente sconvolgente l'immagine di Mary Poppins che si "abbassa" al livello delle altre signorine (e signorini) compiacenti che popolano le ville hollywoodiane, all'interno delle quali sesso, droga e alcool diventano allegre monete di scambio e veicolo di favori reciproci. Nonostante tutta la depravazione che viene mostrata nel film, tuttavia, Edwards riesce a non essere mai volgare e a diventare persino poetico sul finale, dove le Standard Operational Bullshit del titolo originale vengono smascherate da tre adorabili cialtroni ubriachi (William Holden, Robert Preston e Robert Webber, semplicemente favolosi), gli unici ad avere davvero a cuore Felix come amico e persona; l'amara conclusione di S.O.B. è l'affermazione dello spettacolo che deve continuare, della realtà che si fa essa stessa spettacolo e viene scandita da riti sempre più vuoti, per il mero gusto del gossip e di una celebrazione ipocrita dei cosiddetti "grandi nomi", dove tutti vissero felici e contenti come in una fiaba e zeppi di soldi e premi Oscar... almeno fino al prossimo film o al prossimo scandalo, ovviamente.


Del regista e sceneggiatore Blake Edwards ho già parlato QUI. Julie Andrews (Sally Miles), William Holden (Tim Culley), Marisa Berenson (Mavis), Shelley Winters (Eva Brown) e Rosanna Arquette (Babs) li trovate invece ai rispettivi link.

Larry Hagman interpreta Dick Benson. Meglio conosciuto come J. R. Ewing della soap Dallas, ha partecipato a film come Superman, Gli intrighi del potere - Nixon e ad altre serie quali Strega per amore, Nip/Tuck e Desperate Housewives. Come doppiatore ha invece lavorato in un episodio de I Simpson. Anche produttore e regista, è morto nel 2012 all'età di 81 anni.


Robert Loggia interpreta Herb Maskowitz. Americano, ha partecipato a film come Lassù qualcuno mi ama, La più grande storia mai raccontata, Porgi l'altra guancia, La vendetta della Pantera Rosa, Piedone d'Egitto, Ufficiale e gentiluomo, Sulle orme della Pantera Rosa, Psycho II, Pantera Rosa - Il mistero Clouseau, Scarface, L'onore dei Prizzi, Doppio taglio, Over the Top, Su e giù per i Caraibi, Big, Bella, bionda... e dice sempre sì, Amore all'ultimo morso, Independence Day, Strade perdute, Independence Day - Rigenerazione e a serie quali Alfred Hitchcock presenta, Il tenente Kojak, Colombo, Wonder Woman, La donna bionica, L'uomo da sei milioni di dollari, Starsky & Hutch, Charlie's Angels, Fantasilandia, La signora in giallo, Magnum P.I., Pandora's Clock: La Terra è in pericolo, Oltre i limiti, Dharma & Greg, Malcom, I Soprano e Monk; come doppiatore ha lavorato per il film Oliver & Company ed episodi de I Griffin. Anche regista, è morto nel 2015 all'età di 85 anni.


Richard Mulligan interpreta Felix Farmer. Americano, ha partecipato a film come Sulle orme della Pantera Rosa e a serie quali Strega per amore, Charlie's Angels, Hunter, Love Boat, Bolle di sapone e Ai confini della realtà; come doppiatore ha lavorato per il film Oliver & Company. E' morto nel 2000 all'età di 67 anni.


Robert Preston interpreta il Dr. Irving Finegarten. Americano, ha partecipato a film come Victor Victoria e Giochi stellari. E' morto nel 1987 all'età di 68 anni.


Robert Vaughn interpreta David Blackman. Meglio conosciuto come Napoleon Solo della serie Organizzazione U.N.C.L.E., ha partecipato a film come I dieci comandamenti, I magnifici sette, L'inferno di cristallo, Superman III, Renegade un osso troppo duro e ad altre serie quali Zorro, Alfred Hitchcock presenta, Colombo, Love Boat, A-Team, Hunter, La signora in giallo, Walker Texas Ranger, La tata, Sentinel e Little Britain USA. Anche regista, è morto nel 2016 all'età di 83 anni.


Nei panni di Lila, l'autostoppista bionda, c'è Jennifer Edwards, figlia del regista. L'acronimo S.O.B., lungi dall'essere Son Of a Bitch come tutti pensano (e com'è stato tradotto in italiano), sta per Standard Operational Bullshit , in riferimento a tutto ciò che accade al protagonista sul finale; a proposito di bullshit,  la pellicola (basata in parte sull'esperienza di Blake Edwards sui set di Operazione crepes suzette e Uomini selvaggi) è stata candidata ai Razzie Awards per la peggior regia e peggior sceneggiatura ma quell'anno vinsero rispettivamente Michael Cimino per I cancelli del cielo e Mammina cara, tratto dalla biografia al vetriolo scritta dalla figlia di Joan Crawford sull'attrice. In compenso, S.O.B. era stato anche candidato per un Golden Globe alla Miglior Commedia o Musical, strappatogli dal film Arturo. Detto questo, se S.O.B. vi fosse piaciuto recuperate 10 e Hollywood Party, sempre dello stesso regista. ENJOY!

mercoledì 18 settembre 2013

Hollywood Party (1968)

Sabato sera a Savona hanno inaugurato le Officine Solimano, che riuniranno in sé cinema, teatro e musica. La sala cinematografica ha aperto col botto, sfoderando un triplete di film mica da ridere: Psyco, The Blues Brothers e Hollywood Party (The Party), diretto nel 1968 dal regista Blake Edwards.


Trama: Hrundi V. Bakshi è un goffo attore indostano che, per errore, viene invitato ad un party esclusivo. Inutile dire che l'ospite inaspettato riuscità ad infilarsi nelle situazioni più imbarazzanti...


Recensire Hollywood Party è impossibile: bisogna vederlo. Potrei chiudere qui il post e pentirmi per non avere mai recuperato prima d'ora questo capolavoro di comicità, arguzia e bravura attoriale (visto a spezzoni di sfuggita da bambina) visto che sto ridendo da sabato ogni volta che mi tornano in mente le scene migliori. Guardando il film mi sono detta più volte che, al confronto, considerati anche l'epoca e i mezzi di produzione, le grandiose feste concertate da Luhrmann per Il grande Gatsby sono dei pallidi surrogati della verve con cui Edwards mette in scena le sequenze finali di Hollywood Party che, come le migliori sinfonie, comincia quasi sottotono, inserendo qualche gag qua e là, per poi deflagrare come una coloratissima e delirante bomba che mescola vodka, piscine, russi, schiuma a volontà, musica e persino un elefante. E' l'innocente voglia di vivere che spazza via le rigide convenzioni dei ricconi di Hollywood, le cui sregolate feste a base di alcool e vizi sono tuttavia scandite da un rigido protocollo che tramuta in noia anche l'eccesso, è la gentilezza naif di uno straniero in terra ostile, di un imbranato "candido" che vorrebbe essere attore e non lo sarà probabilmente mai, è l'incredibile bellezza di una ragazza scalza che, vestita in jeans e maglietta, svetta su tutte le altre elegantissime e banali invitate.


In mezzo a questo trionfo di costumi, scenografia e musiche, c'è ovviamente lui: Peter Sellers con il suo indimenticabile Hrundi V. Bakshi. Definirlo genio sarebbe ancora poco, basta la sua sola presenza per far scattare l'applauso e la risata. Se, infatti, la sua fisicità rende ancora più esilaranti le gag previste dalla sceneggiatura (una su tutte, quella del bagno, ma anche l'inizio con la trombetta ha il suo perché), anche durante i momenti più "tranquilli" il suo sorrisetto, lo sguardo stralunato e l'assurdo modo di parlare, reso benissimo da un doppiaggio e adattamento italiano magistrali, metterebbero a dura prova anche i musoni più incalliti (momento clou: Claudine Longet che canta con la sua voce meravigliosa mentre il sorridente e apparentemente rapito Sellers non riesce più a trattenere la pipì). A dargli man forte c'è un codazzo di personaggi strampalati o iperseriosi, e per questo ancora più divertenti, tra i quali spicca il cameriere ubriaco Levinson, interpretato da Steve Franken, eletto dal mio cuoricino idolo in seconda di Hollywood Party. Altro non ho da aggiungere, perché ogni mia parola sarebbe troppo poco per esprimere quello che ho provato davanti a questo film; la gioia di non vederlo a casa da sola ma di condividere questo capolavoro con un'intera sala di gente piegata in due dalle risate è qualcosa che posso solo augurarvi di provare un giorno, così che possiate capire tutto quello che il mio post non riuscirebbe a trasmettere!


Del regista e co-sceneggiatore Blake Edwards ho già parlato qui.

Peter Sellers (vero nome Richard Henry Sellers) interpreta Hrundi V. Bakshi. Inglese, lo ricordo per film come La signora omicidi, Nudi alla meta, Lolita, La pantera rosa, Il dottor Stranamore, Casino Royale, La pantera rosa colpisce ancora, Invito a cena con delitto, La pantera rosa sfida l’ispettore Clouseau, La vendetta della pantera rosa, Oltre il giardino e Diabolico complotto del Dr. Fu Manchu. Anche sceneggiatore, regista e produttore, è morto nel 1980 all’età di 54 anni.


Se Hollywood Party vi fosse piaciuto consiglio la visione di A qualcuno piace caldo, La pantera rosa e magari anche Il dittatore dello stato libero di Bananas. ENJOY!!

giovedì 10 novembre 2011

Colazione da Tiffany (1961)

A volte l’ignoranza paga. Per esempio, ieri sera sono stata sicuramente una dei pochi spettatori presenti nell’affollatissima sala a non avere mai visto prima Colazione da Tiffany (Breakfast at Tiffany’s) e ad essermelo goduto quindi per la prima volta nel migliore dei modi, come se fossimo nel 1961 e Blake Edwards avesse appena finito di dirigere la pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Truman Capote.



Trama: Holly Golightly è una ragazza che vive di quello che guadagna facendo “compagnia” a vari uomini, libera e sognatrice, in cerca di un marito ricco e perfetto. Quando poi la sua vita sregolata le causa delle paturnie, il suo modo di rilassarsi è quello di fare colazione al mattino presto, guardando le vetrine di Tiffany…



Prima di cominciare, una doverosa premessa. Come ho detto all’inizio, ieri è stata la prima volta che ho visto Colazione da Tiffany, quindi l’ho guardato senza essere “accecata” da quell’aura mitica che gli hanno tributato generazioni di spettatrici che ne conoscono le battute e le scene a memoria, che cantavano tra sé Moon River prima ancora di entrare in sala. L’ho guardato incuriosita, desiderosa di sapere come sarebbe andato a finire, ridendo di battute che non conoscevo, stupendomi (positivamente) per parecchie cose e perplimendomi per altre. Detto questo, mi rendo conto che la bellezza della pellicola risiede interamente nella meravigliosa, stilosissima, folle interpretazione della splendida Audrey Hepburn, che da vita ad un personaggio indimenticabile. Holly Golightly, assieme alle bellissime musiche di Henry Mancini (Oscar sia alla colonna sonora che alla canzone Moon River) e alla città di New York, è l’anima del film: dolce, sfacciata, spudorata, matta ma anche fragile, malinconica e debole, è l’immagine stessa della Donna con la D maiuscola, l’unica in grado di mettere in ginocchio un uomo nonostante tutti i suoi difetti. Sentire la Hepburn parlare con quelle due o tre parole francesi infilate qui e là, vederla svolazzare tra gli ospiti durante l’esilarante party (una perla registica di Edwards, che arricchisce la scena di mille dettagli e mille “microscene” che si susseguono continuamente), oppure semplicemente indossare lo splendido, elegante e ormai mitico tubino nero è di per sé un’esperienza indimenticabile, che porterebbe chiunque a ricercarsi l’intera filmografia dell’attrice.



Colazione da Tiffany vive di tutto quello che ho detto sopra perché per il resto, non mi vergogno ad ammetterlo, è un po’ poca cosa. La trama è molto interessante, perché è un continuo susseguirsi di colpi di scena legati ad Holly e alla sua volubilità., ma il film cambia registro così spesso che a volte l’amalgama di generi risulta un po’ indigesto: quello che parte come una frizzante commedia rosa diventa un melò, poi torna ad essere commedia e infine un drammone, quasi senza soluzione di continuità e con un effetto talvolta straniante, soprattutto dopo la metà del film, quando il rapporto tra Holly e Paul parrebbe evolvere per poi venire cancellato per semplice capriccio. Gli attori vengono tutti eclissati dalla grandezza della Hepburn, ma chi ne fa le spese maggiormente è il povero George Peppard: se infatti Martin Balsam è assai carismatico nel ruolo dello stranissimo “protettore” di Holly e Mickey Rooney, pur se francamente imbarazzante nei panni del finto giapponese, regala alcuni momenti di pura ilarità, Peppard nonostante la sua indubbia prestanza fa un po’ la figura del gatto di marmo, piacione quanto basta, immensamente dolce e gentile, ma purtroppo sottotono. Però lo ammetto, di fronte a momenti come quello in cui una malinconica Holly canta Moon River accompagnata dal suono della chitarra, o quello in cui il povero Gatto viene abbandonato sotto la pioggia per la mia disperazione, ogni difetto che la mia mente non plagiata potrebbe trovare scompare: Colazione da Tiffany  è un film che chiunque dovrebbe guardare almeno una volta nella vita. Non un capolavoro, ma sicuramente un caposaldo, da vedere e rivedere.



Di Martin Balsam, che qui interpreta O.J. Berman, ho già parlato qua.

Blake Edwards (vero nome William Blake Crump) è il regista della pellicola. Uno dei più famosi registi “brillanti” americani, marito della storica Mary Poppins Julie Andrews, lo ricordo per film come Operazione sottoveste, La pantera rosa, Hollywood Party, La pantera rosa colpisce ancora, La pantera rosa sfida l’ispettore Clouseau, La vendetta della pantera rosa, S.O.B., il meraviglioso Victor Victoria, Sulle orme della pantera rosa, Pantera rosa – Il mistero Clouseau, Appuntamento al buio, Nei panni di una bionda e Il figlio della pantera rosa. Anche sceneggiatore, produttore e attore, è morto di polmonite nel 2010, all’età di 88 anni. Nel 2004 è stato insignito dell’Oscar alla carriera.



Audrey Hepburn (vero nome Audrey Kathleen Ruston) interpreta Holly Golightly. Una delle più belle e brave attrici mai esistite, di origine belga, la ricordo per film come Vacanze romane, Sabrina, My Fair Lady, Gli occhi della notte (che le è valso l’Oscar come miglior attrice protagonista) e Always per sempre. E’ morta di cancro nel 1993, all’età di 63 anni.



George Peppard intepreta Paul Varjak. Famosissimo per essere diventato l’Hannibal Smith dell’A-Team, ha partecipato anche a film come A casa dopo l’uragano, La conquista del west, L’uomo che non sapeva amare e La caduta delle aquile, oltre alla serie Alfred Hitchcock presenta. Americano, anche regista e produttore, è morto nel 1994, all’età di 65 anni.



Patricia Neal interpreta l’amante di Paul. Americana, ha partecipato a film come Ultimatum alla Terra e La fortuna di Cookie, oltre a serie come Kung Fu, La casa nella prateria e La signora in giallo. Ha avuto due nomination all’Oscar come miglior attrice protagonista e ne ha vinto uno per Hud il selvaggio. E’ morta di cancro ai polmoni nel 2010, all’età di 84 anni.



Mickey Rooney (vero nome Ninian Joseph Yule Jr.) interpreta Yunioshi. Americano, “nato” come uno dei più amati attori prodigio bambini, ha partecipato a film come Elliot, il drago invisibile, Black Stallion, Babe va in città, Una notte al museo e l’imminente I Muppet. Inoltre ha doppiato Red & Toby nemiciamici, un episodio de Gli orsetti del cuore e ha partecipato alle serie Ai confini della realtà, Love Boat, La signora in giallo ed E.R. medici in prima linea. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 91 anni e quattro film in uscita. Ha avuto quattro nomination all’Oscar ed è stato insignito di un Oscar alla carriera nell’83 e uno giovanile nel ’39.



Doveva essere John Frankenheimer a girare il film, con Marilyn Monroe, esplicitamente richiesta da Truman Capote, come protagonista. Quando poi la Monroe ha rifiutato su consiglio del suo agente (nonostante il personaggio di Holly sia molto più “edulcorato” rispetto al romanzo) le è subentrata Audrey Hepburn e quest’ultima ha preteso un altro regista, perché non aveva mai sentito nominare Frankenheimer. Anche Paul avrebbe dovuto essere interpretato da un altro attore, nella fattispecie Steve MacQueen, che però era già impegnato sul set di un altro film. Se Colazione da Tiffany vi fosse piaciuto, proverei a leggere il libro (che è ciò che farò io!) e guarderei Vacanze romane e Sabrina. Ne avete di cose da fare, quindi… ENJOY!!

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