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venerdì 16 settembre 2022

Il signore delle formiche (2022)

In settimana sono andata al cinema a vedere Il signore delle formiche, l'ultimo film di Gianni Amelio, presentato a Venezia.


Trama: verso la fine degli anni '60, l'intellettuale di sinistra Aldo Braibandi viene accusato di "plagio" ai danni di un suo giovane studente, finendo vittima di una gogna mediatica senza pari...


Pre-covid ero stata letteralmente uccisa da Hammamet, l'elegia a San Bettino girata da Gianni Amelio, e avevo giurato che mai più avrei riguardato un altro film del regista. Poi, da Venezia, sono arrivate le prime recensioni de Il signore delle formiche e i primi, interessanti trailer, quindi ho deciso di dare una chance alla vera storia del "Caso Braibanti", che ha visto l'intellettuale di sinistra Aldo Braibanti finire a processo per l'accusa di "plagio". Plagio non già inteso come auto attribuzione di opere riprese da altri, quanto piuttosto nell'accezione di riduzione in schiavitù, fisica o mentale che sia; in questo senso, il reato di plagio era stato introdotto durante il regime fascista ma è stato stato utilizzato per la prima volta per mandare a processo Braibanti nel 1965, in un disperato tentativo, da parte dei giudici, di trovare una scappatoia dall'impossibilità di condannare qualcuno per la sua omosessualità. Il signore delle formiche racconta quindi un'ingiustizia tutta italiana, accorsa negli anni '60 ma terribilmente attuale in questi tempi di regressione verso il fascismo e l'intolleranza (ciao, Giorgina, sto parlando di te!), e fotografa una pagina di storia che, personalmente, non conoscevo. La vicenda di Braibanti viene raccontata in ordine non cronologico e la prima parte del film verte principalmente sul legame tra l'intellettuale e il giovane Ettore, figlio di una famiglia di fascisti bigotti, che rimane affascinato dalla forte personalità del suo maestro, tanto da arrivare a ricambiarne l'amore e trasferirsi con lui a Roma; la seconda parte, invece, verte sul processo contro Braibanti ed introduce la figura di Ennio, giornalista dell'Unità attraverso il cui sguardo lo spettatore arriva a toccare con mano non solo l'ipocrisia dell'ambiente politico sia di destra che di sinistra ma anche la ferocia dell'omofobia imperante tra la gente comune. Mentre Braibanti, forse volutamente, viene reso quasi inavvicinabile e risulta troppo spesso antipatico nella sua reiterata natura di intellettuale tout court superiore a tutti coloro che lo circondano, Ettore ed Ennio rappresentano la "semplicità" di sentimenti, gli "uomini della strada" che, pur non finendo sotto i riflettori, risentono più di altri dell'ingiustizia di una società che condanna senza appello, forte della cieca ed arrogante convinzione di sapere cosa sia bene e cosa sia male, senza neppure ascoltare le parole di chi viene ritenuto vittima. 


Da questo punto di vista, a toccare il cuore dello spettatore sono le interpretazioni di Elio Germano e di Leonardo Maltese, al suo primo ruolo cinematografico. Luigi Lo Cascio è un Aldo Braibanti perfetto, dignitoso e tormentato, dotato di un'aura di fascino particolare e di un carisma che trasuda dalla sua figura anche nel silenzio, tuttavia ho trovato difficile empatizzare con un personaggio così arrogante e, talvolta, odioso nell'affermare la sua superiorità morale ed intellettuale. Diversa la situazione con Elio Germano e Leonardo Maltese, i quali stringono il cuore, ognuno a modo loro. Ettore, caratterizzato da Maltese con sguardi nervosi e un timido mezzo sorriso che nasconde la freschezza della gioventù, colpisce in quanto vittima sacrificale di una famiglia di pazzi bigotti, disposta a rovinare un ragazzo nel fiore degli anni nel tentativo folle di curarlo e liberarlo dall'influenza del Braibanti, e commuove per la caparbietà con la quale, in una delle scene a maggiore intensità emotiva, proclama la propria libertà riguardo la vita e l'amore. Anche Elio Germano, nei panni di Ennio, gioca di "sottrazione" e convoglia tutta la dignità e la sofferenza del proprio personaggio nei silenzi e negli sguardi di chi ogni giorno è costretto a sopportare ignoranza ed ipocrisia indossando la maschera del giornalista rozzo e spiccio per poter sopravvivere anche in mezzo ai "compagni", dipinti con toni non particolarmente lusinghieri (in realtà, l'amico Sauro dice che L'Unità ha seguito e dato risalto al processo). A queste belle interpretazioni si aggiungono quelle altrettanto intense di buona parte dei personaggi "secondari", che contribuiscono ad arricchire un film interessante e coinvolgente, al quale imputo giusto il difetto di rallentare parecchio nella seconda parte, tanto che dopo il processo di Braibanti mi sono ritrovata spesso a chiedermi "ma ancora? Ma quando finisce? Ma che c'è ancora da dire?". Un'inezia, visto che guardando Hammamet l'ho pensato dopo due minuti dall'inizio, mentre Il signore delle formiche è un film che vi consiglio di correre a vedere... anche perché dal 18 comincia la Festa del Cinema, e potete godervelo al prezzo di 3,50 Euro!



Del regista e co-sceneggiatore Gianni Amelio ho già parlato QUI. Luigi Lo Cascio (Aldo Baibranti) e Elio Germano (Ennio Scribani) li trovate invece ai rispettivi link.



venerdì 30 luglio 2021

Volevo nascondermi (2020)

Spinti da un trailer martellante, più che dalle vittorie nazionali ed internazionali, grazie a uno sconto su Chili io e il Bolluomo abbiamo finalmente recuperato Volevo nascondermi, diretto e co-sceneggiato dal regista Giorgio Diritti.


Trama: vita del pittore Antonio Ligabue, dalla sua infanzia in Svizzera a una maturità travagliata, passata tra manicomi, povertà e un incredibile talento artistico...


Sulle note della bellissima, ipnotica Invisible, un critico d'arte afferma che Ligabue non può "non scuoterci, non convincerci", mentre un irriconoscibile Elio Germano osserva ed imita le sgraziate movenze di un tacchino. Sono immagini che hanno accompagnato la monca stagione cinematografica 2020 e secondo me anche un pezzetto di quella del 2019 e sono bastate per convincere me e il Bolluomo della bontà di Volevo nascondermi, biografia del pittore Antonio Ligabue, convinzione fortunatamente confermata a fine visione. Sì perché anche il film di Diritti scuote e convince, ci mette a parte dell'animo sofferente di un uomo, prima ancora che un artista, piagato da una malattia mentale che lo perseguita fin da bambino e che riesce a trovare sfogo soltanto attraverso la pittura; definito artista naif, ma comunque artista a tutto tondo, Ligabue passa la vita a diffidare dell'uomo, sempre pronto alla cattiveria, e a studiare l'innocenza dell'animale, riportandone su tela la "semplicità" dipinta con colori vibranti, quegli stessi colori che sembrano mancare alla grigia realtà che il pittore è comunque condannato a vivere ai margini. Straniero da bambino (italiano e adottato da una famiglia di svizzeri, un padre - Laccabue, da cui Antonio decide di prendere le distanze - omicida), straniero da adulto (torna nella sua terra natale ma conosce solo il tedesco), anche quando la sorte porta le persone a riconoscergli indubbie doti artistiche, Ligabue sarà sempre lo "strano", una specie di fenomeno da baraccone da tenere a bada affinché non vada in escandescenze, trattato con un misto di timore ed incredula ammirazione; ben pochi si avvicinano al pittore con sentimenti di affetto o disinteresse, mentre la maggior parte delle persone lo tiene comunque a distanza, oppure approfitta della sua fama o improvvisa ricchezza. 


Una storia triste e quasi romanzesca quella di Ligabue, perfetta per essere portata al cinema con uno stile, quello di Diritti, fortunatamente non documentaristico e neppure lineare; passato e presente del pittore si alternano e confondono, soprattutto quando la sua mente non è ancora "ancorata" all'arte e viene sopraffatta da esperienze e ricordi di manicomi, notti fredde, fame e violenza, e di tanto in tanto affiorano anche quelle che parrebbero visioni di libera e calda speranza, tocchi surreali che impreziosiscono ulteriormente un film che vanta già un protagonista indimenticabile. Elio Germano pare riportare in vita quel Ligabue sgraziato, piagato dal gozzo e dal rachitismo, e ce lo restituisce in tutta la sua dolente (ma dignitosa) umanità. L'attore affascina quando si immerge completamente nella natura, si "fa", letteralmente, animale per poter rappresentare su tela l'essenza stessa dei suoi soggetti e commuove sia nelle sue esternazioni di profondo dolore e disagio, sia quando assapora quei piccoli grandi "vizi" che la vita di artista rinomato gli concede e dà proprio l'idea di una creatura tormentata, nel bene e nel male, vittima di un fisico debole e malato che stenta a trattenere l'enorme energia di una mente costantemente in tumulto. Un film come Volevo nascondermi è l'ideale per avvicinarsi a un pittore italiano tra i più particolari ma magari poco conosciuto da chi non è appassionato d'arte ed è, in generale, una pellicola bellissima, che val la pena vedere anche se non vi interessa l'argomento.  


Di Elio Germano, che interpreta Antonio Ligabue, ho già parlato QUI.

Giorgio Diritti è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Nato a Bologna, ha diretto film come L'uomo che verrà e Un giorno devi andare. Anche produttore, ha 62 anni.


Se Volevo nascondermi vi fosse piaciuto recuperate Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità. ENJOY!

martedì 15 dicembre 2020

L'incredibile storia dell'Isola delle Rose (2020)

Siccome ci era molto piaciuto Smetto quando voglio, ho convinto il Bolluomo a guardare abbastanza presto L'incredibile storia dell'Isola delle Rose, diretto e co-sceneggiato dal regista Sidney Sibilia.



Trama: l'ingegnere Giorgio Rosa decide di costruire un'isola artificiale a 6 miglia dalla costa italiana, in acque extraterritoriali. Quella che nasce come una specie di Paese di Bengodi all'insegna della libertà, diventa presto una spina nel fianco del governo italiano...



La cinefilia porta a compensare un sacco di lacune ignoranti. Per esempio, né io né il Bolluomo avevamo mai sentito parlare dell'Isola delle Rose, e invece per una volta un film che dichiara di essere stato tratto da una storia vera non scherza: l'Isola delle Rose è esistita davvero ed è stata costruita da Giorgio Rosa tra il 1960 e il 1967, per poi durare poco più di un anno e venire smantellata dal governo italiano. Onestamente, la vicenda è assai curiosa e mi piacerebbe molto recuperare i documentari e i libri che ne raccontano la vera storia, anche perché il terribile difetto del film è di essere di una faciloneria a tratti imbarazzante, che conduce lo spettatore ad avere dubbi (chissà se giusti o ingiusti) nei confronti dell'operato del povero ingegner Rosa e che ingabbia il tutto nei soliti cliché della commedia italiana, a partire dall'amore di Giorgio per Gabriella, almeno nel film il reale motore dell'impresa. Giorgio viene descritto così come un matto utopistico, il quale per amore e per insofferenza nei confronti delle leggi imposte, decide di creare un luogo privo di regole, realizzando, di fatto, niente più di una discoteca galleggiante; dal film di Sibilia non traspaiono altre motivazioni "nobili" o trasgressive nemmeno quando la sceneggiatura tira in ballo le rivoluzioni del '68 e la battaglia di Giorgio e soci per ottenere l'indipendenza, perorando la causa fino ad arrivare all'ONU e al Consiglio Europeo, il tutto lascia più perplessi che partecipi. In tutto questo, Rosa viene circondato da personaggi anch'essi assai legati a cliché (abbiamo il fancazzista alcolizzato, la coraggiosa ragazza madre, il muto, la bella e lo stravagante tombeur des femmes) che fungono al 90% da comic relief e lo stesso vale per i politici italiani impegnati a distruggere l'isola, la cui stupidità e cattiveria, così come alcuni elementi da action surreale, contribuiscono a far percepire il film più come una "cretinata" alla Smetto quando voglio (comunque, a tratti molto più poetico e serio) che un sentito omaggio a una leggenda italiana ormai dimenticata. 



Mettendo un'attimo da parte una sceneggiatura che può convincere o meno, indubbiamente la mano di Sibilia alla regia c'è e si vede... nel bene e nel male, ovvio. Bisogna capire se avete ancora voglia di immergervi nel suo stile fatto di canzoni stilose messe alla bisogna (la colonna sonora del film è molto bella), di un gusto assai particolare per le scene action e i veicoli inusuali (Sidney, a quando un bel film che metta in risalto queste doti?), e di quella fotografia sgargiante che trasforma ogni giornata, anche la più buia, in un momento luminoso. A me, per esempio, continua a non dispiacere e per il tono della storia narrata è uno stile ancora molto valido. Così come è valida la scelta degli attori, a cominciare da un Elio Germano che anche all'interno di una commedia ha il suo perché, soprattutto dal momento in cui un altro attore più belloccio e portatore di carisma naturale avrebbe fatto a pugni con la natura di ingegnere del protagonista; molto bene anche la presenza di comprimari quasi irriconoscibili come un esilarante Luca Zingaretti, che quando duetta col cardinale tocca vette di epicità pura, e Fabrizio Bentivoglio, mentre onestamente i colleghi di sventura di Giorgio non sono particolarmente memorabili e, come già accadeva in Smetto quando voglio, sul comparto quote rosa non ci siamo granché. In soldoni, L'incredibile storia dell'Isola delle Rose non è un brutto film e merita comunque una visione, soprattutto perché consente di fare luce su un episodio forse poco conosciuto della storia italiana ma, detto questo, forse sarebbe meglio buttarsi su opere di non-fiction, perché questa volta Sibilia non mi ha entusiasmata quanto avrei sperato.



Del regista e co-sceneggiatore Sidney Sibilia ho già parlato QUI. Elio Germano (Giorgio Rosa), Luca Zingaretti (Giovanni Leone), Fabrizio Bentivoglio (Franco Restivo) li trovate invece ai rispettivi link.



Come fatto notare dal Dottor Manhattan su Facebook, Tom Wlaschiha, che interpreta W.R. Neumann, è stato lo Jaquen H'ghar de Il trono di spade. ENJOY!|

venerdì 16 ottobre 2015

Suburra (2015)

Approfittando della Festa del Cinema mercoledì sono andata a vedere Suburra, film diretto dal regista Stefano Sollima e tratto dall'omonimo romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo.


 Trama: a Roma, nel novembre del 2011, si intrecciano i destini del parlamentare corrotto Malgradi, del boss Samurai, del PR Sebastiano e di due famiglie di spicco della malavita romana, il tutto mentre il Papa confida al camerlengo uno sconvolgente segreto...


Non può piovere per sempre, si diceva in un vecchio cult anni '90. Eppure, quel che resta soprattutto del film di Sollima è la visione di un impenetrabile muro di incessante pioggia, mentre nelle nostre orecchie riverbera continuo lo scrosciare di un novello diluvio universale. Sembra quasi che un impietoso giudizio divino sia intenzionato a spazzare via la Capitale dalla faccia della Terra, a mondarla da tutto lo sporco e la corruzione che albergano nella Suburra, naturale evoluzione della sub-urbe dell'antichità e sentina dove allignano malviventi, drogati, codardi, schiavi del potere, prostitute, pervertiti e politici della lega più infima che possiate immaginare. Con tutta quest'acqua, uno pensa, sarebbe naturale mondarsi dallo schifo che Sollima sbatte sul grande schermo, invece no: si esce dalla visione di Suburra sentendosi sporchi, con un gran peso sullo stomaco, il terrore di venire colpiti da atti di violenza gratuita, desiderosi soltanto di respirare aria fresca e purgarsi il cervello. Forse perché è più facile chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie, fingendo che gli orrori raccontati dal regista siano frutto di fantapolitica o pregiudizi sinistroidi e populisti quando la realtà edulcorata ci passa davanti tutti i giorni appena accendiamo la TV e cominciamo a guardare il telegiornale: Tangentopoli, Mafia Capitale, politici di destra che scivolano prima al centro poi a sinistra, PDini che ragionano come i Berlusconiani, gente che muore sulle strade, pedofilia, prostituzione, scandali in Vaticano, chi più ne ha più ne metta, sono cose talmente radicate nella nostra concezione di società che, raccontate con piglio professionale da un mezzobusto, arrivano a sembrarci distanti e quasi accettabili, una terribile, normale amministrazione che ci indigna per un paio di giorni, sì, giusto il tempo di scrivere qualche status su Facebook, prima di dimenticarle per sempre. Eppure ricordo bene quando da bambina avevo un sacro terrore di quella "cosa" chiamata Mafia, capace di renderti orfana o ucciderti senza un perché, magari davanti a membri compiacenti delle forze dell'ordine. Ricordo molto bene il senso d'impotenza provato davanti allo sceneggiato La Piovra, nel quale politici, magistrati e delinquenti cospiravano uniti dall'unico scopo di fare soldi senza preoccuparsi del sangue che avrebbe bagnato le strade. Forse se lo ricorda anche Sollima perché, sfruttando i recenti scandali romani, il regista firma un La Piovra 2.0 capace di suscitarmi lo stesso senso di angoscia ed impotenza provato da bambina.


Dimenticate Quei bravi ragazzi, Casinò, Mean Streets, persino Romanzo criminale. Nella macchina da presa di Sollima non c'è posto per la punta di indulgenza, il rispetto e il glamour scorsesiani e neppure per il carisma di Freddo e compagnia, c'è solo la grandissima, stomachevole consapevolezza del vuoto cosmico incarnato dai figli di mignotta che sfilano sullo schermo. Personaggi patetici che, come diceva Frankie Hi NRG, hanno mani "ipocrite, mani che fan cose che non si raccontano altrimenti le altre mani chissà cosa pensano" e che, come ratti, bisbigliano i loro piani truci lontani da occhi indiscreti. Nonostante la pioggia battente, infatti, buona parte di Suburra è girato in interni (il parlamento, la cafonissima villa degli zingari, il centro commerciale, gli abitacoli delle auto, le camere d'hotel, le discoteche) o comunque dentro pochi ambienti esterni ben delimitati che si ripropongono ciclicamente per tutta la durata della pellicola. La gente comune non ha la facoltà di entrare in questi luoghi di potere e quando lo fa (o quando ne esce, più o meno volontariamente) si fa molto male perché l'insidiosa Suburra romana ha delle zanne potenti ed invisibili, zeppe di un veleno che è sia temporale che spirituale. Avrete notato, nel trailer, la presenza di un Pontefice. Ecco, il Papa che se ne va e se ne lava le mani di tutto, dando inizio di fatto al countdown verso l'apocalisse che coinciderà con la caduta del governo, è la rappresentazione perfetta di come non esistano redenzione o salvezza per nessuno dei protagonisti né tantomeno per i poveracci che si limitano a vivere all'ombra della Capitale; esistono solo piccole, dolorose vittorie (o meglio, vendette) temporanee, patetiche illusioni di un potere eterno, deliri di onnipotenza e la consapevolezza che i cosiddetti "pesci grossi" non sono altro che avannotti ai quali basta un niente per essere dimenticati e sostituiti dai loro simili fatti della stessa, vomitevole pasta. Tutto questo schifo viene "nobilitato" dalla bravura di Sollima e degli attori coinvolti (Favino è la quintessenza del laido, Germano un topo di fogna fatto e finito, Amendola un perfetto "signor nessuno" come il Massimo Carminati a cui si ispira, la coppia di coatti formata da Alessandro Borghi e Greta Scarano subisce un'evoluzione sorprendente e apprezzatissima, Adamo Dionisi incarna spavaldo un personaggio vomitevole al quale non avrei esistato a spaccare la testa con un badile) e da una colonna sonora a dir poco splendida e coinvolgente, elementi indispensabili per rendere la visione di Suburra piacevole senza però mitigare neppure per un istante l'enorme pugno che vi sfonderà lo stomaco mentre state comodamente seduti in poltrona. Io, incurante dell'angoscia che ancora mi attanaglia, aspetto con ansia sia di riguardare Suburra sia l'uscita della serie nel 2017 e intanto ringrazio Sollima per aver completato la tripletta di gioielli italiani usciti nell'anno cinematografico in corso.


 Di Pierfrancesco Favino (Filippo Malgradi), Elio Germano (Sebastiano) e Antonello Fassari (il padre di Sebastiano) ho già parlato ai rispettivi link.

Stefano Sollima è il regista della pellicola. Originario di Roma, ha diretto film come ACAB - All Cops Are Bastards, ed episodi di serie come Un posto al sole, Romanzo Criminale - La serie e Gomorra - La serie. Anche sceneggiatore, ha 49 anni.


Claudio Amendola interpreta il Samurai. Nato a Roma, lo ricordo per film come Vacanze di Natale, Vacanze in America, Soldati - 365 all'alba, Mery per sempre, Ultrà, I mitici - Colpo gobbo a Milano e per serie come Felipe ha gli occhi azzurri e I Cesaroni. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 52 anni.


Jean-Hugues Anglade interpreta il Cardinale Berchet. Francese, lo ricordo per film come Nikita, Jona che visse nella balena, Killing Zoe e Identità violate, inoltre ha partecipato a serie come I Soprano. Anche regista e sceneggiatore, ha 60 anni e due film in uscita.


Se Suburra vi fosse piaciuto recuperate ACAB - All Cops Are Bastards e Romanzo Criminale. ENJOY!

mercoledì 20 febbraio 2013

Bollalmanacco On Demand: Romanzo criminale (2005)

Dopo millemila mesi ecco tornare la rubrica dove chiunque può farmi vedere quello che gli pare, ovvero il Bollalmanacco On Demand. Oggi tocca alla blogger Tiziana beccarsi la recensione del film richiesto, quel Romanzo Criminale diretto nel 2005 da Michele Placido e tratto dall'omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo. La prossima pellicola On Demand sarà invece Il giorno della bestia di Áxel de la Iglesia, chiesto dall’horroromane Matteo.


Trama: nella Roma degli anni’70 un gruppo di delinquenti riesce a farsi strada nel mondo della mala e a diventare la banda criminale più potente e pericolosa della Capitale… 

 
Ovviamente, stavolta partivo prevenuta. Mi è bastato leggere nei credits i nomi, a me abbastanza invisi, di Claudio Santamaria, Michele Placido, Stefano Accorsi e Riccardo Scamarcio per cominciare a sudare freddo e a maledire il giorno in cui ho tirato fuori 'sta malsana idea delle recensioni a richiesta. Alla vista della durata della pellicola (quasi tre ore!!) ho rischiato invece l'embolia. Per fortuna questa volta mi tocca ammettere l'errore e cospargere il capo di cenere: Romanzo Criminale ha tutte le carte in regola per rappresentare degnamente il buon cinema italiano e per una volta non sembra di guardare un prodotto televisivo anche se, lo ammetto, ho sentito spesso il riverbero inquietante e nostalgico de La piovra, tanto che mi sarei aspettata di veder spuntare in qualsiasi momento Tano Cariddi e il Commissario Cattani (che effettivamente ciccia fuori, ma in un altro ruolo). La fotografia in particolare è molto bella e la pellicola è curatissima sia per quanto riguarda la colonna sonora che per i costumi e le scenografie, ricche di quei piccoli dettagli in grado sia di collocare la vicenda in una determinata epoca sia di approfondire maggiormente la psicologia e il carattere dei personaggi (emblematica la rappresentazione delle abitazioni dei tre "capi" della banda, semplice e spartana quella del Freddo, tamarra e piena di oggetti kitsch e costosissimi quella del Dandi ed enorme ma impersonale quella di Libano). Molto interessante ed utile, inoltre, la scelta di mescolare al girato anche degli spezzoni di veri telegiornali, che innanzitutto contestualizzano "il romanzo" e poi contribuiscono a rendere ancor più verosimile la storia di questo gruppo di criminali, ispirata a quella della banda della Magliana.


Come dice il titolo, per quanto la trama della pellicola sia legata alla realtà ci troviamo comunque davanti ad un romanzo, appunto. Libano, il Dandi e il Freddo sono tre criminali troppo belli per essere veri (come dice peraltro una delle due protagoniste femminili all'altra), troppo carismatici e ripuliti nonostante il pesante accento romanazzo con cui si esprimono. E' per questo che, nel corso di Romanzo Criminale, ci troviamo spesso a parteggiare per loro e ad assecondare quasi l'idea romantica che spinge Libano e gli altri a dar vita alla banda, un'idea di libertà, di indipendenza, di conquista, il desiderio di elevarsi da un destino che relegherebbe questi giovani ad essere dei semplici impiegati, dei delinquentelli di strada, dei servitori. E' interessante vedere come spesso e volentieri questa "filosofia" di vita riesca quasi a cammuffare l'effettiva bassezza delle azioni compiute dalla banda e come purtroppo essa si ritrovi a cozzare con una realtà fatta di mafiosi, politici corrotti e oscuri burattinai dei servizi segreti, che alla fin fine offrono a Libano e soci solo l'illusione di essere liberi e potenti e sono sempre pronti a farli tornare brutalmente con i piedi per terra. Questo intersecarsi di registri diversi appassiona ed intriga, soprattutto perché i tre protagonisti principali sono delineati con una precisione e una delicatezza che raramente si trova nel cinema italiano moderno. Personalmente, ho molto apprezzato l'introduzione che ci mostra il primo, tragico crimine commesso dal trio di malviventi da ragazzini, perché racchiude già in sé quello che sarà il loro destino da adulti: Libano rimarrà per sempre lo scapestrato di buon cuore che rinuncerebbe a tutto per salvare i compagni, Freddo sarà sempre quello più distaccato e taciturno, il Dandi quello codardo, infantile e paraculo. Il fatto che i tre non cambino nel corso della pellicola fa capire quanto la loro ricerca della grandezza e della libertà sia viziata da ignoranza, preconcetti e da un distorto codice d'onore, un trittico letale che non riuscirà a far fronte allo sterminato nugolo di parassiti, nemici e profittatori che gravita loro attorno.


Appurata quindi la bontà della trama e del film in sé, passo a spendere due parole sull'aspetto che mi inquietava di più a inizio visione, ovvero gli attori. Di Pierfrancesco Favino non posso che dire bene e non solo perché è un figo pazzesco in grado di ottenebrare il mio giudizio ad ogni comparsa, ma anche per il modo in cui riesce ad interpretare un personaggio sfaccettato e complesso come il Libano senza renderlo odioso. Bravissimi anche Kim Rossi Stuart e Claudio Santamaria, ognuno a modo loro, e molto validi anche i personaggi di contorno, a partire dalla femme fatale Cinzia, interpretati da caratteristi che riescono a non trasformare dei criminali borgatari, ignoranti e burini in macchiette kitsch di cui ridere a crepapelle. Ovviamente, in mezzo a tanta dignitosa professionalità (non necessariamente bravura) spunta anche una mosca bianca; nella fattispecie il solito, mollo, inguardabile Stefano Accorsi che con la sua floscia e inespressiva interpretazione di un personaggio importante come il commissario Scialoja rischia più volte di far sprofondare il livello di Romanzo Criminale dal bello all'insopportabile. Pericolosamente sotto il livello di guardia anche la zuccherosissima e tediosa Roberta di Jasmine Trinca, l'unica cretinetti che per quasi tutto il film si beve le bugie del Freddo senza sospettare minimamente la reale natura della sua attività, fissandolo con quell'atteggiamento da Madonnina infilzata che farebbe perder la pazienza a un santo. Mi si dice comunque che gli attori ingaggiati per la serie tratta da Romanzo Criminale siano due spanne sopra, quindi a questi punti mi dichiaro MOLTO incuriosita. Nel frattempo, ringrazio Tiziana per avermi "costretta" a ricordare che il cinema italiano può offrire ancora dei prodotti validi e vi invito a guardare, se non lo avete ancora fatto, questo pregevole Romanzo Criminale.


Di Pierfrancesco Favino (Libano),  Claudio Santamaria (il Dandi), Gianmarco Tognazzi (Carenza) ed Elio Germano (il Sorcio) ho già parlato ai rispettivi link.

Michele Placido è il regista della pellicola, inoltre interpreta il padre del Freddo. Forse più famoso come attore che come regista, in quest’ultima veste ha firmato film come Le amiche del cuore, Del perduto amore, Un viaggio chiamato amore, Ovunque sei e Vallanzasca – Gli angeli del male. Originario della Puglia, anche sceneggiatore e produttore, ha 66 anni.


Kim Rossi Stuart interpreta il Freddo. Romano, idolo della mia infanzia scellerata per il ruolo del bel Romualdo nella serie Fantaghirò, lo ricordo anche per film come Il nome della rosa, Il ragazzo dal kimono d’oro, Il ragazzo dal kimono d’oro 2, Il rosso e il nero, Pinocchio e Vallanzasca – Gli angeli del male. Anche sceneggiatore e regista, ha 43 anni.


Stefano Accorsi interpreta il commissario Scialoja. Non faccio mistero di quanto non sopporti quest’attore, tra i più sopravvalutati in assoluto, mi limito a segnalare la sua partecipazione a film come Jack Frusciante è uscito dal gruppo, Vesna va veloce, Radiofreccia, L’ultimo bacio, Le fate ignoranti, La stanza del figlio, Santa Maradona, Un viaggio chiamato amore, Baciami ancora e la recentissima serie tv Il clan dei camorristi. Bolognese, ha 41 anni e un film in uscita.


Riccardo Scamarcio interpreta il Nero. Altro attore il cui successo è per me assolutamente incomprensibile, ha partecipato a film come La meglio gioventù, Tre metri sopra il cielo, Manuale d’amore 2, Mio fratello è figlio unico e Manuale d’am3re. Pugliese, anche produttore, ha 33 anni e quattro film in uscita. 


Antonello Fassari interpreta Ciro Buffoni. Romano, è tornato alla ribalta in questi ultimi anni per il suo ruolo nella serie I Cesaroni e ha partecipato a film come Montecarlo gran casinò, Il conte Max, Selvaggi e ad altre serie come I ragazzi della 3 C, Anni ’50 e Don Matteo. Anche sceneggiatore e regista, ha 60 anni.


Tra gli altri interpreti segnalo anche la presenza di Roberto Brunetti, alias Er Patata, nei panni di Aldo Buffoni. Del film esistono un paio di versioni: in quella tagliata sono stati omessi i riferimenti al ritrovamento di Aldo Moro e un discorso di Berlusconi, che peraltro pare sia stato censurato anche durante il passaggio di Romanzo Criminale sulle reti Mediaset. Rimanendo in ambito televisivo, la pellicola ha dato origine, nel 2008, a Romanzo Criminale – La serie, durata per due stagioni e interpretata, come già detto nel post, da attori completamente diversi. Pare sia molto meglio del film, quindi urge pronto recupero!! ENJOY!

lunedì 23 aprile 2012

Diaz (2012)

Mi appresto all'ingrato compito di recensire Diaz di Daniele Vicari, visto ieri sera in una sala gremita di gente pronta a sparare cazzate e fare commenti ironici su qualsiasi scena. Gente che è uscita giustamente muta, scioccata e contrita. O in lacrime, come la sottoscritta.



Trama (se di trama si può parlare): il film mostra gli eventi accorsi la notte del 21 luglio 2001, quando le forze di polizia, a fronte di una segnalazione che indicava la presenza di Black Block, hanno fatto il loro ingresso nella scuola Diaz di Albaro, a Genova, massacrando chiunque si trovasse all'interno.


Nell'estate del 2001 avevo appena finito il mio primo anno da universitaria a Genova. Parole come G8, globalizzazione, Black Block praticamente entravano e uscivano dalle mie orecchie di ventenne cresciuta in un paesotto fuori dal mondo, che aveva solo voglia di far casino con gli amici e andarsene al mare per lasciarsi alle spalle la grigia e camurriosa città dello studio, dei fighètti con le festicciole da studenti, degli strepponi che barbonavano nelle facoltà insultandoti perché mangiavi la merendina Nestlé mentre loro passavano le giornate a fare un belino, portando costosissime (ma maltenute, eh!) Adidas ai piedi comprate con i soldi del papà. Gli eventi di Genova, quindi, li ho vissuti all'epoca, come quasi tutte le persone che conosco, guardandoli alla TV, frastornata da un misto di emozioni tra cui la profonda ammirazione per chi era in grado di protestare pacificamente e l'odio indescrivibile per chi invece prendeva la protesta come una scusa per devastare una città splendida e fomentare tensioni, mettendosi poi a piangere le proverbiali lacrime di coccodrillo quando, dai che ti ridai, c'è scappato il morto. Ed è qui che il film comincia. Da quando l'ignoranza da invasati dei Black Block, l'ignoranza da bestie dei poliziotti e quella ancor più grande e nociva di chi sta al governo e tira i guinzagli hanno diviso le persone in due categorie: terroristi (qualsiasi manifestante) e assassini (chiunque portasse una divisa). Fino ad arrivare a quella vergognosa coltellata alla democrazia e alla civiltà che è stato, appunto, il massacro alla Scuola Diaz.


Diaz racconta, senza troppi fronzoli ed attenendosi esclusivamente agli atti del processo (hanno cambiato solo i nomi dei coinvolti, quindi chiunque sgrani gli occhi scandalizzato dicendo che quel che viene mostrato è esagerato e assolutamente non vero è come lo struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia), tutto ciò che ha portato a quel fatidico 21 luglio e tutto ciò che è venuto dopo. L'immagine ossessivamente ripetuta di una bottiglia che viene lanciata contro una macchina della polizia, si infrange e si riforma più e più volte ci introduce ai diversi punti di vista attraverso cui la vicenda viene narrata: quello dei veri Black Block, che nella scuola nemmeno c'erano, quello di alcuni membri del Genoa Social Forum più o meno fortunati, quello dei poliziotti coinvolti nel pestaggio e delle "alte sfere" che li gestivano, quello di giornalisti e semplici persone di passaggio che hanno semplicemente avuto la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Vicari (aiutato da attori per una volta bravissimi e finalmente lontani dallo standard medio(cre) del cinema italiano moderno) cattura così tutte le "anime" del G8, mostrandoci innanzitutto come è stato vissuto quel periodo: ragazzi che nella protesta trovavano comunque gioia, vita e amore, organizzatori pieni di voglia di fare ma impossibilitati a gestire cose più grandi di loro, anarchici dal cuore nero come i loro abiti e altrettanto sporchi, poliziotti stanchi e colmi di voglia di  vendetta, dirigenti e capisquadra desiderosi solo di fare bella figura e togliersi dagli impicci in qualunque modo, infine persone comuni che vivevano nella paura di vedersi bruciato il negozio o la macchina. Tutte queste anime si scontrano creando il potentissimo, terribile pugno nello stomaco che è la parte centrale del film, la più scandalosa perché più vera.


Senza mezzi termini, infatti, quello che Vicari ci mostra è un torture porn, con i poliziotti al posto di anonimi torturatori senza volto, un horror ancor più terribile perché ci sono degli atti ufficiali a confermarci come la realtà abbia superato la finzione in un paese che si definisce civilizzato. Nulla viene risparmiato allo spettatore, né gli insulti, né i lividi, né gli accanimenti contro persone ormai svenute, labbra che si spaccano, denti che si rompono, urla e pianti di disperazione, seguiti dalle terribili umiliazioni inflitte poi nel carcere di Bolzaneto, ultima tappa di quello che, a tutti gli effetti, è diventato un calvario per persone che non sono morte o finite menomate a vita per puro caso. Il tutto mentre, come nel più classico dei film di mafia, nell'ombra i superiori tramano, sigaretta alla mano, tirando fuori leggi fatte alla bisogna, nascondendo o creando prove, trincerandosi dietro la non conoscenza delle lingue straniere, negando diritti basilari a persone che erano semplicemente "sospettate" di essere terroristi. "Avete fatto una grandissima cazzata" dice il vecchio malmenato ad uno dei poliziotti, mentre quest'ultimo gli chiede cosa ci facesse in quel covo di terroristi di sinistra. Verissimo, peccato che questo horror, nonostante tutti sappiano, nonostante le prove, nonostante i processi, ha avuto un finale ancora più cinico e bastardo di quelli girati da Eli Roth, visto che la maggior parte dei reati di cui sono state accusate le forze dell'"ordine" coinvolte rischiano di cadere in prescrizione oppure non sono contemplati dalla legge italiana (come quello di tortura). In tutto questo, inoltre, non si sente praticamente nessuno in questi giorni parlare del film in tv o ai telegiornali, visto che non può essere strumentalizzato da nessuna forza politica. Considerato anche che in vetta alle classifiche c'è il nuovo film di Woody Allen, signori miei, mi viene da pensare che siamo idealmente ancora tutti chiusi all'interno della scuola Diaz, aspettando che i nostri diritti vengano calpestati da chi, nonostante tutto, è ancora al potere e sempre ci rimarrà. Non posso fare altro che invitarvi a vedere Diaz, e pregare perché un giorno venga proiettato obbligatoriamente nelle scuole, per fare conoscere quella che, a tutt'oggi, è una vergognosa ferita ancora aperta di cui troppa gente non sa nulla e non vuol sapere nulla.

Daniele Vicari è regista e sceneggiatore della pellicola. Originario di Castel di Tora, ha girato film come Velocità massima, Il mio paese e Il passato è una terra straniera. Anche produttore, ha 45 anni.

Claudio Santamaria interpreta il poliziotto Max Flamini. Romano, ha partecipato a film come Fuochi d'artificio, Almost Blue, La stanza del figlio, Paz!, Il cartaio, Romanzo criminale e Casino Royale. Ha 38 anni e un film in uscita.


Elio Germano interpreta il giornalista Luca Gualtieri. Romano, ha partecipato a film come Ci hai rotto papà, Ti piace Hitchcock?, Romanzo criminale, Mio fratello è figlio unico, Il passato è una terra straniera e Magnifica presenza, oltre a episodi della serie Un medico in famiglia. Ha 32 anni e un film in uscita.


Renato Scarpa interpreta Anselmo Vitali. Milanese, ha partecipato a film come Nel nome del padre, A Venezia... un dicembre rosso shocking, Piedone a Hong Kong, Suspiria, Volere volare, Il postino, Trinità & Bambino... e adesso tocca a noi, Il conte di Montecristo, Il talento di Mr. Ripley e a episodi delle serie Cascina Vianello e Il commissario Montalbano. Ha 73 anni.





lunedì 24 maggio 2010

Cannes 2010

Aah, la stampa e i telegiornali italiani, che meraviglia! Mai ho sentito così poco parlare del festival di Cannes come quest’anno. Sarà che il buon Clooney ha disertato la Croisette, sarà che Tim Burton non “tira” tanto quanto Tarantino, sarà che, davvero, è molto ma molto più importante, ora che viene l’estate, riempire le teste degli italiani con fuffa del tipo “La dieta estiva, come perdere 14 kg in due ore” oppure “Venite a vedere Fluffy, il meraviglioso panda che mangia le canne di bambù col naso!” ecc. ecc. E pensare che quest’anno l’Italia ha portato a casa anche uno dei premi principali, quindi mi perplimo. Certo, considerato che la Guzzanti portava al festival un documentario “antiregime” come Draquila, ogni riferimento alla manifestazione avrebbe potuto ricordare l’oltraggio, quindi meglio non nominare Cannes nemmeno per sbaglio, oppure farlo con parsimonia.


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La Palma d’Oro per il miglior film quest’anno è finita in Tailandia, nella fattispecie tra le mani del regista (dal nome impronunciabile!) Apichatpong Weerasethakul, per la commedia dai risvolti spiritici Loong Boonmee Raleuk Chat, ovvero Zio Boonmee, che può ricordarsi le sue vite passate. Lungi da me anche solo sperare che questo film possa uscire dalle mie parti, la trama mi sembra carina: lo zio Boonmee del titolo sta morendo, e ha deciso di passare i suoi ultimi giorni di vita in campagna, con la famiglia. Con sua grande sorpresa, ad un certo punto compaiono al suo capezzale sia il fantasma della moglie morta, sia il figlio da tempo perduto; ed è così che lo zio decide di andare con tutta la famiglia a visitare una grotta, il luogo di nascita della sua prima vita. Siccome in giuria c’era Tim Burton a fare da presidente, dubito che il film in questione sia meno che originale e anche toccante, quindi mi piacerebbe davvero vederlo, sebbene il cinema Tailandese mi abbia già dato più di una delusione. Il regista, seppur giovane ancora, ha già diretto parecchi film e chino il capo per la mia ignoranza, visto che fino ad oggi non lo avevo mai sentito neppure nominare.


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Torniamo in paesi più “vicini”, e parliamo del regista che è risultato essere il migliore, ovvero Mathieu Amalric, francese, con il film Tournée. Altro personaggio a me completamente sconosciuto, giusto per ribadire la mia ignoranza crassa, costui oltre ad essere regista è anche attore, e ha recitato in film abbastanza famosi, come 007: Quantum of Solace, Marie Antoinette e Munich. Come regista ha girato parecchie pellicole, ma ammetto di non conoscerne nemmeno una. Tournée, che lo ha portato alla vittoria, sembra una commedia interessante e carina; parla di un produttore (interpretato dallo stesso Almaric) che decide di portare in tournée appunto uno spettacolo americano ispirato al burlesque in Francia. Tanto non lo passeranno mai nelle mie zone…


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Per fortuna, per quanto riguarda i premi agli attori sono più ferrata. Il premio come miglior attore se lo sono equamente spartito Javier Bardem, di cui ho già parlato qui, e il nostrano Elio Germano. L’attore spagnolo è stato premiato per la partecipazione al film Biutiful di Iñárritu (regista messicano autore di Amores Perros e 21 grammi, tra gli altri), che parla di un uomo coinvolto in attività illecite, costretto a confrontarsi con un amico d’infanzia che invece è diventato un poliziotto. Elio Germano è un giovane attore italiano, originario di Roma, che ha partecipato a film come Nine, Melissa P., Romanzo criminale, Ti piace Hitchcok e anche a qualche episodio di Un medico in famiglia. A Cannes ha vinto grazie a La nostra vita di Daniele Lucchetti (regista con cui l’attore aveva già lavorato per Mio fratello è figlio unico), nel quale recitano anche Raoul Bova e Luca Zingaretti, un drammone incentrato sulla vita di un uomo rimasto vedovo con tre figli, che finisce per impelagarsi in affari poco puliti. Vedremo, vedremo, lì per lì mi ispirano poco.


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Juliette Binoche ha invece vinto la palma come migliore attrice, per il film Copie Conforme dell’iraniano Abbas Kiarostami. L’attrice francese la ricorderò sempre per il ruolo della cioccolataia nel bellissimo Chocolat, ma ha partecipato anche ad altri film ben conosciuti come Il paziente inglese e la Trilogia dei colori di Kieslowski . Anche Copie Conforme mi ispira poco, la storia è quella di una gallerista francese che si mette in viaggio con un uomo appena incontrato, fingendo di essere sposati da parecchio tempo. Nonostante l’ambientazione toscana e quindi sicuramente bellissima, sento odore di noiosissimo mattone.


35a_04_binoche_243x325E ora vi lascio con il trailer del film che, vergognosamente, da noi è stato passato solo per 4 giorni in un cinema di nicchia. Draquila - L'Italia che trema. Che dire, aspettiamo il DVD.... ENJOY!


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