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domenica 12 agosto 2018

The Cleanse (2016)

Dopo averne letto QUI e QUI ho deciso di recuperare The Cleanse (conosciuto anche come The Master Cleanse), diretto e sceneggiato nel 2016 dal regista Bobby Miller.


Trama: Paul è un uomo sconfitto dal lavoro e dall'amore, che non riesce più a trovare un motivo per vivere. Un giorno vede in TV una pubblicità relativa ad un rifugio che porterebbe le persone a purificarsi dai pensieri negativi ed abbracciare una vita piena e decide di fare un tentativo. Ma The Cleanse, il trattamento ideato dal dottor Ken Roberts, è più complicato di quello che appare...



The Cleanse è un film delizioso e molto malinconico, imperniato su quell'insoddisfazione, spesso sconfinante nella tristezza e nella depressione, da cui tutti siamo più o meno afflitti, chi periodicamente chi in maniera cronica. E' una pellicola dotata di una metafora che più chiara non si può, che parte dalla parodia di quei programmi di purificazione probabilmente più diffusi in America che in Italia per arrivare a ragionare sulla natura del dolore e sul modo di affrontarlo. Bobby Miller pare volerci dire che il dolore, la "negatività" se vogliamo, è parte integrante di ognuno di noi; accresciuto sicuramente da elementi esterni, non è tuttavia imputabile essenzialmente ad altri oppure al destino avverso, perché è il nostro stesso carattere a dargli terreno fertile per prosperare e sconfiggerci. Proprio per questo, molte persone trovano conforto nello spleen della propria esistenza, indossando il male di vivere come una cappa forse scomoda, di cui lamentarsi spesso, tuttavia troppo rassicurante per liberarsene completamente. Accettare il cambiamento, lasciarsi alle spalle il passato, per quanto faccia male, fa meno paura rispetto al gettarsi a capofitto in un futuro privo di certezze (lavorative, sentimentali o quant'altro), quindi talvolta si preferisce rimanere frustrati, tristi ed arrabbiati per paura di minare lo status quo della propria esistenza. Questo lo fa Paul, il protagonista della pellicola, lo fa la sua compagna di sventura Maggie, lo faccio io e lo fa probabilmente la metà della popolazione mondiale, perché è la cosa più facile da fare. E Bobby Miller ci racconta questa umanissima "pigrizia" sfruttando una trama che mescola fantasia e horror, andando a creare una favola "nera" a tratti molto dolce e anche commovente, più efficace quando sfrutta questo suo aspetto sentimentale piuttosto che quando cerca di assecondare il desiderio di inquietare lo spettatore, desiderio che lascia un po' il tempo che trova e si concretizza in una sottotrama tirata per i capelli, appena abbozzata.


Veicolo fondamentale di questa metafora nonché punto forte del film sono, neanche da dirlo, i bestiolini frutto del trattamento del Dr. Roberts. Pucciosissimi animatronics che non sfigurerebbero nelle case di qualsiasi appassionato di robe disgustosette ma fondamentalmente kawaii, i mostrillini rubano giustamente la scena agli attori in carne ed ossa e si conquistano le simpatie dello spettatore il quale, nonostante immagini dopo più o meno mezz'ora come finirà la storia, non può fare a meno di affezionarsi a loro con tutte le conseguenze del caso, un po' come succede ai protagonisti. E' interessante come Bobby Miller mescoli questo sprazzo di pura fantasia e perizia tecnica ad uno stile di regia quasi "naturalistico", scevro da orpelli o rimandi pop, assai simile ad un modo di fare cinema tipico della scena indie più dimessa, se posso permettermi di usare questo termine; il cortocircuito tra regia e bestiole impreziosisce il film di un tocco di realismo che lo rende più plausibile, di conseguenza più vicino allo spettatore. Non guasta nemmeno che il protagonista sia Johnny Galecki, più valido nel ruolo di medioman simpatico e timidissimo piuttosto che in quelli di machiavellico ed inquietante professore (vedi The Ring 3), dotato di quei tic facciali che denotano perenne insicurezza e persino un po' di fastidio, per quanto speranzoso, nel forzarsi a ricercare contatti umani. Galecki, assieme all'adorabile Anjelica Huston e un altro grande caratterista come Oliver Platt, è la ciliegina sulla torta di un film piccolino ed imperfetto da "divorare" tutto d'un fiato, per divertirsi, intenerirsi... e chissà, magari anche un po' riflettere sul modo migliore per liberarci di tutte le paranoie che ci rovinano quotidianamente la vita.


Di Johnny Galecki (Paul), Kyle Gallner (Eric), Anjelica Huston (Lily) e Oliver Platt (Ken Roberts) ho già parlato ai rispettivi link.

Bobby Miller è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, è anche produttore e attore.


Chloë Sevigny era stata scelta per il ruolo di Maggie ma ha rinunciato ed è stata sostituita da Anna Friel. Se The Cleanse vi fosse piaciuto recuperate Bad Milo!. ENJOY!


domenica 18 febbraio 2018

Shut In (2016)

Come buona parte dei film potenzialmente interessanti distribuiti in Italia, anche Shut In, diretto nel 2016 dal regista Farren Blackburn, non era arrivato a Savona e riesco dunque a parlarne solo ora. Occhio agli spoiler, qualcosina c'è!


Trama: dopo un terribile incidente d'auto in cui è morto il marito, la psichiatra infantile Mary si ritrova sola ad occuparsi del figliastro adolescente, ridotto a un vegetale. Col tempo arriva ad affezionarsi a Sam, un suo piccolo paziente sordomuto, ma in una fredda notte di tempesta il piccolo scompare senza lasciare traccia e Mary comincia ad avvertire una strana presenza in casa...



Shut In è un thriller ben costruito d'impostazione "classica", interamente imperniato sul senso di claustrofobica reclusione originato dalla tremenda combinazione tempesta di neve/luogo isolato/donna sola. Apparentemente trattasi di pellicola assai scorretta in quanto fa ampio uso di topoi tipici della ghost story che puntano a sviare lo spettatore, convincendolo di avere a che fare con un'entità paranormale quando in realtà persino un cretino (a differenza della protagonista) capirebbe che il piccolo Sam si è infrattato in casa e gira nottetempo indisturbato facendola crepare di paura mentre tutti lo credono morto. Ho detto apparentemente, perché questo è solo lo strato superficiale di una trama che rivela un altro twist più inaspettato (anche se l'idea a me era balenata nella capoccia prima che venisse resa palese), rimandato e celato da un abile gioco di sceneggiatura che lascia cadere qualche indizio apparentemente insignificante e lo seppellisce prima che lo spettatore possa coglierlo riportando la sua attenzione sul pressante problema della scomparsa di Sam, sull'imminente "tempesta del secolo" e persino sugli approcci amorosi di un vicino di Mary. Insomma, abbastanza carne al fuoco da distrarre lo spettatore meno sensibile e meno avvezzo a questo genere di film ma, ciccio, a me non la si fa. Non completamente almeno.


C'è poco altro da dire onestamente su Shut In, un film gradevole che consente di passare una serata in preda ad un piacevole senso di tensione, e lo so che cito sempre quella Alta di Canale 5 ma più o meno l'effetto che danno queste pellicole, al netto del loro essere qualitativamente superiori, più curate dal punto di vista estetico e con attori di richiamo, è lo stesso. Personalmente sono anche rimasta MOLTO delusa dal sottoutilizzo di Jacob Tremblay, peraltro in un ruolo muto che nasconde quel vocino delizioso che si ritrova, e avrei voluto che la sua faccetta tenerella e un po' inquietante si vedesse molto di più (che brutta idea sfruttarlo per fare il morto quando, per esempio, quel faccia da ratto col testone che c'era in The Ring lo si ritrovava quasi in ogni inquadratura!!). Niente da dire invece su Naomi Watts, sempre elegante, bellissima e a suo agio in questi ruoli di mamma impanicata, e bravo anche Charlie Heaton, che segue il percorso tracciato da Daniel Radcliffe, Olwen Catherine Kelly e Alba Ribas candidandosi per un eventuale Oscar al miglior attore interpretante persona morta o vegetale, mentre il cast di contorno è, per l'appunto, solo di contorno o poco più (anche se David Cubitt l'è proprio un bell'ometto). In conclusione, se cercate quindi un film "tranquillo" nel suo essere thriller avete trovato la pellicola per passare una bella serata!


Di Naomi Watts (Mary), Oliver Platt (Dr. Wilson) e Jacob Tremblay (Sam) ho già parlato ai rispettivi link.

Farren Blackburn è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto episodi di serie quali Doctor Who, Daredevil e Iron Fist. Anche sceneggiatore, ha un film in uscita.


Charlie Heaton, ovvero Stephen, interpreta Jonathan Byers nella serie Stranger Things ed è pronto a tornare sul grande schermo come Samuel "Cannonball" Guthtrie nell'imminente New Mutants. Detto questo, se Shut In vi fosse piaciuto recuperate Somnia e magari anche Dream House. ENJOY!

domenica 26 novembre 2017

Linea mortale (1990)

In occasione dell'uscita del remake ho deciso di riguardare Linea mortale (Flatliners), diretto nel 1990 dal regista Joel Schumacher.


Trama: un gruppo di studenti di medicina decide di indagare su cosa si nasconda nell'aldilà e, attraverso un pericoloso esperimento, alcuni di loro fermano il proprio battito cardiaco per pochi minuti, di fatto "morendo" prima di venire rianimati. Il ritorno alla vita, però, porta con sé degli strascichi inquietanti...


Linea mortale era uno di quei film che passavano spessissimo in TV quando ero ragazzina ed è figlio dell'ondata di storie sovrannaturali a base di visioni e spettri che imperversavano a fine anni '80. Inquietante ma non particolarmente sanguinolento o pauroso era perfetto per il brivido richiesto dagli spettatori televisivi occasionali e l'abbondanza di bei faccini famosi presenti nel cast probabilmente non guastava, eppure nonostante l'abbia sicuramente visto più di una volta non ricordavo moltissimo della pellicola, tranne forse la bellezza un po' zamarra di Sutherland e Bacon. In effetti, visto oggi Linea mortale ha tanti pregi quanti difetti e risulta un film "medio", forse un po' agée, nonostante parta da un presupposto interessante che, non sto scherzando, quando mi ritrovo a ragionarci su mi tiene sveglia per parecchio; i protagonisti del film vogliono capire cosa si nasconda dietro al velo che separa la vita dalla morte, se ci sono tunnel di luce o angeliche voci guida, mentre io quando ragiono sulla morte trovo difficile agguantare il concetto di "non pensare/esserci più" e della non-consapevolezza del buio, al punto che quando ci penso il mio cervello si ritrova bloccato in un loop, mi vengono i brividi e ciao, devo smettere altrimenti sai che ansia. Ma lasciamo perdere, torniamo a Linea mortale che è meglio. Ovviamente il film la fa più facile e questi bellissimi dottorini dal futuro radioso scoprono che nell'aldilà qualcosa c'è, qualcosa di diverso per ognuno di loro, qualcosa che i poveracci si camallano nell'aldiqua passando poi i giorni cercando di sfuggirgli. Ed è, paradossalmente, proprio l'elemento sovrannaturale/horror a risultarmi moscio dopo vent'anni, oltre che poco sensato, perché se ciò che comincia a perseguitare Sutherland e la Roberts ha un suo motivo per farlo e mette ancora i brividi, così non è per Kevin Bacon e William Baldwin, che tornano in vita portandosi dietro cose che con la morte hanno ben poco a che fare. Le allucinazioni di Baldwin in particolare, per quanto anticipate da una sequenza molto artistica, fanno davvero ridere i polli e danno l'idea di un personaggio (anzi due se contiamo anche la "spalla" Oliver Platt) che lo sceneggiatore non sapeva bene come gestire, inoltre tutte queste aggiunte perplimenti concorrono ad ammosciare il ritmo del film, che da metà in poi comincia a sembrare lunghissimo.


Mi sono accorta che il post sta virando verso la stroncatura ma ho affermato all'inizio che i difetti del film si equivalgono ai pregi quindi parliamo un po' di questi ultimi, interamente legati ad un aspetto prettamente registico e scenografico. Per chi apprezza lo stile gotico-zamarro del Joel Schumacher anni '90 (ve li ricordate i suoi Batman? No, vero? Forse è meglio così...) qui c'è da essere felici. Innanzitutto, gli ambienti universitari dove si muovono i protagonisti sono realizzati con un'interessante commistione tra profano/scientifico e sacro/artistico, pieni di statue di angeli che paiono voler testimoniare il lavoro "blasfemo" dei dottori e di vetrate che ricordano molto il laboratorio di Frankenstein; seconda cosa, le luci molto cariche, quasi al neon, che squarciano l'oscurità in cui spesso si trovano i protagonisti, non sono messe a mo' di mera decorazione ma acquisiscono un significato particolare che solo proseguendo nella visione del film risulterà chiaro. Probabilmente nel tempo le visioni ultraterrene sono diventate un po' kitsch ma le sequenze in cui vengono a poco a poco rivelati l'incubo di Nelson e il passato traumatico di Rachel mettono ancora oggi una discreta ansia e sono girate molto bene. Gli anni passati non hanno nuociuto neppure al carisma degli interpreti, nonostante l'orrore di capigliature che definire inguardabili sarebbe poco. Kiefer Sutherland, Kevin Bacon e Julia Roberts sono bellissimi e, ognuno a modo suo, "maledetti", col primo dotato di un carisma invidiabile e uno sguardo che rende il suo personaggio borderline e spesso ambiguo; i tre vengono affiancati da un Oliver Platt che, pur nei panni di poco carismatico benché simpatico cicciottello, si fa ricordare volentieri mentre il già citato William Baldwin è di una tristezza incredibile, nonostante sia senza dubbio perfetto per il ruolo di tombeur de femmes. Forse Linea mortale è uno di quei film che effettivamente abbisognava di una rinfrescata, soprattutto a livello di trama e personaggi, tuttavia temo che l'imminente remake possa soffrire anche di mancanza di originalità per quel che riguarda la messa in scena e la regia, mentre degli attori nuovi salvo solo Ellen Page, la cui presenza mi farebbe sperare in una svolta più "femminista" della faccenda. Staremo a vedere. Nel frattempo, un recupero dell'originale non fa male anche se ci sono film più iconici per gli anni '90.


Del regista Joel Schumacher ho già parlato QUI. Kiefer Sutherland (Nelson Wright), Julia Roberts (Dr. Rachel Mannus), Kevin Bacon (David Labraccio), Oliver Platt (Randy Steckle) e Hope Davis (Anne Coldren) li trovate invece ai rispettivi link.

William Baldwin interpreta Joe Hurley. Quarto rampollo della famiglia Baldwin, ha partecipato a film come Nato il quattro luglio, Fuoco assassino, Sliver, The Broken Key e a serie quali 30 Rock e MacGyver. Anche produttore e stuntman, ha 54 anni e cinque film in uscita.


Linea Mortale è stato il film che ha fatto innamorare Julia Roberts e Kiefer Sutherland, un fidanzamento durato due o tre anni e rotto dall'attrice che poi avrebbe sposato un altro; e pensare che al posto di Sutherland avrebbe dovuto esserci Val Kilmer e in quello della Roberts una giovane Nicole Kidman. Storie d'amore a parte, se Linea mortale vi fosse piaciuto, nell'attesa di vedere se Flatliners - Linea mortale sia meglio o peggio dell'originale, recuperate L'uomo senza ombra, Ghost - Fantasma e Allucinazione perversa. ENJOY!

martedì 4 agosto 2015

Cut Bank (2014)

Curiosando su Imdb mi è saltato all'occhio il recente Cut Bank, diretto nel 2014 dal regista Matt Shakman e così dal nulla ho deciso di guardarlo, ispirata dalla marea di attori famosi presenti.


Trama: il giovane Dwayne sogna di abbandonare per sempre Cut Bank, la cittadina dov'è cresciuto e dov'è costretto a rimanere a causa del padre invalido. Un giorno, lui e la sua ragazza registrano per caso con una telecamera l'omicidio del postino del paese e si ritrovano coinvolti in un'intricata e sanguinosa storia...


Nonostante l'incipit di cui sopra, non mi aspettavo troppo da Cut Bank. Il regista si è fatto le ossa in TV ma è praticamente alla prima esperienza in campo cinematografico, la pellicola ha richiesto due anni per venire girata, Liam Hemsworth è belloccio ma incapace di intrigarmi e troppo spesso i film che puntano su grandi nomi come John Malkovich e Billy Bob Thornton si rivelano delle mezze sciocchezzuole nelle quali questi attoroni compaiono sì e no per un paio di minuti (spesso facendoci anche una figura barbina). Date le premesse, ho cominciato la visione con un occhio molto critico che, a poco a poco, è diventato incapace di staccare gli occhi dallo schermo mentre un sorrisone mi si stampava sul volto e mi ritrovavo a pensare ai Coen e soprattutto all'adorato Fargo. Ora, non cominciate ad accusarmi di vilipendio al capolavoro, so benissimo che Cut Bank non potrà mai nemmeno arrivare a leccare la neve dalle scarpe di Fargo, tuttavia le dinamiche criminali portate avanti da dei perdenti, l'ambiente ristretto di una cittadina di provincia (la più fredda d'America, nientemeno!) e l'imprevedibilità della follia e dell'avidità umane sono molto simili e si intrecciano all'interno di una trama che avvince dall'inizio alla fine. A differenza di Fargo, Cut Bank strizza maggiormente l'occhio ad un pubblico di giovani che potrebbero riconoscersi nelle ambizioni e nell'insofferenza di Dwayne e Cassandra, non a caso interpretati da due bellissimi idoli cinematografici per teenagers, inoltre la vicenda fa distinzione tra buoni e cattivi e in qualche modo "punisce" chi se lo merita lasciando un importante insegnamento a chi ha deviato dalla cattiva strada perché accecato dalla disperazione, mentre il film dei Coen era ben più cinico e spietato; tuttavia, l'ironia e un paio di personaggi altamente caricaturali sono molto simili e Cut Bank si districa abilmente dai cliché riuscendo a divertire e interessare lo spettatore nonostante un paio di soluzioni troppo "comode", soprattutto sul finale.


Oltre alla trama intrigante, fortunatamente Cut Bank risulta valido anche sotto quegli aspetti che mi incutevano tanto timore. Il regista Matt Shakman non sarà mai (torno a ripetermi!) uno dei Coen, ma sicuramente non è nemmeno un dilettante che non ha mai tenuto in mano una cinepresa e riesce a governare il timone di una vicenda violenta e sanguinosa dando al tutto un piglio classico e quasi rilassato, un aspetto che viene enfatizzato da una fotografia brillante che, soprattutto all'inizio, ci illude della sonnolenta tranquillità di Cut Bank con un'incredibile panoramica di fiori gialli da cartolina. Per quanto riguarda gli attori, è vero che John Malkovich, Billy Bob Thornton e Bruce Dern non compaiono tantissimo ma hanno tutti e tre dei ruoli fondamentali e ben definiti e soprattutto Malkovich non è costretto ad interpretare il solito personaggio malvagio o completamente pazzo che sembra essergli così congeniale negli ultimi tempi. Chi è un po' sprecato, a dirla tutta, è un attore che a me piace molto come Oliver Platt ma la delusione è stata compensata da una nuova (almeno per me!) scoperta come Michael Stuhlbarg, nascosto dietro un paio di giganteschi occhialoni a fondo di bottiglia e fiaccato da una gravissima balbuzie che lo rende molto ma molto ingannevole. L'unico neo della pellicola, se vogliamo, è il fatto che Liam Hemsworth non sia un protagonista abbastanza carismatico da tenere sulle spalle l'intero film e che spesso e volentieri gli altri personaggi eclissino il belloccio ma insipido Dwayne e la sua fidanzata sciocchina ma il "contorno" è abbastanza interessante da far passare in secondo piano questo difetto. In conclusione, se vi piacciono le crime story insolite e state aspettando che i Coen si palesino con un altro film, provate a dare una chance a Cut Bank, potrebbe rivelarsi una gradita sorpresa!


Di Liam Hemsworth (Dwayne McLaren), John Malkovich (Sceriffo Vogel), Billy Bob Thornton (Big Stan) e Oliver Platt (Joe Barrett) ho già parlato ai rispettivi link.

Matt Shakman è il regista della pellicola. Americano, ha diretto episodi di serie come Six Feet Under, Kitchen Confidential, Ugly Betty, Weeds, Dr. House e Fargo. Anche attore e produttore, ha 40 anni e sarà lui a dirigere il primo episodio della serie Heroes Reborn.


Teresa Palmer interpreta Cassandra. Australiana, ha partecipato a film come Wolf Creek, The Grudge 2 e Warm Bodies. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 29 anni e sei film in uscita.


Bruce Dern interpreta Georgie Wits. Americano, ha partecipato a film come Marnie, Il grande Gatsby, Giù le mani dal mio periscopio, Ancora vivo, Small Soldiers, Haunting - Presenze, Django Unchained, Nebraska e a serie come CSI: NY. Ha 79 anni e due film in uscita tra cui The Hateful Eight.


Michael Stuhlbarg interpreta Derby Milton. Americano, ha partecipato a film come A Serious Man, Hugo Cabret, Men in Black 3, 7 psicopatici, Lincoln, Hitchcock, Blue Jasmine e a serie come Ugly Betty e Broadwalk Empire. Ha 47 anni e quattro film in uscita.


Se Cut Bank vi è piaciuto recuperate il pluricitato Fargo, L'uomo che non c'era, Burn After Reading e Soldi sporchi. ENJOY!

venerdì 26 giugno 2015

La regola del gioco (2014)

Come pubblicizzano durante i trailer, quest'estate cinematografica dovrebbe essere particolarmente ricca e tra gli altri film che vengono citati nel corso di questa pubblicità c'è anche La regola del gioco (Kill the Messenger), diretto nel 2014 dal regista Michael Cuesta e basato sia sulla serie di articoli Dark Alliance di Gary Webb sia sulla stessa biografia di Webb, redatta da Nick Schou, dal titolo Kill the Messenger.


Trama: il giornalista Gary Webb pubblica una serie di articoli dove accusa la CIA di avere collaborato in Nicaragua con i ribelli anti-governativi Contra, aiutandoli a spacciare cocaina e crack nei bassifondi di Los Angeles per finanziare la loro causa. All'inizio Webb viene trattato come un eroe, dopodiché le cose si fanno sempre più dure, per lui e per la sua famiglia...


Sarà che sto invecchiando ma, pur continuando ad avere qualche difficoltà nel tenere il filo di tutti i nomi e le facce che scorrono sullo schermo nell'arco di due ore, i film tratti da storie vere come La regola del gioco (altro titolo italiano imbecille: che regola sarebbe? Chi si fa i fatti suoi campa cent'anni?) mi intrigano sempre di più. Al di là delle parti palesemente romanzate, di "dettagli" aggiunti per rendere più umani i personaggi (come per esempio, in questo caso, il rapporto tra il protagonista e il figlio maggiore, cementato dal restauro di una moto d'epoca) e dell'ovvia scelta di rendere il sembiante dei coinvolti più glamour e piacevole di quanto non fosse in realtà, questi spaccati di vita vissuta mi interessano molto e in particolare mi affascina l'intricato mondo del giornalismo o, meglio, di quello che era una volta il giornalismo, fatto di professionisti appassionati e libero dal pressapochismo internettiano. Purtroppo per Gary Webb, non libero da influenze politiche  né da diffidenza, invidia o ipocrisia; reporter di un giornale di provincia, il nostro è balzato agli onori della cronaca per un'inchiesta nata assolutamente per caso, che gli ha sì permesso di mettere in piazza gli altarini più squallidi ed ipocriti della CIA ma ha anche attirato su di sé le e ire e, conseguentemente, le sgradevoli attenzioni di persone prive di scrupoli e molto pericolose. Nel mondo dei media la credibilità è tutto ma, come già ci ha insegnato Fincher con il suo Gone Girl, è ancora più importante assecondare e fomentare la volubilità di un pubblico che ama sguazzare nel torbido e che in pochissimo tempo può passare dall'elevare una persona al rango di guru al reputarlo un truffatore della peggior specie per degli errori passati che nulla hanno a che fare con la sua professionalità. Nel corso di La regola del gioco a Gary Webb (reporter realmente esistito e morto in in circostanze misteriose, abbandonato dalla famiglia e senza avere avuto mai più la possibilità di lavorare per un giornale) succede proprio di passare dalle stelle alle stalle; la sua inchiesta desta molto scalpore ma viene insabbiata in brevissimo tempo e nonostante smuova parecchie acque ancora oggi il mistero sul reale coinvolgimento della CIA nella guerra civile in Nicaragua e, soprattutto, nella conseguente distribuzione della droga dei Contra a Los Angeles, è avvolta in una nube di mistero.


La pellicola si concentra quindi più sull'aspetto umano di Gary Webb che sull'effettiva validità della sua inchiesta ed offre un inquietante spaccato di quello che sta dietro le quinte di quella che dovrebbe essere un'informazione imparziale, fatta in realtà di giochi politici, compromessi ed ipocrisia: la lunga sequenza in cui Webb ritira comunque un premio come "giornalista dell'anno" mentre né il suo capo né il suo redattore hanno il coraggio di guardarlo in faccia dopo avere rinnegato pubblicamente i suoi articoli mette i brividi e lascia impotenti davanti al peso di una realtà così tragicamente e schifosamente negativa. Essere tacciato di falsità e pressapochismo ma ricevere comunque un premio per l'eccellenza del lavoro svolto è il culmine di una tragedia umana che si mescola in maniera molto naturale alla spy story, elementi che trasformano La  regola del gioco in un thriller d'inchiesta privo di momenti "morti" e capace d'inchiodare lo spettatore alla poltrona. Merito della storia narrata, sì, ma anche di un bravissimo Jeremy Renner, che si carica sulle spalle tutta l'ambizione, la sfrontatezza e la fragilità di Gary Webb senza risultare mai posticcio o forzato. Accanto a lui c'è tutta una ridda di comprimari che incarnano le due anime di La regola del gioco: a mio avviso funzionano molto bene attori come Mary Elizabeth Winstead o Oliver Platt, che ancorano la storia alla sua parte maggiormente "reale", mentre altri grandi nomi quali Ray Liotta o Andy Garcia (due attoroni quasi sprecati per quel che compaiono sullo schermo e lo stesso vale per Robert Patrick e Barry Pepper, per quanto ottimi caratteristi di lusso) risultano un po' fasulli nei loro ritratti di malviventi quasi leggendari, come se interpretassero le caricature dei loro personaggi più famosi. A parte questo trascurabile, piccolissimo difetto, La regola del gioco è un solido film dal sapore quasi anni '70, una di quelle pellicole intelligenti in grado di spingere lo spettatore a volersi documentare ulteriormente sui fatti narrati. In questa torrida estate di dinosauri, orsacchiotti e futuri post-apocalittici sarebbe bene ritagliare uno spazio anche per il film di Michael Cuesta!


Di Jeremy Renner (Gary Webb), Robert Patrick (Ronald J. Quail), Mary Elizabeth Winstead (Anna Simons), Barry Pepper (Russel Dodson), Tim Blake Nelson (Alan Fenster), Michael Kenneth Williams (Ricky Ross), Oliver Platt (Jerry Ceppos), Andy Garcia (Norwin Meneses), Michael Sheen (Fred Weil) e Ray Liotta (John Cullen) ho già parlato ai rispettivi link.

Michael Cuesta è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film episodi delle serie Six Feet Under, Dexter, True Blood e Homeland. Anche produttore e sceneggiatore, ha 52 anni.


Paz Vega (vero nome Paz Campos Trigo) interpreta Coral Baca. Spagnola, ha partecipato a film come Lucía y el sexo, Parla con lei, The Spirit, Vallanzasca - Gli angeli del male, Gli amanti passeggeri, Grace di Monaco e doppiato Madagascar 3 - Ricercati in Europa. Ha 39 anni e cinque film in uscita.


Durante le primissime fasi di produzione del film, erano stati fatti i nomi di Brad Pitt e Tom Cruise per il ruolo di Gary Webb mentre Spike Lee si era dimostrato molto interessato a finire dietro la macchina da presa. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate Tutti gli uomini del presidente, Good Night, and Good Luck. e Insider - Dietro la verità. ENJOY!

mercoledì 22 giugno 2011

X-Men: l'inizio (2011)

Qualche sera fa sono andata a vedere X – Men – L’inizio (X – Men: First Class), diretto da Matthew Vaughn. Come sempre, sono partita molto più che prevenuta, visto che sono una fan accanita del gruppo di mutanti Marvel, ma per fortuna anche questa volta sono uscita dalla sala soddisfatta.



Trama: il film racconta la nascita del primo gruppo di X – Men, negli anni della guerra fredda tra USA e Russia. Vediamo così un giovane Charles Xavier che, assieme alla “sorella adottiva” Raven, si allea ad un altrettanto giovane Erik Lehnsherr per impedire all’ex nazista Sebastian Shaw di far scoppiare la terza guerra mondiale.



A parer mio questo X – Men: l’inizio è un film in grado di soddisfare sia i fan del fumetto sia gli spettatori che non hanno assolutamente idea di chi siano i mutanti della Marvel. A prescindere dal conoscere o meno il background dei personaggi (su cui tornerò, perché sono pignola…) infatti gli sceneggiatori hanno imbastito una storia molto bella nella sua semplicità, senza mettere troppa carne al fuoco e concentrandosi su quello che, alla fine, è il fulcro dell’intera saga degli X – Men: la costante battaglia tra “normalità” e diversità. Fondamentale, a questo proposito, ambientare il film in un’epoca durante la quale i mutanti erano ancora pochi, sparuti e quasi inconsapevoli di essere portatori del gene X. Altrettanto fondamentale mostrare, prima ancora della rivalità, la profonda amicizia che legava i due protagonisti (e futuri acerrimi nemici) Charles Xavier ed Erik Lehnsherr. Il primo è ricco, bello e intelligente, nato e cresciuto in un mondo praticamente “ideale”, fermamente convinto della possibilità di integrare i mutanti nella società; il secondo invece è irrimediabilmente segnato dall’olocausto, dalla consapevolezza della crudeltà portata dal terrore del “diverso”, fermamente convinto che una razza minacciata dalla mera presenza di un’altra si impegnerà con tutti i mezzi per eliminarla dalla faccia della terra. Il film non offre una soluzione facile a questa contrapposizione, anzi. Sembrerebbe quasi, sul finale, che sia Erik ad avere ragione, e che la battaglia di Charles per l’integrazione sia una causa persa, sebbene i suoi metodi siano moralmente più giusti di quelli di Erik: ma come si fa a non uccidere chi vuole ucciderci per primo, che ci vorrebbe morti solo perché diversi? E come facciamo a dire che ripagare gente come Shaw con la stessa, sanguinosa moneta, non ci rende uguali, se non peggiori, a loro? Un eterno dilemma al quale, in cinquant’anni e passa di storie, non è ancora stata data una risposta univoca.



In mezzo ai due contendenti, poi, ci sono gli altri mutanti. Ben lontani dall’essere granitici cattivoni tout court come Shaw e la sua cricca, o esperti conoscitori dei propri poteri come Charles Xavier, questi ragazzini, questa prima generazione di X – Men, sono pieni di dubbi, insicurezze e paure. I personaggi più riusciti in tal senso sono quelli di Raven e di Hank McCoy, entrambi portatori di mutazioni che li rendono palesemente diversi e mostruosi, quindi ideale fulcro della contrapposizione tra i loro due “mentori”. E laddove la prima ha la possibilità di sembrare normale proprio grazie ai suoi poteri di mutaforma, di plasmarsi quasi in base ai desideri degli altri, il secondo cerca di sfruttare il suo cervello per eliminare quell’aspetto della sua mutazione che lo rende mostruoso e per questo unico, peggiorando così la situazione. Paradossalmente, la decisione di accettarsi per come si è (almeno in X – Men: l’inizio) va di pari passo con l’altrui sopraffazione, mentre sono proprio quelli che odiano sé stessi a ricercare l’accettazione degli altri, con tutto quel che ne consegue.



Terminati qui gli sproloqui sul significato del film, passiamo all’aspetto prettamente cinematografico e a quello “nerd”. Visivamente parlando, X – Men: l’inizio è forse il più bello dei cinque film sui mutanti Marvel. Imponente la scena finale con la miriade di missili che cercano di colpire Magneto, mozzafiato le evoluzioni del Blackbird, soprattutto quando viene insidiato dai tornado di Riptide, molto bello anche l’effetto del volo di Banshee, con tanto di sonar. Credo però che rappresentare degnamente i poteri mutanti sia un ostacolo che, per quanto gli effetti speciali progrediscano nel tempo, nessuno riuscirà mai a superare del tutto: qui troviamo la solita particolare trasformazione di Mystica, perfetta nella CG ma inguardabile, come sempre, per quanto riguarda il make-up (quel colore blu con quella parrucchetta rossa la fa sembrare un orrendo pupazzo, anche peggio che nei primi tre X-Men), make – up che, per quanto riguarda la Bestia, farebbe venire voglia di cavarsi gli occhi per l’orrore (se Mystica è un pupazzo di gomma, Bestia è un peluche di quelli che ti vendono i cinesi al mercato: improponibile). Voto 10 invece alla trasformazione in diamante di Emma Frost, alle scariche al plasma di Havoc e al teletrasporto del rosso Azazel. Ma ovviamente non sono gli effetti speciali e il make – up a rendere X – Men: l’inizio superiore agli altri film della saga (Wolverine a parte, quello non si tocca!), quanto piuttosto la sottile vena ironico – trash che percorre l’intera pellicola. Vedere un inedito Charles Xavier “beccione”, che tenta di intortarsi le fanciulle parlando di cromosomi e mutazioni, o mentre chiede che non gli vengano toccati i capelli (sia mai che resti calvo!!), mentre ricerca giovani mutanti in equivoci locali di strip – tease assieme a Erik, mentre assieme allo stesso Erik si fa mandare letteralmente a fanculo da Wolverine nella scena più bella del film è esilarante tanto quanto le mise à la Austin Powers della gang di Sebastian Shaw e la faccia che fa quest’ultimo quando Xavier lo blocca telepaticamente (non si capisce se Kevin Bacon stia per vomitare o che…). Avendo nominato l’uomo Footloose, parliamo anche degli attori: Fassbender nei panni di Magneto è semplicemente perfetto, fiero, commovente ed emozionante, si mangia senza troppi problemi il moscetto James McAvoy che nei panni di Xavier qualche risata, appunto, la strappa, ma nulla più. Kevin Bacon nel ruolo di Sebastian Shaw mette i brividi, convincentissimo e bravo sia come nazista che come “villain” marvelliano. Per quanto riguarda i giovani attori non sono male… ma qui si sfocia nel terreno del nerd, indi per cui apriamo un altro paragrafo poi la finisco qui, giurin giuretta.



I giovani attori, dicevo. Per me che adoro gli X - Men e tutto il loro mondo più importanti ancora dei poteri sono le personalità. E, lo ammetto, mi sarebbe piaciuta un po’ più di fedeltà alla continuity dei fumetti o, perlomeno, dei film precedenti. Siccome però questo X – Men: l’inizio, come da titolo è, appunto, un prequel per futuri film che si discosteranno dai primi tre e da Wolverine, ecco che gli sceneggiatori hanno dato un bel colpo di spugna e hanno ricominciato da capo, senza preoccuparsi troppo di approfondire personaggi messi lì più che altro per la spettacolarità dei poteri, con il risultato che i poveri attori risultano alla fine dei pupazzetti lontani anni luce dai mutanti “veri”, inevitabilmente deludenti. E se il povero Armando “Darwin” Muñoz è quello che si becca il trattamento peggiore pur essendo virtualmente immortale (d’altronde il personaggio attualmente milita in X – Factor, e a parte gli aficionados chi è che conosce anche solo lontanamente questa interessantissima formazione?), gli altri non se la cavano meglio. A parte i tre protagonisti principali, infatti, sono solo Bestia, Mystica e Banshee (stupenda la scena in cui, da bravo cattolico irlandese, si fa il segno della croce prima di provare a volare) a venire dotati di una qualche personalità un po’ più approfondita e a non distaccarsi troppo dai personaggi Marvel “storici” (anche se un legame tra Raven e Hank o Charles non è mai esistito!). Di Havoc viene mantenuta la difficoltà iniziale nel controllo dei poteri e persino la tutina contenitiva con tanto di cerchi concentrici sul petto, ma mi sorge spontanea una domanda: perché diamine era in galera e non in un orfanotrofio con il fratellino Ciclope? Mah. Per quanto riguarda Angel Salvadore, le sarebbe piaciuto a ‘sta buzzicona fare la fighetta spogliarellista nei fumetti, e anche sputare fuoco invece di muco corrosivo; peccato che la mutante in questione sia stata abbellita per il pubblico maschile e trasformata in una graziosa e sexy follettina, quando in realtà era un’orrenda e cicciona ragazza - mosca creata nel periodo in cui era quel pazzo di Grant Morrison a scrivere le storie degli X – Men. E se ad Angel è andata bene, purtroppo deve ancora nascere l’attrice col carisma necessario ad interpretare la meravigliosa Emma Frost: bellissima, glaciale, stronza, imperturbabile e capace di imprevedibili picchi di rara umanità, se continueranno ad usarla come personaggio secondario non ne coglieranno mai l’essenza e ogni sua versione cinematografica sarà sempre una ciofeca. Mi perplime anche l’idea di affiancare a Shaw, con tutti i villain che c’erano, proprio due personaggi come Azazel e Riptide: il primo, nei comics è una sorta di demone infernale, padre di Nightcrawler (devo quindi dedurre che nei seguiti lo vedremo accoppiato a Mystica?!?) comparso giusto per qualche numero; il secondo in realtà non crea dei veri e propri uragani, come nel film, ma è semplicemente in grado di roteare molto velocemente e di produrre secrezioni ossee che usa come proiettili da lanciare contro i nemici. Siccome il personaggio è uno dei mille e pluriclonati Marauders di Sinistro, singolarmente non è mai servito molto all’economia delle storie. Last but not least, Moira McTaggert, qui una banalissima agente americana della CIA, in realtà una genetista assai superiore allo stesso Charles Xavier e, per qualche tempo, anche fidanzata di Banshee. Uno splendido, umanissimo e testardo personaggio, purtroppo fatto morire ormai parecchio tempo fa, il cui spirito indomito non viene affatto rappresentato nel film.



In definitiva, non so cosa avrete capito di questo lungo e nerdissimo sproloquio, quindi gira che ti rigira la cosa importante della recensione ve la metto in neretto: come ho detto all’inizio, nonostante ovvie imperfezioni e “mancanze”, X – Men: l’inizio è comunque un bel film, ben girato e in gran parte ottimamente interpretato, in grado di mescolare azione e riflessione, consigliato ai fan e anche a chi non conosce i mutanti Marvel. Insomma, guardatelo, damn it!



Del regista Matthew Vaughn ho già parlato in questo post; la pellicola avrebbe dovuto essere diretta da Brian Synger, già responsabile di X – Men e X2, che per colpa di impegni pregressi è rimasto solo come produttore. Passando agli attori, James McAvoy (Charles Xavier) lo trovate qua, il bellissimo Michael Fassbender (Erik “Magneto” Lehnsherr) lo trovate qui e infine del buon Kevin Bacon (Sebastian Shaw) ho parlato qua. Tra le guest star segnalo Ray Wise nei panni del segretario di stato e l’apparizione a sorpresa di Hugh Jackman nei panni di Wolverine, ovviamente!

Oliver Platt interpreta l’agente della CIA che per primo accoglie Xavier. Canadese, lo ricordo per film come Una donna in carriera, Linea mortale, Beethoven, Proposta indecente, il tamarrissimo I tre moschettieri della Disney, Il Dottor Dolittle e il commovente L’uomo bicentenario, inoltre ha partecipato alle serie Miami Vice e Nip/Tuck. Anche produttore, ha 51 anni e due film in uscita.



Rose Byrne interpreta Moira McTaggert. Australiana, ha partecipato a film come Star Wars: Episodio II - l’attacco dei cloni, Troy, Maria Antonietta e 28 settimane dopo. Ha 32 anni.



Jason Flemyng interpreta Azazel. Inglese, lo ricordo per film come Mowgli – Il libro della giungla, Rob Roy, Deep Rising – Presenze dal profondo, Lock & Stock, Snatch, La vera storia di Jack lo squartatore, La leggenda degli uomini straordinari, Stardust, Mirrors – Riflessi di paura, Il curioso caso di Benjamin Button e Kick – Ass. Ha 45 anni e un film in uscita.   



Tra gli altri attori presenti nel film segnalo Zoe Kravitz (figlia di Lisa Bonet e Lenny Kravitz) nei panni di Angel Salvadore e Rebecca Romijin, già presente nei primi tre film dedicati agli X – Men, nei panni della Mystica più “vecchia” che si vede per qualche istante nel letto di Erik. Sempre a proposito di Mystica, per il ruolo era in lizza anche Amber Heard, la protagonista di The Ward di John Carpenter, mentre per quanto riguarda Sebastian Shaw, l’indecisione era tra Colin Firth e Kevin Bacon, ma ha vinto il secondo in quanto, pare, più minaccioso. Se vi è piaciuto X – Men: First Class preparatevi al seguito, previsto nel 2014, e nel frattempo guardatevi gli altri quattro film dedicati al gruppo mutante. E ora vi lascio con il trailer originale del film... ENJOY!!!


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