Attirata da una vagonata di recensioni positive, ho recuperato Strange Darling, diretto e sceneggiato nel 2023 dal regista JT Mollner.
Trama: una donna fugge nel bosco, inseguita da un uomo armato di fucile. Nel corso di sei capitoli, capiremo perché...
Premesso che l'horror più strano che vedrete quest'anno è Cuckoo (anche lì, tra l'altro, c'è una bionda dalla testa fasciata), Strange Darling, che dell'horror riprende alcuni topoi e buona parte della violenza rappresentata ma, di fatto, è un thriller, è di sicuro uno dei film più particolari. Lo è talmente tanto, infatti, che non posso parlarvene come vorrei, perché basterebbe una frase sbagliata per rovinare una visione costellata di twist enfatizzati dalla strana struttura della pellicola. I capitoli di Strange Darling, ognuno caratterizzato da un titolo rivelatore, non sono in ordine cronologico, bensì mescolati in modo da ottenere un effetto sorpresa ancora maggiore e giocare con le aspettative e i pregiudizi del pubblico. L'unica cosa che vi posso dire relativamente all'intreccio, prima di passare alla parte spoilerosa del post, è che c'è un uomo che insegue una donna e che molte persone finiranno vittime di questa sanguinosa caccia. Posso parlare più liberamente degli aspetti tecnici di Strange Darling, girato dichiaratamente in 35 mm e fotografato in colori vividissimi sui quali spicca il rosso, il colore dell'amore, del pericolo, del sangue; il direttore della splendida fotografia, per inciso, è Giovanni Ribisi, che si è messo alla prova dopo un'ottima carriera di attore e non ha certamente cominciato trattenendosi. E non si sono trattenuti neppure gli attori ma, anche qui, vi rimando a dopo la visione, così potete leggere quello che ne penso sotto la linea dello spoiler. Per convincervi a dare una chance a Strange Darling, aggiungo solo che ha una colonna sonora (della musicista Z Berg), che ascolterei in loop e che, tolte le ovvie differenze e al netto di iperboli che rischierebbero di attirarmi strali post-visione, ha alcuni elementi che rimandano ai primissimi Tarantino e Coen senza voler essere un omaggio dichiarato, né una delle mille copie carbone che mirano a seguire un trend mai esaurito. Purtroppo devo fermarmi qui o rischio davvero di rovinare l'esperienza Strange Darling a chi dovesse leggere queste righe e fidarsi. Spero che ciò che ho scritto vi spinga alla visione, mal che vada potete mandarmi al diavolo nei commenti! E ora passiamo agli
SPOILER
Strange Darling è un film furbissimo, in senso buono. Non arrivo a definirlo geniale, forse non è il caso, ma mi ritengo una persona ormai abbastanza sgamata e difficilmente rimango sorpresa da una trama. Ecco, JT Mollner mi ha fregata alla grande, ho inghiottito l'esca con amo e tutto, accogliendo senza pormi nemmeno una domanda immagini e dialoghi troppo "espliciti" per non far venire dubbi. Forse perché "ho una vagina", come viene rinfacciato molto simpaticamente alla poliziotta dell'ultimo capitolo dal suo superiore, mi sono lasciata ingannare (come lei) da tutti gli stereotipi cinematografici che vogliono una donna indifesa, inseguita in un bosco da un demone armato di fucile, pronto a violentarla o peggio. JT Mollner gioca con questi topoi, sfruttando la morale comune e il ritorno in grande stile dei rape and revenge, portando avanti il suo inganno in parallelo con quello della "Lady" che, ben lungi dall'essere una damsel in distress, è una serial killer senza scrupoli. L'inganno funziona non solo in virtù della già citata struttura divisa in capitoli mescolati, o per l'intro descrittivo che fa molto true crime, ma anche perché il film disattende continuamente le aspettative dello spettatore, indossando di volta in volta la maschera del dramma psicologico, del thriller erotico, persino della celebrazione dell'amour fou (contro ogni buon senso, vi giuro che ho sperato che Lady e il Demone si riscoprissero seriamente innamorati, sono veramente un bibino gloglottante). Anche le inquadrature e il montaggio, oltre alla colonna sonora di cui ho parlato sopra, sostengono l'inganno alla perfezione, ti portano dove vuole JT Mollner al punto che le palesi dissonanze non vengono neppure percepite. Pensate pure che fossi svogliata e disattenta, durante la visione, ma giuro che non era così (no, sto mentendo. Lo so dove mi sono distratta. Davanti a quella cazzo di colazione a base di burro e zuccheri, capace di fare impallidire il "imburra la pancetta e impancetta la salsiccia" di Simpsoniana memoria), non mi sono neppure addormentata, e sì che ero stanca morta . Anche perché è impossibile addormentarsi davanti alla performance di Willa Fitzgerald, altra candidata di un ideale Oscar che quest'anno dovrebbe fare incetta di nomi femminili horror. Comincia in maniera soft la Fitzgerald, quasi banale, ché il genere è pieno di final girl urlanti e insanguinate, lo sapete meglio di me. Ma guardate la final girl trasformarsi in femme fatale prima, mostro poi e vittima della sua stessa psiche malata sul finale, e vi renderete conto che la sua è una delle performance dell'anno. Kyle Gallner lo sa, e signorilmente la sostiene senza esagerare, dando corpo al proprio personaggio attraverso sfumature, anche fisiche, che concorrono a rendere ancora più efficace l'inganno di Strange Darling. Un film strano, come da titolo, e per questo da tenersi ancora più caro in questo 2024 cinematografico che, arrivato quasi alla fine e dopo un inizio lentino, continua a sorprendere e a dare enormi soddisfazioni.
JT Mollner è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto un altro lungometraggio, Outlaws and Angels. E' anche produttore e attore.
Willa Fitzgerald interpreta The Lady. Americana, la ricordo per serie quali Scream: La serie, Piccole donne e La caduta della casa degli Usher. Ha 33 anni e un film in uscita.
Ed Begley Jr. interpreta Frederick. Americano, lo ricordo per film come Il bacio della pantera, She Devil, Caro zio Joe, Mezzo professore tra i marines, Batman Forever, Auto Focus, Ghostbusterse serie quali Happy Days, Starsky & Hutch, Colombo, Wonder Woman, Charlie's Angels, Fantasilandia, Love Boat, Pappa e ciccia, I racconti della cripta, Una famiglia del terzo tipo, Sabrina vita da strega, La tata, Dharma & Greg, Scrubs, Kingdom Hospital, Six Feet Under, Hannah Montana, CSI: Miami, Better Call Saul e Young Sheldon; come doppiatore ha lavorato in Batman, Capitan Planet, I Rugrats, I Simpson e Spongebob Squarepants. Anche produttore e regista, ha 75 anni e cinque film in uscita.
Dopo che il multisala di Savona ha fatto incularella, siamo dovuti emigrare a Genova per recuperare Smile 2, diretto e sceneggiato dal regista Parker Finn. Ne è valsa la pena? (Sì, assolutamente)
Trama: tornata sulla cresta dell'onda dopo un durissimo periodo di riabilitazione, la cantante Skye Riley comincia ad avere terribili allucinazioni e a convincersi di essere perseguitata da un'entità maligna...
Smile era un esordio che mi era piaciuto molto. L'ho rivisto prima di andare a vedere il seguito ed è una pellicola che, non so perché, tocca alcune corde sensibili del mio essere, tanto che è uno dei pochi horror che mi scatena un magone incredibile in almeno un paio di sequenze (soprattutto quella in cui la protagonista si ritrova vittima di un trauma orrendo, circondata da persone che la credono pazza, e alle ferite psicologiche si aggiungono anche quelle fisiche causate da un tavolo di vetro. Giuro, è la seconda volta che mi ritrovo con le lacrime agli occhi davanti alle sue urla disperate). Il "problema" di Smile è il terribile modus operandi dell'entità maligna, la quale non si limita a perseguitare i vari personaggi, ma li conduce al tracollo psichico isolandoli da amicizie e affetti, riducendoli a larve spaventate che non riescono più ad avere il controllo della propria vita, e lo fa con una spietatezza agghiacciante. In Smile, toccava a una psichiatra ritrovarsi a perdere credibilità e salute mentale, in Smile 2 la cosa si complica ulteriormente, perché la protagonista, Skye Riley, è già di suo terreno fertile per la follia. Skye è una cantante alle prese con un difficile ritorno sulle scene, dopo un anno passato a riprendersi da un incidente d'auto che le ha lasciato dolorose cicatrici, sia nel corpo che nella mente. La disintossicazione da alcool e droghe è resa più difficile non solo dalle conseguenze fisiche dell'incidente, ma anche dalla pressione costante che la madre e tutto l'entourage le riversano addosso alla vigilia dell'importante tour che ne rilancerebbe l'immagine. Inoltre, Skye non era una bella persona neppure prima della tragedia e ciò l'ha resa una persona sola, priva di appoggi e prona ad inveire contro il mondo alla prima occasione. La sceneggiatura di Parker Finn, con tutti questi elementi, crea una bomba ad orologeria, un crudele viaggio senza freni verso un annientamento che, forse, sarebbe arrivato anche senza l'aiuto dell'entità malevola, perché Skye è una pentola a pressione pronta ad esplodere. Nonostante la natura della protagonista non sia totalmente positiva, lo spettatore viene spinto comunque a provare pietà per lei e per tutto l'orrore che si porta dentro, a sentirsi soffocare dal labirinto all'interno di cui la rinchiude il demone, spingendola verso l'orrore senza che Skye neppure se ne accorga ed illudendola di avere il totale controllo della sua vita, come se il personaggio "di facciata" venduto alle folle adoranti potesse magicamente tramutarsi in realtà.
Smile 2 è quindi uno Smile "più lungo, più grosso e tutto intero", nel senso che prende tutti gli elementi positivi del primo film e li potenzia creando un film spaventosissimo, dove lo jump scare arriva a tradimento sfruttando, tra l'altro, ciò che lo spettatore sa o pensava di sapere dopo avere visto la prima pellicola (ammetto di averne guardato almeno metà bestemmiando, l'altra metà protetta dalla solita rete di dita. E ora mi spiegate perché il cervello ritiene sia meno spaventoso guardare un film attraverso uno spazietto piccolino delimitato da cornici di ossa e carne? E' insensato, ma un minimo, con me, funziona). Parker Finn inizia col botto, confezionando una sequenza d'apertura degna di un thriller, e continua alternando momenti di terrore cieco ad altri di terribile bellezza, sfruttando con incredibile maestria tutto ciò che ruota attorno alla vita di una cantante e performer; in particolare, alcune coreografie sono ipnotiche e offrono spunti per infliggere tormenti ancora più terribili a Skye, tanto che quella del "corpo di ballo" all'interno dell'appartamento della protagonista è, mia modesta opinione, una delle sequenze horror più belle del 2024. In tutto questo, Naomi Scott si è rivelata una scream queen di prim'ordine. Lontana dalla bellezza surreale che la caratterizzava nell'Aladdin di Guy Ritchie, il suo aspetto più prosaico (ma non meno affascinante) accompagna una performance fisica di altissimo livello, anche perché Smile 2 non è particolarmente dialogato, e sono moltissimi i momenti in cui, a parlare, sono le scene dove c'è sinergia assoluta tra attrice, regia, montaggio e colonna sonora; dolorosi flashback, lampi di pura sofferenza, sono i mezzi attraverso cui arriviamo a capire a fondo l'oscurità dell'animo di Skye, i suoi demoni interiori, e la perversione di un'entità che di questo si nutre, sfruttandoli per fare ancora più male alla sfortunata vittima. A proposito di perversione, aggiungo che Parker Finn è deviato quanto me, perché fin dalle prime scene ho sperato che il film si concludesse in un certo modo, e il regista ha assecondato le mie aspettative in maniera egregia. Ora, c'è solo da capire che direzione prenderà la sua carriera, perché un eventuale Smile 3, con le premesse del secondo capitolo, sarebbe molto stuzzicante, ma sarei anche curiosa di vedere la sua eleganza, la sua ricerca di angoli e stacchi di montaggio particolari, il suo gusto estetico, al servizio di qualcos'altro. Nel frattempo, vi invito a godervi Smile 2 anche se il primo vi aveva detto poco, perché potreste rimanere molto sorpresi!
Del regista e sceneggiatore Parker Finn, che compare anche nei panni di un fotografo, ho già parlato QUI. Rosemarie DeWitt (Elizabeth Riley), Kyle Gallner (Joel) e Drew Barrymore li trovate invece ai rispettivi link.
Naomi Scott interpreta Skye Riley. Inglese, ha partecipato a film come Aladdin e Charlie's Angels. Anche produttrice, regista e sceneggiatrice, ha 31 anni e due film in uscita.
Ray Nicholson, figlio di Jack, interpreta Paul Hudson e aveva già partecipato ai film Una donna promettente eLicorice Pizza. Smile 2 segue direttamente gli eventi di Smile quindi, se vi fosse piaciuto, consiglio di recuperarlo e aggiungere It Follows. ENJOY!
Non gli avrei dato un centesimo. E invece Smile, diretto e sceneggiato dal regista Parker Finn, mi ha terrorizzata.
Trama: dopo il violento suicidio di una paziente, la psichiatra Rose comincia ad essere perseguitata da un'entità malevola...
Okay, rimettiamo un po' le cose in prospettiva. Sono andata a vedere Smile aspettandomi una sòla, una roba orribile e per ragazzetti in stile Obbligo o verità o qualunque altro film horror brutto con minchiette sorridenti in quanto possedute. E' verosimile, dunque, che il mio apprezzamento verso la pellicola sia cresciuto proprio in virtù di queste scarse aspettative, almeno per quanto riguarda la trama, che ho trovato decisamente angosciante; abbiamo, similmente aIt Follows, una maledizione incarnata da un "qualcosa" che perseguita chi ne è afflitto e che prende la forma di persone normali, sconosciute o meno, le quali cicciano fuori armate di sorriso agghiacciante nei momenti meno opportuni, ma in questo caso la maledizione si scatena non tramite i rapporti sessuali, bensì tramite i suicidi. Questa è la svolta "adulta" della trama, che sottolinea quanto sia facile non solo perdere il controllo della propria esistenza a causa di un trauma orribile, ma anche quanto sia arduo venire accettati da chi ci circonda quando la malattia, in questo caso quella mentale o presunta tale, comincia a mordere con ferocia, trasformandoci da membri "rispettabili" della società in reietti da scansare con sguardi di commiserazione. Rose, la protagonista di Smile, è una psichiatra stacanovista, che mette i pazienti davanti a tutto il resto, è un modello di compostezza e professionalità. Assistere alla sua progressiva trasformazione in una pazza urlante, distrutta dall'ansia e dal terrore, abbandonata da famiglia e fidanzato, privata della sua rispettabilità di professionista, è una delle cose più angoscianti viste al cinema quest'anno, soprattutto quando l'apparente follia di Rose la porta a fare del male, inconsapevolmente, a chi le è più caro (parliamo del colpo di scena meglio gestito del film, una cosa che si capisce pochissimi istanti prima della rivelazione e che ammazza lo spettatore a causa della sua ineluttabilità). Probabilmente, uno dei motivi per cui Smile ha avuto così tanto effetto su di me è la possibilità, rara in un horror recente, di empatizzare totalmente con la protagonista; vero è che nessuno ha mai provato (spero!) l'ansia di venire perseguitati da un'entità maligna, ma di sicuro a molti sarà capitato di provare il terrore di essere bloccati in una situazione senza via d'uscita e di non riuscire a far capire agli altri l'entità della paura che proviamo, anche per questioni che per tante persone sono di facile soluzione o di nessun interesse, e per questo gli sfoghi di rabbia e dolore di Rose mi hanno portato più volte sull'orlo del magone.
Magonata com'ero, anche perché, diciamolo, tanto tranquilla in questo periodo non sono, sono diventata anche più permeabile all'elemento horror, che a me è sembrato gestito in maniera egregia. Parker Finn è al suo primo film ed è stupefacente come riesca, alla faccia di registi anche più "esperti", ad introdurci fin dall'inizio all'interno di un'atmosfera di totale disagio, con la macchina da presa che, spesso, prende il punto di vista di "qualcosa" che, dall'esterno, governa in qualche modo la vita della protagonista privandola del libero arbitrio, designandola come vittima neppure troppo casuale, all'inizio, e in seguito togliendole ogni sicurezza quando la sua casa si trasforma in un terrificante crogiolo di anfratti bui, ombre sospette e suoni inquietanti. E' un mondo alla rovescia quello catturato dalla cinepresa di Finn, fatto di panoramiche che sfidano lo spettatore a scorgere l'elemento dissonante, oppure di inquadrature che piano piano si chiudono sulla protagonista togliendole ogni via di scampo, e nonostante il regista non faccia granché affidamento sui jump scares classici, la combinazione mortale tra montaggio e colonna sonora (particolarmente inquietante ed insidiosa) offre salti sulla sedia assicurati. Sarà che ero abbastanza logorata, ma anche sul finale, quando l'entità si palesa in tutta la sua bruttezza, l'ho trovata particolarmente spaventosa a discapito dell'abbondante CGI che, di solito, mi fa cadere ogni sentimento, e nel tornare a casa ho corso nelle strade buie come non mi capitava da qualche anno (tra l'altro sono invecchiata male, avevo il fiatone), temendo di trovarmela dietro qualche angolo o portone. Come avrete capito, ho apprezzato moltissimo anche la protagonista, la cui metamorfosi nel corso del film è davvero sorprendente, e mi sono stupita di non essermi mai accorta prima di Sosie Bacon, pur avendo visto qualcuna delle opere in cui è comparsa, mentre il resto del cast, pur essendo apprezzabile, non conta nessuno in grado di rubarle la scena. In soldoni, Smile è un film che consiglio e che, molto probabilmente, entrerà nella mia top 5 di fine anno, ma siccome sto leggendo molti pareri contrastanti devo essere sincera ed ammettere di non sapere se è davvero un film efficace o se ero io, martedì sera, particolarmente "permeabile" all'ansia. Provatelo e fatemi sapere!
Parker Finn è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, è anche produttore.
Sosie Bacon interpreta Rose Cotter. Americana, figlia di Kevin Bacon, ha partecipato a film come Charlie Says e a serie quali Scream: La serie. Ha 30 anni e un film in uscita.
Jessie T. Usher, che interpreta Trevor, è l'A-Train della serie The Boys. Il film si basa sul corto Laura Hasn't Slept, sempre diretto e sceneggiato da Parker Finn e avente per protagonista Caitlin Stasey. Se Smile vi fosse piaciuto, cercatelo e aggiungete It Follows. ENJOY!
Dribblando coviddi, problemi di salute, sale chiuse e sfiga a palate, lunedì, come per miracolo, sono riuscita a vedere Scream, diretto dai registi Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett. NIENTE SPOILER, tranquilli. E, se volete un punto di vista migliore e meglio articolato, sempre spoiler free, non perdetevi il post di Lucia, ovviamente.
Trama: passato un decennio dagli ultimi omicidi, un nuovo Ghostface torna a seminare il terrore per le strade di Woodsboro, coinvolgendo facce vecchie e nuove...
Innanzitutto permettetemi di descrivervi la gioia di tornare a vedere uno Scream al cinema dopo 22 anni. Non è la stessa cosa vedere Ghostface all'opera nella solitudine del divano casalingo, perché da quel lontano, caldissimo pomeriggio settembrino del '97, l'unico modo a mio avviso perfetto di fruire dei vari Scream è in sala, sentendosi piccoli piccoli davanti all'orrore della maschera più famosa del nuovo millennio, oppure in casa ma con tanti amici/conoscenti, possibilmente ignari di cosa stanno per vedere (sì, non dimenticherò mai la serata passata in Danimarca con le danesi inconsapevoli che letteralmente saltavano giù dalla poltrona ad ogni colpo di scena). E non è un caso se ho aperto lo scrigno dei ricordi legati a una serie di film per i quali non smetterò mai di ringraziare Craven, perché il fulcro della nuova pellicola diretta dai due ex Radio Silence, ben più complessa di quanto appaia e perfettamente inserita all'interno di quel discorso metacinematografico che perdura da anni, è proprio il legame tra lo spettatore e il suo modo di vivere e percepire ciò che, in maniera distorta e troppo spesso insana, si trasforma in nella cristallizzazione di un ricordo granitico e personale, di non condivisibile se non con altri che hanno la stessa, limitata visione. Se non avete mai sentito parlare di "infanzie stuprate" probabilmente avete vissuto su Marte negli ultimi decenni oppure, fortunatamente per voi, non fate parte del branco di babbuini urlanti che, ogni volta che qualcuno prova a prendere un film/cartone animato/opera del passato e cambiarlo un minimo, riaggiornandolo magari al gusto attuale, urla al vilipendio e all'orrore, alla morte di tutto ciò che c'è di puro e sacro, nemmeno se l'opera in questione l'avessero realizzata loro, e che personalmente ritengo una delle cose peggiori vomitate da quella cloaca che è il web; è evidente, invece, che i Radio Silence, Williamson e soci hanno ben presente il fenomeno e non si limitano a criticarlo o dileggiarlo come merita (i dialoghi, ironici, pungenti e "nerd" sono ben chiari in tal senso) ma offrono allo spettatore una chiave di lettura per superarlo in modo sano, sicuramente malinconico e straziante come tutti i distacchi dal passato, ma comunque positivo.
Ed è così che il nuovo Scream diventa un esaltante, sanguinoso ponte di passaggio tra il (nemmeno troppo, ammettiamolo) glorioso passato della saga, fermata dall'arrivo di quell'horror più adulto e cerebrale nominato anch'esso all'interno del film (e sì, tesoro, anche io preferisco The Babadook, non me ne voglia Craven), e un futuro ancora tutto da scrivere, distaccandosi magari anche per stile, colonna sonora e topoi dall'opera seminale del buon vecchio Wes, al quale non possiamo far altro che dire grazie in eterno. E' un ponte di passaggio intelligente e arguto, come ho scritto sopra, che gioca con le certezze dello spettatore, con la mentalità non solo dei fan ma anche e soprattutto dei detrattori che guarderanno il film solo per fargli le pulci, e che non si limita ad omaggiare intere, storiche sequenze abbracciandole o ribaltandole, ma si prende tutto il tempo di tratteggiare dei nuovi personaggi ai quali viene affidato più tempo in scena rispetto ai quattro titolari superstiti, elevandoli dal rango di monodimensionali vittime sacrificali a persone delle quali ci importa, al punto che vorremmo saperne di più (per esempio: ok il padre, ma chi è la madre?), interpretate da attori bravi ed espressivi. Ahiloro, questi personaggi si trovano di fronte il Ghostface più sanguinoso di sempre, altro segno di come sono cambiati i tempi, con spettatori più esigenti che vogliono vedere le coltellate e sentirle, tra fiumi di sangue finto e violenze assortite, anche se stavolta l'ansia, almeno per me, è derivata non tanto dal capire dove si sarebbe nascosto il killer, ma dalla minaccia costante ai tre amatissimi personaggi che ci accompagnano dal 1997. In tal senso, sono anche io un po' un bonobo urlante: Sidney, Gale, soprattutto Linus, li considero amici da anni, e sarei tanto contenta di vederli sempre giovani e belli, con Gale e Linus innamorati e felici, tutti pronti a regalarci ancora anni e anni di storie. Trovarmeli davanti invecchiati, con alle spalle decenni di vicende reali e fittizie, più o meno felici, è stato un colpo al cuore e allo stesso tempo un bello scrollone ai miei desideri di ragazzina fangirl, che deve imparare a lasciare andare con grazia e confidare nel nuovo, dopo avere ovviamente consumato fazzoletti a son di piangere. Se il nuovo sarà ai livelli di questo Scream posso stare tranquilla!
Jenna Ortega interpreta Tara Carpenter. Americana, ha partecipato a film come Iron Man 3,La babysitter - Killer Queen e serie quali CSI: NY. Ha 20 anni e due film in uscita, Studio 666 e soprattutto X, inoltre interpreterà Mercoledì Addams nell'imminente serie Wednesday.
Niente spoiler nemmeno qui, tranquilli. Consiglio solo, ovviamente, di recuperare la prima trilogia e Scream 4. ENJOY!
Dopo averne letto QUI e QUI ho deciso di recuperare The Cleanse (conosciuto anche come The Master Cleanse), diretto e sceneggiato nel 2016 dal regista Bobby Miller.
Trama: Paul è un uomo sconfitto dal lavoro e dall'amore, che non riesce più a trovare un motivo per vivere. Un giorno vede in TV una pubblicità relativa ad un rifugio che porterebbe le persone a purificarsi dai pensieri negativi ed abbracciare una vita piena e decide di fare un tentativo. Ma The Cleanse, il trattamento ideato dal dottor Ken Roberts, è più complicato di quello che appare...
The Cleanse è un film delizioso e molto malinconico, imperniato su quell'insoddisfazione, spesso sconfinante nella tristezza e nella depressione, da cui tutti siamo più o meno afflitti, chi periodicamente chi in maniera cronica. E' una pellicola dotata di una metafora che più chiara non si può, che parte dalla parodia di quei programmi di purificazione probabilmente più diffusi in America che in Italia per arrivare a ragionare sulla natura del dolore e sul modo di affrontarlo. Bobby Miller pare volerci dire che il dolore, la "negatività" se vogliamo, è parte integrante di ognuno di noi; accresciuto sicuramente da elementi esterni, non è tuttavia imputabile essenzialmente ad altri oppure al destino avverso, perché è il nostro stesso carattere a dargli terreno fertile per prosperare e sconfiggerci. Proprio per questo, molte persone trovano conforto nello spleen della propria esistenza, indossando il male di vivere come una cappa forse scomoda, di cui lamentarsi spesso, tuttavia troppo rassicurante per liberarsene completamente. Accettare il cambiamento, lasciarsi alle spalle il passato, per quanto faccia male, fa meno paura rispetto al gettarsi a capofitto in un futuro privo di certezze (lavorative, sentimentali o quant'altro), quindi talvolta si preferisce rimanere frustrati, tristi ed arrabbiati per paura di minare lo status quo della propria esistenza. Questo lo fa Paul, il protagonista della pellicola, lo fa la sua compagna di sventura Maggie, lo faccio io e lo fa probabilmente la metà della popolazione mondiale, perché è la cosa più facile da fare. E Bobby Miller ci racconta questa umanissima "pigrizia" sfruttando una trama che mescola fantasia e horror, andando a creare una favola "nera" a tratti molto dolce e anche commovente, più efficace quando sfrutta questo suo aspetto sentimentale piuttosto che quando cerca di assecondare il desiderio di inquietare lo spettatore, desiderio che lascia un po' il tempo che trova e si concretizza in una sottotrama tirata per i capelli, appena abbozzata.
Veicolo fondamentale di questa metafora nonché punto forte del film sono, neanche da dirlo, i bestiolini frutto del trattamento del Dr. Roberts. Pucciosissimi animatronics che non sfigurerebbero nelle case di qualsiasi appassionato di robe disgustosette ma fondamentalmente kawaii, i mostrillini rubano giustamente la scena agli attori in carne ed ossa e si conquistano le simpatie dello spettatore il quale, nonostante immagini dopo più o meno mezz'ora come finirà la storia, non può fare a meno di affezionarsi a loro con tutte le conseguenze del caso, un po' come succede ai protagonisti. E' interessante come Bobby Miller mescoli questo sprazzo di pura fantasia e perizia tecnica ad uno stile di regia quasi "naturalistico", scevro da orpelli o rimandi pop, assai simile ad un modo di fare cinema tipico della scena indie più dimessa, se posso permettermi di usare questo termine; il cortocircuito tra regia e bestiole impreziosisce il film di un tocco di realismo che lo rende più plausibile, di conseguenza più vicino allo spettatore. Non guasta nemmeno che il protagonista sia Johnny Galecki, più valido nel ruolo di medioman simpatico e timidissimo piuttosto che in quelli di machiavellico ed inquietante professore (vedi The Ring 3), dotato di quei tic facciali che denotano perenne insicurezza e persino un po' di fastidio, per quanto speranzoso, nel forzarsi a ricercare contatti umani. Galecki, assieme all'adorabile Anjelica Huston e un altro grande caratterista come Oliver Platt, è la ciliegina sulla torta di un film piccolino ed imperfetto da "divorare" tutto d'un fiato, per divertirsi, intenerirsi... e chissà, magari anche un po' riflettere sul modo migliore per liberarci di tutte le paranoie che ci rovinano quotidianamente la vita.
Bobby Miller è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, è anche produttore e attore.
Chloë Sevigny era stata scelta per il ruolo di Maggie ma ha rinunciato ed è stata sostituita da Anna Friel. Se The Cleanse vi fosse piaciuto recuperate Bad Milo!. ENJOY!
A giugno la Midnight Factory ha fatto arrivare anche sul mercato home video italiano Red State, film diretto e sceneggiato nel lontano 2011 dal regista Kevin Smith.
Trama: tre ragazzi rispondono ad un annuncio di sesso on line e finiscono nelle grinfie del folle predicatore Abin Cooper, deciso a punirli per i loro peccati...
Erano anni che sentivo parlare molto bene dell'incursione nell'horror "serio" di Kevin Smith, regista ormai notoriamente bollito a furia di farsi gran cannoni/tirare rigoni (semicit.), e nonostante abbia aspettato sei anni per vederlo le mie aspettative erano a mille. D'altronde, Smith e la religione si sono sempre presi molto bene, come dimostrato dal pregevole Dogma, simpatica satira all'acqua di rose non capita dal 90% della popolazione credente e per questo ingiustamente osteggiata, quindi la presenza di un predicatore cattolico radicale, chiaramente ispirato a figure come Fred Phelps, mi faceva se non altro pensare a qualcosa di molto gustoso. Invece ammetto che, nonostante il claim Tarantiniano presente sulla copertina del bluray (pare che Quentin in persona lo abbia inserito tra pellicole più belle del 2011), Red State mi ha lasciata abbastanza fredda e mi è sembrato un lavoro riuscito a metà, rabberciato alla bell'e meglio da un regista e sceneggiatore che non sapeva bene dove andare a parare. L'inizio, per esempio, è quello tipico di un horror: tre ragazzi rispondono ad un annuncio on line sperando di trovarsi per le mani il primo foursome della loro vita e finiscono invece incaprettati, prede di una comune religiosa popolata da folli e guidata da un pazzo convinto che Dio odi tutti i peccatori e deciso quindi a punirli nel modo più violento possibile. Data questa premessa, avrei scommesso tutti i miei averi su una svolta improntata sul torture porn, invece a un certo punto subentrano i federali e il film si trasforma in un assedio dove nessun personaggio, nemmeno quelli che dovrebbero essere i "buoni", riescono ad accattivarsi le simpatie dello spettatore, rivelando la loro fondamentale natura violenta e crudele, tipicamente "umana" a sentire le parole finali di Joseph Keenan. Considerato che amo essere sorpresa, questo cambiamento di registro mi è anche sembrato un tocco di classe, il problema è che Smith non è propriamente in grado di girare film capaci di mantenere il necessario ritmo di un thriller, di un horror o di un action perché, di fondo, ciccio Kevin è un gran sbrodolone.
Definisco Kevin Smith "sbrodolone" perché è uno che, come il già citato Tarantino, ama un sacco il suono della sua voce e delle sue idee e conseguentemente adora infarcire i suoi film di dialoghi "oziosi". La cosa funziona bene in film come Clerks, In cerca di Amy, Generazione X, persino Dogma, ma in una pellicola come Red State bisognerebbe avere anche la capacità tarantiniana di scioccare il pubblico e tenerlo in scacco con splendide immagini di violenza non con la stasi di un povero John Goodman costretto a parlamentare e stare al telefono per delle ore o, ancor peggio, con l'utilizzo della camera a mano vomitilla. Michael Parks, unica vera punta di diamante del film nonché unico pregio indiscutibile, incanta con la sua voce, riempie d'orrore con le sue tirate di fuoco e sangue contro gli omosessuali, mette i brividi con la sua aria da bravo papà amato da una grande famiglia (di matti, ma comunque matti normali, capaci di condurre una vita persino noiosa, almeno finché non scelgono di imbracciare le armi per difendere il loro Credo distorto) ma la cosa finisce lì, persa in un mare di false partenze e tentennamenti che toccano l'apice nel finale loffissimo. Ecco, quel finale è una cosa che non perdono al grasso orgoglio di Smith perché capisco la mancanza di budget e la sboroneria ma bastava tenere ancora un po' il film in cantiere, ricorrere ad quello stesso crowdfunding che ha partorito un aborto come Tusk, e sarebbe uscita fuori un'Apocalisse capace di lasciare a bocca aperta qualsiasi spettatore, Bolluomo in primis che ci aveva quasi creduto. E invece, ennesima tirata di un John Goodman bravissimo ma costretto nei panni di un personaggio pavido, che non sa neppure lui che pesci prendere, ridotto a raccontare una storiaccia "moralista" degna del peggior Silent Bob e ad un trucco narrativo che a momenti non oserebbero utilizzare neppure in Fear the Walking Dead. Insomma, meglio di Tusk o Yoga Hosers (e ci mancherebbe altro...) ma comunque non benissimo, un triste presagio di quello che sarebbe diventato Kevin Smith nel giro di cinque o sei anni. O forse, una conferma di quello che è sempre stato ma eravamo troppo ciechi per vedere.
Ralph Garman interpreta Caleb. Americano, ha partecipato a film come Ted, Un milione di modi per morire nel west, Tusk, Ted 2, Lavalantula, Yoga Hosers e a serie quali Streghe, NYPD, Dr. House e Bones; come doppiatore ha lavorato per le serie American Dad!, I Griffin, Celebrity Deathmatch, The Cleveland Show, Robot Chicken e per Lego Batman - Il film. Anche sceneggiatore e produttore, ha 53 anni e un film in uscita.
Patrick Fischler interpreta l'agente Hammond. Americano, ha partecipato a film come L'uomo ombra, Twister, Mulholland Drive, Ghost World, Ave Cesare! e a serie quali Jarod il camaleonte, NYPD, Nash Bridges, Streghe, Angel, CSI - Scena del crimine, ER Medici in prima linea, Tutto in famiglia, Monk, CSI: NY, CSI: Miami, La vita secondo Jim, Bones, Cold Case, Lost, Weeds, Criminal Minds, Grey's Anatomy, C'era una volta e Twin Peaks. Anche sceneggiatore e produttore, ha 48 anni e due film in uscita.
L'edizione Blu-Ray della Midnight Factory purtroppo non presenta extra degni di nota (solo il trailer, mentre nell'edizione inglese ci sono dietro le quinte, podcast, scene eliminate, commento del regista ecc.) benché sia corredata dall'ottimo libretto esplicativo curato dalla redazione di Nocturno Cinema. Michael Angarano, che interpreta Travis (uno dei tre protagonisti) era Elliot, il figlio di Jack, nella serie Will & Grace mentre Marc Blucas, riconoscibile sotto l'elmetto del cecchino che si impietosisce davanti a Cheyenne, era Riley nella serie Buffy l'ammazzavampiri. Per il ruolo di Joseph Keenan Smith aveva pensato sia a Samuel L. Jackson che ad Alan Rickman ma quest'ultimo ha dovuto rinunciare perché impegnato nelle riprese di Harry Potter e i doni della morte. Nello script la scena dell'Apocalisse era presente ma Kevin Smith ha dovuto eliminarla per problemi di budget: dopo il confronto tra Cooper e Keenan, che nel film continua col racconto di quest'ultimo, teste e cuori di tutti i presenti, fedeli e poliziotti, avrebbero dovuto esplodere lasciando in vita solo Keenan, testimone della venuta di un angelo gigante (che avrebbe impalato Cooper con una spada fiammeggiante) e dei quattro cavalieri dell'Apocalisse. Detto questo, se Red State vi fosse piaciuto recuperateThe Sacrament, The Wicker Mane The Conspiracy. ENJOY!
Come volevasi dimostrare, la Notte Horror di Italia 1 è foriera di diludendo ed è molto meglio quella organizzata da noi Blogger. Esempio lampante è stato il terzo film in programmazione quest'anno, Il messaggero (The Haunting in Connecticut), diretto nel 2009 dal regista Peter Cornwell.
Trama: per consentire al figlio malato di cancro di essere più vicino all'ospedale che lo ha in cura, la famiglia Campbell si trasferisce in una nuova casa in Connecicut. Presto il ragazzo comincia ad essere preda di orribili visioni legate al sinistro passato della casa, un tempo usata come agenzia di pompe funebri...
Ciò che mi ha salvata dall'oblio durante la visione de Il messaggero (ennesimo esempio di titolo italiano al limite dell'idiozia, messaggero de che, di una sfiga cosmica??) è stato il tempestivo ritorno dei genitori unito alla loro difficoltà nell'aprire la porta di casa o anche questa volta, come già successo con My Soul to Take, mi sarei addormentata senza possibilità di risveglio, neanche mi avesse uccisa Freddy Krueger. Il messaggero è infatti la quintessenza della noia fatta a horror, il classico film dove "non succede niente" ma in senso negativo: non è che Il messaggero giochi sulle atmosfere, sull'inquietudine, sul "non visto che fa ancora più paura", non succede proprio una benemerita mazza e quel poco che succede fa venire il latte alle ginocchia per quanto è banale e raffazzonato. Abbiamo la solita famiglia di poveri cialtroni che, ovviamente, si va a trasferire nella solita casa a due piani con inquietante cantina e soffitta annesse dove, neanche a dirlo, cominciano a manifestarsi i soliti spiriti maligni che un po' spostano piatti, un po' ti compaiono alle spalle per il solo gusto di farlo e per guardarti con scazzo, un po' possiedono il membro più debole della famiglia per fargli fare cose innominabili (nella fattispecie: urlare, giusto un po' di sclero, niente di trascendentale) e un po' tentano di farti capire che diamine è successo nella casa perché, giustamente, di star lì dentro ne hanno voglia ancor meno della famiglia perseguitata e vorrebbero uscire per tornare o in paradiso o all'inferno. Il giochino degli spiriti, in un'ora e mezza di pellicola, durerà sì e no un quarto d'ora scarso, il resto de Il messaggero verte sui tentativi di far magonare lo spettatore attraverso il dramma del povero figlio maggiore affetto da cancro che, come se non avesse già abbastanza problemi, deve anche sopportare il fatto di essere l'unico a riuscire a "vedere la gente morta" in quanto dotato di un piede nella fossa e un altro sulla saponetta.
A peggiorare questo quadro già non troppo edificante, ne Il messaggero non si vede la mano del regista, non ci sono delle ambientazioni gradevoli, non viene giocata la carta vintage perché gli anni '80 nel film somigliano terribilmente ai giorni nostri e anche il twist finale, se di twist si può parlare, non ha proprio molto senso e mostra tutti i limiti di una storia già lacunosa di per sé (si vedano le note finali) sulla quale Hollywood ha dovuto necessariamente ricamare per giustificare la realizzazione di un film, infarcendola così di cliché che potessero "farla filare" per un'ora e mezza. Il messaggero è purtroppo anche uno spreco di un paio di attori validi come Elias Koteas e Virginia Madsen: il primo, che in italiano viene ovviamente doppiato come De Niro per confondere lo spettatore meno scafato, ormai è abbonato ai ruoli da vecchio nonostante abbia appena una cinquantina d'anni ed interpreta un prete talmente pesante che verrebbe voglia di vederlo preso a calci nelle terga dalle entità infestanti mentre la seconda, poveraccia, è l'unica a metterci anima e bravura nell'interpretare la madre distrutta dal dolore e ormai privata della fede, ma immersa in cotanta pochezza è come se gettasse perle ai porci. Obiettivamente, c'è poco altro da aggiungere su Il messaggero, giusto un paio di ulteriori considerazioni su come i realizzatori non sapessero probabilmente che pesci pigliare. Per ingannare/invogliare lo spettatore medio, ovviamente, la pellicola è stata presentata come "tratta da una storia vera" e l'inizio, con la telecamera a mano fissa sulla protagonista intervistata, da l'idea errata di avere davanti l'ennesimo mockumentary ma quello che perplime davvero è il fatto che Virginia Madsen si lamenti della sfortuna che è capitata alla sua famiglia quando poi la storia finisce a tarallucci e vino! E volendo potrei anche citare la presenza di stormi d'uccelli neri che, com'esuli pensieri, migrano sì nel vespero ma in definitiva non c'entrano nulla con gli eventi scatenanti l'infestazione del titolo originale quindi o gli sceneggiatori si sono fumati un pezzo di script oppure non sapevano cosa metterci per aggiungere un po' di colore a questa sciapa storia di fantasmi, medium, preti e strani becchini che adorano seviziare i cadaveri senza un motivo apparente. In poche parole, evitatelo come la peste!
Peter Cornwell è il regista della pellicola. Australiano, ha diretto anche due episodi della serie Hemlock Grove. Anche produttore e animatore, ha due film in uscita.
La storia vera alla base de Il messaggero coinvolge, neanche a dirlo, i protagonisti di L'evocazione,Lorraine ed Ed Warren, chiamati dalla famiglia Snedeker per capire cosa stesse accadendo nella loro nuova casa, un tempo usata (come nel film) come agenzia di pompe funebri. Pare che il figlio maggiore, affetto dal linfoma di Hodkin, una volta trasferitosi avesse cominciato a soffrire di sdoppiamento di personalità e avesse persino tentato di stuprare la cugina prima di venire messo in manicomio per più di un mese. Nel frattempo, le demoniache presenze che si pensava infestassero la casa passavano le notti a violentare le donne e sodomizzare il marito (!!); i coniugi Warren hanno effettivamente ammesso che durante la loro permanenza in casa Snedeker "qualcosa" di paranormale è successo, tuttavia lo scrittore Ray Garton, autore di In a Dark Place:The Story of a True Haunting, libro che racconta tutta la storia, avrebbe dichiarato che nessuna delle testimonianze dei membri della famiglia Snedeker coincideva con quella degli altri e che persino Ed Warren aveva ammesso davanti a lui che quella gente era semplicemente pazza, pertanto gli aveva consigliato di aggiungere dettagli di fantasia per rendere la storia più terrificante. Quindi, se si considera che la casa in questione è stata abitata prima e dopo da altre famiglie che non hanno riportato alcun problema, true story my ass, come al solito. Tuttavia, se siete curiosi di vedere la vera casa dove si sono svolti questi eventi potete digitare 208 Meriden Avenue, Southington, Connecticut su Google Maps: dovrebbe essere la villetta a due piani col tetto verde e l'ingresso seminascosto da un alberello. De Il messaggero esiste un seguito che tuttavia racconta un'altra storia, The Haunting in Connecticut 2: Ghosts of Georgia (inedito in Italia direi) e da qualche anno si vocifera l'uscita di un terzo capitolo della saga, The Haunting in New York; nell'attesa, se la pellicola vi fosse piaciuta, potete recuperare i film della serie Poltergeist o Amityville. ENJOY!
L’ho già detto spesso su questo blog, ma mi piace ribadirlo per l’ennesima volta: mai andare al cinema colmi di speranze, è sempre meglio partire convinti della mediocrità di ciò che si sta per andare a vedere. In questo modo, se il film fa schifo arriviamo preparati, se invece il risultato è meglio di quanto ci aspettiamo saremo in parte sollevati e soddisfatti. E’ successo ieri sera dopo aver visto il nuovo Nightmare (A Nightmare on Elm Street), dello sconosciuto Samuel Bayer. Per carità, come remake è più inutile di altri, ma non fa schifo come temevo.
La trama è sempre la stessa, dal 1984: nella città di Springwood i ragazzi cominciano a morire nel sonno, per mano di un mostro artigliato chiamato Freddy Krueger che compare nei loro sogni. I superstiti provano in qualche modo a capire cosa vuole da loro l’immonda creatura e soprattutto come fare a ucciderlo prima che lui faccia altrettanto.
Ah, la mania dei remake, reboot, chiamateli un po’ come volete, il senso è sempre quello. Invadono i nostri cinema con film copia di originali che spesso e volentieri non avevano bisogno di essere rifatti. Almeno lo facessero stravolgendo completamente la trama, le scene clou, e quant’altro: per quanto riguarda il nuovo Nightmare il paragone con l’originale è inevitabile, perché tutte le scene chiave sono prese pari pari dalla pellicola del 1984, che a rivederla oggi è ancora freschissima, attuale ed inquietante. E allora che altro motivo c’è di fare un’operazione simile se non per bieco denaro? Siccome Englund (il Freddy originale) e Wes Craven, creatore del personaggio e regista del primo film, soldi ne hanno a palate, ecco che se ne chiamano fuori, giustamente. Quindi io cercherò di dimenticare l’affronto al Nightmare del 1984 e cercherò di considerare questo nuovo episodio come un film a sé.
La novità che viene pesantemente introdotta è una caratterizzazione molto più marcata del personaggio di Freddy come maniaco e pedofilo. Nei vecchi film la cosa passava un po’ sottotono, non veniva mai detto molto chiaramente cosa avesse fatto il buon Fred ai pargoli, tanto da arrivare a scatenare l’orda di genitori inferociti che decidono di fare giustizia sommaria del bruto bruciandolo vivo. Di questi tempi, invece, dove episodi di violenza e pedofilia sono le notizie più succulente per ogni giornale, la questione viene sviscerata e si cerca (stupidamente, a mio avviso) di instillare anche il dubbio nello spettatore: Krueger era davvero un maniaco? E se i bambini si fossero solo inventati tutto, spingendo i genitori ad uccidere un innocente? Ovviamente la risposta a queste domande, nonostante un flashback/sogno che mostra la sua morte con dovizia di pianti e urla, è un bel dito medio e artigliato mostrato con arroganza allo spettatore così credulone da avere abboccato: Freddy in questo film è più laido, stronzo, schifoso e depravato che in passato, e la scoperta della “caverna” piena di disegni infantili e di foto che testimoniano il suo rapporto malato con i bimbi è un pugno nello stomaco. Per il resto, al di là dei salti continui dovuti alle costanti comparse di Freddy (ecco, all’epoca lo centellinavano, il che era meglio sia per l’atmosfera che le coronarie) e delle secchiate di sangue, una cosa furba di questo remake è il ricorso ad un piccolo stratagemma per confondere ancora di più gli incubi e la realtà: pare che dopo qualche giorno il cervello dell’insonne cronico si costringa a fare “microsonni” per non andare in corto circuito. In questo caso la cosa viene sfruttata facendo piombare i protagonisti in sogni ad occhi aperti quando meno se lo aspettano, mentre camminano o fanno dell’altro, e il regista riesce così a dare vita a pregevoli sequenze come quella del supermercato, scandita dall’ironica canzone All I Have to Do Is Dream degli Elderly Brothers. Un’altra bella scena, che ai miei occhi è suonata come una “non – citazione” è quella in cui Nancy affonda in un corridoio colmo di sangue e finisce per precipitare assieme ad una pioggia rossa nella stanza di sotto attraverso il soffitto, finendo a rimbalzare su un letto: esattamente il contrario di quello che succede al povero Johnny Depp nel primo Nightmare, dove viene inghiottito dal letto e poi rigurgitato con una fontana di sangue talmente abbondante che il soffitto della stanza di sotto comincia a gocciolare.
Me lo aspettavo, ma è incredibile vedere come la pecca principale del film siano il trucco e l’aspetto di Freddy. Mi viene da ridere, perché avranno speso tempo e denaro in quantità inimmaginabili e il risultato è un grottesco incrocio tra un gatto e un castoro. Sarà che già la faccia di Jackie Earle Haley non è delle migliori (non me ne voglia, poveraccio, ma da struccato Englund è un uomo molto più bello) ma il trucco è praticamente identico a quello degli uomini gatto de I sonnambuli, con l’aggiunta di cicatrici da ustione e quant’altro. Per fortuna, almeno, il doppiaggio italiano ha dimenticato la S mutata in F a causa delle labbra fuse, o sarebbe risultato ancora più grottesco. Ma CACCA in abbondanza sugli adattatori italiani che hanno coperto i meravigliosi titoli di testa, scritti con il gesso da mano infantile, con delle banali scritte bianche e solo per tradurre due parole che non leggerà nessuno. Segnalo verso la fine del film una simpatica citazione da Pulp Fiction e, ahimé, una triste quanto prevedibile apertura per futuri seguiti. In definitiva, si poteva fare di peggio: preso come film a sé non sarebbe nemmeno troppo male, ma il vero Nightmare è inarrivabile.
Di Jackie Earle Haley, che interpreta Freddy Krueger, ho parlato qui.
Samuel Bayer è il regista della pellicola, che figura come suo primo film. Prima ha lavorato sui video di artisti del calibro di Garbage, Marilyn Manson, Cranberries, Metallica, Green Day, Offspring, DavidBowie, Blink 182, Smashing Pumpkins ed Iron Maiden. Americano, ha 48 anni e due film in programma, tra cui il seguito di Nightmare. Vorranno mica arrivare a toccare i 6/7 della vecchia versione? Freddy, ti prego, abbattili.
Rooney Mara interpreta Nancy. Americana, ha lavorato come comparsa in Urban Legend 3 e ha partecipato alle serie Law & Order e ER. Ha 25 anni e tre film in uscita, tra cui il remake di Uomini che odiano le donne, dove lei avrà il ruolo della divina Lisbeth Salander. La mia Sally interpretata da una così molla??? ORROREEE!!!
Kyle Gallner interpreta Quentin. Personalmente, visto che la sua carriera è appena all’inizio, lo ricordo solo nei panni del darkettino che finiva vittima di Megan Fox ne Il corpo di Jennifer (nel frattempo si è ingurgitato tutto il catering del set visto che è diventato gonfio come un batrace..), ma ha recitato anche in Il messaggero e in alcune serie tv come Il tocco di un angelo, Giudice Amy, Veronica Mars, Cold Case, Bones, Medium, Law & Order, The Shield e Smallville. Americano, ha 24 anni e sette film in progetto.
Katie Cassidy interpreta Kris. Niente di troppo eclatante nella carriera di questa giovane attrice americana, che ha partecipato a film come Cambia la tua vita con un click, Black Christmas – un Natale rosso sangue e a serie come Settimo cielo, Supernatural, Harper’s Island, Gossip Girl e Melrose Place (quello nuovo ovviamente). Ha 24 anni e due film in uscita.
Thomas Dekker interpreta Jesse. Americano, ha partecipato a film come Villaggio dei dannati e serie come La tata, Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi: la serie, CSI, Settimo cielo, Dr. House, Heroes (nella prima serie era il migliore amico di Claire) e Terminator – The Sarah Connors Chronicles. A partire dal quinto episodio de Alla ricerca della Valle Incantata presta la voce al dinosauro Piedino e in un paio di seguiti che penso siano inediti in Italia ha doppiato anche il topo Fievel nonché un episodio de I griffin. Ha 23 anni e due film in uscita.
E ora un paio di curiosità. Il film era nato come prequel, e avrebbe dovuto narrare la storia prima che Freddy diventasse il mostro che è. Ovviamente ad un progetto simile il buon Englund avrebbe partecipato volentieri. Ovviamente, perché improvvisare basandosi magari su pochi materiali sparsi quando è molto più comodo rimaneggiare la pappa pronta e metter su un remake? No comment. Per quanto riguarda il cast, per il ruolo di Freddy era stato pensato anche Billy Bob Thornton (non male!!) ed era prevista anche una partecipazione speciale di John Saxon, che nel film dell’84 interpretava il padre di Nancy (personaggio peraltro scomparso nel remake…) ma alla fine non se n’è fatto nulla. Per la serie Tante volte il fato è strano: nel lontano 1984 Johnny Depp non era proprio andato a fare l’audizione per Nightmare, ma pare fosse lì solo per accompagnare… Jackie Earle Haley. Alla fine Johhny è stato preso, mentre il povero Haley è stato in stand – by per più di vent’anni! Ovviamente, parlando proprio del primo film, vi consiglio di vederlo, assieme al terzo capitolo (I guerrieri del sogno) e al “settimo” (Nuovo Incubo). Sono i migliori, e se poi vi appassionate nessuno vi vieta di vedere anche gli altri! Beccatevi ora il trailer del primo, vero Nightmare... ENJOY!