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mercoledì 12 luglio 2023

Il morso del coniglio (2023)

Una delle ultime aggiunte su Netflix, nonché un film che tenevo d'occhio da un po', è Il morso del coniglio (Run Rabbit Run), diretto dalla regista Daina Reid. NO SPOILER, ovvio.


Trama: Sarah, medico con problemi passati di salute mentale e un rapporto tormentato con la famiglia, è costretta ad affrontare gli improvvisi cambiamenti della figlioletta Mia...


Dopo The Babadook, arriva dall'Australia il Babasnook (non è mia ma mi ha fatto crepare dalle risate), ovvero uno slow burn di orrore familiare in cui una donna, Sarah Snook per l'appunto, si ritrova a dover affrontare i cambiamenti inspiegabili della figlioletta di sette anni e ad affrontare i traumi passati che minacciano di inghiottirla. Nulla di troppo innovativo, ve lo concedo, infatti non è con spirito desideroso di innovazione che bisogna affrontare Il morso del coniglio, bisogna seguire il mood e "rilassarsi". Se ci riuscite, ovvio, perché il paragone con The Babadook non l'ho fatto a caso. Sarah, infatti, parte da una condizione già svantaggiata, come accadeva ad Amelia. Madre single, con ex marito risposatosi e in procinto di avere un secondo figlio (che lui e Sarah si fossero messi d'accordo per "non dare un fratellino a Mia" neppure con altri partner è un dettaglio molto importante), Sarah viene privata di un altro pilastro importante per la propria stabilità mentale con la morte dell'adorato padre, evento che la costringe ad interessarsi della madre con la quale non parla da anni. Il rapporto tra Sarah e la piccola Mia, almeno all'inizio, non è però terribile come quello tra Amelia e Samuel: certo, Mia ogni tanto ha delle uscite un po' assurde e Sarah tende a tenere la piccola all'oscuro delle dinamiche familiari, soprattutto per quanto riguarda la nonna, ma madre e figlia parrebbero assai legate. Qualcosa si spezza il giorno del compleanno di Mia, quando la bambina vede la madre nell'atto di compiere un gesto potenzialmente imperdonabile (le cui conseguenze fisiche si imprimeranno nella carne della donna, come da titolo italiano) e, tradita nel profondo, comincia a cambiare, diventando quasi una sconosciuta agli occhi di Sarah. Scioccata da questi violenti cambiamenti, le difese mentali della donna si indeboliscono al punto che i traumi passati arrivano ad assumere contorni ben più reali di un presente incerto, con tutta una serie di rivelazioni che vi lascio il piacere di scoprire.


Il punto di forza de Il morso del coniglio, neanche a dirlo, è l'interpretazione di Sarah Snook, attrice che apprezzo dai tempi del sottovalutato Jessabelle. Appesantita, sciatta e con lo sguardo atterrito e diffidente del coniglio che fugge, la Snook rende credibili ed intensi anche i momenti più "confusi" della pellicola, quelli in cui la sceneggiatura sembra volerla fare un po' fuori dal vaso, e permette allo spettatore di empatizzare anche con un personaggio, a tratti, non particolarmente gradevole. La piccola Lily LaTorre, adorabile pulcetta dalla faccia da schiaffi anche nei momenti più inquietanti della pellicola, è a sua volta molto brava e tiene botta senza timore di venire eclissata da "mammà", il che risulta in un'ottima alchimia tra le due attrici. Altra cosa che ho molto apprezzato de Il morso del coniglio (ma qui secondo me fa parecchio l'effetto nostalgia) è l'ambientazione australiana, quel passaggio dalle sfumature bluastre della prima parte, che mostra principalmente edifici chiusi come case, scuole o studi medici, che si tinge dei colori marroni del bush, di una natura brulla e immancabilmente sconfinata, capace di inghiottire le persone senza che di loro rimanga traccia, tranne che nel cuore di chi ancora le aspetta o le ricorda. Siccome ho promesso di non fare spoiler, non mi sento di aggiungere altro, tranne che di dare una chance a Il morso del coniglio e di affrontarlo con la pazienza che merita, perché il suo difetto principale è quello di risultare poco dinamico e magari non facilissimo da sostenere dopo una dura giornata di lavoro. Io non mi sono addormentata però, quindi questo dispone a suo favore!


Di Sarah Snook, che interpreta Sarah, ho già parlato QUI.

Daina Reid è la regista della pellicola. Australiana, ha diretto principalmente episodi di serie TV quali The Handmaid's Tale e The Outsider. Anche attrice, produttrice e sceneggiatrice, ha 57 anni. 



Sarah Snook ha sostituito Elisabeth Moss, che ha dovuto rinunciare al film per impegni pregressi. Se Il morso del coniglio vi fosse piaciuto recuperate ovviamente The Babadook (lo trovate sul canale Midnight Factory o a noleggio su Prime Video) e aggiungete Hereditary , Two Sisters (entrambi a noleggio su Chili o Prime Video) e Relic (compreso nell'abbonamento Prime Video). ENJOY!

domenica 24 gennaio 2021

Pieces of a Woman (2020)

Spinta dalle molte critiche positive, ho recuperato uno degli ultimi film usciti su Netflix, Pieces of a Woman, diretto nel 2020 dal regista Kornél Mundruczó.


Trama: dopo un parto casalingo finito in tragedia, Martha si isola sempre di più dal suo compagno e dalla sua famiglia.


Pieces of a Woman
rischia davvero di mandare in pezzi più di uno spettatore. Non sto a dirvi quanto mi abbia fatto passare la voglia di avere figli dopo la prima, mortale mezz'ora di travaglio in presa diretta con tutte le complicazioni del caso né quanto sarei partita a prendere a schiaffi entrambi i protagonisti in quella stessa occasione, perché insomma, se le cose cominciano a "puzzare" bisogna tapparsi il naso e correre in ospedale senza stare tanto a fare "gli alternativi", ma queste sono le considerazioni superficiali di una brutta e cinica persona. Parlando un po' più seriamente, Pieces of a Woman è uno splendido, dolorosissimo racconto che tocca molteplici emozioni umane, non tutte positive, e nasce dall'esperienza personale della sceneggiatrice Kata Wéber, che dopo aver perso un figlio ha deciso di allontanarsi dal marito, proprio il regista Kornél Mundruczó, una scelta che molti potrebbero criticare ma che, davanti a quello che viene mostrato nel film, è probabilmente la più condivisibile. Da donna, ci ho provato a mettermi nei panni di Sean, uomo alle prese con una delle tragedie più grandi della sua vita, ma ammetto di aver fatto fatica ad empatizzare con lui proprio perché non riuscivo a fare a meno di perdermi nel dolore di Martha. Non ho mai sperimentato la maternità ma l'idea di sentire crescere una creatura in grembo per nove mesi, con tutte le gioie e i dolori della gravidanza, solo per poi stringere tra le braccia un corpicino freddo la trovo agghiacciante e senza nulla togliere al dramma vissuto dai futuri padri, penso proprio che sia la madre a subire maggiormente il contraccolpo fisico ed emotivo di un orrore simile; immagino quanto ci si debba sentire vuote, inadeguate, private di un pezzo fondamentale del proprio sé, assillate da amici e famiglia che, spesso anche a "fin di bene", non smettono di ricordarci la perdita mentre ci invitano a riprenderci e trovare la forza di andare avanti (o, in questo caso, a cercare una tardiva giustizia), costrette a farci forza anche per mariti e compagni. Non si può criticare Martha per la volontà ferma di scegliere il distacco, anche dalla bambina, non la si può criticare per l'incapacità di "consolare" un compagno che si strugge nemmeno fosse Mario Merola (al "I miss her so much!!" ho pensato solo "TU! Che l'hai vista 5 minuti! Che ca**o deve dire lei che se l'è portata dentro 9 mesi??" - Sì, sono emotiva. Sì, già non sopporto LaBeouf, quindi figuriamoci, soprattutto se poi lo fai rientrare nel cliché dell'uomo che deve sfogare il dolore con l'uccello), non la si può criticare per la decisione di prendersi del tempo per capire e, forse, guarire.


Pieces of a Woman
ci getta di peso nell'ordalia di una donna che non può fare altro che aspettare che il tempo passi, così da imparare a convivere col dolore per non smettere di vivere o di sperare in un futuro che non sia solo morte e disperazione ma anche speranza e vita. Lo fa attraverso la riflessione, sì, ma anche il taglio netto col passato, ché esistono cose per le quali vale la pena lottare ed altre che, invece, per quanto possa fare male, devono necessariamente essere lasciate indietro, mentre per altre forse è necessario chiudere gli occhi e perdonare, forse crescere, maturare. E' bellissimo, in Pieces of a Woman, vedere le vicende accompagnate da un lento disgelo naturale che non necessariamente coincide con quello del cuore; è bellissimo il desiderio di vita di Martha, incarnato nei semi di mela messi a germogliare, quasi un modo per venire a patti con una natura matrigna ed incomprensibile; sono bellissimi i dialoghi muti tra lei e la madre, quello sguardo sul finale che prelude a un nuovo inizio ma anche ad una nuova fine, perché il ciclo della vita è implacabile in questo. E' bellissima, ed è bravissima, Vanessa Kirby, che da bionda bambolotta action in Hobbs & Shaw ci viene restituita dimessa, "normale" ed incredibilmente umana, capace di spezzare il cuore a un sasso non solo nei momenti di tristezza lacrimevole ma soprattutto in quelli dove il suo sguardo comunica un vuoto tremendo e un dolore incommensurabile. Pieces of a Woman non è un film facile ma se avrete la pazienza e il cuore di affrontarlo potrebbe arricchirvi oltre che commuovervi, farvi riflettere su situazioni in cui si spera di non doversi mai trovare ma che purtroppo possono capitare, quindi vi consiglio di guardarlo anche perché credo proprio che qui ci sia materiale da Oscar.


Di Vanessa Kirby (Martha), Shia LaBeouf (Sean), Ellen Burstyn (Elizabeth), Benny Safdie (Chris), Sarah Snook (Suzanne) e Molly Parker (Eva) ho già parlato ai rispettivi link. 

Kornél Mundruczó è il regista della pellicola. Ungherese, ha diretto film come Delta, White God - Sinfonia per Hagen e Una luna chiamata Europa. Anche attore, sceneggiatore e produttore, ha 45 anni.



martedì 5 giugno 2018

La vedova Winchester (2018)

Benché fosse uscito da parecchio tempo, ho recuperato solo di recente La vedova Winchester (Winchester), diretto e co-sceneggiato dagli Spierig Brothers.


Trama: uno psichiatra dipendente dal laudano e alcolista viene assunto dagli avvocati della Winchester onde accertare le condizioni mentali della vedova del fondatore dell'azienda, proprietaria del 50% delle azioni e di una casa dove accadono cose misteriose...



Sarah Winchester è una signora realmente esistita. Leggenda narra che la donna, erede della fortuna del marito, abbia cominciato a far costruire la Winchester Mansion a seguito della morte di quest'ultimo, convinta che la sua famiglia fosse maledetta; i lavori si sono conclusi solo con la morte di Sarah e nel corso di 38 anni la casa è diventata un incubo architettonico dovuto non solo al terremoto di San Francisco del 1906 (citato nel film) ma soprattutto al fatto che la Winchester, ignorante in materia di progetti e architettura, continuasse a far aggiungere porte, finestre e stanze senza seguire una logica, affidandosi all'estro e abbandonando eventuali lavori quando quella determinata area abitativa le veniva a noia. Ovviamente, si dice anche che questa follia architettonica fosse dovuta alla ferma convinzione della Winchester che la sua famiglia fosse maledetta a causa di tutte le persone morte per mezzo delle armi prodotte dall'azienda e da qui è nata la certezza (tutt'ora in vigore) che la Winchester Mansion fosse infestata dagli spiriti. Elementi sufficienti, questi, per affascinare produttori televisivi, documentaristi, studiosi del paranormale, sceneggiatori/registi cinematografici e persino mangaka: La vedova Winchester non è la prima opera basata sulla storia di Sarah Winchester e probabilmente non sarà l'ultima né una delle più innovative. Per quel che mi riguarda, le uniche cose davvero memorabili del film sono le scenografie e i costumi, le prime ancora più mirabili poiché ricostruite in studio, in quanto i veri interni della Winchester Mansion sono ben più stretti e difficili da riprendere. Certo, nelle mani di un regista più visionario probabilmente la casa "incriminata" sarebbe diventata un fantasioso delirio di dedali infiniti e prospettive sghembe ma lo stesso le scenografie del film danno l'idea di un posto non solo pericoloso e decadente ma anche caotico, un affronto a tutte le leggi dell'architettura e il luogo ideale come nascondiglio per spiriti iracondi.


Per il resto, La vedova Winchester percorre sentieri già battuti e non raggiunge le vette di delirio del film precedente degli Spearig Brothers, l'intrigante Predestination. Abbiamo una "banale" storia di fantasmi vendicativi, eccentriche signore costrette a sopportarli in quanto maledette da blandi poteri psichici (solo a me il personaggio di Sarah ha ricordato un po' quello di Lin Shaye in Insidious?), luminari dal tragico passato che dapprima sono scettici poi diventano il mezzo per sconfiggere le entità importune e pargoli nati per essere contenitori del maligno; a proposito di quest'ultimo, gli sceneggiatori mettono a segno un bel twist inaspettato, l'unico che mi ha lasciata davvero sorpresa assieme al primo jump scare piazzato a mezz'ora dall'inizio del film, per il resto posso onestamente dire che La vedova Winchester è persino un po' soporifero. Peccato per questa "debolezza" diffusa, perché in realtà Helen Mirren ha una presenza scenica non da poco e conferisce elegante fascino e persino un pizzico di ambiguità alla misteriosa figura di Sarah Winchester, al punto da eclissare il pur bravo Jason Clarke che dovrebbe essere il protagonista della pellicola, o comunque l'eroe. Il resto del cast è invece sottotono, con una Sarah Snook che a momenti nemmeno riconoscevo (e anche lì, quanto l'avevo adorata in Predestination!) e un Eamon Farren che faceva faville giusto in Twin Peaks ma che qui mostra diversi limiti attoriali. Come ho detto prima, peccato. Non è che La vedova Winchester sia brutto, però speravo in qualcosa che mi emozionasse ed intrigasse di più, per il resto non posso sconsigliarlo, anche solo per la presenza della divina Mirren e per la voglia che mi ha messo di fare un salto negli USA, a visitare la casa infestata più famosa del Nord America.


Degli Spierig Brothers, registi e co-sceneggiatori della pellicola, ho già parlato QUI. Helen Mirren (Sarah Winchester), Sarah Snook (Marion Marriott) e Jason Clarke (Dr. Eric Price) li trovate invece ai rispettivi link.

Eamon Farren interpreta Ben Block. Australiano, lo abbiamo odiato nella terza serie di Twin Peaks ma ha partecipato anche a film come Lion - La strada verso casa. Ha 33 anni e un film in uscita.


Somma idiozia delle leggi di copyright: siccome la Lionsgate ha acquistato i diritti cinematografici e fotografici legati alla Winchester Mistery House (visitabile al modico prezzo di 39 dollari a testa!), ai turisti che la visitano è ora vietato fare foto all'interno perché ciò sarebbe come fare "concorrenza" al film. Nel 2009 anche la Asylum ha deciso di realizzare una pellicola basata sul mistero della Winchester Mansion e ha fatto uscire Haunting of Winchester House, una roba immagino bruttissima che non vi consiglierei di recuperare conoscendo la Asylum; piuttosto, se il genere vi piace guardate The Conjuring e il suo sequel. ENJOY!


mercoledì 4 maggio 2016

The Dressmaker - Il diavolo è tornato (2015)

In questi giorni è uscito al cinema The Dressmaker - Il diavolo è tornato (The Dressmaker), diretto e co-sceneggiato dalla regista Jocelyn Moorhouse partendo dal romanzo omonimo di Rosalie Ham. Vediamo se val la pena dargli un'occhiata!!


Trama: Tilly torna al suo paese dopo anni di esilio imposto all'estero, durante i quali è diventata un'affascinante sarta. Decisa ad avere vendetta per la vita che le è stata rubata, Tilly comincia a "rivestire" molti abitanti della cittadina...


Se avessi dato retta al battage pubblicitario di The Dressmaker probabilmente non avrei mai guardato il film di Jocelyn Moorhouse. Erroneamente presentata come un emulo de Il diavolo veste Prada, se non peggio, questa pellicola è in realtà una particolare storia di vendetta introdotta quasi come un western, con una Singer al posto delle pistole, oltre che un film difficile da ascrivere ad un unico genere: se, infatti, l'inizio ricorda molto le tragicommedie corali di cui negli anni '90 era maestro Lasse Halstrom, la vicenda di Tilly a un certo punto svolta nel melò (vero ed unico punto debole di The Dressmaker, a mio avviso) e poi si inoltra nelle tinte sanguinose del grottesco, regalando un finale sorprendente. La trama, prima ancora della vendetta, prende in realtà in esame la ricerca della verità e il disperato tentativo della protagonista di riprendersi una vita che le è stata strappata senza che neppure lei sappia bene il perché. Mandata via del paese a seguito di una terribile tragedia che, a suo dire, l'ha "maledetta" per sempre, Tilly torna nella sua terra profondamente cambiata, almeno all'esterno, mentre a Dungatar il tempo pare essersi fermato, radicandosi in uno status quo di profondo squallore e piccineria mentale. Mentre la madre pare non avere memoria di lei, tutti gli abitanti di Dungatar sono concordi nel ritenere Tilly una disgrazia e soltanto le sue arti sartoriali li costringono a mettere da parte la diffidenza per puro interesse personale; gli abiti di Tilly trasformano letteralmente chi li indossa, mettendone a nudo la bellezza esteriore, ma così non è, purtroppo, per la bruttezza interiore, che rimane tale oppure peggiora. E' in questo modo che gli sceneggiatori giocano con lo spettatore, sfidandolo a capire quale direzione prenderà una storia che avrebbe tutte le carte in regola per sfociare in una perfetta morale Disneyana e in una liaison da sogno tra Tilly e il meraviglioso Teddy, se non fosse che la "maledizione" della protagonista risiede nella fondamentale cattiveria di tutti gli abitanti di Dungatar, falsi, ipocriti e meschini a tal punto che i protagonisti de Il seggio vacante della Rowling sono al confronto dei docili agnellini.


Ad affiancare una trama per la gran parte assai particolare ed interessante, c'è la fondamentale scelta di dotare Tilly di una Singer invece che di una pistola, cosa che rende The Dressmaker incredibilmente stiloso. Attenzione però, la pellicola della Moorhouse non è una robetta per donnine modaiole! I costumi sono un fondamentale veicolo per l'amara ironia di cui è permeata la pellicola, ambientata negli anni '50, e molte delle mise create da Tilly (per inciso, una più bella dell'altra) vengono utilizzate per sottolineare la natura ridicola dei personaggi, una su tutti la vanesia Gertrude che, con le sue pose da diva consumata, richiama più volte il contrasto vincente tra paesanotti e glitter che era uno dei punti chiave in Priscilla la regina del deserto. L'omaggio a questo stupendo caposaldo della cinematografia australiana si ripropone nella figura di uno Hugo Weaving nuovamente en travesti, l'unico personaggio positivo assieme a Teddy e alla madre di Tilly nonché, finalmente, un ruolo capace di svecchiare un attore che ormai si era abbonato a parti da impersonale malvagio; tra gli altri attori spiccano, oltre all'inedita Sarah Snook in versione bitch, una Kate Winslet magnifica, perfettamente a suo agio negli eleganti panni di una donna costretta a mostrarsi più forte di quanto non sia per sopravvivere ad una comunità che la vorrebbe vedere morta, e soprattutto Judy Davis, la quale nei panni della folle ed ubriaca Molly ruba spesso la scena alla bellissima (pure troppo!) coppia formata da Liam Hemsworth e la "vecchia" Kate. Le scenografie che mescolano suggestioni da western di frontiera a quello che, ahimé, è il reale paesaggio dell'outback australiano, unite ad una colonna sonora piacevole e ai già citati costumi da urlo, sono la ciliegina sulla torta di un film sorprendente, che vi consiglio di guardare in barba alla pubblicità ingannevole italiana... e per le donnine che ancora non fossero convinte, aggiungo in omaggio un Liam Hemsworth in mutande che è davvero tanta ma tanta roBBa!

Non ringraziatemi :)
Di Liam Hemsworth (Teddy McSwiney), Kate Winslet (Myrtle "Tilly" Dunnage), Hugo Weaving (Sergente Farrat), Sarah Snook (Gertrude "Trudy" Pratt), Judy Davis (Molly Dunnage) e Caroline Goodall (Elsbeth) ho già parlato ai rispettivi link.

Jocelyn Moorhouse è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Australiana, ha diretto film come Istantanee, Gli anni dei ricordi e Insieme per caso. Anche produttrice e attrice, ha 56 anni.


Kerry Fox, che interpreta la terribile Beulah Harridiene, era una dei tre protagonisti di Piccoli omicidi tra amici. Detto questo, se The Dressmaker vi fosse piaciuto guardate Chocolat oppure divertitevi con She Devil - Lei, il diavolo. ENJOY!

martedì 26 gennaio 2016

Steve Jobs (2015)

Prosegue il mio lento percorso di preparazione per gli Oscar e oggi parlerò di Steve Jobs, diretto nel 2015 dal regista Danny Boyle e tratto dalla biografia omonima di Walter Isaacson.


Trama: il film racconta la vita di Steve Jobs a partire dalla sua espulsione dal consiglio d'amministrazione della Apple per arrivare ai rinnovati fasti moderni e la definitiva consacrazione a genio dell'informatica..



Quello biografico è un genere che mi piace molto quando riguarda personaggi di mio interesse ma che tendo un po' ad evitare quando si tratta di persone che non hanno mai solleticato la mia curiosità. Dopo il suo "Stay Hungry, Stay Foolish" chissà perché mi immaginavo Steve Jobs come una sorta di John Keating del mondo dell'informatica ed ero quindi pronta ad una specie di "agiografia" atta a glorificare questa figura fondamentale per l'epoca moderna, conseguentemente a morire di noia. Per fortuna il film di Danny Boyle, sceneggiato da Aaron Sorkin a partire dalla biografia di Walter Isaacson, dipinge uno Steve Jobs insopportabile, geniale ma caratterizzato dagli incredibili, fastidiosi difetti che chiunque lavori come dipendente avrà riconosciuto almeno una volta nei propri capi: impaziente, inconsapevole dei ritmi della realtà che lo circonda, incapace di riconoscere ai suoi sottoposti e in generale alle persone la dignità di essere umani (gli unici due a sottrarsi in minima parte a questo trattamento sono la segretaria Joanna e l'ex mentore John Sculley), bizzoso, maleducato, egocentrico, truffaldino ed egoista, Steve Jobs schiaccia come una pressa tutto quello che si pone davanti al raggiungimento del suo obiettivo e dismette come inutile tutto ciò che non è funzionale ad esso. La pellicola è divisa in tre tempi, anni '80, anni '90 e secondo millennio, e racconta l'ascesa, la caduta e il successivo trionfo del protagonista, teso alla creazione di una società dove i computer fungono da migliori amici dell'uomo, perfetti non solo internamente ma soprattutto per quel che riguarda il design; per Steve Jobs il progresso passava innanzitutto dagli occhi e dal desiderio dell'utente di possedere qualcosa di esclusivo, una "forma d'arte" casalinga impossibile da modificare ed incompatibile con gli altri dispositivi comuni. La sceneggiatura è interamente incentrata sulla sua ossessione verso l'immagine, i mass media e la pubblicità e si snoda partendo dall'acuta citazione di un'intervista ad un esperto ai tempi dell'uscita di 2001: Odissea nello spazio (continuamente citato nel corso del film) mostrando progressivamente l'avverarsi delle profezie tecnologiche dell'intervistato, soprattutto ad opera di Steve Jobs. Lo stesso protagonista viene praticamente descritto come una futuristica macchina antropomorfa, difficile e talvolta pericolosa da gestire, e la rappresentazione della sua "umanità" viene interamente affidata ai confronti (purtroppo spesso mai avvenuti nella realtà) con le figure chiave della sua esistenza, soprattutto con la figlia Lisa, riconosciuta solo all'età di 9 anni e frutto di una relazione assai burrascosa.


La connotazione negativa del protagonista e il conseguente desiderio di capire cosa lo abbia reso perfetto ed immortale agli occhi dei suoi tanti estimatori è ciò che rende Steve Jobs incredibilmente interessante e dinamico, anche grazie a dialoghi vivaci e poco legati all'aspetto tecnico del suo lavoro, capaci di sviscerare la personalità di personaggi che vediamo descritti in un periodo ben particolare della loro vita. Cotanto lavoro di sceneggiatura viene affidato ad attori incredibilmente bravi. Michael Fassbender è un mostro (no, beh, è un figo pauroso ma capite cosa intendo...) e la sua presenza scenica è fondamentale per questa pellicola, anche perché l'attore mescola sapientemente una freddezza teutonica ad un fascino incredibile, che tuttavia spesso soccombono alla palese goffaggine del personaggio, almeno per quanto riguarda le questioni relative alle interazioni sociali. A spalleggiarlo ci sono una brava Kate Winslet (alla quale però non darei l'Oscar. Ora come ora la mia favorita è Rooney Mara ma devo ancora vedere le performance delle altre candidate...), il camaleontico Michael Stuhlbarg (l'unico il cui personaggio cambia radicalmente aspetto fisico nel corso del tempo), il gradevole Jeff Bridges (tornato finalmente ad un ruolo serio e ambiguo, con un personaggio allo stesso tempo abietto ma malinconico, degno di un minimo di pietà) e l'adorato Seth Rogen, per la prima volta alle prese con un ruolo misurato e "ingombrante" come quello di Steve Wozniak, ex socio di Jobs ritiratosi gradualmente dalle scene ma considerato uno dei "padri" degli attuali personal computer: i dialoghi tra Rogen e Fassbender, l'idea di un'amicizia difficile da tenere in piedi e lo scontro tra due personalità che più diverse non si può sono alcuni dei punti più alti del film ma la sequenza che mi ha più emozionata è stata quella che descrive il primo incontro tra Jobs e la figlia Lisa, durante la quale l'odio per il protagonista è salito a livelli insuperati. Buona infine la prova di Danny Boyle, un po' impersonale però agli occhi di un profano: onestamente, se non avessi letto che il regista ha scelto di filmare gli anni '80 in 16 mm, i '90 in 35 e i tempi recenti in digitale, per rispecchiare l'evoluzione nel tempo della tecnologia Apple, non ci avrei mai fatto caso. A parte questa botta d'ignoranza, Steve Jobs è un film davvero notevole, emozionante ed interessante anche per chi come me non si è mai curata troppo di un mito dell'epoca moderna. Che siate appassionati di Jobs o semplicemente amanti del buon cinema, non potete davvero perderlo!


Del regista Danny Boyle ho già parlato QUI. Michael Fassbender (Steve Jobs), Kate Winslet (Joanna Hoffman), Seth Rogen (Steve Wozniak), Jeff Daniels (John Sculley), Michael Stuhlbarg (Andy Hertzfeld) e Sarah Snook (Andrea Cunningham) li trovate invece ai rispettivi link.

Katherine Waterston interpreta Chrisann Brennan. Inglese, ha partecipato a film come Vizio di forma e a serie come Broadwalk Empire. Anche produttrice, ha 36 anni e tre film in uscita tra cui Animali fantastici e dove trovarli e Alien: Covenant.


Il film avrebbe dovuto essere diretto da David Fincher ma la Sony ha rinunciato ad ingaggiarlo a causa degli esosi compensi richiesti e la ferma volontà del regista di avere l'intero controllo dell'opera; Fincher avrebbe voluto Christian Bale nel ruolo di protagonista ma quando è subentrato Danny Boyle il regista ha chiesto la presenza di Leonardo Di Caprio, il quale ha rinunciato per girare Revenant. E' tornato così in lizza Bale ma è stato proprio lui a declinare l'offerta, ritenendosi inadatto al ruolo e spianando così la via a Fassbender. Come ho scritto nel corso del post, alcuni degli eventi salienti del film non sono mai accaduti e purtroppo di questo gruppo fanno parte alcuni tra i più emozionanti, come la sequenza in cui Lisa usa il computer per disegnare, la riconciliazione tra Jobs e Sculley, molti litigi con Wozniak e la scena finale tra Jobs e la figlia ormai maggiorenne, effettivamente la più "posticcia". Detto questo, se Steve Jobs vi fosse piaciuto consiglierei il recupero di Jobs, che pur non ho mai visto. ENJOY!

mercoledì 15 luglio 2015

Predestination (2014)

Senza un perché, in questi giorni ho deciso di guardare un film passato di soppiatto nelle nostre sale ma di cui quasi tutti stavano già parlando bene, ovvero Predestination, diretto e co-sceneggiato nel 2014 dagli Spierig Brothers e tratto dal racconto Tutti voi zombie di Robert Heinlein.


Trama: un uomo con il potere di viaggiare nel tempo deve impedire che un terrorista faccia innumerevoli stragi nel cuore dell'America...


E voi ora direte: bella schifezza di trama. O meglio, quanta banalità! A mia discolpa posso solo dire che l'enorme problema di Predestination, se siete degli ignoranti come me e non avete mai letto il racconto di Heinlein, è l'impossibilità di scrivere più di così, pena rischio di incappare in spoiler mortali. Fidatevi, non vi piacerebbe conoscere altri dettagli sul film degli Spierig Brothers anche perché la cosa più bella è lasciarsi rapire dal racconto de "la ragazza madre" e venire a poco a poco a scoprire tutto ciò che nasconde Predestination. Ho detto ovviamente scoprire, non capire. Predestination, nonostante la fondamentale prevedibilità dei suoi colpi di scena, è il film più complesso ed intrigante che ho visto nell'ultimo anno, zeppo di paradossi temporali in grado di fulminare il cervello a chiunque dovesse mettersi a ragionarci troppo ma allo stesso tempo popolato da protagonisti talmente umani che sarebbe impossibile non interessarsi alle loro sorti tanto che, cullati dalla voce fuori campo de "la ragazza madre", diventa quasi ininfluente seguire le indagini sul cosiddetto "fizzle bomber" che sta minacciando l'America. Sulla trama quindi altro non dirò, se non che il mio amore per i personaggi è stato talmente grande da farmi sorvolare su un incredibile WTF che probabilmente avrà inficiato il giudizio di molti spettatori meno sensibili... ma non è stato solo l'amore a farmi apprezzare Predestination. O meglio, non solo l'amore per i protagonisti.


La verità che mi sono innamorata perdutamente di Sarah Snook. Già me n'ero accorta guardando Jessabelle ma con Predestination ne ho avuto la conferma: adoro il suo viso delicato, gli occhi espressivi e la capacità di interpretare eroine allo stesso tempo forti e fragili senza mai calcare la mano o esagerare le peculiarità che caratterizzano i suoi personaggi. Ethan Hawke è sempre bello da vedere e piacevole da sentire ma è Sarah Snook il cuore pulsante di Predestination, l'attrice giovane che riesce a rubare la scena al vecchio attore consumato non solo grazie alla bellezza ma soprattutto grazie al carisma. E gli Spierig Brothers sono altrettanto bravi. A fronte di una storia che si può tranquillamente definire fantascientifica, i gemellini tedeschi scelgono di raccontarla in modo sobrio e quasi classico, riducendo al minimo la violenza e gli effetti speciali e preferendo lasciare che questi ultimi siano "naturali", realizzati da ingegno manuale invece che da orridi ritocchi in CG. Gli Spierig Brothers, con le loro inquadrature eleganti e il gusto vintage per scenografie e costumi, nascondono in ogni sequenza (e persino nella scelta della colonna sonora!!) dei dettagli per nulla casuali in grado di risultare molto significativi col senno di poi e confezionano così uno di quei film poco pubblicizzati, poco conosciuti e tuttavia molto più gradevoli ed intriganti di tanti altri loro sponsorizzatissimi cugini. Insomma, mi tocca concludere perché ogni altra parola rischierebbe lo sconfinamento in territorio spoiler. Per me Predestination è stata la sorpresa dell'estate e lo consiglio caldamente... tuttavia, nonostante il mio entusiasmo sarebbe meglio che i non cultori dei paradossi temporali si astenessero perché conosco molta gente che mi ricoprirebbe d'insulti dopo aver visto un film simile!!


Di Ethan Hawke (il barista) e Sarah Snook (la ragazza madre) ho già parlato ai rispettivi link.

I gemelli Michael e Peter Spierig, conosciuti come gli Spierig Brothers, sono i registi e co-sceneggiatori della pellicola. Tedeschi, hanno diretto film come Undead e Daybreakers - L'ultimo vampiro. Anche produttori e responsabili degli effetti speciali, hanno 39 anni.


Noah Taylor interpreta Mr. Robertson. Inglese, lo ricordo per film come Quasi famosi, Vanilla sky, Le avventure acquatiche di Steve Zissou e La fabbrica di cioccolato. Ha 46 anni e un film in uscita.


Se Predestination vi fosse piaciuto recuperate Source Code, Donnie Darko e magari Inception. ENJOY!

venerdì 8 maggio 2015

Jessabelle (2014)

So che è paradossale ma non c'è nulla di meglio di un bell'horror per rilassarsi e Jessabelle, diretto nel 2014 dal regista Kevin Greutert, rientra tranquillamente nel novero di quelli più gradevoli.


Trama: incinta e in procinto di andare a convivere col fidanzato, Jessie ha un incidente al quale sopravvive per miracolo. Costretta ad una lunga riabilitazione e all'uso temporaneo di una sedia a rotelle, Jessie torna quindi nella casa dov'è nata e dove ancora abita suo padre ma col suo arrivo cominciano anche ad accadere cose strane...



Jessabelle è uno di quegli horror che, pur non essendo innovativi né eclatanti, sono comunque molto piacevoli da vedere perché raccontano una storia e la raccontano bene, cosa di cui spesso tendiamo a dimenticare l'importanza. La trama del film è semplice e lineare, non ci sono spiegoni né tentativi di accattivarsi un pubblico disattento e l'orrore che è costretta ad affrontare Jessie affonda le radici nell'affascinante mitologia del voodoo e negli oscuri riti del bayou, rinomato luogo di misteri, paludi, superstizioni e demoni da sempre a me molto caro. Al piacere di scoprire cosa si nasconda dietro la misteriosa entità che perseguita la protagonista si aggiunge l'intelligente scelta di aumentare la naturale empatia nei confronti di quest'ultima confinandola in una sedia a rotelle, limitandone i movimenti e aumentando la sua dipendenza verso persone sconosciute sia a noi che a lei; Jesse non vede il padre da molti anni, quest'uomo è un inaffidabile ubriacone soggetto ad improvvisi scoppi d'ira che nasconde palesemente qualcosa alla figlia, le videocassette che mostrano la madre defunta si interrompono sempre sul più bello e infine l'ex fidanzatino si è ormai rifatto una vita eppure è disponibilissimo nei confronti di Jesse e, soprattutto, anche troppo informato sui misteri che nasconde il bayou. Pur essendo sicuramente più smaliziati di lei, noi spettatori viviamo quindi la storia assieme a Jesse e riusciamo in questo modo a perdonare ogni ingenuità  sia a lei (la signorina non è esente da quella sorta di "noncuranza" per la propria incolumità tipica di tutti i protagonisti dei film horror) che alla trama non proprio originalissima.


Per quel che riguarda il raggiungimento di questa non facile empatia, buona parte del merito va a Sarah Snook, l'attrice che interpreta Jesse, sicuramente l'elemento migliore del film. La peculiare condizione del personaggio aveva tutte le potenzialità per fare di Jesse una ragazzetta sciocca e lamentosa oppure un'isterica senza speranza ma Sarah Snook la interpreta con misura ed equilibrio, anche grazie a un aspetto delicato che nasconde comunque una tempra forte e ad una bellezza non convenzionale che nel finale acquista un'ulteriore, sensualissima connotazione. Ho molto apprezzato anche la scelta di Kevin Greutert di non utilizzare i soliti, disgustosi effetti computerizzati per realizzare l'entità "infestante" e di limitarsi ad sfruttarli per cambiare i colori della fotografia e renderla più cupa ad ogni ingresso di questa "presenza" nella nostra realtà, anche perché l'elemento più perturbante e caratteristico di Jessabelle sono la scenografia e gli esterni e sarebbe stato un peccato rovinarli. Assieme alla naturale ed inquietante bellezza del bayou, infatti, è la casa dove si ritrova costretta a stare Jesse la seconda e fondamentale protagonista del film, un luogo dove il tempo si è letteralmente fermato (bellissima la scena in cui il padre di Jesse sposta l'armadio per rivelare una stanza chiusa ed inutilizzata da decenni, dove tutto è stato lasciato com'era), zeppa di oggetti vecchi e stranianti e dove ogni cosa viene filtrata attraverso il punto di vista di una ragazza spaventata, diffidente ed impossibilitata a salire delle scale che sembrano così ancora più minacciose ed ostili. Come avrete ormai capito, Jessabelle è un buon horror d'atmosfera, valido più per le suggestioni che offre piuttosto che per gli effettivi spaventi o per l'originalità. Guardandolo, mi è sembrato quasi di leggere un racconto sotto una copertina calda ed era esattamente quello che mi serviva sul momento: se anche voi vi trovate nello stesso stato d'animo dategli una chance!

Kevin Greutert è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Saw VI e Saw 3D - Il capitolo finale. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 50 anni e un film in uscita.


Sarah Snook interpreta Jesse. Australiana, ha partecipato a film come These Final Hours. Ha 28 anni e cinque film in uscita.


Mark Webber interpreta Preston. Americano, ha partecipato a film come Animal Factory, Broken Flowers, Scott Pilgrim vs. The World, 13 Sins e a serie come Medium. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 35 anni e tre film in uscita.


Se Jessabelle vi fosse piaciuto recuperate Oculus - Il riflesso del male, The Babadook, Sinister e The Skeleton Key. ENJOY!

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