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mercoledì 1 novembre 2017

Vittoria e Abdul (2017)

Nonostante l'uscita di Thor: Ragnarok, lunedì ho scelto di andare a vedere Vittoria e Abdul (Victoria and Abdul), diretto dal regista Stephen Frears e tratto dal libro omonimo di Shrabani Basu.


Trama: negli ultimi anni del regno della regina Vittoria, la corte viene sconvolta dall'amicizia tra la sovrana e Abdul, scrivano indiano di religione mussulmana.


Il motivo principale per cui sono andata a vedere Vittoria e Abdul, a parte l'essere una vecchia carampana con una passione per i film in costume ambientati possibilmente nell'Inghilterra vittoriana, è stato la presenza di Judi Dench. Dal trailer, il ritratto della Regina realizzato dall'attrice dava l'idea di una Vittoria imperfetta, anziana, malinconica e disperata oltre che forte e altera e non sono rimasta delusa, per fortuna. L'umanità instillata dall'attrice in un'icona della storia mondiale è sicuramente il merito principale del film, nel corso del quale si arriva a provare un'enorme simpatia nei confronti di Vittoria, persino in barba alla consapevolezza di avere davanti il capo di un impero che ha fatto più danni del colera, soprattutto in India. L'unico timore era quello che mi sarei trovata davanti una storiella zuccherosa a base di amicizie indissolubili e sermoni antirazzisti ma così, fortunatamente, non è stato. Benché inevitabilmente adattata per l'intrattenimento del pubblico e infiocchettata da siparietti anche esilaranti (in un modo tutto british, of course...) la storia raccontata in Vittoria e Abdul conserva uno (s)gradevole tocco di ambiguità interamente imperniato sulla figura di Abdul, diventato in pochi anni indispensabile Mushi, ovvero maestro, dell'anziana regina. Nel film di Frears non viene mai detto apertamente che questo scrivano indiano si sia approfittato di una sovrana magari non più lucidissima, tuttavia Abdul non viene neppure ritratto come un uomo dalla virtù adamantina, anzi: benché i sospetti giungano all'orecchio dello spettatore "dalle labbra" di corte, servitù e primi ministri inviperiti, quindi di parte, non è difficile provare un'istintiva antipatia verso una persona che, nonostante molti suoi compatrioti e seguaci della sua stessa religione si siano ribellati apertamente contro l'impero indiano, sceglie di "servire" la regina nemica arrivando persino a mentire pur di rimanere in Inghilterra. Il compare di sventura di Abdul, Mohammed, da voce alla speranza di vedere cadere le convenzioni e l'intero impero proprio grazie all'influenza del Mushi ma l'idea che mi ha dato quest'ultimo è stata quella di un ottimo affabulatore affatto intenzionato a cambiare lo status quo, anzi, ben deciso a tenersi stretto il suo ruolo di indiano di corte senza chiedere nulla per il suo popolo. D'altronde, da uno che non nomina la moglie perché convinto che l'esistenza di quest'ultima non possa interessare alla regina, e che segue i suoi principi religiosi che vedono le donne inferiori solo quando gli fa comodo, non mi sarei aspettata niente di meglio.


Momento "razzista" a parte, la storia di amicizia viene raccontata ed è comunque profonda e coinvolgente com'è giusto per un film simile. Victoria e Abdul contiene molti momenti commoventi e altri in grado di fare riflettere su cosa significhi rapportarsi al "diverso" da sé senza preconcetti, perché se è vero che l'indiano soffre perché vessato, è anche vero che, più in piccolo, c'è una donna altrettanto sofferente proprio per il suo essere a capo di mezzo mondo, circondata da persone servili e uccisa a poco a poco dalla rigida etichetta di corte; in questo, Abdul, con tutti i suoi difetti, viene a rappresentare per Vittoria non solo un diversivo ma anche la finestra verso un mondo paradossalmente a lei sconosciuto ed incredibilmente ricco di arte, storia, cultura ed insegnamenti. Nel raccontare questa storia Frears non esagera in barocchismi scenografici e non si appoggia a costumi sontuosi se non quando è strettamente necessario (si vedano gli abiti nuovi del Mushi), piuttosto predilige concentrarsi sulle porte chiuse dietro le quali i personaggi origliano e l'immensità di un paio di splendidi paesaggi naturali all'interno dei quali vanno a rifugiarsi Victoria e Abdul per fuggire da tutto ciò che li circonda. L'immagine più bella catturata dal regista è però quella di una Vittoria oppressa da una corona pesantissima, terribilmente vecchia e fragile, al punto che parrebbe quasi dovesse spezzarlesi il collo. Avendo visto il film doppiato sicuramente qualcosa si è perso sia a livello di interpretazione che di traduzione, tuttavia mi è parso che, oltre a Judi Dench, anche il resto del cast fosse all'altezza, per quanto un paio di attori siano costretti a recitare un po' sopra le righe, conferendo ai loro personaggi una sfumatura comica che probabilmente le loro controparti reali non avevano (per esempio Paul Higgins e il suo agitatissimo Dr. Reid) ma che personalmente ho apprezzato. Vero è che Frears ha fatto di meglio, tuttavia Vittoria e Abdul è una pellicola molto interessante che racconta una storia scoperta recentemente e sconosciuta ai più; a voi, ovviamente, decidere come considerarla, se edificante oppure soltanto paracula.


Del regista Stephen Frears ho già parlato QUI. Judi Dench (Regina Vittoria), Michael Gambon (Lord Salisbury), Olivia Williams (Lady Churchill) e Simon Callow (Puccini) li trovate invece ai rispettivi link.

Eddie Izzard interpreta il principe Bertie. Nato in Yemen, ha partecipato a film come L'agente segreto, Velvet Goldmine, L'ombra del vampiro, Blueberry, Ocean's Twelve, My Super Ex-Girlfriend, Ocean's Thirteen e a serie quali I racconti della Cripta e Hannibal; inoltre, ha lavorato come doppiatore per I Simpson e Lego Batman - Il film. Anche produttore e sceneggiatore, ha 55 anni e un film in uscita.


Se Victoria e Abdul vi fosse piaciuto recuperate La mia regina, dove Judi Dench aveva già interpretato la Regina Vittoria. ENJOY!

mercoledì 21 settembre 2016

Bollalmanacco On Demand: Amadeus (1984)

Povero Toto. L’ho fatto aspettare millenni per assecondare il suo On Demand, sono finalmente riuscita a guardare Amadeus, diretto nel 1984 da Milos Forman (tratto dalla pièce teatrale di Peter Shaffer e vincitore di 8 premi Oscar per Miglior Film, F. Murray Abraham Miglior Attore Protagonista, Miglior Regista, Miglior Sceneggiatura non Originale, Miglior Scenografia, Migliori Costumi, Miglior Sonoro e Miglior Trucco), e ora gli toccherà sorbirsi l’ignorantissima recensione di uno dei film più belli che abbia mai avuto l’onore di vedere. Aggiungo che il prossimo On Demand sarà Jeepers Creeper! ENJOY!



Trama: la vita e lo straordinario genio di Wolfgang Amadeus Mozart vengono raccontati dalla voce dell’anziano compositore Salieri, portato alla follia e al suicidio dai sentimenti contrastanti di invidia e profonda ammirazione nei confronti del giovane musicista…



Prima di cominciare a scrivere il post alzerò una prece al “Santo della mediocrità”, Antonio Salieri, al quale oserò anche dare del tu. Antonio, illuminami. Illuminami perché sulla rete ci saranno di sicuro almeno un migliaio di recensioni, analisi e finanche post amatoriali dedicati ad Amadeus che saranno cento volte migliori dei miei. Ma secondo te, perché Cthulhu o chi per lui mi ha dato la passione per il cinema e il desiderio di scriverne assieme alla consapevolezza che non riuscirò MAI a magnificare le lodi di film meravigliosi in maniera originale, interessante ed intelligente? Finirò anche io pazza e in manicomio, convinta di aver portato alla morte fior di critici cinematografici? Mah, speriamo di no ma tu mettici la manina santa e consentimi di arrivare perlomeno alla fine del post senza rendermi ridicola. Bando a tecnicismi, analisi profonde e giri intorno al mondo quindi, siamo mediocri fino in fondo: Amadeus è un film della Madonna. Quando ho cominciato a guardarlo quelle tre ore si stagliavano davanti a me come il monolite nero di 2001 Odissea nello spazio, presagio di probabile camurrìa ed imminente calar di palpebre. Fortunatamente è subito comparso sullo schermo un favoloso F. Murray Abraham, che urlava di avere ucciso Mozart e che cercava di spiegare le sue ragioni ad un prete incredulo, e il suo modo di raccontare una vicenda per me nuova e misteriosa mi ha catturata come mai avrei creduto possibile, forse proprio per la complessità di un personaggio come Salieri. E’ stata la voce narrante incredibilmente umana di Salieri a prendermi per mano e portarmi ad amare Mozart, a riascoltare melodie conosciute apprezzandone l’intrinseca genialità, a disprezzarlo per la boriosa superiorità mostrata nei confronti di tutto e tutti, a vergognarmi per essere riuscita ad empatizzare sia con “Wolfie” (nei momenti di crisi) che con un Salieri al massimo dell’abiezione, comprensibilmente pronto ad arrivare a qualsiasi estento pur di prendersi la sua rivincita su un Dio crudele. Ah, l’Amadeus, l’ “amato da Dio”, incarnato nientemeno che da un reduce di Animal House affetto da una risatina fastidiosa e insinuante! L’odio di Salieri è più che condivisibile ma alla fine ci si affeziona anche a questo geniale folletto del Caos, costretto nelle maglie retrograde di una società ancora legata alle tradizioni dell’Opera e ai voleri di un Imperatore illuminato ma comunque moscio ed ignorante come una capra di Biella, al punto da affermare che la musica di Mozart è bella ma “ha troppe note”. A differenza di Mozart, il bieco ma furbo Salieri sa come trattare con gente simile, come muoversi a Corte e come, senza esporsi troppo, fare terra bruciata attorno ad un nemico il cui genio nulla può senza le giuste conoscenze; schietto ed onesto, Amadeus è fin troppo vulnerabile alle regole di una realtà che non lo accetta e, come i migliori artisti, viene consumato sia da essa che dalla sua smania creativa.


L’interessantissima trama (che, come ama sempre ricordarmi Toto, è MOLTO romanzata rispetto alla realtà della vita di Mozart) consente al film di incastrarsi in due dei generi che più prediligo, quello storico-biografico e, ovviamente, il musical. Un montaggio ispiratissimo e, oserei dire, geniale quanto Mozart, porta lo spettatore a rimanere a bocca aperta davanti al modo in cui le sensazioni ispirate dalla musica in sottofondo animano non soltanto le espressioni ed il linguaggio corporeo degli attori ma diventano una propaggine indispensabile per gli eventi che scorrono sullo schermo; la melodia del Flauto Magico che nasce attraverso prove con gli attori ma anche, e soprattutto, grazie al disastroso incontro con la suocera di Mozart, la composizione del Requiem che si interrompe al momento della morte del musicista (e la cui melodia viene “costruita”, letteralmente, a beneficio delle orecchie dello spettatore), le espressioni di pura meraviglia e sofferenza mentre Salieri legge gli spartiti del rivale figurandosi la musica nella mente, sono tutti momenti di altissimo Cinema che difficilmente spariranno dalla mia memoria. La mia parte "musicalofila" si è poi immensamente goduta non soltanto la bellezza delle esecuzioni musicali (che apprezzo a mo’ di bue Crasso nella mia ignoranza, come il 90% penso delle persone) ma anche e soprattutto dei costumi e delle scenografie, beandomi in particolare del trionfo della Regina della Notte poco prima del finale, senza dimenticare ovviamente Papageno e Papagena, e di quel bel donnino imparruccato di Katerina Cavalieri, vero motore della vicenda, almeno per ciò che riguarda la Director’s Cut. Col senno di poi mi pento di non avere affrontato prima Amadeus, timorosa di trovarmi davanti una vicenda complicata o ad uso esclusivo degli appassionati di musica classica, quando invece avrei dovuto dare fiducia a Milos Forman e al suo modo irriverente e particolare di fare Cinema. Chissà, forse è proprio così che si raggiunge la mediocrità, assecondando la paura di affrontare ciò che è “nuovo”, lontano dal proprio gusto in quanto composto da “troppe note”? In tal caso, continuerò imperterrita a promuovere l’On Demand, così che il genio di qualche lettore illuminato mi porti a scoprire continuamente gemme come questo splendido Amadeus!


Del regista Milos Forman ho già parlato QUI. F. Murray Abraham (Antonio Salieri), Tom Hulce (Wolfgang Amadeus Mozart), Simon Callow (Emanuel Schikaneder), Jeffrey Jones (l'Imperatore Giuseppe II) e Vincent Schiavelli (il cameriere di Salieri) li trovate invece ai rispettivi link.

Cynthia Nixon interpreta Lorl. Americana, famosa per il ruolo di Miranda in Sex and the City, ha partecipato anche a film come La famiglia Addams 2, Il rapporto Pelican, Baby Birba - Un giorno in libertà e ad altre serie quali Nash Bridges, Oltre i limiti, E.R. Medici in prima linea, Dr. House, 30 Rock e Hannibal. Anche regista, ha 50 anni e tre film in uscita.


Tim Curry e Mark Hamill, che avevano entrambi interpretato Mozart a teatro (il primo assieme a Ian McKellen, tra l'altro!), hanno fatto il provino per il ruolo di protagonisti in Amadeus; oltre a questo, nell'autobiografia di Forman si legge che uno studio si era offerto di produrre il film a patto che fosse Walter Matthau ad interpretare Mozart, in quanto grande estimatore del musicista (Ovviamente, Forman ha rifiutato visto che Matthau aveva all'epoca già 60 anni) mentre pare che fosse nelle intenzioni del regista affidare il ruolo ad un giovanissimo Kenneth Branagh, prima di decidere per Tom Hulce. Meg Tilly avrebbe dovuto invece interpretare Constanze ma un infortunio accorsole proprio il giorno prima delle riprese le ha impedito di partecipare al film. Detto questo, se Amadeus vi fosse piaciuto recuperate The Prestige. ENJOY!

domenica 8 marzo 2015

Bollalmanacco On Demand: Angels in America (2003)

E' un po' che non scrivo più dei post a richiesta e chiedo scusa a tutti quelli che ancora stanno aspettando il film desiderato. Ricomincio oggi con la miniserie televisiva Angels in America, diretta nel 2003 dal regista Mike Nichols e tratta dalla pièce teatrale Angels in America - Fantasia gay su temi nazionali di Toni Kushner. Ringrazio Toto per la richiesta e vi informo che il post sarà diviso in paragrafi che seguono la struttura della serie; inoltre, il prossimo film On Demand sarà Pi greco - Il teorema del delirio. ENJOY!


Trama: alla fine degli anni '80 assistiamo alle vicende di individui molto sfortunati. Il malvagio avvocato Roy Cohn scopre di avere l'aids mentre il suo giovane protetto Joe capisce di non provare più attrazione fisica per la moglie depressa Harper. Anche Prior, omosessuale, ha contratto l'aids ma i primi stadi della malattia, oltre a causare la fuga del fidanzato Louis, lo mettono anche in contatto con fenomeni inspiegabili...




Millennium Approaches 

Bad News
Bad News è, come si evince dal titolo, l’atto che introduce tutti i personaggi attraverso le brutte notizie che vengono loro comunicate (terribili figlie del Nuovo Millennio, appunto) e che porteranno il caos nella loro vita. Una vita non necessariamente soddisfacente perché, se è vero che l’avvocato Roy è all’apice del potere mentre Louis e Prior sono felicemente innamorati, la coppia formata dall’impasticcata Harper e dal represso Joe è invece allo sfascio e tenuta assieme a malapena dal loro essere mormoni. La religione pare farsi beffe del destino a cui vanno incontro i personaggi e non offre consolazione né consigli (emblematica la scena del rabbino) a chi ormai ha perso ogni speranza ed affronta la tragedia nei modi più goffi e umani, chi stordendosi di valium, chi rifiutando di parlare della morte, chi negando la propria natura e chi affidandosi a potere e conoscenze altolocate. L’unico che prende di petto la sua malattia, nascondendo il proprio terrore con una maschera d’ironia e cinismo senza tuttavia negarla, è Prior che, non a caso, oltre ad essere il vero protagonista, è anche il primo a riuscire ad avvicinarsi consapevolmente al “divino” o, meglio, all’angelico (la visione di Harper non la conterei visto che Mr. Bugia si presenta più come un’allucinazione che come angelo); allo stesso modo è emblematico che siano lui e Harper, i due personaggi più “veri” e in qualche modo innocenti, ad incontrarsi ed illuminarsi vicendevolmente nel meraviglioso sogno cinefilo dell’uomo, un toccante trionfo di citazioni che spaziano da Cocteau a Wilder. A parte questo momento visionario, comunque, Bad News è un introduzione piuttosto realistica, ironica e spietata ai temi principali (omosessualità, malattia, religione) che verranno trattati in Angels in America.


In Vitro
In base a quel che dice Wikipedia, uno studio In Vitro viene effettuato su un organismo isolato dal suo tipico ambiente biologico, staccato dall'organismo principale. Effettivamente, l'isolamento ed il distacco sono ciò che stanno provando i protagonisti della miniserie e l'occhio impietoso del regista e dello sceneggiatore sono lì per testimoniare gli effetti di quello che parrebbe un crudele esperimento divino. Louis ha ormai lasciato Prior, terrorizzato dalla sua malattia, Joe non riesce più a negare la sua omosessualità ma non ha nessuno con cui affrontare questa presa di coscienza (la telefonata con la madre è allo stesso tempo angosciante ed esilarante per il modo in cui lei rifiuta di ascoltare il figlio e lo "bacchetta" neanche fosse un tredicenne...), la moglie Harper si nasconde nel suo mondo immaginario e l'unico che sembra non aver cambiato vita è l'odioso Roy Cohn, reso semmai ancora più laido ed arrogante dalla scoperta della malattia. In Vitro è un segmento di passaggio, dove vengono appena accennate le misteriose intenzioni dell'angelo che parla con Prior, con grandissime prove attoriali di tutti i coinvolti (Al Pacino, Patrick Wilson e, soprattutto, Justin Kirk) e uno stupendo, incalzante montaggio nella sequenza finale che vede Harper e Prior sfogare tutta la loro rabbia e delusione verso i rispettivi partner, ancora una volta lontani, sconosciuti eppure uniti nel dolore.


The Messenger
Finalmente, nell'ultimo atto del primo capitolo l'angelico Messaggero di cui tanto si è parlato in precedenza arriva, lasciando gli spettatori basiti ed incerti quanto il povero Prior che, per tutto l'episodio, è stato vittima di quelle che potrebbero essere solo allucinazioni ma anche reali segnali dell'arrivo di un angelo. Un messaggero va a trovare anche il disgustoso e sempre più biasimevole Roy Cohn, un messaggero di morte incarnato dal fantasma di Ethel Rosenberg (una favolosa Meryl Streep), fatta condannare alla pena capitale dallo stesso avvocato. La prima parte di Angels in America si conclude così col botto, allontanandosi di prepotenza dal "realismo" iniziale e spingendo maggiormente il piede sull'accelleratore del fantastico; lo spettatore viene preparato a quello che verrà dopo e viene deliziato da un paio di ironiche trovate, come quella di prendere due impomatati antenati di Prior (Michael Gambon e Simon Callow, nientemeno!) e farglielo perseguitare con i loro esilaranti siparietti.


Perestroika

Stop Moving!
Dopo averlo visto brevemente alla fine di The Messenger, l'angelo America si è manifestato in tutto il suo fulgore, come racconta l'incredulo Prior ad un ancor più incredulo Belize. C'è da dire che di tutta la serie questo capitolo è il più trash (il funerale della Drag Queen è meravigliosamente kitsch), nonché quello che soffre maggiormente il passare degli anni: da un lato c'è il teatrale angelo interpretato da Emma Thompson, col suo ridondante ed egoistico "Io, io, io!" e le sue anche troppo umane gaffes, dall'altro c'è la distruzione che l'alata creatura reca con sé, realizzata con effetti speciali ormai datati. Il tempo passa per gli occhi, ovviamente, ma non per il cuore: le intenzioni di America sono chiare e terribili oggi come allora, così come è palpabile la sofferenza del povero Prior, Profeta costretto a farsi portatore di un messaggio non di speranza, bensì di rinuncia e rassegnazione, ben sintetizzato dal titolo originale dell'episodio. Una "stasi" che pare affliggere tutti gli altri protagonisti, bloccati nelle loro personali sofferenze terrene e che si ripercuote sull'intero capitolo, molto dialogato e lento (ma non per questo meno bello degli altri).


Beyond Nelly
"He made me feel beyond nelly" (nella versione italiana "Mi ha scatenato una tempesta ormonale") è ciò che esclama Prior dopo aver finalmente visto Joe, nel frattempo diventato la nuova fiamma di Louis e in procinto, neanche a dirlo, di venire scaricato perché troppo innamorato del personaggio più egoista e stronzo dell'intera opera. Il capitolo lascia da parte le questioni "angeliche" e si concentra essenzialmente sui vari intrecci sentimentali presenti nella serie, sia quelli palesi che quelli più nascosti; i personaggi si confrontano tra loro, sviscerando i propri sentimenti e il proprio dolore, trascinati dalle loro emozioni fino a compiere gesti che sfiorano l'autolesionismo. In questo penultimo capitolo, dominato dalle figure di Belize e Hannah (la madre di Joe, sempre interpretata da Meryl Streep), pacati numi tutelari degli incredibili casi umani che li circondano, tutti gettano la maschera ma nessuno riesce ancora a trovare la strada per ricominciare a vivere o, perlomeno, per cercare redenzione.


Heaven, I'm in Heaven
E se leggete il titolo canticchiandolo come farebbe Fred Astair fate benissimo visto che l'ultimo capitolo di Angels in America chiude il cerchio delle citazioni cinematografiche con l'ennesima rappresentazione ispirata a Cocteau (in questo caso il film a cui viene reso omaggio è Orfeo e la sequenza è stata girata a Villa Adriana). Gli angeli e il paradiso diventano i protagonisti indiscussi dell'episodio, così come i concetti di morte, redenzione, perdono e, soprattutto, cambiamento. La cosiddetta Perestroika, il rapido progresso in grado di distruggere e lasciarsi alle spalle il passato, è il "movimento" che abbracciano tutti i protagonisti di Angels in America ad eccezione del terribile Roy, coerente con sé stesso fino alla fine; l'invito dell'angelo America a "fermarsi" prima di andare incontro ad un orribile destino viene giustamente rifiutato per cercare di raggiungere, anche nel dolore, ciò che ci rende umani e che può portarci a cambiare e migliorare: la Speranza. Heaven, I'm in Heaven è, assieme a In Vitro, l'episodio più emozionante di tutta la serie e riesce a commuovere lo spettatore fino alle lacrime, lasciandolo preda di un'insaziabile desiderio di poter continuare a "spiare" nelle vite di Prior, Harper, Belize e Hannah, personaggi che, dopo questa lunghissima ed incredibile miniserie, sono riusciti a bucare lo schermo e diventare parte di noi.


Riassumendo, Angels in America, questa "Fantasia gay su temi nazionali", è un'opera grandiosa, per quel che mi riguarda ancora insuperata nel vasto parco delle produzioni televisive. Il tempo, come ho detto più su, è stato abbastanza impietoso con la regia e con gli effetti speciali, leggermente piatta la prima e un po' datati i secondi, ma davanti alle interpretazioni magistrali degli attori e al messaggio ancora molto forte dell'opera in sé (il monologo finale di Prior e il saluto rivolto al pubblico spezzano il cuore e Belize, apparentemente il personaggio più frivolo della serie, è capace di mostrare una saggezza ed un'umanità incredibili) questo è un dettaglio su cui si può tranquillamente sorvolare. La serie è caratterizzata da un'incredibile ironia e dalla contemporanea capacità di affrontare, senza mai scivolare nel patetismo o nella caricatura, temi difficili come la condizione degli omosessuali all'interno della società, il cieco terrore della malattia, i cambiamenti politici e sociali di un'epoca, la depressione e il senso di inadeguatezza e solo per questo meriterebbe l'impegno di passare quasi sei ore con gli occhi incollati allo schermo. Meravigliosa infine, anche a distanza di un decennio, la "sigla" iniziale in cui la telecamera sorvola i cieli d'America per poi fermarsi sul volto della statua di Bethesda, a Central Park, sulle note dello splendido, toccante score composto da Thomas Newman. La trovate QUI e vi sia di incoraggiamento per recuperare questo capolavoro (sì, non esagero!) di inizio millennio se ancora non l'avete visto.


Di Al Pacino (Roy Cohn), Meryl Streep (Il Rabbino/ Ethel Rosenberg/ Hannah Pitt/l'angelo Australia), Emma Thompson (l'infermiera Emily/ la barbona/ l'angelo America), Mary-Louise Parker (Harper Pitt), Jeffrey Wright (Mr. Bugia/ Norman "Belize" Ariaga/ il barbone/l'angelo Europa), Patrick Wilson (Joe Pitt), James Cromwell (il dottore di Roy) e Michael Gambon (il primo antenato di Prior) ho già parlato ai rispettivi link.

Mike Nichols (vero nome Michael Igor Peschkowsky) è il regista del film TV. Tedesco, ha diretto film come Chi ha paura di Virginia Woolf?, Il laureato (che gli è valso l'Oscar come miglior regista), Heartburn - Affari di cuore, Una donna in carriera, A proposito di Henry, Wolf - La belva è fuori, Piume di struzzo e Closer. Anche produttore, attore e sceneggiatore, è morto nel 2014 all'età di 83 anni.


Justin Kirk interpreta Prior Walter. Americano, ha partecipato a serie come Jarod il camaleonte, CSI - Scena del crimine e Weeds. Ha 45 anni.


Ben Shenkman interpreta Louis Ironson e l'angelo Oceania. Americano, ha partecipato a film come Pi greco - Il teorema del delirio, Attacco al potere, Blue Valentine e a serie come Grey's Anatomy. Ha 46 anni.


Simon Callow interpreta il secondo antenato di Prior. Inglese, ha partecipato a film come Amadeus, Camera con vista, Casa Howard, Quattro matrimoni e un funerale, Street Fighter - Sfida finale, Jefferson in Paris, Ace Ventura - Missione Africa, Shakespeare in Love, Il fantasma dell'Opera e a serie come Doctor Who. Anche sceneggiatore e regista, ha 66 anni e due film in uscita.


Tra gli attori compare anche Toni Kushner, che ha scritto l'opera teatrale e che sarebbe uno dei rabbini con i quali parla Louis nel primo episodio. Rimanendo sempre in tema di attori, Jeffrey Wright è l'unico membro del cast originale di Broadway ad avere partecipato anche all'adattamento televisivo; la produzione londinese del 1992 di Angels in America, invece, vedeva tra gli attori protagonisti nientemeno che Jason Isaacs nel ruolo di Louis e Daniel Craig in quelli di Joe! E ora passiamo a chi "non ce l'ha fatta". A dirigere inizialmente la serie avrebbe dovuto essere Robert Altman, cosa che ha spinto Al Pacino ad avvicinarsi al ruolo di Roy Cohn, per il quale era stato preso in considerazione anche Dustin Hoffmann; Jodie Foster invece era stata considerata per il ruolo dell'angelo America. ENJOY!


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