venerdì 25 agosto 2023
La casa dei fantasmi (2023)
venerdì 9 aprile 2021
Judas and the Black Messiah (2021)
Altro giro di Oscar, altro regalo. Esce oggi sulle varie piattaforme di streaming Judas and the Black Messiah, diretto e co-sceneggiato dal regista Shaka King e candidato a ben 6 statuette (Miglior Film, Daniel Kaluuya e Lakeith Stanfield migliori attori non protagonisti, Miglior Canzone Originale, Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Fotografia).
Trama: Billy O'Neal è un ladruncolo di colore che, per evitare il carcere, viene costretto dall'FBI ad infiltrarsi nelle Pantere Nere di Chicago e avvicinarsi a Fred Hampton, il presidente della sezione.
Io non capisco se quest'anno non sono dell'umore per i biopic oppure se la gente (e non parlo solo di quelli che hanno riversato mille candidature su Judas and the Black Messiah e One Night in Miami, ma anche degli spettatori che si sono profusi in lodi) si impegna a trovare questi film splendidi per paura di risultare razzista, ma anche la pellicola di Shaka King ha messo a dura prova la mia capacità di attenzione e, per dirla semplicemente, "mi ha lasciata come mi ha trovata", quindi adesso mi sento anche un po' scema ed ignorante. Quest'ultimo aggettivo in particolare mi turba perché, di base, guardando Judas and the Black Messiah uno rischia di non imparare davvero nulla sul movimento delle Pantere Nere e sul leader del ramo di Chicago, il giovanissimo Fred Hampton. Con tutto il bene che voglio a Daniel Kaluuya, che ha messo tutto se stesso nel personaggio e si vede, l'attore ha 32 anni mentre Hamtpon ne aveva 21 quando è morto, il che è sconvolgente. Vero, i tempi sono cambiati così come la percezione dell'età anagrafica, e di certo un ventunenne nero nell'America razzista degli anni '60 non poteva essere imbecille come un ventunenne attuale, ma il pensiero che a fare la rivoluzione (non "giocare", è diverso) razziale e sociale dell'epoca, imbracciando fucili ed idee politiche radicali che nel film vengono appena accennate, fossero dei ragazzini stravolge tutta la percezione di un film che punta più sugli slogan vuoti e sulla natura di agitatore di masse di Fred Hampton, nonché sulla love story più sciapa del mondo, che sull'offrire un ritratto a tutto tondo del suo giovane e sicuramente incredibile protagonista.
Non è un caso, per l'appunto, che sia Billy O'Neal, il Giuda del titolo originale, a focalizzare maggiormente le attenzioni del pubblico, tanto che gli attori sono stati candidati entrambi come Non Protagonisti per par condicio. Ma, anche lì, Billy O'Neil non era uno scafato ladro di auto trentenne con atteggiamenti da pimp, era un teenager di 17 anni che si è ritrovato in una storia più grande di lui e che ha fatto quel che ha fatto (attenzione: non è certo che abbia avvelenato lui Hampton, come invece viene mostrato nel film) probabilmente spinto da un mix di paura, esaltazione, incoscienza e Dio solo sa quante altre emozioni, emozioni che traspaiono in maniera molto blanda da Lakeith Stanfield, affidate giusto a qualche atteggiamento spavaldo, qualche "fuck" di troppo e alcuni scambi zeppi di cliché attraverso i quali si sviluppa il rapporto con l'agente Roy Mitchell, "buono" costretto dai mala tempora ad inghiottire in silenzio tutto il razzismo dell'FBI e ad agire come vogliono i superiori. A questo stravolgimento "anagrafico", che rende i personaggi più belli, patinati e maturi di quanto non fossero, si aggiungono una messa in scena e una scrittura "piacevoli" e prive di difetti, che concorrono a rendere digeribile un capitolo controverso della lotta sociale nera anche al pubblico bianco, mostrando le Pantere come un gruppo inclusivo (c'è pure la parentesi coi personaggi gay, scritti su un foglio di carta velina) di benefattori col vizio di atteggiarsi un po' da guappi e di inneggiare alla lotta armata, con un capo che, dietro tutti i paroloni e gli atteggiamenti minacciosi, è un pupazzetto dolciotto bisognoso d'amore. La morte su schermo di Hampton si priva così della sua valenza tragica, di giovane carismatico falciato dalla manazza del Governo spaventato e razzista, e quella di O'Neil, apparentemente suicidatosi dopo la sua prima intervista televisiva all'età di 40 anni, viene relegata alla solita riga di spiegazioni prima dei titoli di coda ma il suo senso di colpa, se mai c'è stato, non viene quasi mai trasmesso allo spettatore. Insomma, anche stavolta, un film che dimenticherò nel giro di una settimana e che spero vivamente non porti a casa neppure una delle troppe statuette per cui è candidato.
Di Daniel Kaluuya (Fred Hampton), Lakeith Stanfield (Billy O'Neal), Jesse Plemons (Roy Mitchell), Martin Sheen (J. Edgar Hoover) e Robert Longstreet (Leslie Carlyle) ho già parlato ai rispettivi link.
Shaka King è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto anche un altro film, Newlyweeds. Anche produttore e attore, ha 41 anni.
Se Judas and the Black Messiah vi fosse piaciuto, recuperate Il processo ai Chicago 7. ENJOY!
domenica 23 febbraio 2020
Diamanti grezzi (2019)
Trama: Howard commercia diamanti e altri oggetti preziosi ma è subissato da debiti derivanti dalla sua passione per le scommesse. Un giorno si ritrova per le mani degli opali grezzi, che diventano fulcro delle attenzioni del campione di basket Kevin Garnett e la fonte di parecchi casini...
Aiuto. Prima di imbarcarmi in un post su Diamanti grezzi fatemi dire che l'ho odiato dall'inizio alla fine, col cuore. Ho detestato ogni parola, ogni gesto e ogni pensiero dello stupidissimo Howard Ratner interpretato da Adam Sandler, probabilmente il gioielliere ebreo più scemo ed irritante della storia del cinema, con quella faccia da cazzo (sì, sono volgare, me ne frego) resa ancora più cretina da quei denti posticci che hanno fatto indossare a Sandler, un uomo talmente stronzo e testardo da continuare a scommettere anche con una pistola puntata alla testa. Che nessuno mi venga a parlare di moralette come "l'importante è morire col sorriso sulle labbra dopo avercela fatta, almeno una volta" perché comincio ad urlare e a tirare giù improperi come ogni, maledetto singolo personaggio del film, popolato da bonobi urlanti incapaci di portare avanti un discorso senza farsi esplodere i polmoni oppure, Dio non voglia, parlarsi addosso senza smettere un secondo. Lo so, i personaggi di Scorsese che io tanto adoro, se andiamo a vedere, sono altrettanto stronzi perché non accettano l'effimera "vittoria" e si rovinano la vita con le loro mani, eppure a loro sono sempre riuscita (a chi più, a chi meno) a volere bene; ma Howard (leggetelo come lo pronuncerebbe la madre di Wolowitz in The Big Bang Theory, con lo stesso disprezzo) è pittima, infingardo, piagnone, mollo, untuoso, sfigato, fastidioso, inutile, uno che andrebbe preso a schiaffi dal mattino alla sera, e benché i suoi "avversari" siano odiosi quanto lui, non avete idea della soddisfazione che ho avuto vedendogli esplodere il naso sotto un pugno ben assestato, fosse la volta buona che stava zitto, 'st'idiota. Respiro. Diamanti grezzi è stato molto difficile da sopportare anche perché fatica ad ingranare all'inizio, soprattutto per chi, come me, detesta le parlate nigga e qualunque cosa faccia anche solo un vago richiamo allo sport (dopo mezz'ora, alla prima visione, mi sono addormentata), poi però accelera e diventa impossibile da guardare perché ogni sequenza, ogni dialogo, ogni urlo diventano fonte d'ansia. E io in questo periodo non ho proprio bisogno di agitarmi ulteriormente, quindi vai di mezz' ora in mezz'ora (anche qui. Il primo che scrive che i film vanno visti senza interruzioni verrà cortesemente invitato a lavorare, spicciare casa, fare la spola tra medici e gestire l'ansia al posto mio).
Da quanto letto finora avrete concluso che Diamanti grezzi mi ha fatto più che schifo. *Wrong*. Mi è piaciuto, quindi oltre ad essere ansiosa sono anche diventata schizofrenica. Arrivata a un certo punto non sopportavo più di guardarlo ma mi dispiaceva interrompere la visione perché volevo capire dove andasse a parare, trascinata da quello stesso flow di montaggio rapidissimo, riprese allucinate e fiumi di parole, fiumi di parole tra noi, messo in piedi dai fratelli Safdie. Una volta superato il letargismo della prima mezz'ora, in effetti, la vicenda, per quanto sgradevole, è riuscita ad agganciarmi e mi sono ritrovata spesso e volentieri sul ciglio della poltrona con gli occhi spalancati, a mangiarmi le unghie per la tensione provocata dalle continue disavventure di Howard; verso la fine, sono persino arrivata a chiedere a Mirco di guardare al posto mio la partita di basket "risolutiva", perché non avrei retto all'idea di vedere quel gran demente di Howard beffato dalla sfiga e dalla sua stupidità per l'ennesima volta. Obiettivamente, le riprese e il montaggio del film sono entrambi efficacissimi. Se, da un lato, il "lirismo" di una cinepresa che zooma su pietre, buchi e orifizi fino a svelare la vastità di un universo cupo a cui fregacazzi delle vicende dei comuni mortali è quel momento di necessario autocompiacimento cinèfilo che si richiede a queste produzioni, dall'altra parte c'è una frenesia che non cessa un secondo, una perfetta resa di ciò che accade quotidianamente nell'animo di Howard e nell'ambiente che gli gravita attorno, che si traduce in una cacofonia di suoni spesso soverchiati da una colonna sonora invasiva ma calzante (però quella zamarrata di L'amour toujour alla fine proprio no, dai). Avrete infine letto che tutti si sono spellati le mani per l'interpretazione di Sandler. Mi unisco al coro unanime di apprezzamenti, per carità, ma dico anche "grazie al piffero": quello detestabile è nelle commedie e detestabile rimane nei panni di un personaggio tragicomico, anzi. Più diventa tragico, arrivando persino ai pianti sconsolati, più a me viene voglia di prenderlo a badilate nella faccia. Provare per credere, il film lo trovate su Netflix e io non posso che consigliarvelo, anche solo per provare sulla vostra pelle tutte le sensazioni contrastanti che ho provato io e apprezzare ancor più la strana, perversa magia del cinema!
Di Adam Sandler (Howard Ratner), LaKeith Stanfield (Demany), Eric Bogosian (Arno), Tilda Swinton (voce di Anne, auction manager di Adley) e Natasha Lyonne (voce, Boston Player Personnel) ho già parlato ai rispettivi link.
Benny Safdie e Josh Safdie sono i registi e co-sceneggiatori della pellicola. Americani, hanno diretto film come Go Get Some Rosemary, Heaven Knows What e Good Times. Anche attori e produttori, Benny ha 34 anni e Josh 36.
Pom Klementieff, la Mantide del MCU, interpreta Lexus mentre Idina Menzel, che interpreta Dinah Ratner, è la voce originale della Elsa di Frozen; John Amos, ovvero il vicino di casa di colore che rifiuta di far usare il bagno al figlio di Howard, ha recitato davvero sia in Il principe cerca moglie che nella serie Good Times, come detto nel film. Inizialmente, Sandler aveva rifiutato il ruolo di Howard e i due registi/sceneggiatori avevano pensato di darlo a Harvey Keitel oppure Sacha Baron Cohen, per poi preferire un attore più giovane, come Jonah Hill e, infine, nuovamente Sandler, convinto dal successo di Good Time, il film precedente dei Safdie, che probabilmente recupererò giusto per curiosità. ENJOY!
mercoledì 4 dicembre 2019
Cena con delitto - Knives Out (2019)
Trama: dopo una festa in famiglia lo scrittore di gialli Harlan Trombey muore, apparentemente suicida. L'investigatore Benoit Blanc, però, decide di fare luce sul caso...
Come si fa a parlare di un giallo senza fare spoiler? Semplice, cominciando a gioire per il ritorno del giallo come genere cinematografico, tanto per cominciare, e poi anche dei film corali con un cast della Madonna, all'interno dei quali anche chi presenzia per poco tempo rimane comunque impresso. Quello di Rian Johnson è il classico giallo corale alla Signori il delitto è servito e Invito a cena con delitto, modelli conclamati e dichiarati (e quanto è divertente la citazione de La signora in giallo?), eppure non si limita ad essere un divertissement per appassionati o meno ma contestualizza la vicenda nella realtà dell'attuale America senza risultare pedante o pesante. L'intera vicenda viene infatti raccontata attraverso gli occhi di due personaggi che non potrebbero essere più diversi; da una parte abbiamo Benoit Blanc, investigatore sui generis dal profondo accento e dai modi del Sud, completamente distaccato da qualsiasi parvenza di verosimiglianza, dall'altra invece c'è Marta, infermiera immigrata di buon cuore che si ritrova coinvolta non solo nelle indagini ma anche in tutto ciò che consegue la morte del suo paziente Harlan Trombey, diventato col tempo amico, confidente e figura paterna. Se ciò che concerne Benoit Blanc è caricaturale e inverosimile, due caratteristiche che si estendono anche a tutti coloro che hanno a che fare con lui e grazie alle quali i membri della famiglia Thrombey tirano fuori tutti gli aspetti ridicoli delle loro personalità e delle loro condizioni sociali, quando invece viene coinvolta Marta ecco che quelle stesse persone si trasformano in tipi immediatamente riconoscibili nel quotidiano e, attenzione, potremmo anche essere noi. Ipocriti, falsamente perbenisti finché non vengono toccati i soldi, pronti a parlare di "famiglia allargata" a patto che ci si limiti a piccoli atti di beneficenza, esponenti del "non sono razzista ma...", leoni da tastiera slegati da ogni relazione sociale (il piccolo bastardo interpretato da Jaeden Martell è l'incarnazione di tutti gli haters che hanno smontato lo Star Wars di Johnson per questioni razziali), persone pronte a sfruttare i problemi familiari degli altri per il proprio interesse o a trattare lo straniero, non importa quanto professionale e competente, come un grazioso animaletto da compagnia, ecco i "simpatici" protagonisti di questa tragicommedia familiare, roba da far perdere la fiducia nell'umanità anche al più innocente dei candidi.
Rian Johnson regge le fila di queste dinamiche familiari e sociali con incredibile abilità, confezionando un rompicapo all'interno del quale tutto torna, anche i più piccoli dettagli, sia nella sceneggiatura che, ovviamente, nella regia. Ciò che salta maggiormente all'occhio sono le sequenze "alla Rashomon" in cui tutto cambia a seconda di chi racconta, ma bisogna fare attenzione, come in ogni giallo che si rispetti, non tanto agli elementi macroscopici quanto a piccole cose che magari rischiano di passare inosservate, come sfondi rivelatori, oggetti fuori posto e omaggi apparentemente gratuiti ma in realtà molto importanti; in generale, si vede che Rian Johnson gode a spaziare con la cinepresa all'interno della magione di Thrombey, la quintessenza dell'arredamento tra il kitsch e l'intellettuale-ricercato, dove l'unica stanza "sentita" e realmente vissuta è il rifugio nel sottotetto del vecchio scrittore di gialli, un paradiso all'interno di un inferno "built to impress", dove tutti si sono fatti da soli, sì, ma col c*lo degli altri, o meglio DELL'altro. E chi sono questi altri? A mio avviso, quanto di meglio possa offrire l'attuale mercato internazionale degli attori, tra nomi grandissimi, come Daniel Craig e Chris Evans, enormi vecchi come Christopher Plummer e Jamie Lee Curtis, nomi meno conosciuti tra i non appassionati ma amatissimi dai cinefili come Toni Colette e Michael Shannon e, ovviamente, la stella nascente di una Ana De Armas bellissima anche quando deve interpretare un personaggio dimesso, come in questo caso. Premesso che ho adorato le interpretazioni borderline delle meravigliose Jamie Lee Curtis e Toni Colette, è ugualmente molto buffo vedere Daniel Craig, la cui immagine è quasi sempre legata a quella del fascinoso ed elegante James Bond, impegnato a biascicare ragionamenti assurdi con atteggiamento piacione e un pesantissimo accento dell'America del sud (auguri non solo ai doppiatori italiani ma anche agli adattatori, non vorrei essere nei panni di chi dovrà tradurre IL gioco di parole risolutivo per eccellenza) e personalmente ho apprezzato anche la svolta "malvagia" di un Chris Evans passato, dopo anni nei panni del pulitino Captain America, ad interpretare uno sboccatissimo moccioso viziato. Per una volta quindi non sono stata tradita nelle aspettative suscitate dal trailer e posso tranquillamente consigliare Knives Out perché rischia seriamente di essere uno dei film "commerciali" più divertenti e ben realizzati dell'anno!
Del regista e sceneggiatore Rian Johnson ho già parlato QUI. Daniel Craig (Benoit Blanc), Chris Evans (Ransom Drysdale), Ana De Armas (Marta Cabrera), Jamie Lee Curtis (Linda Drysdale), Michael Shannon (Walt Thrombey), Don Johnson (Richard Drysdale), Toni Collette (Joni Thrombey), Lakeith Stanfield (Tenente Elliott), Christopher Plummer (Harlan Thrombey), Jaeden Martell (Jacob Thrombey), Frank Oz (Alan Stevens) e Joseph Gordon Levitt (Non accreditato, è la voce del detective protagonista della serie che sta guardando la sorella di Marta) li trovate invece ai rispettivi link.
Se Cena con delitto vi fosse piaciuto recuperate Invito a cena con delitto, Signori il delitto è servito e Gosford Park. ENJOY!
martedì 29 agosto 2017
Death Note (2017)
Trama: lo studente liceale Light Turner entra in possesso del cosiddetto "quaderno della morte" appartenente al Dio della morte Ryuk. Grazie al quaderno il ragazzo può uccidere le persone soltanto scrivendone il nome sulle pagine, così decide di utilizzare questo potere per eliminare i peggiori criminali della società... almeno all'inizio.
Allora, siccome Death Note è stato "liberamente tratto" dal manga omonimo, dal quale prende giusto lo spunto iniziale, non parlerò del film paragonandolo all'opera cartacea (Benché l'abbia letta. Più di una volta. E mi sia piaciuta molto. Tra l'altro ne ho parlato già QUI) ma come creatura a sé stante. Una creatura sciocca, che mescola ogni possibile cliché dell'horror adolescenziale per offrire in pasto allo spettatore una storia poco appassionante, dei personaggi da mettere al rogo dopo quindici minuti dall'inizio del film e persino una regia poco entusiasmante, cosa che francamente da Wingard non mi sarei mai aspettata. Le premesse sono le stesse del manga (ho detto che non avrei fatto paragoni ma alcuni fatti vanno comunque spiegati): un adolescente più intelligente della norma trova un quaderno zeppo di regole che permette di uccidere chiunque, a patto che vengano scritti sulle sue pagine nome e cognome della vittima tenendo ben a mente il suo volto. Padrone del quaderno, un Dio della morte dall'aspetto mostruoso e ghiotto di mele il quale, per motivi tutti suoi, sceglie di affidarlo a un umano e divertirsi a sue spese, rimanendo fondamentalmente a fare da spettatore mentre il nuovo proprietario del Death Note utilizza l'oggetto con tutte le conseguenze del caso. Detta così, è una premessa MOLTO intrigante. Un quaderno simile, se esistesse, potrebbe raddrizzare molti torti e togliere di mezzo persone deprecabili, che è poi lo scopo principale per cui viene utilizzato, almeno inizialmente, da Light, sia nel film che nel manga; da qui, è proprio interessante la riflessione che si viene a creare relativamente al CHI debba ergersi a giudice e boia dei propri simili e soprattutto per quale motivo, in virtù di quale superiorità morale, oltre ovviamente a domandarsi come reagirebbero le masse davanti all'esistenza di un Dio "Kira". Questo Dio che porta morte ai criminali verrebbe adorato oppure osteggiato? E ancora, quali crimini meritano o meno la morte? Ci sarebbe di che ragionarci per settimane, altro che un'ora e mezza, quindi per non sbagliare gli sceneggiatori della versione americana di Death Note hanno tagliato la testa al toro offrendo due minuti di sbrigativa riflessione e trasformando Light da anti-eroe tormentato sempre più folle... ad adolescente infoiato affamato di pilu, che giusto sul finale mostra un minimo della machiavellica e terrificante intelligenza della sua controparte cartacea.
Il Death Note di Netflix non si sviluppa come un thriller tesissimo dalle forti connotazioni poliziesche, bensì come un banalissimo horror dove il protagonista non è nemmeno tale, ma si limita a fare da marionetta alla vera psicopatica della situazione, la cheerleader Mia Sutton. Una tizia talmente cretina, signori miei, che sentendosi inutile in quanto cheerleader decide di consacrare la sua esistenza ad uccidere gente, arrivando ovviamente a scopazzarsi Light onde approfittare del quaderno. "Ti amo ma sono stronza quindi devi morire" rappresenta un ottimo riassunto della personalità di Mia, l'unica cheerleader col cervello di una tenia ma capace di mettere ko un agente dell'FBI nel picco più WTF dell'intera sceneggiatura, una sorta di "vorrei mettere in piedi una roba arzigogolata come farebbero i giapponesi ma non posso". Eccomi di nuovo a nominare il manga, lo so, sono una persona male, ma è una cosa che davvero non capisco. Agli sceneggiatori, giustamente o meno, non va di riproporre pedissequamente una cosa già portata al cinema dai nipponici ma sono attratti dal concept della vicenda in se? Va benissimo ma, perdiana, NON andatevi a impelagare con uscite cretine girando un film incomprensibile! Senza fare troppi spoiler, all'inizio il Dio Ryuk dice a Light che il quaderno non può garantire morti improbabili, per esempio far morire un tizio sul cesso masticato da uno squalo... ma il finale di Death Note E' improbabile a questi livelli, perché se non puoi controllare uno squalo fino a farlo finire negli scarichi, allora non puoi neppure controllare le pagine di un quaderno affinché vadano da sole ad incenerirsi nell'unica fiamma presente nei dintorni (oltre a mille altre "alterazioni di probabilità" da fare invidia alla Scarlet dei Vendicatori). E su. Se non siete capaci di creare qualcosa di nuovo e logico, chinate il capo e lasciate fare ai giapponesi, che ne sanno a pacchi.
La cosa imbarazzante è che gli americani hanno scelto di distaccarsi dal manga per quel che riguarda la trama ma hanno voluto dare comunque dei contentini ai fan (probabilmente rendendosi conto del fatto che gli stessi, soprattutto gli "estremisti", sono facilmente gabbabili), introducendo per esempio il personaggio del superinvestigatore L, che peraltro ha fatto infuriare gli estremisti di cui sopra già ai tempi del casting in quanto nero, classico esempio di chi si indigna per la pagliuzza senza vedere la trave. L è bellino, per carità, con l'attore più bravo del mucchio dotato di una fisicità perfetta, ma onestamente perché mai l'investigatore più abile del mondo dovrebbe impegnarsi tanto per un ragazzetto che manco sa allacciarsi le scarpe, soprattutto dopo averlo sgamato a metà pellicola? La rivalità tra Light e L, che nel manga è uno scontro di intelletti talmente raffinato da risultare scioccante, qui è fondamentalmente inutile e l'astio di L viene scatenato semplicemente dall'ennesimo, grossolano errore di Light e dalla stronzaggine congenita di Mia, sempre per l'assunto fondamentale che le cheerleader sono talmente autoconsapevoli della loro inutilità da scegliere di mettersi con lo sfigato della scuola (!!) dopo che quest'ultimo racconta loro di parlare con un essere mostruoso che vede solo lui e di poter ammazzare la gente con l'ausilio di un quaderno. Vabbè. E poi la scema era Misa Amane, poverella. Dell'intera baracca, in definitiva, salvo solo il sembiante e la voce di Ryuk. Va bene, il Dio della morte si vede poco, va bene che è fondamentalmente inutile pure lui (ma nel manga è anche più ignavo, quindi...) ma vederlo prendere a coppini verbali quel cretino di Light e soprattutto farlo con la splendida voce di Willem Dafoe è da applauso compulsivo. Per il resto, avrete capito che Death Note è davvero pochissima roba. Anzi, visto il risultato finale forse sarebbe meglio farsi una bella maratona di Final Destination, perlomeno lì ci sono morti fantasiose, gore e una stupidità accettabile e, soprattutto, all american. Non come in questo triste ibrido nippoamericano.
Del regista Adam Wingard ho già parlato QUI. Lakeith Stanfield (L), Willem Dafoe (voce originale di Ryuk) e Shea Whigham (James Turner) li trovate invece ai rispettivi link.
Nat Wolff interpreta Light Turner. Americano, ha partecipato a film come Colpa delle stelle. Anche compositore e produttore, ha 23 anni e quattro film in uscita.
Margaret Qualley, che interpreta Mia Sutton, aveva già partecipato al film The Nice Guys mentre Masi Oka, ovvero l'Hiro di Heroes, compare nel film nei panni del detective Sasaki ma è anche e purtroppo uno dei produttori dell'intera baracca; a proposito di produttori, la Warner Bros. ci aveva visto lungo e aveva abbandonato il progetto, che Wingard ha poi dirottato verso Netflix. Gli altri due che hanno capito quale schifezza sarebbe uscita sono i registi Shane Black e Gus Van Sant, che hanno abbandonato l'impresa. Detto questo, se vi interessasse approfondire il discorso Death Note sappiate che, oltre al manga edito in Italia da Planet Manga, esistono una serie animata giapponese del 2006 (che ha generato film TV quali Death Note Relight - Visions of a God e Death Note Relight 2 - L's Successors) e una serie di live action che comprendono il film Death Note (2006), Death Note: The Last Name (2006), L: Change the World (2008) e Death Note: Light Up the New World (2016) seguiti da una miniserie televisiva del 2016 intitolata Death Note: New Generation. Potete quindi guardare tutta questa roba, oppure l'intera saga di Final Destination. ENJOY!
mercoledì 7 giugno 2017
War Machine (2017)
Trama: al generale Glen McMahon viene ceduto il comando delle operazioni che dovrebbero portare alla conclusione del coinvolgimento americano nella guerra in Afghanistan ma il militare non è disposto a ritirarsi senza combattere...
Ci vuole un po' di preparazione psicologica ad affrontare questo filmazzo di due ore prodotto e interpretato da Brad Pitt, nemmeno fosse uno one man show dell'ex Signor Jolie. Innanzitutto, serve un cervello riposato perché War Machine, tratto da un articolo del Rolling Stone diventato poi un libro di non-fiction, è molto logorroico e zeppo di nomi propri, di luoghi e di persona, oltre che di moltissime nozioni interessanti capaci di far sentire l'occidentale medio in generale e l'americano in particolare piccino picciò; io, che riposata non ero, mi sono addormentata dopo venti minuti ma dopo un sonno ristoratore di un'ora ho ripreso prontamente la visione della pellicola, uscendone soddisfatta. La mia soddisfazione potrebbe però non riscuotere consensi e comprendo da sola che War Machine ha mille difetti, non ultimo un'abbondanza di tempi morti che potrebbe scoraggiare più di uno spettatore e una lunghezza che avrebbe giovato di qualche taglio qui e là ma è anche indubbio che War Machine offre la possibilità alla persona comune di gettare uno sguardo oltre l'informazione di TG e giornali e cominciare a scorgere la punta dell'iceberg di tutta la merda che si cela sotto guerre come quella in Afghanistan, il che per me è un valore aggiunto. Il punto di vista adottato dal film è quello della voce narrante di Sean Cullen, giornalista freelance incaricato di seguire le operazioni del generale Glen McMahon, ultimo di una lunga lista di comandanti in campo ai quali è stato chiesto di gestire la guerra in Afghanistan (modellato sul generale ormai in congedo Stanley McChrystal, sputtanato proprio dall'articolo di Rolling Stones scritto da Michael Hastings) e uomo tutto d'un pezzo, una macchina da guerra fermamente convinta di essere l'unica persona in grado di sbrogliare una matassa impossibile da districare e vincere così il conflitto, riuscendo dove altri "sfigati" hanno fallito. Le convinzioni di McMahon e la natura della guerra in Afghanistan, "cercata" dagli USA e considerata come un aiuto verso popolazioni che non lo avevano chiesto, vengono messe alla berlina dal giornalista e conseguentemente rese in tutta la loro follia, risultando in un insieme di situazioni al limite del paradossale vissute da persone che parrebbero delle caricature e invece sono tristemente vicine ai loro modelli reali.
Il fulcro di tutto è la natura alienata (e alienante) di un uomo che ha conosciuto solo la guerra, che ragiona per regole autoimposte e con l'unico obiettivo di vincere, incapace di capire come muoversi nel mondo reale e, conseguentemente, anche di contestualizzare il tessuto sociale dei Paesi in cui viene a trovarsi; i confronti con il presidente interpretato da Ben Kingsley (una figura patetica ma fondamentale), con la moglie e con la politica tedesca sono emblematici del modo tutto americano di affrontare le cose senza pensare alle conseguenze o a ciò che è stato prima, cosa che porta conseguentemente all'impossibilità di spiegare i motivi di determinate scelte e a una sordità nei confronti dei bisogni altrui. La logorrea di War Machine acquista così un nuovo significato, in quanto la guerra, la propaganda, persino la cosiddetta informazione non sono altro che aria fritta utilizzata per confondere le masse e fornire vuote giustificazioni a chi non smette di fare danni pur con le migliore intenzioni. Glen McMahon, nonostante l'alta opinione di sé malcelata da un'umiltà ipocrita, non è che uno dei tanti militari usati come carne da cannone e da eroe di guerra diventerà lo stupido, arrogante capro espiatorio di un intero sistema sbagliato che probabilmente non cesserà mai di esistere ed è questo l'amaro concetto che traspare dalla satira di War Machine. Certo, il "cuore" del film va scovato sotto una parata di volti famosissimi e un approccio che ricorda molto i film prodotti dai Coen e soprattutto da Soderbergh, che è un modo di fare cinema a mio avviso più improntato sulla forma che sul contenuto e può piacere o meno; dal canto suo, Brad Pitt ha scelto di interpretare McMahon come un Braccio di ferro perennemente incazzato (secondo me quest'uomo non riesce a liberarsi dal fantasma di Aldo Rayne così come Johnny Depp non riesce a scrollarsi di dosso quello di Jack Sparrow) e la sua presenza scenica si impone sul resto del cast fino a fare scomparire caratteristi e attori blasonati anche ottimi, il che mi ha fatto un po' storcere il naso ma, in generale, War Machine mi è piaciuto e lo consiglio, soprattutto se avete un abbonamento Netflix da sfruttare.
Di Brad Pitt (Generale Glen McMahon), John Magaro (Cory Staggart), Anthony Michael Hall (Greg Pulver), Topher Grace (Matt Little), Lakeith Stanfield (Caporale Billy Cole), Ben Kingsley (Presidente Karzai), Meg Tilly( Jeannie McMahon), Griffin Dunne (Ray Canucci), Scoot McNairy (Sean Cullen), Tilda Swinton (Politica tedesca) e Russell Crowe (Bob White) ho già parlato ai rispettivi link.
David Michôd è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Australiano, ha diretto film come Animal Kingdom e The Rover. Anche produttore e attore, ha 45 anni.
Alan Ruck interpreta Pat McKinnon. Americano, ha partecipato a film come Una pazza giornata di vacanza, In fuga per tre, Speed, Twister, E venne il giorno e a serie quali I racconti della cripta, Oltre i limiti, Innamorati pazzi, Scrubs, Medium, Ghost Whisperer, CSI: Miami, CSI - Scena del crimine, Numb3rs e The Exorcist. Ha 61 anni e tre film in uscita.
Se War Machine vi fosse piaciuto recuperate M.A.S.H. ENJOY!
venerdì 26 maggio 2017
Scappa: Get Out (2017)
Trama: Chris, ragazzo di colore, viene invitato dalla fidanzata bianca a raggiungere i genitori di lei per il weekend. I due arriveranno nel bel mezzo di una riunione di famiglia e Chris comincerà a sentirsi sempre più a disagio ed inquieto, non solo per il colore della pelle...
Purtroppo anche questo post rischia di essere più breve del solito, nonostante Get Out mi sia piaciuto molto. Il motivo è presto detto: potete tranquillamente mandare al diavolo chiunque accenni anche solo vagamente a ciò che succede nel film perché il bello di guardarlo è proprio andare oltre a un trailer per una volta fatto bene, che spinge lo spettatore a farsi un'idea abbastanza diversa dell'opera prima di Jordan Peele. Premesso che le persone mediamente scafate in ambito horror/thriller possono riuscire ad anticipare il twist più grande dopo dieci minuti di pellicola, ci sono tanti piccoli risvolti che, anche dopo la rivelazione principale, riescono a sorprendere in positivo mandando a ramengo tutti i cliché del genere e, soprattutto, c'è tutto ciò che viene prima e che rende Get Out non solo un ottimo thriller psicologico ma in particolare un'ottima riflessione sull'America d'oggi. Quell'America per cui Black Lives Matter ma intanto si vota Trump e dove le tensioni razziali non sono mai scomparse del tutto, nemmeno dopo conquiste civili di importanza capitale. Indovina chi viene a cena? è stato girato nel 1967 eppure la premessa di Get Out è la stessa, dopo 50 anni di civiltà "moderna": una ragazza bianca deve presentare ai suoi genitori il fidanzato nero, del quale non ha mai parlato in famiglia. All'ingenuità di lei si accompagnano le giuste perplessità di lui, costretto ad entrare nella tana del lupo praticamente nudo ed indifeso in uno Stato (a occhio e croce direi l'Alabama) non particolarmente famoso per la tolleranza, dove le case di stile colonico abbondano e i ricconi bianchi spopolano, costringendo la polizia a guardare con sospetto qualunque Fratello Nero si aggiri nei dintorni dei praticelli ordinati del quartiere. I genitori di Rose però sono la quintessenza del liberal, il papà di lei "se potesse voterebbe Obama per la terza volta", hanno un paio di domestici di colore tenuti solo perché "lavoravano già per i nonni, siamo così affezionati, in pratica sono di famiglia", quindi tutto a posto, no? Non proprio. Il disagio di Chris, prima ancora che dal risvolto thriller, nasce inevitabilmente dal dover confrontarsi con persone che non lo trattano con diffidente razzismo ma, e forse è peggio, si rapportano con lui come fosse una piacevole novità, un tocco esotico di cui vantarsi con gli amici, una persona su cui misurare il metro della propria apertura mentale per sentirsi superiori, alzando quindi una barriera originata non già dall'odio ma dalla convinzione di "fare del bene" accettando il diverso e facendolo sentire, di conseguenza, ANCORA più diverso, nemmeno fosse una specie protetta. Insomma, lo spettatore viene messo fin da subito nella condizione di empatizzare con Chris e con la sensazione di "estraneità" da lui provata appena messo piede nella dimora degli Armitage senza ricorrere ad elementi palesemente "sbagliati" (quelli arrivano dopo, a rafforzare il generale clima di inquietudine), esempio di perfetta scrittura che rende ciò che segue ancora più scioccante.
Basta, altro sulla trama non dirò ma avrete capito che Get Out è un thriller-horror psicologico perfettamente radicato nell'attualità e per questo ancora più efficace (non a caso lo scrittore e regista è un comico di colore quindi chi meglio di lui potrebbe avere il polso della situazione senza cadere in scomodi cliché?). Ovviamente, non di sole "sensazioni" vive l'appassionato di horror, ci mancherebbe. Get Out mette la pelle d'oca con pochissimi jump scare ben piazzati, la giusta quantità di splatter e un paio di inquietanti sequenze quasi oniriche capaci di comprimere il petto dello spettatore e spingerlo subito a voler bene ad un "novellino" che, invece di tentare la facile via del mockumentary/found footage o dell'omaggio dichiarato allo slasher anni '80, punta tutto sui primissimi piani, sulle suggestioni degli ambienti naturali e artificiali, su immagini simboliche di immediata comprensione e su inquadrature attente ai dettagli e alla composizione della sequenza. Altro punto a favore della pellicola sono le bellissime musiche di Michael Abels, tra le quali spicca l'evocativa Sikiliza Kwa Wahenga (probabilmente una delle melodie più belle utilizzate per introdurre un horror recente), molte delle quali imperniate sul tema principale del film e zeppe di consigli per il povero Chris. Anche il cast è validissimo, sia per quel che riguarda il protagonista Daniel Kaluuya, con quegli occhioni da cervo abbagliato dai fari che terrorizzano più di qualunque altra cosa, che per gli attori che lo circondano: Caleb Landry Jones nei panni del figlio minore è fin troppo caricato mentre Katherine Keener e Bradley Whitford sono favolosi nella loro inquietante normalità di bianchi della upper class... ma attenzione perché, se devo dare retta ai commenti dei ragazzetti in sala, l'idolo indiscusso delle folle e il personaggio che più rimarrà impresso dopo la visione è la terrificante Georgina di Betty Gabriel, causa degli epiteti più esilaranti uditi in sala. Le aspettative sono state dunque ripagate e indubbiamente Get Out si candida per essere uno dei cinque horror da piazzare nella classifica di fine anno, sia per l'intelligenza che per la bella realizzazione e, diamine, sono persino riuscita a scrivere un post di lunghezza standard senza fare spoiler, quindi tanta roba. Speriamo che Jordan Peele continui a bazzicare nel campo dell'horror, c'è bisogno di comici seri come lui!
Di Catherine Keener (Missy Armitage), Bradley Whitford (Dean Armitage) e Caleb Landry Jones (Jeremy Armitage) ho già parlato ai rispettivi link.
Jordan Peele è il regista e sceneggiatore della pellicola, alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa. Comico americano, è anche attore e produttore e ha 38 anni.
Daniel Kaluuya interpreta Chris Washington. Inglese, ha partecipato a film come I segreti della mente, Johnny English - La rinascita, Kick-Ass 2 e a serie quali Doctor Who e Black Mirror. Anche sceneggiatore, ha 28 anni e due film in uscita tra cui Black Panther.
Marcus Henderson interpreta Walter. Americano, ha partecipato a film come Django Unchained, Whiplash e Il drago invisibile. Ha tre film in uscita tra cui Insidious: Chapter 4.
Lakeith Stanfield interpreta Andrew Logan King. Americano, ha partecipato a film come Anarchia - La notte del giudizio, Selma - La strada per la libertà e Snowden. Anche produttore, ha 26 anni e cinque film in uscita tra cui il live action di Death Note, dove interpreterà L.
Stephen Root interpreta Jim Hudson. Americano, ha partecipato a film come Mr. Crocodile Dundee II, Monkey Shines - Esperimento nel terrore, Black Rain - Pioggia sporca, Ghost - Fantasma, Buffy - L'ammazza vampiri, Robocop 3, Pandora's Clock - La terra è in pericolo, L'uomo bicentenario, Fratello dove sei?, Ladykillers, Palle al balzo - Dodgeball, Wake Up, Ron Burgundy: The Lost Movie, Non è un paese per vecchi, L'uomo che fissa le capre, J. Edgar, Bad Milo!, The Lone Ranger, Selma - La strada per la libertà, L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo e a serie come Pappa e ciccia, Quell'uragano di papà, Blossom, L'ispettore Tibbs, Cinque in famiglia, Seinfeld, Malcom, La vita secondo Jim, CSI - Scena del crimine, 24 e The Big Bang Theory; come doppiatore ha inoltre lavorato nelle serie Johnny Bravo, Kim Possible, American Dad!, The Cleveland Show, Phineas and Ferb, Adventure Time e nei film L'era glaciale, Alla ricerca di Nemo, L'era glaciale 2 - Il disgelo e Alla ricerca di Dory. Ha 66 anni e due film in uscita.
Eddie Murphy avrebbe dovuto interpretare Chris ma alla fine, giustamente, Jordan Peele ha deciso che l'attore era troppo vecchio per la parte. Il finale originale di Get Out prevedeva SPOOOOOILERRRRR l'arresto di Chris da parte della polizia (come avevo immaginato dall'inquadratura e dal sorriso di Rose) ma il regista ha scelto di dare al pubblico un happy ending. FINE SPOILER Se Get Out vi fosse piaciuto recuperate La fabbrica delle mogli, The Wicker Man, Terrore dallo spazio profondo, Society e La notte dei morti viventi. ENJOY!







































