mercoledì 9 ottobre 2019

Nell'erba alta (2019)

La settimana scorsa è uscito su Netflix un altro adattamento di un racconto di Stephen King (scritto in combo col figlio Joe Hill), Nell'erba alta (In the Tall Grass), diretto e co-sceneggiato dal regista Vincenzo Natali.


Trama: attirati dalla richiesta di aiuto di un bambino, una donna incinta e suo fratello si infilano in un campo di erba alta dal quale non riusciranno più ad uscire.


Cominciamo il post con la necessaria premessa: purtroppo Nell'erba alta è una delle pochissime opere di King che devo ancora leggere, persa nel limbo di un periodo in cui non avevo neppure idea di cosa fossero degli e-book. Per noi amanti del cartaceo il racconto è appena stato inserito nell'ultima raccolta di Joe Hill, A tutto gas, che uscirà proprio nei prossimi giorni, quindi rimedierò prestissimo alla mancanza, ma nel frattempo parliamo del film di Vincenzo Natali, un trip psichedelico mica da ridere. Anzi, forse troppo psichedelico, e come tutte le cose psichedeliche a un bel momento scivola anche nel ridicolo involontario e dispiace che a farsene veicolo, assieme ad una pietra cappelliforme, sia un Patrick Wilson a cui hanno messo in bocca i dialoghi probabilmente più ridicoli della sua carriera. Ma facciamo un passo indietro, senza fare troppi spoiler. Nell'erba alta è un horror che, fin dalle prime scene, gioca con una claustrofobia strisciante e con l'atavico terrore umano di perdersi in un luogo da cui è impossibile uscire, inserendo a un certo punto un altro terrificante elemento horror, ovvero bambini ambigui ed inquietanti; tre elementi che, già da soli, a mio avviso sarebbero più che sufficienti per creare un'opera valida, a saperci ricamare sopra. L'inizio di Nell'erba alta sembrerebbe mantenere queste promesse, perché i due fratelli protagonisti, già resi più indifesi dal fatto che la ragazza è incinta, vengono subito separati e frastornati da un delirio di suoni distorti, prospettive spaziali falsate, mentre il sole picchia come un fabbro ferraio e l'apparente semplicità di un campo d'erba alta si trasforma in un incubo verde che, peraltro, ai fan di King potrebbe tranquillamente ricordare l'habitat di "Colui che cammina tra i filari", soprattutto grazie alla presenza di questo bimbo onnisciente, che parla di "cose morte che non possono essere spostate".


L'unico problema è che poi queste premesse vengono sì mantenute, ma anche inutilmente (a mio avviso, ci mancherebbe) complicate da mille altri elementi atti a rendere l'opera più cervellotica di quello che è, arrivando a toccare picchi di "lostitudine" non da poco e a frastornare lo spettatore costringendolo a non staccare gli occhi dallo schermo nemmeno per un istante, ché ci vuole pochissimo a perdere qualche elemento fondamentale (avete idea di quanti siti stiano spiegando il finale del film in questi giorni?). Insomma, l'erba alta a un certo punto viene pompata a steroidi di follia quasi messianica con paradossi e si fa esasperante, ma d'altronde dallo sceneggiatore di The Cube non mi sarei aspettata nulla di meno. Quanto alla regia, è palese che a Natali piacciano le sequenze allucinanti e allucinate, all'interno delle quali l'ingerenza della CGI si fa sentire dando un po' l'idea di posticcio ma riuscendo comunque ad impressionare lo spettatore; il pre-finale, per esempio, è un delirio di corpi striscianti, violenza e sangue, anche se il tutto è immerso in una fotografia talmente buia che a volte non si riesce ad avere proprio un quadro completo della situazione. Più interessanti ed inquietanti le scene iniziali, a dimostrazione che spesso l'orrore si insinua maggiormente sottopelle quando viene mostrato in pieno sole, proprio quando crediamo di essere più al sicuro: bastano voci che si allontanano anche se noi rimaniamo fermi, basta vedere andare in frantumi ogni nostra convinzione di poter tornare a una vita normale, bastano sinistri presagi per far davvero paura. Un peccato che questo Natali lo abbia dimenticato per strada e si sia perso in quello stesso labirinto d'erba alta che avrebbe dovuto avvincere lo spettatore per non lasciarlo più. Per carità, come originale Netflix è uno dei più interessanti visti finora e di sicuro intrattiene dall'inizio alla fine, però il suo desiderio di voler strafare lo condanna ad essere poco più di un complicato divertissement, buono magari per scervellarsi il giorno dopo con in colleghi d'ufficio. Ma se volete, per quello su Netflix c'è sempre Dark!


Di Patrick Wilson, che interpreta Ross Humboldt, ho già parlato QUI. 

Vincenzo Natali è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Cube - Il cubo, Splice, ABCs of Death 2 ed episodi di serie quali PSI Factor, Hannibal, Wayward Pines, Luke Cage, The Strain e American Gods. Anche produttore e attore, ha 50 anni.


Laysla De Oliveira, che interpreta Becky, ha ottenuto il ruolo di Dodge nella serie Locke & Key, tratta dal fumetto omonimo di Joe Hill e Gabriel Rodriguez, di cui due episodi dovrebbero essere diretti proprio da Vincenzo Natali; ancora non si sa quando uscirà la serie su Netflix, se mai uscirà, ma di sicuro, avendo adorato il fumetto, l'aspetto con trepidazione assieme a possibili nuove storie cartacee. Passando ad altro, Patrick Wilson ha sostituito all'ultimo James Marsden, impegnato nelle riprese di C'era una volta a... Hollywood nel ruolo di Burt Reynolds, alla fine tagliato. Detto questo, se Nell'erba alta vi fosse piaciuto perché non provate a recuperare Cube - Il cubo? ENJOY!


martedì 8 ottobre 2019

Joker (2019)

In ritardo rispetto a tutti coloro che si sono scapicollati a recuperarlo il primo giorno di uscita quando non addirittura alle anteprime, arrivo ad esprimere un'impopolare (e SPOILER FREE) opinione sul Joker diretto e co-sceneggiato dal regista Todd Phillips.


Trama: Arthur Fleck vive solo con la madre, ha problemi neurologici e vorrebbe fare il comico. Il destino lo porterà a diventare invece il Joker.



Fresco della vittoria del Leone d'Oro all'ultimo festival di Venezia, Joker è diventato in tre giorni il film sulla bocca di tutti, facendo sanguinare il cuore di Nolan, bello lui, che credeva di aver creato assieme a Heath Ledger il Joker migliore di sempre. E' bastata l'inquietantissima risata di un Joaquin Phoenix in stato di grazia per convertire migliaia di fedeli che hanno subito calpestato il santino di Nolan, dichiarando pubblicamente che "Joker è l'unico, vero cinecomic" nello stesso periodo in cui Martin Scorsese (che, attenzione, AVREBBE DOVUTO produrre Joker ma alla fine non l'ha fatto) veniva lapidato dai nerd di tutto il mondo i quali, leggendo i titoli dei vari articoli sensazionalisti sul web, si sono ritenuti offesi dalle sue dichiarazioni sgarbate sui loro beniamini del MCU ("I film di supereroi non sono cinema". Martin, che ne sai tu di Cinema, come ti permetti??). La cosa fa un po' ridere, in effetti. Tutti ad osannare Joker e a insultare Scorsese, peccato che il film di Phillips è scorsesiano (almeno nello stile e nella superficie della narrazione) dall'inizio fino a quasi alla fine, ché a un bel momento abbiamo deciso di ispirarci a The Purge e attaccarci con lo sputo il link a Batman, altrimenti giustificare un titolo come "Joker" invece di "Arthur" sarebbe stato un po' difficile. Prima di proseguire col mio ragionamento che non interesserà a nessuno, fatemi mettere le mani avanti. A me Joker è piaciuto non molto, moltissimo. E' uno dei pochi film recenti (gli altri due sono stati C'era una volta a Hollywood e sì, anche Midsommar - Il villaggio dei dannati) ad avermi calamitata allo schermo con un'intensità tale da farmi rimanere a bocca aperta per tutta la durata del film, in virtù dello One Man Show di un Joaquin Phoenix meraviglioso, tragico, squallido e bellissimo, terrificante e vanesio come il Joker di Jack Nicholson e affascinante come quello di Jared Leto non potrebbe mai essere, nemmeno in diecimila anni. Per tutto il film Phoenix ride, preda di un dolore che gli serra la gola ed enfatizza ogni ruga, balla con quel corpo emaciato eppure flessuoso come quello di un ballerino, limona sigarette, corre via dall'orrore della società per farsi orrore lui stesso, arrivando a gioire realmente solo davanti al sangue che scorre e alla violenza di strade che, finalmente, arrivano a considerarlo vivo e reale. Però. Però, però, però.


Qualche giorno fa leggevo un libro molto simpatico ed interessante che consiglierei a tutti: Save the Cat! Manuale di sceneggiatura di Blake Snyder. Il titolo fa un po' ridere ma, riassumendo, Snyder diceva che affinché il pubblico arrivi a tifare per il protagonista, quest'ultimo deve compiere delle imprese eroiche o comunque fare del bene, essere di base "buono" (salvare, per l'appunto, il gatto). Quando ciò non succede (il libro prendeva come esempio Aladdin, il cui protagonista è un ladro, ma io potrei fare l'esempio del Corvo, l'antieroe per eccellenza, oppure, sempre rimanendo in ambito "cinecomic" quando ancora non si chiamavano così, The Mask), bisogna far sì che il protagonista si trovi davanti gente peggiore di lui. Ed effettivamente, guardando Joker domenica, mi ritrovavo a sorridere non solo della semplicità del ragionamento alla base della sceneggiatura di Todd Phillips e Scott Silver, ma anche della facilità con cui noi spettatori moderni ci lasciamo gabbare, privi come siamo di memoria storica e ridotti a reagire con veemenza solo davanti a ciò che ci viene sbattuto in faccia chiaro come il sole, positivo o negativo che sia. Artur Fleck è un mix di due antieroi scorsesiani, Travis Bickle di Taxi Driver e Rupert Pupkin di Re per una notte. Ora, Re per una notte l'ho visto solo una volta e non lo ricordo molto, lo ammetto, benché sia bastato per farmi saltare all'occhio ogni similitudine (scusate ma visto che alcuni sul web scoprono l'acqua calda vantandosi di aver notato SPOILER come la nascita di Joker avvenga in contemporanea a quella di Batman FINE SPOILER io a sti punti mi vanto di aver colto il "contrappasso" imposto a De Niro dopo aver rapito Jerry Lewis) ma Taxi Driver lo conosco bene e più che le similitudini qui si coglie proprio la diversa caratura dei due film in fase di scrittura. Per farci empatizzare con Arthur Fleck, gli sceneggiatori gli scaricano addosso non solo ogni sfiga ma lo rendono la valvola di sfogo di ogni stronzo sul pianeta, spesso in maniera immotivata, un punchball non solo verbale ma anche fisico, al punto che quando il ragazzo sbrocca lo si può anche capire, poverello. Provate un po' a riguardare Taxi Driver. E' vero, Travis viene "preso in giro" dalla bella Cybill Shepherd, trattato come una pezza da piedi dal capo di lei, considerato invisibile dalla maggior parte delle persone che lo circondano, eppure la sete di giustizia che lo porta a farsi purificatore della società parte dalla sua alterata percezione della stessa, non dalla cattiveria altrui: la colpa di Betsy, ad esempio, è solo quella di essersi avvicinata a Travis per il "brivido" di uscire con un working class man ma possiamo biasimarla se, una volta portata in un cinema porno da un uomo incapace di integrarsi nella società proprio a causa della società stessa, la bionda decide di scappare inorridita? Quanto al pappone di Harvey Keitel, perlomeno Travis ci prova a ripulire il mondo non solo per sé ma per gli altri, mentre Arthur Fleck agisce solo per se stesso, per mettere al loro posto quelli che lo hanno trattato male. Più che antieroe, un bimbo che sbatte i piedi per terra, affascinante quanto volete, spesso degno di venire compatito, ma poco apprezzabile.


E qui parte la mia perplessità sulla "morale" finale di Joker. Pur prendendo questo film come un elseworld DC, scollegato dalla continuity ufficiale di Batman o delle pellicole che ne sono state tratte, alla fine della fiera era meglio un Joker misterioso e dimentico egli stesso del suo passato, alterato dalla pazzia, ridicolo quanto l'uomo pipistrello e folle quanto lui, invece di un Travis Pupkin con mommy/daddy issues, giustificato nelle sue azioni da un passato e presente atroci, nemmeno fosse la nuova Maleficent disneyana. E che dire, poi, della svolta populista di una New York (scusate. Gotham City) sporca, povera e squallida, dove il ricco viene visto male "solo" perché ha i soldi e dove basta UN singolo evento casuale per portare alla nascita di uno Sfogo al contrario? Io capisco i dialoghi reiterati a base di "noi siamo i dimenticati, nessuno ci considera, siamo inutili alla società, nessuno ci vede", li abbraccio e spendo anche una lacrima, però Arthur è malato di mente e, come ho detto sopra, in definitiva pensa solo a prendersi una rivincita personale, gli altri che scusa hanno? Insomma, come discesa nella follia Joker è un film da manuale (anche troppo) ma per il resto è di una superficialità che, lo ammetto, trovo più "disturbante" della risata del protagonista. Vero, purtroppo è anche lo specchio dei tempi in cui viviamo, forse per questo Joker è riuscito ad incantare le platee di mezzo mondo, rinnegando la sua natura di cinecomic pur sfruttando, biecamente, il richiamo commerciale del nome che porta. Da parte mia, credo che il Cinema potrà continuare a esistere anche dopo il film di Phillips e sono convinta che prima o poi arriveranno altri autori che preferiranno abbandonare la serialità di un progetto alla MCU per concentrarsi su uno one shot dalle atmosfere particolari (diciamo che è quello che succede già nei comics, nulla di nuovo sotto il sole, e ricordo che è successo anche con Logan - The Wolverine, anche se lì il film era comunque inserito all'interno di un progetto più ampio), basta solo che ci siano Studios e produttori lungimiranti in grado di permetterlo. Allora, forse, smetteremo di inneggiare al miracolo per un film come Joker: bello, anzi, bellissimo, ma troppo pigro e debitore delle atmosfere della New Hollywood per poter essere veramente innovativo, anche se probabilmente la Academy mi darà torto come hanno fatto quasi tutti gli spettatori.


Del regista e co-sceneggiatore Todd Phillips ho già parlato QUI. Joaquin Phoenix (Arthur Fleck), Robert De Niro (Murray Franklin), Frances Conroy (Penny Fleck), Shea Whigham (Detective Burke) e Brian Tyree Henry (Carl, l'impiegato dell'Arkham) li trovate invece ai rispettivi link.

Brett Cullen interpreta Thomas Wayne. Americano, ha partecipato a film come Apollo 14, Qualcosa di cui... sparlare, Ghost Rider, Il cavaliere oscuro - Il ritorno, Paradise Beach - Dentro l'incubo e a serie quali L'incredibile Hulk, MASH, Uccelli di rovo, Visitors, Freddy's Nightmares, Alfred Hitchcock presenta, I racconti della cripta, Ally McBeal, Oltre i limiti, Walker Texas Ranger, Cold Case, Desperate Housewives, Monk, CSI:Miami, Ghost Whisperer, Lost, Criminal Minds, CSI - Scena del crimine, Under the Dome e True Detective. Anche produttore, ha 63 anni e un film in uscita.


Zazie Beetz, che interpreta Sophie Dumond, aveva già partecipato a Deadpool 2 nei panni di Domino. Viggo Mortensen ha rifiutato il ruolo di Thomas Wayne e Frances McDormand quello di Penni Fleck, mentre Alec Baldwin ha rinunciato a interpretare Wayne per impegni pregressi; una fortuita serie di coincidenze ha permesso invece a De Niro di partecipare, laddove sia Martin Scorsese che Leonardo di Caprio hanno dovuto rinunciare al film perché impegnati rispettivamente con The Irishman e C'era una volta a Hollywood. Detto questo, se Joker vi fosse piaciuto recuperate i pluricitati Re per una notte, Taxi Driver e anche You Were Never Really Here. ENJOY!

domenica 6 ottobre 2019

Ma (2019)

C'è voluto del bello e del buono ma alla fine sono riuscita a recuperare Ma, diretto dal regista Tate Taylor.


Trama: un gruppo di minorenni in cerca di un adulto che possa comprare loro dell'alcool si imbatte in Sue Ann, infermiera in una clinica veterinaria che prima accetta di aiutare i ragazzi e poi arriva persino a offrire a loro e agli altri giovani della cittadina la propria cantina come locale dove sballarsi e fare feste. Insomma, l'adulto ideale, se non fosse che Sue Ann, detta "Ma", nasconde inconfessabili segreti...



Sapevate che la parola "Ma" in giapponese indica uno spirito maligno? E sapevate che, effettivamente, l'unica parola pronunciata dal Bolluomo alla fine del film di Tate Taylor è stata proprio "ma...?" e ammetto di non essermela sentita di chiedergliene il significato? Questo per dire che la protagonista di Ma può essere davvero assimilabile a un demone vendicativo, o a una megera di quelle sdoganate con l'apprezzatissimo filone della hagsploitation, anche se giudicare la bravissima Octavia Spencer già pronta per questo genere di pellicole significherebbe farle un torto, ché di solito parliamo di attrici che hanno superato abbondantemente i 50/60 anni e non solo santa Octavia è ancora nella quarantina ma meriterebbe millemila film da protagonista, altro che "carriera da rilanciare con ruoli ad hoc". Val la pena, in effetti, guardare Ma anche solo per l'interpretazione della Spencer, che si carica sulle spalle un personaggio cattivo, strano, persino un pochino repellente a tratti, che tuttavia nasconde dentro di sé mille e uno motivi validi per essere così, motivi che vengono rivelati a poco a poco nel corso della pellicola. E se è vero che Ma è palesemente scentrata, non proprio sanissima di mente, talmente traumatizzata dal passato da diventare una moderna Piper Laurie, è anche vero che, salvo la protagonista e forse il fidanzatino, il desiderio di vedere morti male gli altri tre cretini che passano le loro giornate ad ubriacarsi e che trattano fin da subito Sue Ann con accondiscendenza, sopportazione e infine infinita maleducazione è assolutamente condivisibile (la biondina col cellulare sempre in mano, che ricopre di insulti Ma su INSTAGRAM, per il Signore, e poi si presenta nello scantinato con una faccia come il culo, è l'emblema della gioventù cretina di oggi e meriterebbe di subire ogni tortura possibile e immaginabile).


Da qui, ammettiamolo pure, il "ma...?" pronunciato da Mirco, sul quale non ho domandato lumi ma di cui ho comunque capito il senso. Ma, in effetti, ha molte potenzialità che non vengono sfruttate appieno, in primis tutta la frustrazione che potrebbe sfogare Sue Ann dopo un rancore coltivato per decenni (SPOILER qualcuno si becca una coltellata, alla mocciosa bionda viene cucita letteralmente la bocca, ma il ragazzetto di colore si ritrova solo con la faccia dipinta di bianco, e io che, ingenuamente, speravo fosse calce viva... FINE SPOILER), frustrazione che, per altro, viene indirizzata talvolta a casaccio (SPOILER ma trucida pure i tuoi idioti ex compagni di scuola e i loro figli, però gli altri che c'entrano? Sì, sono odiosi, però... FINE SPOILER). Salvo un paio di momenti gore, Ma è un film molto trattenuto, realizzato per un pubblico di adolescenti che probabilmente non hanno apprezzato il modo in cui la trama tende spesso a scavare nella psiche di Sue Ann e che, altrettanto probabilmente, saranno scoppiati a ridere alla rivelazione del suo terribile segreto; meno accattivante di uno slasher tout court e delle case stregate sempre sdoganate da Jason Blum, di fatto Ma non ha avuto successo né in Italia (è stato distribuito veramente col culo) e nemmeno nella madre patria, soprattutto se confrontato ad altre pellicole prodotte dalla Blum House. A mio avviso è un peccato, perché Ma non è peggiore di molti altri horror/thriller che arrivano periodicamente nelle nostre sale e che vengono osannati a sproposito. Innanzitutto ha un cast adulto di tutto rispetto (non chiedetemi perché ma ho un debole per Missi Pyle ma poi ci sono anche Luke Evans e Juliette Lewis!) e un'ottima protagonista adolescente, inoltre è incredibilmente ironico, soprattutto grazie alla colonna sonora, e avvince lo spettatore dall'inizio alla fine, scodellando almeno un twist interessante e inaspettato. In due parole, alla faccia delle critiche che gli sono piovute addosso da ogni dove e del "ma...?" mirchiano, Ma merita almeno una visione.


Del regista Tate Taylor, che interpreta anche l'agente Grainger, ho già parlato QUI. Octavia Spencer (Sue Ann), Juliette Lewis (Erica), Luke Evans (Ben), Missi Pyle (Mercedes) e Allison Janney (Dottor Brooks) li trovate invece ai rispettivi link.

Diana Silvers interpreta Maggie. Americana, ha partecipato a film come Glass e a serie come Into the Dark. Ha 22 anni e un film in uscita.


Dominic Burgess interpreta Stu. Inglese, ha partecipato a film come Batman Begins e a serie quali Agents of S.H.I.E.L.D., Feud, Supernatural, American Horror Story e Santa Clarita Diet. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 37 anni e tre film in uscita.




venerdì 4 ottobre 2019

Bollalmanacco On Demand: Penelope (2006)

Torna a distanza di pochissimo tempo il Bollamanacco On Demand. Forse per farsi perdonare del travaglio che è stato Inland Empire, l'amica Silvia mi ha proposto la visione di Penelope, diretto nel 2006 dal regista Mark Palansky. Il prossimo film On Demand sarà invece Underground. ENJOY!


Trama: Penelope è una ragazza di buona famiglia che non è mai uscita di casa sua a causa di una maledizione. Per spezzarla, la madre apprensiva cerca da anni di combinarle un matrimonio con qualche giovane esponente dell'aristocrazia ma tutti scappano quando vedono il volto della povera Penelope.



Adoro l'On Demand. No, non è vero. Spesso lo odio, per svariati motivi, ma lo adoro quando mi consente, come in questo caso, di scoprire film assai poco conosciuti che alla fine toccano le mie corde nonostante la loro natura di sciocchezzuola divertente. Ecco, Penelope rientra nella categoria, essendo una deliziosa favola moderna a base di "principesse" maledette, in dolce attesa di un principe azzurro che corra a liberarle. In realtà, Penelope proprio una principessa non è. Definirla una versione dolce e intelligente di Paris Hilton potrebbe calzare a pennello e lo stesso dicasi per il principe azzurro (interpretato da un James McAvoy che avrebbe dovuto aspettare ancora un paio di annetti prima di assurgere al rango di attore di fama mondiale), scapestrato ex musicista col vizio del gioco d'azzardo. Date le premesse, si potrebbe pensare ad una versione ironica de La bella e la bestia a ruoli invertiti, in realtà Penelope sottolinea quasi fin da subito l'inutilità dei principi azzurri di qualunque schiatta, buoni o cattivi che siano, e il vero fulcro della questione è invece il rapporto tra Penelope e la madre, donna che, pur con le migliori intenzioni, rende la maledizione della ragazza ancora più pesante, costringendola ad isolarsi da resto del mondo invece di insegnarle ad accettarsi per quello che è: "la vera te stessa è dentro di te", in questo caso, non è proprio una massima da seguire al 100%, perché presuppone una scissione tra la Penelope maledetta e quella post-maledizione, denigrando la prima quando, di fatto, sono la stessa bellissima persona. E' per questo che Penelope, oltre ad essere popolato di personaggi borderline e divertenti, riesce spesso ad essere commovente, in particolare se lo spettatore si lascia conquistare dagli occhi dolci e sognanti di Christina Ricci, com'è successo a me. E ci fosse solo lei nel cast!


Tolti la Ricci e McAvoy, caruccissimo nonostante la capigliatura inguardabile, ad arricchire Penelope ci sono la mai troppo apprezzata Catherine O'Hara nei panni della madre petulante ed esageratamente emotiva, l'elegantissimo Richard E. Grant, al quale non servono parole per esprimere tutta l'esasperazione inglese davanti alle mattane della moglie, e due guest star d'eccezione come Peter Dinklage (al quale viene riservato uno degli esordi più esilaranti di un personaggio sullo schermo) e Nick Frost che, a onor del vero, non fa granché ma è sempre bello da vedere. E sì, c'è anche Reese Witherspoon ma siccome si limita a ritagliarsi una particina per benedire la sua prima impresa da produttrice direi che non c'è molto di cui parlare in merito. Il cast già "stellare" viene supportato inoltre da un comparto scenografie e costumi davvero niente male, che conferisce a Penelope un'aria svagata, da colorata favola moderna. La stanza di Penelope, colma di richiami alla natura e di terrari, di piante protette da cupole di vetro in parallelo con la condizione della protagonista, è un piccolo paradiso casalingo mentre gli abiti da lei indossati, al di là dell'inquietante sciarpa utilizzata per nascondere gli effetti della maledizione, sono deliziosi, perfetti per la personalità raffinata e un po' sognatrice di colei che li indossa. Come al solito, concludo l'On Demand ringraziando in questo caso Silvia per la dritta, è stato molto divertente guardare Penelope e lo consiglio a chi non avesse ancora avuto l'occasione di "incrociarlo".


Di Richard E. Grant (Frankilin Wilhern), Catherine O'Hara (Jessica Wilhern), Christina Ricci (Penelope Wilhern), Peter Dinklage (Lemon), James McAvoy (Johnny/Max), Nick Frost (Max), Reese Witherspoon (Annie) e Russell Brand (Sam) ho già parlato ai rispettivi link.

Mark Palansky è il regista della pellicola. Canadese, ha diretto film come Rememory ed episodi di serie quali Una serie di sfortunati eventi. Anche produttore e sceneggiatore, ha un film in uscita.


giovedì 3 ottobre 2019

(Gio)WE, Bolla! del 3/10/2019

Buon giovedì a tutti! Inutile negarlo, questa è la settimana del Joker e dubito ci sarà qualche altro film capace di riempire la sala come lui a questo giro... ma vediamo lo stesso cos'è arrivato a Savona. ENJOY!

Joker
Reazione a caldo: *sospiro*
Bolla, rifletti!: Come sempre, un film che aspettavo soprattutto per curiosità e amore per l'attore protagonista, è riuscito a venirmi "a noia" prima ancora che uscisse e di questo bisogna ringraziare le orde di cinèfili dell'internet che si stanno sperticando in lodi ed iperboli fin dalla vittoria a Venezia. Così vado già al cinema col terrore di poterlo trovare meno che splendido, Dio non voglia, un po' com'è successo con La La Land, bonanima. Speriamo bene, andrò a vederlo domenica, armata di molotov per svuotare una sala sicuramente zeppa di bimbiminkia e spettatori occasionali.

Tuttapposto
Reazione a caldo: Ma che è sta ca*ata?
Bolla, rifletti!: Non che io fremessi dalla voglia di vedere Rambo ma, davvero, non c'era spazio per un recupero invece di buttarsi sulla commedia italiana a base di sconosciuti e canovacci triti, ritriti ed implausibili? Ma su.

Appena un minuto
Reazione a caldo: Meh.
Bolla, rifletti!: Alla regia c'è Mandelli, nel cast attori amatissimi del cinema e della TV, alla sceneggiatura una storia vecchia come il mondo a base di deliri temporali per migliorarsi la vita. Un po' poco per spingermi al cinema, anzi, forse c'è molto per tenermene lontana!

Il piccolo yeti
Reazione a caldo: Awh.
Bolla, rifletti!: Uscito in sordina nella settimana forse meno indicata, l'ultimo film animato della Dreamworks sembra carino nonostante la trama semplice a base di amicizia e diversità. Magari, lo tenessero un'altra settimana...

Io, Leonardo
Reazione a caldo: Uddeh.
Bolla, rifletti!: Ma magari è una meraviglia, eh. Però io Argentero come Leonardo proprio non ce lo vedo. E poi, onestamente, non sono così fan del Da Vinci.

Game of Kings
Reazione a caldo: Mwahahaahahahahhoggesù.
Bolla, rifletti!: EVENTO, solo per oggi. La webserie fantasy interamente LIGURE. A rischio di risultare antipatica e spocchiosa ma la fiducia verso questo progetto è pari a zero. Spero però di sbagliarmi e di dover fare prima o poi pubblica ammenda.

Cerca di competere come può il cinema d'élite, ovviamente.

La vita invisibile di Eurídice Gusmão 
Reazione a caldo: Wow.
Bolla, rifletti!: Tratto da un libro che ovviamente non conosco e di cui mi si consiglia un recupero, la storia di due sorelle separate da uomini testardi e crudeli viene definita, sul sito del cinema, "almodovariana" anche se con atmosfere più delicate rispetto a quelle del regista. Un recupero tardivo potrei proprio farlo!

mercoledì 2 ottobre 2019

Yesterday (2019)

Freschi di vacanza a Liverpool, lunedì sera siamo andati col Bolluomo a vedere Yesterday, diretto da Danny Boyle.


Trama: Jack Malik, cantante senza successo, ha un incidente la sera in cui un black out totale colpisce il mondo intero. Al risveglio, scopre che nessuno ricorda più i Beatles e, sfruttando le opere del quartetto di Liverpool, comincia a scalare le vette della fama...


Siamo così abituati a guardare film complicati, cervellotici, zeppi di spiegoni, sospesi tra dramma e pessimismo, che quando esce una cosa deliziosa come Yesterday ci si impegna a spaccare il capello e a denigrarlo proprio per la sua incredibile leggerezza. Sì, sia Danny Boyle come regista che Richard Curtis come co-sceneggiatore hanno fatto di meglio e la trama di Yesterday, salvo l'assunto iniziale già ampiamente sviscerato nel trailer, è prevedibile dall'inizio alla fine, ma questo lo si può razionalizzare col senno di poi perché la verità è che guardando il film mi sono divertita un sacco innanzitutto, poi mi sono commossa a più riprese e non solo per la sottotrama "amorosa". Ma pensate davvero, per un momento, a un mondo in cui non esistono le opere più belle. Non siete fan dei Beatles? Va bene. Immaginiamo che Kubrick non sia mai esistito, che nessuno abbia idea di chi sia Leonardo da Vinci, che la Divina Commedia sia finita nell'oblio... e che qualcuno, invece, ne mantenesse il ricordo. Al di là dell'ideale scalata al successo che potrebbero giusto perseguire pochi eletti, ma pensate alla frustrazione di chi, invece, dovesse ricordare la meraviglia di queste opere d'arte e non potesse mai più fruirne perché incapace di riprodurle, anche solo di spiegarne l'idea, tutto quello che sta dietro, la filosofia dell'autore. Non so a voi, ma sta cosa mi terrorizza e mi magona anche un po' e il maledetto Curtis la sfrutta, ah se la sfrutta, nonostante tutta la leggerezza di cui è permeato Yesterday. E' qualcosa che diventa come un tarlo nella mente di Jack, quando lì per lì c'è solo l'incredulità di avere avuto una botta di culo non da poco e la possibilità di scalare le classifiche facendosi segreto depositario dell'opera omnia dei Fab Four mentre da parte dello spettatore c'è la gioia di mettersi nei panni di chi per la prima volta ascolta capolavori come Yesterday, Let it be, Help... senza dimenticare la mia adorata Eleanor Rigby, protagonista di un recurring joke tra i più riusciti ed importanti della pellicola, interessante anche a livello di montaggio e regia.


D'altronde, gira Danny Boyle e l'inglesaccio non è un cretino, perché Yesterday è bello sia da vedere che da ascoltare, soprattutto quando il regista si innamora di piccoli dettagli come lo studio di registrazione a bordo ferrovia o quando la sua cinepresa rotea nelle strade di Liverpool, cosa che ha trasportato magicamente me e il Bolluomo all'interno della vacanza appena trascorsa, facendoci sorridere all'idea di avere mangiato un pain au chocolat praticamente al tavolo accanto a quello di Ellie e Jack, all'interno di Lime Station. Certo, c'è una sequenza in particolare che molti avranno trovato commovente ma che io ho trovato debole e paracula (ha a che fare con lo spoiler che accompagna la presenza di Robert Carlyle), ma nulla che possa inficiare la piacevolezza generale del film che, tra l'altro, si appoggia ad attori validissimi. Himesh Patel ha quella faccia "un po' così", perfetta per essere denigrata a più riprese dall'esilarante manager interpretata da Kate McKinnon ma, onestamente, ogni volta che il fanciullo cantava riuscivo seriamente a emozionarmi, in particolare durante l'esecuzione di Help e dell'Obladi Oblada finale, tuttavia se dovessi dare una "palma" ideale al migliore attore/attrice, l'ambito premio finirebbe senza dubbio nelle mani di Lily James. Carina, dolcissima e buffa, la sua Ellie è il prototipo della ragazza "normale" e, pur avendo mille, condivisibili fisime, non risulta mai antipatica o sdolcinata, neppure una volta, anzi, spesso verrebbe voglia di abbracciare questa povera Eleanor che "vive in un sogno e aspetta, alla finestra", sprecando anni di vita dietro a un povero pirla. E su questa nota chiudo, col solito diludendo di chi, ahimé, è stato costretto a vedere Yesterday nella nostra solita versione doppiata, quando varrebbe la pena, almeno in questo caso, dare allo spettatore anche la possibilità di godere degli innumerevoli giochi di parole e citazioni palesemente presenti nella versione originale. Verrà il giorno in cui la gente dimenticherà l'esistenza dei film doppiati, porca miseria!


Del regista Danny Boyle ho già parlato QUI. Lily James (Ellie Appleton), Kate McKinnon (Debra Hammer) e Robert Carlyle (non accreditato, è SPOILER John Lennon) li trovate invece ai rispettivi link.

Himesh Patel interpreta Jack Malik. Inglese, ha partecipato a serie come Eastenders. Anche sceneggiatore e produttore, ha 29 anni e un film in uscita.


Chris Martin, leader dei Coldplay, avrebbe dovuto partecipare al film al posto di Ed Sheeran ma per problemi di impegni pregressi non se n'è fatto nulla. Ana de Armas è invece "scomparsa" in sala montaggio, assieme alla rivale in amore di Ellie da lei interpretata. Inizialmente, Yesterday avrebbe dovuto avere un tono molto più dark ed essere più concentrato sulla natura della nuova realtà venutasi a creare che sulla storia d'amore tra Jack ed Ellie, poi però è subentrato Richard Curtis a rendere il tutto più lieve. Se Yesterday vi fosse piaciuto recuperate anche Questione di tempo. ENJOY!




martedì 1 ottobre 2019

L'ultimo sole della notte (2017)

Lo scorso weekend sono andata a Roma e lì ho avuto la possibilità di partecipare alla rassegna Extramondi e vedere, finalmente, L'ultimo sole della notte, diretto e sceneggiato nel 2017 dal regista Matteo Scarfò e ispirato ai romanzi di J.G. Ballard.


Trama: in un'Italia ormai al capolinea, un gruppo di persone continua a vivere un'esistenza apparentemente normale all'interno di un condominio.



Sono due anni che sento parlare bene de L'ultimo sole della notte ma non è solo per quello che volevo vederlo con tutte le mie forze. Il motivo è che ci hanno lavorato due professionisti meravigliosi, due di quelle persone che vorresti vivessero non a sei ore di distanza da te ma possibilmente a cinque minuti, persone che ti fanno ringraziare ogni giorno per l'esistenza di internet, che grazie a Dio non serve solo a spargere in giro fake news e sproloqui salveeniani. Una di loro è Lucia Patrizi, più volte nominata su questo blog, che questo film l'ha montato interamente, rendendolo scorrevole anche nella sua incasinatissima struttura, che alterna sullo schermo passato, presente e futuro senza soluzione di continuità. L'altro è Andrea Lupia, che in questo film interpreta il protagonista, Andrea, taciturno e legato a una vita fatta di abitudini consolidate anche all'interno del caos. Ora voi penserete: "e certo, siccome li conosci, dovrai per forza parlare bene del film!". Sì, ne parlerò bene, come hanno fatto altri prima di me, perché se la stessa Lucia non mi avesse detto che L'ultimo sole della notte è un'opera completamente indipendente, realizzata nei ritagli di tempo da persone che hanno anche lavori "comuni" (quindi facendosi un mazzo come un cascinale, I suppose), totalmente autofinanziata e "indie", come va di moda dire adesso, non ci avrei creduto. L'ultimo sole della notte trasuda infatti professionalità da tutti i pori. Innanzitutto, è una di quelle opere che non imbocca lo spettatore spiegandogli ogni cosa nel dettaglio; la visione di L'ultimo sole della notte presuppone molta attenzione, perché la trama viene sviscerata a poco a poco attraverso le azioni dei personaggi, i dialoghi e persino i silenzi o i gesti quotidiani, reiterati nemmeno fossero l'ultimo baluardo di sanità mentale rimasto. Da flashback che si intersecano alla timeline principale capiamo che l'Italia è stata divisa in zone sicure dopo una guerra globale e che non tutti hanno avuto la (s)fortuna di ottenere un biglietto per la salvezza; inoltre, col passare del tempo, anche queste zone sono state a poco a poco disertate, abbandonate dai soldati, divorate dall'incuria e dalla natura che è tornata a farla da padrone.


In tutto questo, si intrecciano i destini di quattro personaggi principali, persone spezzate dagli eventi passati, tra chi ha cercato di approfittarne per poi rimanere colpito a sua volta, chi ha perso tutto ed è pieno di rabbia, chi cerca riscatto da azioni non proprio nobili e chi non ha il coraggio di cambiare, anche se lo vorrebbe tanto. Voi sapete che sono la prima a dire quanto il 90% degli attori italiani, quelli professionisti in primis, dovrebbero andare a zappar la terra. In questo caso, invece, ho apprezzato ogni singola interpretazione, da quelle più caricate ( Danilo Rotundo e Alessandro Damerini, ognuno a modo suo, riescono a rendere interessanti e degni di pietà personaggi assai ambigui, connotati lì per lì come antagonisti negativi, in realtà forse più umani di altri) a quella più misurata di Lupia, costretto ad annullare tutte le emozioni di un personaggio che cerca la sopravvivenza nella routine, aggrappandosi alle regole imposte da una società autoritaria che ormai non esiste nemmeno più, e che tuttavia anela alla libertà (la pedalata finale l'ho trovata molto toccante). Non dimentichiamo poi Alessandra Mortelliti, dal viso particolare e affascinante, con o senza cicatrici, prototipo della donna dura, in realtà molto più fragile di altri. Da non dimenticare un quinto protagonista, ovvero la natura, affiancata ad un paesaggio urbano (quello della periferia di Catanzaro) selvaggio e decadente, perfetto teatro di una fantascienza post-apocalittica interamente basata sugli esseri umani e sul modo in cui vengono afflitti da ciò che li circonda, fonte di gioia, malinconia, paura e tristezza in egual misura, sfruttato alla perfezione per sopperire alla quasi mancanza di effetti speciali, per una volta non indispensabili alla buona riuscita di un film di fantascienza. In ultimo, la cosa che forse mi ha colpita di più: la colonna sonora di Lorenzo Sutton. Zeppa di suoni elettronici, perfetta per l'atmosfera del film, mi ha ricordato moltissimo quella dei vecchi horror italiani anni '70 o '80 e mi ha richiamato alla mente un modo di fare cinema zeppo d'amore, sprezzante delle difficoltà tecniche ed economiche, interamente basato sulla passione di chi ha speso 5 anni per realizzare un progetto. Insomma, io non posso fare altro che incrociare le dita e sperare che, prima o poi, L'ultimo sole della notte possa uscire dal circuito dei festival e arrivare a quanti più spettatori possibili perché è davvero bello. A tutti quelli che ci hanno lavorato, intanto, auguro le più grandi soddisfazioni in campo artistico e lavorativo, perché se le meritano!


Matteo Scarfò è il regista e sceneggiatore della pellicola. Nato a Locri, ha diretto altri lungometraggi come Anna, Teresa e le resistenti e il documentario Bomb! Burning Fantasy. Anche produttore, ha 33 anni.



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