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mercoledì 14 dicembre 2022

Spirited - Magia di Natale (2022)

E' uscito su Apple TV+ un film perfetto per il periodo, ovvero Spirited - Magia di Natale (Spirited), diretto e co-sceneggiato dal regista Sean Anders.


Trama: i fantasmi del Natale Dickensiano si ritrovano a dover redimere il cinico consulente Clint Briggs, che si rivela un osso durissimo soprattutto per Presente, veterano roso da mille dubbi...


Come faccio a scrivere qualcosa di obiettivo su un film che sembra realizzato apposta per me e che, in effetti, ha fatto di tutto per piacermi, riuscendoci? Pur essendo un Grinch della peggior specie, ho sempre adorato Il canto di Natale di Dickens in ogni sua forma e questo Spirited ne è la rilettura in chiave moderna; in più, ho un debole per i musical e, nonostante nutra verso di lui sentimenti molto ambivalenti, quando è in buona ho anche un debole per Will Ferrell, che in questo Spirited dà veramente il bianco. Prendete dunque con le pinze tutto quello che sto scrivendo, compresa la definizione di "Film natalizio del 2022" (considerate che devo ancora guardare Violent Night), e rimanete ancora un po' con me per cercare di capire perché, al di là dei motivi di cui sopra, mi è piaciuto così tanto Spirited. Intanto, ne ho apprezzato la trama. Spirited prende tutti i cliché de Il canto di Natale, rende i personaggi consapevoli di essere protagonisti di una storia già raccontata mille volte, e ci ragiona sopra attraverso l'ottica cinica e moderna di Clint Briggs, media consultant che punta al successo sfruttando i più bassi istinti umani e che, ovviamente, rifiuta di sottomettersi al volere degli spiriti diventando l'ennesimo malvagio convertito. L'atteggiamento strafottente ma non privo di acume di Clint costringe il Fantasma del Natale presente, veterano che da anni potrebbe reincarnarsi ma continua a lavorare per recuperare le anime "prave", a rimettersi completamente in discussione deviando dal classico percorso di redenzione della vittima e anche dal classico rapporto tra fantasmi ed esseri umani, con twist interessanti che, ovviamente, non sto a svelare ma che posano interamente sulla bella alchimia tra Will Ferrell e Ryan Reynolds.


I due attori abbracciano i ruoli che sono loro più congeniali, ovvero quello dell'adorabile babbeo e quello dello stronzetto sboccato, e assieme fanno faville. Il rischio corso da Ferrell è sempre un po' quello di perdersi, a un certo punto, nella smielatezza di un personaggio costretto in improbabili storie d'amore (un punto debole di Euro Vision Song Contest, giusto per nominare una pellicola), ma fortunatamente la presenza di Reynolds, col suo reiterato rifiuto di ruoli e snodi canonici, mantiene salda quell'aura di cinismo che, di fatto, equilibra l'intera opera incarnando il messaggio che il film vuole veicolare, ovvero il rifiuto di una redenzione posticcia valida solo per quel "Christmas Morning Feelin" a favore, invece, di un impegno giornaliero ad essere persone imperfette ma gentili, che ci provano senza essere necessariamente straordinarie o sante, né cambiare dal giorno alla notte. Poi, ovviamente, c'è la parte musical. I compositori Pasek e Paul (già autori di un'opera a tema natalizio con A Christmas Story: The Musical e vincitori di un Oscar per City of Stars) hanno scritto una serie di canzoni che non solo catturano lo spirito irriverente e contemporaneamente festivo dell'opera, ma si adattano perfettamente allo stato d'animo e alla situazione contingente dei personaggi, toccando a volte picchi emozionanti che non sfigurerebbero in musical più "seri". Per la prima volta in anni mi sono ritrovata a ridere di cuore e a continuare a farlo per parecchi minuti grazie alla geniale Good Afternoon, sicuramente la mia canzone preferita, ma tutti gli altri numeri musicali valgono la visione, sono ben realizzati a livello di scenografie e luci (senza contare che spesso sono molto metacinematografici!) e ancor meglio eseguiti da attori e ballerini, forse con l'unica eccezione di Octavia Spencer che, povera stella, era palesemente alla sua prima prova come cantante e lascia trasparire tutte le difficoltà affrontate. Un piccolissimo neo che non inficia assolutamente la visione di Spirited e che, anzi, rende ancora più tenero il suo personaggio, l'unico (assieme allo scazzatissimo Marley di Patrick Page) a non farsi fagocitare dalla verve dei due protagonisti. Augurandovi un Good Afternoon, vi invito quindi a vedere il film il prima possibile, senza perdervi i titoli di coda, che contengono uno splendido numero musicale "scartato"!


Del regista e co-sceneggiatore Sean Anders ho già parlato QUI. Will Ferrell (Presente), Ryan Reynolds (Clint Briggs), Octavia Spencer (Kimberly), Tracy Morgan (voce originale di Futuro), Rose Byrne (Ms. Blansky), P.J.Byrne (Mr. Alteli) e Judi Dench (Judi Dench) li trovate invece ai rispettivi link.

Sunita Mani interpreta Passato. Americana, ha partecipato a film come Si salvi chi può!, Evil Eye, Everything Everywhere All at Once e a serie quali Mr. Robot e GLOW. Anche sceneggiatrice, ha 36 anni e un film in uscita. 


Se Spirited vi fosse piaciuto recuperare S.O.S. Fantasmi, Il Grinch e Elf. ENJOY!

mercoledì 2 settembre 2020

Onward - Oltre la magia (2020)

Al cinema all'aperto sono riuscita, nonostante le avverse previsioni meteo, a guardare anche Onward - Oltre la magia (Onward), diretto e co-sceneggiato dal regista Dan Scanlon.



Trama: all'età di 16 anni, Ian è un giovane elfo insicuro che vive nel mito di un padre mai conosciuto. In occasione del suo compleanno, la madre consegna a lui e al fratello Barley, nerd appassionato di fantasy, un oggetto appartenuto proprio al loro padre, che catapulterà entrambi in una grande avventura...



Onward è uno dei film Disney Pixar più sfortunati, incappato proprio nel periodo Covid e costretto a venire rimandato più volte prima di uscire in sala. Molti se l'erano già guardato su Disney +, moltissimi, ovviamente, lo avevano recuperato per vie traverse, ma io non ho intenzione di pagare l'abbonamento per una piattaforma di ladri e ho fatto voto di non andare mai a pesca di film Pixar, quindi ho aspettato pazientemente che Onward arrivasse in sala, ancor meglio nelle arene estive. Nel frattempo, ne avevo sentito parlare abbastanza tiepidamente e dopo la visione non posso che confermare la natura "minore" dell'ultimo arrivato in casa Disney Pixar, il quale di sicuro non diventerà mai un capolavoro memorabile, eppure lo stesso gli ho voluto bene. "Onward", infatti, non indica l'andare oltre la magia, come da sottotitolo italiano, ma gioca con la terminologia tipica delle quest fantasy invitando i protagonisti e gli spettatori a guardare al futuro e ad andare avanti, custodendo nel cuore il passato senza rimpianti, cercando di crescere e vivere la vita più soddisfacente possibile; Ian, protagonista del film, non ha mai conosciuto il padre (morto probabilmente di cancro, come si evince da uno straziante dialogo tra fratelli) e vive nel costante ricordo di altri, che descrivono il genitore come una persona intelligente, divertente, piacevole e a modo suo geniale. Ovviamente, il ragazzo è un insicuro cronico e l'"ombra" del genitore incombe su di lui quanto quella del fratello Barley, un perdigiorno dalla personalità debordante che non perde occasione di coinvolgere Ian in epiche figuracce, finché un giorno i due non ricevono in regalo dal padre un bastone corredato di pietra magica, un lascito rarissimo all'interno di un mondo in cui la magia è stata abbandonata in favore delle comodità moderne. La magia darebbe a Ian la possibilità di coronare il suo sogno più grande, incontrare il padre, ma qualcosa va storto e i due fratelli devono imbarcarsi in un epico viaggio per far sì che l'incantesimo torni a funzionare.


Il viaggio di Ian e Barley è una quest che copre tutte le caratteristiche di un'avventura fantasy, resa ironica dallo stravolgimento dei topoi del genere, tutti privati di epicità poiché avvicinati alla natura prosaica dell'epoca moderna (la Manticora che gestisce un locale per famiglie, i folletti che non volano ma vanno in moto, comode autostrade che portano in posti virtualmente inaccessibili, aerei che solcano i cieli, cellulari e quant'altro), ma la simpatia dell'elemento parodico viene stemperata da un senso costante di perdita imminente, dalla consapevolezza, da parte di Ian, di stare mancando l'occasione di poter conoscere suo padre e parlargli e posso assicurarvi che il finale di Onward è qualcosa di straziante, un happy ending a metà che priva gli spettatori di una gioia e una speranza magari fasulle ma di sicuro apprezzabili in un'opera di finzione. A vederlo con gli occhi di un adulto, Onward è sì un racconto di formazione basato sulla graduale presa di consapevolezza di come non siano solo i genitori i pilastri fondamentali della nostra esistenza, ma anche la sistematica distruzione dei sogni di un ragazzino, che alla fine non riesce a coronare il suo desiderio più grande, costretto a palesare la sua raggiunta maturità rinunciandoci. Forse per questo a molti non è piaciuto, oltre al fatto che questo argomento pesantissimo stride con l'abbondanza di gag e l'aria "sciocchina" dell'intera operazione, che necessitava di un po' di equilibrio in più tra le sue due anime. Come ho detto, a me è piaciuto, però: ho trovato i due protagonisti adorabili e perfettamente bilanciati tra loro (così come il "terzo incomodo" che li accompagna) e ho apprezzato l'idea di affidarsi alla magia fino a un certo punto, preferendo puntare su cervello, sulla complicità e sul sostegno della famiglia per raggiungere determinati obiettivi. Certo, Onward non entrerà mai nell'olimpo dei cartoon Pixar memorabili, ma i bambini dovrebbero divertirsi a guardarlo e noi adulti ci ritroveremo, tra una risata e l'altra, a toglierci furtivi una lacrima dall'occhio, sperando di non arrivare a fine visione troppo depressi.


Del regista e co-sceneggiatore Dan Scanlon ho già parlato QUI. Tom Holland (voce originale di Ian Lightfoot), Chris Pratt (Barley Lightfoot), Octavia Spencer (Manticora) e Tracey Ullman (Grecklin) li trovate invece ai rispettivi link.

Julia Louis-Dreyfus è la voce originale di Laurel Lightfoot. Americana, ha partecipato a film come Troll, Hannah e le sue sorelle, Harry a pezzi e a serie quali Seinfeld e 30 Rock; come doppiatrice ha lavorato in A Bug's Life - Megaminimondo, Due fantagenitori e I Simpson. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 59 anni.


Se Onward - Oltre la magia vi fosse piaciuto recuperate Zootropolis. ENJOY!

domenica 6 ottobre 2019

Ma (2019)

C'è voluto del bello e del buono ma alla fine sono riuscita a recuperare Ma, diretto dal regista Tate Taylor.


Trama: un gruppo di minorenni in cerca di un adulto che possa comprare loro dell'alcool si imbatte in Sue Ann, infermiera in una clinica veterinaria che prima accetta di aiutare i ragazzi e poi arriva persino a offrire a loro e agli altri giovani della cittadina la propria cantina come locale dove sballarsi e fare feste. Insomma, l'adulto ideale, se non fosse che Sue Ann, detta "Ma", nasconde inconfessabili segreti...



Sapevate che la parola "Ma" in giapponese indica uno spirito maligno? E sapevate che, effettivamente, l'unica parola pronunciata dal Bolluomo alla fine del film di Tate Taylor è stata proprio "ma...?" e ammetto di non essermela sentita di chiedergliene il significato? Questo per dire che la protagonista di Ma può essere davvero assimilabile a un demone vendicativo, o a una megera di quelle sdoganate con l'apprezzatissimo filone della hagsploitation, anche se giudicare la bravissima Octavia Spencer già pronta per questo genere di pellicole significherebbe farle un torto, ché di solito parliamo di attrici che hanno superato abbondantemente i 50/60 anni e non solo santa Octavia è ancora nella quarantina ma meriterebbe millemila film da protagonista, altro che "carriera da rilanciare con ruoli ad hoc". Val la pena, in effetti, guardare Ma anche solo per l'interpretazione della Spencer, che si carica sulle spalle un personaggio cattivo, strano, persino un pochino repellente a tratti, che tuttavia nasconde dentro di sé mille e uno motivi validi per essere così, motivi che vengono rivelati a poco a poco nel corso della pellicola. E se è vero che Ma è palesemente scentrata, non proprio sanissima di mente, talmente traumatizzata dal passato da diventare una moderna Piper Laurie, è anche vero che, salvo la protagonista e forse il fidanzatino, il desiderio di vedere morti male gli altri tre cretini che passano le loro giornate ad ubriacarsi e che trattano fin da subito Sue Ann con accondiscendenza, sopportazione e infine infinita maleducazione è assolutamente condivisibile (la biondina col cellulare sempre in mano, che ricopre di insulti Ma su INSTAGRAM, per il Signore, e poi si presenta nello scantinato con una faccia come il culo, è l'emblema della gioventù cretina di oggi e meriterebbe di subire ogni tortura possibile e immaginabile).


Da qui, ammettiamolo pure, il "ma...?" pronunciato da Mirco, sul quale non ho domandato lumi ma di cui ho comunque capito il senso. Ma, in effetti, ha molte potenzialità che non vengono sfruttate appieno, in primis tutta la frustrazione che potrebbe sfogare Sue Ann dopo un rancore coltivato per decenni (SPOILER qualcuno si becca una coltellata, alla mocciosa bionda viene cucita letteralmente la bocca, ma il ragazzetto di colore si ritrova solo con la faccia dipinta di bianco, e io che, ingenuamente, speravo fosse calce viva... FINE SPOILER), frustrazione che, per altro, viene indirizzata talvolta a casaccio (SPOILER ma trucida pure i tuoi idioti ex compagni di scuola e i loro figli, però gli altri che c'entrano? Sì, sono odiosi, però... FINE SPOILER). Salvo un paio di momenti gore, Ma è un film molto trattenuto, realizzato per un pubblico di adolescenti che probabilmente non hanno apprezzato il modo in cui la trama tende spesso a scavare nella psiche di Sue Ann e che, altrettanto probabilmente, saranno scoppiati a ridere alla rivelazione del suo terribile segreto; meno accattivante di uno slasher tout court e delle case stregate sempre sdoganate da Jason Blum, di fatto Ma non ha avuto successo né in Italia (è stato distribuito veramente col culo) e nemmeno nella madre patria, soprattutto se confrontato ad altre pellicole prodotte dalla Blum House. A mio avviso è un peccato, perché Ma non è peggiore di molti altri horror/thriller che arrivano periodicamente nelle nostre sale e che vengono osannati a sproposito. Innanzitutto ha un cast adulto di tutto rispetto (non chiedetemi perché ma ho un debole per Missi Pyle ma poi ci sono anche Luke Evans e Juliette Lewis!) e un'ottima protagonista adolescente, inoltre è incredibilmente ironico, soprattutto grazie alla colonna sonora, e avvince lo spettatore dall'inizio alla fine, scodellando almeno un twist interessante e inaspettato. In due parole, alla faccia delle critiche che gli sono piovute addosso da ogni dove e del "ma...?" mirchiano, Ma merita almeno una visione.


Del regista Tate Taylor, che interpreta anche l'agente Grainger, ho già parlato QUI. Octavia Spencer (Sue Ann), Juliette Lewis (Erica), Luke Evans (Ben), Missi Pyle (Mercedes) e Allison Janney (Dottor Brooks) li trovate invece ai rispettivi link.

Diana Silvers interpreta Maggie. Americana, ha partecipato a film come Glass e a serie come Into the Dark. Ha 22 anni e un film in uscita.


Dominic Burgess interpreta Stu. Inglese, ha partecipato a film come Batman Begins e a serie quali Agents of S.H.I.E.L.D., Feud, Supernatural, American Horror Story e Santa Clarita Diet. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 37 anni e tre film in uscita.




martedì 20 febbraio 2018

La forma dell'acqua - The Shape of Water (2017)

Dopo tanto penare, venerdì anche io sono riuscita a vedere lo splendido La forma dell'acqua (The Shape of Water), diretto e co-sceneggiato nel 2017 dal regista Guillermo Del Toro e pronto a portare a casa ben 13 Oscar (Miglior Regia, Miglior Film, Sally Hawkins Miglior Attrice Protagonista, Richard Jenkins Miglior Attore Non Protagonista, Octavia Spencer Miglior Attrice Non Protagonista, Miglior Colonna Sonora Originale, Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Fotografia, Migliori Costumi, Miglior Montaggio Sonoro, Miglior Missaggio Sonoro, Miglior Montaggio e Miglior Scenografia). Vi avviso, sarà un post strano ma anche privo di spoiler!


Trama: Elisa Esposito, donna delle pulizie muta, lavora in un complesso governativo e lì si imbatte in una misteriosa creatura anfibia con la quale sviluppa un rapporto d'amicizia che a poco a poco diventa affetto...



Per la prima volta quest'anno mi trovo in difficoltà a parlare di un film. La forma dell'acqua è così bello e poetico che mettere in parole le sensazioni suscitate durante la visione sarebbe non solo triviale, ma addirittura offensivo. Se fossi brava a disegnare come le migliaia di artisti che hanno tributato omaggio all'ultimo lavoro di Del Toro avrei già affidato alla matita i miei pensieri ma, anche lì, verrebbe fuori qualcosa di indecente. Mi vien da ridere, perché la scena più bella de La forma dell'acqua, quella che mi ha commossa a tradimento, è proprio quella in cui la muta Elisa si ritrova a traboccare di così tanto amore che solo il canto potrebbe esprimerlo adeguatamente, e la donna è costretta a rifugiarsi in un sogno splendido dove ogni impedimento viene cancellato e l'amore prende la forma del desiderio e della speranza. Potessi anche io manifestare un sogno su questo blog, sarebbe quello di creare qualcosa di altrettanto bello, per ringraziare Del Toro di aver riportato al Cinema la Bellezza e la semplicità di una storia d'amore vecchia come il mondo. Invece, posso solo scrivere due robe raffazzonate.


Grazie a Guillermo per avermi incantata, lasciata lì davanti allo schermo col sorriso ebete di chi assiste a uno spettacolo meraviglioso per la prima volta. La sala, le poltrone e gli altri spettatori non esistevano più, c'erano solo la mano di Mirco a stringere la mia, i colori vintage di un appartamento al tempo stesso "povero" ma caldo, il fascino di un cinema quasi abbandonato, l'aspetto umidiccio e dimesso di una struttura governativa che tanto moderna non è, la bellezza senza tempo di vecchi film passati in televisione, gli stessi capaci di far sognare spettatori ben più innocenti e smaliziati di noi. L'elemento dell'acqua, per me affascinante ma anche fonte di terrore, da che ero bambina, reso con un'amore senza forma, mi ha fatto venire voglia di seguire col dito le gocce di pioggia sui vetri, di addormentarmi in una stanza sommersa, mi ha fatta sentire avvolta di dolcezza per la prima volta da che vado al cinema. L'idea folle che una creatura mezza uomo e mezza pesce potesse risultare forte, fiera e addirittura bella ai miei occhi, proprio io che se qualcosa è privo di pelliccia provo istantaneo ribrezzo, solo Del Toro poteva renderla realtà. Quindi, ancora una volta, grazie. 


Grazie a Guillermo per aver creato una Bella che bella non è. Sally Hawkins ha, e lo scrivo senza paura di essere banale o retorica, quel fascino e quella bellezza che le vengono da dentro. Io mi sono innamorata di Elisa Esposito, del suo sguardo franco e privo di limiti, dell'apparente fragilità che nasconde una forza immensa, del suo modo di mostrarsi naturalmente schiva e dei suoi atteggiamenti da bambina ma anche di donna, una donna che è anche e soprattutto desiderio e carne, porca miseria, altro che amori platonici! La speranza è sempre quella che a vincere l'Oscar sia Frances McDormand ma la statuetta del mio cuore l'ha già vinta la Hawkins, commuovendomi fino alle lacrime durante il suo accorato "discorso", per la testardaggine disperata con la quale cerca di aprire gli occhi all'amico Giles, provando ad essere "vista" da lui per la prima volta, nonostante l'amicizia che li lega da tempo. La sofferenza vomitata da Elisa mi ha colpita al cuore ancora più della storia d'amore tra lei e il Gill-Man, perché è una sensazione più profonda, che ho provato spesso nella vita, un senso di incompletezza avvalorato dall'idea di essere imperfetti e per questo invisibili, nonostante la presenza di amici comprensivi.


Ah, a tal proposito, grazie Guillermo per il grandioso cast di comprimari. Richard Jenkins avrei voluto abbracciarlo di continuo, magari dopo essermi fatta due risate con Octavia Spencer. Ti hanno accusato di essere "buonista", forse perché gli amici di Elisa sono un gay e una nera, entrambi reietti ed entrambi fulcro di un paio di scene in cui la loro condizione di esseri umani viene messa in discussione?  Mah, visti i tempi, ti direi che sequenze simili sono necessarie per ricordare alle persone queste "banalità buoniste". Sarà proprio lo stesso buonismo che ti ha permesso di realizzare un personaggio di merda ma sfaccettato come quello di Michael Shannon? Il gigante dai piedi di argilla, talmente sicuro delle sue posizioni razziste, misogine e maschiliste da dover consultare un manuale di autoaffermazione per andare avanti, così marcio dentro da non accorgersi di stare perdendo addirittura dei pezzi del suo stesso corpo? O forse sarà colpa di una spia russa con un cuore, l'unico personaggio, per inciso, per il quale finalmente ricorderò il trasformista Michael Stuhlbarg finché avrò vita? Sarà colpa di Doug Jones, che mastica gatteenee e uccide esseri umani ma ha anche un cuore, un'anima e forse anche uno Schwanzstuck di tutto rispetto nonostante sia "solo" un'attore infilato in una tuta di gomma? Ma posso dire chissenefrega della cVitica? Per una volta che un film mi fa uscire dal cinema felice, con gli occhi lacrimanti e il cuore zeppo di immagini bellissime, canticchiando le splendide melodie che le rendono ancora più indimenticabili, pervasa dal fuoco sacro dell'arte che ancora non mi fa smettere di disegnare Elisa e il suo amore anfibio su ogni superficie scrivibile... beh, c'è una sola cosa che resta da dire. Grazie, Guillermo, ancora, ancora e ancora. E in bocca al Gill-Man per il 4 marzo!


Del regista e co-sceneggiatore Guillermo Del Toro ho già parlato QUI. Michael Shannon (Richard Strickland), Richard Jenkins (Giles), Octavia Spencer (Zelda Fuller), Michael Stuhlbarg (Dr. Robert Hoffstetler) e Doug Jones (Uomo Anfibio) li trovate invece ai rispettivi link.

Sally Hawkins interpreta Elisa Esposito. Inglese, ha partecipato a film come Non lasciarmi, Jane Eyre, Grandi speranze, Blue Jasmine, Godzilla, Paddington e Paddington 2. Anche sceneggiatrice, ha 42 anni e un film in uscita, Godzilla - King of the Monsters.


Se La forma dell'acqua vi fosse piaciuto recuperate Il mostro della laguna nera, Il labirinto del fauno, Edward mani di forbice, La bella e la bestia e Scarpette rosse. ENJOY!

Alla fine ci ho provato, Guillermo. E ancora grazie!!



mercoledì 8 marzo 2017

Il diritto di contare (2016)

Forte di tre candidature all'Oscar (Miglior Film, Miglior Sceneggiatura Non Originale e Octavia Spencer come Miglior Attrice Non Protagonista), arriva finalmente anche in Italia Il diritto di contare (Hidden Figures), diretto e co-sceneggiato nel 2016 dal regista Theodore Melfi e tratto dal libro omonimo di Margot Lee Shetterly. Con questo film è proprio il caso di augurare buona festa della donna a tutte le lettrici del blog!!


Trama: negli anni '60, un gruppo di donne di colore tra le quali spicca la matematica Katherine Goble aiuta i tecnici della NASA a spedire il primo uomo nello spazio.



Nonostante lo scorno degli "addetti ai lavori" per non avere avuto la possibilità di vedere per tempo sul grande schermo uno dei film candidati all'Oscar, stavolta la distribuzione italiana ci ha azzeccato e lo stesso vale per i titolisti. Il diritto di contare è un bellissimo titolo che gioca sia sull'aspetto razziale della vicenda narrata nel film, sia sul lavoro svolto dalle protagoniste, tre "cervellone" di colore impegnate ad eseguire incredibili calcoli matematici per conto della NASA; allo stesso modo, distribuirlo proprio l'8 marzo, giorno della festa della donna, potrebbe non solo spingere più gente al cinema a vederlo ma potrebbe anche scatenare qualche riflessione sulla condizione lavorativa delle donne, che a ben vedere non è cambiata molto dagli anni '60, soprattutto negli ambienti "piccoli". Katherine, Dorothy e Mary sono tre capacissime donne che, oltre ad avere lo svantaggio di appartenere al cosiddetto sesso debole, sono anche nate con la pelle di un colore diverso in un'America ancora piagata dalle leggi di segregazione razziale. Nonostante questo, pur compiendo lavori che non rendono giustizia alle loro capacità individuali, tutte e tre sono impiegate alla NASA e un giorno Katherine, la quale può essere tranquillamente definita un genio della matematica, viene richiesta per svolgere le funzioni di un computer nel corso della delicata preparazione che avrebbe portato al primo viaggio spaziale americano, quello della capsula Friendship 7 e dell'astronauta John Glenn. La sceneggiatura de Il diritto di contare segue dunque le vicende di queste tre donne, all'interno del rispettivo ambito lavorativo (fonte di dolori e soddisfazioni in pari misura) e anche in quello familiare o sociale, focalizzandosi non solo sulla lotta per essere rispettate al pari dei loro colleghi e colleghe bianche, ma anche su quella affrontata quotidianamente contro i pregiudizi di amanti e mariti che ancora riconoscono in loro il "sesso debole" nonostante il cervello, la passione e la determinazione che le rende assai superiori a moltissimi uomini. Il tutto è raccontato con mano lieve, con alcuni momenti divertenti capaci di stemperare situazioni assai spiacevoli (gli episodi più violenti della lotta razziale vengono solo suggeriti o appena mostrati ma le parole fanno più male delle aggressioni fisiche, si sa) ed altri genuinamente commoventi, mentre le vicende di queste signore realmente esistite sono contestualizzate all'interno dei momenti chiave di un pezzo importante di storia americana.


Lo stile proposto da Melfi e soci richiama molto quello di The Help e non solo perché ritroviamo nel cast la simpatica Octavia Spencer, alla quale il film di Tate Taylor aveva portato già parecchia fortuna. Ne Il diritto di contare viene riproposto il cameratismo di chi si trova reietto all'interno della società e condivide modi di essere e tradizioni lontani da quelli dei bianchi, il mix dolceamaro di commedia e dramma, la presenza di personaggi (sia bianchi che neri) a tratti stereotipati ma sui quali riversare comunque tutto il nostro amore o il nostro odio, infine un gusto delizioso per quel che riguarda costumi e scenografie, soprattutto quando il film mostra la vita familiare di Katherine e compagne, le quali meriterebbero la visione della pellicola in lingua originale anche solo per il modo in cui cambiano accento a seconda che parlino tra di loro o con i superiori della NASA. A tal proposito, le attrici sono tutte molto brave, soprattutto quelle principali (sebbene la nomination di Octavia Spencer mi sia sembrata un po' eccessiva) e anche il cast di supporto è molto valido: Kevin Costner offre un'interpretazione assai misurata e adatta al suo phisique du rol, Mahershala Ali e il Chaaaad sono entrambi molto simpatici, Kirsten Dunst ormai pare mia nonna ma è perfetta nel ruolo del colletto bianco femmina alla "non sono razzista ma...". L'unico neo è Jim Parsons che, poveraccio, è costretto per contratto a riprendere i tic di Sheldon anche in un film ambientato negli anni '60 e si è visto superare persino da Wolowitz, che per Florence si è beccato invece una bella nomination ai Golden Globes, In definitiva, Il diritto di contare è un film delizioso che vi consiglio di recuperare, sicuramente uscirete dal cinema con un bel sorriso stampato sulle labbra e di questi tempi non è roba da poco!


Del regista e co-sceneggiatore Theodore Melfi ho già parlato QUI. Octavia Spencer (Dorothy Vaughan), Kevin Costner (Al Harrison), Kirsten Dunst (Vivian Mitchell), Jim Parsons (Paul Stafford), Mahershala Ali (Colonnello Jim Johnson) li trovate invece ai rispettivi link.

Taraji P. Henson interpreta Katherine G. Johnson. Americana, ha partecipato a film come Il curioso caso di Benjamin Button e a serie come E.R. Medici in prima linea, Dr. House e CSI; come doppiatrice, ha lavorato per serie quali The Cleveland Show e I Simpson. Anche produttrice, ha 47 anni e un film in uscita.


Glen Powell interpreta John Glenn. Indimenticabile Chad della serie Scream Queens, ha partecipato a film come Spy Kids - Missione 3-D: Game Over, Il cavaliere oscuro - Il ritorno, I mercenari 3 e ad altre serie quali CSI: Miami. Anche produttore, sceneggiatore e stuntman, ha 29 anni e un film in uscita.


La cantante Janelle Monáe, che interpreta Mary Jackson, ha partecipato ad un altro dei film in lizza per l'Oscar quest'anno, Moonlight. Se Il diritto di contare vi fosse piaciuto recuperate The Help e Apollo 13. ENJOY!

mercoledì 15 giugno 2016

Zootropolis (2016)

Finalmente anche io sono riuscita a vedere l'ultimo lungometraggio targato Disney ovvero Zootropolis (Zootopia), diretto dai registi Byron Howard, Rich Moore e Jared Bush!


Trama: la coniglietta Judy ha un sogno, quello di diventare poliziotta. Dopo mille difficoltà Judy riesce a diplomarsi e viene assegnata al dipartimento di Zootropolis, città dove i casi di rapimento si moltiplicano a vista d'occhio...


Zootropolis, che pur mi aveva conquistata fin dai primi, esilaranti trailer, era stato sacrificato all'epoca della sua uscita per pellicola come The Hateful Eight, Lo chiamavano Jeeg Robot e Deadpool, tanto che alla fine lo avevano tolto senza che io potessi andare a vederlo. Peccato, perché Zootropolis è davvero un film d'animazione bellissimo, con una trama coinvolgente e dei personaggi talmente umani che spesso ci si dimentica di avere davanti degli animali antropomorfi. La storia affonda le radici nel buddy movie poliziesco anni '80, con un pizzico di innovazione poiché la protagonista è una femmina, per di più coniglietta (inizialmente il protagonista avrebbe dovuto essere la volpe Nick ma pare che nelle proiezioni "di prova" il pubblico non riuscisse a relazionarsi al personaggio, sentendosi più portato a simpatizzare per Judy): in un Paese dove prede e predatori convivono, "ognuno può essere quello che vuole" ma sarebbe meglio che restasse nei limiti di ciò che gli compete secondo natura. Judy, infatti, sogna fin da piccola di fare la poliziotta ma l'Utopia del titolo originale parrebbe non calzare al suo morbido e tenero corpicino di coniglietto ed è solo la sua grande forza d'animo a farle superare tutti gli ostacoli fino a farle raggiungere il sospirato obiettivo di stringere tra le zampe un distintivo da agente di polizia; in realtà, Zootropolis, o Zootopia che dir si voglia, è una città dove le discriminazioni sono all'ordine del giorno e dove non è così facile veder superati pregiudizi ancestrali ed inimicizie tra "razze" sedimentate nel tempo. E' proprio in questo clima disfattista, costretta a fare da ausiliaria del traffico da un capo che la odia, che Judy incontra Nick, una volpe che da tempo ha rinunciato a perseguire i suoi sogni e ha scelto di vivere assecondando i pregiudizi altrui, vivendo di bugie e piccoli espedienti come ci si aspetterebbe da una volpe. Il rapporto tra i due, nato all'insegna della diffidenza e dell'odio, evolve dal momento in cui Judy e Nick sono costretti a collaborare per far fronte ad un caso che prevede la scomparsa di molti mammiferi, dando così vita alle dinamiche da buddy movie di cui si diceva sopra in cui i due protagonisti, che non potrebbero essere più diversi per indole, sesso ed aspetto fisico, si palleggiano scaramucce, dispetti, complimenti a denti stretti e infine incredula ammirazione fino a cementare l'inevitabile e duratura amicizia che porterà entrambi ad aprire gli occhi su loro stessi e la realtà che li circonda.


Una trama che più classica non si può quindi ma perché cambiare quello che funziona? I buddy movies, se fatti bene (come dimostra il recente The Nice Guys) sono quelli che rimangono nel cuore fin da bambini e in questo caso la morale di Zootropolis è delle più necessarie a soprattutto al passo coi tempi, l'ideale per bambini che si ritroveranno a crescere in una società sempre più multietnica e schiava del pregiudizio. Il film, tra l'altro, veicola il messaggio in modo leggero ed ironico, pur senza lesinare momenti di introspezione e confronto più seri e commoventi, inserendo il tutto all'interno di una storia interessante basata su un caso capace di tenere desta l'attenzione dello spettatore: alla fine, guardando Zootropolis non solo ci si ritrova legati a Judy e Nick ma si impara ad amare tutti gli altri abitanti della Città e, soprattutto, si arriva a chiedersi chi si nasconda dietro i rapimenti che la stanno gettando nel caos. Possiamo parlare quindi di un Robin Hood poliziesco? Assolutamente sì! I personaggi hanno lo stesso carisma di quelli del mio adorato Classico Disney e il character design a mio avviso omaggia moltissimo quello di Milt Kahl, soprattutto per quel che riguarda i due protagonisti principali, con ovvi aggiornamenti al gusto odierno della computer graphic, mai così discreta e funzionale. Di fatto, Zootropolis è anche e soprattutto una gioia per gli occhi, con un sacco di invenzioni visive legate alle diverse dimensioni degli abitanti della città e ai quattro diversi habitat naturali che la dividono in altrettanti settori distinti, per non parlare di tutte le comodità "moderne" tipiche di una grande metropoli, riprodotte e spesso parodiate alla perfezione. Un altro punto forte di Zootropolis è la colonna sonora, composta da Michael Giacchino. Lungi dall'essere il trionfo di canzoni atte ad esprimere i pensieri dei personaggi, tipico dei musical in generale e dei cartoni Disney in particolare (la cosa viene presa in giro anche nei dialoghi), lo score della pellicola è interamente scritto per assecondare l'atmosfera di ogni momento del film, da quelli più allegri a quelli più "thrilling", con l'unica concessione a Shakira e alla sua Try Everything, un motivetto che entra in testa con una facilità esorbitante, finché non resta che ballare o agitarsi a tempo come succede ai personaggi sul finale. Insomma, la Disney ne ha azzeccata un'altra quindi se, come me, non avete ancora recuperato Zootropolis, vi consiglio di farlo al più presto!!


Del regista e co-sceneggiatore Byron Howard ho già parlato QUI. Jason Bateman (voce originale di Nick Wilde), Idris Elba (Capo Bogo), Bonnie Hunt (Bonnie Hopps), J.K. Simmons (Sindaco Lionheart), Octavia Spencer (Mrs. Otterton), Alan Tudyk (Duke Weaselton) e Kristen Bell (Priscilla) li trovate invece ai rispettivi link.

Rich Moore è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Ralph Spaccatutto ed episodi di serie come I Simpson, Futurama e Drawn Together. Anche produttore, animatore e doppiatore, ha 53 anni.


Ginnifer Goodwin (vero nome Jennifer Michelle Goodwin) è la voce originale di Judy Hopps. Americana, conosciuta principalmente per il ruolo di Biancaneve nella serie C'era una volta, la ricordo anche per film come Mona Lisa Smile, Quando l'amore brucia l'anima e La verità è che non gli piaci abbastanza; inoltre, ha prestato la voce per episodi di Spongebob Squarepants e Robot Chicken. Ha 38 anni.


Il co-sceneggiatore e co-regista Jared Bush è alla sua prima esperienza come regista ma come sceneggiatore tornerà a dicembre col nuovo film Disney Moana, da noi ribattezzato Oceania. Per quanto riguarda i doppiatori originali, segnalo la presenza di Shakira come Gazelle, di Don Lake, storico collaboratore di Bonnie Hunt, nei panni di Stu Hopps, del marito di Ginnifer Goodwin Josh Dallas come "maiale agitato" (dovrebbe essere il fruttivendolo che viene derubato dalla donnola) e di Tommy Chong, parte del duo comico Cheech (Marin) & Chong, in quelli dello sballone Yax; quest'ultimo in Italia è stato doppiato da Paolo Ruffini, affiancato da altri personaggi famosi come Massimo Lopez (Sindaco Lionheart), Nicola Savino (Flash), Diego Abatantuono (Finnick) e Leo Gullotta (Mr. Big). Detto questo, se Zootropolis vi fosse piaciuto recuperate Chi ha incastrato Roger Rabbit?, Alla ricerca di Nemo e ovviamente Robin Hood. ENJOY!

lunedì 27 febbraio 2012

Oscar 2012

Anche quest’anno l’appuntamento con gli Academy Awards è arrivato e passato, come un ciclone. Oddio, quest’anno è stato più un venticello, visto che non ha portato con sé neppure una sorpresa. The Artist ha fatto man bassa di premi (miglior film, Michel Hazanavicius come miglior regista, Jean Dujardin, che già aveva vinto lo stesso premio al festival di Cannes, miglior attore protagonista, miglior colonna sonora originale e migliori costumi) candidandosi come film da vedere assolutamente al ritorno dalla mia gitarella berlinese, per cui rimando eventuali giudizi e rosicchiamenti di dita dopo la visione. Però permettetemi di dire che almeno il premio come miglior regista a Martin Scorsese per lo splendido lavoro fatto con Hugo Cabret lo dovevano dare (mi andava bene anche quello a Malick per il bellissimo The Tree of Life, che invece meritava di vincere come miglior film, eh!!). Invece il film porta a casa una marea di premi tecnici, tra cui quello meritatissimo ai “soliti” Francesca Lo Schiavo e Dante Ferretti per la scenografia e quello per la migliore fotografia.


Parlando di “soliti”, indovinate un po’ a chi è andato invece il premio come miglior attrice protagonista? All’iperfavorita Meryl Streep, che nonostante The Iron Lady fosse un film per molti versi debole, ha dimostrato di essere attaccata ai suoi ormai ottantamila Oscar come una cozza allo scoglio. Chino il capo davanti all’ormai comprovata e quasi banale grandezza di Mrs. Streep, ma la povera Rooney Mara andava premiata per mille motivi. Chissà, forse per i prossimi film dedicati a Millenium, se ci saranno.


Jean Dujardin, come ho detto, ha vinto il premio come miglior attore protagonista. Ribadisco la sospensione di giudizio finché non avrò visto The Artist, ma sono contenta che abbia vinto lui rispetto ad altri mostri sacri che ormai hanno stufato (leggi Giorgio Clooney e Bradano Pitt). Per lui, la carriera stenta un po’ a decollare, ma ci sono già due film che lo aspettano. Staremo a vedere, anche se un po’ rimpiango il mancato premio a Gary Oldman, attore superbo ne La Talpa.


Forza, forza, vai vai! e giubilo a palate per la vittoria di Octavia Spencer come miglior attrice non protagonista. La sua interpretazione della forte, scafata e sfacciata cameriera di colore Minnie in The Help è praticamente perfetta e rispetta in pieno lo spirito del personaggio, rendendolo sfaccettato e interessante come nel libro. Nel futuro la aspettano cinque film, per ora le aspettative sono molto alte ma, si sa, spesso gli Oscar sono l’anticamera di una carriera mediocre. Speriamo che questo destino non tocchi la povera Octavia.


Altro mostro sacro, Christopher Plummer, premiato come migliore attore non protagonista per il film Beginners, uscito nelle sale italiane (pare!!) lo scorso dicembre. Nel film in questione, che vede anche la partecipazione di Ewan McGregor e della Mélanie Laurent di Bastardi senza gloria, Plummer interpreta un vecchio malato terminale di cancro che confessa al figlio di essere gay. Sospendo il giudizio anche su questa interpretazione, nonché su quella degli altri candidati, perché non ho visto nessuno dei film coinvolti. Come al solito, tra il tempo che manca e la scarsa distribuzione italiana, il mio approccio alla notte degli Oscar è poco meno che vergognoso.


Tra gli altri premi, quello per la miglior sceneggiatura originale è andato a Midnight in Paris (quello per la miglior sceneggiatura NON originale è andato invece a Paradiso amaro), mentre Rango ha surclassato, e per fortuna, il tristissimo Gatto con gli stivali e il debole Kung – Fu Panda 2. Grandissimo escluso, relegato ad avere solo nomination per premi tecnici che neppure ha portato a casa, Harry Potter e i doni della morte – parte II, che meritava un po’ più di considerazione, se non altro per il povero Alan Rickman che, nel mio cuore, sarà sempre il vincitore morale di un Oscar come miglior attore non protagonista nei panni del divino Piton. E con questo sproloquio da Piton addicted concludo, alla prossima edizione!!

giovedì 26 gennaio 2012

The Help (2011)

Dopo la mezza delusione de La talpa, ieri sera sono andata a vedere The Help, diretto dal regista Tate Taylor e tratto dall’omonimo romanzo di Kathryn Stockett, altro film da cui mi aspettavo tantissimo. E questa volta è stato all’altezza delle aspettative!


Trama: Mississippi, primi anni ’60. L’altoborghese Skeeter, spinta dal desiderio di diventare una scrittrice famosa, decide di raccogliere le testimonianze delle cameriere “negre” sfruttate e ghettizzate dalla popolazione bianca del piccolo paesino in cui è nata. Sarà uno scandalo, ancor prima che un successo.


"Tu sei brava. Tu sei carina. Tu sei importante". Quanta meravigliosa dolcezza racchiusa in questo mantra che la cameriera di colore Aibileen ripete alla piccola, biondissima Mae Moblin, per farle e farsi coraggio. Mi viene un groppo in gola ancora adesso. Lo sapevo, infatti, che The Help sarebbe stato uno di quei film che avrei adorato. Innanzitutto, l’ho amato per come affronta con leggerezza un tema difficile e sconcertante come la segregazione razziale, inserendolo ovviamente in un contesto reale e storicamente ben definito, senza scadere nella farsa o nel patetismo. Lo fa grazie ad una sceneggiatura solidissima, che alterna momenti di pura ilarità ad altri di enorme commozione, senza ricorrere al binomio “bianchi cattivi e neri buoni”ma, anzi, confondendo un po’ le carte man mano che il film prosegue. E l’ho amato, ovviamente, per l’assoluta bellezza dei costumi e delle scenografie, degno complemento di interpreti praticamente perfetti, mai sopra le righe o caricaturali.


Non avendo mai letto il romanzo (che però è lì che aspetta sul comodino, speriamo di riuscire a cominciarlo entro la fine della settimana prossima) non posso ovviamente fare confronti con l’opera scritta, ma a prescindere questo The Help è splendido anche preso come film a sé stante. E’ impossibile infatti non affezionarsi a questi testardi, coraggiosi e umanissimi personaggi o non farsi prendere dalla vicenda raccontata. Innanzitutto, la giovane che da inizio a tutta la vicenda, Skeeter, non è affatto una superdonna o chissà quale colta attivista per i diritti dei neri, ma semplicemente una “diversa”, prigioniera di uno stato, di un paesino e di una famiglia dalle vedute assai ristrette, se non addirittura pericolosamente ingiuste. Certo, la sua situazione è ovviamente migliore rispetto a quella delle cameriere (o forse sarebbe meglio dire schiave) Abileen e Minny, ma anche lei è comunque “ghettizzata” in quanto ha preferito andare all’università piuttosto che sposarsi e avere figli come tutte le sue coetanee, capitanate e plagiate dall’”algida stronza”* Hilly (una Bryce Dallas Howards semplicemente fantastica!). La ribellione agli usi e costumi del paesino parte da lei e, come un incendio lento ma costante, si propaga attraverso tutta la comunità nera fino a toccare anche la seconda outsider bianca del luogo, l’apparentemente vanesia Celia, tenuta fuori dal gruppo di signore bene perché rea di avere rubato il fidanzato ad Hilly e di non averci fatto nemmeno un figlio insieme.


Man mano che il film prosegue e davanti ai nostri occhi si alternano momenti esilaranti (la scena dei cessi abbandonati nel cortile di Hilly o l’ormai famigerato “eat my shit” della geniale Minny), drammatici (la fuga di Aibileen dopo l’omicidio del ragazzo di colore da parte del Ku Klux Klan) o profondamente commoventi (quando Aibileen racconta del figlio, quando Celia, in una splendida sequenza ambientata in giardino, rivela allo spettatore il suo triste segreto, per non parlare dello straziante addio tra Aibileen e la meravigliosa, paffutissima, dolcissima Mae Mobley) il libro che da il titolo al film, The Help, prende forma e le storie passate si mescolano a quelle presenti, facendoci a poco a poco scoprire la vera natura dei personaggi, anche di quelli che apparentemente hanno un solo volto o appaiono poco importanti per l'economia della vicenda. Il regista mescola con naturalezza il presente a pochi, mirati flashback che aiutano a capire da cosa derivino la scelta di Skeeter, il suo rapporto con la madre e la particolare tolleranza ed apertura mentale della ragazza, arricchendo la pellicola con altri momenti a dir poco emozionanti e diretti con una sensibilità e un'attenzione invidiabili.


E dopo tutto quello che ho scritto, la cosa più importante, quella che mi ha fatto amare ancora di più The Help, è stata la coraggiosa scelta di optare per un happy ending dal sapore molto amaro, dove la maggior parte delle situazioni si chiudono felicemente, ma non per tutti e non completamente. Come a dire che non basta solo un libro per cambiare le cose, perché l'ignoranza e la stupidità sono dure a morire. Ma l'importante è che riesca a fare soffiare il vento della libertà e a tener viva la speranza. Al momento, la mia sarebbe quella di vedere Viola Davis, Jessica Chastain oppure Octavia Spencer con l'ambito Oscar tra le mani, visto che con tutti i pesi massimi candidati come miglior film sarebbe improbabile (e anche un po' ingiusto in effetti) che The Help vincesse il premio. Aspettiamo e vediamo, dunque. Ma voi non aspettate e fiondatevi al cinema a guardare questa piccola, preziosissima perla.


Di Emma Stone (Skeeter), Bryce Dallas Howard (Hilly), Jessica Chastain (Celia), Sissy Spacek (Missus Walters), Mike Vogel (Johnny) ho già parlato nei rispettivi link.

Tate Taylor è il regista e sceneggiatore della pellicola. Nato nello stato del Mississippi, amico della scrittrice Kathryn Stockett, è al suo terzo film. Anche attore e produttore, dovrebbe avere sui 40 anni.


Viola Davis interpreta Aibileen. Americana, ha partecipato a film come Out of Sight, Traffic, Lontano dal paradiso, Syriana, World Trade Center, Il dubbio (che le è valso la nomination all’Oscar come miglior attrice non protagonista) e Innocenti bugie, oltre a serie come NYPD, CSI e Senza traccia. Anche produttrice, ha 47 anni e due film in uscita, tra cui Molto forte, incredibilmente vicino.


Octavia Spencer interpreta Minny. Americana, ha partecipato a film come Mai stata baciata, Essere John Malkovich, Spider - Man, Babbo bastardo, Drag Me to Hell, Halloween II e a serie come E.R. medici in prima linea, Roswell, X - Files, Malcom, Dharma & Greg, NYPD, CSI: NY, Medium, Ugly Betty, CSI e Dollhouse. Anche regista, sceneggiatrice e produttrice, ha 40 anni e tre film in uscita.


Allison Janney interpreta la madre di Skeeter, Charlotte. Americana, ha partecipato a film come Wolf - La belva è fuori, Tempesta di ghiaccio, Sei giorni sette notti, 10 cose che odio di te, American Beauty, The Hours, doppiato un personaggio di Alla ricerca di Nemo oltre ad alcuni episodi de I Griffin e Phineas and Ferb, infine ha partecipato alle serie Weeds, Due uomini e mezzo e Lost. Ha 53 anni e quattro film in uscita.


Tra gli altri attori coinvolti segnalo Cicely Tyson (Constantine), già apparsa nel bellissimo Pomodori verdi fritti alla fermata del treno e Dana Ivey (Gracie Higginbotham), che interpretava Margaret negli esilaranti film dedicati a La famiglia Addams. ENJOY!!


*copyright: Antro Atomico del Dottor Manhattan

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