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martedì 11 novembre 2025

The Toxic Avenger (2023)


Nei cinema, ad Halloween, è stato distribuito The Toxic Avenger, diretto e co-sceneggiato nel 2023 dal regista Macon Blair.

Trama

Winston vive solo col figliastro e sbarca il lunario come uomo delle pulizie di una losca ditta farmaceutica. Quando scopre di avere un tumore incurabile, Winston cerca di derubare la ditta, ma finisce in una pozza di liquami tossici e diventa un mostro...

Recensione

Io mi chiedo in che mondo viviamo. The Toxic Avenger, remake di uno dei film più iconici e remunerativi della indipendente Troma, è stato presentato in un paio di festival nel 2023, dopodiché è finito in un limbo distributivo in quanto ritenuto troppo violento, praticamente impresentabile al pubblico odierno. Due anni dopo, The Toxic Avenger è arrivato in tutto il mondo, persino da noi, nella sua versione "unrated", e io mi chiedo se ormai sono diventata insensibile o se i produttori si sono rincoglioniti del tutto (propendo più per la seconda ipotesi, ma non metto limiti ai miei problemi). Se un film come The Toxic Avenger è impresentabile a un pubblico "generalista" (ma poi, a parte gli appassionati di horror, chi è che va a vedere gli horror al cinema, scusatemi?), Bring Her Back non avrebbe dovuto nemmeno uscire, perché guardando il lavoro di Macon Blair sembra di avere davanti un cartone animato. Questo non è un complimento, ovviamente. Non sono mai stata fan del Toxic Avenger della Troma, visto troppo tardi per elevarlo a cult e, comunque, troppo distante dai miei gusti, ma ne riconosco la carica sovversiva, l'ironia infantile ma comunque caustica, la patina grezza che lo rende disgustoso a più livelli, e che conferisce "spessore" al personaggio di Toxie proprio per la contrapposizione tra la sua natura buona e lo schifo che lo ha generato. Il film di  Michael Herz e Lloyd Kaufman dissacrava la figura del supereroe dotandolo di tutti i simboli del successo (potenza fisica, una fidanzata procace, l'ammirazione delle persone, persino una base segreta) ma declinati in chiave "trash", nel senso più letterale del termine, spingendo lo spettatore a tifare per lui pur provando un inevitabile disagio. Stessa cosa valeva per la origin story di Toxie, un povero verginello disagiato trasformato in un mostro per lo scherzo di un gruppo di bulli psicopatici che uccideva gente a caso; la casualità del tutto, e la crudeltà inaudita di ogni malvivente sul suolo di Tromaville, erano essenziali alla deriva violentissima intrapresa da un vendicatore non proprio brillante in partenza, preda di un odio sviscerato ed irrazionale verso il male. 

Nel film di Macon Blair, invece, tutto è normalizzato. Quella di Winston, uomo delle pulizie all'interno di una ditta farmaceutica, è una vita come tante. Il protagonista del nuovo Toxic Avenger è un uomo assolutamente normale, pur avendo la sua dose di problemi, e la sua origin story è legata a gravissimi problemi di salute e al disperato tentativo di risolverli o, perlomeno, di non lasciare privo di sostentamento il figlio dell'ex fidanzata, già traumatizzato dalla morte di quest'ultima e, per giunta, autistico. La vendetta di Winston/Toxie è comprensibile e lineare, in quanto va alla fonte di tutte le disgrazie che affliggono lui e la città di St. Roma, ovvero Bob Garbinger e la sua ditta farmaceutica, che fingono di curare le stesse malattie di cui sono la causa, per via di un inquinamento scellerato. Anzi, mi spingo persino a dire che il pattern per cui il villain decide di diventare un mostro ancora peggiore per battere Toxie è una strada battuta mille volte, stravista quanto il ripensamento di uno degli scagnozzi, le beghe familiari, la tizia ribelle che cerca di instillare un po' di coscienza sociale nel protagonista. Insomma, nel nuovo The Toxic Avenger non c'è un minimo di originalità, e non solo perché il film è un remake, ma soprattutto perché, quando si distanzia dall'originale, ricicla topoi vecchi quanto me. Inoltre, Macon Blair, che pur si professa amante indefesso della Troma, non riesce a fare a meno di dare un'immagine ripulita e patinata anche delle discariche a cielo aperto, degli scopettoni, di qualsiasi cosa dovrebbe destare istintivo disgusto.  

Questa tendenza a "ripulire" riverbera anche nelle sequenze che i trailer vendono come esagerate e scabrose, accomunando The Toxic Avenger alla saga di Terrifier. Allora, non scherziamo. Io non sono una "bimba di Leone", per carità, e lungi da me elevare i film dedicati ad Art il clown a capolavori dell'horror, ma se non altro Leone non teme di scatenare il vomito nello spettatore e si appoggia quasi in toto ad ottimi effetti speciali artigianali. The Toxic Avenger, di artigianale, ha solo il trucco di Toxie (sul quale poi torno...) e quel meraviglioso uccello mutante, il resto è schifezza digitale, splatter finto come i soldi del monopoli, macellate da sbadiglio compulsivo, che unite ad un umorismo tutto sommato ben poco corrosivo, contribuiscono alla palpebra calante nonostante qualche buona idea, un paio di citazioni azzeccate, e lo schermo smarmellato di colori acidi. In tutta sincerità, a me sono sembrati svogliati anche gli attori, nonostante il cast facesse ben sperare. In effetti, gli unici che meritano sono Kevin Bacon, ormai abbonato ai ruoli di villain fascinoso che non disdegna però l'essere preso a pesci in faccia come merita, e un Elijah Wood sempre più weird e perfettamente a suo agio nei panni del Pinguino/Gollum. Peter Dinklage, con tutto il rispetto, è una barzelletta, nel senso che recita solo al naturale, mentre sotto il pesante trucco di Toxie c'è una donna, e l'attore si limita a dargli la voce. La cosa risulta abbastanza ridicola perché non solo, effettivamente, Toxie somiglia ben poco a Dinklage (e ci sta, anche i due attori che interpretavano l'originale erano diversi), ma anche perché la voce a volte risulta falsata rispetto ai movimenti labiali dell'attrice e, soprattutto, il trucco di Toxie nelle sequenze in ospedale è completamente diverso da quello che definisce il personaggio in tutto il resto del film. Su Jacob Tremblay, povero amore, stendo un velo pietoso. A 15/16 anni, calcolando a spanne l'epoca delle riprese, il creaturo era in quell'età in cui i ragazzini non sono né carne né pesce, e qualunque cosa facciano sembrano molli come un'oloturia, il che probabilmente ha avuto ripercussioni sulla sua interpretazione. Purtroppo, la pubertà non è stata tenera con chi era un bimbo splendido e puccioso, quindi c'è solo da sperare che Mike Flanagan o altri trovino un modo per valorizzare gli altri suoi talenti. Purtroppo, Macon Blair non ne ha avuto la capacità, così come non è riuscito a rendere omaggio alla Troma, nonostante le buone intenzioni. Vi consiglio dunque di stare ben lontani da questa monnezza ripulita, e di dedicarvi ad altri horror più interessanti.

Cast

Del regista e co-sceneggiatore Macon Blair, che interpreta anche Dennis, ho già parlato QUI. Peter Dinklage (Winston/Toxie), Jacob Tremblay (Wade), Lloyd Kaufman (Lloyd), Kevin Bacon (Bob Garbinger), Elijah Wood (Fritz Garbinger) li trovate invece ai rispettivi link.

Curiosità

Non c'è Peter Dinklage sotto il make up di Toxie, bensì un'attrice inglese di nome Luisa Guerreiro. Il film è il remake di The Toxic Avenger - Il vendicatore tossico, che vi consiglio di guardare a prescindere. ENJOY!

martedì 15 marzo 2022

Cyrano (2021)

Il profumo di Oscar e il nome di Joe Wright mi hanno spinta a snobbare nuovamente IL Batman e a preferirgli Cyrano, diretto dal regista inglese e candidato per i costumi.


Trama: Cyrano, soldato e poeta, è innamorato da tempo immemore di Rossana ma rifiuta di dichiararsi perché affetto da nanismo. Quando la donna si invaghisce di Cristiano, Cyrano diventa, suo malgrado, confidente per lei e autore di eleganti lettere d'amore per lui, bello ma incapace di esprimersi a dovere...


Chi non conosce la triste storia di Cyrano de Bergerac, che viene narrata dalla fine del XIX secolo e che noi figli degli anni '80 conosciamo soprattutto grazie a Steve Martin e al suo Roxanne (ma anche un po' grazie a Gérard), che pur ce ne ha fornita una versione più felice ed edulcorata? Ma, soprattutto, chi non si è mai trovato nei panni scomodi del Cyrano di turno, ardente d'amore per una persona che non solo non ci considera, ma che pensa anche bene di raccontarci tutti i suoi problemi sentimentali con altr*? Il povero Cyrano è la versione battagliera e arguta dei Servi della Gleba (de)cantati da Elio e le storie tese, anestetizzati da una str... da una Rossana che cade come una pera cotta nella trappola dell'amore a prima vista, senza sapere nulla del bel giovine di cui si è invaghita, e pretende anche che detto giovine la corteggi come nessuna donna è mai stata corteggiata (nemmeno ce l'avessi d'oro bella mia, e che!), tessendone le lodi a chi, da anni, la ama in silenzio con una profondità di sentimento inarrivabile pur essendo brutto come il peccato (su sta cosa ci torniamo). A differenza di Rossana, che è la versione poco meno odiosa della Bedelia di Venerdì 12, Cristiano non è da prendere a schiaffi dal mattino alla sera, ma solo un babbalone innamorato stranamente consapevole di essere un manzo dalla testa vuota, che si sente giustamente in difetto per questo; è normale che Cyrano, spinto ad aiutarlo inizialmente per amore di Rossana, si affezioni sinceramente al ragazzo e cerchi di non mettergli i bastoni tra le ruote, anzi, gli presta la sua lingua di velluto anche a costo di vederlo convolare a nozze con la maledetta, e tutto ciò non può che riversarsi in tutta la sua complessa, tragicomica ingiustizia nel cuore dello spettatore che, pur sapendo a menadito la storia, si ritrova a sperare che Cyrano coroni prima o poi il suo sogno. Wright lo sa, abbraccia in toto la versione musical di una vicenda stra-conosciuta, la trasporta in una Sicilia desaturata dei colori e del sole ma non del fascino, e ci illude per due ore di poter forse avere un lieto fine.


Barocco nei costumi, come solo un musical ambientato nel '600 può essere, in realtà il Cyrano di Wright non è così sfarzoso a livello di scenografie (tranne per quanto riguarda l'inizio ambientato nel teatro) ma compensa il rigore naturale e architettonico di queste ultime con degli eleganti numeri musicali che sfruttano l'ampiezza e la morbidezza delle stoffe per creare movimento e regalano sequenze assai interessanti, che veicolano non solo l'amore, ma anche la natura più terrena del sentimento di Cyrano per Rossana e di Rossana per Cristiano; molto coinvolgente, in tal senso, il numero musicale imperniato su Every Letter, che vede Rossana fare quasi l'amore con le parole che crede siano di Cristiano, per non parlare del magone incredibile provato durante il duetto di Overcome, semplicemente splendida. Wright regala anche delle belle sequenze d'azione, non solo durante i duelli o gli scontri che hanno per protagonista Cyrano, ma anche nella breve parentesi al fronte, angosciante e triste contraltare dei momenti più frivoli che la precedono. Probabilmente, buona parte della riuscita dell'opera è il fatto che Wright sia marito di Haley Bennet, da qui il particolare "occhio" che la rende splendida e desiderabile, ma anche il fatto che la sceneggiatrice Erica Schmidt sia la moglie di Dinklage, sul quale come promesso spenderò due parole. Datemi pure Dinklage e tenetevi Kelvin Harrison Jr., l'interprete di Cristiano, perché tanto è espressivo ed affascinante il primo nonostante la sua condizione di nano (anzi, onestamente mi sono ritrovata più volte a disprezzare il fato tanto ingiusto con un uomo così capace e dotato, spero vivamente che possa avere ogni genere di soddisfazione dalla vita, perché se la meriterebbe!), tanto è insapore il secondo, non solo a livello di interpretazione ma proprio di aspetto. Meh o buff!, fate voi. E andate al cinema per godere appieno di questo spettacolare Cyrano, se potete!  


Del regista Joe Wright ho già parlato QUI. Peter Dinklage (Cyrano), Haley Bennett (Rossana), e Ben Mendelsohn (De Guiche) li trovate invece ai rispettivi link.

Kelvin Harrison Jr. interpreta Cristiano. Americano, ha partecipato a film come 12 anni schiavo, Mudbound, It Comes at Night, Assassination Nation e Il processo ai Chicago 7. Anche regista e sceneggiatore, ha 28 anni e due film in uscita, tra i quali Elvis.





martedì 23 febbraio 2021

I Care a Lot (2020)

Fresco di una nomination ai Golden Globe per Rosamund Pike come miglior attrice in una commedia o musical, la settimana scorsa è uscito su Prime Video (chissà perché in America ce l'hanno invece su Netflix) il film I Care a Lot, diretto e sceneggiato nel 2020 dal regista J Blakeson.


Trama: Marla è una tutrice legale il cui unico scopo e privare delle loro fortune gli anziani sotto la sua tutela. L'attività procede bene, finché tra le sue grinfie non finisce una donna dai legami insospettabili...


Non sarà facile spiegare il mix di sentimenti contrastanti derivati dalla visione di I Care a Lot, commedia nerissima che consiglio spassionatamente di guardare, ma con nervi saldi, pena la volontà costante di spaccare lo schermo a pugni. Lo consiglio, in primis per la presenza di signori attori, soprattutto Rosamund Pike, che con la sua performance gelida e cazzuta regge praticamente il film da sola, mettendosi negli scomodi panni (come se non le fossero bastati quelli della gone girl Fincheriana) di una donna senza scrupoli, una "leonessa" che mira a fare soldi sulla pelle degli anziani, sfruttando senza un battito di ciglia tutte le orribili gabole legali che rendono gli USA, Paese della libertà, un incubo kafkiano per chiunque finisca impreparato nelle maglie del sistema; ad affiancarla, c'è il sempre meraviglioso Peter Dinklage, una rediviva Dianne Wiest che finisce per essere più inquietante della stessa Pike, e la dolce bellezza di un'umanissima Eiza González, l'unica in grado di dare un minimo di credibilità al personaggio di Marla, che senza la partner (non solo in crime) sarebbe solo pura malvagità. Anche la trama di I Care a Lot è molto interessante, soprattutto nella prima parte, e mescola in maniera sfacciata elementi assai plausibili e altri decisamente più "spettacolari" ed improbabili, soprattutto dopo che le carte sono state scoperte e il film passa dall'essere una rocambolesca pellicola di denuncia sociale a un thriller con parecchi tocchi di humour nero, un cambiamento di registro che contribuisce a tenere molto alto il livello di adrenalina e di attenzione dello spettatore, che non passa un solo minuto senza chiedersi dove diamine potrebbe andare a parare I Care a Lot e cosa avrà voluto comunicare J Blakeson.


Qui è però scattato, almeno per me, il problema di I Care a Lot, ovvero le "troppe" domande, la pretesa di un qualche messaggio serio da comunicare. Personalmente credo che I Care a Lot avrebbe funzionato alla perfezione se fosse stata una commedia nerissima al 100%, con una protagonista sì immorale, ma senza giustificazione, una villainess tout court completamente priva di appigli per poter in qualche modo empatizzare con lei. Invece, quegli accenni di tirate femministe, di donna costretta a subire gli insulti sessisti degli uomini che non riescono a batterla ad armi pari, di essere umano con qualche problemino accennato alle spalle (esempio: della madre non le frega nulla, uno intuisce che la sua mancanza di scrupoli verso gli anziani derivi da un rapporto meno che idilliaco) hanno contribuito, almeno nel mio caso, a farmi odiare Marla al punto da augurarmi che le succedessero le peggio cose, questo nonostante il suo antagonista sia senza scrupoli e detestabile quanto lei; Marla e Fran, novelle Thelma & Louise, si imbarcano in una ribellione contro la società e il maschilismo imperante ma ai danni di vecchietti indifesi, tanto che per renderle un pochino meno immorali lo sceneggiatore ha dovuto connotare in maniera incredibilmente negativa tutti quelli che provano a opporsi a loro, un escamotage cheap, se mi consentite il termine, che onestamente con me non ha attecchito. Piuttosto che questo colpo al cerchio e un altro alla botte, avrei preferito una cosa completamente demenziale e staccata dalla realtà come un La signora ammazzatutti, oppure una cosa serissima, di denuncia, ma così I Care a Lot non è né carne né pesce e vale davvero solo per le notevoli interpretazioni degli attori, quelle sì imperdibili... ma magari voi riuscite a non farvi montare l'odio e ad apprezzarlo più di quanto abbia fatto io, chissà.


Di Rosamund Pike (Marla Grayson), Peter Dinklage (Roman Lunyov), Eiza González (Fran), Dianne Wiest (Jennifer Peterson), Chris Messina (Dean Ericson), Macon Blair (Feldstrom) e Alicia Witt (Dr. Amos) ho già parlato ai rispettivi link.

J Blakeson (vero nome Jonathan Blakeson) è il regista e sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come La scomparsa di Alice Creed e La quinta onda. Anche attore e produttore, ha 43 anni.


Se I Care a Lot vi fosse piaciuto recuperate Promising Young Woman. ENJOY!


venerdì 4 ottobre 2019

Bollalmanacco On Demand: Penelope (2006)

Torna a distanza di pochissimo tempo il Bollamanacco On Demand. Forse per farsi perdonare del travaglio che è stato Inland Empire, l'amica Silvia mi ha proposto la visione di Penelope, diretto nel 2006 dal regista Mark Palansky. Il prossimo film On Demand sarà invece Underground. ENJOY!


Trama: Penelope è una ragazza di buona famiglia che non è mai uscita di casa sua a causa di una maledizione. Per spezzarla, la madre apprensiva cerca da anni di combinarle un matrimonio con qualche giovane esponente dell'aristocrazia ma tutti scappano quando vedono il volto della povera Penelope.



Adoro l'On Demand. No, non è vero. Spesso lo odio, per svariati motivi, ma lo adoro quando mi consente, come in questo caso, di scoprire film assai poco conosciuti che alla fine toccano le mie corde nonostante la loro natura di sciocchezzuola divertente. Ecco, Penelope rientra nella categoria, essendo una deliziosa favola moderna a base di "principesse" maledette, in dolce attesa di un principe azzurro che corra a liberarle. In realtà, Penelope proprio una principessa non è. Definirla una versione dolce e intelligente di Paris Hilton potrebbe calzare a pennello e lo stesso dicasi per il principe azzurro (interpretato da un James McAvoy che avrebbe dovuto aspettare ancora un paio di annetti prima di assurgere al rango di attore di fama mondiale), scapestrato ex musicista col vizio del gioco d'azzardo. Date le premesse, si potrebbe pensare ad una versione ironica de La bella e la bestia a ruoli invertiti, in realtà Penelope sottolinea quasi fin da subito l'inutilità dei principi azzurri di qualunque schiatta, buoni o cattivi che siano, e il vero fulcro della questione è invece il rapporto tra Penelope e la madre, donna che, pur con le migliori intenzioni, rende la maledizione della ragazza ancora più pesante, costringendola ad isolarsi da resto del mondo invece di insegnarle ad accettarsi per quello che è: "la vera te stessa è dentro di te", in questo caso, non è proprio una massima da seguire al 100%, perché presuppone una scissione tra la Penelope maledetta e quella post-maledizione, denigrando la prima quando, di fatto, sono la stessa bellissima persona. E' per questo che Penelope, oltre ad essere popolato di personaggi borderline e divertenti, riesce spesso ad essere commovente, in particolare se lo spettatore si lascia conquistare dagli occhi dolci e sognanti di Christina Ricci, com'è successo a me. E ci fosse solo lei nel cast!


Tolti la Ricci e McAvoy, caruccissimo nonostante la capigliatura inguardabile, ad arricchire Penelope ci sono la mai troppo apprezzata Catherine O'Hara nei panni della madre petulante ed esageratamente emotiva, l'elegantissimo Richard E. Grant, al quale non servono parole per esprimere tutta l'esasperazione inglese davanti alle mattane della moglie, e due guest star d'eccezione come Peter Dinklage (al quale viene riservato uno degli esordi più esilaranti di un personaggio sullo schermo) e Nick Frost che, a onor del vero, non fa granché ma è sempre bello da vedere. E sì, c'è anche Reese Witherspoon ma siccome si limita a ritagliarsi una particina per benedire la sua prima impresa da produttrice direi che non c'è molto di cui parlare in merito. Il cast già "stellare" viene supportato inoltre da un comparto scenografie e costumi davvero niente male, che conferisce a Penelope un'aria svagata, da colorata favola moderna. La stanza di Penelope, colma di richiami alla natura e di terrari, di piante protette da cupole di vetro in parallelo con la condizione della protagonista, è un piccolo paradiso casalingo mentre gli abiti da lei indossati, al di là dell'inquietante sciarpa utilizzata per nascondere gli effetti della maledizione, sono deliziosi, perfetti per la personalità raffinata e un po' sognatrice di colei che li indossa. Come al solito, concludo l'On Demand ringraziando in questo caso Silvia per la dritta, è stato molto divertente guardare Penelope e lo consiglio a chi non avesse ancora avuto l'occasione di "incrociarlo".


Di Richard E. Grant (Frankilin Wilhern), Catherine O'Hara (Jessica Wilhern), Christina Ricci (Penelope Wilhern), Peter Dinklage (Lemon), James McAvoy (Johnny/Max), Nick Frost (Max), Reese Witherspoon (Annie) e Russell Brand (Sam) ho già parlato ai rispettivi link.

Mark Palansky è il regista della pellicola. Canadese, ha diretto film come Rememory ed episodi di serie quali Una serie di sfortunati eventi. Anche produttore e sceneggiatore, ha un film in uscita.


martedì 16 gennaio 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017)

Fresco di quattro Golden Globe (Miglior Film Drammatico, Miglior Sceneggiatura, Frances McDormand Miglior Attrice Protagonista per un film drammatico, Sam Rockwell Miglior Attore Non Protagonista) è arrivato anche a Savona Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri), scritto e diretto dal regista Martin McDonagh. Vediamo se mi ha colpita com'è successo con la stampa estera!


Trama: Mildred, madre di una ragazza stuprata mentre veniva uccisa dai suoi aguzzini, decide di affittare tre enormi cartelloni pubblicitari appena fuori Ebbing, la città dove vive, per dare una scossa al sonnolento corpo di polizia...



Se c'è una cosa che mi ha colpita enormemente guardando Tre Manifesti a Ebbing, Missouri (che, per comodità, da qui in poi chiamerò solo "Tre manifesti") è la capacità di Frances McDormand di comunicare tutta la rabbia, il dolore e l'umanità del suo personaggio alzando semplicemente un sopracciglio e stringendo le labbra in una fessura sottilissima. Il volto segnato dell'attrice, che ho imparato ad amare già ai tempi di Fargo, qui diventa la granitica rappresentazione di una donna che ha deciso di non fermarsi davanti a nulla pur di consegnare alla giustizia l'assassino (o gli assassini) della figlia o, meglio, di spingere la polizia a fare il proprio lavoro e dare una svegliata agli agenti mangiaciambelle. Mildred è una spietata macchina di caos, una madre incazzata che non accetta né la mancanza di prove, né il fatto che le indagini siano arrivate ad un punto morto dopo meno di un anno e come si può pensare di darle torto, di spingerla ad arrendersi perché "queste sono le leggi e non ci si può fare niente"? La sua protesta silenziosa ma implacabile, la decisione di dire le cose come stanno e scriverle sulla stessa strada dov'è morta la figlia a caratteri cubitali è comprensibile e, verrebbe da dire, è anche poco rispetto a quello che il suo dolore potrebbe spingerla a fare... però è abbastanza per sconvolgere gli equilibri di una piccola cittadina di provincia dove tutti si conoscono e dove non è facile per gli abitanti simpatizzare con una donna conosciuta per essere "peculiare", nonostante quello che le è capitato. Le parole di Mildred toccano personalmente lo sceriffo, figura di riferimento per tutti i cittadini, uomo integerrimo con un terribile segreto, e le persone bene di Ebbing ci mettono un secondo a trasformare la madre a cui hanno ucciso la figlia in una matta da ostacolare a tutti i costi, talvolta da minacciare, e la cosa assurda di Tre manifesti è la plausibilità di questo voltafaccia, avvallato dall'ignoranza gretta di poliziotti incompetenti e compaesani che magari non hanno mai sopportato né Mildred né la figlia Angela (la quale, non a caso, è finita nel dimenticatoio dopo pochi mesi). Non è un caso che gli unici alleati di Mildred, abitante di una cittadina ubicata in uno Stato di frontiera dove il razzismo è ben lungi dall'essere stato sradicato, siano i "freak" del paese o i diversi: messicani, neri, nani, gli unici a sostenere la donna fino all'ultimo sono loro, quasi la guerra di Mildred fosse una guerra dei reietti contro il potere costituito, quando invece la donna pensa (egoisticamente ma comprensibilmente) solo a sé stessa, senza regalare mai un sorriso o un gesto di conforto ai suoi aiutanti ma, anzi, andando avanti come uno schiacciasassi alla faccia di tutto quello che possa capitare a loro, alla sua famiglia, al figlio superstite.


Quella di Tre manifesti è una storia drammatica, eppure nel corso della pellicola si ride. E' un riso amaro, di cui ci si vergogna, perché si ride non coi personaggi (forse solo con lo sceriffo, nonostante la meschinità del suo tragico gesto di "vendetta") bensì DEI personaggi, peccando della stessa cecità degli abitanti di Ebbing. Si prenda ad esempio l'agente Dixon, interpretato da un Sam Rockwell a dir poco magistrale. Non mi è mai capitato di trovare sullo schermo un personaggio da odiare un minuto prima, per il quale provare un'immensa pietà quello dopo, fino ad arrivare a volergli bene anche se è scemo, un po' come fa lo sceriffo. Questa, se vogliamo, è la vera magia di sceneggiatura che ho avvertito guardando Tre manifesti, una pellicola che per altri motivi non mi ha convinta fino in fondo, troppo "superficiale" in alcuni punti (ma davvero un poliziotto può mandare all'ospedale un cittadino e farsi impunemente i fatti propri, persino nell'America di provincia Trumpiana? A che pro intimorire una persona se con la faccenda non si ha nulla a che fare, giusto per introdurre un "cattivo" più cattivo?) e melodrammatica in altri (sottolineare il senso di colpa di Mildred era necessario ma lo scambio di battute con la figlia l'ho trovato gratuito e agghiacciante), ma sicuramente in grado di definire personaggi sfaccettati e, come del resto accadeva già in In Bruges, impossibili da definire come positivi o negativi. La crociata di Mildred, l'ossessione per quei tre cartelloni rossi come il sangue e il fuoco, è giusta? Sì, assolutamente, soprattutto se la figlia è stata dimenticata. Ma anche no, perché "la violenza genera altra violenza" e bisogna pensare anche, e soprattutto, a chi rimane in vita. L'atteggiamento dello sceriffo è condivisibile? Sì, poveraccio, cosa ci si può fare se non esistono indizi? Ma a mettersi nei panni di Mildred verrebbe anche voglia di prenderlo a schiaffi. Dixon è deprecabile? Assolutamente sì ma le persone possono cambiare, anche gli imbecilli che non hanno ragione di esistere nel corpo di polizia, perché forse bastano una parola o un gesto gentili per stimolare anche i cervelli più bacati. Tre manifesti ha la lucidità di raccontare una storia tremenda, grottesca e sfaccettata come la realtà, una storia che non necessita di happy ending né di una conclusione definitiva, perché la vita non è mai lineare come viene dipinta nei film... e stavolta, anche la "quadratura" di In Bruges, lungi dall'essere risolutiva, porta a delusione e ulteriore perdita di speranza. Forse. Tra i tanti "dubbi" rimasti sul finale, c'è perlomeno la certezza di un cast di una potenza unica (a Woody Harrelson una nomination e un Oscar quando diavolo glieli diamo?) e della bravura di Martin McDonagh non solo come regista (il modo in cui si scopre il contenuto dei tre cartelli è angosciante, l'utilizzo di Chiquitita in una delle scene più tristi e grottescamente divertenti da standing ovation) ma soprattutto come scrittore di dialoghi, al punto che parecchie battute hanno rischiato di strapparmi l'applauso solitario nella sala affollata oltre a un paio di risate di cuore. Proprio lì', per inciso, rimarrà Tre manifesti, film a cui vorrò sempre bene anche in assenza di un colpo di fulmine vero e proprio.


Del regista e sceneggiatore Martin McDonagh ho già parlato QUI. Frances McDormand (Mildred), Caleb Landry Jones (Red Wilby), Sam Rockwell (Dixon), Woody Harrelson (Willoughby), Abbie Cornish (Anne), Lucas Hedges (Robbie), Zeljko Ivanek (Agente addetto alle comunicazioni col pubblico), Peter Dinklage (James) e Samara Weaving (Penelope) li trovate invece ai rispettivi link.

Kerry Condon interpreta Pamela. Irlandese, ha partecipato a film come This Must Be the Place, Dom Hemingway e a serie quali The Walking Dead, inoltre ha prestato la voce all'intelligenza artificiale Friday nei film Avengers: Age of Ultron, Captain America: Civil War e Spider-Man: Homecoming. Ha 35 anni e tre film in uscita.


John Hawkes interpreta Charlie. Americano, lo ricordo per film come Scuola di polizia, Scary Movie, Freaked - Sgorbi, Dal tramonto all'alba, Rush Hour - Due mine vaganti, Incubo finale, Identità, Miami Vice, Contagion e Lincoln, inoltre ha partecipato a serie quali Millenium, Nash Bridges, ER Medici in prima linea, Buffy l'ammazzavampiri, Più forte ragazzi, X-Files, 24, Taken, CSI, Monk e Lost. Anche musicista e produttore, ha 58 anni e tre film in uscita.


Il musetto antipatico di Kathryn Newton, che compare in un flashback nei panni di Angela, è destinato a diventare ricorrente in TV (è l'odiosa Amy del Piccole Donne prodotto dalla BBC, una splendida miniserie che vi consiglio di recuperare) e al cinema (è tra le protagoniste dell'imminente Lady Bird). Detto questo, se Tre manifesti a Ebbing, Missouri, vi fosse piaciuto, recuperate In Bruges - La coscienza dell'assassino e Fargo. ENJOY!

mercoledì 28 maggio 2014

X-Men - Giorni di un futuro passato (2014)

Ieri sera sono finalmente tornata a varcare la soglia di una sala cinematografica e ho recuperato l'attesissimo X-Men - Giorni di un futuro passato (X-Men: Days of Future Past), diretto da Bryan Singer. Avevo un po' di timor panico ma, fortunatamente, l'attesa è stata ricompensata!


Trama: nel futuro, i mutanti vengono cacciati e uccisi spietatamente da robot assassini chiamati Sentinelle. Per impedire lo sterminio della razza mutante, i sopravvissuti spediscono la coscienza di Wolverine all'interno del suo io passato, incaricandolo di cercare i giovani Xavier e Magneto e fermare Mystica, fermamente intenzionata ad uccidere il creatore delle Sentinelle, Bolivar Trask.


X-Men - Giorni di un futuro passato è la conferma filmata di come, se gestiti intelligentemente, anche i sequel o i reboot possono costituire un ottimo intrattenimento cinematografico. Quando Bryan Singer aveva abbandonato il timone delle X-saghe cinematografiche il risultato era stato quella schifezza di X-Men - Conflitto finale, una roba talmente obbrobriosa che non avrebbe neppure dovuto essere filmata; il reboot della saga, X-Men - L'inizio, era stato per contro una ventata d'aria fresca piuttosto convincente e sarebbe stato MOLTO comodo proseguire su quella strada, facendo finta che i tre film precedenti non fossero mai esistiti. Con l'ultima pellicola dedicata ai mutanti Marvel, invece, Bryan Singer e soci hanno deciso di prendere una via accidentata e tortuosa, cercando di tirare le fila di quattro film completamente diversi tra loro, sia per qualità che per interpreti, confrontarsi con escamotage difficili da gestire come quello dei viaggi spazio-temporali e ricominciare tutto da capo senza abbandonare i vecchi personaggi, amati quanto e più di quelli nuovi. Il risultato è un film sicuramente imperfetto, con tanti buchetti logici sparsi qui e là, che mostra delle crepe quando cerca di incastrarsi col resto delle pellicole girate (e soprattutto con la scena post credit di Wolverine-L'immortale!), tuttavia convincente, entusiasmante e gradevole, soprattutto se si considera che il punto di partenza era una pietra miliare dei comics dedicati agli X-Men. Alla fin della fiera, lo ammetto, lo status quo tra buoni e cattivi o la personalità dei vari protagonisti rimane pressoché invariata rispetto a X-Men - L'inizio e, gira che ti rigira, il plot è sempre lo stesso (i mutanti vengono minacciati dagli umani perché diversi, segue rappresaglia dei mutanti malvagi e tentativo di quelli buoni di metterci una pezza), tuttavia X-Men - Giorni di un futuro passato pone le basi per un ottimo avvenire e fa sicuramente venire voglia di scoprire cosa accadrà ai mutanti cinematografici nei prossimi film.


La trama, come ho detto, mescola elementi di X-Men - L'inizio ed elementi della prima trilogia dedicata agli X-Men. Il fulcro dell'intera vicenda, forse anche perché la Lawrence è diventata ormai una delle attrici più famose in circolazione, questa volta è la sempre affascinante ed ambigua Mystica, la cui anima oscilla per tutto il film tra dannazione e salvezza, luce ed oscurità. A differenza della sua controparte cartacea, nel film Mystica è ancora una "ragazzina" che cerca il modo migliore per proseguire sul suo cammino verso l'indipendenza da due figure autorevoli e carismatiche come il fratellastro Xavier e l'amante Magneto; il problema, ovviamente, è che nella sua ricerca il movente maggiore sono il dolore, il disagio e l'odio nei confronti degli umani mutantofobi (incarnati dalla figura folle e quasi Hitleriana di Bolivar Trask), che rischiano di spingerla a condannare non solo sé stessa, ma l'intera razza che vorrebbe salvare. Il punto più alto ed emozionante di X-Men - Giorni di un futuro passato è infatti, neanche a dirlo, la rappresentazione del distopico futuro governato dalle terribili sentinelle, dove il clima da pre-guerra fredda viene sostituito da una soverchiante sensazione di disperazione: davanti allo sparuto gruppo di mutanti sopravvissuti, vecchi "amici" di tempi più innocenti ormai consunti, stanchi e fondamentalmente rassegnati all'inevitabile fine, è inevitabile sentire una stretta al cuore che porta ad essere ancora più partecipi dell'intera, complicata vicenda.


A tal proposito, ammetto che il mio maggior timore era quello di vedere, in questi squarci di futuro, un'accozzaglia di carne mutante gettata in pasto ai fan senza un perché, come accadeva appunto in X-Men - Conflitto finale. Gli autori sono invece riusciti ad aggiungere (miracolo!!) pochi nuovi mutanti fatti bene, cadendo giusto in qualche pacchianata come l'aspetto ridicolo di Quicksilver o il look da Torcia Umana di Sunspot e regalandomi, bontà loro, una meravigliosa resa dei poteri di teletrasporto della bellissima Blink. Superlativo anche il lavoro compiuto sulle inquietanti sentinelle, così come il montaggio nel prefinale, dove ad ogni azione di Mystica nel passato segue l'ineluttabile conclusione delle vicende future, con un crescendo di tensione e momenti commoventi, ma sicuramente il mio momento preferito è stato lo "show" del giovane Quicksilver, un trionfo di gag al ralenti sulle note dell'appropriatissima Time in a Bottle di Jim Croce. A proposito di Quicksilver, non lasciatevi ingannare dall'orrendo look da bimbominkia di Evan Peters, praticamente perfetto in una versione giovanile del supereroe che, probabilmente, avrebbe apprezzato anche il geniale scrittore Peter David: il signorino si candida tranquillamente come miglior attore del film accanto ai bellissimi (da infarto!!!) Hugh Jackman e Michael Fassbender e ad un James McAvoy nei panni di un inedito e sboccato Xavier in piena crisi esistenziale (e d'astinenza). E se tutto questo ancora non vi basta per correre a vedere X-Men - Giorni di un futuro passato ... beh, sappiate che nell'ormai indispensabile scena post-credit risuona chiaro un solo, terribile nome: En Sabah Nur. 'nuff said!!! 

 

Del regista Bryan Singer ho già parlato qui. Hugh Jackman (Logan/Wolverine), James McAvoy (Charles Xavier), Michael Fassbender (Eric Lehnsherr), Jennifer Lawrence (Raven/Mystica), Halle Berry (Tempesta), Nicholas Hoult (Hank McCoy/Bestia), Anna Paquin (Rogue), Ellen Page (Kitty Pryde), Peter Dinklage (Dr. Bolivar Trask), Shawn Ashmore (Bobby/Uomo Ghiaccio), Ian McKellen (Magneto), Patrick Stewart (Professor X), Famke Janssen (Jean Grey) e James Marsden (Scott Summers/Ciclope) li trovate invece ai rispettivi link.

Omar Sy interpreta Bishop. Francese, ha partecipato a film come Quasi amici - Intouchables e Mood Indigo - La schiuma dei giorni. Anche sceneggiatore e produttore, ha 36 anni e tre film in uscita, tra cui l'annunciato Jurassic World.


Evan Peters (vero nome Evan Thomas Peters) interpreta Peter/Quicksilver. Giovane ma carismatico protagonista di tre serie di American Horror Story (confermato anche per la quarta, alé!), ha partecipato a film come Kick-Ass e ad altre serie come Monk, Dr. House, Ghost Whisperer e Criminal Minds. Ha 27 anni e due film in uscita.


Daniel Cudmore torna ad interpretare Colosso otto anni dopo X-Men - Conflitto finale; l'attore, assieme a Booboo Stewart (Warpath), ha partecipato nel frattempo anche alla saga Twilight. Josh Helman invece, che nel film interpreta il giovane William Stryker, era stato scritturato per il ruolo del giovane Cain Marko/Fenomeno, tagliato poi dalla sceneggiatura così come un altro paio di interessanti idee: quando ancora si pensava di affidare la regia a Matthew Vaughn, l'intenzione era infatti quella di dirigere un seguito diretto di  X-Men - L'inizio, ambientato negli anni '70, e di cominciarlo con l'assassinio di Kennedy per mano di Magneto (incastrato in questo caso da Mystica ed Emma Frost, intenzionate a prendere il potere e governare gli States). Come si può tranquillamente notare, inoltre, anche la presenza di Anna Paquin è stata drasticamente ridotta: avrebbe dovuto infatti esserci una sequenza in cui Rogue, intrappolata in una Scuola Xavier trasformata in prigione dalle sentinelle, veniva liberata da Xavier, Magneto e l'Uomo Ghiaccio, scena eliminata per questioni di metraggio. Chissà se la povera Paquin tornerà in uno degli X-Film previsti a partire dal 2016, ovvero X-Men: Apocalypse (che, a quanto pare, ha già una data, 26 maggio 2016!), X-Force e una terza pellicola interamente dedicata a Wolverine. Chi vivrà vedrà ma, nel frattempo, se X-Men - Giorni di un futuro passato vi fosse piaciuto oppure se volete guardarlo e capirci qualcosa recuperate X-Men, X-Men 2, X-Men - Conflitto finale, X-Men - L'inizio, X-Men Origins: Wolverine e Wolverine - L'immortale. ENJOY!


L'angolo del Nerd (o del gnégnégné, fate voi!!)

Giorni di un futuro passato: il titolo e la trama della pellicola si ispirano a due importantissime storie degli X-Men, sceneggiate da Chris Claremont e disegnate da John Byrne. In esse è un anziana Kate Pryde a trasferire la propria coscienza nel passato e ad avvisare gli X-Men del terribile futuro che li attenderebbe se Mystica (aiutata dalla Confraternita dei Mutanti) riuscisse ad assassinare il Senatore Kelly (già protagonista del primo X-Men e di conseguenza sostituito da Bolivar Trask). Tra i mutanti del futuro spiccano Wolverine, Colosso, Tempesta, un paraplegico Magneto, il figlio della Donna Invisibile e di Mr. Fantastic, Franklin Richards, e la figlia di Jean Grey e Ciclope, Rachel Grey Summers che, di fatto, è l'unica ad avere il potere di rimandare Kate nel passato. Una delle poche belinate del film, infatti, è il fatto che sia Kitty Pride (dotata del potere dell'intangibilità) a spedire le coscienze dei suoi compagni nel passato, con un metodo che ovviamente non viene specificato né spiegato. Male!

Quicksilver/Pietro Maximoff: nei fumetti è il figlio naturale di Magneto, ha una gemella, Scarlet/Wanda Maximoff e una sorellastra, Polaris/Lorna Dane. Al momento milita nei Vendicatori ma, in passato, ha fatto parte di varie X-Squadre e ciò ha creato scompensi nella scombinata, assurda gestione dei diritti cinematografici delle serie Marvel: lo stesso personaggio, infatti, compare sia in X-Men - Giorni di un futuro passato che, assieme alla sorella Scarlet, nell'imminente Avengers: Age of Ultron, dove verrà interpretato da Aaron Taylor-Johnson. L'accordo tra Fox e Marvel per l'utilizzo di Quicksilver in entrambe le saghe prevede, tra le altre cose, che in nessuna delle due pellicole il personaggio venga chiamato "mutante" e che non venga fatta menzione della sua parentela con Magneto. Mah.

Bolivar Trask: anche nel fumetto ha creato le Sentinelle ma i robottoni gli si sono rivoltati contro, rendendolo prima schiavo e poi costringendolo a sacrificarsi per salvare l'umanità. Decisamente più pericoloso il figlio mutante Larry, pervaso dallo stesso odio mutantofobo del padre e dotato di un potere precognitivo.

Blink, Bishop, Warpath e Sunspot: li ho raggruppati tutti assieme perché, in effetti, per il ruolo di semplici combattenti che hanno nel film, non necessitavano di grandi chiose o spiegoni, sono più o meno come vengono dipinti nella pellicola. Bishop (in Italia conosciuto come Alfiere) in particolare è stato uno dei mutanti del futuro a viaggiare e stabilirsi definitivamente nel passato per scovare il presunto "traditore" che avrebbe portato alla fine degli X-Men. Interessantissimo personaggio chiave negli anni '90, è tornato prepotentemente alla ribalta qualche anno fa durante la saga Messiah Complex, che lo ha visto impazzire e cercare di uccidere Hope, la prima mutante nata dopo l'evento che aveva praticamente condannato la specie all'estinzione. Perso nuovamente nel tempo, recentemente è tornato nel presente, un po' più savio e posato di prima.

lunedì 29 ottobre 2012

L'era glaciale 4 - Continenti alla deriva (2012)

Mercoledì sera ho dato prova di grande amicizia a due stordite che vedo troppo poco spesso per i miei gusti e assieme siamo andate a vedere non già Cogan – Killing Them Softly (maledette!! Me la pagherete!!!) bensì L’era glaciale 4 – Continenti alla deriva (Ice Age: Continental Drift), diretto da Steve Martino e Mike Thurmeier.


Trama: cercando di impossessarsi della sua amata ghianda, Scrat scatena la deriva dei continenti del titolo. Nel corso del cataclisma Manny, Diego, Sid e la nonna del bradipo si ritrovano separati dagli altri animali e bloccati su un pezzo di ghiaccio in mezzo all’oceano;  per poter tornare a casa dovranno combattere contro Capitan Sbudella e la sua ciurma di pirati…


Ci sono due modi di affrontare un film simile. Uno, come ho fatto io, è quello di andare con due dei vostri migliori amici, già predisposti ad una serata ad alto tasso di idiozia, pronti a ridere per un nonnulla e a fare gli imbecilli a rischio di farsi cacciare a pedate dall’enorme sala semideserta. Oppure, potete accingervi alla visione con animo critico e allora sugnu ‘azzi vostri. Visto con l’ottica del “degenero”, L’era glaciale 4 fa il suo porco dovere: innanzitutto, nonostante il design dei personaggi sia sempre quello un po’ goffo e rigido del primo film, la grafica al computer è semplicemente spettacolare e alcune sequenze sono mozzafiato, in particolare quella del naufragio di Manny e compagnia. Poi, vabbé, ovvio che chi va a vedere L’era glaciale lo fa soprattutto sperando nelle gag di Sid e Scrat. Lo scoiattolo, bontà sua, ci regala un’esilarante versione della fine di Atlantide mentre Sid, povero bradipo incompreso, viene quasi completamente eclissato dalla rincoglionitissima nonna, una sozza bradipa violacea senza denti e provvista persino di animaletto immaginario (forse…) che si rivolge a Diego chiamandolo “Signora”. Nelle ciurma di pirati, invece, spicca un coniglio feroce e completamente pazzo, mentre l’isolotto dove approdano i nostri eroi è pieno zeppo di dolci e paffute creaturine che potrebbero essere chipmunk, lemmings o chissà quali altre bestie dolciotte e pelose. E qui finiscono i pregi de L’era glaciale 4, in effetti.


Con tutta la buona volontà, infatti, non ci si può non rendere conto che si ride a denti stretti e troppo poco spesso per un film simile. La reiterata moraletta della famiglia che è meglio di un “branco” perché ci accetta a prescindere da quanto siamo strani e il monito a rimanere sempre e comunque sé stessi, senza cambiare per compiacere gli altri, perseguita lo spettatore per tutto il film, soprattutto attraverso la figlia di Manny, Pèsca (mi raccomando, vogliamo una dizione perfetta!), un tempo dolce batuffolotto di pelo e ora adolescente ribelle col chiulo enorme e il ciuffo piastrato, un po’ come l’80% delle ragazze che si vedono in giro. A questa camurrìa (alla fine, come ho detto, chi se ne frega degli altri personaggi? Noi vogliamo Manny, Sid, Diego e Scrat!!) si aggiunge il fatto che i personaggi nuovi non sono nulla di trascendentale, che non c’è più Leo Gullotta a doppiare Manny… e ci sono persino le canzoni!! Quella cantata da Capitan Sbudella sono riuscita ancora a sopportarla, ma quella accompagnata dal balletto nei titoli di coda è talmente imbarazzante che non avrebbe sfigurato in una puntata de Il mondo di Patty. In definitiva, ormai la serie sta perdendo mordente e si vede… L’era glaciale 4 potrebbe andare bene giusto per una serata in compagnia ma non sprecate soldi per vederlo al cinema e, soprattutto, in 3D; l'unica cosa che val la visione in sala è il delizioso corto che precede la pellicola, interamente dedicato a Maggie Simpson, dal titolo The Longest Daycare, a mio avviso molto ma molto più acuto e divertente di L'era glaciale 4!


Di Nick Frost (doppiatore originale del lamantino Flynn) Simon Pegg (che doppia Buck) Seann William Scott (Crash) e Patrick Stewart (Ariscratle) ho già parlato nei rispettivi link.

Steve Martino è coregista della pellicola. Ha già diretto Ortone e il mondo dei Chi e due corti dedicati a Scrat, inoltre ha in progetto un film sui Peanuts che dovrebbe uscire nel 2015.


Mike Thurmeier è coregista della pellicola. Canadese, ha codiretto L’era glaciale 3 - L’alba dei dinosauri e tre corti dedicati a Scrat. Ha 47 anni.


Peter Dinklage è il doppiatore originale di Capitan Sbudella. Americano, lo ricordo per film come Elf e per la partecipazione a serie come Nip/Tuck e Il trono di spade. Anche produttore e stuntman, ha 43 anni e sei film in uscita.


Queen Latifah (vero nome Dana Elaine Owens) è la doppiatrice originale di Ellie. Americana, la ricordo per film come Sfera, Il collezionista di ossa, Al di là della vita, Chicago e Scary Movie 3 – Una risata vi seppellirà; ha doppiato personaggi di Pinocchio, L’era glaciale 2 – Il disgelo, L’era glaciale 3 - L’alba dei dinosauri, un episodio de I fantagenitori e partecipato alla serie Willy, il principe di Bel Air. Anche produttrice, cantante e sceneggiatrice, ha 42 anni e un film in uscita.


Denis Leary è il doppiatore originale di Diego (doppiato, in italiano, da Pino Insegno). Americano, lo ricordo per film come Palle in canna, Demolition Man, Cuba Libre – La notte del giudizio, Small Soldiers e The Amazing Spider – Man; ha inoltre doppiato personaggi di A Bug’s Life – Megaminimondo, L’era glaciale, L’era glaciale 2 – Il disgelo e L’era glaciale 3 - L’alba dei dinosauri. Anche sceneggiatore, produttore, compositore e regista, ha 55 anni.


John Leguizamo è il doppiatore originale di Sid (doppiato, in italiano, da Claudio Bisio). Colombiano, lo ricordo per film come 58 minuti per morire – Die Harder, Super Mario Bros., Carlito’s Way, A Wong Foo, grazie di tutto! Julie Newmar, The Fan – Il mito, Romeo + Giulietta, Spawn, Moulin Rouge!, La terra dei morti viventi e E venne il giorno; ha inoltre prestato la voce a personaggi dei film Il Dottor Dolittle, L’era glaciale, L’era glaciale 2 – Il disgelo e L’era glaciale 3 - L’alba dei dinosauri e partecipato alle serie Miami Vice, E.R. - Medici in prima linea e My Name Is Earl. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 48 anni e cinque film in uscita, tra cui Kick - Ass 2.


Jennifer Lopez è la doppiatrice originale di Shira. Americana, più conosciuta come cantante dal culo più bello del mondo che come attrice, la ricordo per film come Blood and Wine, Anaconda, Out of Sight, The cell - La cellula e Jersey Girl; ha inoltre prestato la voce per "Z" la formica e partecipato alla serie How I Met Your Mother. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 44 anni e un film in uscita.


Tra gli altri doppiatori USA segnalo anche la rapper zamarrona Nicki Minaj nei panni di una delle elefantine sceme, Wanda Sykes, che doppia la nonnina di Sid, oltre ad essere una delle più grandi comiche americane aveva già catturato la mia attenzione tra i clienti di Clerks II e ovviamente non può mancare il regista Chris Wedge, storico regista del primo episodio, sempre impegnato nei versetti di Scrat. Nulla di fatto invece per Jeremy Renner, che avrebbe dovuto doppiare Capitan Sbudella ma ha abbandonato il progetto per altri impegni. Se il film vi fosse piaciuto, vi consiglio di recuperare tutti i prequel, L’era glaciale, L’era glaciale 2 – Il disgelo e L’era glaciale 3 - L’alba dei dinosauri oltre a Madagascar e Alla ricerca di Nemo. ENJOY!!

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