In concorso al ToHorror Film Fest c'è anche The Furies, diretto e sceneggiato dal regista Tony D'Aquino.
Trama: dopo aver litigato, due ragazze vengono rapite e separate. Una di loro si risveglia all'interno di un bosco isolato, popolato da altre donne e da energumeni mascherati che tentano di ucciderle, e non sarà facile per lei ricongiungersi all'amica...
Fatemi riprendere un incipit già usato per Killing Ground. Ah, l'Australia. Terra di sterminate distese selvagge, di boschi che non sono tali ma un mero agglomerato di alberi sparsi e scheletrici disseminati su terra rossastra e brulla, zeppa di tane per ragni; di posti dimenticati da Dio, abbandonati e cadenti, retaggio di un periodo in cui la bella Australia era una colonia penale, di orrore trucido che non va molto per il sottile quando si tratta di far scorrere del sangue perché tanto, all'interno del bush, nessuno può sentirti urlare. The Furies unisce tutte queste "belle" caratteristiche e le propone allo spettatore con la sfacciataggine di un esordiente nemmeno tanto giovane, tal Tony D'Aquino, il quale ha scritto e diretto un horror che più lineare e privo di messaggi sottesi non si può, per il solo gusto di inorridire il pubblico e fargli passare un'ora e mezza in tensione e disgusto. Poco di nuovo sotto il sole australiano, in effetti: ci sono donne cacciate da bruti mascherati in guisa di un Leatherface col gusto per gli animaletti e armati di oggetti mortali, povere fanciulle costrette a sopravvivere a un gioco mortale le cui regole sono tutte da scoprire e rendono, neanche a dirlo, il tutto ancora più crudele oltre che interessante. Protagonista di tutta la faccenda è Kayla, che di difetti, poverella, ne ha più di uno, l'epilessia in primis, e che nel corso del film sarà costretta a spogliarsi di ogni debolezza, di ogni remora morale e di ogni oncia di pelo sullo stomaco per sopravvivere alla mattanza.
Parliamo, per l'appunto, di pelo sullo stomaco. The Furies ha delle immagini bellissime, una regia che sfrutta al meglio lo spazio e la luce del brullo paesaggio australiano e che si concede persino qualche tocco di lirismo (sfruttando, per esempio, gli occhi bellissimi di Airlie Dodds, peraltro funzionali al racconto), una fotografia che costringe lo spettatore a non perdersi neppure un dettaglio... ma ha anche delle sequenze che fanno spesso venire voglia di girarsi dall'altra parte e fischiettare non solo per il modo in cui i bruti infieriscono sulle povere fanciulle ma anche per altre cosette poco carine mostrate qui e là, e Dio benedica sempre Fulci per quell'occhio in pasta di mandorle perché quelli di The Furies sono anche troppo realistici. Validissime anche le attrici, in particolare un paio. La protagonista Airlie Dodds, col phisique du rol della final girl, non esita a sporcarsi di sangue e terra e a fare cose innominabili in nome dell'amicizia e della sopravvivenza ma per me la palma della migliore va a Linda Ngo, infantile e pazza pazza pazza. Vedere per credere. Nel suo ottimo articolo (al quale vi rimando se volete la possibilità di fruire al meglio di The Furies) Lucia auspica giustamente un sequel per il film, anche perché di carne al fuoco ce ne sarebbe ancora molta, e mi unisco alla prece, se possibile: "Sant'Antonio d'Aquino", pensaci tu.
Tony D'Aquino è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio dopo aver diretto un episodio della serie Two Twisted e qualche corto. Australiano, anche attore e produttore, ha 46 anni.
Airlie Dodds, che interpreta Kayla, era già comparsa nel validissimo Killing Ground, che vi consiglierei di recuperare, già che ci siete. ENJOY!
venerdì 25 ottobre 2019
giovedì 24 ottobre 2019
(Gio)WE, Bolla! del 24/10/2019
Buon giovedì a tutti! Si vede che ci stiamo avvicinando ad Halloween, perché escono ben due film horror questa settimana. Ovviamente, qui a Savona ce ne becchiamo solo uno e Scary Stories to Tell in the Dark rimane al palo; potrei correre a Genova a vederlo ma considerato che i miei compari "horror" si liberano solo una volta alla settimana e la prossima uscirà Doctor Sleep, posso pure fare ciao ciao al film prodotto da Del Toro. Ma poiché dovrebbe aspettarmi un'abbuffata horror al ToHorror di Torino, forse non posso lamentarmi. ENJOY!
Finché morte non ci separi
Tutto il mio folle amore
Downton Abbey
Il cinema d'élite fa addirittura doppietta.
Pepe Mujica - Una vita suprema
Il mio profilo migliore
Finché morte non ci separi
Reazione a caldo: Yayyyy!!!!
Bolla, rifletti!: Adorabile e adorata Samara Weaving, finalmente su uno schermo grande! Chissà se questo "nascondino" nuziale in versione horror sarà divertente e ansiogeno come promette il trailer?Tutto il mio folle amore
Reazione a caldo: Sigh.
Bolla, rifletti!: Sarà per la splendida Next to Me che si sente nel trailer, commovente come pochi, ma è la prima volta che vorrei andare al cinema a vedere un film italiano, con tutto il cuore. Ahimé, tra la trasferta torinese e altre priorità rimarrà al palo anche l'ultimo film di Salvatores, e mi dispiace perché ho cominciato a coltivare un grande aMMore per Santamaria.Downton Abbey
Reazione a caldo: ye, gawd.
Bolla, rifletti!: Possa la regina fulminarmi ma non ho MAI visto una sola puntata della serie. Vergogna. A prescindere, avendo comunque avuto modo di udire l'accento e la polished pronunciation dei coinvolti, non andrei al cinema a vederlo doppiato nemmeno se fossi una fan accanita.Il cinema d'élite fa addirittura doppietta.
Pepe Mujica - Una vita suprema
Reazione a caldo: Mah.
Bolla, rifletti!: Non amando troppo i documentari e non conoscendo il soggetto (l'ex presidente dell'Uruguay) direi che non sono minimamente interessata ma se vi piace il genere dirige Kusturica, quindi fossi in voi correrei al cinema.Il mio profilo migliore
Reazione a caldo: Troppi film interessanti!
Bolla, rifletti!: Altro candidato a un sicuro recupero questo film che non racconta solo l'amore ai tempi dei social e le maschere che possiamo indossare su internet ma anche il disagio di chi ha 50 anni e giustamente non se li sente addosso. Garantisce Juliette Binoche. mercoledì 23 ottobre 2019
Eli (2019)
In questi giorni ho guardato, quasi per scherzo, Eli, il nuovo film Netflix diretto dal regista Ciarán Foy, senza aspettarmi nulla di che. Mi sono dovuta ricredere, ma ora non so come scrivere un post privo di SPOILER.
Trama: il piccolo Eli, affetto da una malattia autoimmune, viene portato come ultima spiaggia in una casa isolata dove la dottoressa Horn afferma di poterlo curare. All'interno della casa, però, cominciano a succedere cose strane...
Facciamo così. In questo primo paragrafo bandirò gli spoiler e cercherò di spiegarvi brevemente perché Eli è un film che merita di venire visto a prescindere dalla sua apparente banalità. Nel secondo paragrafo mi sfogherò un po' di più e sconfinerò nel terrificante territorio dello spoiler, perché era già qualche tempo che un horror non mi soddisfaceva in questo modo. Eli parte da un assunto intrigante, che unisce l'horror "medico" a quello più paranormale e che prevede un protagonista reso ancora più fragile da un difetto fisico o malattia (in questo caso Eli è costretto a vivere in ambienti completamente sterili e ad uscire di casa con una tuta simile a quella degli astronauti), inserito in un luogo potenzialmente pericoloso e popolato da personaggi ambigui. In apparenza, la casa di cura gestita dalla dottoressa Horn è irreprensibile, anche se vi sono posti, all'interno, dove non è consentito andare e che non sono completamente sterili, tuttavia le cure che vengono inflitte ad Eli sono al limite della tortura medievale e, come se ancora non bastasse, il piccolo si ritrova presto a venire attaccato nottetempo da alcuni spettri malevoli, senza peraltro venire creduto. La trama, come vedete, è abbastanza infarcita di cliché e lo stile di regia e sceneggiatura è quello tipico di un prodotto Blumhouse a base di entità malvagie, un The Conjuring ambientato in un ospedale (o al limite un Sinister, visto che Foy ha diretto il secondo capitolo della saga), durante la cui visione lo spettatore deve stare attento a non morire d'infarto causa jump scare assortiti filtrati da specchi o vetri, particolarmente diffusi all'interno della casa di cura. Tuttavia, tra gli strilli e l'interpretazione convintissima del piccolo Charlie Shotwell e tanti piccoli indizi che mostrano una famiglia disperata e nemmeno troppo unita (bellissima l'inquadratura all'interno della quale le mani dei genitori si dividono non appena si è chiusa la porta alle spalle del figlio), la sceneggiatura ci porta nel vivo della storia senza perdersi in spiegoni e soprattutto non cala di tensione nemmeno per un istante, anche quando i jump scare scompaiono e il film abbraccia la sua seconda anima. Se vi fidate di me anche con queste poche, scarne informazioni, il consiglio è quello di recuperare Eli senza remore perché è uno degli originali Netflix migliori al momento in catalogo... altrimenti proseguite, a vostro rischio e pericolo, perché entriamo nel regno dello
SPOILER
A un certo punto la sceneggiatura di Eli cambia completamente direzione e ribalta il punto di vista dello spettatore, che arriva a sentirsi intelligentemente gabbato e comincia a ripensare a tanti piccoli dettagli che lì per lì non quadravano, in primis l'impossibilità di avere un'intera magione sterilizzata. Certo, passata l'onda dell'entusiasmo c'è anche da dire che l'intero impianto scricchiola quanto le assi dei pavimenti di una casa infestata (arrivare a convincere il figlio di essere malato per curarlo del suo vero male? Ma a che pro? Bastava un esorcista, santo cielo. In tutta l'America ci sono solo queste tre suore scappate di casa in grado di esorcizzare pargoli o eliminare la progenie del Demonio? Peraltro passando per "fasi" in cui è persino necessario praticargli dei fori nella scatola cranica? Aiuto.), però è talmente convincente il modo in cui la sceneggiatura riesce a farsi beffe dell'utente Netflix, medio o scafato che sia, sviandolo in almeno due/tre modi differenti, che non si può non arrivare alla fine di Eli con un bel sorriso sulle labbra. L'idea dei fantasmi in apparenza malvagi che in realtà aiutano il protagonista, per esempio, era "sgamabile" sin dall'inizio ma onestamente non avrei mai pensato che le entità fossero davvero maligne perché lo è anche il loro protetto. E così lo spettatore per la maggior parte della durata si ritrova a fare il tifo per Eli, a volere bene alla madre Rose (nomen omen) che pare manipolata da un marito orco, a detestare l'ambigua dottoressa Horn e a sperare che il povero pargolo guarisca e sopravviva o magari muoia in maniera eroica per salvare altri bimbi come lui... finché tutto crolla, in un finale concitato ed ironicamente crudele. Come ho scritto sopra, Eli non racconta nulla di nuovo e si appoggia a svariati cliché del genere, ma è il modo in cui vengono mescolati a convincere e a spingere lo spettatore a sorvolare su alcune incongruenze e forzature. E poi, insomma, è sempre bello vedere Kelly Reilly, soprattutto perché la sua interpretazione da mamma apprensiva ed esageratamente dolce, tutta sussurri e trucchetti per calmarsi, nasconde una voragine di angoscia e segreti taciuti. Come sempre, non c'è nulla di meglio di un piccolo protagonista malvagio per ravvivare un film, e decisamente Eli si è conquistato un posto nell'olimpo dei miei preferiti!
FINE SPOILER/POST
Del regista Ciarán Foy ho già parlato QUI. Kelly Reilly (Rose) e Lily Taylor (Dr. Horn) le trovate invece ai rispettivi link.
Charlie Shotwell interpreta Eli. Americano, ha partecipato a film come Captain Fantastic, Tutti i soldi del mondo e The Nightingale. Ha 10 anni e tre film in uscita.
Sadie Sink, che interpreta Haley, è la Max di Stranger Things. ENJOY!
Trama: il piccolo Eli, affetto da una malattia autoimmune, viene portato come ultima spiaggia in una casa isolata dove la dottoressa Horn afferma di poterlo curare. All'interno della casa, però, cominciano a succedere cose strane...
Facciamo così. In questo primo paragrafo bandirò gli spoiler e cercherò di spiegarvi brevemente perché Eli è un film che merita di venire visto a prescindere dalla sua apparente banalità. Nel secondo paragrafo mi sfogherò un po' di più e sconfinerò nel terrificante territorio dello spoiler, perché era già qualche tempo che un horror non mi soddisfaceva in questo modo. Eli parte da un assunto intrigante, che unisce l'horror "medico" a quello più paranormale e che prevede un protagonista reso ancora più fragile da un difetto fisico o malattia (in questo caso Eli è costretto a vivere in ambienti completamente sterili e ad uscire di casa con una tuta simile a quella degli astronauti), inserito in un luogo potenzialmente pericoloso e popolato da personaggi ambigui. In apparenza, la casa di cura gestita dalla dottoressa Horn è irreprensibile, anche se vi sono posti, all'interno, dove non è consentito andare e che non sono completamente sterili, tuttavia le cure che vengono inflitte ad Eli sono al limite della tortura medievale e, come se ancora non bastasse, il piccolo si ritrova presto a venire attaccato nottetempo da alcuni spettri malevoli, senza peraltro venire creduto. La trama, come vedete, è abbastanza infarcita di cliché e lo stile di regia e sceneggiatura è quello tipico di un prodotto Blumhouse a base di entità malvagie, un The Conjuring ambientato in un ospedale (o al limite un Sinister, visto che Foy ha diretto il secondo capitolo della saga), durante la cui visione lo spettatore deve stare attento a non morire d'infarto causa jump scare assortiti filtrati da specchi o vetri, particolarmente diffusi all'interno della casa di cura. Tuttavia, tra gli strilli e l'interpretazione convintissima del piccolo Charlie Shotwell e tanti piccoli indizi che mostrano una famiglia disperata e nemmeno troppo unita (bellissima l'inquadratura all'interno della quale le mani dei genitori si dividono non appena si è chiusa la porta alle spalle del figlio), la sceneggiatura ci porta nel vivo della storia senza perdersi in spiegoni e soprattutto non cala di tensione nemmeno per un istante, anche quando i jump scare scompaiono e il film abbraccia la sua seconda anima. Se vi fidate di me anche con queste poche, scarne informazioni, il consiglio è quello di recuperare Eli senza remore perché è uno degli originali Netflix migliori al momento in catalogo... altrimenti proseguite, a vostro rischio e pericolo, perché entriamo nel regno dello
SPOILER
A un certo punto la sceneggiatura di Eli cambia completamente direzione e ribalta il punto di vista dello spettatore, che arriva a sentirsi intelligentemente gabbato e comincia a ripensare a tanti piccoli dettagli che lì per lì non quadravano, in primis l'impossibilità di avere un'intera magione sterilizzata. Certo, passata l'onda dell'entusiasmo c'è anche da dire che l'intero impianto scricchiola quanto le assi dei pavimenti di una casa infestata (arrivare a convincere il figlio di essere malato per curarlo del suo vero male? Ma a che pro? Bastava un esorcista, santo cielo. In tutta l'America ci sono solo queste tre suore scappate di casa in grado di esorcizzare pargoli o eliminare la progenie del Demonio? Peraltro passando per "fasi" in cui è persino necessario praticargli dei fori nella scatola cranica? Aiuto.), però è talmente convincente il modo in cui la sceneggiatura riesce a farsi beffe dell'utente Netflix, medio o scafato che sia, sviandolo in almeno due/tre modi differenti, che non si può non arrivare alla fine di Eli con un bel sorriso sulle labbra. L'idea dei fantasmi in apparenza malvagi che in realtà aiutano il protagonista, per esempio, era "sgamabile" sin dall'inizio ma onestamente non avrei mai pensato che le entità fossero davvero maligne perché lo è anche il loro protetto. E così lo spettatore per la maggior parte della durata si ritrova a fare il tifo per Eli, a volere bene alla madre Rose (nomen omen) che pare manipolata da un marito orco, a detestare l'ambigua dottoressa Horn e a sperare che il povero pargolo guarisca e sopravviva o magari muoia in maniera eroica per salvare altri bimbi come lui... finché tutto crolla, in un finale concitato ed ironicamente crudele. Come ho scritto sopra, Eli non racconta nulla di nuovo e si appoggia a svariati cliché del genere, ma è il modo in cui vengono mescolati a convincere e a spingere lo spettatore a sorvolare su alcune incongruenze e forzature. E poi, insomma, è sempre bello vedere Kelly Reilly, soprattutto perché la sua interpretazione da mamma apprensiva ed esageratamente dolce, tutta sussurri e trucchetti per calmarsi, nasconde una voragine di angoscia e segreti taciuti. Come sempre, non c'è nulla di meglio di un piccolo protagonista malvagio per ravvivare un film, e decisamente Eli si è conquistato un posto nell'olimpo dei miei preferiti!
FINE SPOILER/POST
Del regista Ciarán Foy ho già parlato QUI. Kelly Reilly (Rose) e Lily Taylor (Dr. Horn) le trovate invece ai rispettivi link.
Charlie Shotwell interpreta Eli. Americano, ha partecipato a film come Captain Fantastic, Tutti i soldi del mondo e The Nightingale. Ha 10 anni e tre film in uscita.
Sadie Sink, che interpreta Haley, è la Max di Stranger Things. ENJOY!
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martedì 22 ottobre 2019
The Voices (2014)
Quasi un anno fa col Bolluomo abbiamo adottato una gattina e ovviamente l'uomo di casa si è riscoperto gattaro (anche se credo lo sia sempre stato). Approfittando dell'immagine di un gatto particolarmente assurdo, sono riuscita quindi a fargli vedere The Voices, diretto nel 2014 dalla regista Marjane Satrapi e presente sulla piattaforma Amazon Prime Video.
Trama: Jerry lavora come magazziniere in una fabbrica di vasche da bagno, è timido e di buon cuore ma ha anche un grosso problema. La sua schizofrenia lo porta a sentire le voci degli animali di casa, una buona e una cattiva coscienza che arriveranno a confonderlo nel momento esatto in cui si innamorerà di una sua collega...
Ormai ho una memoria labile e fatico a ricordare tutti i film passati sui blog amici di cui bisognerebbe tenere traccia ma, chissà perché, almeno il titolo di The Voices era rimasto e quando è entrato a far parte del catalogo Prime Video l'ho inserito tra i preferiti. Onestamente, non ricordavo né che il protagonista fosse Ryan Reynolds (tanto che, quando è comparso, ho fatto la fatidica domanda "Ma diamine, quello è Ryan Reynolds?" Capitemi, sono miope/astigmatica e lo schermo della cucina/salottino non è enorme) né che la regista fosse Marjane Satrapi, cosa che mi ha creato uno scompenso psichico sul finale, quando il suo nome è comparso durante gli assurdi titoli di coda del film, però sono contenta che un minimo ricordo di The Voices mi sia rimasto perché rischiavo di perdermi una pellicola decisamente riuscita. Strana quanto volete, ovviamente, ché da un Ryan Reynolds ormai lanciatissimo ci aspetteremo mica una cosa normale? Più sconvolgente, invece, l'idea che Marjane Satrapi, dopo il commovente Persepolis, abbia deciso di dirigere una commedia a tratti demenziale (i titoli di coda, l'ho già detto, sono assurdi, uno schiaffo al senso del surreale dello spettatore) ma che più nera non si può, tanto che a un certo punto l'oscurità diventa la parte predominante e ridere delle disgrazie di Jerry diventa molto ma molto difficile. E pensare che, lì per lì, The Voices sarebbe un film anche innocuo: un uomo affetto da schizofrenia passa il tempo libero a parlare col suo cane e col suo gatto, rispettivamente l'angelo e il demone che gli sussurrano sulla spalla e che cominciano a diventare decisamente prodighi di consigli quando Jerry si innamora di Fiona, la nuova collega di origini inglesi. Il film inizia seguendo quindi il pattern di una commedia sentimentale di stampo surreale, con l'ingenuo e timido Jerry che viene preso in giro da Fiona e non si accorge che un'altra sua collega, Lisa, sarebbe seriamente intenzionata a mettersi con lui, ma nel corso di The Voices le aspettative dello spettatore vengono irrise più di una volta, soprattutto quando nel film si inserisce un elemento thriller e anche un po' horror, se vogliamo.
Non mi sento di aggiungere altro sulla trama, perché è interessante capire dove andrà a parare e anche perché a mio avviso è innanzitutto il modo in cui è stato realizzato The Voices a colpire, il modo in cui anche le immagini scivolano dallo stile comedy a quello horror senza soluzione di continuità. Il mondo di Jerry, il suo posto di lavoro, sono connotati da una fotografia luminosa e costumi all'interno dei quali i colori predominanti sono il rosa acceso e il rosso, specchio dei "caldi" sentimenti che esplodono nel cuore di Jerry nel momento in cui si innamora di Fiona, ma non solo, come si verrà a scoprire proseguendo nel film; il flash con cui all'improvviso cambiano i colori che circondano il protagonista, la fotografia e persino la scenografia delle sequenze, così simile a quella di mille serie televisive, è talmente repentino e impercettibile che, lì per lì, il cervello non lo registra nemmeno, almeno finché non subentra lo shock della consapevolezza di quanto, in realtà, l'esistenza di Jerry sia misera e solitaria e di come non ci sia nulla da ridere all'idea che un cane e un gatto (per quanto costruiti secondo gli stereotipi della comicità americana) battibecchino col loro padrone. In questo caso, ben venga l'utilizzo di una CGI poco invasiva ma necessaria per assecondare la schizofrenia di Ryan Reynolds e ben venga anche la sua incapacità attoriale, che rende Jerry in qualche modo "sbagliato" e strano fin dalle prime scene (sarebbe bello però poter vedere il film in lingua originale visto che Reynolds doppia tutte le "voci", peccato che Prime Video non lo consenta). Dal punto di vista del cast femminile, sia Gemma Arterton che Anna Kendrick sono deliziose, soprattutto la Kendrick, ma è fondamentale anche la stralunata professionalità di Jacki Weaver, altro personaggio che scivola senza soluzione di continuità dalla tipica psichiatra delle commedie USA a qualcosa di ben più angosciante. Insomma, non è facile parlare di The Voices senza fare troppi spoiler, lo avrete capito, quindi sarà meglio chiudere qui il post. Se avete Prime Video non perdetelo e fatemi sapere cosa ne pensate!
Della regista Marjane Satrapi ho già parlato QUI. Ryan Reynolds (Jerry/Mr. Wiskers/Bosco/Cervo/Bunny Monkey), Gemma Arterton (Fiona), Anna Kendrick (Lisa) e Jacki Weaver (Dr. Warren) li trovate invece ai rispettivi link.
Trama: Jerry lavora come magazziniere in una fabbrica di vasche da bagno, è timido e di buon cuore ma ha anche un grosso problema. La sua schizofrenia lo porta a sentire le voci degli animali di casa, una buona e una cattiva coscienza che arriveranno a confonderlo nel momento esatto in cui si innamorerà di una sua collega...
Ormai ho una memoria labile e fatico a ricordare tutti i film passati sui blog amici di cui bisognerebbe tenere traccia ma, chissà perché, almeno il titolo di The Voices era rimasto e quando è entrato a far parte del catalogo Prime Video l'ho inserito tra i preferiti. Onestamente, non ricordavo né che il protagonista fosse Ryan Reynolds (tanto che, quando è comparso, ho fatto la fatidica domanda "Ma diamine, quello è Ryan Reynolds?" Capitemi, sono miope/astigmatica e lo schermo della cucina/salottino non è enorme) né che la regista fosse Marjane Satrapi, cosa che mi ha creato uno scompenso psichico sul finale, quando il suo nome è comparso durante gli assurdi titoli di coda del film, però sono contenta che un minimo ricordo di The Voices mi sia rimasto perché rischiavo di perdermi una pellicola decisamente riuscita. Strana quanto volete, ovviamente, ché da un Ryan Reynolds ormai lanciatissimo ci aspetteremo mica una cosa normale? Più sconvolgente, invece, l'idea che Marjane Satrapi, dopo il commovente Persepolis, abbia deciso di dirigere una commedia a tratti demenziale (i titoli di coda, l'ho già detto, sono assurdi, uno schiaffo al senso del surreale dello spettatore) ma che più nera non si può, tanto che a un certo punto l'oscurità diventa la parte predominante e ridere delle disgrazie di Jerry diventa molto ma molto difficile. E pensare che, lì per lì, The Voices sarebbe un film anche innocuo: un uomo affetto da schizofrenia passa il tempo libero a parlare col suo cane e col suo gatto, rispettivamente l'angelo e il demone che gli sussurrano sulla spalla e che cominciano a diventare decisamente prodighi di consigli quando Jerry si innamora di Fiona, la nuova collega di origini inglesi. Il film inizia seguendo quindi il pattern di una commedia sentimentale di stampo surreale, con l'ingenuo e timido Jerry che viene preso in giro da Fiona e non si accorge che un'altra sua collega, Lisa, sarebbe seriamente intenzionata a mettersi con lui, ma nel corso di The Voices le aspettative dello spettatore vengono irrise più di una volta, soprattutto quando nel film si inserisce un elemento thriller e anche un po' horror, se vogliamo.
Non mi sento di aggiungere altro sulla trama, perché è interessante capire dove andrà a parare e anche perché a mio avviso è innanzitutto il modo in cui è stato realizzato The Voices a colpire, il modo in cui anche le immagini scivolano dallo stile comedy a quello horror senza soluzione di continuità. Il mondo di Jerry, il suo posto di lavoro, sono connotati da una fotografia luminosa e costumi all'interno dei quali i colori predominanti sono il rosa acceso e il rosso, specchio dei "caldi" sentimenti che esplodono nel cuore di Jerry nel momento in cui si innamora di Fiona, ma non solo, come si verrà a scoprire proseguendo nel film; il flash con cui all'improvviso cambiano i colori che circondano il protagonista, la fotografia e persino la scenografia delle sequenze, così simile a quella di mille serie televisive, è talmente repentino e impercettibile che, lì per lì, il cervello non lo registra nemmeno, almeno finché non subentra lo shock della consapevolezza di quanto, in realtà, l'esistenza di Jerry sia misera e solitaria e di come non ci sia nulla da ridere all'idea che un cane e un gatto (per quanto costruiti secondo gli stereotipi della comicità americana) battibecchino col loro padrone. In questo caso, ben venga l'utilizzo di una CGI poco invasiva ma necessaria per assecondare la schizofrenia di Ryan Reynolds e ben venga anche la sua incapacità attoriale, che rende Jerry in qualche modo "sbagliato" e strano fin dalle prime scene (sarebbe bello però poter vedere il film in lingua originale visto che Reynolds doppia tutte le "voci", peccato che Prime Video non lo consenta). Dal punto di vista del cast femminile, sia Gemma Arterton che Anna Kendrick sono deliziose, soprattutto la Kendrick, ma è fondamentale anche la stralunata professionalità di Jacki Weaver, altro personaggio che scivola senza soluzione di continuità dalla tipica psichiatra delle commedie USA a qualcosa di ben più angosciante. Insomma, non è facile parlare di The Voices senza fare troppi spoiler, lo avrete capito, quindi sarà meglio chiudere qui il post. Se avete Prime Video non perdetelo e fatemi sapere cosa ne pensate!
Della regista Marjane Satrapi ho già parlato QUI. Ryan Reynolds (Jerry/Mr. Wiskers/Bosco/Cervo/Bunny Monkey), Gemma Arterton (Fiona), Anna Kendrick (Lisa) e Jacki Weaver (Dr. Warren) li trovate invece ai rispettivi link.
domenica 20 ottobre 2019
3 from Hell (2019)
Nonostante le critiche piovute da ogni dove ho voluto toccare con mano gli abissi di tristezza in cui è sprofondato Rob Zombie con l'ultimo film da lui diretto e sceneggiato, 3 from Hell.
Trama: dopo essere stati catturati più morti che vivi, Capitan Spaulding, Otis e Baby vengono rinchiusi in carcere, processati e condannati chi all'ergastolo chi alla pena di morte. Nel frattempo, Otis riesce a fuggire con l'aiuto del folle cugino e la mattanza ricomincia...
Chi segue il mio blog sa che ho sempre difeso Zombie a spada tratta, salvando anche quello che poteva non essere salvabile. Contrariamente a molti, ho apprezzato tantissimo Le streghe di Salem, ho trovato molte cose bellissime in 31, ho persino voluto bene a Halloween - The Beginning (pur non avendo visto il sequel) e a chi definiva la povera Sheri Moon Zombie "cagna maledetta" ho sempre mostrato il dito medio, facendo spallucce. Stavolta, ahimé, mi tocca gettare la spugna. Dopo La casa dei 1000 corpi, coloratissimo e psichedelico divertissement che omaggiava spudoratamente Non aprite quella porta e dopo quel capolavoro di The Devil's Rejects, horror "bruciato" dal sole capace di rendere affascinanti esseri meritevoli di odio sempiterno, Zombie ha deciso che quella vacca non era stata munta abbastanza e che era il caso di riprendere la storia di Otis, Baby e Captain Spaulding (è andata bene al povero Sid Haig, che in questa monnezza compare giusto due minuti, impossibilitato a fare di più a causa della malattia che di lì a poco lo avrebbe condotto alla morte, ciao Sid) per aggiungere un tassello in più. Come dicevano i Depeche Mode: "WRONG". 3 from Hell è un'involuzione, è peggio di un'opera di esordio sfacciata e coloratussa, è la noia fatta a film e l'incarnazione stessa dell'imbarazzo, non solo per gli attori che palesemente non ne hanno più voglia e son talmente cani da risultare irriconoscibili (probabilmente ci credono solo Sheri Moon e Richard Brake, con risultati LEGGERMENTE diversi, ché lui un po' di dignità la mantiene ancora, non fosse altro perché il ruolo di killer folle e zoticone gli calza a pennello) ma anche per la sciatteria svogliata di una trama scritta sullo scontrino di un diner, che più volte fa esclamare "e vabbé" con occhi roteanti o per la regia che non sa bene che direzione far prendere all'insieme.
E pensare che all'inizio avevo molte speranze e lì per lì mi sono anche chiesta se gli altri spettatori non fossero stati troppo cattivi con Zombie. Lo stile da documentario vintage e l'accenno di fascinazione esercitata dai 3 from Hell sull'opinione pubblica USA mi faceva sperare in un bel casino su scala nazionale, la riaffermazione dei principi anarchico-satanisti della famiglia Firefly, una riflessione profonda sulla scia di quanto mostrato in The Devil's Rejects... invece nulla, il tutto si è trasformato nello one woman show di Sheri Moon Zombie prima, tra gatteenee ballereenee e dialoghi imbarazzanti, e in un terzetto di dementi che ammazza gente a sfregio poi, tre sbandati che non sanno bene cosa fare e tanto per cambiare un po' decidono di andare in Messico a sfondarsi di zoccolone e droga, scatenando le ire di un tizio che ha la casa tappezzata da santini di Danny Trejo (scherzo, c'è un motivo, ma giuro lì ho riso tantissimo e alla fine ho persino esclamato "e adesso i santini di Danny Trejo me li piglio io"), con ovvi risultati. A un certo punto viene persino scomodato Lon Chaney col suo Gobbo di Notre Dame, altro spunto di riflessione sull'essere freaks mandato in vacca e annegato in un delirio di banalità, ma arrivati a quel punto nulla avrebbe potuto salvare la baracca, nemmeno Lon Chaney in persona. Non dopo aver visto per quasi due ore Sheri Moon Zombie miagolare a gattini immaginari, saltellare a mo' di Pippi Calzelunghe, pronunciare ogni frase in falsetto, strabuzzare gli occhioni pazzi e agitare le manine matte, provando OGNI maledetta volta il desiderio di prenderla a schiaffi fortissimi. Se alla fine di The Devil's Rejects si arrivava col magone, con l'assurda vergogna di aver parteggiato per una famiglia di maniaci almeno per un istante, qui si arriva alla fine con la sensazione che sventrare a mani nude Baby, Otis e Foxy sarebbe anche poco. Davvero, quando si preferirebbe vedere "vincere" gli antagonisti peggio caratterizzati del mondo (nei panni di Dee Wallace mi sarei vergognata e Jeff Daniel Phillips non ci fa una figura migliore) piuttosto che i protagonisti, significa che qualcosa è andato drammaticamente storto. Fossi in voi eviterei e mi fermerei a The Devil's Rejects, non importa quanto pensiate di essere fan di Zombie. Credetemi, è meglio così.
Del regista e sceneggiatore Rob Zombie ho già parlato QUI. Sheri Moon Zombie (Baby), Bill Moseley (Otis Driftwood), Sid Haig (Capitan Spaulding), Jeff Daniel Phillips (Direttore Virgil Harper), Richard Brake (Winslow Foxworth Coltrane), Dee Wallace (Greta), Clint Howard (Mr. Baggy Britches), Danny Trejo (Rondo) e Barry Bostwick (Narratore) li trovate invece ai rispettivi link.
Come ho scritto nel post, ignorate questo cumulo di sterco fumante e, se vi piace il genere, recuperate invece La casa dei 1000 corpi e The Devil's Rejects, conosciuto con l'indegno titolo italiano La casa del diavolo. Questa cosa sarà, se mai arriverà in Italia, La casa delle libertà? ENJOY!
Trama: dopo essere stati catturati più morti che vivi, Capitan Spaulding, Otis e Baby vengono rinchiusi in carcere, processati e condannati chi all'ergastolo chi alla pena di morte. Nel frattempo, Otis riesce a fuggire con l'aiuto del folle cugino e la mattanza ricomincia...
Chi segue il mio blog sa che ho sempre difeso Zombie a spada tratta, salvando anche quello che poteva non essere salvabile. Contrariamente a molti, ho apprezzato tantissimo Le streghe di Salem, ho trovato molte cose bellissime in 31, ho persino voluto bene a Halloween - The Beginning (pur non avendo visto il sequel) e a chi definiva la povera Sheri Moon Zombie "cagna maledetta" ho sempre mostrato il dito medio, facendo spallucce. Stavolta, ahimé, mi tocca gettare la spugna. Dopo La casa dei 1000 corpi, coloratissimo e psichedelico divertissement che omaggiava spudoratamente Non aprite quella porta e dopo quel capolavoro di The Devil's Rejects, horror "bruciato" dal sole capace di rendere affascinanti esseri meritevoli di odio sempiterno, Zombie ha deciso che quella vacca non era stata munta abbastanza e che era il caso di riprendere la storia di Otis, Baby e Captain Spaulding (è andata bene al povero Sid Haig, che in questa monnezza compare giusto due minuti, impossibilitato a fare di più a causa della malattia che di lì a poco lo avrebbe condotto alla morte, ciao Sid) per aggiungere un tassello in più. Come dicevano i Depeche Mode: "WRONG". 3 from Hell è un'involuzione, è peggio di un'opera di esordio sfacciata e coloratussa, è la noia fatta a film e l'incarnazione stessa dell'imbarazzo, non solo per gli attori che palesemente non ne hanno più voglia e son talmente cani da risultare irriconoscibili (probabilmente ci credono solo Sheri Moon e Richard Brake, con risultati LEGGERMENTE diversi, ché lui un po' di dignità la mantiene ancora, non fosse altro perché il ruolo di killer folle e zoticone gli calza a pennello) ma anche per la sciatteria svogliata di una trama scritta sullo scontrino di un diner, che più volte fa esclamare "e vabbé" con occhi roteanti o per la regia che non sa bene che direzione far prendere all'insieme.
E pensare che all'inizio avevo molte speranze e lì per lì mi sono anche chiesta se gli altri spettatori non fossero stati troppo cattivi con Zombie. Lo stile da documentario vintage e l'accenno di fascinazione esercitata dai 3 from Hell sull'opinione pubblica USA mi faceva sperare in un bel casino su scala nazionale, la riaffermazione dei principi anarchico-satanisti della famiglia Firefly, una riflessione profonda sulla scia di quanto mostrato in The Devil's Rejects... invece nulla, il tutto si è trasformato nello one woman show di Sheri Moon Zombie prima, tra gatteenee ballereenee e dialoghi imbarazzanti, e in un terzetto di dementi che ammazza gente a sfregio poi, tre sbandati che non sanno bene cosa fare e tanto per cambiare un po' decidono di andare in Messico a sfondarsi di zoccolone e droga, scatenando le ire di un tizio che ha la casa tappezzata da santini di Danny Trejo (scherzo, c'è un motivo, ma giuro lì ho riso tantissimo e alla fine ho persino esclamato "e adesso i santini di Danny Trejo me li piglio io"), con ovvi risultati. A un certo punto viene persino scomodato Lon Chaney col suo Gobbo di Notre Dame, altro spunto di riflessione sull'essere freaks mandato in vacca e annegato in un delirio di banalità, ma arrivati a quel punto nulla avrebbe potuto salvare la baracca, nemmeno Lon Chaney in persona. Non dopo aver visto per quasi due ore Sheri Moon Zombie miagolare a gattini immaginari, saltellare a mo' di Pippi Calzelunghe, pronunciare ogni frase in falsetto, strabuzzare gli occhioni pazzi e agitare le manine matte, provando OGNI maledetta volta il desiderio di prenderla a schiaffi fortissimi. Se alla fine di The Devil's Rejects si arrivava col magone, con l'assurda vergogna di aver parteggiato per una famiglia di maniaci almeno per un istante, qui si arriva alla fine con la sensazione che sventrare a mani nude Baby, Otis e Foxy sarebbe anche poco. Davvero, quando si preferirebbe vedere "vincere" gli antagonisti peggio caratterizzati del mondo (nei panni di Dee Wallace mi sarei vergognata e Jeff Daniel Phillips non ci fa una figura migliore) piuttosto che i protagonisti, significa che qualcosa è andato drammaticamente storto. Fossi in voi eviterei e mi fermerei a The Devil's Rejects, non importa quanto pensiate di essere fan di Zombie. Credetemi, è meglio così.
Del regista e sceneggiatore Rob Zombie ho già parlato QUI. Sheri Moon Zombie (Baby), Bill Moseley (Otis Driftwood), Sid Haig (Capitan Spaulding), Jeff Daniel Phillips (Direttore Virgil Harper), Richard Brake (Winslow Foxworth Coltrane), Dee Wallace (Greta), Clint Howard (Mr. Baggy Britches), Danny Trejo (Rondo) e Barry Bostwick (Narratore) li trovate invece ai rispettivi link.
Come ho scritto nel post, ignorate questo cumulo di sterco fumante e, se vi piace il genere, recuperate invece La casa dei 1000 corpi e The Devil's Rejects, conosciuto con l'indegno titolo italiano La casa del diavolo. Questa cosa sarà, se mai arriverà in Italia, La casa delle libertà? ENJOY!
venerdì 18 ottobre 2019
Fog (1980)
Qualche sera fa mi è capitato di guardare Fog (The Fog) diretto e co-sceneggiato nel 1980 dal regista John Carpenter.
Trama: gli abitanti di una cittadina in riva al mare si ritrovano a dover combattere contro un gruppo di fantasmi assassini portati dalla nebbia...
E' il 2019, ho 38 anni, adoro l'horror ma nonostante questo non avevo mai visto Fog prima di qualche settimana fa. Vergogna su di me. E vergogna anche perché mi ritroverò a parlare impropriamente di un film che altri spettatori e fan di Carpenter adorano, di cui è stato discusso ampiamente in mille modi interessanti, e il mio post stinfio gli renderà ben poco onore, ahimé. Ma ci proviamo, dai. Fog è LA storia di fantasmi per eccellenza, uno di quei racconti perfetti per le serate passate attorno al fuoco, non a caso il prologo mostra un navigatissimo "capitano" che racconta a un gruppo di attenti pargoletti la triste storia della nave Elizabeth Dane, schiantatasi a fine '800 contro gli scogli di San Antonio Bay a causa dell'inganno degli abitanti. La leggenda narra che i poveri passeggeri della nave, tutti già malati di lebbra e desiderosi solo di avere un porto sicuro dove approdare, sarebbero tornati a vendicarsi dopo cent'anni e così, in effetti, succede. A San Antonio Bay cominciano ad accadere stranissimi ed inquietanti fenomeni, mentre una nebbia spettrale e luminescente compare di notte al largo delle coste, portando con sé morte e distruzione. Converrete con me che non esiste trama più semplice di così ma la semplicità con Carpenter è solo apparenza. Sotto la tradizionale storia di fantasmi c'è un'allegoria dell'America colonialista, del popolo che festeggia le sue tradizioni ignorando (volutamente o meno) quanto sangue sia stato versato per stabilirle; c'è la volontà di "lavare i panni in casa", trincerandosi all'interno di una piccola cittadina e ammettendo implicitamente la vergogna di avere un passato deprecabile, a rischio di mandare al diavolo ogni speranza di sopravvivenza; ci sono personaggi femminili che precorrono i tempi e che non hanno assolutamente bisogno degli uomini per affermarsi o per sopravvivere al sovrannaturale; c'è, infine, un clima di allucinata incertezza che si tende come un filo dall'inizio alla fine del film, introdotto dalla citazione di Un sogno dentro a un sogno di Poe e concluso con uno dei più terrificanti "avvertimenti" della storia del cinema horror, preludio ovviamente di un finale scioccante ma "giusto" che non sto a rivelarvi.
Al di là dei messaggi più o meno sottesi, Fog ha un anno più di me ma ancora riesce a mettere inquietudine, un po' come quando mi guardo allo specchio, per inciso. La messinscena generale forse patisce di una certa aura di "vecchiume" ma non c'è nulla di vecchio nella costruzione della tensione, veicolata da un semplice bussare alla porta, dilatata per tutto il tempo necessario ad aprirla e scoprire cosa si nasconde dietro, giocando con gli stilemi dell'horror fino a permettersi di ignorarli; al buio, dove si scorge soltanto il bagliore di occhi rossi, nell'ambiente illuminato di un obitorio che mette i brividi, in una chiesa cupa, sul filo del telefono, in cima a un faro dove l'orrore viene sbattuto letteralmente in faccia, Carpenter riesce a costruire in ogni circostanza sequenze inquietanti e memorabili senza spargere una sola goccia di sangue, lasciando all'immaginazione dello spettatore il risultato dei colpi di spada ed uncino sotto i quali cadono come mosche gli abitanti di Antonio Bay. E' un po' il fil rouge di Fog quello di non poter "vedere", in effetti, ed ecco dunque venire in soccorso l'udito laddove la vista difetta: l'intero film è percorso dalla voce, bella e sensuale, di Adrienne Barbeau, proprietaria della stazione radiofonica della cittadina la quale, tra un pezzo jazz e l'altro, mette in guardia gli ascoltatori quando la minaccia della nebbia si fa palpabile e li invita a non abbassare mai la guardia. Qualcuno lo fa, ahimé, ignorando la voce della fanciulla e quella della coscienza, inascoltata come 100 anni prima, ma voi non tappatevi le orecchie e non fate come me, che per quasi quattro decenni ho ignorato Fog, e recuperatelo immantinente!
Del regista e co-sceneggiatore John Carpenter, che interpreta anche Bennett, ho già parlato QUI. Jamie Lee Curtis (Elizabeth Solley), Janet Leigh (Kathy Williams), Charles Cyphers (Dan O'Bannon), Nancy Kyes (Sandy Fadel), Hal Holbrook (Padre Malone), George "Buck" Flower (Tommy Wallace) e Tommy Lee Wallace (Fantasma) li trovate ai rispettivi link.
Adrienne Barbeau interpreta Stevie Wayne. Ex moglie di Carpenter, americana, ha partecipato a film come 1997: Fuga da New York, Creepshow, La cosa, Demolition Man, Dredd - La legge sono io, Argo, Tales of Halloween e a serie quali Love Boat, Ai confini della realtà, La signora in giallo, I viaggiatori, Nash Bridges, Sabrina vita da strega, Cold Case, Dexter, Grey's Anatomy, CSI: NY, Criminal Minds e Creepshow; come doppiatrice ha lavorato per le serie The Real Ghostbusters, Batman, Angry Beavers, Totally Spies! e American Dad!. Anche sceneggiatrice, ha 74 anni e cinque film in uscita.
Tom Atkins interpreta Nick Castle. Americano, ha partecipato a film come 1997: Fuga da New York, Creepshow, Halloween III - Il signore della notte, Arma letale, Due occhi diabolici, Impatto imminente, San Valentino di sangue e a serie quali MASH, Alfred Hitchcock presenta, Xena: Principessa guerriera e Oz. Ha 84 anni e un film in uscita.
Tra le guest star segnalo il tecnico degli effetti speciali Rob Bottin nei panni di Blake e Debra Hill, co-sceneggiatrice del film, che compare come extra. Il ruolo di padre Malone era stato offerto a Christopher Lee ma alla fine il grande attore ha dovuto rinunciare. Fog è stato rifatto nel 2005 col titolo The Fog - Nebbia assassina, che ovviamente non ho mai visto. Se Fog vi fosse piaciuto potreste recuperarlo ma non garantisco. ENJOY!
Trama: gli abitanti di una cittadina in riva al mare si ritrovano a dover combattere contro un gruppo di fantasmi assassini portati dalla nebbia...
E' il 2019, ho 38 anni, adoro l'horror ma nonostante questo non avevo mai visto Fog prima di qualche settimana fa. Vergogna su di me. E vergogna anche perché mi ritroverò a parlare impropriamente di un film che altri spettatori e fan di Carpenter adorano, di cui è stato discusso ampiamente in mille modi interessanti, e il mio post stinfio gli renderà ben poco onore, ahimé. Ma ci proviamo, dai. Fog è LA storia di fantasmi per eccellenza, uno di quei racconti perfetti per le serate passate attorno al fuoco, non a caso il prologo mostra un navigatissimo "capitano" che racconta a un gruppo di attenti pargoletti la triste storia della nave Elizabeth Dane, schiantatasi a fine '800 contro gli scogli di San Antonio Bay a causa dell'inganno degli abitanti. La leggenda narra che i poveri passeggeri della nave, tutti già malati di lebbra e desiderosi solo di avere un porto sicuro dove approdare, sarebbero tornati a vendicarsi dopo cent'anni e così, in effetti, succede. A San Antonio Bay cominciano ad accadere stranissimi ed inquietanti fenomeni, mentre una nebbia spettrale e luminescente compare di notte al largo delle coste, portando con sé morte e distruzione. Converrete con me che non esiste trama più semplice di così ma la semplicità con Carpenter è solo apparenza. Sotto la tradizionale storia di fantasmi c'è un'allegoria dell'America colonialista, del popolo che festeggia le sue tradizioni ignorando (volutamente o meno) quanto sangue sia stato versato per stabilirle; c'è la volontà di "lavare i panni in casa", trincerandosi all'interno di una piccola cittadina e ammettendo implicitamente la vergogna di avere un passato deprecabile, a rischio di mandare al diavolo ogni speranza di sopravvivenza; ci sono personaggi femminili che precorrono i tempi e che non hanno assolutamente bisogno degli uomini per affermarsi o per sopravvivere al sovrannaturale; c'è, infine, un clima di allucinata incertezza che si tende come un filo dall'inizio alla fine del film, introdotto dalla citazione di Un sogno dentro a un sogno di Poe e concluso con uno dei più terrificanti "avvertimenti" della storia del cinema horror, preludio ovviamente di un finale scioccante ma "giusto" che non sto a rivelarvi.
Al di là dei messaggi più o meno sottesi, Fog ha un anno più di me ma ancora riesce a mettere inquietudine, un po' come quando mi guardo allo specchio, per inciso. La messinscena generale forse patisce di una certa aura di "vecchiume" ma non c'è nulla di vecchio nella costruzione della tensione, veicolata da un semplice bussare alla porta, dilatata per tutto il tempo necessario ad aprirla e scoprire cosa si nasconde dietro, giocando con gli stilemi dell'horror fino a permettersi di ignorarli; al buio, dove si scorge soltanto il bagliore di occhi rossi, nell'ambiente illuminato di un obitorio che mette i brividi, in una chiesa cupa, sul filo del telefono, in cima a un faro dove l'orrore viene sbattuto letteralmente in faccia, Carpenter riesce a costruire in ogni circostanza sequenze inquietanti e memorabili senza spargere una sola goccia di sangue, lasciando all'immaginazione dello spettatore il risultato dei colpi di spada ed uncino sotto i quali cadono come mosche gli abitanti di Antonio Bay. E' un po' il fil rouge di Fog quello di non poter "vedere", in effetti, ed ecco dunque venire in soccorso l'udito laddove la vista difetta: l'intero film è percorso dalla voce, bella e sensuale, di Adrienne Barbeau, proprietaria della stazione radiofonica della cittadina la quale, tra un pezzo jazz e l'altro, mette in guardia gli ascoltatori quando la minaccia della nebbia si fa palpabile e li invita a non abbassare mai la guardia. Qualcuno lo fa, ahimé, ignorando la voce della fanciulla e quella della coscienza, inascoltata come 100 anni prima, ma voi non tappatevi le orecchie e non fate come me, che per quasi quattro decenni ho ignorato Fog, e recuperatelo immantinente!
Del regista e co-sceneggiatore John Carpenter, che interpreta anche Bennett, ho già parlato QUI. Jamie Lee Curtis (Elizabeth Solley), Janet Leigh (Kathy Williams), Charles Cyphers (Dan O'Bannon), Nancy Kyes (Sandy Fadel), Hal Holbrook (Padre Malone), George "Buck" Flower (Tommy Wallace) e Tommy Lee Wallace (Fantasma) li trovate ai rispettivi link.
Adrienne Barbeau interpreta Stevie Wayne. Ex moglie di Carpenter, americana, ha partecipato a film come 1997: Fuga da New York, Creepshow, La cosa, Demolition Man, Dredd - La legge sono io, Argo, Tales of Halloween e a serie quali Love Boat, Ai confini della realtà, La signora in giallo, I viaggiatori, Nash Bridges, Sabrina vita da strega, Cold Case, Dexter, Grey's Anatomy, CSI: NY, Criminal Minds e Creepshow; come doppiatrice ha lavorato per le serie The Real Ghostbusters, Batman, Angry Beavers, Totally Spies! e American Dad!. Anche sceneggiatrice, ha 74 anni e cinque film in uscita.
Tom Atkins interpreta Nick Castle. Americano, ha partecipato a film come 1997: Fuga da New York, Creepshow, Halloween III - Il signore della notte, Arma letale, Due occhi diabolici, Impatto imminente, San Valentino di sangue e a serie quali MASH, Alfred Hitchcock presenta, Xena: Principessa guerriera e Oz. Ha 84 anni e un film in uscita.
Tra le guest star segnalo il tecnico degli effetti speciali Rob Bottin nei panni di Blake e Debra Hill, co-sceneggiatrice del film, che compare come extra. Il ruolo di padre Malone era stato offerto a Christopher Lee ma alla fine il grande attore ha dovuto rinunciare. Fog è stato rifatto nel 2005 col titolo The Fog - Nebbia assassina, che ovviamente non ho mai visto. Se Fog vi fosse piaciuto potreste recuperarlo ma non garantisco. ENJOY!
giovedì 17 ottobre 2019
(Gio)WE, Bolla! del 17/10/2019
Buon giovedì a tutti! Nella settimana in cui trionfa lo stra-potere Disney cosa rimane per chi, come me, non sopporta Maleficent? ENJOY!
Maleficent - Signora del male
The Informer - Tre secondi per sopravvivere
The Kill Team
Se mi vuoi bene
Al cinema d'èlite le cose si fanno serie.
Grazie a Dio
Maleficent - Signora del male
Reazione a caldo: per carità.
Bolla, rifletti!: Mi dispiace solo per la presenza di Michelle Pfeiffer, che adoro, ma siccome già non mi era piaciuto lo stupidissimo Maleficent direi che evito.The Informer - Tre secondi per sopravvivere
Reazione a caldo: Mah.
Bolla, rifletti!: C'è qualche attore interessante e me ne dispiace, perché questo sembra proprio uno di quegli action thriller buoni giusto per una serata davanti alla TV. Niente, evito anche questo.The Kill Team
Reazione a caldo: perché no?
Bolla, rifletti!: questo sembra il film più interessante tra quelli proposti al multisala, anche se non amo troppo il genere "di guerra". Ispirato ad una storia vera da cui lo stesso regista ha tratto un documentario, parla dell'angoscia e delle contraddizioni della vita militare nell'esercito USA e potrebbe essere una di quelle pellicole capaci di far incazzare a morte gli spettatori.Se mi vuoi bene
Reazione a caldo: no no
Bolla, rifletti!: Basta Fausto Brizzi e basta tragicommedie italiane sempre con le stesse facce. Basta, vi prego.Al cinema d'èlite le cose si fanno serie.
Grazie a Dio
Reazione a caldo: aiuto.
Bolla, rifletti!: L'ultimo film di Ozon parla di preti pedofili e delle loro vittime, un argomento capace di scatenare l'Anticristo che è in me. Sicuramente lo recupererò ma con calma e sola, in una stanza dove posso bestemmiare in pace.
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