venerdì 6 novembre 2020

Visioni dal Trieste Science + Fiction Film Festival (Parte IV)

Il Trieste Science + Fiction Film Festival è finito quindi finiscono anche le mie brevissime e poco interessanti recensioni, che vi consigliano un paio di film da tenere d'occhio e uno che... vabbé. ENJOY!


Dune Drifter (Marc Price, 2020)

Fantascienza molto slow budget. Se vi siete mai chiesti cosa dovevano provare in Star Wars tutti i piloti che venivano colpiti dai raggi delle altre navicelle, ora avrete la risposta, con urla a profusione di puro dolore da ustioni, corrosione, terrore e quanto di più bello potrete trovare nello spazio. Il punto di forza di Dune Drifter è che, salvo l'introduzione noiosetta, più che altro limitata alle stesse tre/quattro inquadrature ripetute, quando ingrana non dà un attimo di tregua e l'intrattenimento ansiogeno che offre è abbastanza per sorvolare su quegli orrendi corpo a corpo su sfondo islandese, che sembrano presi pari pari da una puntata (brutta) dei Power Rangers. C'è persino l'omino con la tuta di gomma e la donnina con la divisina rossa, porca miseria, e dai!  


Meander (Mathieu Turi, 2020)

Non so se ricordate Mathieu Turi e il suo Hostiles, distribuito qualche tempo fa sul mercato dell'home video da Midnight Factory, ma il francese è tornato con un altro horror (più virato sulla fantascienza) avente per protagonista una donna sola in un ambiente ostile e molto ristretto. In questo caso abbiamo Lisa (interpretata dalla bellissima e brava Gaia Weiss), intrappolata in una sorta di The Cube zeppo di trappole mortali e di qualcosa di ancora più inquietante, tra creature deformi (altra costante di Turi, a quanto pare) e spiriti inquietanti. Meander l'ho trovato molto meglio di Hostiles a livello di trama, privo di inutili orpelli almeno fino al finale, inutilmente ambiguo, e zeppo di momenti ansiogeni che potrebbero causarvi parecchi problemi se soffrite di claustrofobia, soprattutto grazie a una scenografia essenziale ma azzeccata. Sicuramente merita una visione.


Come True (Anthony Scott Burns, 2020)

A dimostrazione di quanto non me ne capisca di film, questo è la Menzione Speciale del Premio Asteroide e io l'ho invece trovato pretenzioso e noiosissimo, la tipica pellicola realizzata da autori indie che amano mettere il pubblico nella condizione di non capire una mazza pensando di veicolare chissà quali significati profondi. Della storia di Sarah, ragazzina affetta da problemi del sonno, salvo solo la bellezza dell'attrice principale e uno splendido uso della colonna sonora, per il resto ci sono minuti interi di nulla/scene buie o filtrate da una luce bluastra, incubi ripetitivi fatti di ombre scure e la pretenziosissima divisione in capitoli di un film che avrebbe dovuto durare almeno mezz'ora in meno. Finale molto carino ma in alcuni punti pare davvero attaccato con lo sputo e realizzato giusto per fare discutere gli spettatori. 




mercoledì 4 novembre 2020

Visioni dal Trieste Science + Fiction Film Festival (Parte III)

Si va verso la fine del Festival e, in tutta sincerità, dopo l'apice toccato con Benny Loves You le ultime visioni sono state un po' "stanche"... o forse sono io che non reggo più un'overdose quotidiana di film? ENJOY!


Coma (Nikita Argunov, 2019)

Si comincia con l'Inception russo, ibridato con Matrix. L'idea di partenza è ottima, ovvero l'esistenza di un mondo condiviso da pazienti in coma, dove ognuno sviluppa particolari "poteri" necessari per sopravvivere agli attacchi di creature oscure non meglio identificate. Perché, in un mondo dove virtualmente ognuno potrebbe essere chi vuole, fatto di sogni, ricordi, incubi e quant'altro, vada ancora di moda il look "scappato di casa/guerrigliero affamato", è un mistero al pari del motivo del fastidio che provo davanti a questi blockbuster ipertecnologici russi, all'interno dei quali la CGI mi ferisce occhi e cuore in un modo inspiegabile. Sarà per questo che, durante la visione del film, sono finita spesso e volentieri in coma, nonostante la bellezza incredibile delle scenografie e dell'immaginario visivo del regista, e mi sono ritrovata spesso a sbadigliare per la noia causata da un gruppo di personaggi non particolarmente accattivanti né simpatici, "architetto" compreso. Fortunatamente il Phantom Anton Pampushnyy è davvero un bel pezzo di figliolo che mi ha portata spesso a ringraziare la Grande Madre Russia.


Lapsis (Noah Hutton, 2020)

Altra pellicola lunghetta e non particolarmente entusiasmante. Vi lamentavate del mumblegore? Al confronto del mumblescifi con velleità di critica al capitalismo (e senza scomodare le invettive delle canzoni balcanose) i mumblegore scorrono veloce come gli slasher: assistere alle peripezie di un cablatore italoamericano a spasso per i boschi, costretto da necessità di denaro a lavorare per una multinazionale pronta a tenere in pugno il mondo con la sua tecnologia quantica, diciamo che è abbastanza pesantuccio. Fortunatamente il protagonista è assai simpatico ma, di base, nella storia non c'è mordente, non c'è inquietudine, non c'è una particolare illuminante riflessione che si distacchi da una superficialità da Facebook. Con buona pace dell'ambigua scena finale, che ha perplesso non pochi spettatori, me compresa. 


Post Mortem (Péter Bergendy, 2020)

Mannaggia. Con un po' più di perizia negli effetti speciali (a tratti purtroppo buffi, è facilissimo immaginare il regista che urla agli attori "muovetevi come dei tarantolati" e loro giù a sbattere le braccia, senza sapere bene che fare quando "qualcosa" li trascina via per le gambe) e un pelo di coerenza a livello di sceneggiatura, avremmo avuto il capolavoro del Festival, un gotico malinconico fatto di ambientazioni e costumi perfetti, imperniato sulla pratica delle foto post mortem. In effetti, la parte più interessante del film è proprio quella introduttiva, durante la quale il Ryan Reynolds ungherese (ma molto più espressivo) si ingegna nel macabro lavoro di fotografo di cadaveri, mentre nella parte ghost story la pellicola si perde un po', tra cliché e buchi narrativi. Come ho detto, peccato, ma comunque è stata una visione molto interessante, nonché il film migliore della tripletta. 



martedì 3 novembre 2020

Visioni dal Trieste Science + Fiction Film Festival (parte II)

Seconda infornata di film visti al Trieste Science + Fiction Film Festival e stavolta c'è il mio preferito (finora, ovvio, ma temo sarà difficile batterlo) di tutta la rassegna! ENJOY!


Benny Loves You (Karl Holt, 2019)

Questa deliziosa commedia horror inglese finirà dritta dritta nella top 5 di fine anno e probabilmente anche al primo posto. Realizzato nel corso di tre/quattro anni interamente in famiglia (la mamma di Karl Holt fungeva da tecnico del suono, per dire), "aggiustato" al computer dal regista/sceneggiatore/protagonista nel 2019, Benny Loves You racconta quello che succede a chi decide di sbarazzarsi senza ripensamenti dei vecchi giocattoli tanto amati da bambini. Il risultato è la sanguinosa, spassosissima vendetta dell'animaletto di pezza Benny, del quale non potrete fare a meno di innamorarvi, sia che vi dichiari tutto il suo aMMore, sia che vi inviti a giocare con lui, coltello affilato alla mano. Certo, la natura "casalinga" dell'opera è evidente ma fidatevi se vi dico che ho visto CGI peggiore in film ben più blasonati e pretenziosi e ciò che manca in pecunia produttiva il buon Karl Holt lo compensa con una passione smisurata, con un citazionismo mai fastidioso né eccessivo, col desiderio di divertirsi e far divertire. Benny Loves You è un gioiellino che non cala di ritmo nemmeno per un istante, fa sbellicare dalle risate e inorridire davanti ad efferati, stupidissimi omicidi pieni zeppi di cieco amore. Recuperatelo, per amor di Benny, mi ringrazierete.


Jumbo (Zoé Wittock, 2020)

Dopo la follia parodica e iconoclasta di Benny Loves You, abbandoniamo l'horror per dedicarci a un film piccolo ma delizioso, intriso di una malinconia senza pari. Jumbo è la storia di una giovane ragazza timida ed insicura, che un giorno si innamora... di una giostra del luna park. Se pensate che un soggetto simile sia 1) assurdo e 2) infilmabile, dovrete ricredervi. Innanzitutto, esistono davvero delle parafilie che hanno come oggetto di attrazione sentimentale e sessuale delle cose inanimate (famoso il caso della donna innamorata della Tour Eiffel) e, due, Zoé Wittock riesce a trattare l'argomento con una delicatezza incredibile, mescolando i registri più realistici legati a un effettivo problema mentale della giovane Jeanne (interpretata dalla bravissima Noémie Merlant) a momenti di puro lirismo in cui Jumbo sembrerebbe essere davvero vivo e in grado di ricambiare i sentimenti della ragazza. Jumbo è un inno alla diversità e all'accettazione dell'amore in tutte le sue forme, che vi lascerà sul finale con un dolceamaro magone commosso. 



domenica 1 novembre 2020

Visioni dal Trieste Science + Fiction Film Festival (parte I)

Buona domenica, fanciulli. Avete passato bene Halloween? Io, ahimé orfana del ToHorror Film Festival (auguro agli organizzatori di poterlo riproporre in versione "live" più avanti nell'anno!), ho deciso di approfittare dell'edizione online del Trieste Science + Fiction Film Festival, un evento a cui avrei sempre voluto partecipare ma che ha sempre presentato notevoli difficoltà dal punto di vista della logistica e degli spostamenti. Almeno UNA cosa buona da questa maledetta pandemia è arrivata, ovvero la possibilità di usufruire di festival online (vedi il Far East) a prezzi irrisori, ed ecco qui qualche consiglio sui film da recuperare appena possibile... ENJOY!


Boys From County Hell (Chris Baugh, 2020)

Cominciamo con un bel horror irlandese a base di vampiri. In un paese poverissimo dove l'unica attrattiva turistica è una tomba dove si dice sia sepolto, per l'appunto, un antico succhiasangue, le giornate a base di fancazzismo e bevute al pub si interrompono quando Eugene e il padre distruggono la tomba in questione e una maledizione sanguinosa si abbatte sulle strade del paese. I colpi di scena e i momenti esilaranti non si contano in questo horror che, come ormai da tradizione anglosassone e irlandese, mescola la commedia a serissimi momenti in cui le persone muoiono nel modo peggiore; a differenza di altri esempi del genere, qui si sente comunque palpabile un senso di depressione e mancanza di speranza per il futuro, cosa che spinge il pubblico a ridere a denti stretti, ad affezionarsi ai protagonisti e a dispiacersi per le loro eventuali dipartite. Inoltre, gli attacchi del vampiro sono resi in maniera assai originale. Al momento, tra tutti i film visti, questo è quello che mi è piaciuto di più, ma d'altronde ho un debole per l'Irlanda, lo sapete. 


Yummy (Lars Damoiseaux, 2019)

Altro film che viene presentato come commedia horror, e probabilmente questo è anche vero, ma solo per la prima parte. Dopo subentra un pessimismo cosmico che possono avere solo i maledetti francesi e i belgi e non si ride praticamente più. La storia parte da una clinica dell'Europa dell'Est, dove si praticano interventi di chirurgia estetica a basso prezzo e dove la protagonista, Alison, vorrebbe farsi un intervento di mastoplastica riduttiva. Ovviamente, c'è un motivo se la clinica è così a buon mercato ed è da ricercarsi negli esperimenti poco ortodossi del suo proprietario, che nel giro di un paio di minuti (e per colpa del fidanzato di Alison) trasformano l'edificio in una trappola zeppa di morti viventi affamati. Yummy è breve e ha un ritmo concitatissimo all'interno del quale gli sceneggiatori cercano di infilare di tutto: sangue, morte, complotti, personaggi malvagi, love story, recurring jokes, momenti ridicoli, tragedia e ancora sangue, arrivando al punto di saturare lo spettatore che, a un bel momento, comincia a sentirsi zeppo e spera solo che finisca tutto presto. Intendiamoci, non è un brutto film, anzi, consiglio di recuperarlo a chi ama il genere, ma gli zombi senza soluzione di continuità cominciano un po' a stancarmi.


Alone (Johnny Martin, 2020)

Mi si dice che lo script di questo Alone sia lo stesso su cui si basa #Alive, che sta(va) spopolando su Netflix e che io ancora non ho visto. Detto ciò, Alone parte lento, interamente concentrato su un tizio strafigo rimasto per l'appunto solo dopo che una pandemia globale ha ridotto le persone a matti urlanti e affamati di carne, dopodiché, quando al protagonista viene dato un obiettivo che non vi rivelerò (ma che già conoscerete se avete visto #Alive) la pellicola ingrana ed intrattiene dall'inizio alla fine. Bravissimi e bellissimi gli attori (pure troppo, dai. Sono fortune che capitano solo nei film!), molto bravo il regista (stuntman assai noto e quindi fine conoscitore dei meccanismi che governano delle sequenze action fatte bene) e a un certo punto ciccia fuori persino Donald Sutherland, che aggiunge sempre un valore in più. Altro film molto apprezzato dunque, anche se meno di Boys From County Hell perché, anche qui, vale sempre il mio momento di "stanca" nei confronti di morti e infetti, ma sicuramente è una pellicola che consiglio. Magari, tra un paio di mesi, recupererò #Alive per fare un confronto.



venerdì 30 ottobre 2020

The Mortuary Collection (2019)

Cercavate l'horror perfetto per Halloween? Ve l'ho trovato, tranquilli! Non indugiamo oltre che andiamo a parlare di The Mortuary Collection, diretto e sceneggiato nel 2019 dal regista Ryan Spindell.

Trama: Montgomery Dark, professione becchino, vive all'interno di una sinistra magione, in perfetta solitudine, finché un giorno arriva la giovane Sam in cerca di lavoro. Nel corso del colloquio, Dark avrà modo di raccontare alla ragazza alcune macabre storie...

The Mortuary Collection è un altro di quei film che mi aveva fatto drizzare le orecchie vedendolo spuntare qui e là all'interno del sito Letterboxd, dopodiché una foto di Clancy Brown postata da Lucia su Facebook mi ha convinta a mettere da parte qualsiasi altra pellicola per dedicarmi alla visione di questa e adesso sono d'accordo al 100% con la bella recensione de Ilgiornodeglizombi: The Mortuary Collection è destinato a diventare un piccolo, bellissimo classico del genere che più amiamo ed è assolutamente perfetto per la sera di Halloween. La struttura di The Mortuary Collection è quella di un horror a episodi, un portmanteau, come quelli della Amicus (che vi consiglierei di recuperare se non sapete di cosa sto parlando), con i quali condivide la presenza di un narratore (possibilmente un po' inquietante) e di storie di ordinaria punizione per colpe più o meno gravi; come dice Montgomery Dark, istrionico becchino confinato in una magione ottocentesca, ogni morte è una storia, nessuna cattiva azione rimane impunita e, soprattutto, nessuno può sfuggire al destino. A fare da ironico contrappunto a Mr. Dark è la giovane e bionda Sam, arrivata in casa del becchino dopo aver letto il cartello "cercasi aiuto" affisso in giardino. La voce smaliziata e anche un po' impertinente di Sam sottolinea pregi e difetti di ogni storia raccontata, finché arriva il momento, per la ragazza, di raccontare a sua volta della sua esperienza con la morte, in una chiusura del cerchio assolutamente perfetta e zeppa di humour nero. Dei vari episodi che compongono The Mortuary Collection dirò davvero poco, perché dovete gustarveli in lieta ignoranza come ho fatto io: si parte con un brevissimo amuse-bouche, perfetto per introdurre l'atmosfera della pellicola, e si continua con storie che toccano la commedia horror, il dramma malinconico e lo slasher anni '70/'80 fino a raggiungere l'apice delle vendette sovrannaturali, il tutto confezionato con un'invidiabile continuità di stile.

E' difficile credere che Ryan Spindell sia al suo primo lungometraggio, vista la perizia con cui riesce a giostrarsi non solo in fase di sceneggiatura ma anche e soprattutto per quanto riguarda la regia. The Mortuary Collection, prodotto da Shudder (che immagino non disponga degli stessi fondi di Netflix e Amazon), dà dei punti agli horror distribuiti dalle due principali piattaforme di streaming perché a tratti ricorda l'allegria macabra e iconoclasta di un Barry Sonnenfeld impegnato ne La famiglia Addams ma la conoscenza dei cliché dell'horror è la stessa di Michael Dougherty e la sua messa in scena è curata e raffinatissima, in grado di conferire ad ogni singola storia un equilibrio miracoloso tra ironia e orrore, capace di renderle universali e "atemporali" nonostante l'incredibile cura legata alla rappresentazione di diverse epoche e di diversi generi horror. Gli attori, poi, sono un altro punto forte del film. Clancy Brown è semplicemente meraviglioso anche sepolto sotto tonnellate di makeup ma la mia preferita in assoluto è Caitlin Custer, bravissima come contraltare del narratore e assolutamente strepitosa come babysitter agguerrita, protagonista del segmento più concitato e "metanarrativo" del film, dove il montaggio e la recitazione danno veramente il bianco; un plauso anche al povero Barak Hardley, impegnato in un personaggio miserevole e terribilmente tenero all'interno del racconto più malinconico del mucchio. Era da parecchio tempo che non mi capitava di esaltarmi così tanto per un horror e durante la visione di The Mortuary Collection mi sono divertita da morire, oltre ad essere rimasta a bocca aperta in più di un'occasione, tanto che a fine visione ho pensato "questo! questo voglio rivederlo ancora, ancora e ancora". Nell'attesa di poterlo fare e di stringere un bel bluray tra le mani, vi invito a cercare questo gioiellino e a passare una serena festa di Halloween, con tutte le precauzioni del caso.

Di Clancy Brown, che interpreta Montgomery Dark, ho già parlato QUI.

Ryan Spindell è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, anche produttore e animatore, ha 41 anni.

Caitlin Custer, che interpreta Sam, ha partecipato anche al corto di Ryan Spindell intitolato The Babysitter Murders. Detto ciò, se The Mortuary Collection vi fosse piaciuto recuperate l'immancabile Trick'r Treat... e buon Halloween! ENJOY!

mercoledì 28 ottobre 2020

Kadaver (2020)

Una delle ultime aggiunte al catalogo horror Netflix è Kadaver, diretto e sceneggiato dal regista Jarand Herdal.

Trama: in un futuro post-apocalittico, le persone muoiono di fame e di stenti. In città però arriva l'invito di alcuni teatranti, che offrono spettacolo e cibo all'interno di un misterioso albergo...

Non tutti gli originali Netflix possono essere El Hoyo. Ci provano, per carità, ma ci sono limiti a tutto, e il norvegese Kadaver ne è un esempio. Anche qui, il problema è il cibo, o meglio la mancanza di esso; in un futuro post-atomico (che visto in tempi di Covid sembra tanto dopodomani) la famiglia di Leo, un tempo attrice affermata, è costretta a vagare in cerca di approvvigionamenti come tutto il resto della popolazione, col terrore della morte incombente, finché non arriva un imbonitore ad invitare tutti all'interno di un ex albergo, promettendo un pasto caldo e uno spettacolo indimenticabile. Ora, va bene la disperazione, ma in un mondo dove tutti muoiono di fame e le violenze sono all'ordine del giorno, come puoi pensare che uno con la faccia da vecchio rattuso possa prendere i tuoi soldi e invitarti davvero a una "cena con delitto", senza pensare che il delitto ti picchierà nella schiena? E infatti Leo e famiglia, dopo un banchetto a base di carne, si ritrovano a vagare all'interno dell'albergo col viso coperto da maschere dorate, seguendo gli attori per le varie stanze dopo essere stati avvertiti di "non preoccuparsi, tutto quello che succede è per esigenze di spettacolo!"... peccato che, a poco a poco, tutti gli spettatori cominciano a scomparire misteriosamente, in primis la figlioletta di Leo e Jacob, coppia vincitrice del premio "genitore dell'anno" visto il modo in cui perdono sistematicamente la piccola Alice, sia dentro che fuori dall'albergo. Dal momento in cui la bambina scompare, scatta nelle menti limitate dei due fantagenitori un vago e tardivo istinto di sopravvivenza, che li porta a correre per l'albergo in cerca di spiegazioni, tra ospiti che in realtà sono attori, attori che in realtà sono ospiti, bruti senza volto e senza voce, passaggi segreti e quant'altro, il tutto ovviamente senza che il minimo brivido colga lo spettatore.

Sì, Kadaver non è un horror a base di jump scare ed emozioni forti, è un film sociale il cui metaforone viene urlato a tutta voce da un emulo di Lars Von Trier ai bei tempi del suo "vi chiedo di essere pronti ad accettare il bene con il male", che si domanda cos'è che differenzi gli esseri umani dagli animali e anche cosa sarebbe pronta a fare la gente per sopravvivere. La risposta a queste domande assai importanti è viziata tuttavia dalla demenza dei collaboratori di cui costui si circonda, che di base SPOILER accettano di trucidare gente per rubare loro orologi e vestiti ma poi si indignano quando scoprono che tutta l'ottima carne che possono gustare ogni giorno viene proprio dagli spettatori. Davvero, ma cosa credevate, o sommi genii del male? FINE SPOILER E la risposta è anche viziata dal desiderio del giovane Jaran Herdal di creare un film visivamente accattivante, all'interno del quale tutto ciò che sta fuori dall'albergo è cupo e brutto mentre le sale dell'hotel sono scaldate da luci rossastre e arancioni, desiderio che si spinge fino a far venire le allucinazioni a Leo, la quale a un certo punto comincia a vedere abitini rossi che svolazzano da tutte le parti, nemmeno stessimo guardando In Fabric (quello sì stiloso ma genuinamente inquietante); purtroppo, con tutto l'ottimo materiale sia visivo che narrativo di partenza, Herdal non riesce a sfruttare l'ambiente claustrofobico di un albergo zeppo di passaggi segreti per creare un minimo di interesse o agitazione nello spettatore, anzi, Kadaver a tratti sembra il bignami dei cliché dell'horror fighètto, un collage di idee senz'anima che sprofonda nella noia e nel già visto, neppure buono per farsi due risate. 

Jarand Herdal è il regista e sceneggiatore della pellicola. Anche produttore e attore, ha già diretto un altro film, Everywhen.



martedì 27 ottobre 2020

Charlie Says (2018)

Qualche sera fa, a dire il vero ormai parecchie, mi è capitato di vedere in TV Charlie Says, diretto nel 2018 dalla regista Mary Harron e tratto dai libri The Family di Ed Sanders e The Long Prison Journey of Leslie Van Houten di Karlene Faith.


Trama: dopo i delitti commessi, tre ragazze della Manson Family vengono condannate all'ergastolo e una professoressa universitaria cerca di aprir loro gli occhi di fronte all'enormità delle loro colpe...


Charles Manson è questa figura inquietante che tutti prima o poi hanno sentito nominare nel corso della vita, il fantomatico capo carismatico della cosiddetta "Famiglia" dalla quale sono usciti gli assassini di molte persone, tra le quali Sharon Tate, all'epoca incinta di Roman Polanski. Nell'ignoranza, il rischio è quello di legare Manson al satanismo (in realtà lui veniva visto come la reincarnazione di Gesù E del Diavolo dai suoi seguaci), complici anche le terrificanti foto dal carcere in cui il nostro compare con occhi da folle e croce/svastica incisa sulla fronte, in realtà la figura di costui era molto più complessa di così e, allo stesso tempo, terribilmente semplice, come si evince da questo Charlie Says, che si avvale del punto di vista di tre membri della famiglia, Susan Atkins, Patricia Krenwinkel e soprattutto Leslie Van Houten. Il titolo è già tutto un programma perché, all'interno del film, si sottolinea come le tre fossero totalmente plagiate dal carisma di Manson, incapaci di rapportarsi col mondo reale o di avere un pensiero proprio poiché imbevute non solo di forti dosi di acidi ma anche delle teorie di "Charlie", un ex detenuto la cui sanità mentale è andata sempre più sfaldandosi; attraverso lo sguardo di Leslie, ribattezzata Lulu, lo spettatore testimonia la parabola discendente di una famiglia che all'inizio era tutta pace e amore, colma di ottimismo per le possibili rivoluzioni del '69, e poi a seguito della frustrazione di Manson (il quale voleva diventare un musicista ma è stato rifiutato dai produttori) ha cominciato a preoccuparsi di apocalisse, guerre tra bianchi e neri, ingiustizie da parte dei "porci" che avrebbero dovuto morire, innescando una folle spirale di violenza. Non che la vita nella comune fosse tutta rose e fiori neppure prima, visto che uno dei fondamenti delle idee di Manson era che le donne fossero comunque sottomesse agli uomini e visto che era lui, millantando una libertà inesistente legata all'annullamento dell'individualità, a decidere chi avrebbe mangiato, cosa, e chi avrebbe fatto l'amore con chi, ma sempre meglio che mandare la gente ad uccidere persone indifese.


Le sequenze ambientate all'interno del ranch della Famiglia, durante le quali i riflettori sono puntati innanzitutto su Manson, si alternano a momenti in cui le tre detenute vengono portate a rendersi conto delle proprie colpe attraverso le letture e i confronti con Karlene Faith, insegnante universitaria e attivista, che arrivano a rimettere in discussione l'infallibilità e l'onniscienza dell'amato Charlie; l'aspetto "giudiziario" della vicenda, così come le immagini che ritraggono Manson dopo l'arresto, sono stati completamente banditi e viene dedicato poco spazio anche agli omicidi "Tate-LaBianca", che pesano come una spada di Damocle sulle protagoniste ma vengono relegati sul finale, come aspetto leggermente gore di un film per il resto privo di sangue o violenza che non sia quella psicologica o verbale. Il risultato è una pellicola sicuramente affascinante ed interessante, ma anche, almeno per me, più superficiale di quanto avrei voluto. Il target principale dovrebbe essere la Van Houten ma in realtà Charlie Says è principalmente concentrato sulla figura di Manson, interpretato da un Matt Smith difficile da riconoscere, mentre Leslie/Lulu e le sue compagne vengono ritratte come donnine decerebrate fin dalla loro prima apparizione, con giusto qualche sprazzo di dubbio che parrebbe smuoverle di tanto in tanto, e non c'è un reale approfondimento di ciò che si nasconda dietro la loro scelta di entrare a far parte della Famiglia, salvo un vago disagio: di fatto, l'unico mezzo che consente allo spettatore di empatizzare con le tre donne è proprio la presenza di Karlene Faith, l'unica che cerca di vederle come esseri umani invece che come folli assassine, tuttavia mi è parso che l'intera operazione fosse un po' troppo fredda e poco coinvolgente. Resta il fatto che Charlie Says è un film interessante, dal quale magari partire per documentarsi su una vicenda buia ed orribile della storia americana che, ancora oggi, non smette di terrorizzare e sconvolgere chi ne viene a conoscenza.


Della regista Mary Harron ho già parlato QUI. Hannah Murray (Leslie "Lulu" Van Houten), Matt Smith (Charles Manson), Suki Waterhouse (Mary Brunner) e Annabeth Gish (Virginia Carlson) li trovate invece ai rispettivi link.

Merritt Wever interpreta Karlene Faith. Americana, ha partecipato a film come Signs, Birdman, Storia di un matrimonio e a serie quali The Walking Dead. Ha 40 anni.


Chace Crawford, che interpreta Tex, è Abisso in The Boys. ENJOY!

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