venerdì 11 dicembre 2020

The Gentlemen (2019)

Mossa da pietà nei confronti del Bolluomo, nonostante l'uscita di Mank, di cui parlerò nei prossimi giorni, ho preferito dare la precedenza a The Gentlemen, diretto e co-sceneggiato dal regista Guy Ritchie nel 2019.


Trama: il boss della marijuana Mickey Pearson decide di ritirarsi dal giro e andare in pensione ma qualcosa non va per il verso giusto...


A meno che non faccia Scorsese di cognome, quando un regista torna sui suoi passi solitamente viene fuori una camurrìa; nel caso di Burton, per esempio, la camurrìa equivale ad un bollito misto, ma la lista potrebbe continuare. Guy Ritchie, a parer mio, se l'era rischiata molto grossa con Rocknrolla, durante il quale avevo dormito come non mi era successo neppure con Capote, e dopo una serie di film "strani", almeno per lui, come King Arthur e persino Aladdin, santo Cielo, è tornato a fare quello che sa fare meglio: il film di gangster apparentemente cazzoni, quello che per anni ha portato laGGente a salutare Ritchie come il Tarantino britannico prima che i due prendessero strade diametralmente opposte. Laddove Rocknrolla era una tavanata esagerata ed inutilmente pesante, The Gentlemen torna a puntare più sulle caratteristiche divertenti e divertite dei singoli personaggi e sulle loro mille sfaccettature di facce da ca**o e inserisce alla perfezione la storia del boss della droga Mickey all'interno di un discorso metacinematografico, che, mi permettano i cinèfili veri, ho trovato molto più sentito di quello portato avanti da David Fincher in Mank. The Gentlemen, infatti, gioca (a un certo punto letteralmente) con un bel mucchietto di scatole cinesi dove la realtà dei fatti narrati si interseca con la fantasia molto cinematografica di un giornalista, che diventa a un certo punto l'occhio di Guy Ritchie, che senza preavviso si trasforma nella sceneggiatura di The Gentlemen, prima di tornare in men che non si dica alla realtà, il tutto con una chiarezza e una leggerezza piacevolissime e senza mai perdere di vista l'intreccio della storia, che necessita di un inizio, uno svolgimento e una fine (o finale aperto, fate voi!) privi di snodi persi per strada a causa della troppa carne al fuoco. La rocambolesca storia di Mickey e del suo tentativo di "andare in pensione", con tutti i cagnolini a sbavare sopra un lascito criminale troppo grande per non generare doppi giochi a non finire, rimane dunque sempre il fulcro della narrazione pur con tutti i suoi snodi e il "giro intorno al mondo" in cui si imbarca il furbo giornalista Fletcher nel tentativo di rivelarne tutti i segreti, trasformandosi lui stesso, a un certo punto, in elemento fondamentale del racconto davanti all'occhio scoglionato di Ray, braccio destro del boss e incarnazione degli spettatori.

Ritchie si ritaglia un piccolissimo ruolo di produttore cinematografico ma si nasconde idealmente dietro il personaggio di Fletcher, offrendo allo spettatore sprazzi di ciò che va a formare la complicatissima macchina che porta un'idea a diventare film e giocando, di conseguenza, non solo con i generi ma anche e soprattutto con alcuni trucchi del mestiere e con le aspettative del pubblico, unendo il tutto a una raffinatezza formale e a un gusto per il dettaglio e la moda (i completi indossati di Mickey sono commoventi quanto l'arredamento della casa di Ray) che spesso cozzano con la natura "ignorante" del sottobosco criminale mostrato nel film. In tutto questo, a me è parso assai palese che gli attori si siano divertiti e il risultato ne è la dimostrazione. Abituata come sono alla follia di Colin Farrell, il personaggio di Coach è quello che mi aspetterei da lui e gli calza addosso bello comodo,  come una delle tute indossate dal personaggio, ma le sorprese risiedono altrove. In Hugh Grant, per esempio, il quale porta a casa una delle sue interpretazioni migliori da anni, diventando mattatore quasi assoluto della pellicola con un personaggio sopra le righe, ironico e a tratti disgustoso, un perfetto contraltare di due gangster "di classe" come McConaughey e Hunnam, entrambi molto misurati, soprattutto il primo, mentre il secondo nasconde più di un'esilarante "segreto". A questi pesi massimi dovete aggiungere un parterre di caratteristi di tutto rispetto, tra habitué dei film di Ritchie e new entry, e il risultato finale è uno dei film più simpatici e rilassanti visti quest'anno, una gioia per gli occhi e il cuore, di questi tempi bui. Lo trovate aggratise su Amazon Prime Video, cosa volete di più? 


Del regista e co-sceneggiatore Guy Ritchie, che interpreta anche il produttore, ho già parlato QUI. Matthew McConaughey (Michael Pearson), Charlie Hunnam (Ray), Jeremy Strong (Matthew), Colin Farrell (Coach), Hugh Grant (Fletcher) e Eddie Marsan (Big Dave) li trovate invece ai rispettivi link.


Kate Beckinsale era stata presa per interpretare il ruolo di Rosalind ma all'ultimo ha deciso di lasciare il progetto e le è subentrata Michelle Dockery, già tra i protagonisti della serie Downton Abbey. Eliot Sumner, la figlia del cantante Sting, interpreta invece la tossica Laura. Detto ciò, se The Gentlemen vi fosse piaciuto recuperate Lock & Stock, Snatch - Lo strappo, The Wolf of Wall Street e Quei bravi ragazzi. ENJOY! 


lunedì 7 dicembre 2020

Scare Me (2020)

Tra le segnalazioni di Lucia è spuntato Scare Me, diretto, sceneggiato e interpretato dal regista Josh Ruben.


Trama: uno scrittore fallito si ritrova a dover passare un blackout in compagnia di una scrittrice di successo e l'unico passatempo disponibile è raccontarsi storie di paura...

Scare Me è un film molto interessante che, a onor del vero, non mi ha entusiasmata granché proprio in virtù della sua natura incredibilmente teatrale. Lo sviluppo del film, infatti, è proprio come potete leggere nella trama: due attori che si raccontano quattro storie di paura con il solo ausilio della voce, della mimica, dell'interpretazione e di qualche accorgimento del regista, tra sprazzi di effetti speciali e qualche luce piazzata ad hoc. Le storie toccano i registri più disparati e si va dalla storia sui licantropi a qualcosa che ricorda moltissimo il primo episodio di Creepshow (ma anche un po' La nonna di Stephen King, va detto) per poi arrivare al pout-pourri sotto effetto di cocaina, apparentemente basato su ogni cliché horror possibile e immaginabile, per finire con un musical satanico che, onestamente, vorrei vedere messo in film; tutto nasce dalla noia e dalla sfida lanciata al mediocre scrittore Fred dalla star letteraria horror del momento, Fanny, che un giorno si incontrano per caso durante uno di quei ritiri privati che gli scrittori degni di questo nome devono fare di tanto in tanto per staccare dal mondo e ritrovare l'ispirazione. Fred se la crede, è uno che nella vita ha provato a fare qualunque cosa in campo artistico senza riuscirci e, diciamocela tutta, è anche un po' antipatico e viscido, mentre Fanny è una a cui riesce bene tutto, ha grinta da vendere e una personalità a dir poco debordante, grazie alla quale ci mette davvero poco a mettersi in tasca Fred e rigirarselo come un calzino, trasformandolo nella sua fonte di divertimento oltre che nel suo punch-ball personale. Il loro temporaneo rapporto tempestoso, che si complica con l'arrivo di un terzo incomodo, si sviluppa nel corso del film man mano che le storie raccontate si fanno meno incerte e più elaborate, fino ad arrivare a un twist finale magari non del tutto inaspettato ma comunque calzante.

Il mezzo diludendo che ho provato guardando Scare Me, lo avrete capito, non risiede quindi in qualche colpa del regista o degli interpreti. Anzi, riguardo questi ultimi mi sono ri-innamorata, dopo averla già adorata in The Boys, di Aya Cash, che è una mattatrice senza eguali e fa morire dalle risate ogni volta che apre bocca, mentre per quanto riguarda la regia è geniale che Josh Ruben, con pochissimi "trucchi", riesca a dare forma non solo all'immaginazione di chi ascolta una storia dell'orrore e si lascia suggestionare da ciò che viene raccontato, ma anche al lavorio mentale di chi si ritrova a dover dar vita a qualcosa di originale, fantastico e spaventoso. Purtroppo però, io sono una persona che riesce a godersi il viaggio fino a un certo punto, poi voglio della "ciccia" che Scare Me non mi ha dato; per dire, mi sarebbe piaciuto che sul finale Fred e Fanny si ritrovassero ad affrontare quegli stessi orrori da loro evocati o qualcosa di simile, invece l'intera pellicola si ritrova a servire una sorta di "morale", di critica cerchiobottista verso i belini molli ma anche verso le donne in carriera, entrambi insopportabili se portati all'estremo, e sull'amara ironia in cui rischia di incappare chi cerca qualcosa di originale in un'epoca di furbi matricolati, dove vince chi è in grado di rielaborare. Ecco, Scare Me rielabora senza vergognarsi di pescare a piene mani da una tradizione che affonda le radici nell'alba dell'uomo, e a prescindere da come posso essermi sentita alla fine del film, secondo me merita almeno una visione. 

Josh Ruben è il regista e sceneggiatore della pellicola e interpreta Fred. Americano, è al suo primo lungometraggio ma come attore ha partecipato al film Greener Grass. Anche produttore, ha 37 anni e un film in uscita. 

Aya Cash, che interpreta Fanny, era la meravigliosa Stormfront della seconda stagione di The Boys. ENJOY!

venerdì 4 dicembre 2020

Alone (2020)

Continua il recupero di film consigliati da Il giorno degli zombi! Oggi tocca ad Alone, diretto dal regista John Hyams.

Trama: rimasta vedova da poco, una donna intraprende un lungo e solitario viaggio verso la sua nuova casa ma nel cammino incontra un pazzo che la rapisce. 

Succede che il Bolluomo, costretto come tutte le mattine a subire pezzi di horror per colazione, mi dice "Ma che, sei monotematica?". In effetti, poverello, la sera prima avevamo guardato Il giorno sbagliato, quel film in cui borzo Russell sbrocca male e comincia a stalkerare una donna in macchina, e il giorno dopo mi sono messa a guardare Alone, film in cui una sorta di Ned Flanders sbrocca male e comincia a stalkerare una donna in macchina. Le differenze tra i due film ci sono, ma fa un po' ridere in effetti che li abbia visti entrambi a così breve distanza di tempo. Se, infatti, Il giorno sbagliato segue lo spirito dello slasher per cui a una cattiva azione dei protagonisti corrisponde una punizione esagerata (non si strombazza ai borzi per strada, per Dio! E nemmeno si arriva in ritardo agli appuntamenti) e ogni violenza perpetrata dal mostro presuppone il distacco psicologico dello spettatore, Alone è uno di quei film malvagi che vedono una persona già non felicissima subire ulteriori disgrazie "perché sì" e prevede un male casuale quanto quello spesso descritto da King, così che l'atmosfera della pellicola si impregna di una pesantezza di cui ovviamente Il giorno sbagliato è privo. Il valore delle due opere non è dunque nemmeno paragonabile, perché Alone gioca sulla bravura dei due interpreti, sul paesaggio da sogno che diventa da incubo, su momenti di inquietudine disgustata e sull'odio tremendo nei confronti dello stalker che rapisce e sevizia la povera Jessica, che ha l'unica colpa di aver provato a superare il suo antagonista in curva, nel sorpasso più ansiogeno visto di recente.

C'è di bello, però, che come Il giorno sbagliato anche Alone non si perde in frivolezze o spiegoni che rischierebbero di rallentare il ritmo del film. Anzi, anche Alone scorre che è un "piacere" ed entra subito nel vivo dell'azione, tratteggiando i due protagonisti con poche pennellate che li dotano di un background ben preciso da cui, ovviamente, deriveranno tutte le loro azioni e reazioni; per quanto riguarda queste ultime, nonostante Alone segua binari ben precisi e sia prevedibile dall'inizio alla fine, ogni sequenza è un gioiellino di tensione, che tocca l'apice soprattutto quando Jessica viene costretta a fuggire nei boschi, prigioniera di un rimpiattino al cardiopalma che prende una svolta inaspettata verso il finale. Il confronto tanto atteso tra il carnefice e una vittima che ha deciso di combattere si svolge, infatti... sul filo del telefono, ed è quasi catartico quanto le botte che avrei voluto dare al novello Flanders praticamente dalla prima inquadratura. Altra cosa degna di nota, oltre alla fotografia davvero molto bella, è la quasi assenza di colonna sonora, che da il là a una delle scelte più interessanti ed "ambigue" del film, ovvero dei titoli di coda dove si sentono solo i rumori del bosco. Ovviamente, sta allo spettatore trarre da essi conforto o ulteriore inquietudine. Io, per ora, vi consiglio di recuperare Alone, soprattutto se vi piace il genere di thriller "a inseguimento".

John Hyams è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Universal Soldier: Regeneration, Universal Soldier - Il giorno del giudizio ed episodi di serie quali Z Nation. E' anche produttore, sceneggiatore e attore e ha un film in uscita. 

Anthony Heald, che interpreta il cacciatore, è famoso per essere stato il Dottor Chilton de Il silenzio degli innocenti e Red Dragon. Il film è un remake dello svedese Försvunnen, conosciuto come Gone; se il film vi fosse piaciuto magari recuperatelo. ENJOY!


martedì 1 dicembre 2020

Il giorno sbagliato (2020)

E' stato uno degli ultimi film ad uscire prima che chiudessero di nuovo i cinema, eppure non ero riuscita ad andare a vederlo e solo adesso ho recuperato Il giorno sbagliato (Unhinged), diretto dal regista Derrick Borte

Trama: dopo un alterco davanti a un semaforo, la ritardataria Rachel comincia a venire perseguitata da un folle in automobile...

Il giorno sbagliato è il residuato bellico anni '80 che non ti aspetti nel 2020, reazionario e intimidatorio come uno slasher qualsiasi (ma con meno sangue) e zeppo di messaggi subliminali nemmeno tanto velati che invitano ad indossare sempre una faccia felice, qualsiasi cosa succeda, perché non sai mai quale razza di maniaco potrebbe nascondersi nel tizio che hai giustamente deciso di mandare a quel paese durante una giornata storta. La cosa buffa è che anche nel 2020 un film simile funziona, almeno come divertimento di una sera, soprattutto perché, salvo l'introduzione minacciosissima in cui viene spiattellato il costante degrado della società americana à la Un giorno di ordinaria follia, Il giorno sbagliato imbocca la sua strada e molla i freni, senza fermarsi più a riflettere nemmeno per un istante, reggendosi interamente sulla follia de "l'uomo" interpretato da Russell Crowe e sulla disperazione della povera Rachel, rea di avergli strombazzato contro con un po' troppa veemenza. All'interno di una struttura semplicissima, nella quale l'obiettivo di Rachel è evitare che Crowe le massacri tutti gli amici e i familiari, si inanella un'escalation di violenza dove il matto ad ogni omicidio alza l'asticella dell'"intoccabilità" delle sue vittime mentre, ovviamente, la protagonista si trova sempre più sola per colpa di tutti i problemi elencati nell'introduzione: non ci sono abbastanza poliziotti, non ci sono abbastanza ambulanze, laGGente pensa solo a se stessa (e ciò vale anche per Rachel, non un personaggio particolarmente simpatico, infatti per poter empatizzare con lei la si dota di figlio e di una nemesi mostruosa) e il traffico non dà tregua, così che anche la giungla metropolitana d'asfalto diventa un luogo claustrofobico, dove le ultime tecnologie danno una bella mano alla tigre affamata di sangue.

Quanto a sangue, non ce n'è neppure poco, per una produzione simile. Il personaggio di Crowe è particolarmente efferato e violento e non lesina martellate, coltellate e pugni nella faccia da far saltare i denti, il tutto con una cattiveria che si sposa alla perfezione con la mole ormai raggiunta dall'attore, il quale per tutto il film pare la pubblicità ambulante di un infarto, tanto che comincio a preoccuparmi un po' per la tua salute, Russ. Sudato, svunzo e borzo, a onore del vero registi e sceneggiatori devono aver provato pietà per l'ex Gladiatore perché sono ben poche le scene che non lo vedono seduto o in macchina ma, anche così, la stazza da grizzly incazzoso funziona perfettamente, anche perché Crowe, di tanto in tanto, si ricorda che esiste una cosa chiamata "espressività facciale" e strabuzza gli occhi come un matto vero. Purtroppo, per le regole di questo genere di film, le sue sberle perdono di potenza durante il confronto finale, che lo vedrebbero ahimé perdere in un faccia a faccia contro Bud Spencer, ma anche così Il giorno sbagliato è un vero spasso e Russell Crowe potrebbe essere avviato verso una carriera da caratterista malvagio di tutto rispetto. Quindi, recuperate in fiducia Il giorno sbagliato. Non gli avrei dato un euro ma mi sono davvero divertita guardandolo e ogni tanto i film ignorantissimi come questo fanno soltanto bene all'animo, per quanto intimidatori siano.

Di Russell Crowe, che interpreta "l'uomo", ho già parlato QUI mentre Gabriel Bateman, che interpreta Kyle, lo trovate QUA.

Derrick Borte è il regista della pellicola. Tedesco, ha diretto film come The Joneses. Anche sceneggiatore e produttore, ha 53 anni.

Se Il giorno sbagliato vi fosse piaciuto recuperate Cape Fear - Il promontorio della paura, One Hour Photo e Un giorno di ordinaria follia. ENJOY!

domenica 29 novembre 2020

Visioni dal Torino Film Festival (ultima parte)

Si è concluso ieri il Torino Film Festival versione online, giusto in tempo per cominciare il mese di dicembre, che vedrà un'attività del blog di nuovo ridotta, sia per le imminenti festività, sia perché continuo ad avere pochissimo tempo per vedere film. Di base, le recensioni usciranno martedì e venerdì, poi se riuscirò a infilare qualche pellicola "sul pezzo" e attuale, ben venga, ma senza ansia da scadenza, ché quest'anno meglio ansia c'è, meglio è. Ma torniamo al Torino Film Festival e agli ultimi due film visti, tra i quali il vincitore recuperato alla bisogna, un Festival che, a onor del vero, a differenza dell'anno scorso non mi ha dato particolari gioie... ENJOY!

The Oak Room di Cody Calahan (2020)

Dopo For Sama, il film che ho preferito. Un thriller ottimamente girato che si concentra sull'arte di raccontare storie e infiocchettarle alla bisogna, un gioco di scatole cinesi fatto di omissioni e salti temporali, ambientato all'interno di un bar, anzi, di due bar. Ben diretto, ottimamente recitato e con una bella colonna sonora, The Oak Room è uno di quei film di cui è meglio non sapere assolutamente nulla prima di guardarlo e che sarebbe meglio non seguire con un occhio allo schermo e l'altro sul telefonino, come spesso fa la gente di questi tempi, pena il perdersi il nocciolo del discorso.


Botox di Cody Kaved Mazaheri (2020)

Ecco il vincitore del festival, il racconto di due sorelle (una delle quali con problemi mentali) che, dopo la morte del fratello, cercano di sviare l'attenzione di chi cerca l'uomo, inventando bugie sempre più improbabili. Ora, salvo la bravura delle interpreti e una certa bellezza degli ambienti naturali, posso dire di non aver trovato nulla di trascendentale in un film che, di base, richiama delle atmosfere Coeniane al femminile senza però impegnarsi per invogliare lo spettatore ad interessarsi alle due protagoniste; certo, essendo un film iraniano, la rivincita delle donne su un "fratello padrone" non può essere che da applaudire e non è priva di un certo umorismo nero, ma sui titoli di coda l'unica cosa che ho pensato è stata "e quindi?". Proprio vero che di cinema non capisco una mazza. 



venerdì 27 novembre 2020

Visioni dal Torino Film Festival (parte 3)

Oggi parlerò di due horror visti al Torino Film Festival, uno assai spassoso, l'altro deprimente e fastidioso, ahimé. Lo so, purtroppo più il festival prosegue più io divento monogenere, ma come al solito i problemi sono: il tempo che mi consente di vedere solo un film al giorno e il fatto che dopo 48 ore i film scompaiono, quindi recuperarne altri magari nel weekend risulta quasi impossibile. Ciò detto... ENJOY!

Fried Barry di Ryan Kruger (2020)

L'inevitabile quota horror-trash del festival, una roba spassosissima che si ammoscia giusto sul finale, durante il quale effettivamente subentra un po' di noia nel vedere il povero Barry vagare senza capire bene che succede attorno a lui. Ryan Kruger dev'essersi innamorato del Dougie di Kyle MacLachlan o non si spiega perché abbia deciso di girare un film avente per protagonista un alieno nel corpo umano di uno streppone, impegnato a strafarsi di roba nelle strade di una Città del Capo popolata da esseri immondi della peggior specie, e, inaspettatamente, a portare improbabili sprazzi di felicità a quanti (soprattutto quante) sono così "fortunati" da incrociarlo; Barry sembrerebbe cattivo ma in realtà sperimenta gioie e dolori della vita umana, senza preconcetti di sorta, assieme a tutte le inevitabili difficoltà di indossare un "Edgar-abito" non propriamente in forma. L'Edgar-abito in questione è l'esilarante Gary Green, già protagonista del corto omonimo da cui il film è stato tratto, che tra facce smascellate, movimenti spastici e sguardi pallati, riesce a conquistare lo spettatore più dello stile "da trip" e delle melodie con cui il regista trasforma il film nel viaggio mentale di chi già prima di venir posseduto da un alieno non riusciva più a connettersi con la realtà. Fried Barry non è sicuramente un film per tutti, visto che in alcune sequenze è abbastanza gore ed esplicito, ma un'occhiata la merita, soprattutto se vi piace il genere horror psichedelico. Sicuramente vi farete delle grassissime risate. 


Breeder di Jens Dahl (2020)

Non il film giusto da vedere nella giornata contro la violenza sulle donne, decisamente. Breeder parte come un thriller/horror in odor di fantascienza genetica, per poi rivelarsi come un torture porn dove le vittime sono povere criste seviziate da un matto e dove l'idea di cercare una cura per la vecchiaia diventa giusto una scusa: perché mai, infatti, torturare donne che dovrebbero ragionevolmente venire lasciate in salute per motivi che non spoilero? Peggio ancora, Breeder, inspiegabilmente scritto da una donna, sbaglia completamente il finale. La protagonista, come ci viene spiegato attraverso un monologo all'inizio, adora la sensazione di avere il controllo assoluto ma ama anche subire violenze dal marito, mossa da una vena masochistica; ora, sarebbe stato sbagliato farle perdere questa "perversione" dopo essere stata seviziata da un maniaco, perché un conto è il desiderio, un conto è essere vittime, ma arrivare a rimanere col marito mollo, infame e bastardo solo per avere un padre con cui crescere una bambina e continuare a farsi frustare da lui no, cazzo, non lo accetto, è il messaggio più sbagliato che si potrebbe dare. E al diavolo i "100 motivi che non vi sto a dire". Film pessimo e scorretto, che mi stupisco sia diventato materiale per il festival. 



mercoledì 25 novembre 2020

Visioni dal Torino Film Festival 2020 (parte 2)

Anche se ieri sono riuscita a vedere solo un film e un corto ho deciso di mantenere, almeno per questa volta, la struttura "in pillole", vuoi per mancanza di tempo, vuoi perché il film in questione mi ha lasciata un po' perplessa... ENJOY!


Lucky di Natasha Kermani (2020)

Un po' Auguri per la tua morte, un po' horror di denuncia sociale, un po' un casino, soprattutto verso la fine, Lucky è una bestia strana che all'inizio vi farà ridere e poi comincerà a sembrarvi uno scherzo un po' tirato per le lunghe risolto con un tragico spiegone sul pre-finale, spiegone subito cancellato per lasciare spazio alla locura più incredibile. La storia verte su un'autrice di manuali di autoaffermazione, quelle cose orribili che vanno tanto di moda negli USA, che una sera viene aggredita da un uomo in maschera, davanti, peraltro, allo sguardo annoiato del marito. Da qui in avanti non spoilero nulla ma in pratica la situazione della protagonista si fa sempre più surreale, tra mariti fuggitivi e persone ambigue o inutili, il tutto asservito (almeno da quanto ho capito io) a una metafora sulla fondamentale solitudine della donna in un mondo che non le risparmia mai violenze quotidiane, in nessun ambito, né critiche o giudizi superficiali, da cui il titolo originale del film. Secondo me a Lucky avrebbe giovato meno voglia di sperimentare e più coerenza in fase di scrittura, anche se le scenografie, i colori e un brevissimo momento musical, oltre alla faccia del marito della protagonista, potrebbero godere di momentanea memorabilità.


Regret di Santiago Menghini (2020)

In aggiunta a Lucky c'era questo corto imperniato sui sensi di colpa di un uomo davanti alla morte di un padre non proprio simpatico. In un quarto d'ora il corto cattura grazie ad angoscianti atmosfere à la Shining e a un paio di jump scare ben piazzati (diciamo che in uno ho urlato, anche perché il regista è talmente abile da sviare l'attenzione dello spettatore per poi fregarlo), oltre al make-up del "demone" che perseguita il protagonista. Peccato che l'attore che interpreta quest'ultimo sia un po' cane maledetto.



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