Cammina cammina siamo arrivati al 2004, anno in cui usciva Lupin III: Tutti i tesori del mondo (ルパン三世 盗まれたルパン ~コピーキャットは真夏の蝶~ Rupan Sansei - Nusumareta Rupan ~Copycat wa manatsu no chō~), special TV diretto dal regista Hidehito Ueda.
Trama: dopo l'ennesimo furto Fujiko viene rapita e Lupin per riaverla indietro viva è costretto a rubare una gemma che si dice causi la morte a chi ne entra in possesso. A mettergli i bastoni tra le ruote, oltre ai presunti rapitori di Fujiko, c'è anche una giovane ladra dai capelli biondi...
A quanto pare il nome Rebecca porta jella. Per chi non ricordasse il tour de force a cui mi sottoponevo ogni domenica, Rebecca è stato il personaggio inutile ma fondamentale dell'ultima serie dedicata a Lupin, ovvero L'avventura italiana: introdotta forzatamente come moglie del protagonista, la bionda emula di Paris Hilton era garanzia di puntata camurrìosa, tanto che quasi tutti i peggiori episodi della serie erano quelli a lei dedicati. Anche in Tutti i tesori del mondo c'è una Rebecca e, nemmeno ci trovassimo davanti ad un GomBloDDoH con tutti i crismi, lo special TV in questione è uno dei più noiosi ed inutili visti finora, al punto che l'idea di scrivere due paragrafi mi turba. Alla faccia del titolo italiano, infatti, il fulcro dell'azione non sono "tutti i tesori del mondo" (che poi dovrebbero essere quelli rubati da Lupin nel corso della sua carriera, ambiti dal gruppetto di villain di turno) bensì "la farfalla di mezza estate imitatrice che deruba Lupin" del titolo originale, tanto che l'intera trama ruota sul desiderio di vendetta di questa prima Rebecca, donzella con la farfalla tatuata sul braccio la cui madre (che, molto finemente, la farfalla ce l'aveva sulle sise) a quanto pare era stata socia di Lupin prima che arrivasse l'inopportuna e traditrice Fujiko; dopo aver rubato una gemma "maledetta" la donna era stata uccisa e la povera Rebecca, che già non sapeva chi fosse suo padre (mamma era una lucciola più che una farfalla), si è ritrovata persino a non sapere chi fosse l'assassino della madre, da qui il desiderio di andare a spaccare i marroni a Lupin diventando una di quelle "Mary Sue" tanto care all'animazione giapponese, nella fattispecie la terribile versione Mix-Sue, ovvero una puccincazzosa damsel in distress, per di più palesemente innamorata del ladro gentiluomo. L'orrore, insomma.
Tolta Rebecca, il resto rientra nella media degli Special TV dedicati a Lupin, con la piccola, grandissima aggravante di non riservare un briciolo di approfondimento ai personaggi principali, salvo forse un Lupin particolarmente paraculo e banfone che non esita a manovrare Jigen e Goemon come due marionette. D'altra parte, è anche vero che il pistolero e il samurai servono giusto sul finale, per consentire ai fan di avere il solito scontro con i mini-boss di fine livello che stavolta vede Jigen combattere una sorta di prete (?) con le mitragliette e Goemon un cinese capace di trasformare in proiettile qualunque cosa; va molto meglio all'avversario di Fujiko, che viene sconfitto a colpi di patata (giuro. Sì, alla fine gli casca un vaso in testa a dargli il colpo di grazia ma non prima che la pettoruta signorina lo abbia soffocato prendendogli più volte la testa tra le cosce), mentre persino il povero Zazà è meno divertente del solito. Molto carino invece il character design sia dei personaggi titolari che dei comprimari, con l'aggiunta di un'animazione abbastanza gradevole e dei bei colori, e allo stesso modo è validissima la colonna sonora dell'immancabile Yuji Ono, che tocca l'apice nella malinconica parentesi jazz durante la quale Lupin si ritrova pensieroso ad ascoltare un'orchestrina all'interno di un locale. E con questo è tutto, sperando che il prossimo Special TV non mi costi una recensione faticosa come quella che avete appena finito di leggere!
Hidehito Ueda è il regista della pellicola. Giapponese, ha diretto film come Ken il guerriero - La leggenda di Julia ed episodi di serie quali Gatchaman la battaglia dei pianeti 2. Anche animatore e sceneggiatore, è morto nel 2015, all'età di 61 anni.
Come sempre, se Lupin III: Tutti i tesori del mondo vi fosse piaciuto recuperate le opere elencate a QUESTO LINK. ENJOY!
mercoledì 18 maggio 2016
martedì 17 maggio 2016
Astro Boy (2009)
Spulciando tra i dvx mi sono ritrovata tra le mani in questi giorni Astro Boy, diretto e co-sceneggiato nel 2009 dal regista David Bowers a partire dal manga del sensei Osamu Tezuka.
Trama: a seguito di un incidente il giovane Tobio muore e il padre, lo scienziato Dr. Tenma, decide di costruire un robot con le sue sembianze e dotato degli stessi ricordi del figlio. Resosi dolorosamente consapevole del fatto che la nuova creatura è ben diversa da Tobio, Tenma lo allontana da casa e il piccolo robot si ritrova esiliato in quella che un tempo era la Terra, ora un luogo desolato e privo di risorse naturali...
Comincerò questa breve recensione con una confessione terrificante: da bambina, quando passavano Astro Boy in TV, cambiavo canale. Ebbene sì, l'ho detto. Non ho mai sopportato la creatura di Osamu Tezuka, il Dio dei Manga di cui, in generale, non sono mai riuscita ad apprezzare lo stile, purtroppo la prima cosa che mi colpiva da piccola durante la visione di un anime, conseguentemente non conosco il personaggio in questione e se vi aspettavate una recensione capace di "scovare le differenze" o inveire contro il vilipendio all'Astro Boy cascate male. Di fatto, mi sono avvicinata al film di Bowers con un'ignoranza tale da rasentare la vergogna e allo stesso modo ho concluso la visione con una scrollata di spalle e la consapevolezza che una roba simile l'avrei dimenticata nel giro di un paio di giorni. Da allora è passata una settimana ed effettivamente tutto ciò che mi ha lasciato Astro Boy è una vaga sensazione di "sbagliato", come se aggiornare nel character design la creatura di Tezuka abbia avuto come unica conseguenza quella di appiattirla, rimasticarla e gettarla in pasto ad un pubblico privo della voglia di affrontare un'opera seminale per quel che riguarda il fumetto nipponico; per carità, quella voglia manca anche a me (non per altro ma ho tanta di quella roba da leggere che impelagarmi nell'acquisto di vecchi volumi di Astro Boy sarebbe deleterio in termini di tempo, denaro e sanità mentale), ma perlomeno sono consapevole del fatto che lo stile vintaggio del Maestro scaldava il cuore mentre quest'accozzaglia di luoghi comuni e personaggi rifatti mette solo tristezza. Astro Boy, o per meglio dire Tobio, si presenta come un odioso PdF (per chi non fosse fan dell'Antro Atomico: Precisino della Fungia), talmente antipatico e saccente che la sua morte improvvisa mi ha strappato un applauso sentitissimo e questa è l'unica caratterizzazione particolare di un branco di personaggi uno più bidimensionale dell'altro, prevedibili dall'inizio alla fine.
Altrettanto prevedibile, bambinesca e per nulla inquietante è la natura dei due luoghi dove si muovono i protagonisti, "in basso" una Terra lasciata ad umani poveri e robot in disuso, "in alto" nel cielo una Città dove la tecnologia è progredita e i robot vengono sfruttati come schiavi da ricchi umani privi di sentimenti; ci sarebbe stato da strapparsi i capelli per la gioia se la storia avesse preso una piega leggermente più fantascientifica ed adulta ma purtroppo Astro Boy (a differenza di una distopia animata meglio riuscita sebbene meno blasonata come quella di 9) punta ad un target di infanti e il risultato è piuttosto loffio. Tra un momento drammatico e uno strappalacrime, ché effettivamente Tobio si porta appresso un bel carico di sfiga, Astro Boy infila suggestioni alla Real Steel, amorazzi adolescenziali, un blando messaggio ecologista e poco altro, tanto che il film mi è risultato più noioso che emozionante e non mi ha entusiasmata neppure l'animazione. Sì, le immagini che scorrono sullo schermo sono carine ma come ho detto sopra un conto era vedere muoversi i personaggi inventati da Tezuka (alcuni tornano a mo' di omaggio, come per esempio la caricatura dello stesso mangaka, ma non so a quanti spettatori saranno saltati all'occhio), con quell'animazione innocente ed esaltante che solo ora alla veneranda età di 35 anni riesco ad apprezzare, un conto è vedere schizzare sullo schermo questi bambocci senz'anima e un nugolo di personaggi creati alla bisogna che sarebbero stati bene in un altro film ma non nel remake di Astro Boy. Insomma, un gran diludendo, anche per chi non è fan di Tezuka come la sottoscritta, non oso quindi immaginare come l'abbiano accolto gli estimatori del mitico mangaka!
Tra i doppiatori originali figurano Charlize Theron (l'annunciatrice che all'inizio racconta la storia di Metro-City), Nicolas Cage (Dr. Tenma), Donald Sutherland (Presidente Stone), Bill Nighy (Dottor Elefun/Robotsky), Alan Tudyk (Mr. Squeegee / Scrapheap Head / Stinger Two), Kristen Bell (Cora), Elle Fanning (Grace), Nathan Lane (Hamegg) e Samuel L. Jackson (Zog).
David Bowers è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come Giù per il tubo, Diario di una schiappa 2 e Diario di una schiappa: Vita da cani. Anche animatore, doppiatore e produttore, ha 46 anni.
Freddie Highmore (vero nome Alfred Thomas Highmore) è la voce originale di Astro Boy/Tobio. Inglese, lo ricordo per film come Neverland - Un sogno per la vita, La fabbrica di cioccolato, Un'ottima annata - A Good Year e ovviamente per il ruolo di Norman Bates nella serie Bates Motel. Anche sceneggiatore, ha 24 anni e due film in uscita.
Eugene Levy è la voce originale di Orrin. Canadese, lo ricordo per film come Splash - Una sirena a Manhattan, Frequenze pericolose, Mi sdoppio in quattro, American Pie, American Pie 2, American Pie - Il matrimonio e American Pie: Ancora insieme; inoltre, ha partecipato a serie come Innamorati pazzi e Hercules. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 70 anni e un film in uscita, Alla ricerca di Dory.
Tra le voci dei doppiatori italiani figurano Silvio Muccino (Astro Boy), Carolina Crescentini (Cora) e Il trio medusa (Robotsky, Sparx e Mike); Scarlett Johansson avrebbe dovuto doppiare Cora nella versione inglese ma alla fine è stata sostituita da Kristen Bell. Dell'opera di Osamu Tezuka esistevano già tre serie dal titolo Astro Boy, una in bianco e nero, del 1963, credo mai arrivata in Italia, quella a colori che conosciamo anche noi, del 1980, e infine un remake del 2003 anch'esso inedito da noi; se vi fosse piaciuto Astro Boy recuperate quanto possibile! ENJOY!
Trama: a seguito di un incidente il giovane Tobio muore e il padre, lo scienziato Dr. Tenma, decide di costruire un robot con le sue sembianze e dotato degli stessi ricordi del figlio. Resosi dolorosamente consapevole del fatto che la nuova creatura è ben diversa da Tobio, Tenma lo allontana da casa e il piccolo robot si ritrova esiliato in quella che un tempo era la Terra, ora un luogo desolato e privo di risorse naturali...
Comincerò questa breve recensione con una confessione terrificante: da bambina, quando passavano Astro Boy in TV, cambiavo canale. Ebbene sì, l'ho detto. Non ho mai sopportato la creatura di Osamu Tezuka, il Dio dei Manga di cui, in generale, non sono mai riuscita ad apprezzare lo stile, purtroppo la prima cosa che mi colpiva da piccola durante la visione di un anime, conseguentemente non conosco il personaggio in questione e se vi aspettavate una recensione capace di "scovare le differenze" o inveire contro il vilipendio all'Astro Boy cascate male. Di fatto, mi sono avvicinata al film di Bowers con un'ignoranza tale da rasentare la vergogna e allo stesso modo ho concluso la visione con una scrollata di spalle e la consapevolezza che una roba simile l'avrei dimenticata nel giro di un paio di giorni. Da allora è passata una settimana ed effettivamente tutto ciò che mi ha lasciato Astro Boy è una vaga sensazione di "sbagliato", come se aggiornare nel character design la creatura di Tezuka abbia avuto come unica conseguenza quella di appiattirla, rimasticarla e gettarla in pasto ad un pubblico privo della voglia di affrontare un'opera seminale per quel che riguarda il fumetto nipponico; per carità, quella voglia manca anche a me (non per altro ma ho tanta di quella roba da leggere che impelagarmi nell'acquisto di vecchi volumi di Astro Boy sarebbe deleterio in termini di tempo, denaro e sanità mentale), ma perlomeno sono consapevole del fatto che lo stile vintaggio del Maestro scaldava il cuore mentre quest'accozzaglia di luoghi comuni e personaggi rifatti mette solo tristezza. Astro Boy, o per meglio dire Tobio, si presenta come un odioso PdF (per chi non fosse fan dell'Antro Atomico: Precisino della Fungia), talmente antipatico e saccente che la sua morte improvvisa mi ha strappato un applauso sentitissimo e questa è l'unica caratterizzazione particolare di un branco di personaggi uno più bidimensionale dell'altro, prevedibili dall'inizio alla fine.
Altrettanto prevedibile, bambinesca e per nulla inquietante è la natura dei due luoghi dove si muovono i protagonisti, "in basso" una Terra lasciata ad umani poveri e robot in disuso, "in alto" nel cielo una Città dove la tecnologia è progredita e i robot vengono sfruttati come schiavi da ricchi umani privi di sentimenti; ci sarebbe stato da strapparsi i capelli per la gioia se la storia avesse preso una piega leggermente più fantascientifica ed adulta ma purtroppo Astro Boy (a differenza di una distopia animata meglio riuscita sebbene meno blasonata come quella di 9) punta ad un target di infanti e il risultato è piuttosto loffio. Tra un momento drammatico e uno strappalacrime, ché effettivamente Tobio si porta appresso un bel carico di sfiga, Astro Boy infila suggestioni alla Real Steel, amorazzi adolescenziali, un blando messaggio ecologista e poco altro, tanto che il film mi è risultato più noioso che emozionante e non mi ha entusiasmata neppure l'animazione. Sì, le immagini che scorrono sullo schermo sono carine ma come ho detto sopra un conto era vedere muoversi i personaggi inventati da Tezuka (alcuni tornano a mo' di omaggio, come per esempio la caricatura dello stesso mangaka, ma non so a quanti spettatori saranno saltati all'occhio), con quell'animazione innocente ed esaltante che solo ora alla veneranda età di 35 anni riesco ad apprezzare, un conto è vedere schizzare sullo schermo questi bambocci senz'anima e un nugolo di personaggi creati alla bisogna che sarebbero stati bene in un altro film ma non nel remake di Astro Boy. Insomma, un gran diludendo, anche per chi non è fan di Tezuka come la sottoscritta, non oso quindi immaginare come l'abbiano accolto gli estimatori del mitico mangaka!
Tra i doppiatori originali figurano Charlize Theron (l'annunciatrice che all'inizio racconta la storia di Metro-City), Nicolas Cage (Dr. Tenma), Donald Sutherland (Presidente Stone), Bill Nighy (Dottor Elefun/Robotsky), Alan Tudyk (Mr. Squeegee / Scrapheap Head / Stinger Two), Kristen Bell (Cora), Elle Fanning (Grace), Nathan Lane (Hamegg) e Samuel L. Jackson (Zog).
David Bowers è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come Giù per il tubo, Diario di una schiappa 2 e Diario di una schiappa: Vita da cani. Anche animatore, doppiatore e produttore, ha 46 anni.
Freddie Highmore (vero nome Alfred Thomas Highmore) è la voce originale di Astro Boy/Tobio. Inglese, lo ricordo per film come Neverland - Un sogno per la vita, La fabbrica di cioccolato, Un'ottima annata - A Good Year e ovviamente per il ruolo di Norman Bates nella serie Bates Motel. Anche sceneggiatore, ha 24 anni e due film in uscita.
Eugene Levy è la voce originale di Orrin. Canadese, lo ricordo per film come Splash - Una sirena a Manhattan, Frequenze pericolose, Mi sdoppio in quattro, American Pie, American Pie 2, American Pie - Il matrimonio e American Pie: Ancora insieme; inoltre, ha partecipato a serie come Innamorati pazzi e Hercules. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 70 anni e un film in uscita, Alla ricerca di Dory.
Tra le voci dei doppiatori italiani figurano Silvio Muccino (Astro Boy), Carolina Crescentini (Cora) e Il trio medusa (Robotsky, Sparx e Mike); Scarlett Johansson avrebbe dovuto doppiare Cora nella versione inglese ma alla fine è stata sostituita da Kristen Bell. Dell'opera di Osamu Tezuka esistevano già tre serie dal titolo Astro Boy, una in bianco e nero, del 1963, credo mai arrivata in Italia, quella a colori che conosciamo anche noi, del 1980, e infine un remake del 2003 anch'esso inedito da noi; se vi fosse piaciuto Astro Boy recuperate quanto possibile! ENJOY!
lunedì 16 maggio 2016
Giovani streghe (1996)
Trama: Sarah, orfana di madre e con un padre ormai ri-fidanzato, si trasferisce in una nuova città e ovviamente ha difficoltà ad ambientarsi e farsi degli amici. Le sue abilità magiche, ereditate dalla madre strega, attirano tuttavia l'attenzione di Nancy, Bonnie e Rochelle, tre adepte del dio Manon, ancora in cerca del quarto membro del loro gruppo...
Questo sarà il primo post che scrivo senza necessità di riguardare un film prima di parlarne. Ricordo ancora il giorno in cui, ormai 20 anni fa, ho stretto tra le mani la videocassetta noleggiata di Giovani streghe e l'ho guardato una sera assieme alle due mie migliori amiche del liceo, dopo una lauta cena a base di pizza approfittando dell'assenza dei genitori. Quella stessa videocassetta l'ho riguardata, da sola, almeno tre volte prima di riportarla al videonoleggio e il perché è presto detto: la giovane Bolla si era letteralmente innamorata del film di Andrew Fleming, causa scatenante di un insano interesse verso la wicca, la stregoneria, i tarocchi e compagnia cantante. Nonostante fossi già alle superiori credo di non avere mai provato una delusione così cocente ed infantile come il rendermi conto che mai io e le mie amiche avremmo potuto padroneggiare gli stessi poteri di Sarah e le altre, ritrovandoci ad invocare Manon durante una scampagnata o a sperimentare levitazioni e trasfigurazioni, senza contare incantesimi atti a spingere la gente a fare quello che volevamo noi e nemmeno oggi saprei spiegare il perché di tanta illusoria fascinazione. Forse perché la prima parte di Giovani Streghe potrebbe rappresentare tutto ciò che esiste di "buono" per un'adolescente (riuscire a trovare la forza della sorellanza e dell'amicizia fino a sublimare il proprio status di reietti, consapevoli di essere comunque superiori agli altri, avere uno stile particolare ed affascinante, vivere esperienze indimenticabili e fuori dal comune) mentre la seconda, sconfinante senza pudore nei territori dell'horror, incarna il fascino del misterioso e del proibito o forse perché, al netto di tutti i suoi difetti, la sceneggiatura di Giovani Streghe è stata scritta da persone miracolosamente consapevoli di ciò che può piacere alle ragazze di quell'età, al punto da riuscire a creare qualcosa che ha di fatto travalicato i limiti generazionali, diventando universale e cult.
Sicuramente, buona parte della "colpa" di questo amore, almeno per quanto mi riguarda, è da attribuire a Fairuza Balk, la quale peraltro nella vita reale è una wiccan ed ha aiutato gli sceneggiatori a scrivere una storia il più possibile realistica; è impossibile non venire conquistati da quella sua bocca gigantesca e i folli occhi da pazza, che la rendevano allo stesso tempo bellissima ed orribile, sicuramente inadatta a frequentare la scuola cattolica che funge da teatro della vicenda e da ironico ricettacolo del "maligno". Credo che ben pochi personaggi femminili "negativi" possano vantare lo stesso carisma della sua Nancy che, neanche a dirlo, eclissa la fragile protagonista dalle gambe storte e dal passo elegante come quello di un portuale (occazzo, erano ANNI che volevo dirlo!!!) perché non si fa scrupolo a soccombere al lato oscuro di Manon e diventare la dea dei darkettoni, con quelle mise meravigliosamente nere e decadenti. E vogliamo darle torto? La vita di Nancy è una schifezza, gli sceneggiatori non smettono di ricordarcelo; sì, Bonnie ha il corpo rovinato dalle ustioni, Sarah è orfana di una madre che ha amato tantissimo ed è vittima di un trasferimento non voluto, Rochelle è l'unica nera in un universo composto interamente da stronzissime WASP ma bene o male tutte e tre possono contare sul sostegno di una famiglia o buona parte di essa e hanno il denaro per poter sognare una vita migliore mentre Nancy ha una madre ubriacona, un patrigno maniaco ed è povera in canna. Ce n'è abbastanza, effettivamente, da spazientire un santo ed è normale in circostanze simili lasciarsi sedurre dal potere e usarlo per prendere a schiaffoni forti una vita e delle persone che ci hanno sempre trattati come una pezza da piedi. Che poi Nancy esageri è vero ma alla fine ho sempre sentito di volere più "male" a Bonnie e Rochelle, inutilmente crudeli e sciocche nonostante avessero ottenuto tutto ciò che desideravano (il finale è indicativo della pochezza del loro animo), piuttosto che alla povera, sfortunata Fairuza.
Ovviamente questo post non può diventare un inno a Nancy, anche se lo meriterebbe, perché riguardare Giovani Streghe è come addentare quella madeleine proustiana che è il cinema di genere anni '90, quello che inevitabilmente, tolte le pellicole anni '80 passate a Notte Horror, sento più legato alla mia generazione. Un cinema di genere che andava a braccetto con la supercazzola, non a caso qui ritroviamo quell'adorata faccia da caSSo di Breckin Meyer (che chissà che fine ha fatto, Seth Green lo ritrovo sempre con piacere ma il biondino scemo no...), con la moda un po' cialtrona ma tanto caruccia dei licei "bene" americani, con i volti di attori che abbiamo imparato ad amare perché hanno segnato un'epoca con film seminali quali Scream, uscito nello stesso anno e forte della fondamentale partecipazione dell'indispensabile Neve Campbell e dell'indimenticabile Skeet Ulrich, gente ahimé finita un po' nel dimenticatoio. A proposito di Scream e horror, è bene ricordare che Giovani streghe, benché manchi ovviamente della componente splatter, è un dramma adolescenziale a tinte sovrannaturali quindi non c'è solo abbondanza di effetti speciali (leggermente datati, soprattutto quando Sarah sfoggia quell'improbabile zazzera gialla ma del resto per tutto il film la Tunney indossava una parrucca) ma anche di immagini disturbanti che riempiono lo schermo di serpenti, insetti disgustosi, terrificanti effetti della regola "tutto ciò che farai agli altri tornerà indietro triplicato" e inquietanti giochi di specchi capaci ancora oggi di mettere i brividi. Insomma, niente a che vedere con la serie Streghe, che pure ho guardato fino all'ultima puntata, la quale con il film di Andrew Fleming condivideva giusto il concetto di "potere nell'unione" e l'indimenticabile canzone portante della colonna sonora, quella How Soon Is Now? originariamente cantata dai The Smiths e rifatta dai Love Spit Love che, nel film, accompagna le musiche originali e vagamente misticheggianti di Grahame Revell. Credete che non abbia comprato anche la soundtrack originale durante il mio primo viaggio in America? Stolti!! Ah, i bei tempi in cui non era ancora possibile avere tutto con un click e trovare i memorabilia dei film amati provocava un tuffo al cuore, nemmeno avessi avuto tra le mani il potere di Manon! Ciò mi fa sentire vecchia ma anche incredibilmente felice di poter parlare di Giovani streghe con sì tanto amore... e vedrete quanto ne parleranno ancora meglio Silvia e Lucia sui loro blog!!!
Di Fairuza Balk (Nancy Downs), Neve Campbell (Bonnie), Skeet Ulrich (Chris Hooker), Christine Taylor (Laura Lizzie) e Breckin Meyer (Mitt) ho già parlato ai rispettivi link.
Andrew Fleming è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Le ragazze della Casa Bianca ed episodi di serie come The Michael J. Fox Show. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 51 anni e un film in uscita.
Robin Tunney interpreta Sarah Bailey. Americana, la ricordo per film come Il mio amico scongelato e Giorni contati, inoltre ha partecipato a serie come Dr. House, Prison Break, The Mentalist e doppiato episodi di Robot Chicken. Ha 44 anni.
A differenza di quella delle sue colleghe, la carriera di Rachel True, che nel film interpreta Rochelle, non è decollata neppure per pochi anni e l'unica sua apparizione che possa ricordare è quella in Sharknado 2 mentre, a proposito della serie Streghe, pare che Holly Marie Combs, alias la sorella strega Piper Halliwell, abbia rifiutato un ruolo all'interno della pellicola. Da qualche anno si vocifera riguardo alla realizzazione di un remake di Giovani streghe; in verità in questi ultimi giorni ha cominciato a circolare la voce che il progetto sarebbe un sequel zeppo di rimandi alla pellicola originale, con un nuovo cast di giovani attrici (non ancora assemblato, ovviamente) e personaggi in qualche modo legati agli eventi del primo film oppure direttamente influenzati dagli stessi. Staremo a vedere... ma anche no! Nel frattempo, se Giovani streghe vi fosse piaciuto, recuperate Le streghe di Eastwick e dei "pezzacci da '90" come Amiche cattive, Cruel Intentions, Urban Legend, Sex Crimes - Giochi pericolosi, Schegge di follia, The Faculty, Scream e ovviamente Ragazze a Beverly Hills! ENJOY!
venerdì 13 maggio 2016
The Boy and the Beast (2015)
Il 10 e 11 maggio è arrivato in Italia, ovviamente in pochissime sale, ci mancherebbe, The Boy and the Beast (バケモノの子 - Bakemono no ko), diretto e sceneggiato nel 2015 dal regista Mamoru Hosoda.
Trama: Dopo la morte della madre, divorziata dal padre di cui il bambino non ha più notizie, il piccolo Ren decide di non appoggiarsi alla famiglia materna ma di vivere solitario nelle strade di Shibuya. Proprio lì incontra Kumatetsu, un guerriero orso antropomorfo che vive nella città delle bestie, e decide di seguirlo e diventarne il discepolo...
Mamoru Hosoda dev'essere una bestia reincarnatasi in un essere umano, non c'è dubbio. E' il solo modo in cui mi spiego come il regista giapponese riesca a realizzare delle pellicole pregne di poesia tratteggiando con incredibile delicatezza il compenetrarsi di due mondi così diversi, creando storie in bilico tra la favola, la leggenda e il racconto di formazione. Se in Wolf Children l'attenzione veniva posta, appunto, su due bambini mezzosangue che con la crescita si ritrovavano costretti a scegliere tra la loro parte umana e quella lupina, qui il protagonista Ren è senza dubbio un piccolo essere umano ma coloro che ne determinano la crescita e la maturazione sono degli animali antropomorfi che vivono in una dimensione parallela alla nostra e la sua condizione di incertezza è molto simile a quella dei piccoli Ame e Yuki. Ren è un bambino solitario con il cuore appesantito e svuotato dall'odio nei confronti di un padre assente e una famiglia materna che palesemente lo disprezza, una creatura che rischierebbe di perdersi in quel crogiolo di volti tutti uguali che è la grande metropoli; il suo carattere schivo e la grande rabbia che lo divorano fanno a pugni con la personalità debordante e il temperamento esplosivo del guerriero Kumatetsu, che tuttavia decide di prenderlo sotto la sua ala protettiva e farne il suo discepolo, sotto lo sguardo perplesso degli animali che lo conoscono fin dalla più tenera età. Mano a mano che il loro tempestoso rapporto di discepolo e maestro evolve, la cosa che balza maggiormente all'occhio è che Ren e Kumatetsu sono due facce della stessa medaglia, entrambi reietti, entrambi "forti" quando si tratta di caratteristiche fisiche o mentali ma allo stesso tempo deboli proprio a causa della loro solitudine e dell'atavica incapacità di fidarsi degli altri; la cosa bella di The Boy and the Beast è il modo in cui viene sottolineato che Kumatetsu non potrà mai diventare Gran Maestro perché ha dimenticato ciò che lo aveva spinto a diventare forte, concentrandosi sempre più sul combattimento fine a sé stesso (al punto da non essere neppure capace ad insegnarne le tecniche), mentre Ren è incapace, nonostante lo desideri, di incanalare la propria educazione di "bestia" per diventare un umano migliore e completo.
Alla luce di tutto ciò, guardando The Boy and the Beast mi è scappato da ridere per tutto il tempo buttato a guardare ed apprezzare Dragonball, i cui personaggi concentrati solo sull'aumentare la propria forza al fine di diventare "i guerrieri più potenti dell'Universo" vengono proprio parodiati da Kumatetsu, però mi sono ritrovata anche a pensare alla completezza di One Piece, dove in un episodio Zef dai piedi rossi dice a Sanji che "nessuno può spezzare la lancia che una persona nasconde nel cuore"; questo concetto è la base fondante di The Boy and the Beast, dove si sottolinea l'importanza di trovare questa lancia (o spada che dir si voglia), un qualcosa che ci completi e ci spinga a diventare persone migliori, capaci di affrontare non tanto le difficoltà della vita, quanto piuttosto noi stessi. Mamoru Hosoda, attraverso il sapiente uso di un'animazione bellissima, cita a piene mani il capolavoro di Melville, Moby Dick, e ci apre gli occhi dinnanzi al fatto che la bestia peggiore, quella che dovremmo temere di più, è proprio la nostra parte oscura, che ci riempie di terrore, rabbia ed insicurezza, impedendoci di diventare umani a tutti gli effetti. Tanti pensieri profondi sono racchiusi in una storia solo all'apparenza superficiale, fatta sì di molte sequenze divertenti (Kumatetsu e i suoi amici Tatara e Hyakushubo, per non parlare del Gran Maestro Coniglio sono tra i personaggi migliori mai visti in un anime) e combattimenti mozzafiato, ma anche di confronti toccanti e momenti drammatici, che insieme contribuiscono a creare un'opera emozionante e difficile da dimenticare. Sebbene abbia preferito Wolf Children, credo che Mamoru Hosoda sia riuscito a girare un altro capolavoro ed è un peccato che simili film godano nel nostro Paese solo di una distribuzione limitata: se riuscite in qualche modo a recuperare The Boy and the Beast fatelo e innamoratevi anche voi di Kumatestu, Ren e compagnia.
Del regista e sceneggiatore Mamoru Hosoda ho già parlato QUI e se The Boy and the Beast vi fosse piaciuto recuperate ovviamente Wolf Children, sempre scritto e diretto da questo talentuoso autore, e La città incantata. ENJOY!
Trama: Dopo la morte della madre, divorziata dal padre di cui il bambino non ha più notizie, il piccolo Ren decide di non appoggiarsi alla famiglia materna ma di vivere solitario nelle strade di Shibuya. Proprio lì incontra Kumatetsu, un guerriero orso antropomorfo che vive nella città delle bestie, e decide di seguirlo e diventarne il discepolo...
Mamoru Hosoda dev'essere una bestia reincarnatasi in un essere umano, non c'è dubbio. E' il solo modo in cui mi spiego come il regista giapponese riesca a realizzare delle pellicole pregne di poesia tratteggiando con incredibile delicatezza il compenetrarsi di due mondi così diversi, creando storie in bilico tra la favola, la leggenda e il racconto di formazione. Se in Wolf Children l'attenzione veniva posta, appunto, su due bambini mezzosangue che con la crescita si ritrovavano costretti a scegliere tra la loro parte umana e quella lupina, qui il protagonista Ren è senza dubbio un piccolo essere umano ma coloro che ne determinano la crescita e la maturazione sono degli animali antropomorfi che vivono in una dimensione parallela alla nostra e la sua condizione di incertezza è molto simile a quella dei piccoli Ame e Yuki. Ren è un bambino solitario con il cuore appesantito e svuotato dall'odio nei confronti di un padre assente e una famiglia materna che palesemente lo disprezza, una creatura che rischierebbe di perdersi in quel crogiolo di volti tutti uguali che è la grande metropoli; il suo carattere schivo e la grande rabbia che lo divorano fanno a pugni con la personalità debordante e il temperamento esplosivo del guerriero Kumatetsu, che tuttavia decide di prenderlo sotto la sua ala protettiva e farne il suo discepolo, sotto lo sguardo perplesso degli animali che lo conoscono fin dalla più tenera età. Mano a mano che il loro tempestoso rapporto di discepolo e maestro evolve, la cosa che balza maggiormente all'occhio è che Ren e Kumatetsu sono due facce della stessa medaglia, entrambi reietti, entrambi "forti" quando si tratta di caratteristiche fisiche o mentali ma allo stesso tempo deboli proprio a causa della loro solitudine e dell'atavica incapacità di fidarsi degli altri; la cosa bella di The Boy and the Beast è il modo in cui viene sottolineato che Kumatetsu non potrà mai diventare Gran Maestro perché ha dimenticato ciò che lo aveva spinto a diventare forte, concentrandosi sempre più sul combattimento fine a sé stesso (al punto da non essere neppure capace ad insegnarne le tecniche), mentre Ren è incapace, nonostante lo desideri, di incanalare la propria educazione di "bestia" per diventare un umano migliore e completo.
Alla luce di tutto ciò, guardando The Boy and the Beast mi è scappato da ridere per tutto il tempo buttato a guardare ed apprezzare Dragonball, i cui personaggi concentrati solo sull'aumentare la propria forza al fine di diventare "i guerrieri più potenti dell'Universo" vengono proprio parodiati da Kumatetsu, però mi sono ritrovata anche a pensare alla completezza di One Piece, dove in un episodio Zef dai piedi rossi dice a Sanji che "nessuno può spezzare la lancia che una persona nasconde nel cuore"; questo concetto è la base fondante di The Boy and the Beast, dove si sottolinea l'importanza di trovare questa lancia (o spada che dir si voglia), un qualcosa che ci completi e ci spinga a diventare persone migliori, capaci di affrontare non tanto le difficoltà della vita, quanto piuttosto noi stessi. Mamoru Hosoda, attraverso il sapiente uso di un'animazione bellissima, cita a piene mani il capolavoro di Melville, Moby Dick, e ci apre gli occhi dinnanzi al fatto che la bestia peggiore, quella che dovremmo temere di più, è proprio la nostra parte oscura, che ci riempie di terrore, rabbia ed insicurezza, impedendoci di diventare umani a tutti gli effetti. Tanti pensieri profondi sono racchiusi in una storia solo all'apparenza superficiale, fatta sì di molte sequenze divertenti (Kumatetsu e i suoi amici Tatara e Hyakushubo, per non parlare del Gran Maestro Coniglio sono tra i personaggi migliori mai visti in un anime) e combattimenti mozzafiato, ma anche di confronti toccanti e momenti drammatici, che insieme contribuiscono a creare un'opera emozionante e difficile da dimenticare. Sebbene abbia preferito Wolf Children, credo che Mamoru Hosoda sia riuscito a girare un altro capolavoro ed è un peccato che simili film godano nel nostro Paese solo di una distribuzione limitata: se riuscite in qualche modo a recuperare The Boy and the Beast fatelo e innamoratevi anche voi di Kumatestu, Ren e compagnia.
Del regista e sceneggiatore Mamoru Hosoda ho già parlato QUI e se The Boy and the Beast vi fosse piaciuto recuperate ovviamente Wolf Children, sempre scritto e diretto da questo talentuoso autore, e La città incantata. ENJOY!
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giovedì 12 maggio 2016
(Gio)WE, Bolla! del 12/5/2016
Buon giovedì a tutti! Tra una Guerra Civile e un'Apocalisse la distribuzione italiana prende pausa ma qualcosa di carino (non la Wilde Salomé di Al Pacino con Jessica Chastain, per carità!!) esce comunque... ENJOY!
The Boy
Reazione a caldo: AAAAAAARGHHH!!!
Bolla, rifletti!: L'hanno già visto tutti tranne me e, come direbbe Elio, subito la critica è stata concorde nel definirlo una poottanata. Ma io ho il sacro terrore di bambole e burattini quindi andrò a vederlo e probabilmente non dormirò per una settimana.
Tini - La nuova vita di Violetta
Reazione a caldo: Però questo mi fa più paura...
Bolla, rifletti!: No, davvero. Chi se ne frega di Violetta? Ma soprattutto... chi se ne frega di una Violetta in crisi esistenziale? Mi raccomando, 'ste stron*ate facciamole arrivare tutte a Savona, eh...
Money Monster - L'altra faccia del denaro
Reazione a caldo: Mh...
Bolla, rifletti!: Apparentemente il tema è lo stesso del tesissimo Desconocido - Resa dei conti: in pratica qualcuno, nella fattispecie George Clooney, pasticcia coi soldi altrui e viene giustamente punito per il misfatto, stavolta in diretta TV. Ma il film americano sarà avvincente come quello spagnolo? Ai posteri l'ardua sentenza...
Al cinema d'élite si va invece in ....
Florida
Reazione a caldo: Boh.
Bolla, rifletti!: Storia di un anziano industriale che, dopo aver perso un po' la gibigianna, decide di andare a trovare una delle sue figlie in America. Potrebbe essere interessante ma anche tanto triste quindi devo pensarci un po'...
The Boy
Reazione a caldo: AAAAAAARGHHH!!!
Bolla, rifletti!: L'hanno già visto tutti tranne me e, come direbbe Elio, subito la critica è stata concorde nel definirlo una poottanata. Ma io ho il sacro terrore di bambole e burattini quindi andrò a vederlo e probabilmente non dormirò per una settimana.
Tini - La nuova vita di Violetta
Reazione a caldo: Però questo mi fa più paura...
Bolla, rifletti!: No, davvero. Chi se ne frega di Violetta? Ma soprattutto... chi se ne frega di una Violetta in crisi esistenziale? Mi raccomando, 'ste stron*ate facciamole arrivare tutte a Savona, eh...
Money Monster - L'altra faccia del denaro
Reazione a caldo: Mh...
Bolla, rifletti!: Apparentemente il tema è lo stesso del tesissimo Desconocido - Resa dei conti: in pratica qualcuno, nella fattispecie George Clooney, pasticcia coi soldi altrui e viene giustamente punito per il misfatto, stavolta in diretta TV. Ma il film americano sarà avvincente come quello spagnolo? Ai posteri l'ardua sentenza...
Al cinema d'élite si va invece in ....
Florida
Reazione a caldo: Boh.
Bolla, rifletti!: Storia di un anziano industriale che, dopo aver perso un po' la gibigianna, decide di andare a trovare una delle sue figlie in America. Potrebbe essere interessante ma anche tanto triste quindi devo pensarci un po'...
mercoledì 11 maggio 2016
The Atticus Institute (2015)
Lentamente, è cominciato il recupero di quei film di cui ho sentito parlare bene nei mesi passati, come per esempio The Atticus Institute, diretto e sceneggiato nel 2015 dal regista Chris Sparling.
Trama: all'interno dell'Atticus Institute vengono studiati i casi, veri o presunti tali, di persone dotate di poteri telecinetici. Quando Judith viene portata all'istituto i medici gioiscono davanti agli incredibili poteri della donna ma presto alla gioia si sostituisce il terrore...
The Atticus Institute è un piccolo horror che a tratti riesce a sorprendere per il modo intelligente (finalmente!) con il quale utilizza l'escamotage del mockumentary documentando, di fatto, il primo caso di possessione demoniaca osservata da un'entità governativa con lo scopo di incanalarne il potere e possibilmente sfruttarla a fini bellici. La storia di Judith viene raccontata al pubblico attraverso le testimonianze, a distanza di molti anni, di chi è sopravvissuto al terribile segreto celato all'interno dell'Atticus Institute, un luogo dove, negli anni '70, dottori competenti studiavano i fenomeni medianici sperando di trovare finalmente una persona realmente dotata di capacità sovrumane. Il regista e sceneggiatore Chris Sparling evita abilmente le trappole insite nel genere e sceglie di mostrare una vicenda palesemente ricostruita, quindi un collage di interviste, stralci di riprese dell'epoca e documenti cartacei che, nell'insieme, non danno quella sensazione di "finto" che spesso mi fa storcere il naso davanti a film del genere, piuttosto creano l'illusione di stare guardando un documento serio, come se davvero per gli Stati Uniti stesse vagando un'entità demoniaca e, dopo 40 anni, qualcuno avesse trovato il coraggio di rivelare all'opinione pubblica quello che, in sostanza, è un vero e proprio segreto di Stato. Proprio per questo, nonostante la mancanza di momenti davvero terrificanti dal punto di vista splatter o da "salto sulla sedia", The Atticus Institute riesce ad inquietare più di tanti altri suoi fratellini e personalmente non sono stata tanto turbata dalle immagini, quanto piuttosto dai racconti di chi ha avuto modo di incontrare Judith ed è sopravvissuto a malapena, continuando a vivere nell'angoscia di subire le conseguenze di un esperimento fuggito al controllo e, ancora peggio, alle mura sicure dell'istituto.
Come avrete capito, The Atticus Institute rifiuta di farsi catalogare "semplicemente" come horror ed effettivamente per buona parte della sua durata sta allo spettatore lasciarsi prendere e contagiare dal terrore come accade ai protagonisti oppure guardare all'operazione con occhio più critico (nel qual caso, mi spiace per voi ma rischiate che la noia regni sovrana), perché i momenti davvero spaventevoli sono dosati col contagocce. Fortunatamente queste poche sequenze sono state girate con perizia, senza abbondare nell'uso di effetti speciali digitali d'accatto ed affidandosi in buona parte a soluzioni artigianali e, soprattutto, alla fisicità degli attori. Rya Kihlsted l'avevo conosciuta come la sofisticata e crudele Erika Kravid di Heroes Reborn e qui non sembra nemmeno la stessa persona: sciupata, con lo sguardo nervoso, sfuggente ed inquietante, l'attrice con la sua sola presenza calamita l'attenzione dello spettatore, che non riesce a fare a meno di agitarsi in sua presenza. Il resto del cast di supporto, nel quale spicca il redivivo William Mapother, è formato da ottimi caratteristi divisi in coppie, chiamati ad interpretare i personaggi negli anni '70 e al giorno d'oggi senza scomodare truccatori e parrucchieri per imbarazzanti operazioni di invecchiamento o ringiovanimento. Un piccolo dettaglio che testimonia la cura e la passione con le quali è stato realizzato un film che meriterebbe un po' più di considerazione rispetto ad altre pellicole che hanno toccato argomenti simili e che, chissà come mai, periodicamente intasano la distribuzione italiana. Dategli una chance, se vi piace il genere!
Di William Mapother, che interpreta il dottor Henry West, ho già parlato QUI.
Chris Sparling è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo secondo lungometraggio. Americano, anche produttore e attore (è uno dei militari presenti nel film), ha 39 anni.
Rya Kihlstedt interpreta Judith Winstead. Americana, ha partecipato a film come Deep Impact e a serie come Criminal Minds, Dexter, CSI - Scena del crimine, Heroes Reborn e C'era una volta. Ha 46 anni e un film in uscita.
Se The Atticus Institute vi fosse piaciuto recuperate Afflicted e Last Shift. ENJOY!
Trama: all'interno dell'Atticus Institute vengono studiati i casi, veri o presunti tali, di persone dotate di poteri telecinetici. Quando Judith viene portata all'istituto i medici gioiscono davanti agli incredibili poteri della donna ma presto alla gioia si sostituisce il terrore...
The Atticus Institute è un piccolo horror che a tratti riesce a sorprendere per il modo intelligente (finalmente!) con il quale utilizza l'escamotage del mockumentary documentando, di fatto, il primo caso di possessione demoniaca osservata da un'entità governativa con lo scopo di incanalarne il potere e possibilmente sfruttarla a fini bellici. La storia di Judith viene raccontata al pubblico attraverso le testimonianze, a distanza di molti anni, di chi è sopravvissuto al terribile segreto celato all'interno dell'Atticus Institute, un luogo dove, negli anni '70, dottori competenti studiavano i fenomeni medianici sperando di trovare finalmente una persona realmente dotata di capacità sovrumane. Il regista e sceneggiatore Chris Sparling evita abilmente le trappole insite nel genere e sceglie di mostrare una vicenda palesemente ricostruita, quindi un collage di interviste, stralci di riprese dell'epoca e documenti cartacei che, nell'insieme, non danno quella sensazione di "finto" che spesso mi fa storcere il naso davanti a film del genere, piuttosto creano l'illusione di stare guardando un documento serio, come se davvero per gli Stati Uniti stesse vagando un'entità demoniaca e, dopo 40 anni, qualcuno avesse trovato il coraggio di rivelare all'opinione pubblica quello che, in sostanza, è un vero e proprio segreto di Stato. Proprio per questo, nonostante la mancanza di momenti davvero terrificanti dal punto di vista splatter o da "salto sulla sedia", The Atticus Institute riesce ad inquietare più di tanti altri suoi fratellini e personalmente non sono stata tanto turbata dalle immagini, quanto piuttosto dai racconti di chi ha avuto modo di incontrare Judith ed è sopravvissuto a malapena, continuando a vivere nell'angoscia di subire le conseguenze di un esperimento fuggito al controllo e, ancora peggio, alle mura sicure dell'istituto.
Come avrete capito, The Atticus Institute rifiuta di farsi catalogare "semplicemente" come horror ed effettivamente per buona parte della sua durata sta allo spettatore lasciarsi prendere e contagiare dal terrore come accade ai protagonisti oppure guardare all'operazione con occhio più critico (nel qual caso, mi spiace per voi ma rischiate che la noia regni sovrana), perché i momenti davvero spaventevoli sono dosati col contagocce. Fortunatamente queste poche sequenze sono state girate con perizia, senza abbondare nell'uso di effetti speciali digitali d'accatto ed affidandosi in buona parte a soluzioni artigianali e, soprattutto, alla fisicità degli attori. Rya Kihlsted l'avevo conosciuta come la sofisticata e crudele Erika Kravid di Heroes Reborn e qui non sembra nemmeno la stessa persona: sciupata, con lo sguardo nervoso, sfuggente ed inquietante, l'attrice con la sua sola presenza calamita l'attenzione dello spettatore, che non riesce a fare a meno di agitarsi in sua presenza. Il resto del cast di supporto, nel quale spicca il redivivo William Mapother, è formato da ottimi caratteristi divisi in coppie, chiamati ad interpretare i personaggi negli anni '70 e al giorno d'oggi senza scomodare truccatori e parrucchieri per imbarazzanti operazioni di invecchiamento o ringiovanimento. Un piccolo dettaglio che testimonia la cura e la passione con le quali è stato realizzato un film che meriterebbe un po' più di considerazione rispetto ad altre pellicole che hanno toccato argomenti simili e che, chissà come mai, periodicamente intasano la distribuzione italiana. Dategli una chance, se vi piace il genere!
Di William Mapother, che interpreta il dottor Henry West, ho già parlato QUI.
Chris Sparling è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo secondo lungometraggio. Americano, anche produttore e attore (è uno dei militari presenti nel film), ha 39 anni.
Rya Kihlstedt interpreta Judith Winstead. Americana, ha partecipato a film come Deep Impact e a serie come Criminal Minds, Dexter, CSI - Scena del crimine, Heroes Reborn e C'era una volta. Ha 46 anni e un film in uscita.
Se The Atticus Institute vi fosse piaciuto recuperate Afflicted e Last Shift. ENJOY!
martedì 10 maggio 2016
Captain America: Civil War (2016)
Finalmente anche io sono riuscita ad andare a vedere Captain America: Civil War, diretto dai fratelli Anthony e Joe Russo: segue post rigorosamente SPOILER FREE!!
Trama: a seguito della morte di parecchi civili, le Nazioni Unite stilano un protocollo che prevede, di fatto, la "statalizzazione" degli Avengers. Se Iron Man, roso dai sensi di colpa, è pronto a firmare, Capitan America è ben deciso a rimanere libero...
Nonostante Civil War mi sia piaciuto moltissimo voglio che il post sia necessariamente spoiler free quindi sarò particolarmente sintetica, anche perché non avevo letto ai tempi la versione cartacea di questo mega crossover Marvel e non sarei in grado di fare confronti o impelagarmi nel comodo gioco "è meglio il film o il libro?". Innanzitutto, è necessario dire che Civil War rappresenta l'evoluzione dell'Universo Cinematografico Marvel, un passo avanti verso l'equilibrio tra le pellicole zeppe di quell'ironia spesso fuori luogo tipiche della Casa delle Idee (non che qui l'ironia non ci sia, si veda lo sguardo d'intesa maschile che si scambiano Rogers, Falcon e Bucky ma è molto ben dosata) e le processioni con tanto di cilicio incarnate dai film della DC (ogni riferimento alle meravigliose recensioni di Leo Ortolani è assolutamente casuale, ovviamente!), inoltre credo sia uno dei pochi film di supereroi ad ampliare la prospettiva e focalizzare l'attenzione non solo sulla cerchia ristretta dei protagonisti ma anche sulle miriadi di persone senza volto che sono costrette a condividere il loro universo; la Guerra Civile del titolo parte, di fatto, da una serie di "effetti collaterali" al salvataggio del mondo, tra i quali la morte di un numero enorme di civili innocenti, colpevoli solo di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Questo scatena una serie di domande scomode, ovviamente: qual è la differenza tra eroi e vigilantes? E' giusto che persone potentissime siano libere di girare per il mondo e utilizzare i loro poteri per scopi insondabili ai comuni mortali? Dove si trova il confine tra lavorare per il governo e ritrovarsi ad essere delle pedine utilizzate per oscuri fini politici? Fin dove è giusto spingersi per proteggere chi ci è caro? Questi sono solo alcuni dei quesiti posti nel corso del film e fortunatamente Civil War non si prefigge di dare delle risposte univoche. Al di là dei facili hashtag che imperversano nella rete, dare ragione al #TeamCap o al #TeamStark non è affatto facile poiché tutti i membri delle due fazioni hanno i loro buoni motivi per perseguire le proprie convinzioni, così come tutti i membri hanno le loro colpe e i loro peccati da scontare a renderli ciechi di fronte al disastro che potrebbe causare una guerra intestina. La Civil War è il fulcro di un passaggio che condizionerà per forza di cose tutti i prossimi film Marvel e la presenza nel titolo di Captain America non impedisce alla pellicola di diventare un Avengers 3 (roba che se non avete visto Avengers: Age of Ultron o Ant Man siete fregati, mi spiace!), all'interno del quale viene dato il giusto spazio a tutti i membri della squadra, tanto che a un certo punto le macchinazioni del villain di turno finiscono quasi in secondo piano prima di tornare prepotenti nel toccante pre-finale.
Al divertimento di parteggiare per l'una o per l'altra fazione si aggiunge infatti la GODURIA di vedere i personaggi interagire tra loro con una naturalezza che farebbe invidia a qualsiasi capitolo degli X-Men cinematografici, tra battibecchi, profferte di amicizia, qualche timido accenno ad eventuali storie d'amore ed antipatie difficili da sopire, magari coltivate nel corso degli anni. L'assenza di Thor e Bruce Banner non si fa sentire (sono sempre nei nostri cuori e "ci guardano da lassù", inoltre vengono utilizzati durante un dialogo come termine di paragone calzantissimo), anche perché tutti gli eroi e i villain coinvolti nella Civil War sono sfaccettati e ben lontani dall'essere dei pupazzotti monodimensionali; ormai ad Iron Man, Cap, Occhio di Falco e Vedova Nera siamo abituati, non c'è dubbio che la parte del leone spetti a loro, tanto che pare quasi di ritrovare dei vecchi amici, ma il modo in cui gli sceneggiatori sono riusciti a rendere vivi anche i nuovi arrivi ha un che di miracoloso. Senza scendere troppo nei particolari, Pantera Nera, Scarlett, la Visione, Ant Man, il Soldato d'inverno, l'Uomo Ragno e persino War Machine e Falcon, due personaggi che non mi hanno mai convinta granché, sono adorabili, umanissimi e complessi, oltre che una figata da vedere in azione. Nascondersi dietro a un dito sarebbe da ipocriti: le scene "di menare", all'interno delle quali si possono apprezzare i poteri e le abilità dei membri delle due fazioni mentre si pestano come se non avessero un domani, erano sicuramente le più attese ed effettivamente non deludono. I fratelli Russo giocano talvolta con inquadrature azzardate e il montaggio è talmente dinamico che due sequenze in particolare, quella iniziale e quella anticipata dai trailer che vede gli eroi scontrarsi, diventano una gioia per gli occhi di ogni appassionato: vedere un personaggio iconico come Pantera Nera (dal costume meraviglioso oltre che uno dei pochi eroi di finzione capace di evolvere e diventare tridimensionale nel giro di un film!) sfoggiare tutte le sue abilità e rimanere ipnotizzati dalle magie di una Scarlet stilosa e bellissima scaldano veramente il cuore e, finalmente, abbiamo un Uomo Ragno degno di questo nome, alla faccia di quei molluschi di Tobey Maguire o Andrew Garfield! Peter Parker uno di noi e senza dubbio il giovanissimo Tom Holland, assieme alla zia gnocca Marisa Tomei, non è solo una delle rivelazioni di Civil War ma anche l'unico che mi riporterà al cinema a vedere le gesta dell'ennesimo Uomo Ragno. Detto ciò, non alzatevi durante i titoli di coda (ci sono DUE scene, mid e post credits), aspettate con gioia il 2017 e nel frattempo fiondatevi a vedere il film Marvel più bello dopo The Avengers!
Dei registi Anthony e Joe Russo (che interpreta lo psicologo sostituito da Zemo) ho già parlato QUI. Chris Evans (Steve Rogers/Capitan America), Robert Downey Jr. (Tony Stark/Iron Man), Scarlett Johansson (Natasha Romanoff/Vedova nera), Sebastian Stan (Bucky Barnes/Soldato d'inverno), Anthony Mackie (Sam Wilson/Falcon), Don Cheadle (James Rhodes/War Machine), Jeremy Renner (Clint Barton/Occhio di falco), Paul Bettany (Visione), Elizabeth Olsen (Wanda Maximoff/Scarlet), Paul Rudd (Scott Lang/Ant-Man), Daniel Brühl (Zemo), Frank Grillo (Brock Rumlow/Crossbones), Martin Freeman (Everett K.Ross), Marisa Tomei (May Parker), John Slattery (Howard Stark), Hope Davis (Maria Stark) e Alfre Woodard (Miriam) li trovate invece ai rispettivi link.
Chadwick Boseman interpreta T'Challa/Pantera Nera. Americano, ha partecipato a film come Gods of Egypt e a serie come CSI: NY, ER Medici in prima linea e Cold Case. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 40 anni e tre film in uscita tra cui Pantera Nera.
Emily VanCamp interpreta Sharon Carter. Canadese, ha partecipato a film come The Ring 2, Carriers e Captain America: The Winter Soldier. Ha 30 anni e un film in uscita.
William Hurt interpreta il segretario di Stato Thaddeus Ross. Americano, lo ricordo per film come Stati di allucinazione, Brivido caldo, Il grande freddo, Gorky Park, Il bacio della donna ragno (che gli è valso l'Oscar come miglior attore protagonista), Figli di un Dio minore, Dentro la notizia, Ti amerò... fino ad ammazzarti, Michael, Dark City, Lost in Space, A.I. Intelligenza artificiale, The Village, A History of Violence, Syriana e L'incredibile Hulk, inoltre ha partecipato a serie come Il tenente Kojak e Incubi e deliri. Anche, ha 66 anni e due film in uscita.
Tom Holland, che interpreta il giovanissimo Uomo Ragno, dovrebbe tornare (assieme a Robert Downey Jr. e Marisa Tomei i quali, peraltro, all'inizio degli anni '90 avevano avuto una relazione quindi altro che "zia gnocca"!) con lo stesso ruolo l'anno prossimo, in un film intitolato Spider-Man: Homecoming, la prima pellicola del Marvel Cinematographic Universe dedicata al tessiragnatele; l'immancabile cameo di Stan Lee invece stavolta vede comparire l'arzillo vecchietto nei panni di un improbabile corriere della FedEx. Passando a chi non ce l'ha fatta, Devil era parte integrante della Civil War cartacea e il povero Charlie Cox, favoloso "uomo senza paura" della serie Netflix, è rimasto molto male per il fatto di non essere stato incluso: lo stesso vale per Samuel L. Jackson, giustamente snobbato in quanto Nick Fury non sarebbe servito a nulla all'interno del film, per Evangeline Lilly, che dovrebbe comunque tornare nel ruolo di Hope Van Dyne/Wasp nel seguito di Ant-Man, Ant-Man and the Wasp, previsto per il 2018, e per Mark Ruffalo, che invece tornerà nei panni di Hulk in Thor: Ragnarok. E ora un po' di cronologia: Captain America: Civil War segue Iron Man, Iron Man 2, Thor, Captain America - Il primo vendicatore, The Avengers, Iron Man 3, Thor: The Dark World, Captain America: The Winter Soldier, Avengers: Age of Ultron e Ant-Man: se il film vi fosse piaciuto recuperateli e tenetevi pronti per l'arrivo di Thor: Ragnarok, Avengers: Infinity War - Part I, Ant-Man and the Wasp e Avengers: Infinity War - Part 2. ENJOY!
Trama: a seguito della morte di parecchi civili, le Nazioni Unite stilano un protocollo che prevede, di fatto, la "statalizzazione" degli Avengers. Se Iron Man, roso dai sensi di colpa, è pronto a firmare, Capitan America è ben deciso a rimanere libero...
Nonostante Civil War mi sia piaciuto moltissimo voglio che il post sia necessariamente spoiler free quindi sarò particolarmente sintetica, anche perché non avevo letto ai tempi la versione cartacea di questo mega crossover Marvel e non sarei in grado di fare confronti o impelagarmi nel comodo gioco "è meglio il film o il libro?". Innanzitutto, è necessario dire che Civil War rappresenta l'evoluzione dell'Universo Cinematografico Marvel, un passo avanti verso l'equilibrio tra le pellicole zeppe di quell'ironia spesso fuori luogo tipiche della Casa delle Idee (non che qui l'ironia non ci sia, si veda lo sguardo d'intesa maschile che si scambiano Rogers, Falcon e Bucky ma è molto ben dosata) e le processioni con tanto di cilicio incarnate dai film della DC (ogni riferimento alle meravigliose recensioni di Leo Ortolani è assolutamente casuale, ovviamente!), inoltre credo sia uno dei pochi film di supereroi ad ampliare la prospettiva e focalizzare l'attenzione non solo sulla cerchia ristretta dei protagonisti ma anche sulle miriadi di persone senza volto che sono costrette a condividere il loro universo; la Guerra Civile del titolo parte, di fatto, da una serie di "effetti collaterali" al salvataggio del mondo, tra i quali la morte di un numero enorme di civili innocenti, colpevoli solo di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Questo scatena una serie di domande scomode, ovviamente: qual è la differenza tra eroi e vigilantes? E' giusto che persone potentissime siano libere di girare per il mondo e utilizzare i loro poteri per scopi insondabili ai comuni mortali? Dove si trova il confine tra lavorare per il governo e ritrovarsi ad essere delle pedine utilizzate per oscuri fini politici? Fin dove è giusto spingersi per proteggere chi ci è caro? Questi sono solo alcuni dei quesiti posti nel corso del film e fortunatamente Civil War non si prefigge di dare delle risposte univoche. Al di là dei facili hashtag che imperversano nella rete, dare ragione al #TeamCap o al #TeamStark non è affatto facile poiché tutti i membri delle due fazioni hanno i loro buoni motivi per perseguire le proprie convinzioni, così come tutti i membri hanno le loro colpe e i loro peccati da scontare a renderli ciechi di fronte al disastro che potrebbe causare una guerra intestina. La Civil War è il fulcro di un passaggio che condizionerà per forza di cose tutti i prossimi film Marvel e la presenza nel titolo di Captain America non impedisce alla pellicola di diventare un Avengers 3 (roba che se non avete visto Avengers: Age of Ultron o Ant Man siete fregati, mi spiace!), all'interno del quale viene dato il giusto spazio a tutti i membri della squadra, tanto che a un certo punto le macchinazioni del villain di turno finiscono quasi in secondo piano prima di tornare prepotenti nel toccante pre-finale.
Al divertimento di parteggiare per l'una o per l'altra fazione si aggiunge infatti la GODURIA di vedere i personaggi interagire tra loro con una naturalezza che farebbe invidia a qualsiasi capitolo degli X-Men cinematografici, tra battibecchi, profferte di amicizia, qualche timido accenno ad eventuali storie d'amore ed antipatie difficili da sopire, magari coltivate nel corso degli anni. L'assenza di Thor e Bruce Banner non si fa sentire (sono sempre nei nostri cuori e "ci guardano da lassù", inoltre vengono utilizzati durante un dialogo come termine di paragone calzantissimo), anche perché tutti gli eroi e i villain coinvolti nella Civil War sono sfaccettati e ben lontani dall'essere dei pupazzotti monodimensionali; ormai ad Iron Man, Cap, Occhio di Falco e Vedova Nera siamo abituati, non c'è dubbio che la parte del leone spetti a loro, tanto che pare quasi di ritrovare dei vecchi amici, ma il modo in cui gli sceneggiatori sono riusciti a rendere vivi anche i nuovi arrivi ha un che di miracoloso. Senza scendere troppo nei particolari, Pantera Nera, Scarlett, la Visione, Ant Man, il Soldato d'inverno, l'Uomo Ragno e persino War Machine e Falcon, due personaggi che non mi hanno mai convinta granché, sono adorabili, umanissimi e complessi, oltre che una figata da vedere in azione. Nascondersi dietro a un dito sarebbe da ipocriti: le scene "di menare", all'interno delle quali si possono apprezzare i poteri e le abilità dei membri delle due fazioni mentre si pestano come se non avessero un domani, erano sicuramente le più attese ed effettivamente non deludono. I fratelli Russo giocano talvolta con inquadrature azzardate e il montaggio è talmente dinamico che due sequenze in particolare, quella iniziale e quella anticipata dai trailer che vede gli eroi scontrarsi, diventano una gioia per gli occhi di ogni appassionato: vedere un personaggio iconico come Pantera Nera (dal costume meraviglioso oltre che uno dei pochi eroi di finzione capace di evolvere e diventare tridimensionale nel giro di un film!) sfoggiare tutte le sue abilità e rimanere ipnotizzati dalle magie di una Scarlet stilosa e bellissima scaldano veramente il cuore e, finalmente, abbiamo un Uomo Ragno degno di questo nome, alla faccia di quei molluschi di Tobey Maguire o Andrew Garfield! Peter Parker uno di noi e senza dubbio il giovanissimo Tom Holland, assieme alla zia gnocca Marisa Tomei, non è solo una delle rivelazioni di Civil War ma anche l'unico che mi riporterà al cinema a vedere le gesta dell'ennesimo Uomo Ragno. Detto ciò, non alzatevi durante i titoli di coda (ci sono DUE scene, mid e post credits), aspettate con gioia il 2017 e nel frattempo fiondatevi a vedere il film Marvel più bello dopo The Avengers!
Dei registi Anthony e Joe Russo (che interpreta lo psicologo sostituito da Zemo) ho già parlato QUI. Chris Evans (Steve Rogers/Capitan America), Robert Downey Jr. (Tony Stark/Iron Man), Scarlett Johansson (Natasha Romanoff/Vedova nera), Sebastian Stan (Bucky Barnes/Soldato d'inverno), Anthony Mackie (Sam Wilson/Falcon), Don Cheadle (James Rhodes/War Machine), Jeremy Renner (Clint Barton/Occhio di falco), Paul Bettany (Visione), Elizabeth Olsen (Wanda Maximoff/Scarlet), Paul Rudd (Scott Lang/Ant-Man), Daniel Brühl (Zemo), Frank Grillo (Brock Rumlow/Crossbones), Martin Freeman (Everett K.Ross), Marisa Tomei (May Parker), John Slattery (Howard Stark), Hope Davis (Maria Stark) e Alfre Woodard (Miriam) li trovate invece ai rispettivi link.
Chadwick Boseman interpreta T'Challa/Pantera Nera. Americano, ha partecipato a film come Gods of Egypt e a serie come CSI: NY, ER Medici in prima linea e Cold Case. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 40 anni e tre film in uscita tra cui Pantera Nera.
Emily VanCamp interpreta Sharon Carter. Canadese, ha partecipato a film come The Ring 2, Carriers e Captain America: The Winter Soldier. Ha 30 anni e un film in uscita.
William Hurt interpreta il segretario di Stato Thaddeus Ross. Americano, lo ricordo per film come Stati di allucinazione, Brivido caldo, Il grande freddo, Gorky Park, Il bacio della donna ragno (che gli è valso l'Oscar come miglior attore protagonista), Figli di un Dio minore, Dentro la notizia, Ti amerò... fino ad ammazzarti, Michael, Dark City, Lost in Space, A.I. Intelligenza artificiale, The Village, A History of Violence, Syriana e L'incredibile Hulk, inoltre ha partecipato a serie come Il tenente Kojak e Incubi e deliri. Anche, ha 66 anni e due film in uscita.
Tom Holland, che interpreta il giovanissimo Uomo Ragno, dovrebbe tornare (assieme a Robert Downey Jr. e Marisa Tomei i quali, peraltro, all'inizio degli anni '90 avevano avuto una relazione quindi altro che "zia gnocca"!) con lo stesso ruolo l'anno prossimo, in un film intitolato Spider-Man: Homecoming, la prima pellicola del Marvel Cinematographic Universe dedicata al tessiragnatele; l'immancabile cameo di Stan Lee invece stavolta vede comparire l'arzillo vecchietto nei panni di un improbabile corriere della FedEx. Passando a chi non ce l'ha fatta, Devil era parte integrante della Civil War cartacea e il povero Charlie Cox, favoloso "uomo senza paura" della serie Netflix, è rimasto molto male per il fatto di non essere stato incluso: lo stesso vale per Samuel L. Jackson, giustamente snobbato in quanto Nick Fury non sarebbe servito a nulla all'interno del film, per Evangeline Lilly, che dovrebbe comunque tornare nel ruolo di Hope Van Dyne/Wasp nel seguito di Ant-Man, Ant-Man and the Wasp, previsto per il 2018, e per Mark Ruffalo, che invece tornerà nei panni di Hulk in Thor: Ragnarok. E ora un po' di cronologia: Captain America: Civil War segue Iron Man, Iron Man 2, Thor, Captain America - Il primo vendicatore, The Avengers, Iron Man 3, Thor: The Dark World, Captain America: The Winter Soldier, Avengers: Age of Ultron e Ant-Man: se il film vi fosse piaciuto recuperateli e tenetevi pronti per l'arrivo di Thor: Ragnarok, Avengers: Infinity War - Part I, Ant-Man and the Wasp e Avengers: Infinity War - Part 2. ENJOY!
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