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venerdì 16 febbraio 2018

Il rituale (2017)

Siccome Netflix mi ha persino avvisata via mail potevo forse non guardare Il rituale (The Ritual), diretto nel 2017 dal regista David Bruckner e tratto dal romanzo omonimo di Adam Nevill? No, ci mancherebbe!


Trama: quattro amici vanno in vacanza in Svezia e quando uno di loro si infortuna al ginocchio decidono di prendere una scorciatoia nella foresta. Lì cominceranno a venire perseguitati da qualcosa di mostruoso...


Non capisco se sono diventata un'incredibile rompipalle perché ormai ho visto troppi horror (ma esistono persone al cui confronto sono una novellina quindi direi di no) o perché sono una vecchia stanca che si addormenta per un nonnulla e non riesce quasi più a vedere un film intero senza farsi cogliere dal tocco di Morfeo (cosa più probabile). Me lo chiedo perché l'amichetta Kara Lafayette mi ha consigliato spassionatamente Il rituale e io, che lo avevo già visto, mi sono vergognata di non averlo apprezzato, perdendomi parte del secondo atto perché tediata dal risvolto "cultista" dell'intera vicenda e ormai abbandonata dal brivido dell'introduzione interamente ambientata nei terrificanti boschi svedesi. Quindi, per la prima volta da che esiste il blog, ho deciso di fermare qui la recensione de Il rituale e di tornare a scrivere solo dopo aver recuperato i dieci minuti perduti causa nanna incombente così da tentare di rientrare nel mood giusto.


Rewind. Ieri sera mi sono messa sulla poltrona scomoda, eccheccavolo, e ho guardato con ESTREMA attenzione tutto ciò che mi ero persa, rivalutando Il rituale. Per carità, la mia opinione non è cambiata così tanto da arrivare a considerarlo uno degli horror più belli recenti ma è comunque un film interessante, ben realizzato e ben recitato. Continuo a preferire la prima parte rispetto alla seconda ma è semplicemente un'opinione derivante dal mio modo di percepire l'orrore e da ciò che mi fa paura. Il pensiero di non poter uscire da un luogo che fin da bambina ho imparato ad associare a qualcosa di positivo, che di notte rischia tuttavia di diventare una trappola per tutti gli ignari escursionisti "di città", mi angoscia fin dai tempi di The Blair Witch Project quindi l'idea di qualcosa nascosto nel bosco, assieme alla vista di una bambola demoniaca e le riprese all'infrarosso, è un topos cinematografico abbastanza efficace con me. D'altronde, anche le favole che ci leggevano da bambini parlavano di Pollicino che si perdeva nel bosco e Hansel che finiva nella casa della strega assieme a Gretel, quindi il terrore della foresta notturna sarà insito nel DNA di ogni uomo, forse come retaggio della nostra natura di uomini delle caverne; ciò, ovviamente, non si applica ai baldi protagonisti de Il rituale, che cercando una scorciatoia decidono di infilarsi nelle fresche frasche svedesi accogliendo a braccia aperte la botta di testosterone inevitabilmente richiamata da una vacanza tra uomini (uomini virgola, ché Dom è pippa quanto potrei essere io). I fanciulli notano che qualcosa non va allorché trovano appeso a un albero un cervo sventrato, mentre intorno a loro cominciano ad apparire simboli incisi sulle cortecce, ma piuttosto che far la figura delle femminucce decidono di dormire all'interno di una casa abbandonata che nasconde, al piano di sopra, un'inquietantissima scultura di legno e giuro che ciò che succede dopo questo incipit è terrore puro uscito dritto dai peggiori incubi di chiunque. David Bruckner per una mezz'ora concitatissima stuzzica la mente dello spettatore utilizzando dei meri simboli, lo turba proprio con la mancanza di spiegazioni e con qualche immagine ad hoc di corpi violati senza un perché, appoggiandosi più che altro a suggestioni uditive fatte di urla e suoni misteriosi; in tutto questo scava nell'animo di un uomo morto dentro in quanto soverchiato dal senso di colpa per un terribile evento accaduto nel passato, "costretto" ad una vacanza di gruppo che gli provoca solo disagio, esacerbando conflitti, senso di claustrofobia e scelte sbagliate fino all'inevitabile punto di rottura.


Ed  è un peccato che questo punto di rottura coincida con un brusco calo della tensione, quando Il rituale diventa un mix tra un torture porn e un horror anni '70/'80 a base di sette e culti (uno su tutti The Wicker Man ma si respira anche aria di un Grano rosso sangue meno poveraccio) ma privo del mistero che li caratterizzava, sostituito dal gusto tutto moderno per lo spiegone offerto dal personaggio giusto al momento giusto. Le immagini continuano a rimanere molto affascinanti e in qualche modo Bruckner trova mille modi per non mettere mai perfettamente a fuoco la natura di "colui che cammina tra le fratte", sfruttando oscurità, fiaccole piazzate ad hoc, visioni e pertugi da cui sbirciare, però l'aver messo tutte le carte in tavola, comprensive di un nome anche abbastanza importante, mi ha fatto un po' scendere l'entusiasmo. Al posto della paura rimane giusto la curiosità di capire quale sarà la scelta finale di un determinato personaggio e se il film si concluderà con un happy ending o con qualcosa di più indefinito, persino l'introspezione psicologica dell'inizio si stempera nella riproposizione ciclica di un'allucinazione che a un certo punto viene a noia (forse è anche per quello che mi sono assopita...). Detto questo, Rafe Spall è degno figlio di tanto padre e mi piace sempre molto vederlo, con quella sua faccetta scazzata alla Ribisi, inoltre il design della creatura, pur essendo stranissimo, non risulta fasullo come quello di tanti suoi cuginetti cinematografici: il confronto tra i due segna fortunatamente il ritorno all'atmosfera inquietante e onirica di inizio film oltre a completare il percorso "riabilitativo" del personaggio di Luke che, finalmente, viene a patti coi suoi demoni interiori nel modo più "maschio" possibile. La morale della storia comunque è "mai andare a fare i fighetti in Svezia senza seguire pedissequamente bussole e cartine", che anche in un luogo apparentemente carino e simpatico come quello c'è da farsela nei pantaloni... e non dimenticate di tornare sui vostri passi se qualcosa vi è sembrato orribile a causa di un colpo di sonno! Hej då!


Di Rafe Spall, che interpreta Luke, ho già parlato QUI.

David Bruckner è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Signal, V/H/S e Southbound - Autostrada per l'inferno. Anche sceneggiatore, attore e produttore, ha 41 anni.


Sam Troughton interpreta Dom. Inglese, ha partecipato a film come Alien vs. Predator e Slumber - Il demone del sonno e a serie quali. Ha 41 anni.


Se Il rituale vi fosse piaciuto recuperate The Wicker Man e Kill List. ENJOY!

domenica 8 gennaio 2017

Il GGG - Il grande gigante gentile (2016)

Mio malgrado, il 2017 cinematografico si è aperto con una delle più grandi sòle viste in vita mia. Sto purtroppo parlando di Il GGG - Il grande gigante gentile (The BFG), diretto nel 2016 da Steven Spielberg e tratto tal racconto omonimo di Roald Dahl.


Trama: Sofia è un'orfanella che non riesce a dormire la notte. Proprio durante una delle sue crisi d'insonnia vede camminare per le strade di Londra un gigante il quale, per evitare che la piccola raccontari ciò che ha visto, la rapisce e la porta con sé nel Paese dei giganti. Dopo l'iniziale e comprensibile diffidenza, tra i due nasce una bella amicizia...


Dunque, a costo di risultare impopolare a me Il GGG non è proprio piaciuto. Siccome però non si può dire di nessun film in generale né di alcuna pellicola di Spielberg in particolare "è brutto" senza addurre spiegazioni plausibili, sopportatemi ancora un pochino e vi spiegherò perché il da me tanto atteso Il GGG si è rivelato una fetecchia tanto quanto la leggendaria caciotta. Iniziamo col dire che mi trovo in imbarazzo a spalare guano sul film, anche perché dietro c'è un lavoro tecnico impressionante. Alla veneranda età di 70 anni il buon Steven non smette mai di sperimentare ed imparare e i suoi fidati collaboratori non lo lasciano ovviamente da solo lavandosene le mani ma, piuttosto, cercano di creare attorno al grande regista un ambiente lavorativo il meno straniante e freddo possibile. Ecco che allora, in soccorso a Steven arrivano miracolose tecniche quali la Simulcam, già utilizzata da James Cameron in Avatar, che consente al regista di veder scorrere nei monitor della telecamera sequenze già girate in precedenza così da poter coordinare l'azione in tempo reale a quella "virtuale" senza diventare scemo con l'impersonale green screen; gli scenografi (e qui un plauso lo meritano Rick Carter e Robert Stromberg perché le scenografie de Il GGG sono splendide e non solo per quel che riguarda la casa-laboratorio del protagonista, probabilmente l'ambiente che mi è piaciuto di più, ma anche gli interni di Buckingham Palace e le strade di Londra sono bellissimi) hanno fatto un lavoro certosino per dare sia a Spielberg che agli attori materiale tangibile su cui lavorare e per consentire a Mark Rylance e alla piccola Ruby Barnhill di interagire al meglio, sfruttando dimensioni diverse, prospettive particolari e persino l'ausilio di telecamere fluttuanti che permettevano ai due di guardarsi negli occhi. Insomma, dietro a Il GGG c'è un lavoro di ingegno umano talmente grande che non si può dismettere il film come "brutto". Il GGG è un bellissimo film, tecnicamente ineccepibile, qualcosa che trascende l'immaginazione umana o, meglio, riesce a catturarla e riportarla su grande schermo, profondendosi in sequenze quasi oniriche (che meraviglia, ribadisco, l'antro del GGG con tutti quei sogni luminosi imprigionati nei barattoli) che farebbero invidia a Tim Burton, impreziosito da un'infinita e certosina cura per i dettagli e da una fotografia che addolcisce l'uso intensivo della CGI senza dare allo spettatore quell'effetto "posticcio" che è sempre dietro l'angolo. Insomma, Spielberg è e rimane uno dei più grandi registi viventi e nessuno potrà mai dire il contrario. Eppure, con tutto questo, Il GGG è un Gargantuesco Gonfiamento di Gonadi.


Stacco. Immaginate che io sia un essere deprecabile, una persona alla quale del lavoro certosino che sta dietro ad un film non freghi una beneamata, uno di quelli che dice "cos'è sta mer*a?" semplicemente perché durante la visione s'è fatto due palle così. Ecco, da questo punto di vista Il GGG diventa davvero una pellicola orrenda. Prima che partiate con invettive del tipo "E' Roald Dahl, il materiale di partenza non può cambiare più di tanto, vilipendio alla bandiera e pure a Spielberg, ecc. ecc.": a me Dahl piace, e molto. Ho adorato sia leggere cose come Matilda, La fabbrica di cioccolato, Le streghe che vedere i film che ne hanno tratto (non, non è vero. Quello di Burton non esiste), per quanto lo stile e i temi dello scrittore siano sempre stati un po' sciocchini ed infantili nonostante le generose dosi di humour nero che li caratterizzavano. Non ho effettivamente mai letto Il GGG e forse se lo avessi fatto mi sarei risparmiata un viaggio al cinema, chissà, ma giuro che non mi è MAI e dico MAI capitato di provare fastidio davanti a un film dopo appena cinque minuti. PROBABILMENTE è colpa del doppiaggio italiano ma il desiderio infinito di strozzare la piccola Sofia si è instillato in me violento e subitaneo, con quel suo presumin e il modo lagnoso di rivolgersi al GGG; allo stesso modo, al terzo "mia frullettina, frullarella, patasfralli" del Gigante alla bambina (e mi perdoni De Gregori) ho temuto che mi cogliesse un attacco di diabete fulminante. Poco prima che i due arrivassero all'albero dei sogni l'amico Toto, disperato quanto la sottoscritta, si è girato a dirmi "Ti vedo poco convinta, eh". No, Toto, lo ammetto pubblicamente: in quel momento mi hai ridestata da un abbiocco che mi aveva già trascinata nel mondo dei sogni e ti ringrazio perché dormire al cinema è una cosa che mi è capitata solo due volte, con Vidoq e con Capote, nemmeno La talpa mi aveva fatto quest'effetto. Ho provato a concentrarmi sui giganti malvagi, sperando che prima o poi si mangiassero Sofia e alterassero i connotati al GGG, ma niente, dei poveri sfigati pure loro, e il peggio è arrivato nel momento Vanzina, quello in cui Toto ha esclamato "Ma non oseranno far fare alla regina...?". Sì, hanno osato. Hanno osato, per poi affondare direttamente il coltello del "momento patetico" nel mio cuore già provato da cotanto scempio. E se non mi sono messa a piangere per il commovente dialogo finale tra Sofia e il GGG, io che piango persino davanti alla pubblicità delle Poste e che mi ero entusiasmata davanti a Le avventure di Tin Tin nonostante l'odio che provo da sempre per il personaggio di Hergé, è perché, davvero, di questi due personaggi non me ne poteva fregare di meno. Quando la bellezza della tecnica si scontra con la mancanza di sentimento, mi spiace ma vince quest'ultima: Il GGG è un film che sconsiglio e il diludendo è stato per me ancora più grande, perché aspettavo di vederlo da mesi.


Del regista Steven Spielberg ho già parlato QUI. Mark Rylance (GGG), Jemaine Clement (InghiottiCiccia), Rebecca Hall (Mary), Rafe Spall (Mr. Tibbs) e Bill Hader (Sangue-Succhia) li trovate invece ai rispettivi link.

Penelope Wilton interpreta la regina. Inglese, ha partecipato a film come Shaun of the Dead, Orgoglio e pregiudizio e a serie quali Doctor Who e Downton Abbey. Ha 71 anni e un film in uscita.


Pare che Spielberg avesse chiesto a Gene Wilder di fare un'apparizione nel film ma il grande attore ha giustamente rifiutato; inoltre, pare anche che un adattamento de Il GGG fosse in progetto da almeno vent'anni (e chi se non Robin Williams avrebbe potuto interpretare il gigante gentile?) mentre addirittura Spielberg avrebbe voluto dirigerlo sin dalla prima lettura del libro di Dahl. Esiste comunque un adattamento a cartoni animati della stessa storia, Il mio amico gigante, diretto nel 1989 da Brian Cosgrove, dal quale è stata tratta la sequenza in cui l'occhio di un gigante diventa il sole. Non avendolo mai visto non posso consigliarvene il recupero ma se Il GGG vi fosse piaciuto guardate E.T. - L'extraterrestre ed Eliott il drago invisibile. ENJOY!

mercoledì 13 gennaio 2016

La grande scommessa (2015)

Il secondo filmone visto questa settimana è stato La grande scommessa (The Big Short), diretto nel 2015 dal regista Adam McKay e tratto dal libro omonimo di Michael Lewis.


Trama: in diverse zone d'America alcuni investitori captano i segnali di quella che sarebbe diventata la crisi finanziaria più devastante dell'economia mondiale e "scommettono" contro le banche, ree di avere speculato per anni sul mercato immobiliare americano e sui mutui...



Oddio, spero di non aver scritto una castroneria su nella trama. D'altronde, nonostante le lezioni di gente come Margot Robbie, Selena Gomez e lo chef Anthony Bourdain, del gergo tecnico utilizzato in La grande scommessa avrò capito sì e no il 40 %, il resto mi veniva pietosamente spiegato sequenza dopo sequenza dal Bolluomo, seduto accanto a me e molto interessato alla Robb.. ehm... all'argomento trattato. Cosa che, per inciso, mi ha fatto uscire dalla sala ancor più convinta del fatto che il mondo della finanza si basi essenzialmente su Aria Fritta e venga mandato avanti soltanto da chi è più bravo ad inchiappettare i poveri risparmiatori intortandoli con un gergo tecnico atto a celare indicibili mastruzzi al limite della legalità. O, come dice tristemente Ryan Gosling, del fatto che l'economia americana in particolare e quella mondiale in generale si basino sulla stupidità. La stupidità dei piccoli risparmiatori quali potrei essere io ma anche degli squali che si arricchiscono sulle spalle degli altri e non vedono più in là del loro naso. Avete presente il Jordan Belfort di Leonardo Di Caprio e lo sguardo tra l'esilarante e il compiaciuto che gli ha tributato Scorsese? Ecco, dimenticatelo. Adam McKay, col suo stile irriverente e scoppiettante, non celebra le fauci dei lupi di Wall Street ma li sputtana nel modo più spietato possibile, dipingendoceli come un branco di esseri dabbene che masticano le loro prede e le sputano per poi reimpastarle e darle in pasto ad altre bestie come loro, fregandosene delle conseguenze quando va bene oppure ignorandole completamente quando va male. I protagonisti de La grande scommessa decidono di scagliarsi contro questo sistema corrotto, "scoprendone" le magagne (o meglio, i segreti di Pulcinella) a poco a poco, ma non sono dei Cavalieri senza macchia paladini dei risparmiatori, occhio. Guardandosi bene dallo smascherare banchieri, agenzie di rating corrotte e compiacenti oppure broker senza scrupoli, i pochi che sapevano hanno scelto di tenersi le informazioni per sé ed arricchirsi, qualcuno rimandando il momento della vendita delle azioni a causa di devastanti rimorsi di coscienza (come il personaggio di Steve Carell), qualcun altro lottando contro i mulini a vento per andare incontro ai propri clienti inferociti solo per il gusto di dimostrare di avere ragione (come Christian Bale).


Della trama non mi arrischio a dire null'altro, ché non vorrei scrivere delle fregnacce. Quello che ha capito persino una testona come me è che Adam McKay è riuscito a creare una commedia incredibilmente drammatica, la serissima rappresentazione di una farsa andata avanti per anni sotto gli occhi di tutti, coperta dalla pacifica ignoranza della gente comune e dalle consapevoli furberie degli addetti al settore. Il regista utilizza toni vivaci, aiutato da una sceneggiatura e dei dialoghi scoppiettanti, per descrivere quella che, in sostanza, è stata una tragedia di portata mondiale che ha lasciato senza soldi e senza lavoro milioni di americani e stroncato l'economia di Paesi deboli come la Spagna e la Grecia (l'Italia si è salvata per il rotto della cuffia come nazione ma per quel che riguarda le persone stendiamo un velo pietoso...); il film che nasce da questa scelta di stile è una pellicola frammentata, dove l'andamento della narrazione viene spesso interrotto da spezzoni di notiziari, gossip, video, filmini amatoriali, citazioni, scritte in sovrimpressione, tutto quanto serva a contestualizzare gli eventi e sottolineare la beata incoscienza di un popolo che stava per assistere al crollo di tutte le sue certezze eppure continuava a fare la stessa, ignorantissima vita di sempre. La grande scommessa è diviso idealmente in tre capitoli e ad ogni capitolo corrisponde un passo in più verso la "fine del mondo" raccontata in prima persona dal bieco Jared Vennett di Ryan Gosling, voce narrante che spesso rompe il muro della quarta parete rivolgendosi direttamente al pubblico, prendendolo in giro, istruendolo (durante le già citate e geniali lezioni di "economia for dummies") e rendendolo, di fatto, complice del gioco condotto dal personaggio ai danni degli altri protagonisti. Questi ultimi, nonostante vengano caratterizzati con pochissimi tratti ed alcune sequenze piazzate ad hoc, sono talmente ben scritti che riescono a bucare lo schermo nonostante le poche informazioni che abbiamo su di loro, il resto lo fanno gli attori della madonna che compongono il cast. Citare Gosling, Bale e Carell sarebbe inutile, parliamo ormai di tre mostri sacri capaci di scaldare il cuore ad ogni cinefilo e di far risaltare col loro carisma anche l'ultima delle comparse, permettetemi quindi di cambiare un po' e di magnificare le lodi di due sorprese come Jeremy Strong e l'ormai adoratissimo Finn Wittrock: il primo è un meraviglioso contraltare del personaggio di Carell ed incarna la parte "pasionaria" di chi vorrebbe cambiare il sistema da dentro e diffida giustamente di tutti, persino di un superiore che è quasi un padre, mentre il secondo ormai può veramente interpretare qualunque personaggio ed è bellissimo vederlo per una volta nei panni del ragazzino colmo di entusiasmo invece che in quelli del serial killer o di qualsivoglia antagonista. Insomma, si è capito che La grande scommessa mi è piaciuto proprio tanto? D'altronde non potevo aspettarmi altro da chi mi ha regalato il mitico The Anchorman!


Del regista Adam McKay ho già parlato QUI. Ryan Gosling (Jared Vennett), Christian Bale (Michael Burry), Steve Carell (Mark Baum), Marisa Tomei (Cynthia Baum), Rafe Spall (Danny Moses), Jeremy Strong (Vinnie Daniel), Brad Pitt (Ben Rickert), Melissa Leo (Georgia Hale), Karen Gillan (Evie) e Margot Robbie (se stessa) li trovate invece ai rispettivi link.

John Magaro interpreta Charlie Geller. Americano, ha partecipato a film come My Soul to Take - Il cacciatore di anime e Carol. Ha 33 anni e due film in uscita.


Finn Wittrock interpreta Jamie Shipley. Americano, lo ricordo soprattutto per le partecipazioni alla serie American Horror Story, inoltre ha recitato in film come Noah e altre serie come E.R. Medici in prima linea, CSI: Miami e Criminal Minds. Anche sceneggiatore, ha 32 anni e due film in uscita.


Nel film, oltre a Margot Robbie, compaiono altre due celebrità a spiegare i difficili concetti finanziari espressi nel film, ovvero lo chef Anthony Bourdain e Selena Gomez; in realtà, nello script al posto della Robbie avrebbe dovuto esserci Scarlett Johansson e al posto della Gomez l'accoppiata Beyonce/Jay Z. Se La grande scommessa vi fosse piaciuto recuperate The Wolf of Wall Street! ENJOY!

venerdì 28 dicembre 2012

Vita di Pi (2012)

Il 2012 è quasi finito (e per fortuna, direi)! Nell'attesa che arrivi gennaio 2013, mese che passerò per intero al cinema vista la quantità di film da me attesissimi e tutti concentrati in quel periodo, ieri sera ho varcato la soglia della sala per l'ultima volta quest'anno e sono andata a vedere Vita di Pi (Life of Pi), l'ultimo film del talentuosissimo regista Ang Lee, tratto dall'omonimo libro dello scrittore canadese Yann Martell.


Trama: Piscine Molitor Patel, detto Pi, si ritrova orfano e naufrago dopo una tremenda tempesta in mezzo all'oceano. Con il solo ausilio di una scialuppa di salvataggio, il ragazzo dovrà cercare di sopravvivere alla catastrofe... e alla compagnia della feroce tigre Richard Parker.


Il mio anno cinematografico non poteva finire meglio. Nonostante i dubbi che mi avevano attanagliata fin dall'uscita del trailer e la (strana) mancanza del 3D nella sala dove sono andata a vedere la pellicola, Vita di Pi si è rivelato un film splendido, emozionante e commovente, una gioia soprattutto per gli occhi ma anche un racconto che tocca  temi profondi come la religione, la famiglia, il valore dell'amicizia e l'innata capacità dell'uomo di conservare la speranza e la fede, in sé stesso o in qualcosa di più "elevato". Ang Lee si riconferma un maestro nel raccontare attraverso le immagini, un artista più che un semplice regista, perché ogni sequenza di Vita di Pi è un capolavoro di equilibrio, colori, movimento; i titoli di testa, che ci mostrano la vita degli animali dello zoo gestito dai genitori di Pi, la terribile, caotica e quasi insostenibile scena del naufragio, l'oceano illuminato di luci fluorescenti e il salto della balenottera, il tramonto che si riflette sull'acqua finché cielo e oceano paiono una cosa sola, le visioni sottomarine di Pi, la pianura affollata di suricate e l'isola a forma di essere umano sono immagini bellissime ed emblematiche, in grado di racchiudere una gamma incredibile di emozioni e simbologie e varrebbero da sole il prezzo del biglietto. La grande e palese abbondanza di effetti speciali e computer graphic viene messa, per una volta, al servizio di una Natura rappresentata in tutta la sua grandiosità, il suo splendore e la sua pericolosità, sia per quanto riguarda i paesaggi che per quello che riguarda gli animali che condividono la scialuppa col povero Pi.


Ma Vita di Pi non è fatto solo di splendide immagini, ovviamente. La storia raccontata ha dell'incredibile e, soprattutto all'inizio, parrebbe un incrocio tra Il favoloso mondo di Amélie e gli spaccati di assurda umanità tanto cari a Wes Anderson. Davanti ad uno stupefatto scrittore in crisi d'ispirazione, infatti, il protagonista della pellicola racconta le origini del suo strano nome e le ancor più strane circostanze della sua nascita, della scoperta delle religioni e dell'amore. Tutto questo non è che un preludio al cuore del racconto, incentrato soprattutto sul naufragio, ma è qualcosa che ci da la chiave per provare a comprendere questa storia così particolare. Pi, in fin dei conti, è l'essere umano "ideale" o, meglio, racchiude in sé gli aspetti più universali dell'umanità ed è per questo che possiamo tranquillamente identificarci con lui che, nonostante sia dotato comunque di grande intelligenza, riesce a sopravvivere soprattutto grazie alla curiosità, alla sete di conoscenza, alla speranza e alla segreta convinzione di essere "unico" e quindi guardato e protetto da Dio o dagli Dei. La zattera, la tigre, l'oceano sconfinato e la misteriosa isola che nasconde la morte e l'oblio (e che potrebbe essere lo stesso Visnù che, come detto all'inizio, dorme nell'oceano cosmico sognando l'universo) non sono altro che simboli delle difficoltà spesso insormontabili che, molto prosaicamente, siamo costretti ad affrontare ogni giorno, illudendoci di poter magari essere degli eletti che sopravviveranno comunque o di avere infine conquistato l'amicizia della tigre fino ad arrivare a cambiarne la natura. La storia di Pi potrebbe essere vera o potrebbe essere la poetica fantasia di un ragazzino che ha vissuto un'esperienza traumatizzante ed ancor più orribile... ma chi siamo noi (o gli altri, se per questo) per decidere cosa sia vero e cosa sia falso? Alla fine, ognuno può vedere o non vedere Dio, credere o non credere ai miracoli, ma l'importante è quello che consente al singolo di sopravvivere e continuare a sperare. Io non so se credo in Dio, ma credo di sicuro nel Cinema e nella sua capacità di meravigliare, far riflettere ed emozionare. E Vita di Pi, consentitemelo, è GRANDE Cinema.


Di Rafe Spall (scelto al posto di Tobey Maguire per interpretare lo scrittore) ho già parlato qui.

Ang Lee è il regista della pellicola. Originario di Taiwan, ha diretto film come Ragione e sentimento, Tempesta di ghiaccio, La tigre e il dragone, Hulk e I segreti di Brokeback Mountain, che gli è valso l'Oscar come miglior regista. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 58 anni.


Irrfan Khan (vero nome Sahabzade Irrfan Ali Khan) interpreta Pi da adulto. Indiano, ha partecipato a film come Il treno per il Darjeeling, The Millionaire e The Amazing Spider-Man. Anche produttore e regista, ha 50 anni e sette film in uscita.


Gérard Depardieu (vero nome Gérard Marcel Xavier Depardieu) interpreta il cuoco. Grandissimo, immenso e sanguigno attore francese, lo ricordo per film come Novecento, L'ultimo metrò, Cyrano di Bergerac, Green card - matrimonio di convenienza, Mio padre, che eroe!, 1492 - La scoperta del paradiso, Germinal, Ma dov'è andata la mia bambina?, Bogus l'amico immaginario, L'agente segreto, Hamlet, La maschera di ferro, Asterix & Obelix contro Cesare, la miniserie televisiva Il conte di Montecristo, Vatel, la miniserie televisiva I miserabili, Vidocq e la geniale, trashissima miniserie televisiva La maledizione dei templari. Anche produttore e regista, ha 64 anni e dieci film in uscita.


Vita di Pi (che avrebbe dovuto essere diretto da, orrore!, Shyamalan) ha già ricevuto tre nomination agli ultimi Golden Globe per il miglior regista, miglior film drammatico e miglior colonna sonora originale. Non mi pronuncio in merito, anche perché tra gli avversari del film c'è nientemeno che Django Unchained (che devo ancora vedere ma che metto già come vincitore del mio cuore sulla fiducia) e ovviamente come regista il mio amore Quentin, ma se la pellicola vi fosse piaciuta consiglierei la visione di Cast Away, sebbene come film non valga davvero una cippa di mmm..... ops! ENJOY!!

domenica 23 settembre 2012

Prometheus (2012)

Alla faccia dei disguidi tecnici venerdì sera sono andata a vedere Prometheus, ultimo, attesissimo film di Ridley Scott. La visione mi ha lasciata a dir poco turbata, quindi vi avverto: la prima parte della recensione sarà spoiler free ma dopo preparatevi, perché subisserò di domande chiunque abbia visto la pellicola...


Trama: a seguito del ritrovamento di alcune pitture rupestri, che testimonierebbero l'esistenza di antichissimi creatori dell'umanità, un gruppo di scienziati si reca su un lontano pianeta nella speranza di trovare le prove dell'esistenza di questi "ingegneri" alieni...


Secondo me ci sono due modi di affrontare Prometheus: prenderlo come un "semplice" e dettagliatissimo fantahorror o cercare di leggerci dietro qualcosa, un significato, un perché, un insegnamento. Per la vostra stessa sanità mentale vi consiglierei di guardarlo con l'occhio dello spettatore ottuso e pecorone perché, se sarete poco meno che curiosi e critici come me e il mio compagno di visione, vi ritroverete con un bel pugno di mosche in mano o colmi di pensieri e teorie contrastanti. Ridley Scott, infatti, confeziona un capolavoro di tecnica registica, dove finalmente viene resa giustizia alla tecnologia del 3D (le sequenze iniziali sono spettacolari, sembra di trovarsi davanti una finestra da cui vedere il mondo reale da tanto sono profonde e nitide le immagini), dove il design delle navi spaziali, del pianeta e dell'intrico di tunnel sotterranei che scoprono i protagonisti è semplicemente magistrale, dove non vengono lesinate scene talmente splatter e claustrofobiche che a metà pellicola avevo voglia di alzarmi e andare a fare un giro, dove gli effetti speciali sono praticamente perfetti... e se bastasse "solo" questo bisognerebbe dargli tanti di quegli Oscar da far vergognare Cameron e mandarlo a piangere in un angolo, oltre a proclamare Scott divinità della fantascienza e massima autorità in merito.


Se non vi bastasse tutto questo bailamme di virtuosismi tecnici, sappiate che Prometheus è anche graziato da un cast di prim'ordine e per fortuna, perché il fulcro della storia e la chiave per (provare a) capire il significato del film risiedono proprio nei personaggi. A Noomi Rapace viene finalmente dato il giusto tributo per la grandiosa performance nella trilogia originale di Millenium, ovvero il ruolo di protagonista, dura quanto basta ma fondamentalmente fragile e molto umana, molto femminile, una donna che concentra tutta la sua fede nel desiderio di trovare questi "ingegneri" alieni perché incapace di creare la vita. Michael Fassbender interpreta invece il personaggio più ambiguo della pellicola, un androide dotato di una sorta di complesso di superiorità, apparentemente impossibilitato a provare emozioni ma allo stesso tempo dolorosamente consapevole della sua condizione e quindi propenso all'invidia, al risentimento, al desiderio di essere "creatore" anziché "creazione". Infine, Charlize Theron, ormai abbonata ai ruoli di cattiva, recita nei panni di una glaciale donna d'affari, decisa a proteggere solo la propria vita ed i propri interessi, incapace di relazionarsi alle persone e, soprattutto, di amare o venire amata dal vecchissimo padre. Il fulcro di Prometheus sta tutto, per quel che ho capito, all'interno di questo triangolo di protagonisti, sullo scontro tra l'altruismo di chi vuole preservare la vita e trovare le risposte "che contano" e chi invece agisce spinto solo dall'egoismo e dalla sete di potere o denaro, tra chi vuole creare per poter controllare e chi vuole farlo per il solo piacere di dare la vita... tra chi, insomma, ama l'umanità tanto da sacrificarsi per essa, come Prometeo, e chi invece la odia e cerca di distruggerla, come gli Dei del mito greco. E questa potrebbe essere una lettura del film... il problema però è che, gratta gratta, queste sono solo seghe mentali mie, perché a me 'sto Prometheus è sembrata una meravigliosa e complessa confezione priva di contenuto.


Il problema, almeno da quel che ho potuto capire, è che Scott e gli sceneggiatori hanno voluto mettere troppa carne al fuoco. Innanzitutto, il regista si è eccessivamente impegnato a voler mettere le mani avanti per convincere la gente che non avrebbe diretto un prequel di Alien, che tuttavia l'avrebbe ambientato nello stesso universo e che ci sarebbero comunque stati dei riferimenti alla saga. Ma chi se ne frega, scusa? Basta che il risultato finale sia dignitoso, per me puoi girare anche novanta prequel e trecento sequel, l'importante è realizzare un film che mantenga comunque una sua anima, una sua coerenza. Prometheus, invece, pare tentennare per due ore tra la voglia di essere qualcosa d'altro rispetto ad Alien e la necessità di dare comunque un contentino ai fan: il risultato finale, purtroppo, è un film fiaccato da alcuni momenti morti e francamente noiosi, popolato di personaggi che spesso agiscono in modo incomprensibile o fin troppo funzionale a portare la trama in una certa direzione (e non parlo solo dell'androide David, su cui poi torneremo, o di Charlie, ma dei due scienziati che decidono di staccarsi dal gruppo presi da un improvviso ed immotivato attacco di panico...), che mette sul piatto grandi domande e può anche far riflettere (come ben dimostra il mio vaneggiamento nel paragrafo sopra) ma offre pochissime risposte e che, purtroppo, presenta anche grandi buchi nella sceneggiatura... ma anche di questo parlerò più dettagliatamente dopo. In sostanza, per concludere la parte spoiler free della recensione, non saprei davvero se consigliare la visione di Prometheus. Fondamentalmente, a me è piaciuto, lo ritengo comunque un esempio di grande cinema, tuttavia mi rendo conto che non è un film per tutti (parecchi amici sono andati a vederlo e me lo hanno sconsigliato) e che, molto probabilmente, rischia di deludere i fan della saga di Alien. Forse però, se lo affronterete privi di aspettative come ho fatto io, potrebbe anche soddisfarvi. E adesso, preparatevi per le fatidiche domande...




L'ANGOLO DELLO SPOILER (ovvero: questa NON l'ho capita, ma ti credo sulla fiducia...)

1) All'inizio del film vediamo uno dei "simpatici" ingegneri alieni davanti ad un ameno paesaggio, mentre ingoia una sostanza che lo disintegra. Il DNA dell'alieno finisce nell'acqua, combinandosi ad altre cellule e dando palesemente vita a "qualcosa". Devo dedurne che questa sia la storia della genesi della vita sulla Terra? Se sì, la cosa è stata voluta oppure casuale (cosa che spiegherebbe perché 'sti ingegneri hanno poi deciso di sterminare l'umanità)?

2) Perché David intuisce la pericolosità delle capsule contenenti le orripilanti tenie aliene senza averne mai vista una? E perché condanna il povero, sfigatissimo Charlie a venire contaminato da un germe alieno ed Elizabeth a partorire l'immonda creatura? E' semplicemente bastardaggine congenita o c'entra con il desiderio di divenire creatore alla faccia degli umani indisponenti?

3) Perché gli ingegneri vogliono uccidere gli esseri umani? Dalle pitture rupestri si può intuire che ste crature qualche visitina pacifica all'umanità l'abbiano fatta... com'è che, invece, quando si trovano delle persone sul pianeta artificiale decidono di sterminarle? Forse perché hanno capito che sarebbero gli ospiti ideali per i parassiti alieni peraltro da loro stesso inventati? Bastardi!

4) Ma quel vecchio di m***a alla fine cosa voleva a parte la vita eterna? E perché anche lui e la figlia sembravano sapere dell'esistenza di qualcosa di moooolto pericoloso?

5) Perché Ridley Scott ha rotto tanto le balle con "Prometheus NON è un prequel di Alien" quando a fine film mi compare proprio il mostro protagonista della saga? Mi sono sbagliata e quello non era Alien bensì suo cugino, Peppino o' macellaio?




Del regista Ridley Scott ho già parlato qui. Noomi Rapace (Elizabeth Shaw), Michael Fassbender (David), Charlize Theron (Meredith Vickers, anche se nelle intenzioni originali del regista avrebbe dovuto interpretare Elizabeth), un irriconoscibile Guy Pearce (Peter Weyland), Rafe Spall (Millburn) e Patrick Wilson (il padre di Elizabeth) li trovate ai rispettivi link.

Idris Elba (vero nome Idrissa Akuna Elba) interpreta Janek. Inglese, ha partecipato a film come I segni del male, 28 settimane dopo, Che la fine abbia inizio, Il mai nato, Thor, Ghost Rider: Spirito di vendetta e a serie come CSI: Miami. Anche produttore, ha 40 anni e cinque film in uscita tra cui Thor: The Dark World, previsto per l'anno prossimo. 


Logan Marshall - Green interpreta Charlie Holloway. Americano, ha partecipato a film come Devil e a serie come 24 e The O.C. Ha 36 anni e tre film in uscita. 


Un paio di curiosità: Max Von Sydow avrebbe dovuto interpretare Peter Weyland, tuttavia a un certo punto della pellicola era previsto che David vedesse i sogni dell'uomo e che, in essi, lo rivedesse da giovane. Alla fine la scena è stata tagliata, ma ormai Pearce era già stato preso per il ruolo, quindi hanno dovuto invecchiarlo con tonnellate di make-up. E' già in progetto un seguito di Prometheus, che dovrebbe annoverare tra gli interpreti sia Noomi Rapace che Michael Fassbender, tuttavia non si conosce ancora un eventuale anno di uscita. Nell'attesa, sempre tenendo a mente che Prometheus NON è un prequel di Alien (vabbé...) magari potete guardarvi tutti i film della saga, aggiungendo anche un 2001: Odissea nello spazio tanto per non farvi mancare nulla. ENJOY!









giovedì 24 novembre 2011

Anonymous (2011)

Dopo qualche settimana di assenza dalle sale cinematografiche, ieri sera mi sono rimessa finalmente in poltrona per vedere Anonymous di Ronald Emmerich.



Trama: noi tutti siamo abituati a considerare William Shakespeare come il Bardo per eccellenza, simbolo dell’era Elisabettiana. Ma se non fosse stato proprio così…? E se il buon Will fosse stato solo un semplice strumento e dietro le sue opere ci fosse stata ben altra mano, come per esempio quella del Conte di Oxford?


Quando ho sentito le due parole Shakespeare ed Emmerich nominate in una stessa frase, lo ammetto, ho avuto un mancamento. Voglio dire, stiamo parlando di un regista che ha girato roba come Independence Day e Godzilla, come minimo mi aspettavo una rumenta dove il Bardo si sarebbe dovuto ad un certo punto confrontare con un duca proveniente da una lontana colonia inglese spaziale, ben deciso a far saltare in aria la gorgera di Sua Maestà la Regina. E invece, come al solito, aspettandosi nulla si ottiene comunque la possibilità di gustarsi di più un film onestamente carino, ben diretto e ben fatto. Eh sì, perché al di là della trama e dell’accuratezza storica, il bello di Anonymous sono proprio la regia e il fluidissimo alternarsi di momenti più statici e riflessivi (assai sontuosi, grazie ai bellissimi costumi e alle splendide scenografie), interessanti rappresentazioni delle opere di Shakespeare che cercano di ricostruire in maniera filologica quello che doveva essere il modo di sentire il Teatro all’epoca, qualche scena d’azione impressionante come l’incendio del teatro all’inizio e la soppressione della rivolta finale, e infine grandiose sequenze come quella del funerale di Elisabetta, con il corteo che sfila in una Londra ricoperta di neve con tanto di Tamigi ghiacciato. Molto azzeccata anche l’idea di girare il film come una “rappresentazione nella rappresentazione”: Anonymous infatti incomincia ai giorni nostri e la storia ci viene introdotta su un palco teatrale dal sempre bravo Derek Jacobi che, con un prologo, comincia a raccontare al suo pubblico quello che poi vedremo anche noi, mentre dietro di lui attori e macchinisti si danno da fare per preparare la rappresentazione. Un primo piano di Sebastian Armesto (alias Ben Jonson) ci consente di passare così, senza soluzione di continuità, dalla finzione del teatro alla realtà della storia narrata. E qui cominciano sia il film che qualche difetto ad esso legato.


La storia raccontata in Anonymous è molto interessante e mette in scena un dubbio che si erano già posti fior di narratori come Dickens: ma com’è possibile che non esistano manoscritti a provare che sia stato proprio Shakespeare a scrivere le sue opere? Inoltre, come diamine ha fatto quest’uomo anche solo a pensare delle trame così colte e complesse se la storia ce lo presenta praticamente analfabeta? Eh, questo è un bel mistero e Anonymous ci da una possibile (per quanto onestamente improbabile) soluzione, che include anche qualche bell’intrigo di corte che appassiona sempre il pubblico. Per chi ha studiato un po’ di storia e letteratura elisabettiana come me e quindi arriva al cinema con un minimo di infarinatura il film non presenta stonature evidenti e, anzi, parrebbe sfruttare al meglio delle verità storiche conosciute e comprovate ma mai ben specificate (per esempio, Marlowe, che pure non dovrebbe essere vivo all’epoca dei fatti narrati, si dice sia morto in una rissa di strada, ma ovviamente nessuno ha mai spiegato il motivo della rissa..), introducendo tanti personaggi realmente esistiti. Se cercate quindi una critica storico/culturale rimarrete delusi, mi manterrò molto più terra terra (ma se volete vi dico che il Globe viene bruciato dopo, che MacBeth è stato scritto durante il regno di Giacomo I e non di Elisabetta, che prima della ribellione di Essex hanno messo in scena Riccardo II e non Riccardo III. Secondo voi, però, queste cose me le sono ricordate al cinema? No.). Onestamente, devo dire che Anonymous si mantiene brillantemente lontano da castronerie varie almeno fin verso il finale: certo, la Regina Elisabetta che ci viene mostrata è ben diversa dalla figura forte e razionale a cui siamo stati abituati dai film a lei dedicati, in Anonymous è più una sorta di isterica Brooke di Beautiful ante litteram e, sinceramente, anche l’idea di mostrare uno Shakespeare cialtrone, ignorante e puttaniere mi ha un po’ spezzato il cuore. Ma il finale colpisce in faccia lo spettatore con un colpo di scena da telenovela talmente gratuito e improbabile che per un attimo ho dimenticato tutto quel che di buono avevo visto fino a quel momento e, lo ammetto, non sono più riuscita a stare seria fino alla conclusione definitiva.



La questione del colpo di scena ha purtroppo influenzato in parte anche il mio giudizio sugli attori. Se, infatti, Rhys Ifans riesce a tenere la testa alta fino alla fine e a mangiarsi tutti gli altri interpreti con un’interpretazione del Conte di Oxford a dir poco magistrale (anche se il già citato Sebastian Armesto nei panni di Jonson e il figlio di Timothy Spall, Rafe, nei panni di Shakespeare sono davvero bravissimi), chi ne fa maggiormente le spese è quella povera crista di Vanessa Redgrave. Per carità, grande attrice, ma in questo film sembra il monumento nazionale alla cartapecora e, soprattutto verso il finale, più che la regina Elisabetta ricorda un incrocio tra E.T. e la trashissima Mahaut interpretata da Jeanne Moreau ne La maledizione dei templari (per dire che la si vede anche urlante in mutande: holy crap!!). Per contro, nel vedere la pur bella figlia Joely Richardson (che interpreta Elisabetta da giovane) mi aspettavo sempre che da dietro al trono comparisse Julian McMahon per bombarsela in qualche strana ed inventiva posizione. Altro neo, gli anonimi, bellocci ed efebici giovinetti usati per interpretare il Conte di Oxford da giovane e il Conte di Southampton, abbastanza privi di personalità, ma voto dieci al mollissimo, scazzato, gobbo e viscido Robert Cecil di Edward Hogg. Altra cosa ottima, e per nulla scontata in un adattamento italiano, è il visibile sforzo portato avanti dai bravi doppiatori che, per una volta, si sono impegnati ad adottare una pronuncia decente dei nomi inglesi. In definitiva, Anonymous è un film che consiglio comunque di vedere, nonostante qualche difetto. Se vi interessa l’argomento e riuscite a sorvolare su qualche espediente da soap opera non rimarrete delusi.


Di Rhys Ifans, che interpreta il Conte di Oxford, ho già parlato qui. Rimanendo sempre in ambito Potteriano, David Thewlis, che interpreta William Cecil, lo trovate qua. Derek Jacobi, che interpreta invece il narratore, è già stato nominato qui.

Roland Emmerich è il regista della pellicola. Tedesco, ha diretto film come Stargate, Independence Day, Godzilla, Il patriota, L’alba del giorno dopo, 10000 AC e 2012. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 56 anni.
Vanessa Redgrave interpreta Elisabetta da anziana. Attrice inglese, la ricordo per film come Blow – Up, Assassinio sull’Orient Express, Casa Howard, La casa degli spiriti, Mission: Impossible, Wilde e Deep Impact. Ha inoltre doppiato Cars 2 e partecipato alla serie Nip/Tuck, ovviamente nei panni della madre del personaggio interpretato da Joely Richardson, che è la sua vera figlia. Anche produttrice, ha 74 anni e tre film in uscita. Ha avuto sei nomination all’Oscar ma ne ha vinto solo uno, quello come miglior attrice non protagonista per il film Giulia.


Joely Richardson interpreta Elisabetta da giovane. Inglese, figlia di Vanessa Redgrave, come attrice la ricorderò sempre nei panni dell’ammorbantissima Julia della serie Nip/Tuck, ma ha partecipato anche a film come Hotel New Hampshire, La carica dei 101 – questa volta la magia è vera, Il patriota e L’intrigo della collana. Ha 46 anni e tre film in uscita, tra cui l’imminente Millenium: uomini che odiano le donne, dove interpreterà Anita Vanger.


Rafe Spall interpreta Shakespeare. Inglese, degno figlio di tanto padre (ovvero Timothy Spall), ha partecipato a film come Shaun of the Dead, Un’ottima annata, Hot Fuzz e Grindhouse (uno dei pezzi non visti in Italia, ovvero il fake trailer Don’t, diretto da Edgar Wright). Ha 28 anni e due film in uscita.


Jamie Campbell Bower (vero nome James Campbell M Bower) interpreta il Conte di Oxford da giovane. Inglese, ha partecipato a Sweeney Todd: il diabolico barbiere di Fleet Street (nei panni di Anthony), Harry Potter e i doni della morte – parte I e parte II (nei panni del giovane Grindelwald), New Moon e Breaking Dawn – parte I. Ha 23 anni e due film in uscita.


Sebastian Armesto interpreta Ben Jonson. Inglese, ha partecipato a film come Marie Antoniette, Pirati dei Caraibi – Oltre i confini del mare e al telefilm Doctor Who. Ha 29 anni e un film in uscita.

Con questo si conclude la recensione. Sappiate che domani e dopo potrebbero cominciare due nuove rubriche sul Bollalmanacco! Nell'attesa di ciò... ENJOY!!

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