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venerdì 17 febbraio 2023

Tár (2022)

E' uscito qualche giorno fa, con una distribuzione abbastanza pietosa, Tár, diretto e sceneggiato nel 2022 dal regista Todd Field e candidato a 6 premi Oscar (Miglior Attrice Protagonista, Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Fotografia e Miglior Montaggio).


Trama: Lydia Tár è una famosissima direttrice d'orchestra all'apice del successo. Alcuni scandali e reiterate accuse di favoritismi, tuttavia, fanno tramontare la sua stella...


A dimostrazione di quanto poco mi informi sui film prima di guardarli, ero straconvinta che Tár fosse la biografia di una direttrice d'orchestra realmente esistita e ancora vivente. La prima ora del film di Todd Field, in effetti, non è riuscita a dissuadermi, in quanto è strutturata come un documentario (fotografato e diretto con tutti i crismi ed eleganza innaturale, ma pur sempre un documentario) sulla vita di questa donna straordinaria e raffinatissima, che con piglio grintoso e deciso passa le sue giornate tra interviste, prove di registrazione, importanti decisioni legate alla gestione della Filarmonica di Berlino e mille altri impegni snocciolati attraverso dialoghi talmente dettagliati e legati a termini tecnici che per buona parte del tempo ho fatto fatica a seguirli. Anzi, per la prima ora ho fatto proprio fatica a seguire il film, a farmi coinvolgere dalla storia raccontata, in quanto, di fatto, questo tempo viene utilizzato "solo" per introdurre il personaggio di Tár e l'ambiente in cui vive. La storia comincia a muovere i primi, piccoli passi, nel momento in cui un'altra direttrice d'orchestra si suicida lasciando intendere che il motivo della sua decisione sia proprio il comportamento scorretto della Tár, ed è qui che mi sono effettivamente venuti dei dubbi relativamente alla natura biografica dell'opera, perché la rappresentazione di una potenziale indagata per istigazione all'omicidio era anche troppo "personale" e distante dai canoni della crime fiction. Spoiler alert: Tár NON è un film biografico, l'avrete capito tutti, e, a dimostrazione di quanto non sia mai contenta, una volta scoperto l'arcano mi è dispiaciuto che non lo fosse, in quanto, nonostante l'impegno profuso da tutti i coinvolti per creare un personaggio e un mondo così tanto verosimili da trarre in inganno, non sono riuscita comunque a farmi coinvolgere dalla progressiva caduta dall'Olimpo di Lydia Tár. O, meglio, di sicuro il film è diventato molto più interessante, perché se non altro hanno cominciato ad evidenziarsi le crepe e le imperfezioni della protagonista, tuttavia non sono riuscita ad empatizzare con quest'ultima nonostante l'innegabile bravura di Cate Blanchett.


L'attrice australiana offre l'interpretazione strepitosa di una donna ossessionata dal potere e dall'amore per se stessa, di una persona che si sforza in ogni momento di veglia di indossare una maschera di cultura, fascino e carisma, negando la propria fragilità e le proprie radici, che ovviamente arrivano, assieme ai peccati, a tormentarne le notti allontanandola da quello che dovrebbe essere l'unico motivo della sua esistenza: la musica. La musica, in Tár, si fa status symbol, è raro che veicoli emozioni e, quando lo fa, sono emozioni da cui la protagonista tenta di scappare o che non riesce a gestire e forse è per questo, paradossalmente, che non ricordo una sola nota della colonna sonora di Hildur Guðnadóttir, compositrice che solitamente riesce a toccare le corde del mio animo. In tutto questo, lungi da me definire Tár un brutto film, perché oggettivamente non gli manca nulla ed è, in primis, curatissimo sia a livello di sceneggiatura (io posso non essermi granché emozionata ma indubbiamente scava a fondo nella psiche della protagonista ed è perfetta nel rappresentare come quest'ultima si rapporta col mondo che la circonda, a cominciare dagli affetti) che di regia, quest'ultima impreziosita da una splendida fotografia che rende le immagini ancora più nitide; in più, ha vinto una marea di premi e non si contano le candidature, per non parlare del fatto che Martin Scorsese ha dichiarato addirittura che la visione di Tár riesce a spazzare via le nubi e a far tornare il sole. Tuttavia, nonostante questo, a me è sembrato che la vera forza di Tár risiedesse essenzialmente in Cate Blanchett e che, senza la sua nervosa, dolorosissima interpretazione, del film sarebbe rimasto ben poco da ricordare. Sono una capra, che volete farci. D'altronde, mi chiamo Erica Bolla, mica Henrietta Boullet. 


Di Cate Blanchett (Lydia Tár) e Mark Strong (Eliot Kaplan) ho parlato ai rispettivi link. 

Todd Field è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come In the Bedroom e Little Children. Anche attore, produttore e compositore, ha 59 anni.


Noémie Merlant
interpreta Francesca Lentini. Francese, ha partecipato a film come Ritratto della giovane in fiamme e Jumbo. Anche regista, sceneggiatrice e produttrice, ha 35 anni e tre film in uscita. 


Se Tár vi fosse piaciuto recuperate Whiplash. ENJOY!

mercoledì 11 gennaio 2023

Golden Globes 2023

L'aspettavamo, magari non la volevamo, ma la stagione dei premi cinematografici "glamour" è arrivata e i Golden Globes, come ogni anno, aprono la strada alle nomination per gli Academy Awards, che verranno annunciate il 24 gennaio. Siccome in questo periodo faccio fatica a dormire, non mi sono minimamente impegnata a svegliarmi alle 2 per seguire la cerimonia, quindi non chiedetemi gossip o altro, mi limiterò a fare un paio di commenti gioiosissimi e almeno uno perplesso, in base al poco che sono riuscita a vedere finora. ENJOY!


Miglior film drammatico

The Fabelmans  (USA, 2022)

L'omaggio di Spielberg al cinema e la rievocazione dei suoi anni giovanili, trasformati in un delicato racconto di formazione, hanno incantato pubblico e critica, e non posso che esserne felice, nonostante abbia sofferto per non essermi sentita maggiormente coinvolta durante la visione. Non ho ancora visto Tár ma, con tutto il rispetto, non c'era storia con gli altri candidati!


Miglior film - Musical o commedia
Gli Spiriti dell'Isola
(The Banshees of Inisherin  - Irlanda, UK, USA, 2021)

Torna Martin McDonagh, si riunisce a Colin Farrell e Brendan Gleeson, e non ce n'è più per nessuno. I più fortunati lo hanno visto a Venezia, i plebei (come me) dovranno aspettare il 2 febbraio ma gli astuti, giustamente, consigliano di guardarlo solo ed esclusivamente in lingua originale, quindi mi aspetterà una doppia visione, anche perché si parla già di uno dei film più belli dell'anno. Perdonatemi, però, se mi si spezza il cuore per la sconfitta di Everything Everywhere All at Once, che spero possa trionfare agli Oscar.

Miglior attore protagonista in un film drammatico
Austin Butler in Elvis

Arrivo un po' impreparata, mi spiego. Ho apprezzato moltissimo la performance dell'attore nel film di Luhrmann, ma mi sono persa tutte le altre, quindi non saprei dire se il premio, per quanto mi riguarda, è azzeccato oppure no. Diciamo che sono contenta per l'attore ma nutro tantissime speranze per Brendan Fraser e molta curiosità per Hugh Jackman e Bill Nighy. Per il momento, lascio che Butler si goda il suo Globe e attendo!


Miglior attrice protagonista in un film drammatico
Cate Blanchett in Tár

La biografia della compositrice e direttrice d'orchestra  Lydia Tár è stata uno dei film più apprezzati a Venezia e mi aspettavo che la Blanchett avrebbe portato a casa più di un premio. In Italia vedremo il film il 9 febbraio, quindi in tempo per la probabile candidatura all'Oscar, di conseguenza aspetterò pazientemente ma senza troppa convinzione, vista la dabbenaggine del multisala, che arrivi anche dalle mie parti. Aspetterò con maggiore trepidazione Empire of Light (in uscita il 23 febbraio), che ha visto la candidatura della sempre adorabile Olivia Colman, mentre posso già dire che, al momento, il premio lo avrei dato a Michelle Williams, che mi ha catturata completamente con la sua interpretazione di Mitzi Fabelman. 

Miglior attore protagonista in un film musicale o commedia
Colin Farrell in Gli spiriti dell'isola

Altro motivo, se ce ne fosse bisogno, per recuperare Gli spiriti dell'isola, che parte grandissimo favorito agli Oscar, pare. A me sarebbe piaciuto molto anche un premio per Ralph Fiennes o Adam Driver, grandissimi mattatori (e, in particolare il secondo, salvatore di una pellicola a mio parere mal riuscita), e aspetto con curiosità la performance di Diego Calva in Babylon

Miglior attrice protagonista in un film musicale o commedia
Michelle Yeoh in Everything Everywhere All at Once

Non avete idea della gioia immensa. Anzi, la gioia è stata superata grazie al premio andato anche al suo compagno di scena ma trovo questo Globe uno dei più meritati, perché la Yeoh nel film dei Daniels è meravigliosa. Non me ne vogliano le altre candidate, alle quali voglio molto bene, a chi più a chi meno. 


Miglior attore non protagonista
Ke Huy Quan in Everything Everywhere All at Once

Questa, questa è la mia gioia più grande. Vedere il piccolo Ke Huy Quan cresciuto, dopo essere stato lontano dalle scene per anni, e tornare sul grande schermo con un ruolo meraviglioso, perfetto per il suo volto gentile. A ripensare alla sua interpretazione nei film dei Daniels mi si stringe il cuore, spero davvero che possa accaparrarsi anche un bell'Oscar, se lo meriterebbe. Anche qui, non me ne vogliano gli altri candidati, sono sicura che le vostre interpretazioni sono memorabili, ma al cuor non si comanda.


Miglior attrice non protagonista
Angela Bassett in Black Panther: Wakanda Forever

Oh, cielo. Wakanda Forever è l'unico film Marvel che non ho visto al cinema e di cui ho scelto di aspettare l'uscita su Disney + per sopraggiunta rottura di palle, quindi non posso dare un giudizio sull'interpretazione della Bassett. Certo, non pretendevo che la divina Jamie Lee Curtis vincesse il Globe, anche se lo avrei tanto voluto, e non ho idea di come si siano "comportate" la Mulligan e la Condon, ma Dolly De Leon in Triangle of Sadness è notevole, quindi mi permetto di dubitare di questo premio. Ma ne riparleremo, sono molto curiosa a 'sto punto! 

Miglior regista
Steven Spielberg per The Fabelmans

Ogni premio dato a Spielberg è sempre fonte di gioia per me, ci mancherebbe, e The Fabelmans, a livello di regia e di coinvolgimento emotivo del regista, è sicuramente un'opera validissima. Dal mio umilissssimo punto di vista, i Daniels avrebbero meritato un riconoscimento altrettanto grande e, insomma, James Cameron si è fatto un culo come una scimmia col suo Avatar. Quindi boh, mi sento un po' come se il premio per Spielberg fosse un contentino "alla carriera" e mi spiace che altri ci abbiano rimesso per questo. 


Miglior sceneggiatura
Martin McDonagh per Gli spiriti dell'isola

E nulla, Gli spiriti dell'isola è veramente THE Film to Watch ma, d'altronde, quando sceneggia McDonagh ci sono pochi *azzi. E ci dispiace per gli altri, lo sapete, soprattutto quando si chiamano Daniels, ma purtroppo non posso fare un confronto, ancora.

Miglior canzone originale
Naatu Naatu di M.M. Keeravani, Kaala Bhairava e Rahul Sipligunj, per il film RRR

Non sono ancora riuscita a vedere RRR, data la durata proibitiva, ma non credo mi fionderò a recuperarlo tanto presto solo per ascoltare una canzone. Delle altre, conosco solo Ciao Papa da Pinocchio, molto carina ma non particolarmente memorabile. 

Miglior colonna sonora originale
Babylon di Justin Hurwitz

Beh, se un film di Chazelle non avesse avuto una colonna sonora più che valida mi sarei in effetti perplessa. Ciò detto, di musica non me ne intendo, non ho ancora visto il film, non ho granché memoria di quelle di Pinocchio e The Fabelmans, salvo per una sensazione di gradevolezza, quindi me ne sto.

Miglior cartone animato
Pinocchio
(Guillermo del Toro's Pinocchio - Francia, Messico, USA 2022)

Ci voleva del Toro per impedire che il premio andasse alla Pixar, evviva! Non fraintendetemi, Red mi è piaciuto molto, ma Pinocchio è uno dei film più belli usciti lo scorso anno. Gli altri mi incuriosiscono molto, a parte Il gatto con gli stivali, e spero di recuperarli prima o poi: Marcel the Shell dovrebbe uscire il 9 febbraio, Inu-ō è uscito a Venezia ma non ci sono ancora notizie su una sua distribuzione più vasta, almeno in Italia. 


Miglior film straniero
Argentina, 1985 (Argentina, 2022)

Come al solito, i film stranieri mi colgono impreparata. Onestamente, non so se avrò mai tempo e voglia di recuperare il vincitore, più di due ore imperniate sul processo che ha portato all'affermazione della democrazia in Argentina, ma è disponibile su Prime Video, quindi chissà. Dall'alto della mia Crassa, pigra ignoranza, gli unici che mi interessano sono RRR e La donna del mistero, gli altri due candidati li lascio ai cinefili. 

E come sempre, mi colgono impreparata anche le serie TV! Tra le nominate ho visto solo Pam & Tommy e Mercoledì e sto recuperando solo in questi giorni Dahmer, che ha visto la vittoria di Evan Peters nei panni dell'inquietantissimo protagonista. Consapevole che non avrò mai tempo di recuperare nessuno dei vincitori "seriali", vi do dunque appuntamento al consueto riassuntone degli Oscar, il 13 marzo! ENJOY!

venerdì 4 febbraio 2022

La fiera delle illusioni - Nightmare Alley (2021)

Con la stessa velocità di un bradipo assonnato, anch'io ho finalmente potuto vedere La fiera delle illusioni (Nightmare Alley), diretto e co-sceneggiato nel 2021 dal regista Guillermo Del Toro e tratto dal libro omonimo di William Lindsay Gresham.


Trama: in fuga da un violento passato, il giovane Stanton si rifugia in un luna park, dove impara i segreti del mentalista Pete e di sua moglie Zeena, che gli consentiranno di diventare una stella nei vari locali di New York. Ma i pericoli dell'ambizione sfrenata sono in agguato...


Sono arrivata all'appuntamento con La fiera delle illusioni ancora frastornata dalla bellezza de La forma dell'acqua e digiuna sia dal romanzo di Gresham sia da La fiera delle illusioni di Edmund Goulding, al punto che le mie aspettative erano cariche a mille pur non sapendo nulla della trama, del cast o dell'accoglienza del pubblico (non ho voluto nemmeno guardare il trailer, giusto per non sbagliare); l'unica cosa che mi è balzata all'occhio, da vecchia porcella qual sono, è stata una notizia in cui si parlava di un nudo frontale di Bradley Cooper del quale, maledetti giornalari e pennivendoli del webbe, nel film non v'è traccia. La mia aspettativa fomentatissima (non dal nudo, non pensate male) è stata un incredibile errore da dilettante, perché, ahimé, la prima cosa che mi è saltato all'occhio guardando La fiera delle illusioni è che non arriva ai livelli dei migliori film di Del Toro, come La forma dell'acqua o Il labirinto del Fauno. La seconda cosa, probabilmente derivante dalla non conoscenza delle opere che hanno preceduto o ispirato il film, è che ho trovato un paio di personaggi, soprattutto, la Dottoressa Lilith di Cate Blanchett, mancanti di motivazioni e nerbo nonostante il loro indubbio fascino e la loro fondamentale funzionalità all'interno della trama, cosa che mi ha lasciata un po' perplessa nel corso del pur formidabile confronto finale tra "mostri". Qui finiscono però, almeno per quanto mi riguarda, i difetti de La fiera delle illusioni, uno spettacolo di cui godere rigorosamente al cinema per non lasciar andare sprecati i meravigliosi colori, le inquadrature, le scenografie e i guizzi gotici e weird di un Autore che non smette di perdere il suo riconoscibile tocco sia quando deve tratteggiare atmosfere a lui più congeniali (la Casa degli Specchi è davvero terrificante, il pre-finale sotto la neve è un capolavoro gotico, in quanto all'ambiente allo stesso tempo straniante e familiare del luna park ci sarebbe da riguardare il film dall'inizio per fare un elenco di tutti i dettagli interessanti che contiene, mostrini sotto vetro in primis) sia quando muove i suoi personaggi all'interno di ambienti elegantissimi e geometrici, rifulgenti di luce dorata eppure ancora più opprimenti della gabbia di un geek (o uomo bestia, chiamatelo come volete).


Quella de La fiera delle illusioni, titolo italiano per una volta stranamente azzeccato, è la storia di un uomo ambiguo che, come Icaro, tenta di volare troppo vicino al sole del potere e del denaro e ne rimane scottato; a differenza di Icaro, però, Stanton non è innocente e il suo fondamentale egoismo sporca le mani di sangue sia a lui sia a coloro che decidono di rimanergli accanto nonostante tutto. Fin dall'inizio, empatizzare con Stanton non è facile. I primi quindici minuti di mutismo ci consegnano un personaggio selvatico, diffidente quanto l'uomo bestia che si ritrova a dover affrontare (forse per questo, in un paio di occasioni, viene spinto da un moto di umana pietà verso quest'ultimo), che a poco a poco prende confidenza nelle sue capacità e diventa, grazie soprattutto al dolce e scafato mentalista Pete, la versione vivente di una delle mie citazioni preferite da Ghostbusters 2: "un venditore di fumo e merda". Mi perdoni chi, nel costante utilizzo della sigaretta, vede un sicuro e dovuto omaggio al genere noir, ma io nell'incalcolabile numero di sigarette fumate da Bradley Cooper nel corso del film ho visto soprattutto una meravigliosa metafora di evanescenza e inconsistenza, la fragile armatura di un uomo che deve mostrarsi misterioso, sicuro di sé e impenetrabile a qualunque difficoltà possa mettergli davanti la vita. Tale dispendio di arroganza lo rende in primis spietato contro chi rischia di provare un dolore indicibile a causa del cosiddetto "spiritismo", e poi cieco, non solo davanti ai chiari avvertimenti di chi si è già messo nei suoi panni o di chi è sinceramente innamorato di lui, come l'angelica ed innocente Molly, ma anche ai segnali inconfondibili di imminente distruzione che lo circondano fin dai primi istanti del film, anche prima dell'arrivo della femme fatale Lilith (nomen omen).


I dettagli della trama, ovviamente, ve li lascio tutti da scoprire e vi lascio al parere chi, come per esempio Marika, ha fatto di Del Toro la sua ragione di vita e si è preparata assai più degnamente di me per affrontare La fiera delle illusioni. Spenderò ancora un paio di parole su "colui che, niente, non mi ha mostrato il nudo full frontal promesso" e sui suoi allegri compagni. Seguo Bradley Cooper praticamente dagli esordi, da quando spiccava in bellezza su qualunque altro uomo presente nella serie Alias, e nel tempo l'ho visto azzeccare una serie di ruoli clamorosi, diventando sempre più bravo, ma a mio parere quella di Stanton è la sua interpretazione più bella; grazie ad un timespan assai ampio, Cooper ha potuto fornire al personaggio tutta una serie di sfumature sfruttando sia l'aspetto più fisico della recitazione, come all'inizio, sia "adagiandosi" maggiormente e consapevolmente sul suo aspetto da "contadino con i denti dritti" nel momento di massimo fulgore del personaggio e infine lasciando lo spettatore con uno sguardo allucinato e una risata da brividi, in una perfetta chiusura del cerchio. Se lo nominassero agli Oscar per questo ruolo e ne vincesse anche uno non mi farebbe schifo, lo dico sinceramente. Lo affiancano, assieme ai "feticci" maschili di Del Toro e un Willem Dafoe sempre adorabilmente luciferino, tre donne ognuna a suo modo meravigliosa; se la Blanchett spicca ovviamente nel ruolo di perfetta femme fatale bionda, il musetto di Rooney Mara spezza a tratti il cuore ma è la Zeena di Toni Collette a conquistarlo davvero, con il suo fascino, la sua dignità, la sua tristezza. Insomma, l'ultimo film di Del Toro sarà anche La fiera delle illusioni ma la sua qualità è tangibile e reale, quindi fatevi un favore e non perdetelo.


Del regista e co-sceneggiatore Guillermo Del Toro ho già parlato QUI. Bradley Cooper (Stanton Carlisle), Cate Blanchett (Dr. Lilith Ritter), Toni Collette (Zeena), Willem Dafoe ( Clem Hoatley), Richard Jenkins (Ezra Grindle), Rooney Mara (Molly Cahill), Ron Perlman (Bruno), Mary Steenburgen (Mrs. Kimball), David Strathairn (Pete), Holt McCallany (Anderson), Clifton Collins Jr. (Funhouse Jack) e Tim Blake Nelson (Carny Boss) li trovate invece ai rispettivi link.


Il ruolo di Stanton Carlisle era stato proposto a Leonardo di Caprio, che alla fine ha preferito dedicarsi ad altri progetti mentre per il ruolo di Molly erano stati fatti i nomi di Lady Gaga e Jennifer Lawrence. Occhio alla presenza della nostra Romina Power tra il pubblico, durante l'esibizione in cui Stanton viene "smascherato" da Lilith, un omaggio al padre Tyrone Power, che era il protagonista de La fiera delle illusioni di Edmund Goulding. Io penso che proverò a recuperarlo, voi? ENJOY!

 

martedì 10 marzo 2020

Dragon Trainer - Il mondo nascosto (2019)

In occasione degli Oscar avevo recuperato anche Dragon Trainer - Il mondo nascosto (How to Train Your Dragon: The Hidden World), diretto nel 2019 dal regista Dean DeBlois.


Trama: mentre il villaggio di Berk affronta il sovrappopolamento dei draghi, Sdentato incontra una Furia bianca, dietro la quale si nasconde tuttavia la minaccia di un terribile cacciatore.


Come se avessi avuto un vago presagio di sventura, non ero andata a vedere il terzo (e, pare, ultimo) episodio della saga Dragon Trainer al cinema, nonostante i primi mi fossero piaciuti molto. Ho fatto bene, perché Il mondo nascosto è un film che si trascina stancamente come fosse un lungo filler per raggiungere il commovente, benché prevedibile, finale, durante il quale le avventure di Hiccup, Sdentato e tutta l'allegra banda vichinga trovano un degno compimento e una chiusura definitiva. "Amore si accompagna sempre al dolore, ma vale comunque la pena di viverlo" e chi lo sa meglio del padre di Hiccup, rimasto solo con un figlio a carico per tanti anni? Peccato che questo concetto meraviglioso, che conosciamo bene tutti e che è giusto insegnare anche ai più piccoli, si perda per buona parte del film in gag stantie (i due gemelli sono particolarmente insopportabili), malvagi da operetta e corteggiamenti disastrosi tra Sdentato e la nuova arrivata, una Furia bianca che non ci mette molto ad attirarsi l'odio dello spettatore per i suoi modi da figa di legno. Quanto al mondo nascosto che compare nel titolo, è un peccato che venga sfruttato così poco, una piccola, affascinante parentesi sulla quale ci sarebbe da raccontare molto e che invece viene semplicemente utilizzata come escamotage narrativo per far spostare i protagonisti da punto A a punto B e come miccia scatenante l'inevitabile conclusione del film (SPOILER Inevitabile, virgola. Capisco che Sdentato abbia desiderio di stare con la compagna e i suoi simili, ma che dopo un giorno scelga di abbandonare Hiccup senza nemmeno voltarsi indietro, tra l'altro senza portarsi dietro gli amici draghi di Berk, è perplimente. Tutto ciò che accade prima del finale avviene perché Hiccup lo va a riprendere, altrimenti il film sarebbe finito senza l'ultima mezz'ora FINE SPOILER).


La delusione causata dall'essermi aspettata un film all'altezza dei primi due capitoli della saga, che ho adorato, probabilmente mi sta spingendo ad essere un po' più dura di quanto Il mondo nascosto meriterebbe, e non vorrei che qualcuno si tenesse erroneamente lontano dalla pellicola. A livello di animazioni, infatti, Il mondo nascosto non ha nulla da invidiare ai suoi predecessori, omaggiati peraltro, per quanto riguarda alcune situazioni fondamentali, in maniera assai tenera, e il character design dei nuovi personaggi introdotti è assai carino; il villain è identico a Chris Sanders, co-regista del primo Dragon Trainer, mentre la Furia bianca è sicuramente una creatura poco simpatica, tuttavia è di un'eleganza incredibile e la sua bellezza felina compensa il fatto che questa volta Sdentato più che un gattone sembra un cagnolino scemo, con tutto quello che ne consegue. Molto bello, come ho scritto più sopra, anche il mondo nascosto, un trionfo di colori, ambienti lussureggianti e draghi di ogni genere e dimensione che, probabilmente, sarà stato un delirio da animare e forse anche questo ha influito sulla durata della sua presenza sullo schermo. Per il resto non ho molto altro di cui essere entusiasta e mi spiace davvero: la saga Dragon Trainer ha saputo emozionarmi per le sue soluzioni non convenzionali e i suoi colpi al cuore per due film, quindi speravo che nel capitolo conclusivo ci sarebbero state le stesse emozioni moltiplicate per tre. Purtroppo, rimane solo un bellissimo quarto d'ora finale e la dolorosa consapevolezza che la storia di Hiccup e Sdentato, per come l'abbiamo conosciuta, è finita. Chissà, che nel futuro non vengano raccontate altre storie di amicizia tra uomini e draghi, in maniera altrettanto poetica.


Del regista e co-sceneggiatore Dean DeBlois ho già parlato QUIJay Baruchel (Hiccup),America Ferrera (Astrid), F. Murray Abraham (Grimmel), Cate Blanchett (Valka), Gerard Butler (Stoick), Craig Ferguson (Skaracchio), Jonah Hill (Moccicoso), Christopher Mintz-Plasse (Gambedipesce), Kristen Wiig (Testabruta), Kit Harington (Eret), e David Tennant (Spitelout / Ivar the Witless) li trovate invece ai rispettivi link.


Dragon Trainer - Il mondo nascosto è l'ultimo film di una trilogia cominciata con Dragon Trainer e proseguita con Dragon Trainer 2; recuperateli tutti, perché sono davvero belli, e se vi ritroverete con un'insana passione per i draghi aggiungete la serie Dragons: I paladini di Berk. ENJOY!

martedì 17 dicembre 2019

Che fine ha fatto Bernadette? (2019)

Nonostante il trailer non mi avesse detto granché, ho comunque recuperato Che fine ha fatto Bernadette? (Where'd You Go, Bernadette?), diretto e co-sceneggiato dal regista Richard Linklater partendo dal romanzo omonimo di Maria Semple.


Trama: Bernadette, moglie, madre ed ex architetto in profonda crisi creativa, deve affrontare la sua condizione di reclusa volontaria e far ripartire la sua vita...


Come ho scritto sopra, il trailer di Che fine ha fatto Bernadette? non mi aveva invogliata molto, ma siccome Cate Blanchett ha ricevuto una nomination ai Golden Globe ed è un'attrice che solitamente adoro veder recitare, ho deciso di dare comunque una chance al film. Non me ne sono pentita, perché Che fine ha fatto Bernadette? non è per nulla malvagio, tuttavia è una di quelle opere che, per funzionare e diventare indimenticabile, avrebbe dovuto finire tra le mani di Wes Anderson, non di un Linklater in versione anonima. I personaggi, infatti, hanno tutte le caratteristiche tanto amate dal regista di Houston, soprattutto quello principale: Bernadette è un architetto geniale, vive in un ex collegio cattolico femminile che sta cadendo in rovina, è piena di tic e fobie che le impediscono di avere una vita normale, detesta la gente ma ha una figlia che la adora, è piagata da un passato di frustrazione professionale che non riesce a superare. Basterebbe questo a farla diventare un membro onorario de I Tenenbaum, per dire, e non è meno atipico il metodo scelto per riprendere tra le mani le redini della sua vita, ovvero una fuga in Antartide, probabilmente il luogo meno ospitale del mondo. Eppure, con tutto questo, parrebbe quasi di guardare un film perfetto per i pomeriggi di Canale 5 o Rete 4, con l'unica differenza che sì, Cate Blanchett è davvero brava e si è palesemente divertita un mondo a interpretare la "strana" Bernadette, riuscendo allo stesso tempo a conferire una dimensione umana a un personaggio con il quale è difficile relazionarsi al 100%, come dimostra il marito ormai incerto sulla natura della donna che ha sposato.


Il problema di fondo di Che fine ha fatto Bernadette, comunque, è proprio questo: il divertimento. La malattia di Bernadette non è così sciocca e banale: parliamo di una donna che ha vissuto per anni una carriera frenetica all'apice del successo e che ha finito per svuotarsi, per rinnegare il suo lato creativo diventando così una persona prona alla depressione e incapace di relazionarsi con altri che non siano la sua paziente, giovane figlia. La questione della malattia mentale viene trattata invece come un gioco, un plot device facile da superare con una fuga rocambolesca e un'ancor più rocambolesca arrampicata verso la libertà e il ritorno della creatività a lungo rifiutata. Il dramma umano di Bernadette rischia di passare completamente inosservato, sviscerato com'è in 5 minuti di monologo davanti a un attonito Laurence Fishburne oppure confidato dal marito a una psichiatra che si perde nel mucchio di guest star, e quello che rimane di Che fine ha fatto Bernadette? è semplicemente l'idea di una simpatica, eccentrica matta con qualche problemino di comunicazione e tutti i soldi che vuole per risolverli nel modo più atipico possibile, abbracciando un happy ending scontato che consolerà tutta la famiglia (per dire, nel romanzo si parla di una relazione tra il marito di Bernadette e la sua assistente, cosa che nel film è completamente assente, e il finale mi pare abbastanza "sospeso"). E' vero, le tragedie e la serietà a tutti i costi non sempre pagano, soprattutto in questi tempi così pessimisti, ma lo stesso vale per la volontà di essere leggerini a sproposito; non ho letto il romanzo di Maria Semple e magari poi il tono dell'opera cartacea è simile a quello del film, ma riguardo a quest'ultimo devo ammettere che l'avrei preferito un po' meno confuso sul registro da utilizzare, con buona pace di una Blanchett comunque bravissima.


Del regista e co-sceneggiatore Richard Linklater ho già parlato QUI. Kristen Wiig (Audrey), Cate Blanchett (Bernadette Fox), Billy Cudrup (Elgie Branch), Judy Greer (Dr. Kurtz), Laurence Fishburne (Paul Jellinek), Megan Mullally (Judy Toll) e Steve Zahn (David Walker) li trovate invece ai rispettivi link.



venerdì 9 novembre 2018

Il mistero della casa del tempo (2018)

Mercoledì sono andata a vedere Il mistero della casa del tempo (The House with a Clock in its Walls), diretto dal regista Eli Roth e tratto dal libro omonimo di John Bellairs.


Trama: rimasto orfano, il piccolo Lewis va a vivere con lo zio Jonathan, il quale si rivela essere uno stregone. La vita di Lewis si arricchisce così di incredibile magia ma la casa di Jonathan nasconde anche un pericoloso segreto...


E così, dopo l'horror, il thriller sexy e l'action, Eli Roth è approdato al fantasy per ragazzini. Benché la notizia mi avesse fatto storcere abbastanza il naso, una volta visti i primi trailer la curiosità di vedere Il mistero della casa del tempo era indubbiamente salita e così, quando è uscito, sono corsa quasi subito al cinema. Prodotto dalla Amblin, il film è  un'avventura fantastica con tutti i crismi, che strizza l'occhio al vecchio L'apprendista stregone della Disney, alla saga di Harry Potter, al primo Piccoli Brividi e a cose un po' più di "nicchia" e lontane da un pubblico di ragazzini come Hugo Cabret, Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet e persino i capolavori di Wes Anderson. Da questi ultimi è stata sicuramente mutuata la natura weird e fondamentalmente stilosetta del piccolo protagonista, un topino di biblioteca munito di occhialoni e immancabile farfallino d'ordinanza, capitato a casa di un uomo che fa dello "strano", della diversità, i punti di forza dai quali ricavare le magie più folli. Al di là dell'aspetto magico, sul quale tornerò nel prossimo paragrafo, la trama de Il mistero della casa del tempo mette in scena una famiglia che più atipica non si può, composta da due "genitori" che tali non sono, amici di vecchissima data che si aiutano a vicenda a superare i rispettivi traumi del passato e si imbarcano nel difficile compito di tenere sott'occhio un ragazzino con tanti problemi e tantissime qualità positive; attraverso quest'ultimo, persino due maghi scafati impareranno che l'importante nella vita è non arrendersi mai, nemmeno di fronte alle tragedie più grandi (tra le righe, ci sono riferimenti ai campi di concentramento), mentre il piccoletto imparerà a fare tesoro delle proprie particolarità, per quanto possano risultare strane agli occhi degli altri, e a trovare la vera forza in se stesso. Un film per tutta la famiglia, quindi, reso più "pepato" da quel pizzico di horror inserito nella ricetta, tra necromanzia, morti che ritornano, omicidi, qualche goccia di sangue e momenti di genuino terrore a base di pupazzi meccanici e burattini semoventi che probabilmente ai bambini non diranno nulla ma porco schifo io volevo uscire di corsa dalla sala.


Piccoli tocchi alla Eli Roth, dunque? Mah. A parte il cameo del regista e la comparsa della ex (mwahaahahahaha!!! scusate) moglie Lorenza Izzo, la mano di cialtronetto Roth non si percepisce quasi, tanto il "ragazzo" ha ripulito il suo stile. La regia è classica che più non si può e, rispetto all'abilità dietro la cinepresa, quello che si apprezza maggiormente ne Il mistero della casa del tempo è l'immenso lavoro dietro le bellissime scenografie, con la favolosa casa di Jonathan che prende vita più grazie ai dettagli dell'infinità di orologi, arredi, affreschi, vetrate, scale e porte che ai pur validi effetti speciali, per non parlare dei gradevoli costumi, che danno un tocco di personalità in più ad ogni personaggio. Gli effetti speciali invece sono una delle note dolenti del film. Per la maggior parte della durata, il tocco della magia digitale non si avverte quasi o, meglio, è perfettamente amalgamata alle sequenze, le arricchisce con una delicatezza rara per questo genere di pellicola; purtroppo, verso il finale ci sono un paio di aberrazioni capaci di far venire i brividi e non parlo delle già citate bambole (splendide nella loro inquietante bruttezza) quanto piuttosto del povero Jack Black ridotto a infante col testone, picco trash che fa il paio con la scelta di far defecare di continuo la siepe-leone mentre Neil Marshall ringrazia per la citazione al suo The Bad Seed. Niente da dire invece per Jack Black e Cate Blanchett, entrambi bravissimi, palesemente divertiti e dotati di un'alchimia non comune, mentre il povero Kyle MacLachlan purtroppo compare davvero poco e, nonostante tutto ruoti attorno a lui, mi è parso un villain non troppo incisivo. Insomma, l'approccio di Eli Roth al fantasy per ragazzi ha portato a un film gradevole e simpatico, valido per passare un paio d'ore di svago, nulla più e nulla meno. Il rischio, se di rischio si può parlare, è che con questo andazzo Roth diventi uno dei mille registi senza infamia e senza lode che popolano Hollywood, privo di tratti distintivi e perfetto per assecondare i bisogni dei vari studios. Per carità, la gente così ci campa e Roth non è mai stato chissà quale Autore, però mi permetto di provare lo stesso un po' di tristezza.


Del regista Eli Roth, che compare anche nei panni di Compagno Ivan, ho già parlato QUI. Jack Black (Jonathan Barnavelt), Cate Blanchett (Florence Zimmerman), Kyle MacLachlan (Isaac Izard), Colleen Camp (Mrs. Hanchett) e Lorenza Izzo (Mamma) li trovate invece ai rispettivi link.


Sunny Suljic, che interpreta Tarby Corrigan, era l'inquietante figlio di Colin Farrel ne Il sacrificio del cervo sacro. Se Il mistero della casa del tempo vi fosse piaciuto recuperate Piccoli brividi. ENJOY!


martedì 31 luglio 2018

Ocean's 8 (2018)

Per una volta il cinemino albisolese mi è venuto in soccorso e domenica sera sono riuscita a vedere Ocean's 8, diretto e co-sceneggiato da Gary Ross, alla faccia delle ferie del multisala savonese.


Trama: dopo essere uscita di prigione, Debbie Ocean organizza un audace colpo al Metropolitan Museum di New York.


Doverosa premessa: sono passati 17 anni da Ocean's Eleven e io credo di non averlo mai più riguardato dopo quella lontanissima sera al cinema del 2001, ergo se sperate che durante la visione di Ocean's 8 abbia colto non solo i riferimenti al suo predecessore (salvo il nome Danny Ocean, grazie al piffero!) ma anche le somiglianze a livello di trama (c'era un cinese acrobata anche lì mi pare, giusto?) cascate malissimo e, sempre in virtù di ciò, non riuscirei nemmeno a confrontare la qualità dei due film. Di fatto, non sono andata a vedere Ocean's 8 per una sorta di nostalgia o per vedere "come mi avessero rovinato l'infanzia anche se all'epoca avevo già 20 anni" ma solo per il cast zeppo di attrici che adoro, salvo la Bullock, e perché in generale mi piacciono gli heist movies, come ama chiamarli oggi la critica, benché quelli americani finiscano per assomigliarsi un po' tutti. Come da programma, quindi, sono andata al cinema giusto per godermi un furto perpetrato da un gruppo di donne cool e quello ho avuto, niente di più e niente di meno; Ocean's 8 fila dritto e liscio dall'inizio alla fine, con qualche complicazione all'acqua di rose, un paio di garbati "colpi di scena", una lunga e necessaria introduzione per presentare tutte le otto protagoniste e qualche forzatura della trama che probabilmente sfuggirà agli spettatori meno spaccapalle e che, effettivamente, in questo genere di pellicola deve necessariamente finire in secondo piano. Si potrebbe definire Ocean's 8 un film "leggero", un divertissement estivo che lascia il tempo che trova, non entusiasmante quanto ci si potrebbe aspettare da un ensemble di prime donne potenzialmente carismatico e quindi facilmente dimenticabile nel giro di un paio di settimane o anche meno, con parecchie potenzialità sprecate e fiaccato da una mancanza di coraggio imperdonabile. Banalmente, giusto per fare un esempio, manca un villain degno di questo nome (oh, quanto avrei sperato che "qualcuna" facesse il doppio gioco, invece ciccia, bisogna accontentarsi di una sciapa vendetta ai danni di un povero sfighé...), manca un po' di sano pericolo, manca, per citare Alex De Large, una sana dose di ultraviolenza e un po' di dolce su e giù i quali, se non rammento male, mancavano anche nei vari Ocean's precedenti ma perlomeno c'era l'umorismo guascone e fighetto di Clooney e compagnia a farla da padrone.


Ocean's 8 è invece un vorrei ma non posso. Non so come spiegarmi al meglio ma pare davvero pensato e realizzato "solo" per un pubblico femminile, a partire da quelle sequenze palesemente imperniate su lusso e glamour, fatte di gioielli da sogno e abiti da capogiro, come se le spettatrici stessero sfogliando una di quelle riviste alla Vanity Fair invece di vedere un film; non è che le protagoniste non siano carismatiche, intelligenti o toste, però mi è sembrato che queste tre caratteristiche fossero subordinate ad una superficialità concretizzata nell'apparenza, in sogni di evasione fatti di cinema, gossip, lavori a contatto col mondo della moda ecc. e questo non accadeva in Ocean's Eleven, fatto per piacere e divertire a partire dal "gender" dello spettatore. Detto questo, le donne che passano sullo schermo sono effettivamente lontane anni luce da noi povere mortali quindi forse ci sta che alle spettatrici venga lasciata giusto la possibilità di sognare. La boss Sandra Bullock non ha il carisma del "fratello" George Clooney ma comunque il personaggio di Debbie Ocean è un perfetto esempio di criminale veterana che riesce a farsi rispettare dal gruppo pur mantenendo i suoi piccoli segretucci, ed è degnamente spalleggiata da una Cate Blanchett alla quale vengono riservate le mise migliori nonostante la sua Lou non spicchi come dovrebbe, vincendo la palma di co-protagonista sprecata e tenuta stupidamente nell'ombra; divertentissima Anne Hathaway nei panni di un'attrice oca, ignorante e superba, un ruolo sciocchino che tuttavia l'attrice interpreta con incredibile grazia, e sorprendente Rihanna che risulta una gnocca colossale anche conciata come l'ultima delle streppone di Piazza del Popolo (con l'unico difetto di un adattamento italiano imbarazzante, come sempre accade quando si è costretti a riportare uno slang "cciofane"), mentre Helena Bonham Carter passa alla cassa senza impegnarsi più di tanto, portando a casa la solita interpretazione da weirdo un po' attempata. La Paulson, il motivo principale che mi ha spinta al cinema, è invece una signora come sempre, attrice tra le più duttili esistenti, brava sia nei ruoli drammatici che in quelli leggeri come questo. Definirla passepartout non le rende giustizia, visto tutto il bene che le voglio, sta di fatto che ogni volta che la vedo a me pare perfetta e calzante, a prescindere dal ruolo. In soldoni, quindi, non è che Ocean's 8 sia un brutto film ma forse è un po' anonimo e piatto, incapace di sfruttare al meglio tutti gli elementi positivi di cui è dotato, un budget della Madonna e un incredibile cast in primis. E poi, mi chiedo: ma perché Richard Armitage è figo solo quando fa il nano?


Del regista e co-sceneggiatore Gary Ross ho già parlato QUI. Sandra Bullock (Debbie Ocean), Griffin Dunne (Responsabile libertà vigilata), Cate Blanchett (Lou), Elliott Gould (Reuben), Richard Armitage (Claude Becker), Anne Hathaway (Daphne Kluger), Helena Bonham Carter (Rose Weil), Dakota Fanning (Penelope Stern), Sarah Paulson (Tammy) e James Corden (John Frazier) li trovate invece ai rispettivi link.

Mindy Kaling interpreta Amita. Americana, ha partecipato a film come 40 anni vergine, Una notte al museo 2 - La fuga e Facciamola finita, come doppiatrice ha lavorato invece in Cattivissimo me, Ralph Spaccatutto ed Inside Out. Anche produttrice, sceneggiatrice e regista, ha 39 anni e un film in uscita.


Rihanna (Robyn Rihanna Fenty) interpreta Palla Nove. Nativa delle Barbados, ovviamente famosissima come cantante, ha partecipato a film come Battleship, Facciamola finita, Valerian e la città dei mille pianeti e a serie come Bates Motel; come doppiatrice ha lavorato in Home - A casa. Anche regista, sceneggiatrice e produttrice, ha 30 anni.


Tra le celebrità che hanno partecipato non accreditate nel ruolo di loro stesse ci sono Katie Holmes, Kim Kardashian, Jaime King, Olivia Munn, Serena Williams, Anna Wintour e Common; tra quelle che invece "non ce l'hanno fatta" ci sono Jennifer Lawrence, rimpiazzata da Anne Hathaway a causa di impegni pregressi, ed Elizabeth Banks. Siccome Ocean's 8 è lo spin-off di Ocean's Eleven - Fate il vostro gioco, se il genere vi piace recuperatelo e aggiungete Ocean's Twelve, Ocean's Thirteen e magari anche Colpo grosso e The Italian Job. ENJOY!

martedì 14 novembre 2017

Thor: Ragnarok (2017)

Ho rimandato la visione di due settimane, poi hanno vinto la pignoleria e il "dovere di completezza" e domenica sono finita a vedere Thor: Ragnarok, diretto dal regista Taika Waititi. Anche se l'avete già visto tutti il post è SPOILER FREE, ovviamente.


Trama: Thor torna su Asgard solo per vederla cadere in mano a Hela, dea della morte, e perdere martello e poteri. Esiliato su un pianeta governato da un folle schiavista, il Dio del Tuono incontra Hulk e medita vendetta...


Di Thor: Ragnarok avevo letto le peggio cose, la più lusinghiera delle quali era la definizione "Natale a Sakaar/Asgard", per non parlare dell'istintivo disgusto all'idea di sentire chiamare Thor "Zio del Tuono" in più di un'occasione (in originale credo sia semplicemente Sparkles ma potrei sbagliarmi), due cose che mi avevano tenuta ben lontana dalla sala. Ho sentito poi di amici che si sono divertiti molto, altri moltissimo, e in generale ero curiosa di capire cosa avrebbe potuto combinare il folle Taika Waititi all'interno del Marvel Universe, quindi alla fine sono andata al cinema, benché con il cuore carico di tristi presagi. E ora, sinceramente, non so che dire di questo Thor: Ragnarok, perché la mia anima è fondamentalmente spaccata in due, quindi sarebbe meglio fare un po' di chiarezza prima di venire ricoperta di guano da sostenitori e detrattori "estremisti" del terzo capitolo della saga iniziata sei anni fa nel segno di Kenneth Branagh. Innanzitutto, e probabilmente l'ho già scritto negli altri post, a me di Thor come personaggio non è mai fregato una benemerita, così come del resto di tutti i Vendicatori, beninteso; che lo trasformino in donna, rana o imbecille che inanella una figura di tolla dietro l'altra poco m'importa, apprezzo la visione in deshabillé di Chris Hemsworth, il taglio corto che gli da un che di sbarazzino, asciugo la bava e passo oltre. Lo stesso vale, ça va sans dire, per tutto il carrozzone di personaggi che il titolare si porta appresso, gente che ho conosciuto giusto guardando i film precedenti oppure giocando al defunto e compianto Avengers Alliance su Facebook. Non conosco la mitologia della Asgard versione Marvel quindi ho poca confidenza con Hela, quella roba fiammeggiante che risponde al nome di Surtur (il gran figlio di bagascia, per la cronaca) e neppure il Gran Maestro, se è per questo, e l'idea che stavolta siano state liquidate sia Sif che Jane Foster, la prima senza un perché la seconda con un "t'ha mollato, eh?", non ha causato in me né gioia né rabbia. Tutto questo giro intorno al mondo per dire che l'idea di stravolgere completamente Thor e farne un personaggio più ironico de I guardiani della Galassia, confezionando un film dalla trama semplicissima e molto diretta (i cattivi sono cattivi, i buoni sono buoni ma in generale fanno tutti ridere) con un'infinità di rimandi ai vecchi buddy movies, gli sci-fi supercazzola (Goldblum non l'hanno messo a caso, dai) e i film d'avventura anni '80 poteva anche starci. Ho trovato quest'approccio molto più sensato rispetto all'intestardirsi a dare un colpo al cerchio e uno alla botte, tenendosi il personaggio serio ma infilando qualche momento comico a casaccio "perché sì", sfruttando vecchi svedesi in mutande o nudi. Qui hanno buttato tutto in caciara fin dai trailer e perlomeno stavolta abbiamo avuto un film coerente dall'inizio alla fine, il problema è che in Thor: Ragnarok la comicità è spesso infantile, demenziale, fuori contesto, reiterata, asfissiante, inserita a forza anche quando proprio non sarebbe stato il caso e, dal mio umile punto di vista di chi vede i film Marvel una volta e ormai se li dimentica il giorno dopo, arriva a dare interpretazioni assurde di personaggi come Loki o Bruce Banner, uno sacco da punchball "di ridere", l'altro isterico che si ravana il pacco perché i pantaloni sono stretti, vi lascio la sorpresa di capire chi sia cosa.


Con me la via dell'ilarità a tutti i costi non ha quindi proprio attecchito, vuoi perché sono vecchia o vuoi perché al terzo "Zio del Tuono" le mie orecchie hanno cominciato a secernere sangue, oppure sarà perché quando un malvagio ti sta parlando TU APRI LE ORECCHIE E ASCOLTI TUTTE LE BELINATE CHE HA DA DIRE, non che giochi al salame appeso interrompendolo per due volte, santo Odino (l'altro buono. Hopkins non fa più un film decente da anni, l'ormai old fart britannica dichiara inorridita che MAI più parteciperà a pellicole su Thor poi passa alla cassa per una comparsata da 5 minuti perché "oh, lo script era validissimo!!". Ma vai a prendertela nel passaggio dimensionale e corri subito a lezione di coerenza da Natalie Portman, fila. Vecchiaccio guercio), però devo anche dire che Thor: Ragnarok è bellissimo dal punto di vista del ritmo, della regia, del delirio anni '80 che rende praticamente ogni scena un trip psichedelico. Il meglio di sé Taika Waititi lo da sul pianeta Sakaar, un luogo troppo assurdo per essere vero, pericolosissimo ma giocoso come un qualsiasi mondo assassino creato dal pazzo Arcade: tra la spazzatura che cade dall'alto rischiando di accoppare gli astanti e quelle creature in odore di Star Wars, passando per il tunnel dentro cui risuona Pure Imagination, arrivando all'assurdità di una cella dove spazio e tempo non esistono, giochi laser che nemmeno in discoteca, prospettive ribaltate e giochi di specchi, per finire con la sboronata di un inseguimento su navicelle spaziali adibite a boudoir e scoppiettanti di fuochi d'artificio, mi veniva voglia di non tornare mai più ad Asgard, anche perché il personaggio migliore della pellicola, diciamolo, è il buliccissimo e assurdo  Gran Maestro di Jeff Goldblum (affiancato da Rachel House. Più Rachel House per tutti, vi prego, altro che strafighe beone). Per carità, ad Asgard ci sono scheletri semoventi, un ponte arcobaleno mai così kitsch, morte e distruzione in quantità tali da poter ridere in faccia ai primi due Thor e a buona parte del franchise Marvel, oltre alla bella Cate Blanchett che si è palesemente divertita ad interpretare Hela, però, anche lì, zero pathos, zero serietà, zero empatia con un intero popolo a rischio sterminio, un sacco di risate a vedere Idris Elba imparruccato... mah. Insomma, per una volta non so davvero cosa pensare. Come ho scritto su Facebook, mi sento come il tizio che deve respingere la ragazza che gli hanno presentato e, per non ferire i sentimenti degli amici che ne dicono ogni bene si ritrova a dover dire "Non è che non mi piaccia, per carità. Non è bella però ha personalità. E' simpatica, via. Non è lei, sono io." Il film di Waititi ha una SPICCATA personalità, si innalza nel mare delle produzioni Marvel come solo Guardiani della Galassia e, in parte, Doctor Strange erano riusciti a fare e sicuramente lo rimpiangerò a febbraio dopo il probabile piattume di Pantera Nera (altro personaggio Marvel di cui fregaca**i)... ma non riesco a definirlo bello ora come ora, mi spiace. In compenso mi è tornata la voglia di rivedere sia What We Do in the Shadows sia Buckaroo Banzai o Le ragazze della terra sono facili e di farli vedere per la prima volta a Mirco e questo non è mai un male!


Del regista Taika Waititi, che presta anche la voce a Korg e il corpo a Sultur, ho parlato già QUI. Chris Hemsworth (Thor), Tom Hiddleston (Loki), Cate Blanchett (Hela), Idris Elba (Heimdall), Jeff Goldblum (Gran Maestro), Tessa Thompson (Valchiria), Karl Urban (Skurge), Mark Ruffalo (Bruce Banner/Hulk), Anthony Hopkins (Odino), Benedict Cumberbatch (Doctor Strange), Clancy Brown (voce di Surtur), Tadanobu Asano (Hogun), Ray Stevenson (Volstagg), Zachary Levi (Fandrall), Sam Neill (attore Odino) e Matt Damon (non accreditato, è l'attore che interpreta Loki) li trovate invece ai rispettivi link.


Rachel House, che interpreta Topaz, aveva partecipato ad un paio di episodi di Wolf Creek e prestato la voce a Nonna Tala in Oceania mentre Luke Hemsworth, fratello di Chris, interpreta il falso Thor nella scenetta teatrale all'inizio; ovviamente, nel film compare anche Stan Lee, stavolta nei panni di barbiere. Sif avrebbe dovuto comparire nel film ma Jaimie Alexander era impegnata nelle riprese della serie Blindspot e il suo personaggio è stato conseguentemente "spedito in missione". Oltre a dirvi di rimanere seduti in sala fino alla fine dei titoli di coda, ché le scene post credits sono due, nell'attesa che esca Avengers: Infinity War, dove tornerà Thor, facciamo il solito ripasso dei film da vedere per ingannare il tempo: intanto vi consiglio di recuperare di sicuro ThorThor: The Dark WorldThe AvengersAvengers: Age of Ultron  e Doctor Strange poi magari aggiungete Iron ManIron Man 2 Captain America - Il primo vendicatore, Iron Man 3 Captain America: The Winter SoldierGuardiani della galassia Ant-ManCaptain America: Civil War, Guardiani della Galassia vol. 2 e Spider-Man: Homecoming. ENJOY!



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