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venerdì 12 luglio 2024

Horizon: An American Saga - Capitolo 1 (2024)

Lo scorso venerdì ho trascinato il povero Bolluomo al cinema per vedere Horizon: An American Saga - Capitolo 1 (Horizon: An American Saga - Chapter 1), il mastodonte di tre ore diretto e co-sceneggiato da Kevin Costner.


Trama: a partire dal 1859, i destini di diverse persone si legano a Horizon, città di frontiera dell'Arizona, terra contesa tra coloni e Apache...


Da che mondo e mondo, io di western non so veramente nulla. Tuttavia, sono anche una bimba degli anni '80 e sono cresciuta con Kevin Costner e i suoi successi del decennio successivo, quindi un po' gli voglio bene, inoltre mi aveva incuriosita l'idea che tenesse così tanto a portare Horizon su grande schermo da arrivare persino a indebitarsi. Sono dunque andata al cinema colma di curiosità ma senza aspettarmi granché, e adesso mi ritrovo qui con una scimmia colossale, che mi saltella impaziente sulla schiena continuando a chiedermi "quando arriva agosto?" e che sbraita terrorizzata all'idea che il multisala chiuda per ferie proprio in quei giorni, impedendomi di sapere come continuerà la saga imbastita in questo primo capitolo di Horizon. Per scrivere un post imparziale e corretto sulla fatica di Kevin Costner dovrò dunque, innanzitutto, sedare la scimmia ricordandole che non si può giudicare un libro dalla copertina (o meglio, dalla prima parte di una saga potenzialmente divisa in quattro) e secondariamente che sono la persona meno adatta per parlare di western. Ne avrò visti un paio in tutta la mia vita, per di più contaminati con lo "spaghetti", non conosco minimamente i numi tutelari del genere come John Ford, di conseguenza non ho gli strumenti necessari per ritrovare la poetica tipica del genere all'interno del film di Costner o per capire eventuali omaggi tributati dal regista. Ciò nonostante, divoro libri e romanzi da quando ho memoria, ho una passione per le saghe zeppe di personaggi che si evolvono nel tempo e i cui destini si intrecciano (poi mi spiegherete perché faccio così fatica con quelle schifezze scritte da Martin, ma questa è un'altra faccenda...) e, mio malgrado, qualcosa nella storia dell'America, Paese che pur disprezzo, mi ha sempre affascinata. Horizon sarebbe una perfetta saga letteraria, ha il respiro epico e grandioso di quei romanzi fiume spessi come mattoni, eppure non ha la stessa pesantezza fisica di un blocco di cemento: tre ore sono passate come se fossero state una, e appena ho capito che la scena finale coincideva con l'inizio delle "anticipazioni della prossima puntata", ho bestemmiato ogni divinità conosciuta, per il dolore di dover abbandonare quei personaggi appena conosciuti e i cui destini mi avevano già irrimediabilmente coinvolta, senza sapere che ne sarebbe stato di loro e di Horizon, la città di frontiera del titolo. 


Horizon è il punto da cui si dipanano e verso cui convergono le esistenze dei protagonisti, nonché il simbolo di tutte le contraddizioni su cui è stato fondato il sogno americano. Territorio degli indiani Apache, vede scontrarsi due popoli ugualmente disperati, ognuno per motivi diversi. Gli indiani vorrebbero mantenere la propria libertà e la pace all'interno delle tribù, entrambe minacciate e minate irreparabilmente dall'espansionismo dei bianchi, che li costringono a lotte intestine per il cibo sempre più scarso; i coloni vedono territori immensi ed inesplorati, dove stanziarsi e prosperare, così da fuggire dalla povertà e far avverare tutte le promesse di una "gloriosa nazione" fondata sulla libertà del singolo e sull'autorealizzazione. C'è chi fugge da Horizon, segnato dalla tragedia, c'è chi si mette in cammino verso l'insediamento spinto dalla speranza, c'è chi è costretto a pensarlo come punto d'arrivo di una fuga precipitosa, c'è chi sparge sangue a causa di Horizon, c'è chi ci lucra senza farsi troppi problemi. Alla fine, neanche fosse Roma, tutte le strade portano a Horizon e Costner costruisce un affresco composto da tutte queste strade, concentrandosi sulle vicende individuali senza (per ora) perdere di vista la totalità dell'universo in cui sono ambientate. Ce n'è davvero per tutti i gusti, perché la sceneggiatura attinge ad archetipi immediatamente riconoscibili, e qualcuno potrebbe dire che le azioni e il carattere dei personaggi sono ampiamente prevedibili, ma non trovo nulla di male in questo, perché sembra di stare accanto al fuoco, ad ascoltare le storie che ci raccontavano i nonni, oppure in salotto davanti alla TV, a guardare film assieme a loro e ai nostri genitori.


Poi, per quanto me ne posso intendere io, ho trovato Horizon proprio bello da vedere. Costner indulge in gloriose panoramiche di paesaggi mozzafiato, accentuando la vastità delle pianure bruciate dal sole e anche la sensazione di sentirsi sperduti e vulnerabili in un luogo pieno di insidie, ma ha occhio anche per le foreste e l'inospitale freddo dei luoghi più a nord. Se, a tratti, la scelta di spezzettare la pellicola in tante microstorie, i cui fili si riallacciano in maniera non necessariamente consequenziale, può confondere e stordire lo spettatore (vittima di una miriade di nomi che sarà un casino ricordare da qui ad agosto), c'è comunque da dire che il montaggio è assai dinamico e le scene più concitate mettono un'ansia tremenda. Accompagnate da una colonna sonora che definirei epica, le tragedie e le stragi che passano su grande schermo stringono il cuore tanto quanto piccoli, inusuali gesti di umanità, e all'interno del nutrito cast c'è soltanto da scegliere il proprio preferito o quello che vorremmo vedere morto. Per quanto mi riguarda, non ho dubbi che la palma dell'abiezione vada a Jamie Campbell Bower e al suo "simpaticissimo" Caleb, campione indiscusso di una famiglia di facce di merda, mentre preferiti ne ho parecchi, anche se non saprei dire se il mio amore nasca dall'effettivo valore dei personaggi o dall'affetto che nutro per attori tirati fuori spesso dal genere che più mi si confà, l'horror. Senza dubbio, la versione "vecchietta" di Michael Rooker e quella saggia di Danny Huston mi hanno colpito più di altri, ma faccio davvero fatica a stilare una classifica, ora come ora (l'unica cosa che non perdono alla sceneggiatura, e che ha fatto ridere me e Mirco, è la quasi venerazione tributata a Frances e figlia, solo perché sono le uniche sopravvissute bionde all'interno di un insediamento fatto di poveracce dall'aspetto trasandato). Aspetterò dunque che le storie dei vari protagonisti si sviluppino ulteriormente, sperando che continuino in crescendo e che Kevin Costner non mi spezzi il cuore per la delusione, lasciandomi magari sospesa ad aspettare un terzo e un quarto film che non si faranno mai! 


Del regista e co-sceneggiatore Kevin Costner, che interpreta anche Hayes Ellison, ho già parlato QUI. Sienna Miller (Frances Kittredge), Sam Worthington (Trent Gephart), Jena Malone ('Ellen' Harvey), Giovanni Ribisi (Pickering), Danny Huston (Col. Albert Houghton), Abbey Lee (Marigold), Michael Rooker (Sergente maggiore Thomas Riordan), Will Patton (Owen Kittredge), Douglas Smith (Sig), Luke Wilson (Matthew Van Weyden), Isabelle Fuhrman (Diamond Kittredge), Dale Dickey (Mrs. Sykes), Jeff Fahey (Tracker) e Jamie Campbell Bower (Caleb Sykes) li trovate invece ai rispettivi link. 

Tom Payne interpreta Hugh Proctor. Inglese, lo ricordo come Jesus di The Walking Dead ma ha partecipato ad altre serie come Fear the Walking Dead e a film quali Imaginary. Anche produttore, ha 42 anni e due film in uscita, tra cui ovviamente Horizon: An American Saga - Capitolo 2.


Jon Beaver
s, che interpreta Junior Sykes, era il marito della pazza protagonista di Soft and Quiet mentre Ella Hunt, che interpreta Juliette Chesney, era la Anna di Anna and the Apocalypse. Hayes Costner, invece, è il figlio di Kevin ed ha esordito proprio qui col ruolo dello sfortunato Nathaniel Kittredge. Il film è stato pensato come il primo di quattro capitoli, ma chissà se gli ultimi due verranno mai alla luce... nel frattempo, ad agosto dovrebbe uscire Horizon: An American Saga - Capitolo 2 e io non vedo l'ora!

venerdì 20 aprile 2018

Molly's Game (2017)

Esce questa settimana in tutta italia Molly's Game, diretto e sceneggiato nel 2017 dal regista Aaron Sorkin e nominato agli ultimi Oscar per la sceneggiatura non originale (il film è tratto dall'autobiografia di Molly Bloom, ovvero Molly's Game: From Hollywood's Elite to Wall Street's Billionaire Boys Club, My High-Stakes Adventure in the World of Underground Poker).


Trama: dopo un disastroso incidente che ha terminato la sua carriera di sportiva, la giovane Molly Bloom si ritrova indagata dall'FBI per essere diventata la regina del poker clandestino...


Il 2018 cinematografico probabilmente verrà ricordato come quello in cui le sportive a un passo dalle Olimpiadi escono di testa e abbracciano l'illegalità. Prima c'è stata la Tonya di Margot Robbie, ora arriva la Molly Bloom di Jessica Chastain, raffinata organizzatrice di bische clandestine che per qualche anno è riuscita a vivere alle spalle di potenti ricchi ed annoiati pronti a lasciare ingenti somme di denaro sui tavoli da poker. Le differenze tra le due donne non potrebbero essere più evidenti: mentre il retaggio di Tonya Harding è quello della white trash proletaria e la sua natura quella di "macchina da pattinaggio", Molly Bloom viene da una famiglia di atleti e, oltre ad essere incredibilmente acculturata, ha come unico obiettivo nella vita quello di vincere, non importa in quale campo. Donna fatta letteralmente d'acciaio, Molly ha subito sconfitte fin dalla più tenera età ma si è sempre rialzata e non solo a causa dello sprone di un padre severo ma ipocrita, bensì grazie soprattutto al nocciolo fondamentalmente duro del suo carattere indomito, quello stesso nocciolo che le impedisce di abbracciare appieno una carriera "criminale". A differenza di ciò che accade in molti film imperniati sul mondo delle scommesse, il personaggio di Molly ha infatti una morale e un rigido codice d'onore che le impediscono non solo di accettare compromessi ma anche di cercare facili vie di fuga quando la situazione si fa critica, inoltre l'inevitabile spirale discendente che cattura questo genere di protagonisti non è incontrollata come spesso succede, neppure quando Molly comincia a prendere delle droghe "per rimanere sveglia". Il destino di Molly assomiglia ad una sorta di caos ragionato e il film mostra una protagonista sempre e comunque lucida, calcolatrice ma non malvagia, come arriverà a scoprire l'avvocato Charlie Jaffey, incaricato di difenderla e affascinato suo malgrado dalla personalità della donna. La stessa fascinazione, nonostante la consapevolezza di una storia romanzata e sicuramente filtrata dal punto di vista soggettivo della vera Molly, autrice della biografia da cui il film è tratto, la subisce lo spettatore che non può fare altro che parteggiare per questa signora sfortunata che, in fin dei conti, non faceva altro che sfruttare i soldi di chi poteva permettersi di perderli a poker, senza depredare poveracci o simili.


D'altronde, sottrarsi al fascino carismatico di Jessica Chastain è un po' impossibile. La favolosa attrice, ingiustamente snobbata agli Oscar, mette tutta sé stessa nell'interpretazione di un personaggio difficile, a tratti talmente intelligente e capace da essere fuori dal mondo eppure lo stesso incredibilmente umano e fragile, con quello sguardo testardo capace di bucare lo schermo e la parlantina devastante che probabilmente metterà in ginocchio adattatori e doppiatori italiani. Di fatto, è soltanto la presenza di Jessica Chastain a rendere memorabile un film che soffre di qualche lungaggine a livello di sceneggiatura pur essendo strutturato in modo dinamico ed intrigante anche per chi non è avvezzo al mondo del poker. La prima parte, che vede tra le figure chiave un Michael Cera particolarmente ambiguo, scorre veloce concentrandosi sulla scalata di Molly verso i più alti livelli del gioco d'azzardo clandestino, la seconda si impantana in qualche cliché di troppo (la mafia italiana, quella russa, i problemi familiari corollati dal mega spiegone finale del padre...) ed è interessante soprattutto per quel che riguarda la parte giuridica della questione, con Idris Elba che si fa avanti per dare man forte alla protagonista dimostrando tutte le sue doti di attore carismatico e, se posso dire, anche di ometto dalla bella presenza, alla faccia delle inguardabili parrucche di Thor: Ragnarok. La chimica tra i due interpreti c'è e fa funzionare bene il film, sicuramente più di quanto non faccia la regia di Aaron Sorkin, alla sua prima prova dietro la macchina da presa e non particolarmente degno di infamia o lode, per quanto il suo modo di gestire le scene mi abbia ricordato a tratti il David O. Russel di American Hustle (ma forse era solo per l'argomento trattato, chissà. Ormai ho visto quel film talmente tanto tempo fa!). Detto questo, Molly's Game è una pellicola che merita una visione, soprattutto se vi interessa questo genere di storie che hanno per protagonisti figure ambigue al limite della legalità e se siete fan della Chastain. In quest'ultimo caso, però, meglio cercare un cinema che lo proietti in lingua originale.


Di Jessica Chastain (Molly Bloom), Idris Elba (Charlie Jaffey), Kevin Costner (Larry Bloom), Michael Cera (Giocatore X), Jeremy Strong (Dean Ketih), Chris O'Dowd (Douglas Downey) e Graham Greene (Giudice Foxman) ho già parlato ai rispettivi link.

Aaron Sorkin è il regista e sceneggiatore della pellicola, alla sua prima prova dietro la macchina da presa. Americano, come sceneggiatore ha firmato film come Codice d'onore, Malice - Il sospetto, Il presidente - Una storia d'amore, The Social Network, che nel 2011 gli è valso un Oscar, e Steve Jobs. Anche produttore e attore, ha 57 anni.


Bill Camp interpreta Harlan Eustice. Americano, ha partecipato a film come In & Out, Lincoln, 12 anni schiavo, Birdman, Black Mass - L'ultimo gangster, Loving e The Killing of a Sacred Deer.


Tra le guest star della pellicola spunta a un certo punto il mitico Steve di Stranger Things, alias l'attore Joe Keery, nei panni dello sprovveduto Cole. Se Molly's Game vi fosse piaciuto recuperate anche Casino, Ocean's Eleven e Tonya. ENJOY!

mercoledì 8 marzo 2017

Il diritto di contare (2016)

Forte di tre candidature all'Oscar (Miglior Film, Miglior Sceneggiatura Non Originale e Octavia Spencer come Miglior Attrice Non Protagonista), arriva finalmente anche in Italia Il diritto di contare (Hidden Figures), diretto e co-sceneggiato nel 2016 dal regista Theodore Melfi e tratto dal libro omonimo di Margot Lee Shetterly. Con questo film è proprio il caso di augurare buona festa della donna a tutte le lettrici del blog!!


Trama: negli anni '60, un gruppo di donne di colore tra le quali spicca la matematica Katherine Goble aiuta i tecnici della NASA a spedire il primo uomo nello spazio.



Nonostante lo scorno degli "addetti ai lavori" per non avere avuto la possibilità di vedere per tempo sul grande schermo uno dei film candidati all'Oscar, stavolta la distribuzione italiana ci ha azzeccato e lo stesso vale per i titolisti. Il diritto di contare è un bellissimo titolo che gioca sia sull'aspetto razziale della vicenda narrata nel film, sia sul lavoro svolto dalle protagoniste, tre "cervellone" di colore impegnate ad eseguire incredibili calcoli matematici per conto della NASA; allo stesso modo, distribuirlo proprio l'8 marzo, giorno della festa della donna, potrebbe non solo spingere più gente al cinema a vederlo ma potrebbe anche scatenare qualche riflessione sulla condizione lavorativa delle donne, che a ben vedere non è cambiata molto dagli anni '60, soprattutto negli ambienti "piccoli". Katherine, Dorothy e Mary sono tre capacissime donne che, oltre ad avere lo svantaggio di appartenere al cosiddetto sesso debole, sono anche nate con la pelle di un colore diverso in un'America ancora piagata dalle leggi di segregazione razziale. Nonostante questo, pur compiendo lavori che non rendono giustizia alle loro capacità individuali, tutte e tre sono impiegate alla NASA e un giorno Katherine, la quale può essere tranquillamente definita un genio della matematica, viene richiesta per svolgere le funzioni di un computer nel corso della delicata preparazione che avrebbe portato al primo viaggio spaziale americano, quello della capsula Friendship 7 e dell'astronauta John Glenn. La sceneggiatura de Il diritto di contare segue dunque le vicende di queste tre donne, all'interno del rispettivo ambito lavorativo (fonte di dolori e soddisfazioni in pari misura) e anche in quello familiare o sociale, focalizzandosi non solo sulla lotta per essere rispettate al pari dei loro colleghi e colleghe bianche, ma anche su quella affrontata quotidianamente contro i pregiudizi di amanti e mariti che ancora riconoscono in loro il "sesso debole" nonostante il cervello, la passione e la determinazione che le rende assai superiori a moltissimi uomini. Il tutto è raccontato con mano lieve, con alcuni momenti divertenti capaci di stemperare situazioni assai spiacevoli (gli episodi più violenti della lotta razziale vengono solo suggeriti o appena mostrati ma le parole fanno più male delle aggressioni fisiche, si sa) ed altri genuinamente commoventi, mentre le vicende di queste signore realmente esistite sono contestualizzate all'interno dei momenti chiave di un pezzo importante di storia americana.


Lo stile proposto da Melfi e soci richiama molto quello di The Help e non solo perché ritroviamo nel cast la simpatica Octavia Spencer, alla quale il film di Tate Taylor aveva portato già parecchia fortuna. Ne Il diritto di contare viene riproposto il cameratismo di chi si trova reietto all'interno della società e condivide modi di essere e tradizioni lontani da quelli dei bianchi, il mix dolceamaro di commedia e dramma, la presenza di personaggi (sia bianchi che neri) a tratti stereotipati ma sui quali riversare comunque tutto il nostro amore o il nostro odio, infine un gusto delizioso per quel che riguarda costumi e scenografie, soprattutto quando il film mostra la vita familiare di Katherine e compagne, le quali meriterebbero la visione della pellicola in lingua originale anche solo per il modo in cui cambiano accento a seconda che parlino tra di loro o con i superiori della NASA. A tal proposito, le attrici sono tutte molto brave, soprattutto quelle principali (sebbene la nomination di Octavia Spencer mi sia sembrata un po' eccessiva) e anche il cast di supporto è molto valido: Kevin Costner offre un'interpretazione assai misurata e adatta al suo phisique du rol, Mahershala Ali e il Chaaaad sono entrambi molto simpatici, Kirsten Dunst ormai pare mia nonna ma è perfetta nel ruolo del colletto bianco femmina alla "non sono razzista ma...". L'unico neo è Jim Parsons che, poveraccio, è costretto per contratto a riprendere i tic di Sheldon anche in un film ambientato negli anni '60 e si è visto superare persino da Wolowitz, che per Florence si è beccato invece una bella nomination ai Golden Globes, In definitiva, Il diritto di contare è un film delizioso che vi consiglio di recuperare, sicuramente uscirete dal cinema con un bel sorriso stampato sulle labbra e di questi tempi non è roba da poco!


Del regista e co-sceneggiatore Theodore Melfi ho già parlato QUI. Octavia Spencer (Dorothy Vaughan), Kevin Costner (Al Harrison), Kirsten Dunst (Vivian Mitchell), Jim Parsons (Paul Stafford), Mahershala Ali (Colonnello Jim Johnson) li trovate invece ai rispettivi link.

Taraji P. Henson interpreta Katherine G. Johnson. Americana, ha partecipato a film come Il curioso caso di Benjamin Button e a serie come E.R. Medici in prima linea, Dr. House e CSI; come doppiatrice, ha lavorato per serie quali The Cleveland Show e I Simpson. Anche produttrice, ha 47 anni e un film in uscita.


Glen Powell interpreta John Glenn. Indimenticabile Chad della serie Scream Queens, ha partecipato a film come Spy Kids - Missione 3-D: Game Over, Il cavaliere oscuro - Il ritorno, I mercenari 3 e ad altre serie quali CSI: Miami. Anche produttore, sceneggiatore e stuntman, ha 29 anni e un film in uscita.


La cantante Janelle Monáe, che interpreta Mary Jackson, ha partecipato ad un altro dei film in lizza per l'Oscar quest'anno, Moonlight. Se Il diritto di contare vi fosse piaciuto recuperate The Help e Apollo 13. ENJOY!

domenica 20 luglio 2014

The Untouchables - Gli intoccabili (1987)

In questi giorni ho deciso di recuperare un classico, ovvero The Untouchables - Gli intoccabili (The Untouchables), diretto nel 1987 dal regista Brian De Palma, liberamente tratto dalla serie anni '50 Gli intoccabili, a sua volta basata sulla figura realmente esistita dell'agente Eliot Ness e della sua squadra del Dipartimento Proibizionismo di Chicago.


Trama: per contrastare lo strapotere di Al Capone e il contrabbando di alcoolici, l'agente Eliot Ness mette in piedi un quartetto di poliziotti al di sopra della legge, i cosiddetti "Intoccabili".



The Untouchables è uno di quei film che hanno passato in TV innumerevoli volte e che, ciò nonostante, non ero mai riuscita a guardare per intero, forse perché da ragazzina avevo idea che fosse troppo lungo e noioso. E' un vero peccato e me ne sono amaramente pentita visto che non mi capitava da tempo di vedere un film così ben fatto, dove la mano del regista risaltasse così tanto da eclissare qualsiasi altro elemento (persino due grandi nomi come Ennio Morricone Giorgio Armani), sceneggiatura e attori compresi. Eppure, è proprio così: la mano felice di De Palma riesce a trasformare un “semplice” gangster movie tratto da una serie televisiva di successo in un collage di sequenze emblematiche dove la tensione, fin dall'inizio, si taglia col coltello e rapisce lo spettatore lasciandolo col fiato sospeso a chiedersi cosa diamine accadrà dopo. Dalla prima, deflagrante scena che da il via alla lotta di Eliot Ness contro Al Capone, passando per l'inquietante soggettiva che segue Malone all'interno dell'appartamento, fino ad arrivare al tesissimo confronto finale in stazione (parodiato ovviamente in Una pallottola spuntata 33 1/3 - L'insulto finale), quando il tempo sembra non passare mai, tutti potrebbero essere i nemici e l'omaggio alla Corazzata Potemkin diventa un mirabile esempio di come bisognerebbe citare i grandi capolavori contestualizzandoli, tutte le sequenze sono un trionfo di tecnica registica e montaggio, all'interno delle quali ogni dialogo sarebbe inutile e ridondante. L'intera pellicola gravita attorno a questi momenti clou, a scene costruite senza lasciare nulla  al caso e, ovviamente, a momenti di incertezza assoluta ed improvvisa violenza che rendono The Untouchables ancora più avvincente.


Nonostante quello che ho detto all'inizio del post, comunque, sarebbe un delitto non citare quegli attori che incarnano dei protagonisti magari un po' stereotipati ma comunque impossibili da non amare. Kevin Costner, che non mi ha mai fatta impazzire senza una calzamaglia addosso, è un perfetto Eliot Ness, integerrimo poliziotto preso tra la sua salda intenzione di rispettare la legge e il suo bruciante desiderio di punire Al Capone per almeno uno dei suoi crimini; a fargli da degna spalla, rubandogli spesso la scena, c'è uno Sean Connery mattatore in un ruolo che sembra scritto apposta per lui e per il quale ha giustamente vinto l'Oscar come miglior attore non protagonista (anche se io quella “eSSCe” in lingua originale non la riesco a sentire, mi sembra di vedere un cartone animato di Svicolone!) e, soprattutto, Charles Martin Smith, che col suo personaggio di contabile trasformato in Untouchable riesce con pochissime battute ad entrare nelle simpatie dello spettatore. Robert De Niro col suo “sei solo chiacchiere e distintivo” e per il modo originale di giocare a baseball durante una cena è diventato a dir poco iconico ma, se devo essere sincera, il cattivo che mi ha veramente colpita è stato il terribile gangster con la faccia di Billy Drago, freddo, sanguinario e a dir poco inquietante, un babau che potrebbe comparirti alle spalle quando meno te l'aspetti! L'unica cosa che forse non ho molto apprezzato di The Untouchables, stranamente, sono le musiche di Ennio Morricone: a tratti le ho trovate inadatte all'atmosfera della pellicola, altre volte troppo “stereotipate” oppure inopportunamente allegre. Ciò è davvero strano perché adoro Morricone ma, sicuramente, si tratta solo di una percezione soggettiva che non mi impedisce di definire The Untouchables uno dei cult da vedere almeno una volta nella vita... anzi, anche più di una!


Del regista Brian De Palma ho già parlato qui. Sean Connery (Jim Malone), Andy Garcia (Agente George Stone/Giuseppe Petri), Robert De Niro (Al Capone) e Patricia Clarkson (Catherine Ness) li trovate invece ai rispettivi link.

Kevin Costner (vero nome Kevin Michael Costner) interpreta Eliot Ness. Sex symbol degli anni '80-'90, caduto in disgrazia fino a diventare testimonial del tonno Rio Mare, lo ricordo per film come Fandango, Silverado, L'uomo dei sogni, Balla coi lupi (che gli ha fatto vincere l'Oscar come regista e come miglior attore protagonista), JFK - Un caso ancora aperto, Robin Hood - Principe dei ladri, Guardia del corpo, Un mondo perfetto, Waterworld, L'uomo del giorno dopo e L'uomo d'acciaio. Anche produttore e regista, ha 59 anni e tre film in uscita.


Charles Martin Smith interpreta l'agente Oscar Wallace. Americano, ha partecipato a film come American Graffiti, American Graffiti 2, Herbie sbarca in Messico, Starman, Deep Impact e a serie come Ai confini della realtà, Oltre i limiti, X-Files, Ally McBeal e Kingdom Hospital. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 59 anni.


Billy Drago (vero nome Billy Eugene Burrows) interpreta Frank Nitti. Americano, ha partecipato a film come Tremors 4 - Agli inizi della leggenda, Le colline hanno gli occhi, Children of the Corn: Genesis e a serie come Moonlightning, Hunter, Walker Texas Ranger, Nash Bridges, X-Files, Streghe, Masters of Horror e Supernatural. Anche produttore e sceneggiatore, ha 69 anni e tre film in uscita.


In caso De Niro avesse rifiutato il ruolo di Al Capone, De Palma aveva già pronto Bob Hoskins come eventuale sostituto; la conferma di De Niro ha consentito a Hoskins di ricevere comunque, grazie ad una clausola del suo contratto, 200.000 dollari solo per il "disturbo". Mickey Rourke, Jack Nicholson ed Harrison Ford hanno invece direttamente rifiutato il ruolo di Eliott Ness (per il quale, tra l'altro, Giorgio Armani avrebbe voluto Don Johnson) mentre Andy Garcia era stato chiamato per quello di Frank Nitti. Per quanto riguarda le scene eliminate, il confronto finale tra Ness, Stone e gli scagnozzi di Capone nella stazione avrebbe dovuto svolgersi su un treno ma la Paramount riteneva che sarebbe diventata una scena troppo costosa; De Palma non si è perso d'animo e ha riciclato il progetto per la sequenza nel successivo Carlito's Way. E a proposito di progetti: da anni si vocifera che Brian De Palma abbia in progetto un prequel dal titolo The Untouchables: Capone Rising ma, al momento, non si hanno notizie in merito e forse è meglio così. Nel frattempo, se The Untouchables vi fosse piaciuto, vi consiglio di recuperare Era mio padre, Carlito's Way, Scarface, Quei bravi ragazzi, Donnie Brasco e Heat - La sfida. ENJOY!

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