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martedì 5 agosto 2025

Una pallottola spuntata (2025)

Domenica sera sono andata a vedere Una pallottola spuntata (The Naked Gun), diretto e co-sceneggiato dal regista Akiva Schaffer.


Trama: dopo l'apparente suicidio di un ingegnere informatico, l'agente di polizia Frank Drebin rimane coinvolto in una vicenda criminale che coinvolge la sorella del morto e il guru della tecnologia Richard Caine...


Se volete capire la differenza tra gli ZAZ (Jerry Zucker, Jim Abrahams, David Zucker, le menti dietro la trilogia originale de Una pallottola spuntata) e Seth MacFarlane, produttore del remake diretto da Akiva Schaffer, vi basta guardare in sequenza i due film omonimi, quello del 1988 e quello del 2025, come ho fatto io. Certo, il confronto è impari, andrebbe fatto tenendo in conto le opere realizzate all'apice della svogliatezza da entrambe le parti, ma anche così le differenze sostanziali non cambiano. Quello degli ZAZ è un umorismo universale e senza tempo, anche nei momenti di minor efficacia, radicato nei cliché storici della comicità demenziale e parodica, che hanno contribuito a sviluppare, ed è un giusto mix tra situazioni assurde veicolate dalle immagini in movimento e dialoghi surreali, con ovvie concessioni alla sfera sessuale e scatologica. Quello di MacFarlane è un umorismo di grana ancora più grossa, dove le concessioni diventano gag spesso infantili, e che fa ampio uso di un effetto nostalgia rabbioso, di un citazionismo a mitraglia che presupporrebbe una cultura nerd/pop smisurata; è un tipo di umorismo che adoro preso a piccole dosi, come per esempio nelle opere animate che hanno reso famoso MacFarlane, ma che mi lascia indifferente e anche un po' annoiata sulla lunga distanza, come è accaduto durante la visione dei suoi film da regista. Nel film di Schaffer, ciò si traduce, anche per colpa di un adattamento italiano fiacco, in un legacy sequel con tanti momenti di stanca, dove non si ride mai di cuore, neppure di fronte alle molteplici strizzate d'occhio a Una pallottola spuntata, di cui ricalca la trama aggiornandola (?, poi vi spiego perché ho messo un punto interrogativo) al gusto attuale. Frank Drebin Jr., come si intuisce, è il figlio del tenente Frank Drebin e, dal padre, ha ereditato l'invidiabile sicumera con la quale affronta ogni situazione nonostante un'incapacità e una stupidità congenite. Anche lui si ritrova ad avere a che fare con un caso che sembra uscito fuori da un film di James Bond, con tanto di machiavellico complotto ordito da un ricchissimo supercriminale apparentemente immacolato; anche lui si innamora di una femme fatale tenera e pasticciona, in qualche modo legata alle indagini in corso, facendo pace con una vita sentimentale fino a quel momento tragica. Questa è l'ossatura della trama, sulla quale Schaffer e gli altri sceneggiatori hanno innestato una serie di gag più o meno efficaci, davanti alle quali mi sono però spesso chiesta quale fosse il target del nuovo Una pallottola spuntata, da cui il punto interrogativo precedente.


I fan duri e puri di Una pallottola spuntata, ovviamente, hanno urlato allo scandalo, quindi li toglierei dall'equazione, perché dubito che il film fosse dedicato a loro. Le nuove generazioni sono un pubblico altrettanto implausibile, in quanto tantissime gag fanno riferimento a usi, costumi, gruppi e telefilm anni '90/inizio millennio, e rischiano di cadere nel vuoto anche con persone un po' più adulte, come la sottoscritta. Non fraintendetemi, il riferimento a Buffy the Vampire Slayer mi ha scaldato il cuore, ma non ho capito dove fosse l'ironia nella lunghissima sequenza dedicata al TiVo, e ho trovato molto cringe i dialoghi su Black Eyed Peas e Fergie, solo per fare un esempio, o la scelta di riproporre in maniera quasi filologica il "gioco delle ombre" porno di Austin Powers (lo so, Kevin Durand ha esordito proprio nel secondo film della saga, ma sono finezze da nerd). Spettatori di riferimento a parte, un altro problema del nuovo Una pallottola spuntata è Liam Neeson. Sulla carta, era la scelta perfetta, perché un candidato all'Oscar, da anni votato a una carriera di action "seri", poteva fungere da ottimo contrasto con le situazioni ridicole presenti nel film. Purtroppo, mentre Leslie Nielsen perdeva rarissime volte il suo aplomb e l'aura di uomo distinto venuto a trovarsi suo malgrado in un film comico, Neeson scivola spesso in un registro grottesco e caricaturale, e lo stesso vale per Danny Huston, con conseguenze nefaste su quel cortocircuito mentale che spingeva gli spettatori a ridere a crepapelle. All'interno di un cast all star, chi ne esce davvero a testa alta, confermando una rinascita che le auguro continui ancora a lungo, è Pamela Anderson, perfetta per il ruolo di Beth e unita a Neeson da un'alchimia reale, come si è poi visto sui vari red carpet, dove la coppia si è rivelata essere vera, nata proprio sul set. Forse per questo, forse per la presenza della topa impagliata, forse per dei titoli di coda che rispettano lo spirito dell'opera originale, forse per l'appuntamento con svolta horror (praticamente un film nel film), non sono riuscita a volere troppo male al nuovo Una pallottola spuntata. Non vi consiglio di spenderci dei soldi, né di guardarlo se la pellicola del 1988 è uno dei vostri capisaldi, ma quando uscirà in streaming magari vi servirà per passare una serata spensierata.   


Di Liam Neeson (Frank Drebin Jr.), Pamela Anderson (Beth Davenport), Paul Walter Hauser (Ed Hocken Jr.), Danny Huston (Richard Cane), CCH Pounder (Capo Davis), Kevin Durand (Sig Gustafson), Weird Al' Yankovic (se stesso) e Dave Bautista (se stesso) ho già parlato ai rispettivi link.

Akiva Schaffer è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Hot Rod - Uno svitato in moto, Vicini del terzo tipo, Vite da popstar e Cip e Ciop: Agenti speciali. Anche produttore e attore, ha 48 anni. 


Nel film compaiono anche il rapper Busta Rhymes, nei panni del rapinatore interrogato da Frank, e Priscilla Presley, che riprende il ruolo di Jane Spencer in un blink and you'll miss it tra i telespettatori dello spettacolo di capodanno. Una pallottola spuntata è il seguito del film omonimo e di Una pallottola spuntata 2½ - L'odore della paura e Una pallottola spuntata 33 1/3 - L'insulto finale quindi, se vi fosse piaciuto, recuperateli. ENJOY! 

venerdì 12 luglio 2024

Horizon: An American Saga - Capitolo 1 (2024)

Lo scorso venerdì ho trascinato il povero Bolluomo al cinema per vedere Horizon: An American Saga - Capitolo 1 (Horizon: An American Saga - Chapter 1), il mastodonte di tre ore diretto e co-sceneggiato da Kevin Costner.


Trama: a partire dal 1859, i destini di diverse persone si legano a Horizon, città di frontiera dell'Arizona, terra contesa tra coloni e Apache...


Da che mondo e mondo, io di western non so veramente nulla. Tuttavia, sono anche una bimba degli anni '80 e sono cresciuta con Kevin Costner e i suoi successi del decennio successivo, quindi un po' gli voglio bene, inoltre mi aveva incuriosita l'idea che tenesse così tanto a portare Horizon su grande schermo da arrivare persino a indebitarsi. Sono dunque andata al cinema colma di curiosità ma senza aspettarmi granché, e adesso mi ritrovo qui con una scimmia colossale, che mi saltella impaziente sulla schiena continuando a chiedermi "quando arriva agosto?" e che sbraita terrorizzata all'idea che il multisala chiuda per ferie proprio in quei giorni, impedendomi di sapere come continuerà la saga imbastita in questo primo capitolo di Horizon. Per scrivere un post imparziale e corretto sulla fatica di Kevin Costner dovrò dunque, innanzitutto, sedare la scimmia ricordandole che non si può giudicare un libro dalla copertina (o meglio, dalla prima parte di una saga potenzialmente divisa in quattro) e secondariamente che sono la persona meno adatta per parlare di western. Ne avrò visti un paio in tutta la mia vita, per di più contaminati con lo "spaghetti", non conosco minimamente i numi tutelari del genere come John Ford, di conseguenza non ho gli strumenti necessari per ritrovare la poetica tipica del genere all'interno del film di Costner o per capire eventuali omaggi tributati dal regista. Ciò nonostante, divoro libri e romanzi da quando ho memoria, ho una passione per le saghe zeppe di personaggi che si evolvono nel tempo e i cui destini si intrecciano (poi mi spiegherete perché faccio così fatica con quelle schifezze scritte da Martin, ma questa è un'altra faccenda...) e, mio malgrado, qualcosa nella storia dell'America, Paese che pur disprezzo, mi ha sempre affascinata. Horizon sarebbe una perfetta saga letteraria, ha il respiro epico e grandioso di quei romanzi fiume spessi come mattoni, eppure non ha la stessa pesantezza fisica di un blocco di cemento: tre ore sono passate come se fossero state una, e appena ho capito che la scena finale coincideva con l'inizio delle "anticipazioni della prossima puntata", ho bestemmiato ogni divinità conosciuta, per il dolore di dover abbandonare quei personaggi appena conosciuti e i cui destini mi avevano già irrimediabilmente coinvolta, senza sapere che ne sarebbe stato di loro e di Horizon, la città di frontiera del titolo. 


Horizon è il punto da cui si dipanano e verso cui convergono le esistenze dei protagonisti, nonché il simbolo di tutte le contraddizioni su cui è stato fondato il sogno americano. Territorio degli indiani Apache, vede scontrarsi due popoli ugualmente disperati, ognuno per motivi diversi. Gli indiani vorrebbero mantenere la propria libertà e la pace all'interno delle tribù, entrambe minacciate e minate irreparabilmente dall'espansionismo dei bianchi, che li costringono a lotte intestine per il cibo sempre più scarso; i coloni vedono territori immensi ed inesplorati, dove stanziarsi e prosperare, così da fuggire dalla povertà e far avverare tutte le promesse di una "gloriosa nazione" fondata sulla libertà del singolo e sull'autorealizzazione. C'è chi fugge da Horizon, segnato dalla tragedia, c'è chi si mette in cammino verso l'insediamento spinto dalla speranza, c'è chi è costretto a pensarlo come punto d'arrivo di una fuga precipitosa, c'è chi sparge sangue a causa di Horizon, c'è chi ci lucra senza farsi troppi problemi. Alla fine, neanche fosse Roma, tutte le strade portano a Horizon e Costner costruisce un affresco composto da tutte queste strade, concentrandosi sulle vicende individuali senza (per ora) perdere di vista la totalità dell'universo in cui sono ambientate. Ce n'è davvero per tutti i gusti, perché la sceneggiatura attinge ad archetipi immediatamente riconoscibili, e qualcuno potrebbe dire che le azioni e il carattere dei personaggi sono ampiamente prevedibili, ma non trovo nulla di male in questo, perché sembra di stare accanto al fuoco, ad ascoltare le storie che ci raccontavano i nonni, oppure in salotto davanti alla TV, a guardare film assieme a loro e ai nostri genitori.


Poi, per quanto me ne posso intendere io, ho trovato Horizon proprio bello da vedere. Costner indulge in gloriose panoramiche di paesaggi mozzafiato, accentuando la vastità delle pianure bruciate dal sole e anche la sensazione di sentirsi sperduti e vulnerabili in un luogo pieno di insidie, ma ha occhio anche per le foreste e l'inospitale freddo dei luoghi più a nord. Se, a tratti, la scelta di spezzettare la pellicola in tante microstorie, i cui fili si riallacciano in maniera non necessariamente consequenziale, può confondere e stordire lo spettatore (vittima di una miriade di nomi che sarà un casino ricordare da qui ad agosto), c'è comunque da dire che il montaggio è assai dinamico e le scene più concitate mettono un'ansia tremenda. Accompagnate da una colonna sonora che definirei epica, le tragedie e le stragi che passano su grande schermo stringono il cuore tanto quanto piccoli, inusuali gesti di umanità, e all'interno del nutrito cast c'è soltanto da scegliere il proprio preferito o quello che vorremmo vedere morto. Per quanto mi riguarda, non ho dubbi che la palma dell'abiezione vada a Jamie Campbell Bower e al suo "simpaticissimo" Caleb, campione indiscusso di una famiglia di facce di merda, mentre preferiti ne ho parecchi, anche se non saprei dire se il mio amore nasca dall'effettivo valore dei personaggi o dall'affetto che nutro per attori tirati fuori spesso dal genere che più mi si confà, l'horror. Senza dubbio, la versione "vecchietta" di Michael Rooker e quella saggia di Danny Huston mi hanno colpito più di altri, ma faccio davvero fatica a stilare una classifica, ora come ora (l'unica cosa che non perdono alla sceneggiatura, e che ha fatto ridere me e Mirco, è la quasi venerazione tributata a Frances e figlia, solo perché sono le uniche sopravvissute bionde all'interno di un insediamento fatto di poveracce dall'aspetto trasandato). Aspetterò dunque che le storie dei vari protagonisti si sviluppino ulteriormente, sperando che continuino in crescendo e che Kevin Costner non mi spezzi il cuore per la delusione, lasciandomi magari sospesa ad aspettare un terzo e un quarto film che non si faranno mai! 


Del regista e co-sceneggiatore Kevin Costner, che interpreta anche Hayes Ellison, ho già parlato QUI. Sienna Miller (Frances Kittredge), Sam Worthington (Trent Gephart), Jena Malone ('Ellen' Harvey), Giovanni Ribisi (Pickering), Danny Huston (Col. Albert Houghton), Abbey Lee (Marigold), Michael Rooker (Sergente maggiore Thomas Riordan), Will Patton (Owen Kittredge), Douglas Smith (Sig), Luke Wilson (Matthew Van Weyden), Isabelle Fuhrman (Diamond Kittredge), Dale Dickey (Mrs. Sykes), Jeff Fahey (Tracker) e Jamie Campbell Bower (Caleb Sykes) li trovate invece ai rispettivi link. 

Tom Payne interpreta Hugh Proctor. Inglese, lo ricordo come Jesus di The Walking Dead ma ha partecipato ad altre serie come Fear the Walking Dead e a film quali Imaginary. Anche produttore, ha 42 anni e due film in uscita, tra cui ovviamente Horizon: An American Saga - Capitolo 2.


Jon Beaver
s, che interpreta Junior Sykes, era il marito della pazza protagonista di Soft and Quiet mentre Ella Hunt, che interpreta Juliette Chesney, era la Anna di Anna and the Apocalypse. Hayes Costner, invece, è il figlio di Kevin ed ha esordito proprio qui col ruolo dello sfortunato Nathaniel Kittredge. Il film è stato pensato come il primo di quattro capitoli, ma chissà se gli ultimi due verranno mai alla luce... nel frattempo, ad agosto dovrebbe uscire Horizon: An American Saga - Capitolo 2 e io non vedo l'ora!

martedì 7 maggio 2019

Stanlio e Ollio (2018)

Passata la doverosa febbre da Endgame, domenica sono andata al cinema per recuperare Stanlio e Ollio (Stan & Ollie), diretto nel 2018 dal regista Jon S. Baird e tratto dal libro Laurel & Hardy - Thr British Tour di A.J. Marriot.



Trama: Negli anni '50, ormai in declino, Stanlio e Ollio decidono di imbarcarsi in un ultimo tour teatrale, sperando così di poter promuovere un loro futuro film.



Ah, Stanlio e Ollio. Quanti pomeriggi passati a godersi le loro comiche in TV, quante serate a guardare i film, col loro umorismo surreale e delicato, perfetto per tutta la famiglia. Siamo così abituati a vedere lo svanito Stanlio e il burbero Ollio che è difficile pensare l'ovvio: dietro quelle maschere c'erano degli uomini veri, reali, coi loro pregi, i loro difetti e i loro umanissimi problemi. Ecco allora che Stan Laurel era rissoso e schivo, interamente consacrato al lavoro, mentre Oliver Hardy aveva pesanti problemi di salute, amava le donne e le scommesse alle corse, e quest'ultimo binomio lo portava a scialacquare ingenti somme di denaro. E' difficile pensare, anche, che i due potessero stare separati, eppure è successo. Nel 1939 ad Ollio era stato affiancato tale Harry Langdon, un comico americano, poiché il produttore Hal Roach aveva licenziato in tronco Stanlio, giusto per citare un episodio ricordato anche in Stanlio e Ollio; a proposito di questa separazione, nel film si da ad intendere che lo screzio derivante dal "film con l'elefante" (Ollio sposo mattacchione) avesse suggellato la fine del sodalizio artistico tra i due, almeno fino alla fine degli anni '50, ma in verità gli attori hanno continuato a lavorare di coppia, pur con sempre meno successo, per la Fox e la MGM almeno fino al 1946 e l'anno dopo sono partiti per il tour europeo di cui racconta la pellicola di Jon S. Baird, mix tra quella e un altra tournée intrapresa negli anni '50, teatro del commovente episodio irlandese citato anche nel Preacher di Garth Ennis. A prescindere dalle libertà storiche prese da questo Stanlio e Ollio, è innegabile che il film funzioni sia come ritratto del privato dei due famosissimi attori sia come testimonianza di una Hollywood sicuramente più ingenua ma non meno insidiosa, dove le cosiddette "star" altro non erano che carne da macello (soprattutto quelle più sprovvedute) e sicuramente non venivano ripescate, come succede oggi, da reality o altre schifezze simili; la fine di una carriera, decretata dal gusto del pubblico o da scandali più o meno gravi, era il prodromo di indigenza, oblio, depressione e infine morte, tanto che il tour di Stanlio e Ollio risulta più una fuga da un destino ingrato più che una corsa verso un rinnovato successo.


E così, tra la perfetta ricostruzione di gag amatissime dal pubblico, momenti di dolorosa introspezione e la gioia (o forse la fatica?) di indossare la maschera di Stanlio e Ollio per propiziarsi l'amore di persone sconosciute, il film scorre portando il pubblico ad affezionarsi ancor più a questi due uomini in declino, afflitti da amarezza e vecchiaia, portati sul grande schermo da due attori grandissimi e perfetti. Come già accaduto in Bohemian Rhapsody con Rami Malek pronto a restituire agli spettatori la performance soprattutto fisica di Freddy Mercury, Steve Coogan e John C. Reilly si annullano nei tic che hanno reso Stanlio e Ollio famosi ed adorabili in tutto il mondo, come per esempio Stanlio che si spettina i capelli o Ollio che sfarfalla le dita imbarazzato, ma non solo. Coogan e Reilly fanno rivivere Stan Laurel e Oliver Hardy anche e soprattutto al di fuori dello spettacolo; due amici, due uomini diversi e complementari costretti a stare insieme per uno scherzo del destino, due anime in pena prese tra il desiderio di tornare alla ribalta e quello di vivere un'esistenza tranquilla, due attori fatti prigionieri dai loro personaggi iconici, prede di un odi et amo durato quasi mezzo secolo. Ad arricchire ulteriormente la performance degli attori, ci pensano Shirley Anderson e Nina Arianda nei panni delle ultime mogli di Stan e Oliver, caratteri peculiari e tragicomici quanto i mariti, che affrontano ognuna in modo diverso l'idea di celebrità in declino e di uomini che invecchiano senza mai far venir meno l'ingrediente più importante: l'amore. E su questa nota sdolcinata chiudo, consigliandovi senza remore il dolceamaro Stanlio e Ollio. Non so quale effetto avrà avuto sui fan tout court ma per chi, come me, ha sempre apprezzato il duo comico per eccellenza, ha l'effetto di un balsamo nostalgico e chissà che non metta voglia di saperne di più anche a chi, poverello, non ha idea di chi fossero Stanlio e Ollio. A questi ultimi posso solo dire un "oooooh, stupìdi!". Hmp!


Di Steve Coogan (Stan Laurel), John C. Reilly (Oliver Hardy), Shirley Henderson (Lucille Hardy) e Danny Huston (Hal Roach) ho parlato ai rispettivi link.

Jon S. Baird è il regista della pellicola. Scozzese, ha diretto film come Filth ed episodi della serie Vinyl. Anche produttore e sceneggiatore, ha 47 anni.


Se Stanlio e Ollio vi fosse piaciuto potreste riguardare o recuperare le opere citate nel film: i corti La scala musicale e Ospedale di contea assieme ai film Fra' Diavolo e I fanciulli del West, questo tanto per cominciare. Aggiungerei anche la serie Feud, ovviamente. ENJOY!

venerdì 11 maggio 2018

Game Night - Indovina chi muore stasera? (2018)

Spinta da un trailer abbastanza intrigante e dalla presenza di Jesse Plemons, domenica sera sono andata a vedere Game Night - Indovina chi muore stasera? (Game Night), diretto dai registi John Francis Daley e Jonathan Goldstein.


Trama: Max e Annie vanno matti per i giochi di società e settimanalmente organizzano delle serate di gioco alle quali invitano i loro migliori amici. Un giorno, però, il fratello di Max arriva a proporre la variante di una cena con delitto e le cose si complicano...


In verità mi sono gettata nella visione di Game Night spinta anche da alcune opinioni positive sbirciate in rete ma temo che questo genere di film (perlomeno visto al cinema) non rientri più tra i miei preferiti. Game Night non è un film brutto, per carità. E' ben sceneggiato e non lesina colpi di scena, un paio anche imprevedibili, presenta una struttura in equilibrio tra la commedia e il thriller, benché la componente umoristica sia preponderante, i protagonisti sono ben affiatati e gli appassionati di giochi da tavolo (anche quelli come me e il Bolluomo che porca miseria giocheremmo tutti i weekend ma morire che ci sia qualcuno a farci compagnia, quindi ciccia!) troveranno pane per i loro denti tra citazioni ai titoli più famosi e rimandi un po' più sottili... tuttavia parliamo di un altro di quei film non particolarmente memorabili, buoni giusto per una serata in cui non c'è nient'altro in TV (e sottolineo in TV), che sinceramente non mi ha fatto nemmeno ridere come avrei sperato. Il problema è che assieme a quel paio di personaggi interamente assurdi e perciò esilaranti, come il poliziotto Gary o lo stupidissimo tombeur de femmes Ryan, affiancati da altri caratteri cazzuti come l'irlandese Sarah o il fratello Brooks, ci sono anche due protagonisti insipidi e dalle caratterizzazioni incerte. Max e Annie sulla carta fanno faville, sono la classica coppia carina da commedia americana, tanto innamorati e con qualche problemino che li rende ancora più adorabili ma lei spesso viene resa come se fosse una psicopatica decerebrata e, peggio ancora, entrambi sono costretti a veicolare la moraletta finale che parrebbe ahimé indispensabile ormai per questo genere di film. Della serie, poteva uscire una roba imperfetta ma corrosiva come Cose molto cattive, invece da un certo punto in poi dobbiamo sorbirci l'elogio della Famiglia con gente che si cosparge il capo di cenere per comportamenti non proprio fraterni e altri che arrivano a comprendere il senso ultimo della vita, ovvero mettere al mondo un bambino. Avevate dubbi? Coppie che non ne volete per qualsivoglia motivo o, Djesoo non voglia, non ne potete/riuscite avere, CACCA su di voi, siete persone MALE e la vostra esistenza non vale una cippa, sappiatelo. Lo dicono in Game Night, quindi dev'essere vero. Sigh.


A parte questa "rincorsa della morale" che non ho apprezzato granché, Game Night scorre abbastanza liscio e simpatico, anche perché l'idea di creare un gioco thriller dai risvolti inaspettati non è male e il fatto che realtà e finzione arrivino a mescolarsi senza soluzione di continuità significa mantenere alto il ritmo in cui si susseguono gli eventi per tutta la durata del film. A livello di regia, l'unica cosa che mi ha davvero colpita è la scelta di cominciare le singole sequenze riprendendo i vari luoghi dall'alto, così che l'ambiente circostante appaia come un tabellone e i veicoli come segnalini di un gioco, per il resto i due registi sono solo al secondo film e si vede, il risultato del loro lavoro è senza infamia né lode. Meglio gli attori, benché l'unico a spiccare davvero sia Jesse Plemons col suo poliziotto inquietante e gli altarini dedicati alla moglie fuggitiva, mentre gli altri si mantengono sui livelli che ci si aspetterebbe da loro. A tal proposito, è un peccato che all'interno del film manchi non tanto un villain degno di questo nome (non sarebbe il genere adatto) ma comunque un antagonista che giustifichi lo spreco di due ottimi attori come Danny Huston e Michael C. Hall, messi lì giusto come due facce note con le quali stupire/compiacere gli amanti delle serie televisive e poco più. Altra genialata sarebbe stata richiedere la partecipazione amichevole di Denzel Washington (ah, non alzatevi fino alla fine dei titoli di coda) e usarlo per interpretare il suo sosia... ma mi rendo conto che ormai un attore del suo calibro non si avvicinerebbe a film simili nemmeno per sbaglio. Insomma, non è che mi aspettassi chissà che da Game Night ma speravo di non dimenticarmelo il giorno dopo la visione, invece temo succederà proprio così. A chi dovesse leggere, consiglio quindi un recupero televisivo, non state a spenderci dei soldi.


Di Jason Bateman (Max), Rachel McAdams (Annie), Kyle Chandler (Brooks), Jesse Plemons (Gary), Danny Huston (Donald Anderton) e Jeffrey Wright (l'agente del FBI) ho già parlato ai rispettivi link.

John Francis Daley è il co-regista della pellicola, inoltre interpreta Carter. Americano, ha diretto il film Come ti rovino le vacanze. Anche sceneggiatore e produttore, ha 33 anni e presto potrebbe dirigere la pellicola su Flash.
Jonathan Goldstein è il co-regista della pellicola. Americano, ha diretto il film Come ti rovino le vacanze. Anche produttore, regista e attore, ha 49 anni e dovrebbe dirigere la pellicola su Flash assieme a Daley.


Billy Magnussen (vero nome William Gregory Magnussen) interpreta Ryan. Americano, ha partecipato a film come Damsels in Distress, Into the Woods, Il ponte delle spie, La grande scommessa e a serie quali CSI - Scena del crimine, American Crime Story e Black Mirror . Ha 33 anni e tre film in uscita, tra cui il live action di Aladdin.


Michael C. Hall interpreta il Bulgaro. Americano, lo ricordo per serie come Six Feet Under, Dexter e Stan vs. the Forces of Evil. Anche produttore e regista, ha 47 anni e un film in uscita.



venerdì 25 marzo 2016

Frankenstein (2015)

Ogni tanto la distribuzione italiana stupisce il pubblico facendo arrivare in sala (non tutte, ci mancherebbe, credo solo 4/5 in tutta la Penisola) film straight to video come Frankenstein, scritto e diretto nel 2015 dal regista Bernard Rose.


Trama: un gruppo di scienziati crea un ragazzo dalla forza di dieci uomini ma la creatura comincia fin da subito a manifestare problemi di cedimento cellulare. Quando il ragazzo capisce di stare per venire ucciso fugge, lasciando dietro di sé una scia di sangue...


Il mito di Frankenstein mi ha sempre affascinata, lo ammetto, ma è ben difficile trovare qualche trasposizione cinematografica che non percorra pedissequamente sentieri già battuti nel corso degli anni. Bernard Rose, tornato finalmente all'horror, ci prova, spostando i riflettori dai tormenti del Dottor Victor Frankenstein, qui relegato al ruolo di semplice "creatore" senza scrupoli, e focalizzandoli sulla Creatura, che in questa versione del romanzo di Mary Shelley prende il nome di "mostro" o "Adam". Il regista, che è anche sceneggiatore, decide di renderci partecipi dei tormenti di un essere nato col corpo in decomposizione di un adulto ma la mente di un neonato, che col tempo cerca di crescere e comprendere la realtà che lo circonda nonostante essa gli riservi quasi solo violenza, dolore, sensazioni confuse ed emozioni negative. L'unico punto fisso dell'esistenza di Adam è la moglie di Frankenstein, Marie, la sola che per qualche tempo si rapporta alla Creatura come se ne fosse la madre (ed effettivamente, in un certo senso, così è); dal momento in cui anche Marie però lo rinnega, cercando di salvare sé stessa e il marito, per Adam si apre un abisso di solitudine e rancore, sentimenti che lo spingeranno sempre più in un vortice di tragedie e violenze assai simile a quello raccontato dalla Shelley. Ciò che differenzia il Frankenstein di Bernard Rose da molti altri suoi "fratelli" è però che la Creatura fondamentalmente non si muove spinta da una rinnovata e "colta" sete di vendetta verso i suoi creatori, quanto piuttosto dal desiderio di appartenere al mondo, di ritrovare le sensazioni positive ricevute da quella che lui considerava una figura materna, molto banalmente di "essere amato" senza secondi fini. Ovviamente, la cosa non gli riuscirà molto bene, povera creatura.


Purtroppo, nonostante le ottime intenzioni di partenza il povero Bernard Rose si perde un po' nella sua stessa sceneggiatura e viene bloccato da evidenti limiti di budget. Per esempio il personaggio di Marie, interpretato dall'elegante Carrie-Ann Moss, avrebbe a mio avviso meritato molto più spazio e magari una lettura più approfondita, anche perché nelle altre versioni di Frankenstein non mi sembrava ci fosse la presenza di un forte punto di vista femminile, nonostante l'autrice dell'opera originale fosse donna. Conseguentemente, la parte più interessante di Frankenstein è proprio quella iniziale, ambientata in un laboratorio che funge da culla e micromondo per Adam, e dotata di alcune belle sequenze girate in soggettiva, attraverso le palpebre chiuse di una Creatura che sta cominciando a conoscere il mondo con i suoi sensi ancora grezzi, mentre il resto del film, soprattutto nella parte finale ambientata nei bassifondi della città, stenta un po' a decollare. Nonostante il budget ristretto che ho citato sopra, ho molto apprezzato gli effetti speciali, splatter quanto basta (sinceramente la scena del cervello non sono riuscita a guardarla tutta,), e soprattutto il trucco di Adam, che diventa sempre più mostruoso mano a mano che la degenerazione cellulare avanza, al punto che del bel viso del bravo Xavier Samuel arriva a non esserci più traccia. Menzione d'onore, ovviamente, per la voce sempre sexy di un Tony Todd in versione "Ray Charles" mentre dispiace poter vedere così poco l'adorato Danny Huston, che da quando ha partecipato ad American Horror Story è diventato uno di quegli attori che mi spinge sempre a guardare un film, a prescindere dall'effettiva qualità dello stesso. Stavolta mi è andata bene, perché Frankenstein è una visione interessante, sicuramente meritevole di una chance!


Di Tony Todd (Eddie) e Danny Huston (Victor Frankenstein) ho parlato ai rispettivi link.

Bernard Rose è il regista e sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come La casa ai confini della realtà, Candyman - Terrore dietro lo specchio e Amata immortale. Anche attore e compositore, ha 56 anni.


Carrie-Anne Moss interpreta Marie. Canadese, la ricordo per film come Matrix, Memento, Chocolat, Matrix Reloaded e Matrix Revolutions, inoltre ha partecipato a serie come I viaggiatori delle tenebre, Nightmare Cafe, Baywatch, Jessica Jones e Daredevil. Anche produttrice, ha 49 anni e due film in uscita, inoltre dovrebbe partecipare ad almeno una puntata dell'imminente serie Iron Fist, sempre nei panni dell'avvocato Jeri Hoghart.


Xavier Samuel interpreta Adam. Australiano, ha partecipato a film come The Twilight Saga: Eclipse, Anonymous e Fury. Ha 33 anni e cinque film in uscita.

domenica 11 gennaio 2015

Big Eyes (2014)

A Natale, si sa, i miracoli possono accadere. Ed è così che, senza preavviso, anche il multisala di Savona ha deciso di programmare Big Eyes, diretto dal regista Tim Burton nel 2014. Potevo forse lasciarmelo sfuggire?


Trama: dopo essere scappata dal primo marito portandosi dietro la figlia, l'artista Margaret Hawkins incontra Walter Keane. L'uomo la sposa e, per una serie di circostanze, comincia a spacciare per propri i quadri della donna, caratterizzati da figure coi grandi occhioni, raggiungendo così inaspettate vette di successo...


Tim Burton, lo sanno ormai anche i bambini, è un grande fan della pittrice Margaret Keane, ha comprato lui stesso alcuni suoi quadri e, all'epoca della relazione con Lisa Marie, aveva commissionato all'artista un ritratto della compagna. Eppure, guardando Big Eyes non ho avuto la sensazione di vedere riportata su pellicola la vita di Margaret Keane quanto piuttosto l'ignoranza e l'insensibilità di un certo tipo di pubblico che VUOLE a tutti i costi un determinato prodotto e così non ho potuto fare a meno di pensare ad un parallelo tra il regista e l'artista a cui l'ultimo film di Tim Burton è dedicato. Margaret Keane comincia la sua carriera in sordina ed è solo "grazie" alla lingua lunga del marito Walter che qualcuno, finalmente, nota quei tristi ed inquietanti bimbi dagli enormi occhi lacrimosi; Walter, che ha sempre voluto fare il pittore, rivendica così la paternità di quelle opere e nel corso del film, mano a mano che il suo successo aumenta, schiavizza sempre più la moglie con becere scuse, costringendola a chiudersi in casa a dipingere in segreto per ogni occasione che aumenterebbe la visibilità di questi quadri fino al punto da arrivare a riconoscerli SUOI e, allo stesso tempo, di commercializzarli in ogni salsa, tanto che i grandi occhi dei bambini ritratti perdono ogni parvenza di anima, diventando soltanto dei kitchissimi alienetti disprezzati dalla critica. A quel punto la Keane era già arrivata a realizzare quadri da poter rivendicare anche in pubblico, cercando di realizzarli con uno stile diverso (che purtroppo interessava ben pochi) che potesse dare corpo a sentimenti ed emozioni che ormai la donna non riusciva più ad esprimere tramite quello che era ormai diventato un lavoro a cottimo, prevedibile, viziato dal manierismo. Se la decisione della Keane vi smuove o, perlomeno, vi ricorda qualcosa, molto probabilmente anche voi, una volta nella vita, vi sarete chiesti "che fine ha fatto Tim Burton?".


Non sentitevi in colpa, ché una domanda simile me la sono posta anche io alla fine di Big Eyes. La potenza di un film però sta in quello che lascia nel corso del tempo, non subito dopo la visione, e in questi giorni in me si è innescato un pensiero nuovo che mi ha portata a rivalutare la pellicola e a ritenerla uno dei migliori Tim Burton recenti. Le ultime opere del regista (sì, anche quel Frankenweenie che pur mi era piaciuto) non erano altro che dei quadri di bambini dagli occhi grandi ed immensamente vuoti, il tentativo di tornare a dare al pubblico quello che voleva dopo il devastante cambio di marcia de Il pianeta delle scimmie, con risultati ovviamente disastrosi (tolto Big Fish); sempre il solito Johnny Depp, sempre la stessa Bonham Carter, sempre la solita poetica del diverso, sempre i soliti personaggi vagamente gotici ma sempre più privi di quella poesia, di quell'ironia vintage, di quella struggente malinconia che erano riuscite a rendere unico persino un cinecomic (anche se ancora non si chiamavano così) come Batman - Il ritorno. "Rivogliamo il vecchio Tim Burton" è una cosa che ho detto spesso anche io e ad ogni sua pellicola ancora spero ingenuamente in un suo ritorno ma la verità è che i tempi e le persone cambiano, soprattutto gli artisti; continuare a mungere sempre la stessa vacca, per accontentare pubblico e critica, quando ormai davvero in quell'ambito non si ha più nulla da dire, significa tirare fuori degli obbrobri e venire detestati e svalutati. Ecco così che Burton si affida ad Amy Adams e Christoph Waltz (la prima brava, il secondo immenso, un perfetto cialtrone che ruba spesso e volentieri la scena alla protagonista) per creare il suo film forse meno "personale", meno riconoscibile sicuramente per quel che riguarda lo stile di regia e la colonna sonora, indiscutibilmente "semplicino" e ben lontano dai capolavori del regista ma anche più rilassato, più piacevole dal punto di vista della sceneggiatura, ironico e graffiante a tratti ma soprattutto coinvolgente ed interessante: ecco quello che mancava agli ultimi film di Burton, signori, la capacità di coinvolgere emotivamente un pubblico che si ritrovava a sbadigliare davanti a tanta freddezza, tanto manierismo privo di contenuti e, inevitabilmente, a ricoprire di giusti insulti il povero Tim. Che tornerò, giustamente, ad insultare per la scellerata decisione di dirigere Beetlejuice 2 ma che, dopo questo delizioso Big Eyes, attenderò con piacere per quel che riguarda Miss Peregrine's Home for Peculiar Children, sperando davvero che il regista abbia trovato una nuova strada.


Del regista Tim Burton ho già parlato QUI. Amy Adams (Margaret Keane), Christoph Waltz (Walter Keane), Jason Schwartzman (Ruben), Danny Houston (Dick Nolan) e Jon Polito (Enrico Banducci) li trovate invece ai rispettivi link.

Krysten Ritter interpreta DeeAnne. Americana, ha partecipato a film come Margaret, Veronica Mars - Il film e a serie come Veronica Mars, Una mamma per amica e Breaking Bad; come doppiatrice ha lavorato nelle serie Robot Chicken e The Cleveland Show. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 33 anni e due serie Marvel in uscita, A.K.A. Jessica Jones e The Defenders, dove dovrebbe interpretare per l'appunto l'eroina Jessica Jones.


Terence Stamp interpreta John Canaday. Inglese, lo ricordo per film come Superman, Superman II, Link, Priscilla - La regina del deserto e Wanted - Scegli il tuo destino. Ha 75 anni e un film in uscita.


Gli sceneggiatori Scott Alexander e Larry Karaszewski avevano già lavorato allo script del precedente biopic di Tim Burton, Ed Wood. Kate Hudson e Thomas Haden Church erano la prima scelta per interpretare i due protagonisti ma sono stati "sostituiti" da Reese Witherspoon e Ryan Reynolds; la lunga gestazione del progetto ha costretto però i due attori ad abbandonare l'impresa, lasciando posto così ad Amy Adams e Christoph Waltz. Se volete invece vedere la vera Margaret Keane al di fuori dei titoli di coda, sappiate che la trovate seduta su una panchina alle spalle dei due protagonisti nella scena in cui dipingono al parco. Detto questo, se Big Eyes vi fosse piaciuto recuperate anche Saving Mr. Banks, Big Fish ed Ed Wood. ENJOY!

martedì 17 giugno 2014

The Congress (2013)

L'unico film in uscita questa settimana che mi ispirasse vagamente era The Congress, diretto nel 2013 dal regista Ari Folman e tratto dal libro Il congresso futurologico di Stanislaw Lem.


Trama: all'attrice Robin Wright, ritenuta ormai troppo vecchia per continuare a recitare, viene offerta l'opzione di farsi "scansionare" e lasciare che sia il suo doppio virtuale, eternamente giovane, a partecipare ai film scelti dalla Miramount. Presto, tuttavia, anche questa nuova tecnologia diventa obsoleta..


Non avendo mai letto un libro di Stanislaw Lem, sempre a causa di una mancanza di interesse verso la fantascienza, non avevo proprio idea di cosa aspettarmi quando ho cominciato a guardare The Congress... e, detto proprio sinceramente, non ho idea neppure ora di cosa ho effettivamente guardato. La prima parte della pellicola di Ari Folman è una malinconica ed intelligente riflessione sul mestiere dell'attore e sulla fredda logica dell'industria cinematografica. Robin Wright, che nel film interpreta se stessa, viene ripetutamente e dolorosamente accusata di aver fatto le scelte sbagliate, di aver preferito rimanere accanto al figlio affetto da una sindrome che lo condannerà a diventare cieco e sordo, di non essere più la Principessa Bottondoro de La storia fantastica o la Jenny di Forrest Gump: in poche parole, le si contesta il fatto stesso di essere umana ed imperfetta. A contestarglielo sono l'ormai attempato agente Al che, a un certo punto, confessa anche di aver manipolato a proprio vantaggio la sua fragilità e le sue imperfezioni e, ovviamente, il direttore dell'ambigua azienda Miramount, il quale non si fa scrupoli a ricordarle come un attore sia fondamentalmente un burattino da manipolare e sfruttare per poi buttarlo via quando è troppo vecchio per essere ancora apprezzato dal pubblico. Sicuramente, i ragionamenti di questi due personaggi sono perlomeno discutibili quando non addirittura abietti ma fermiamoci un attimo ad osservare quel mondo cinematografico che tanto adoriamo. Obiettivamente, quanti attori un tempo assolutamente infallibili, capaci e meravigliosi (vedi, per esempio, un Robert De Niro qualsiasi o anche un Johnny Depp), sono diventati col tempo le caricature di sé stessi, imbarazzanti persino per i propri fan? Asservirsi ai voleri delle Major o, peggio, essere incapaci di capire quali film possano essere adatti alla propria età e al proprio fisico che, inevitabilmente, declina, è il destino peggiore per ogni attore che si rispetti; piuttosto che vivere nell'ansia di fare la scelta sbagliata, forse è meglio accettare un'offerta di libertà e scegliere di essere un semplice "civile", rimanendo nei cuori degli spettatori per ruoli memorabili. Purtroppo, in The Congress questa libertà va pagata a caro prezzo, vendendo l'anima a chi si preoccupa solo del profitto e il corpo allo spettatore bue che vuole sempre i soliti personaggi, sempre le solite franchise, la possibilità di vivere in eterno, attraverso i propri idoli, un sogno privo di imperfezioni. E qui, il ragionamento di Folman si fa più complesso.


Se la prima parte di The Congress, infatti, è malinconica, intelligente (a tratti geniale, si veda il film in bianco e nero che cita ampiamente Il dottor Stranamore e il look di Blade Runner) e lineare nella sua critica a un certo tipo di sistema, la seconda parte può venire tranquillamente racchiusa nella voce del verbo "sbulaccare". Folman sbulacca, abbandona la cinepresa e si immerge in un delirio psichedelico di disegni animati, una roba che al confronto Cartoonia e Mondo Furbo erano dei modelli di conformità. La tecnologia che, nel film, permetteva agli attori di vivere per sempre giovani grazie alla computer graphic si evolve infatti in una sostanza da inalare per diventare "altro", l'ambigua Miramount diventa la versione moderna del terzo Reich (non a caso il teatro dove si svolge il congresso all'interno dell'Abrahama è stato modellato su quella Grosse Halle che Hitler avrebbe voluto costruire) e tutta l'umanità "vive" persa in, letteralmente, film mentali individuali in grado di dare sì origine a un mondo di sogno, ma un mondo di sogno sterile, che non crea nulla e si limita a distruggere o, meglio, a lasciar morire, a consumare l'esistenza. La lenta fine dell'umanità si mescola alle paure e ai desideri di una Robin Wright che non vuole e non può inserirsi in questo mondo e, purtroppo, si perde in sequenze animate bellissime ma anche troppo dispersive, allucinate e quasi fini a sé stesse. Sono pochi i momenti di vera emozione e commozione che le immagini di The Congress riescono a suscitare nello spettatore, il tentativo di comprendere la pellicola di Folman viene reso difficile dal fatto che, troppo spesso, sembra di assistere alla visione individuale di un Autore che ha inalato egli stesso la sostanza prodotta dalla Miramount. La disperazione di Robin Wright è palpabile, tutto ciò che la circonda è incredibilmente affascinante e lo stacco tra sogno e cruda realtà è sconvolgente; eppure, mentre la prima parte del film riusciva a mantenere una coerenza e una certa linearità, la seconda è totalmente libera da vincoli, da struttura, da qualcosa che possa dare un senso a tutto ciò che viene mostrato.


Forse Folman ha ragione perché il senso non sempre deve esserci in un film, sono d'accordo. E forse sono io ad essere così crassamente ignorante da chiedermi, davanti a tutto questo popò di arte e questo balsamo per gli occhi, come facciano gli esseri umani mostrati in The Congress ad essere vestiti (per quanto scarmigliati), a mangiare o essere ancora vivi se la loro mente vede solo ciò che si trova nel sogno. Forse a volte bisogna solo lasciarsi andare e non pretendere di capire tutto o di emozionarsi per ogni cosa, accontentandosi di una sola piccola lacrima sul finale. Forse, semplicemente, The Congress merita più di una visione. Non lasciatevi quindi spaventare da quello che ho scritto dopo averlo visto una sola volta e dategli una chance perché, a dispetto del disagio (senso di inadeguatezza?) che ho provato, indubbiamente parliamo di uno dei film più innovativi e particolari degli ultimi tempi.


Di Robin Wright (Robin Wright), Harvey Keitel (Al), Jon Hamm (la voce originale di Dylan Truliner), Paul Giamatti (Dr. Barker), Kodi Smit-McPhee (Aaron) e Danny Huston (Jeff) ho parlato ai rispettivi link.

Ari Folman è il regista e sceneggiatore della pellicola. Israeliano, ha diretto altri tre lungometraggi, tra cui Valzer con Bashir. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 51 anni.


Il regista aveva inizialmente pensato a Cameron Diaz o Cate Blanchett per il ruolo principale ma alla fine è rimasto talmente affascinato da Robin Wright da cambiare idea. Detto questo, se The Congress vi fosse piaciuto recuperate anche Sim0ne o Cloud Atlas. ENJOY!

domenica 15 dicembre 2013

Hitchcock (2012)

Piano piano sto recuperando tutti quei film meritevoli che, nonostante questo, non hanno mai trovato distribuzione dalle mie parti e questa volta è toccato al bellissimo Hitchcock, diretto nel 2012 dal regista Sacha Gervasi e tratto dal libro Alfred Hitchcock and the Making of Psycho di Stephen Rebello.


Trama: dopo Intrigo internazionale, Alfred Hitchcock trova una nuova fonte d'ispirazione nel libro Psycho di Robert Bloch. Osteggiato da produttori e giornalisti, indebitato e totalmente immerso nel lavoro, non si accorge di quanto la moglie Alma si stia allontanando da lui...


Hitchcock è un film interessantissimo e frizzante, sia per gli appassionati di Hitch che per chi vuole gustarsi un'ora e mezza di sano intrattenimento cinematografico, magari imparando qualcosa su uno dei massimi esponenti della settima arte. Mescolando episodi legati alla vita privata del regista, una ricostruzione del making of di Psyco e le inquietanti suggestioni di un Ed Gein negli inediti panni di Grillo Parlante, Hitchcock pone sotto i riflettori una parte assai importante e difficile della carriera del Maestro della Suspance, un momento in cui al successo si accompagnano le inevitabili incertezze, il timore di sbagliare, la paura di diventare mero fenomeno commerciale svilito da un'avventura televisiva di successo, un attimo di crisi derivata dalla vecchiaia e dal desiderio di risvegliare sensazioni sopite alimentandole con la fantasia. Nella pellicola, infatti, Hitchcock comincia a perdere progressivamente il contatto con la realtà com'era accaduto ad Ed Gein e Norman Bates (meravigliosa la scena in cui, davanti a una Vivien Leigh urlante e terrorizzata, sfoga tutta la sua rabbia mostrando alla troupe come girare la famosa sequenza della doccia), terrorizzato dall'idea di venire tradito e abbandonato da tutti, attrici, moglie, pubblico, critici. Un indebolimento mentale che si accompagna ad una debolezza fisica manifestata nella febbre e nella fame compulsiva e che mostra un Hitchcock terribilmente imperfetto e molto più umano dell'ironica e sarcastica "sagoma" che, come spettatori, siamo arrivati a conoscere.


Ed è bello, finalmente, fare anche la conoscenza di Alma, la grande donna dietro un grande uomo e, forse, la vera protagonista del film, interpretata da una grandissima Helen Mirren che più di una volta eclissa il pur bravissimo Anthony Hopkins (truccato così bene che il film è stato candidato all'Oscar per il miglior make-up). Alma è una capacissima donna con tutti gli attributi necessari per sostenere l'ingombrante (in tutti i sensi) marito e, a quanto pare, è anche la mente che ha trasformato una pellicola schifata persino da Hitchcock nello Psyco che tutti noi conosciamo e amiamo; all'interno del film possiamo vedere come la crisi creativa e umana che ha colpito il marito ricada pesantemente anche su Alma, costantemente messa in ombra dalla fama del consorte o dall'insana passione di quest'ultimo per le bionde star dei suoi film. Nel corso della pellicola, Alma cerca di ritrovare una sua indipendenza allontanandosi da Hitchcock e trovando conforto in un Danny Huston sempre più a suo agio nei panni del viscido piacione, ed è buffo e molto commovente vedere come due persone che si conoscono e si aiutano a vicenda da anni arrivino a non capirsi più, ad evitarsi o parlarsi solo tramite feroci punzecchiature reciproche. Alla crisi coniugale corrisponde un terribile momento di empasse nel corso della realizzazione di Psyco e ad un conseguente calo della qualità del lavoro di Hitchcock e il regista Sacha Gervasi è molto bravo a giostrare queste due anime del film senza scadere nel melodramma sentimentale o nel freddo documentario, facendoci così affezionare ai due testardi protagonisti e intrigandoci con i retroscena di un Capolavoro del cinema che, per quanto sia conosciuto, nasconde comunque molti segreti. La presenza di un cast affiatato e valido e l'ironica cornice alla Alfred Hitchcock Presenta, infine, contribuiscono a rendere Hitchcock un gioiellino ancora più prezioso, che vi consiglio di recuperare il prima possibile.


Di Anthony Hopkins (Alfred Hitchcock), Helen Mirren (Alma Reville), Scarlett Johansson (Janet Leigh), Danny Huston (Whitfield Cook), Toni Collette (Peggy Robertson), Jessica Biel (Vera Miles), James D’Arcy (Anthony Perkins) e Kurtwood Smith (Geoffrey Shurlock) ho già parlato ai rispettivi link.

Sacha Gervasi è il regista della pellicola. Inglese, prima di Hitchcock ha diretto solo il documentario Anvil: The Story of Anvil. Anche sceneggiatore e produttore, ha 47 anni. 


Michael Wincott (vero nome Michael Anthony Claudio Wincott) interpreta Ed Gein. Canadese, lo ricordo per film come Talk Radio, Nato il quattro luglio, The Doors, Robin Hood – Principe dei ladri, I tre moschettieri, Il corvo, Dead Man e Alien – La clonazione; inoltre, ha partecipato a serie come Miami Vice. Ha 55 anni e due film in uscita. 


Tra gli altri attori compare anche, nei panni dello sceneggiatore Joseph Stefano, l’ex Karate Kid Ralph Macchio. Andrew Garfield invece era stato convocato per il ruolo di Anthony Perkins ma ha dovuto rinunciare per i suoi impegni teatrali. Detto questo, se Hitchcock vi fosse piaciuto recuperate ovviamente i film del corpulento maestro della suspance e magari anche Ed Wood e Il discorso del re! ENJOY!

martedì 9 giugno 2009

30 giorni di buio (2007)

Cattivo segno, quando un film viene trascinato avanti per una settimana prima di arrivare alla fine. Ed infatti la visione di 30 giorni di buio (30 Days of Night), horror del 2007 di David Slade, è stata un insuccesso. Non so come sia la graphic novel 30 giorni di notte, che in origine contava tre volumetti scritti dall’americano Steve Niles (seguita poi da un’infinità di spin – off e altre serie), ma so che la pellicola è una bella menata.


Peccato, perché la trama è intelligente ed interessante: nella cittadina di Barrow, in Alaska, ci si prepara a trascorrere i canonici 30 giorni di buio annuali. Però stavolta il periodo nero è preceduto da strani avvenimenti, come telefoni fuori uso, cani che vengono uccisi, ecc. Quando poi una colonia di vampiri viene a svernare nella cittadina, cominciando a tagliare gole a destra e manca, tutto diventa più chiaro ma per i poveri abitanti iniziano trenta giorni in cui sopravvivere anche se nascondersi diventa quasi impossibile..


Cavoli, anche a rileggere quello che ho scritto mi verrebbe voglia di vedere il film! E invece no, perché la verità è che in 30 giorni di buio… non succede davvero niente!! E’ tutto così: i vampiri arrivano, punto. E per due ore c’è un mordi e caccia che non lascia nemmeno il tempo di inquietarsi o avere la minima paura, tanto sai che: ad uccidere gli esseri umani sono dei vampiri, e che questi ultimi sono tanti e brutti, e ti spiano dai tetti. Francamente io ho avuto l’impressione che lo sceneggiatore non sapesse come tirarla avanti e creasse degli stratagemmi risibili per costringere i pochi sopravvissuti a lasciare il posto sicuro che trovano prima della metà del film. E il nonno rincoglionito, e l’esca umana, e l’idiota che al ventisettesimo giorno decide di mettersi a fare segnali luminosi per vedere se è rimasto qualcuno, altre due o tre esche umane (mi piacerebbe sapere sti vampiri perché alcuni li mordono, altri no…), e via così per due ore.


Avrete già immaginato che i protagonisti umani sono di un’idiozia rara, e alcuni di essi hanno anche una discreta botta di culo. Non si spiega infatti perché il ragazzino continui a cavarsela in barba alla nonna masticata e a fior fior di omoni che cadono come mosche. Diciamo anche che, alla fine della visione, mi viene da pensare che tutti gli abitanti di quella cittadina orrenda ed isolata dal mondo soffrissero di una depressione cronica visto che il 90 % degli stessi è disposto a sacrificare la propria vita trovando qualsiasi scusa, anche la più becera. Ora, capisco che l’eroe ci vuole, e che se vedi una povera bambina insanguinata in mezzo alla neve magari vieni mosso a pietà (ma se l’alternativa è farsi squarciare la gola… mi dispiace povera bambina, ma schiatti tu…) o magari se vedi tua moglie in pericolo ti immoli per amore. Però lì si immolerebbero tutti, uomini, donne, bambini, piuttosto che vivere ancora in quel paese maledetto da Dio funestato da neve, freddo e buio: ma avete ragione, chi ve lo fa fare??!! Le perle di saggezza (o per dirlo alla Elio sarebbe meglio parlare di PEERLE?) sono almeno due: lo sceriffo che per fare lo sborone ed ammazzare UN vampiro con uno stratagemma lì per lì furbo ma col senno di poi decisamente inutile, fa ammazzare la metà dei suoi compagni; e poi il suo degno compare, che per simpatia decide di fare fuori preventivamente moglie e figli prima che se li mangino i vampiri e poi, o sfortuna delle sfortune, non riesce ad ammazzarsi a sua volta perché “casualmente” gli si inceppa il fucile, costringendolo così a vivere nella colpa e nella solitudine, nonché a metterla nello stoppino agli ultimi sopravvissuti. E il suo amichetto sceriffo, invece di rovinarlo di mazzate lo consola anche! Allora avevo ragione io, manie suicide… L’unica scena con le palle è quella in cui il 50% dei vampiri viene fatto fuori dall’unico umano illuminato che, paradossalmente, fino ad allora si era comportato da cavernicolo: basta usare uno spazzaneve/tagliaghiaccio e via, quanti succhiasangue che si segano in due!


Ma parliamo dei vampiri. Orrendi. Buffoni. Tabozzi. Parlano tra loro con un linguaggio che assomiglia alle urla di Chewbacca incrociate con il rantolo di un essere umano che sta per essere strozzato da un osso di pollo conficcato in gola. Dico, ALMENO, dai una spiegazione, dì da dove vengono, dagli la facoltà di parlare in una lingua comprensibile di tanto in tanto: figuriamoci. Per tutto il film saltano come rane e mostrano zanne che al confronto quelle di It sono dei dentini da latte. E visto che abbiamo tirato in mezzo il Re King, vorrei ricordare che, come ben insegna Le notti di Salem (che pur è stato adattato in un omonimo film noiosissimo ed orrendo, nonostante sia stato diretto da Tobe Hooper e contasse nel cast Donald Sutherland), il vampiro fa paura perché è insinuante, strisciante, si confonde bene con gli umani e ti prende quando meno te lo aspetti. In quello splendido romanzo un’intera cittadina viene vampirizzata e distrutta da un solo vampiro che crea proseliti, non arriva con un branco di suoi consanguinei mettendola a ferro e fuoco. Una cosa così ti sbatte in faccia il vampiro togliendogli il fascino, togliendo l’incertezza, l’inquietudine del “non sapere”. Altra cosa che non si spiega, inoltre, è in base a cosa alcuni vengano infettati dal sangue dei vampiri (ma lo sceneggiatore era anche indeciso: il mezzo per essere infettati è il sangue o il loro morso? Boh, nell’incertezza li ha messi tutti e due, a seconda di cosa faceva comodo, soprattutto per lo sboronissimo finale…) e altri no? Bah. E bah anche agli attori: molli, molli, molli… non ai livelli di Tom Hanks ma si vede benissimo che non ne hanno voglia, né quando devono scappare, né quando devono far andare l’accetta. Insomma, io da buona amante dell’horror e soprattutto dei vampiri, vi consiglio di evitarlo. Ma ho anche letto recensioni positive, quindi… fate vobis, anche solo per curiosità. In fondo la storia è particolare, però potevano portarla avanti meglio.

David Slade è il regista della pellicola. Inglese, si è fatto le ossa su alcuni video prima di salire alla ribalta con il controverso e chiacchieratissimo Hard Candy. Ha 40 anni e tre film in uscita, tra cui (orrore!!) il terzo capitolo della saga di Twilight.


Josh Hartnett interpreta lo sceriffo Eben. Per fortuna questo attorucolo diventato famoso solo perché belloccio (e per aver interpretato l’orrendo ma ahimé amatissimo dalle fanciulle dell’epoca Pearl Harbor) non ha fatto troppi film, ma anche quei pochi sono comunque troppi. Tra le sue pellicole ricordo il mediocre Halloween 20 anni dopo, Il giardino delle vergini suicide, O come Otello, Sin City (si vede poco ma è “l’uomo”, colui che offre alle donne un modo elegante per uccidersi…), Black Dahlia. Ha 31 anni e tre film in uscita.


Melissa George interpreta Stella, la moglie di Eben. Io mi sono innamorata della sua interpretazione della perfida Lauren nella serie Alias, ma l’attrice australiana (che pure in 30 giorni di buio da il suo peggio…) ha all’attivo parecchi bei film. Come tutti gli idoli della terra dei canguri, ha esordito nell’orrenda ed infinita soap opera Home and Away, l’incubo mio e di Toto, per colpa della maledetta Matilda, nei 9 mesi passati a Mildura; la carriera della bionda Melissa è poi continuata con Dark City, Mulholland Drive, L.A. Confidential, Amityville Horror (ovviamente il remake), Derailed – Attrazione letale e Turistas. Per la TV, oltre al già citato Home and Away, ha recitato in Friends, Monk, Streghe, Two Twisted (che nostalgia…). Ha 33 anni e un film in uscita, un probabile seguito di questo orrendo film.


Danny Huston interpreta Marlow, irriconoscibile come capo vampiro. L’attore di origini romane è già stato protagonista di questo blog, pur non essendo mai citato: ha interpretato 21 grammi – Il peso dell’anima, The Aviator, Maria Antonietta, The Number 23, X – Men le origini: Wolverine. Ha 47 anni e tre film in uscita. 


Dopo questa devastante recensione, vi lascio al pur promettente trailer… ENJOY!


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