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mercoledì 4 settembre 2024

Aliens - Scontro finale (1986)

La challenge di oggi voleva un film degli anni '80 e ho scelto così Aliens - Scontro finale (Aliens), diretto e co-sceneggiato nel 1986 dal regista James Cameron e vincitore di tre premi Oscar: Migliori effetti speciali, Miglior colonna sonora originale, Miglior montaggio sonoro.


Trama: l'astronave di Ripley viene ritrovata e la donna viene svegliata dal sonno criogenico dopo più di 50 anni. Il ritorno sulla Terra risulta difficile, ma non quanto dover tornare sul planetoide dove il suo equipaggio era stato sterminato dall'alieno, ora trasformato in una colonia...


Avrò sicuramente già scritto che la saga di Alien non è tra le mie preferite e che, di conseguenza, avrò visto i film che la compongono solo una volta, al massimo un paio. Ciò vale anche per Aliens - Scontro finale, che ricordavo di aver visto intorno al 1997 e poi mai più, ispirata (non ridete) dalla cassetta X-Terror Files 2, che conteneva un riadattamento della colonna sonora inframezzato da alcuni degli iconici dialoghi, in primis il "Get away from her, you bitch!" finale. E' stato dunque come guardare un film inedito, completamente diverso dal predecessore, che invece avevo ancora ben fresco in mente. Aliens, a differenza di Alien, non è un horror ma un action di fantascienza, carico di quelle vibes anni '80 che tanto fanno andare in visibilio chi è figlio di quei tempi come me. Nonostante questo, è anche un film modernissimo, ovviamente. Ripley, che nel primo capitolo veniva fatta assurgere a protagonista in maniera inaspettata, dopo un primo atto passato quasi completamente nell'ombra, è il fulcro della storia fin dall'inizio, nonché baluardo contro tutto ciò che è all-american e testosteronico, dal capitalismo sfrenato che non guarda in faccia a nessuno per il profitto, ai fucili automatici più grossi di coloro che li impugnano. Ripley è l'estranea dell'equipaggio, con tutti i suoi traumi, le sue diffidenze e il suo carattere stundaio, ma nel giro di poco si guadagna il rispetto e la fiducia del gruppo di marine impegnati nella missione su LV-426. Questo perché Ripley, in questo film, non lotta per la sua salvare se stessa, bensì la piccola Newt, unica sopravvissuta alla mattanza degli alieni, e ciò la rende ancora più umana e fondamentale, così come rende Aliens meno freddo e, passatemi il termine, più "avventuroso" rispetto all'algido capolavoro di Ridley Scott. Come ho scritto sopra, sono due generi diversi, ed è inevitabile. Lo spettatore sa già cosa aspettarsi dai ferocissimi xenomorfi; la tensione non manca, così come non mancano un paio di scene schifosette, ma gli alieni sono meno subdoli e più diretti, Cameron punta tutto su un gran dispendio di armi ed esplosioni, con un confronto col "boss finale" che risulta in uno scontro fisico tra titani e tra due tipi di istinto materno, diversi ma speculari.


Chi, come me, non è legato alla saga ma ha guardato da poco Avatar, si potrà divertire a trovare già in questo Aliens embrioni di un sacco di armi, armature, equipaggiamenti e personaggi, se ci fosse ancora bisogno di testimoniare la genialità di James Cameron e la modernità del suo spettacolare modo di fare cinema. Non a caso, gli effetti speciali reggono alla perfezione l'usura del tempo. Nell'Alien di Ridley Scott sembrava tutto, volutamente, già vecchio e squallido, Aliens rende invece protagonisti complicati ma funzionali esempi di ingegno umano (che nulla possono contro gli xenomorfi, ma questo è un altro discorso) e, dal momento in cui compaiono gli alieni titolari, è impossibile non rimanere a fissare lo schermo a bocca aperta. A proposito degli alieni, è impressionante il loro attacco ed è impressionante il loro realismo sia nelle inquadrature ravvicinate sia quando brulicano addosso ai poveri marine, per non parlare della terrificante "madre" annidata in una delle scenografie più genuinamente raccapriccianti della storia del cinema; se già lo xenomorfo del primo Alien aveva una sua perversa personalità, la Regina è un incubo gigante di tremenda intelligenza, un inarrestabile concentrato di odio che, da sola, decreta la superiorità degli effetti pratici su qualunque frutto della grafica computerizzata. E anche il cast, ovviamente, ha buona parte del merito della riuscita di Aliens. Sigourney Weaver è sempre iconica e il suo personaggio si arricchisce di ulteriore profondità grazie al legame, tenero e credibile, con la piccola Newt, ma gente come Lance Henriksen, Bill Paxton e Jenette Goldstein sono le ciliegine sulla torta di un parterre di marine indimenticabile, benché sfortunato, e non lo dico solo perché, grazie a questo film, è stato realizzato quel trionfo di Il buio si avvicina. Per l'ennesima volta, la challenge horror (anche se Aliens - Scontro finale di horror ha poco o nulla) mi ha dato delle gioie e mi ha spinta a riguardare un film che, nella mia pigrizia, non sarei riuscita a recuperare nemmeno con l'uscita di Romulus, cosa che invece ha fatto Lucia, con la sua bella rassegna che vi invito a leggere, perché scritta con competenza e passione, a differenza di questo post. D'altronde, sono scoppiata a ridere pensando a Cartman nel momento esatto in cui Newt ha detto "Molto spesso vengono di notte. Molto spesso", quindi sono proprio una brutta persona. 
 

Del regista e co-sceneggiatore James Cameron ho già parlato QUI. Sigourney Weaver (Ripley), Michael Biehn (Hicks), Lance Henriksen (Bishop), Bill Paxton (Hudson), William Hope (Gorman), Jenette Goldstein (Vasquez) e Mark Rolston (Drake) li trovate invece ai rispettivi link. 

Paul Reiser interpreta Burke. Americano, lo ricordo per film come Beverly Hills Cop - Un piedipiatti a Beverly Hills, Beverly Hills Cop II - Un piedipiatti a Beverly Hills II, Bella, bionda... e dice sempre sì, Storia di noi due, Dietro i candelabri, Whiplash, The Darkness e serie quali Innamorati pazzi, The Boys e Stranger Things. Anche sceneggiatore e produttore, ha 68 anni e un film in uscita, inoltre tornerà nell'ultima stagione di Stranger Things


Stephen Lang aveva fatto l'audizione per i ruoli di Burke e Hicks, mentre per quanto riguarda Bill Paxton c'è stato il serio rischio di vederlo come Zed in Scuola di polizia 2: Prima missione e per fortuna ha preferito accettare la parte di Hudson o non avremmo mai avuto Bobcat Goldthwait! Per brindare allo scampato pericolo, recuperate AlienAlien 3, Alien - La clonazione, Prometheus, e Alien: Covenant. ENJOY!  



lunedì 8 luglio 2024

Il buio si avvicina (1987)

La challenge horror oggi voleva un film diretto da una donna. Ho così scelto Il buio si avvicina (Near Dark), diretto e co-sceneggiato nel 1987 dalla regista Kathryn Bigelow.


Trama: una notte, il giovane Caleb incontra Mae e se ne invaghisce. Finito l'appuntamento, invece di baciarlo, la ragazza lo morde e lo trasforma in un vampiro...


Mi vergogno molto ma, nonostante ami l'horror e i vampiri, non avevo mai visto Il buio si avvicina. Forse non lo passavano a Notte Horror né in TV, forse non aveva una locandina abbastanza accattivante da attirare la mia attenzione nel video noleggio, fatto sta che l'ho recuperato solo alla mia veneranda età. E quanto mi è piaciuto. Ne hanno già scritto fior di elogi persone ben più competenti di me, quindi probabilmente non dirò nulla di nuovo ma almeno colmerò la lacuna sul blog. Il buio si avvicina è un'opera molto avanti per il suo tempo, in quanto rilettura del mito del vampiro in chiave western, con una bella spruzzata di road movie tanto per gradire. Adesso siamo abituati a vedere vampiri in tutte le salse, ma indubbiamente alla fine degli anni '80 poteva fare strano già solo che la parola "vampiro" non venisse nominata, così come la maggior parte dei cliché che, nel bene o nel male, ne caratterizzano la figura fin dai tempi di Bram Stoker. Via aglio e croci, dunque, ma via anche le zanne, i pipistrelli, la nebbia e la nobiltà, rimangono solo la vulnerabilità al sole e la necessità di nutrirsi di sangue per sopravvivere, come scopre suo malgrado Caleb dopo aver sperato di combinare qualcosa con la bionda Mae. Quest'ultima, vuoi perché inesperta o chissà per quale altro motivo, invece di uccidere Caleb dopo averlo morso lascia che si trasformi in vampiro e lo introduce alla sua strana famiglia. Qui c'è l'altra bella novità de Il buio si avvicina, che non si concentra su una stantia e banale storiella d'amore adolescenziale, ma racconta di un ragazzo diviso tra due mondi, tra l'affetto e la fascinazione per la ragazza che lo ha condannato a una sanguinaria vita notturna e l'amore profondo per il padre e la sorellina. Naturalmente, noi spettatori tifiamo per Caleb e speriamo possa diventare un vampiro "di successo" senza perdere i suoi legami di sangue, ma arriviamo a volere bene anche al quartetto di vampiri che lo accolgono con riluttanza, ognuno più carismatico dell'altro (tranne, paradossalmente, Mae), in virtù del profondo rapporto di affetto e cameratismo che intercorre tra loro. E' un po' quello che sarebbe successo decenni dopo con Rob Zombie e i suoi Devil's Rejects (quel contorto meccanismo per cui non importa quanto abietti siano i personaggi, se fra loro c'è coesione e affetto, anche solo per la necessità di proteggersi da un mondo dal loro punto di vista ostile e incapace di comprenderli o accettarli) ed è un escamotage narrativo che riesce a ben pochi autori, perché il rischio è quello di non trovare il giusto equilibrio, cosa che in effetti è accaduta con 3 From Hell, sempre di Zombie, mentre qui funziona alla stragrande.


Merito di Kathryn Bigelow, al suo primo film come unica regista dietro la macchina da presa e al secondo come co-sceneggiatrice, ma già dotata di idee molto chiare sia a livello di tematiche da esplorare, sia per quanto riguarda le sequenze: alcune di esse sono assai spettacolari, anche grazie a un'ottima fotografia che illumina la notte (come nei dialoghi messi in bocca a Mae) e a un montaggio fluido e dinamico, e la mia preferita è di sicuro quella del raid al motel, trasformato in una trappola mortale talmente fragile che sembra fatta di carta. Il buio si avvicina ha anche il merito di rendere affascinanti personaggi brutti, sporchi e cattivi, distanti dall'iconografia fighètta del vampiro e più vicini all'immagine che potrebbero offrire dei drogati o dei senzatetto. Per quanto il sembiante del "piccolo" Homer mi repella un po', ci sono momenti in cui si prova pena per l'attaccamento morboso che arriva a provare per Sarah, mentre Lance Henriksen e Jenette Goldstein trasudano un tale carisma che è difficile non accettarli come pacati ma pericolosi capifamiglia dall'esperienza centenaria. Così come, da amante del Preacher di Ennis, è stato matematicamente impossibile, per me, non impazzire per il Severen di Bill Paxton, personaggio nel quale ho ritrovato ben più di un aspetto dell'adorato Cassidy (ma, in generale, l'intera saga di Preacher e buona parte del design dei personaggi e dei setting mi è sembrata debitrice de Il buio si avvicina); contemporaneamente disgustoso e sexyssimo, Bill Paxton è una mina vagante che surclassa il protagonista un po' bietolone, e probabilmente al giorno d'oggi Severen si beccherebbe tanti di quelli spin-off da fare la fortuna della Bigelow. Ahimé, così non è stato negli anni '80, quando Il buio si avvicina è stato surclassato da Ragazzi perduti e dalle sue atmosfere un po' più commerciali e "facili", ma se date retta a me il film di Schumacher non è nemmeno degno di allacciare le scarpe a quello della Bigelow. Anzi, considerato anche quanto sono rimasta stupita di fronte a un'inaspettato twist, direi che Il buio si avvicina non ha perso di freschezza nemmeno dopo tutto questo tempo, tanto da finire dritto tra i miei film vampirici preferiti, assieme a un altro film che, a mio avviso, gli deve moltissimo, Vampires. Meglio tardi che mai!!


Della regista e co-sceneggiatrice Kathryn Bigelow ho già parlato QUI. Lance Henriksen (Jesse Hooker), Bill Paxton (Severen), Joshua John Miller (Homer) e Troy Evans (poliziotto in borghese) li trovate invece ai rispettivi link.

Adrian Pasdar interpreta Caleb Colton. Per me quest'uomo sarà sempre Nathan Petrelli della serie Heroes, ma ha partecipato a film come Top Gun, Carlito's Way, L'esorcismo - L'ultimo atto e ad altre serie quali Oltre i limiti, Desperate Housewives e Agents of S.H.I.E.L.D.; come doppiatore, ha lavorato in Phineas e Ferb. Americano, anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 66 anni. 


Jenette Goldstein
interpreta Diamondback. Americana, ha partecipato a film come Aliens - Scontro finale, Arma letale 2, Terminator 2 - Il giorno del giudizio, Titanic, Paura e delirio a Las Vegas e a serie come MacGyver, E.R. Medici in prima linea, Six Feet Under, Alias e 24. Ha 64 anni. 


Se Il buio si avvicina vi fosse piaciuto recuperate Ragazzi perduti e VampiresENJOY!

mercoledì 28 settembre 2022

Frailty - Nessuno è al sicuro (2001)

Oggi parliamo di uno dei miei film preferiti, Frailty - Nessuno è al sicuro (Frailty), diretto nel 2001 dal regista Bill Paxton.


Trama: in una notte piovosa, un uomo si presenta a un agente dell'FBI dichiarando di conoscere l'identità del serial killer Mano di Dio, dietro cui si nasconderebbe il fratello col quale ha condiviso una terribile infanzia...


Avevo visto Frailty al cinema nel lontano 2002 e ricordo ancora oggi quanto mi fosse piaciuto. Tuttavia, non sono mai più riuscita a ritrovarlo, perso in passaggi televisivi probabilmente tardivi, raro da scovare in DVD o Bluray, completamente assente dal circuito dello streaming. Ultimamente mi sono incaponita e ho deciso di cercarlo e rivederlo, con somma soddisfazione, perché anche vent'anni dopo Frailty si è riconfermato uno dei film più intriganti, nel suo genere, che mi sia capitato di vedere. Cercherò di non fare spoiler, anche se spero che i miei pochissimi lettori conoscano già l'opera. Frailty è figlio dei thriller di fine anni '90 e delle contaminazioni di inizio secolo con l'horror sovrannaturale, che hanno dato parecchi frutti buoni (che trovate in fondo al post) e altri meno buoni e incasinati. A mio modesto parere, questo è uno dei migliori, anche perché la sua storia ha un sapore estremamente Kinghiano, e parrebbe uscita dritta dalla penna del Re. Abbiamo, infatti, un uomo che racconta a un agente dell'FBI la sua orribile infanzia, passata senza una madre e con un padre che, in breve tempo, è passato dall'essere un genitore amorevole a un folle ossessionato da una missione divina; papà Meiks, una sera, riceve la visita di un angelo che gli affida l'ingrato compito di scovare e uccidere demoni, nascosti dietro al sembiante di normalissime persone, e coinvolge nella missione anche i suoi due figli, il piccolo Adam e Fenton, il maggiore, che è poi la voce narrante dell'intera storia. L'orrore reale di Frailty è vedere andare in pezzi il mondo sicuro di Fenton, costretto a subire la ferma convinzione del padre e a perdere anche il fratellino, totalmente soggiogato dalle idee del genitore, ritrovandosi lacerato tra l'affetto per i familiari e la consapevolezza dell'orrore delle loro azioni in un'età in cui è difficile capire al 100% cosa sia giusto e cosa sia sbagliato.


Il punto di vista di Fenton diventa totale all'interno del film. Non solo pendiamo dalle sue labbra, annichiliti dall'orrore di quello che due bambini sono costretti a subire (il padre è convinto di uccidere demoni e non capisce perché Fenton non veda oltre la loro apparenza di persone, mentre il bambino vede esseri umani massacrati con l'accetta, e questa è solo la punta dell'iceberg), al punto da riscuoterci perplessi quando la narrazione torna a concentrarsi sul dialogo tra un Fenton ormai adulto e l'agente dell'FBI, ma Bill Paxton si impegna a mettere su schermo il punto di vista di un bambino anche grazie alle inquadrature: tutto, nei flashback che sono il cuore della vicenda, viene reso a misura di ragazzino, con gli adulti ripresi dal basso verso l'alto, ad incombere da ambienti sempre meno familiari e sempre più ristretti e cupi, con ben poche concessioni a quelli che dovrebbero essere i luoghi frequentati da Fenton, come la scuola, il parco, le case degli amici, ecc. In tutto questo, sebbene il disagio e l'orrore derivanti dalle vicende di Fenton siano tangibili e anche troppo reali, c'è un orrore ancora più grande a pendere come una spada di Damocle sulla testa dello spettatore, ovvero il dubbio che il padre dei due bambini possa avere ragione. La narrazione è interamente filtrata dal punto di vista di Fenton, come ho detto, tuttavia alcuni elementi visivi e alcune inquadrature, pur rimanendo strettamente legate a un registro realistico (salvo la scena in cui un angelo visita effettivamente papà Meiks, l'unica davvero surreale presente in tutto il film) insinuano qualche dubbio nella mente dello spettatore, che viene costretto a rimanere attento e coinvolto fino al finale, del quale, ovviamente, non parlerò, e che da anni divide. Da par mio, dico che l'ho sempre apprezzato molto, perché rende il tutto ancora più tragico ed inquietante (SPOILER: il destino di Fenton, spinto alla psicosi proprio dal padre che voleva salvare l'umanità per mano di Dio, segna il fallimento sia del genitore sia di quel fratello che ha scelto di ereditarne la crociata e sottolinea ancor più come il "bene" predicato da Meiks valesse ben poco rispetto alla tortura fisica e psicologica subita dal figlio maggiore. Adam, da par suo, che si scopre essere il vero narratore, nonostante emerga come "vincitore" di una vicenda realmente sovrannaturale, è difficile da percepire come angelo salvatore, e risulta l'ennesimo strumento, cieco e folle, di una divinità che non guarda in faccia a nessuno pur di perseguire i suoi scopi). Se non vi è mai capitato di guardare Frailty fatelo subito, per gli altri potrebbe essere il gradito ripescaggio di uno dei titoli più interessanti e gradevoli dell'epoca. 


Del regista Bill Paxton, che interpreta anche papà Meiks, ho già parlato QUI. Matthew McConaughey (Fenton Meiks), Powers Boothe (Agente Wesley Doyle) e Matt O'Leary (Fenton bambino) li trovate invece ai rispettivi link.


John Paxton, padre di Bill, compare nei panni di un uomo delle pulizie. Se Frailty vi fosse piaciuto recuperate anche The Gift e Identità. ENJOY!  

domenica 3 dicembre 2017

Predator 2 (1990)

Essendomi riguardata Predator ho pensato "Ho fatto trenta, facciamo anche trentuno"ed ecco perché oggi vi parlerò di Predator 2, diretto nel 1990 dal regista Stephen Hopkins.


Trama: nel bel mezzo di una guerra metropolitana tra bande piomba un Predator assetato di sangue che elegge il Tenente Mike Harrigan a nemico e preda maggiormente ambita...



Sull'onda del successo cinematografico del primo Predator, la Dark Comics si è accaparrata un paio di anni dopo i diritti per lo sfruttamento del personaggio e ha immesso sul mercato una miniserie a fumetti di quattro numeri. Dal successo di questa mini dipendeva il ritorno di Predator sullo schermo ed evidentemente la scommessa è stata vinta in quanto nel novembre del 1990 (pochi mesi dopo la conclusione della serie a fumetti) usciva negli USA Predator 2, ambientato 10 anni dopo gli eventi accorsi nel primo film e ispirato dalle atmosfere metropolitane del fumetto. Accantonata la lussureggiante giungla colombiana e l'idea di un gruppo di tostissimi mercenari persi in una terra ostile, Predator 2 offre allo spettatore uno scorcio di futuro talmente squallido e violento che probabilmente avrebbe ridotto in lacrime persino il Top Dollar de Il Corvo, con una Los Angeles messa a ferro e fuoco da bande rivali di spacciatori di droga armati di pistole grandi quanto cannoni e talvolta persino dediti a pratiche voodoo. La task force comandata dal tenente Harrigan ha già il suo bel da fare a tenere a bada questo nutrito gruppo di strepponi ma le cose si complicano ulteriormente quando un Predator invisibile comincia ad eliminare i delinquenti in modi sempre più sanguinosi, lanciando una chiara sfida agli sbirri che iniziano a loro volta a cadere come mosche. A questo ameno quadro bisogna aggiungere anche un'organizzazione governativa che, come nei migliori episodi di X-Files, sa ma non dice e cerca di tenere nascosta la vera natura del "giustiziere misterioso" scontrandosi con la cocciutaggine di un tenente disposto a tutto pur di scoprire la verità e vendicare i compagni ingiustamente uccisi. In soldoni, Predator 2 è tutto questo, un mix (magari non riuscito come il capostipite ma comunque gradevole) di fantascienza, horror e cop movie ultraviolento, con i grattacieli e le sozze strade di Los Angeles utilizzate come claustrofobico terreno di caccia al posto della giungla e il palese desiderio di  aprire la strada non solo ad altri sequel ma anche e soprattutto a un universo multimediale: sul finale compare una pistola il cui background viene esplorato in uno dei fumetti dedicati a Predator e che avrebbe dovuto in teoria aprire la strada ad un prequel mai girato, inoltre c'è quel simpatico teschio di Xenomorfo che fa ciao dall'interno dell'astronave.


Considerazioni nerd a parte (non mi addentro troppo nell'argomento, non essendo fan sfegatata o #massimaesperta di nessuna delle due saghe e non avendo mai visto Alien vs Predator), tutti nominano giustamente Predator ma c'è del bello e del buono anche nel suo sequel, cupo, pessimista ed esagerato forse più del capostipite. Predator 2 possiede un gusto tutto anni '90 per il cattivone kitsch, per il pistolone gigante, per i complotti e gli aggeggi tecnologici dall'aspetto strano, gusto che innanzitutto consente al Predator di avere un arsenale un po' più ampio e permette poi allo spettatore di farsi grasse risate con villain giustamente terminati nel modo più sanguinolento possibile ma non prima di averli visti gigioneggiare in tutta la loro tamarreide. Alcune sequenze restano impresse a lungo, come per esempio lo scontro in metropolitana, decisamente al cardiopalma, il sacrificio voodoo interrotto dall'arrivo del Predator e non ultimo lo scontro finale tra alieno e protagonista, che si conclude con un twist niente male. Ciò che manca a Predator 2, fondamentalmente, è un po' di testosterone da body builder zamarro, che gente come Schwarznegger e Jesse Ventura distribuivano invece a manciate. Non è che Danny Glover sia un protagonista poco valido, però diciamo che l'attore si limita a sudare come un'anguilla e ad urlare scazzato, matto come un cavallo, e per quanto sia badass non riesce a raggiungere le vette di uno Schwarzy che lascia il coltello conficcato nel petto del nemico con tanto di battutina perculante. Fortunatamente i personaggi di contorno sono sufficientemente simpatici, a partire da un Bill Paxton particolarmente logorroico e piacione per arrivare ad un ancor bello Gary Busey, impegnato in un ruolo che da molte gioie soprattutto sul finale, senza dimenticare la quota "rosa" di Maria Conchita Alonso, nonostante sembri più uomale di tutti i suoi colleghi maschi. Non sono sicura che Predator 2 meriti lo status di cult come Predator, tuttavia non è un film al quale si possa voler male ed è sicuramente due spanne sopra l'orrido Predators. Come ho letto da qualche parte su internet "Sono 27 fo**uti anni che non girano un film decente su Predator", speriamo che il ritorno alle origini di Shane Black, previsto per l'anno prossimo, possa metterci una pezza!


Del regista Stephen Hopkins ho già parlato QUI. Gary Busey (Peter Keyes), Rubén Blades (Danny Archuleta), Maria Conchita Alonso (Leona Cantrell), Bill Paxton (Jerry Lambert) e Robert Davi (Capitano Phil Heinemann) li trovate invece ai rispettivi link.

Danny Glover interpreta il tenente Mike Harrigan. Americano, lo ricordo per film come Fuga da Alcatraz, Witness - Il testimone, Il colore viola, Arma letale, Arma letale 2, Arma letale 3, L'uomo della pioggia, Arma letale 4, I Tenenbaum, Saw - L'enigmista e Be Kind Rewind, inoltre ha partecipato a serie quali Ralph Supermaxieroe, ER - Medici in prima linea, My Name is Earl e Criminal Minds; come doppiatore ha lavorato per  serie come Capitan Planet, American Dad!, e film quali Z la formica e Il principe d'Egitto. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 71 anni e ben dieci film in uscita.


Adam Baldwin interpreta Garber. Americano, NON imparentato coi gli altri famosi Baldwin, ha partecipato a film come Full Metal Jacket, Wyatt Earp, Independence Day, Il patriota e a serie quali Oltre i limiti, X-Files, CSI: Miami, Angel, Bones e CSI: NY. Ha 55 anni.


Il ruolo di Gary Busey, a sua volta scelto dal produttore Joel Silver quando invece Stephen Hopkins avrebbe voluto John Lithgow (i produttori avrebbero voluto anche Steven Seagal come protagonista, per inciso), era stato proposto ad Arnold Schwarzenegger, che sarebbe dovuto ritornare come Dutch, ma Schwarzy ha rifiutato, ritenendo stupida l'idea di un Predator a spasso per la città, mentre dopo Trappola di cristallo il compenso richiesto da John McTiernan sarebbe stato troppo alto e i produttori volevano mantenere i costi a livello della pellicola precedente (che è poi lo stesso motivo per cui il film è stato ambientato a Los Angeles invece che a New York). Altro forfait lo ha dato Patrick Swayze, che ha dovuto rinunciare a partecipare al film a causa delle ferite riportate durante le riprese de Il duro del Road House. Ricompare invece, anche se è difficile notarla, relegata com'è a pochissime sequenze mostrate da un monitor, la Anna di Elpidia Carrillo, ovvero la sopravvissuta del primo film. Predator 2 segue direttamente Predator e, ovviamente, precede Predators e l'imminente The Predator oltre a dare ufficialmente il via allo spin-off Alien vs Predator in virtù della testa di alieno vista tra i trofei all'interno dell'astronave sul finale.

venerdì 5 maggio 2017

The Circle (2017)

Dopo due settimane di assenza dalla sala cinematografica ho cercato di rimpinguare un po' le casse del multisala ormai probabilmente sull'orlo del fallimento e sono quindi andata a vedere The Circle, diretto e co-sceneggiato dal regista James Ponsoldt a partire dall'omonimo romanzo di Dave Eggers.


Trama: una ragazza comincia a lavorare per The Circle, azienda impegnata nel campo delle telecomunicazioni. Tra il lavoro al servizio clienti, attività social e telecamere più o meno nascoste, la vita della ragazza e di chi le sta accanto verrà sconvolta dall'onnipresente "occhio" del Grande Fratello...


Facebook, Whatsapp, Istagram, Twitter, Youtube, Linkedin, Swarm, mille altre app social di cui ignoro l'esistenza, la funzione o il nome: al giorno d'oggi, se non sei "connesso" sei fuori dal mondo, se non sei "social" in pratica vuol dire che non stai facendo nulla e io per prima, nonostante le critiche mosse, utilizzo questi strumenti del demonio, sebbene magari non in maniera invasiva come altri. Non so neppure io perché lo faccio, tolte le condivisioni per far conoscere il mio blog. In effetti, perché dovrebbe fregare a qualcuno sapere che sabato sono stata, per dire, a vedere un concerto di Madonna? Perché persone esterne alla mia cerchia più stretta di amici dovrebbero essere interessate a vedere le foto del mio viaggio in Giappone? Eppure si condividono determinate cose perché, di questi tempi strani e misteriosi, persone conosciute proprio sui social, magari mai viste dal vivo, sono diventate in qualche modo importanti e amiche e fa piacere tenere i contatti anche con loro. Potrebbe essere un utilizzo "sano" dei social, come quello di diffondere notizie importanti, avvertire i concittadini relativamente a truffe o furti, cercare il gatto scomparso, ridare il sorriso a chi, per un motivo o per l'altro, è costretto magari a letto oppure ha avuto una giornata del menga e cerca di tirarsi su con qualche lazzo spiritoso dei contatti Facebook più arguti. L'importante è che ogni condivisione parta sempre da una scelta libera (magari responsabile, anche), con l'occhio della mente sempre proiettato verso la realtà vicina e tangibile, soprattutto con la consapevolezza che, magari, all'amico taggato su una foto mentre sta vomitando per strada non farà piacere essere visto da tutti i suoi contatti, quindi sarebbe meglio non violare la privacy altrui. Proprio dal concetto di privacy, ormai apparentemente superato e vetusto in questi tempi digitali, parte il nocciolo della trama di The Circle, in cui un'impiegata comincia a lavorare nell'azienda omonima e si vede inizialmente coinvolta in un turbine di appuntamenti "social" e arricchimenti del proprio profilo ("altrimenti gli altri come fanno a capire chi sei?") al limite del grottesco, per poi ritrovarsi impelagata in qualcosa di ben più serio ed angosciante. La prima parte del film, molto più riuscita della seconda, spinge lo spettatore a porsi domande scomode relative al già citato concetto di privacy e su quale debba essere il limite tra esso e la sicurezza personale o nazionale, riportando in auge l'idea di un "Grande Fratello" che proprio grazie al suo occhio spinge le persone a comportarsi bene nel timore di essere viste e beccate in castagna durante il compimento di crimini più o meno gravi. Nei primi quaranta minuti di film la tensione viene costruita sapientemente, immergendo la protagonista in una realtà "troppo bella per essere vera", circondandola di personaggi ambigui e alzando con un ritmo costante l'asticella dell'invasività delle "regole" che i colleghi le consigliano di seguire, causando nello spettatore un senso di indignazione subito seguito da vergogna, ché la realtà non è poi così diversa, e alimentandone ovviamente le aspettative... e qui risiede l'enorme problema di The Circle.


Dopo un inizio scoppiettante e dopo aver intavolato una serie di domande scomode, la pellicola di Ponsoldt si affloscia al punto che non saprei neppure io spiegare cosa diamine sia andato storto senza ricorrere a degli SPOILER. Nella prima parte del film la protagonista accetta di partecipare ad un esperimento social che la priva di qualsiasi tipo di privacy (una sorta di "punizione" per un'infrazione minore, probabilmente il punto di ridicolo più alto toccato dalla sceneggiatura) e, facendo questo, diventa una sorta di guru mondiale, il volto rassicurante di The Circle ma anche la coscienza diabolica che spinge i due fondatori a osare di più, ad obbligare le persone ad iscriversi al social per poter votare e persino a creare un programma capace di scovare chi non ha voglia (in quanto criminale oppure in quanto persona "analogica") di fare parte della comunità dei cosiddetti Circlers, fino ad arrivare alle estreme conseguenze. Scossa da un avvenimento terribile, Mae decide di sbugiardare i due fondatori della compagnia sfruttando i loro stessi mezzi e mostrandoli al mondo per quello che sono, cioé due furboni matricolati interessati solo a fare soldi... e qui il film finisce. Finisce con Mae che, invece di scappare in Scozia con l'amica Annie e fanculizzare internet, abbraccia un mondo fatto di telecamere nascoste, droni invasivi, messaggini sul cellulare e buongiornissimi di prima mattina, col sorriso sulle labbra di chi ha fatto proprio un'opera buona. Ma de che, scusa? Alla fine non è cambiato proprio nulla, probabilmente avranno chiuso in carcere Hanks e socio ma a che è servito il "martirio" del povero falegname sfigato? E perché un genio come Lafitte non si è reso conto che Mae è, in definitiva, una povera psicopatica? FINE SPOILER. In pratica, molto rumore per nulla, in quanto The Circle non solo sceglie l'ignavia evitando di prendere una posizione chiara rispetto ai problemi che solleva (la sceneggiatura in tal senso è stupida ma, effettivamente, può far riflettere l'idea dell'"obbligo morale" di condividere visivamente delle esperienze personali con chi, per problemi fisici, non potrà mai provarle) ma, ancor peggio, toglie la componente thriller da una storia nata anche per essere tale, riducendo la "minaccia" dell'azienda ed imputandola esclusivamente alla stupidità umana, come a dire "il mondo è così, non ci si può fare nulla". Posso accettare, anzi, solitamente apprezzo le distopie che finiscono male ma qui siamo proprio nel territorio della superficialità, del lassismo, del "non ci hanno dato soldi per continuare a girare la pellicola, finiamola un po' come viene viene", del lanciare il sasso e ritirare la mano, lasciando allo spettatore un film insipido come la sua protagonista. Senza nulla togliere ad Emma Watson, per me bravissima e bella da mozzare il fiato ma purtroppo costretta in un personaggio per il quale è impossibile provare la minima empatia, neppure dotandola di un genitore (ciao, Bill, ci mancherai) afflitto da distrofia muscolare, perché la verità è che Mae è scema come un tacco e fa fare bella figura persino allo Steve Jobs de noantri interpretato da Tom Hanks, per una volta tornato ad essere bravo e simpatico, tanto che verrebbe voglia di tifare per lui e vedere l'intero mondo cadere sotto le grinfie della socialità di The Circle per poi andare in pezzi. Non so come sia il libro di Eggers ma se come scrittore e co-sceneggiatore è davvero così miope preferisco lasciare sugli scaffali la sua opera e reimmergermi nelle pagine di Burgess, Orwell, Ballard e di tutti gli altri scrittori che, già decenni fa, sapevano "prevedere" il futuro e riempire davvero d'angoscia il cuore del lettore.


Di Emma Watson (Mae Holland), Glenne Headly (Bonnie Holland), Bill Paxton (Vinnie Holland), Karen Gillan (Annie), Tom Hanks (Bailey) e Patton Oswalt (Tom Stenton) ho già parlato ai rispettivi link.

James Ponsoldt è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come The Spectacular Now. Anche produttore e attore, ha 39 anni e un film in uscita.


John Boyega interpreta Ty Lafitte. Inglese, lo ricordo per film come Attack the Block e Star Wars: Il risveglio della forza. Anche produttore, ha 25 anni e quattro film in uscita, tra i quali i prossimi due episodi di Star Wars e Pacific Rim: Uprising.


Tra gli altri attori, nei panni della senatrice Santos troviamo Judy Reyes, alias la Carla di Scrubs. Il ruolo di Mae era stato offerto ad Alicia Vikander ma l'attrice ha rifiutato per poter partecipare a Jason Bourne, cosa che ha permesso ad Emma Watson di prendere parte al film. Detto questo, se The Circle vi fosse piaciuto recuperate Attacco al potere. ENJOY!

venerdì 27 febbraio 2015

Knockout - Resa dei conti (2011)

Siccome in questo periodo sto guardando parecchi film "pesi" mi è venuta voglia di alternarli a qualche pellicola un po' più tamarra per evitare di uscirci di testa. Con questa intenzione ho quindi recuperato Knockout - Resa dei conti (Haywire), diretto nel 2011 dal regista Steven Soderbergh.


Trama: dopo una missione finita malissimo, l'agente Mallory scopre di essere stata incastrata e che il suo datore di lavoro (nonché ex-fidanzato) la vuole morta. Ovviamente la donna non se ne starà a guardare e cercherà vendetta...



Riuscite ad immaginare il diludendo nello scoprire che la tanto bramata tamarreide è in realtà un action patinato zeppo di flashback? A rischio di beccarmi una botta di capra sgarbiana mi sento di affermare senza dubbio che Knockout - Resa dei conti è un affronto al genere nonché un enorme inganno per lo spettatore, peggio ancora puzza vagamente di The Counselor - Il procuratore e mi ha ammorbata talmente tanto che ho rischiato di perdermi la visione di Fassbender in deshabillé. E questa è una cosa grave, una cosa a cui mai si rimedia. Beninteso, il mio astio deriva principalmente dalla trama e dall'utilizzo di un personaggio principale assai distante dai miei canoni di donna forte e carismatica (leggi: Leeloo, Beatrix Kiddo, Nikita, Hit-Girl, solo per fare un paio di nomi); sulla carta, l'idea di una donna sola contro tutti in un mondo in mano agli uomini sarebbe stata una figata ma in realtà la trama di Knockout è zeppa di momenti morti in cui i personaggi si guardano in cagnesco o parlano, parlano e parlano come se l'intera pellicola fosse un dramma esistenziale, mentre Mallory Kane è una virago senza alcun carisma, tutta tecnica marziale e niente passione, perennemente scazzata al punto che mentre tutti parlano, parlano e parlano ancora... lei sta muta, a cogitare sul perché della sua esistenza ingrata e probabilmente a cercare di far esplodere l'interlocutore col pensiero. Ho trovato assai poco riuscito il mix di action e spy story perché il primo richiede poca raffinatezza e molta innovazione mentre il secondo necessita di qualcosa di più elegante e sottile per funzionare al meglio e il risultato finale per Knockout è quello di un film ibrido dove la vendetta della protagonista deve passare necessariamente attraverso un paio di "machiavellici" personaggi che non sanno neppure perché diamine sono finiti lì ma si vantano comunque della cosa.


Per fortuna Soderbergh è comunque un regista capace e stiloso e si sbizzarrisce con inquadrature prese da angoli insospettati ed arditi, si permette di riprendere un silenzioso corpo a corpo davanti ad uno splendido tramonto, regala (dopo tanta sofferenza, va detto) un finale esilarante che lascia allo spettatore il compito di immaginare cosa succeda al "villain supremo"... però, che camurrìa dover aspettare questi pochi zuccherini. Il problema è che Knockout è zeppo di attori famosi ma, a parte l'elegante Fassbender e il particolare Antonio Banderas, tutto il cast è o sprecato oppure utilizzato malissimo. Parlando di quelli che compaiono per più di cinque minuti (Douglas, Paxton e Kassovitz non fanno praticamente testo) Gina Carano, come ho detto sopra, è sicuramente una lottatrice bravissima ma è anche un gatto di marmo inespressivo, costretta ad un certo punto in un abito da sera che, poverino, urla vendetta mentre Ewan McGregor, con quella sua faccetta carina da ragazzino svagato, è adatto al ruolo di cattivissimo boss come potrei esserlo io. Il peggior attore della pellicola è però sicuramente Channing Tatum e io mi chiedo come possa ancora avere una carriera questo quarto di bue visto che, se non ci fossero stati i sottotitoli, probabilmente avrei pensato che il buon Tatum parlasse una lingua totalmente avulsa dalle regole base della pronuncia americana. Per tutti i motivi di cui sopra, dunque, dichiaro Knockout - Resa dei conti nettamente inferiore per passione e tamarreide ai begli action con i quali sono cresciuta nonché pellicola buona solo per chi snobba questo genere di cinema "basso" ma vorrebbe comunque sfogarsi con qualche pugno ben dato. Mi dispiace ma per me non è la stessa cosa!


Del regista Steven Soderbergh ho già parlato QUI. Di Channing Tatum (Aaron), Michael Douglas (Alex Coblenz), Antonio Banderas (Rodrigo), Ewan McGregor (Kenneth), Michael Fassbender (Paul) e Bill Paxton (John Kane) ho già parlato ai rispettivi link.

Gina Carano interpreta Mallory Kane. Ex lottatrice di arti marziali e concorrente di American Gladiators, ha partecipato a film come Fast & Furious 6. Anche produttrice, ha 33 anni e quattro film in uscita.


Mathieu Kassovitz interpreta Studer. Francese, lo ricordo per film come L'odio, Il quinto elemento e Il favoloso mondo di Amélie. Anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 47 anni.


Dennis Quaid avrebbe dovuto interpretare John Kane ma per impegni pregressi ha dovuto rinunciare ed è stato così sostituito da Bill Paxton. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate Nikita, Kill Bill e Drive. ENJOY!

venerdì 2 febbraio 2007

Mortuary (1983)


Dalla locandina: Prima del tuo funerale... Prima che ti seppelliscano.. Prima che ti coprano con l'ultima manciata di terra.. Assicurati di essere morto davvero!

Nell'incessante ricerca di horror, dovevo capitare anche in questa bufala, che di pauroso nulla ha se non l'idea che gente possa tornare a rivederlo...

Mortuary è un filmetto giallo/horror scritto e diretto da tale Howard Avedis, che parte come un film sovrannaturale, con tanto di setta satanica e killer fantasmatico, per poi finire in una bufala degna del peggior giallo all'italiana.

La trama è questa: Una ragazza di nome Christie viene perseguitata dagli incubi dalla morte di suo padre (ucciso in piscina sfiorato da una martellata), il Dottor Parson. Nel frattempo tutti quelli che la circondano vengon fatti fuori da un essere di nero ammantato, con una faccia simile ad un incrocio tra i Kiss e la maschera di Scream, la cui arma prediletta è un arnese appuntito usato per imbalsamare i cadaveri (c'è un motivo per cui il titolo è Mortuary e non Newsagency). Se non siete stati completamente ammorbati da musiche, cast e mancanza di gore, dopo 10 minuti avrete già capito l'identità del killer, anche se avranno cercato di sviarvi più e più volte (?).

Onestamente questo film è la quintessenza della banalità: sonnambulismo, mostro incappucciato, adolescenti in pericolo, ambientazione da camera mortuaria, insomma ci sono un pò tutti i cliché, trattati con piglio americano. Dico questo perché con una trama simile, un regista italiano anni '70-'80 avrebbe tirato fuori una cosa morbosetta e fastidiosa, inneggiante alla necrofilia (come potrebbe essere un Buio Omega) mentre qui i toni sono piuttosto soft, a parte la solita scopatella tra adolescenti e un finale che è un pò una rimpatriata in famiglia trash, accompagnata da un povero Mozart che si starà rivoltando nella fossa comune per l'uso improprio della sua musica.

La carriera del regista è finita giustamente dopo questo obbrobrio, quindi negli anni '80, ma vediamo un pò gli  interpreti se hanno avuto più fortuna..

La protagonista Mary Beth McDonough, che interpreta Christie, ha costruito una carriera nei serial televisivi, partecipando anche solo per un episodio in telefilm conosciutissimi come The New Adventures of Old Christine, Boston Legal, Will & Grace, West Wing, Ally McBeal, Walker Texas Ranger, ER, Hunter, General Hospital.


Meno attivo il suo partner David  Wallace, impegnato in Hotel, JAG, General Hospital e Febbre D'Amore.



La chicca arriva quando compare un giovanissimo Bill Paxton nei panni del figlio del proprietario della morgue, innamorato, non corrisposto, di Christie, che gli preferisce il tipico manzo californiano Wallace. Di questo attore ricordo solo i film per me degni di esser citati: l'inquietante Frailty, lo splendido Soldi Sporchi di Raimi (al sicuro nella mia videoteca ^__^), Una Cena Quasi Perfetta, carinissimo film indipendente con la mia Cameron, Terminator.


Una curiosità: altri due protagonisti, Lynda George e Christopher George (venuto a mancare proprio nell'anno di uscita del film), erano sposati e hanno partecipato assieme a diverse serie televisive, tra le quali Mission imposible, Wonder woman, Love Boat Fantasylandia, e quest'ultimo ha anche avuto l'onore di far da protagonista a colui che è il re dell'Horror italiano: Dario Argento? Banali!! Il signor Fulci, precisamente nel film Paura nella città dei Morti Viventi (ovviamente recuperato e visto..)












Come vedete il destino che attende i due coniugi nella vita e amanti sul set è il medesimo...

 

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