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martedì 28 luglio 2026

Ricchi... da morire - Delitti in famiglia (2026)


Qualche settimana fa ho recuperato anche Ricchi... da morire - Delitti in famiglia (How to Make a Killing), diretto e co-sceneggiato dal regista John Patton Ford.

Trama: Becket si ritrova orfano dopo che la madre, disconosciuta dalla facoltosa famiglia, muore di malattia senza che i suoi parenti muovano un dito per aiutarla a coprire le spese mediche. Destinato comunque ad ereditare l'immenso patrimonio familiare alla morte degli altri discendenti, Becket decide di non aspettare e di accelerarne la dipartita...

Ho deciso di tornare a fare un po' come quando ero ragazzina, e guardare i film anche per la presenza di determinati interpreti. Spinta da questa risoluzione, ho recuperato Ricchi da morire perché nel cast figuravano Margaret Qualley, che ormai adoro, e Ed Harris, che è sempre un piacere vedere sullo schermo. Glen Powell, invece, mi suscita sentimenti contrastanti. Per me lui è il Chad di Scream Queen e per questo gli vorrò sempre bene, ma mi pare che lo stiano utilizzando per riempire il vuoto incolmabile lasciato da Bruce Willis, alternando ruoli action in cui è necessario il suo fisico di tutto rispetto a commedie in cui gli viene richiesto savoir faire, un'aria piaciona e una moralità borderline le quali, purtroppo, evidenziano tutti i limiti della sua gamma espressiva, cosa che non accadeva a Bruno. Anche questo Ricchi da morire rientra nella categoria, ed è lontano dall'essere memorabile non solo per quella faccetta un po' di gomma che si ritrova l'attore, ma anche perché la struttura della trama dà l'idea di una cosa concepita più per una miniserie che per un film. Becket è figlio di una rampolla dell'alta società, la quale decide di andare contro il volere paterno e tenere il bambino, venendo così ripudiata. Rimasti senza un soldo, Becket e la madre tirano avanti finché quest'ultima non muore per malattia. Consapevole di essere l'erede ultimo dell'intera fortuna dei Redfellow, Becket decide di prendere il proprio destino tra le mani e di eliminare sistematicamente tutti i familiari che lo precedono senza aspettare una morte naturale. Ricchi da morire è un intero, lungo flashback raccontato da Becket a un prete il giorno prima dell'esecuzione capitale, quindi il "gioco" del film è capire come e quando, oppure a causa di chi, l'uomo ha compiuto un passo falso fatale. Tra un omicidio e l'altro, troppo breve e ai danni di personaggi troppo superficiali per essere davvero interessanti, Ricchi da morire porta avanti una riflessione sulla moralità delle persone (affidato ad un lungo monologo/spiegone di Ed Harris) e su cosa sia la reale ricchezza, visto che a un certo punto Becket si ritrova tra le mani, prima ancora di raggiungere il suo obiettivo ultimo, uno stile di vita invidiabile.

E' anche questo il motivo per cui dico che Ricchi da morire sarebbe stato meglio come miniserie. C'è, infatti, questa trama "orizzontale" di sviluppo del personaggio di Becket, il quale scopre amore e amicizia espandendo quel microcosmo snob al quale la madre, pur priva di denaro, lo aveva relegato, e poi ci sarebbe un "murder of the week", che porta Becket sempre più vicino alla realizzazione dei suoi piani. Spalmare la vicenda all'interno di una miniserie avrebbe dato più sostanza anche al personaggio di Julia, che qui risulta semplicemente una matta umorale, e avrebbe consentito un finale meno frettoloso e riuscito. E' palese, e anche comprensibile, che i realizzatori puntassero ad un effetto shock, ma la vera dannazione morale di Becket sarebbe stata molto più efficace con un ultimo omicidio (d'altronde, è anche vero che il protagonista non risulta inquietante proprio perché le sue vittime sono molto più deprecabili di lui) eseguito per cieca vendetta, non con un'accettazione passiva degli eventi, con moraletta finale annessa. Ricchi da morire è dunque un film destinato a passare e a non lasciare ricordo di sé e ciò inficia anche l'interpretazione della Qualley la quale, dopo meno di una decina di film "importanti", risulta già la caricatura di sé stessa, relegata nel typecasting di donna affascinante e pericolosa con istinti da dominatrice. Niente di male, ci mancherebbe, anche perché la ragazza è sempre bellissima e, in questo caso, ha anche la fortuna di indossare degli splendidi abiti Chanel, ma la speranza è quella che le vengano affidati ruoli un po' più originali e di spessore, in futuro. Ciò detto, Ricchi da morire è un film perfetto per il mercato dello streaming, quindi non disperatevi se non lo trovate più programmato nei cinema e aspettate con fiducia che esca su qualche piattaforma, se proprio avete voglia di guardarlo.  

mercoledì 18 dicembre 2024

Heretic (2024)

Facendo i debiti calcoli, direi che Heretic, diretto e sceneggiato dai registi Scott Beck e Bryan Woods, sarà l'ultimo horror di cui parlerò quest'anno, e il 2024 non poteva finire meglio!


Trama: sorella Barnes e sorella Paxton, giovani missionarie metodiste, bussano alla porta del gioviale Mr. Creed, senza sapere di essersi appena condannate a vivere un incubo...


Di Heretic avevo giusto visto un teaser o poco più, ma poiché ho sviluppato una passione per l'ultima evoluzione di Hugh Grant, pronto ad addentrarsi nel terreno scivoloso dei ruoli sgradevoli, me l'ero segnato come uno dei film da guardare assolutamente. Ci ho visto giusto, per fortuna, anche se non mi sarei aspettata un film così "ragionato". Più che un horror, infatti, Heretic è un thriller psicologico, che entra nel vivo dopo un'introduzione molto lunga che serve non solo a presentarci i personaggi, ma anche a mettere sul tavolo le dinamiche di potere tra gli stessi. Senza addentrarsi troppo in spoiler, sorella Barnes e sorella Paxton sono due anacronistiche ragazze mormone, che troviamo in procinto di compiere la loro missione di diffusione della parola di Cristo, atta a fare proseliti tra i cosiddetti "investigators", ovvero coloro che sono interessati a capire di più della dottrina della loro Chiesa. Diversamente da quanto accade in opere simili, Barnes e Paxton non sono caratterizzate come delle matte invasate, ma come ragazze normali, motivate da una fede profonda e consapevoli di essere considerate delle reiette dalle loro coetanee; la trama sposa, fin dall'inizio, il loro punto di vista innocente e talvolta ottuso, tanto che è difficile provare antipatia nei loro confronti. Allo stesso modo, almeno nel corso delle prime sequenze di "confronto", è difficile non rimanere affascinati da Mr. Reed, colto gentiluomo per nulla disposto a farsi prendere per il naso da quella che è, fondamentalmente, una setta, e ben disposto ad inculcare un po' di sale in zucca alle due ragazzine con stoccate ironiche e pungenti. Solo che, andando avanti, il registro cambia e si chiarisce il focus di un'operazione come Heretic, che sfrutta la religione per parlare, come ho scritto sopra, di dinamiche di potere e prevaricazione. Di fronte al titolo, mi sarei aspettata che l'incontro col ciarliero, talvolta buffo Mr. Reed, si sarebbe tradotto in qualcosa di satanico, oppure in uno scontro tra invasati religiosi come molto spesso si incontrano all'interno di questo genere di film. In realtà, "Heretic" si fonda sull'etimologia stessa di questa parola ed è interamente basato sulle "scelte" delle protagoniste, condizionate (sin dagli innocenti dialoghi dell'inizio) da fede, credenze, preconcetti e, soprattutto, iterazioni, tutti elementi sapientemente manipolati da un affabulatore nato come Mr. Reed e atti a torturare il prossimo non tanto per diletto, quanto per una patologica mania di controllo.


Il set dove si svolge quasi interamente Heretic, un capolavoro di architettura ed ingegneria "sbagliato" sin dalle prime immagini, è lo specchio della mentalità contorta del suo padrone e uno degli aspetti più interessanti ed originali del film. Scott Beck e Bryan Woods avevano già dimostrato, con Haunt, di saper giocare con le percezioni dello spettatore e dei protagonisti, trasformando un banale horror a tema "case stregate di Halloween" in un gioiellino di tensione; qui, secondo me, alzano ulteriormente il tiro sfruttando alla perfezione il montaggio (una particolare sequenza Kubrickiana si distingue per il gusto finissimo), il sonoro e le musiche, inoltre anche il graduale cambio di registro da commedia grottesca a dramma disperato funziona alla grande e i dialoghi contengono tante di quelle informazioni che servirebbe una vita per confutarle tutte, il che contribuisce ad alimentare l'incertezza dello spettatore relativamente al personaggio di Mr. Reed. Riguardo a quest'ultimo, se Hugh Grant si portasse a casa il Golden Globe festeggerei per giorni. Come ho detto, l'ex eroe delle rom com raffinate è diventato un vecchio bastardo sia nelle interviste che nei ruoli che sceglie, e questa sua nuova natura lo rende, ai miei occhi, molto più interessante che in passato. Pur gigioneggiando come se non ci fosse un domani, Grant non si mangia però tutto il film, perché i realizzatori di Heretic hanno avuto l'intelligenza di affiancargli due giovani attrici dal fascino diametralmente opposto, capaci di completarsi come il giorno e la notte. Da una parte, abbiamo Sophie Thatcher, bellezza crepuscolare e dotata di uno sguardo profondo, fin da subito connotata come l'elemento carismatico della coppia di missionarie; dall'altra abbiamo Chloe East, ingenua e timorosa eppure sempre più importante col proseguire della storia. L'interazione tra i tre, fatta di dialoghi, sguardi e silenzi, svia continuamente lo spettatore, spingendolo in direzioni inaspettate che rendono la visione di Heretic, nonostante la sua natura di slow burn, un viaggio continuo sulle montagne russe, pieno di twist inaspettati (se vi va, nei commenti, vi racconto tutti i castelli mentali che mi sono fatta a un certo punto, perché c'è da ridere). Arrivato alla fine di questo ricchissimo 2024, Heretic è uno dei film più originali che vedremo in Italia l'anno prossimo, e il mio consiglio è di non farselo scappare per niente al mondo!


Dei registi e sceneggiatori Scott Beck e Bryan Woods ho già parlato QUI. Hugh Grant (Mr. Reed), Sophie Thatcher (Sister Barnes) e Topher Grace (Elder Kennedy) li trovate invece ai rispettivi link.



venerdì 1 febbraio 2019

BlacKkKlansman (2018)

Il recupero dei film in vista della Notte degli Oscar procede con BlacKkKlansman, diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Spike Lee partendo dal libro autobiografico Black Klansman di Ron Stalworth e candidato a sei premi Oscar: Miglior Colonna Sonora Originale, Miglior Film, Miglior Sceneggiatura Non Originale, Miglior Regia, Miglior Attore Non Protagonista (Adam Driver) e Miglior Montaggio.


Trama: Ron Stalworth, poliziotto di colore da poco entrato nel corpo di polizia, ottiene l'incarico di infiltrarsi all'interno di una branca del Ku Klux Klan con l'aiuto del collega ebreo Flip Zimmerman.


Come sanno molti di quelli che mi conoscono e che leggono il Bollalmanacco, Spike Lee è un regista che non mi è mai andato molto a genio, salvo quella volta in cui ha diretto La 25sima ora, film obiettivamente splendido. BlacKkKlansman non si avvicina nemmeno per sbaglio alle vette di quella pellicola meravigliosa, ma è comunque una visione gradevole e, soprattutto, per nulla banale, che sfrutta i toni della commedia per raccontare una storia vera, di fatto e purtroppo mai conclusasi definitivamente. Siamo negli anni '70, in piena epoca di Ku Klux Klan e di rivendicazioni sociali (anche violente) da parte delle persone di colore, un periodo in cui il razzismo serpeggia ovunque e i bianchi non si sono ancora abituati all'idea di "diritti civili per tutti". Ron Stalworth, ragazzo di colore, decide di cambiare il sistema da dentro e di entrare nel corpo di polizia di Colorado Springs, aiutato da un po' di faccia tosta e dalla capacità di parlare americano corrente e non solo in jive, come lo definiscono sprezzanti i suoi colleghi; dopo qualche tempo passato in archivio, la recluta giustamente si scazza e decide di chiedere un lavoro più dignitoso, quello di detective, che lo porta a fare il doppio gioco all'interno di un gruppo di attivisti di colore... e a sdoppiarsi per infiltrarsi nella cellula locale del Ku Klux Klan. Ron Stalworth diventa quindi la ragionevole, suadente voce che convince i klansmen locali di volerlo a tutti i costi con loro e, fisicamente, si palesa agli incontri con la pelle bianca, il nasone e l'aplomb di Flip Zimmerman, guarda caso un poliziotto di origini ebraiche che riesce a conquistare persino i membri più diffidenti della cellula. Se Tarantino in Django Unchained dipingeva gli antenati del Ku Klux Klan come un branco di dementi Spike Lee non è da meno, ma invece di fungere da comic relief la rappresentazione di questo gruppo di invasati, ubriaconi e stupidi assortiti perculati da un nero e un ebreo mette solo una gran tristezza mista a un senso di angoscia che mantiene lo spettatore costantemente sul chi va là, perché obiettivamente le vicende di Stalworth hanno dell'incredibile e filano anche troppo lisce, quasi come un film di Bud Spencer e Terence Hill.


Infatti la gabola c'è, e BlacKkKlansman non è la commedia superficiale e demenziale che si intuiva dai trailer, fuorvianti quanto la presenza di dialoghi da buddy cop movie e dello stupidissimo Gran Sacerdote David Duke (peraltro, uomo realmente esistito che ha scoperto di aver avuto a che fare con un "negro" solo qualche anno fa). Il disagio di due realtà sociali pronte a scontrarsi da un momento all'altro, di slogan imbarazzanti perché riproposti anche nell'anno del Signore 2019, di un'ignoranza che serpeggia incontrollata e rende insensibili e ciechi di fronte alla Storia, il desiderio di rivendicazione violenta presente sia tra i bianchi che tra i neri, sono tutte costanti di BlacKkKlansman, la cappa oscura capace di rendere amara qualsiasi risata, qualsiasi tentativo di rendere cool una vicenda che farebbe invidia agli eroi della blacksploitation opportunamente citati nel corso del film e ciò che fa più male è vedere ribaltato il lieto fine con immagini prese di peso dalla realtà in cui viviamo. Il film è infatti dedicato alla memoria di Heather Heyer, investita da un'auto guidata da un neonazista e lanciata contro la folla di protestanti che stavano manifestando contro il raduno Unite the Right a Charlottesville, una delle purtroppo tante vittime di una stupida lotta razziale che non si è mai fermata, né in America né altrove. Per questo le valide interpretazioni di John David Washington, degno figlio di tanto padre, e Adam Driver sono divertenti ma anche tanto dolorose: Ron è un poliziotto di colore e per questo viene guardato con sospetto sia dai suoi colleghi sia dai suoi conrazziali in quanto "maiale", Skip è bianco ma è ebreo, che in un mondo "normale" non vorrebbe dire nulla ma agli occhi dei razzisti lo etichetta come ladro, assassino ed inferiore a prescindere dal colore della pelle. E' la consapevolezza di essere diversi senza un perché o il lento insorgere di questa consapevolezza a renderli profondi, a consentire loro di bucare lo schermo fino a raggiungere le coscienze degli spettatori. Quello descritto da Spike Lee è un cancro stupido, violento e schifoso che coi suoi tentacoli infetta ancora oggi il mondo in cui viviamo e ben vengano film come BlacKkKlansman a farci riflettere e vergognare, visto che la nostra memoria è labile quanto il nostro senso della realtà.


Del regista e co-sceneggiatore Spike Lee ho già parlato QUI. Alec Baldwin (Dr. Kennebrew Beauregard), Adam Driver (Flip Zimmerman) e Topher Grace (David Duke) li trovate invece ai rispettivi link.

Nicholas Turturro interpreta Walker. Fratello di John Turturro, ha partecipato a film come Fa' la cosa giusta, Mo' Better Blues, Jungle Fever, Malcom X, Alla ricerca di Jimmy, World Trade Center  e a serie quali Le avventure del giovane Indiana Jones, Hercules, The Twilight Zone, Tremors e CSI - Scena del crimine. Anche sceneggiatore, produttore, regista e compositore, ha 56 anni e cinque film in uscita.


John David Washington, che interpreta Ron Stalworth, è figlio di Denzel Washington, Paul Walter Hauser, che interpreta Ivanhoe, era l'infamissimo Shawn di Tonya mentre Michael Buscemi, che interpreta Jimmy Creek, è il fratello di Steve Buscemi. Guest star d'eccezione, il cantante Harry Belafonte, che interpreta l'anziano Jerome Turner. ENJOY!


mercoledì 7 giugno 2017

War Machine (2017)

Attirata dai martellanti cartelloni pubblicitari sparsi in tutta Roma, durante il viaggio di ritorno dal weekend nella Capitale ho guardato l'ultima produzione Netflix, ovvero War Machine, diretto e co-sceneggiato dal regista David Michôd partendo dal libro The Operators, del giornalista Michael Hastings.


Trama: al generale Glen McMahon viene ceduto il comando delle operazioni che dovrebbero portare alla conclusione del coinvolgimento americano nella guerra in Afghanistan ma il militare non è disposto a ritirarsi senza combattere...


Ci vuole un po' di preparazione psicologica ad affrontare questo filmazzo di due ore prodotto e interpretato da Brad Pitt, nemmeno fosse uno one man show dell'ex Signor Jolie. Innanzitutto, serve un cervello riposato perché War Machine, tratto da un articolo del Rolling Stone diventato poi un libro di non-fiction, è molto logorroico e zeppo di nomi propri, di luoghi e di persona, oltre che di moltissime nozioni interessanti capaci di far sentire l'occidentale medio in generale e l'americano in particolare piccino picciò; io, che riposata non ero, mi sono addormentata dopo venti minuti ma dopo un sonno ristoratore di un'ora ho ripreso prontamente la visione della pellicola, uscendone soddisfatta. La mia soddisfazione potrebbe però non riscuotere consensi e comprendo da sola che War Machine ha mille difetti, non ultimo un'abbondanza di tempi morti che potrebbe scoraggiare più di uno spettatore e una lunghezza che avrebbe giovato di qualche taglio qui e là ma è anche indubbio che War Machine offre la possibilità alla persona comune di gettare uno sguardo oltre l'informazione di TG e giornali e cominciare a scorgere la punta dell'iceberg di tutta la merda che si cela sotto guerre come quella in Afghanistan, il che per me è un valore aggiunto. Il punto di vista adottato dal film è quello della voce narrante di Sean Cullen, giornalista freelance incaricato di seguire le operazioni del generale Glen McMahon, ultimo di una lunga lista di comandanti in campo ai quali è stato chiesto di gestire la guerra in Afghanistan (modellato sul generale ormai in congedo Stanley McChrystal, sputtanato proprio dall'articolo di Rolling Stones scritto da Michael Hastings) e uomo tutto d'un pezzo, una macchina da guerra fermamente convinta di essere l'unica persona in grado di sbrogliare una matassa impossibile da districare e vincere così il conflitto, riuscendo dove altri "sfigati" hanno fallito. Le convinzioni di McMahon e la natura della guerra in Afghanistan, "cercata" dagli USA e considerata come un aiuto verso popolazioni che non lo avevano chiesto, vengono messe alla berlina dal giornalista e conseguentemente rese in tutta la loro follia, risultando in un insieme di situazioni al limite del paradossale vissute da persone che parrebbero delle caricature e invece sono tristemente vicine ai loro modelli reali.


Il fulcro di tutto è la natura alienata (e alienante) di un uomo che ha conosciuto solo la guerra, che ragiona per regole autoimposte e con l'unico obiettivo di vincere, incapace di capire come muoversi nel mondo reale e, conseguentemente, anche di contestualizzare il tessuto sociale dei Paesi in cui viene a trovarsi; i confronti con il presidente interpretato da Ben Kingsley (una figura patetica ma fondamentale), con la moglie e con la politica tedesca sono emblematici del modo tutto americano di affrontare le cose senza pensare alle conseguenze o a ciò che è stato prima, cosa che porta conseguentemente all'impossibilità di spiegare i motivi di determinate scelte e a una sordità nei confronti dei bisogni altrui. La logorrea di War Machine acquista così un nuovo significato, in quanto la guerra, la propaganda, persino la cosiddetta informazione non sono altro che aria fritta utilizzata per confondere le masse e fornire vuote giustificazioni a chi non smette di fare danni pur con le migliore intenzioni. Glen McMahon, nonostante l'alta opinione di sé malcelata da un'umiltà ipocrita, non è che uno dei tanti militari usati come carne da cannone e da eroe di guerra diventerà lo stupido, arrogante capro espiatorio di un intero sistema sbagliato che probabilmente non cesserà mai di esistere ed è questo l'amaro concetto che traspare dalla satira di War Machine. Certo, il "cuore" del film va scovato sotto una parata di volti famosissimi e un approccio che ricorda molto i film prodotti dai Coen e soprattutto da Soderbergh, che è un modo di fare cinema a mio avviso più improntato sulla forma che sul contenuto e può piacere o meno; dal canto suo, Brad Pitt ha scelto di interpretare McMahon come un Braccio di ferro perennemente incazzato (secondo me quest'uomo non riesce a liberarsi dal fantasma di Aldo Rayne così come Johnny Depp non riesce a scrollarsi di dosso quello di Jack Sparrow) e la sua presenza scenica si impone sul resto del cast fino a fare scomparire caratteristi e attori blasonati anche ottimi, il che mi ha fatto un po' storcere il naso ma, in generale, War Machine mi è piaciuto e lo consiglio, soprattutto se avete un abbonamento Netflix da sfruttare.


Di Brad Pitt (Generale Glen McMahon), John Magaro (Cory Staggart), Anthony Michael Hall (Greg Pulver), Topher Grace (Matt Little), Lakeith Stanfield (Caporale Billy Cole), Ben Kingsley (Presidente Karzai), Meg Tilly( Jeannie McMahon), Griffin Dunne (Ray Canucci), Scoot McNairy (Sean Cullen), Tilda Swinton (Politica tedesca) e Russell Crowe (Bob White) ho già parlato ai rispettivi link.

David Michôd è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Australiano, ha diretto film come Animal Kingdom e The Rover. Anche produttore e attore, ha 45 anni.


Alan Ruck interpreta Pat McKinnon. Americano, ha partecipato a film come Una pazza giornata di vacanza, In fuga per tre, Speed, Twister, E venne il giorno e a serie quali I racconti della cripta, Oltre i limiti, Innamorati pazzi, Scrubs, Medium, Ghost Whisperer, CSI: Miami, CSI - Scena del crimine, Numb3rs e The Exorcist. Ha 61 anni e tre film in uscita.


Se War Machine vi fosse piaciuto recuperate M.A.S.H. ENJOY!

martedì 11 novembre 2014

Interstellar (2014)

E' uscito l'ultimo film diretto e co-sceneggiato da Christopher Nolan, Interstellar, e ovviamente tutti sono pronti a picchiarsi al grido di "E' un capolavoro!" "E' una buffonata!!". E la Bolla? E la Bolla sta nel mezzo, come al solito (ignava!) e cercherà di fornire il suo punto di vista non richiesto evitando spoiler...


Trama: la Terra è flagellata da tempeste di sabbia e da una piaga che sta a poco a poco distruggendo tutte le colture. Alcuni scienziati della NASA, scoperta la presenza di un wormhole vicino a Saturno, decidono di mandare degli astronauti a recuperare altri scienziati partiti per esplorare galassie lontane ed eventuali pianeti abitabili...



Tagliamo la testa al toro? Interstellar mi è piaciuto. Su questo non ci piove. Ho apprezzato il mastodontico lavoro di Nolan, un trionfale mix di regia, montaggio ed effetti speciali in grado di trasportarci su pianeti sconosciuti uno più mozzafiato dell'altro, solleticando la memoria cinefila con omaggi a Kubrick e ghiacciandoci letteralmente il sangue nelle vene davanti alla desolazione dello spazio e dell'ignoto. Ho ovviamente amato il gigantesco cast messo assieme dal regista, per svariati motivi: Matthew McConaughey è un eroe riluttante, "grezzo" e molto umano nel suo desiderio di riabbracciare i figli anche a rischio di sacrificare il futuro della razza umana, Anne Hathaway ha dalla sua una fragilità incredibile e, allo stesso tempo, una forza d'animo fuori dal comune, Jessica Chastain ha la fortuna di interpretare il personaggio più accattivante della pellicola, John Lithgow si vede poco (maledetto Nolan!!) ma è sempre adorabile, come del resto lo è la piccola Mackenzie Foy. La storia mi ha appassionata, o meglio, mi ha appassionata il "cuore" della sceneggiatura. L'idea di una Terra condannata ed afflitta da una piaga, condotta per mano verso la salvezza da una novella Mother Abigail (i riferimenti a L'ombra dello Scorpione non sono pochi) verso la quale puntano dei "segni" e attorno alla quale si riuniscono, inconsapevolmente, tante vite umane, è affascinante quanto il triste destino che attende chi si scontra con la relatività del tempo e quanto le scelte compiute per amore, una forza potentissima in grado di superare le barriere dello spazio e del tempo. Tanti aspetti positivi quindi, penserete, cosa voglio di più? Perché sono uscita dal cinema pensierosa e poco convinta, invece di correre nuda sotto la pioggia urlando al miracolo prima di reinfilarmi, fradicia ed infreddolita, nella sala a rivedere da capo il film?


Perché Interstellar mi ha fatto lo stesso effetto di Super 8. All'epoca ero stata una delle poche a non venire catturata dalla presunta bellezza di questo "ritorno agli anni '80 di Spielberg" e il motivo era stato uno, ed uno soltanto: non mi aveva emozionata quanto avrei voluto. Sotto l'avventura, sotto il vintage, sotto la simpatia degli interpreti e della sceneggiatura respiravo un'aria artefatta, di qualcosa costruito a tavolino. La stessa aria l'ho respirata guardando Interstellar, nonostante mi sia commossa più di una volta (nella fattispecie nel momento clou in cui McConaughey rivede i video mandati dai figli o durante l'incontro con Romilly) e nonostante il destino dei personaggi mi interessasse davvero, soprattutto durante la prima, misteriosa parte, dove viene mostrata una Terra afflitta da questa piaga senza nome. Nel corso della seconda parte ho invece avvertito il desiderio di attaccarsi a vili pretesti narrativi per allungare un film che avrebbe potuto tranquillamente durare mezz'ora in meno (la sequenza che vede protagonista Matt Damon è l'emblema della supercazzola e della gag involontaria, quasi a livello The Walking Dead), per non parlare del pre-finale spiegone e telefonatissimo che è riuscito a distruggere qualsiasi parvenza di poesia; in Inception Nolan ci tirava un bel cazzotto in faccia, con una trottola stretta nel pugno, in Interstellar lo stesso Nolan ci da una carezzina sulla testa, un pacchetto di tarallucci e una bottiglia di vino da consumare durante le inevitabili diatribe su internet. Fortunatamente, l'ultima scena è di una bellezza mozzafiato e mi ha riconciliata con l'oscura speranza che non sia tutto bene quel che finisce bene, ma è un po' poco per farmi urlare al capolavoro. Chris, ricordati che la semplicità non è necessariamente un male per quel che riguarda la sceneggiatura, soprattutto quando ci sono di mezzo i sentimenti e l'Amore. Pensa a Cuarón e provaci ancora, dai!


Del regista e co-sceneggiatore Christopher Nolan ho già parlato QUI. Di Ellen Burstyn (Murph da vecchia), Matthew McConaughey (Cooper), John Lithgow (Donald), David Oyelowo (il preside), Anne Hathaway (Brand), Wes Bentley (Doyle), Michael Caine (Professor Brand), Casey Affleck (Tom), Jessica Chastain (Murph), Topher Grace (Getty) e Matt Damon (Mann) li trovate invece ai rispettivi link.

Bill Irwin è la voce di TARS. Americano, ha partecipato a film come Popeye - Braccio di ferro, Hot Shots!, Sister Act 2 - Più svitata che mai, Sogno di una notte di mezza estate, Il Grinch, Lady in the Water e a serie come Una famiglia del terzo tipo e CSI - Scena del crimine. Anche sceneggiatore, ha 64 anni.


Josh Stewart (vero nome Joshua Regnall Stewart) è la voce di CASE. Americano, ha partecipato a film come Il curioso caso di Benjamin Button, The Collector, Il cavaliere oscuro - Il ritorno, The Collection e a serie come CSI - Scena del crimine, ER - Medici in prima linea, CSI: Miami, Ghost Whisperer, The Walking Dead e Criminal Minds. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 37 anni e un film in uscita.


La piccola Mackenzie Foy, che interpreta Murph a 10 anni, aveva già partecipato a L'evocazione - The Conjuring e agli ultimi due Twilight. Steven Spielberg, che avrebbe dovuto dirigere il film e che ha ingaggiato Jonathan Nolan per scrivere la sceneggiatura, alla fine si è dedicato ad altri progetti quindi Jonathan ha suggerito di affidare la regia al fratello. Detto questo, se Interstellar vi fosse piaciuto, recuperate senza indugio 2001: Odissea nello spazio, Incontri ravvicinati del terzo tipo, Moon, Solaris e Gravity. ENJOY!


mercoledì 28 luglio 2010

Predators (2010)

Non ho mai amato molto i film di fantascienza, mi annoiano. Ma da piccola ero rimasta terrorizzata dallo splendido (per quanto zamarro) Predator con il buon vecchio Schwarzenegger e così, grazie anche ad un trailer della madonna e al richiamo di nomi come Robert Rodriguez e Danny Trejo, sono andata a vedere il nuovissimo Predators di Nimród Antal, solo per rimanerne abbastanza delusa.


La trama: un gruppo di militari, assassini, mercenari con dottorino al seguito vengono scaraventati su un pianeta, senza sapere bene perché o percome. Quando cominciano a spuntare alieni rasta in ogni dove, i malcapitati capiscono di essere diventati prede in una caccia che dura da tempo immemorabile…


Parliamoci chiaro. Il mondo, e soprattutto l’America, sarebbe un posto migliore se Schwarzenegger fosse rimasto a fare film invece di impelagarsi in politica. Perché l’ex Mister Universo è un’icona degli anni ottanta, più simpatico di Stallone, più tamarro di Chuck Norris, più bello di Steven Siegal e poi, diciamocela tutta, i film che gli cucivano addosso erano praticamente perfetti nella loro assurdità. Non faceva eccezione Predator che, con due effetti speciali in croce, riusciva a mettere addosso un’ansia inaudita e a rendere il buon Schwarzy ancora più “cool” di quanto non fosse in altri film. Cosa che, purtroppo, non riesce a questo Predators, nonostante i meravigliosi effetti speciali del divino Nicotero e ad un’accozzaglia di attori di tutto rispetto. Per carità, qualche attimo di tensione c’è e almeno un personaggio è azzeccatissimo, senza contare che c’è anche qualche apprezzabile citazione del capostipite, ma la cosa finisce lì.


A dire il vero quello che rimane alla fine di Predators è un senso di spreco e di presa per il culo commerciale. Non tanto per la trama assurda, quella ci può stare: ciò che nel primo film accadeva in Amazzonia, se non sbaglio, nel nuovo capitolo si trasferisce in un pianeta che sta a metà strada tra l’isola di Lost e Pandora, e pazienza se non sapremo mai come tutti i personaggi siano finiti lì e come siano stati strappati alle loro attività. Pazienza anche se tutti, tranne il povero sfigato che si spetascia al suolo in un trionfo di budella all’inizio (l’unico personaggio ad avere avuto una reazione credibile), mostrano al massimo una blanda sorpresa nel ritrovarsi in caduta libera e su un pianeta sconosciuto. Però l’80% dei protagonisti viene sfruttato malissimo, Danny Trejo in primis, e in aggiunta sono tutti detestabili: Adrien Brody può essersi pompato come un novello Mister Muscolo, ma sicuramente non ha il phisique du role che aveva Schwarzy (non a caso non gli riesce nemmeno il trucchetto del fango…), Laurence Fishburne si palesa in un cameo che vorrebbe fare quasi il verso all’alienato Kurtz di Apocalypse Now ma lascia basiti per quanto è trash… ma mai trash, ovviamente, come la figura dello Yakuza, che vorrebbe strizzare l’occhio al diffuso amore cinematografico per l’arte delle lame giapponesi e che ci regala un duello tra katana e Predator a dir poco deprimente. Gli unici che si salvano sono Topher Grace, con il suo dottore sfigato fino all’inverosimile, e Walton Goggins nei panni di un condannato a morte particolarmente esilarante. Il resto è carne da macello, e rimane solo da capire chi verrà masticato per primo dagli alieni: non sbattetevi però, come abbiamo fatto io e la mia amica, a cercare una sequenza di morti che possa sorprendere, perché non si sono impegnati nemmeno in questo. Mi chiedo anche quale sceneggiatore possa aver deciso di infilare nel cast uno Spetsnaz (un membro dei corpi speciali russi) sentimentale e boccalone come quello che vediamo nel film: sarà che la prima volta che ho sentito questo termine è stato sulle pagine di Preacher, dove indicava un ex soldato talmente spietato da ricorrere anche al cannibalismo, ma insomma, quello di Predators ha il sembiante e la spina dorsale di Samvise Gamgee. Se dovessi dirla tutta, tra l’altro, anche gli alieni sono ormai talmente iconizzati da non fare nemmeno più paura. Cancelliamo il deludente film dalla memoria e andiamo avanti, verso l’infinito e oltre!

Nimród Antal è il regista della pellicola. Americano, trentasettenne, l’unico altro suo film a me conosciuto è Vacancy, che peraltro devo ancora vedere.


Danny Trejo interpreta il messicano Cuchillo. Dopo averlo visto in un numero sterminato di film sono arrivata ad amare questo meraviglioso caratterista. Peccato solo che le sue comparsate durino pochissimo, ma non disperiamo: sta per arrivare il tamarrissimo Machete, e lui lì dovrà esserci dall’inizio alla fine del film visto che ne è il protagonista!! Comunque se volete gustarvi le performance dell’attore californiano guardatevi L’alieno (che peraltro è anche un film bellissimo), Desperado, Heat – La sfida, il meraviglioso Dal tramonto all’alba (e i due seguiti Dal tramonto all’alba: sesso, sangue e denaro e Dal tramonto all’alba: la figlia del boia), Anaconda, Con Air, Sei giorni sette notti, Animal Factory, Spy Kids (dove interpreta già Machete, così come nei seguiti Spy Kids 2 – L’isola dei sogni perduti e Missione 3D – Game Over), il bellissimo corto Beat the Devil, C’era una volta in Messico, Anchormen: The legend of Ron Burgundy, All Saints Day: Dia de los muertos, La casa del diavolo e Halloween: The Beginning. Ha lavorato anche parecchio per la TV, come testimoniano episodi di Baywatch, NYPD, Walker Texas Ranger, X – Files, Alias e persino Desperate Housewives. Californiano, ha 66 anni e la bellezza di 17 film in uscita. Chiù Trejo pè tutti!!


Adrien Brody interpreta l’odioso Royce. Ultimamente questo attore bravissimo (ha vinto persino un Oscar come migliore attore protagonista per Il pianista) dev’essere impazzito, perché un tempo si dedicava a cazzutissimi ed indipendenti film d’autore, ora si butta via con schifezzuole assortite. Lo ricordo per film come Assassini nati, La sottile linea rossa, Summer of Sam, Bread & Roses, L’intrigo della collana, The Village, King Kong, Il treno per il Darjeeling e due pellicole che ancora aspetto di vedere, il deludente Giallo di Dario Argento e l’ispirevole Splice di Vincenzo Natali; ha inoltre prestato la voce per The Fantastic Mr. Fox. Newyorchese, ha 37 anni e cinque film in uscita.


Laurence Fishburne interpreta il sopravvissuto Noland. Universalmente conosciuto come il Morpheus della trilogia di Matrix, questo attore ha partecipato anche a film come Apocalypse Now, Il giustiziere della notte 2, Rusty il selvaggio, Il colore viola, Nightmare III – i guerrieri del sogno, Danko, King of New York, Othello, lo splendido Mystic River e Mission: Impossibile 3, inoltre ha doppiato Osmosis Jones e TMNT, mentre in tv lo troviamo ospite quasi fisso di CSI Scena del crimine, nonché in vari episodi di MASH, Miami Vice, CSI NY e CSI Miami. Americano, ha 49 anni e due film in uscita.


Topher Grace interpreta il dottorino Edwin. Diventato famoso per il ruolo di protagonista nell’ingiustamente sottovalutata sit-com That’s 70’s Show, lo ricordo in film come Traffic e Spiderman 3. Ha inoltre doppiato la versione americana del Pinocchio di Benigni (da la voce a Lucignolo) e un episodio de I Simpson. Newyorchese, ha 32 anni e tre film in uscita.


Tra gli altri attori presenti segnalo un Derek Mears, già novello Jason nel reboot di Venerdì 13 e qui nascosto da strati e strati di lattice e rasta, nei panni del Predator prigioniero dei suoi simili. Il film sarebbe stato sicuramente più interessante e “Rodrigueziano” se nel ruolo di Royce fossero stati presi Josh Brolin o Freddy Rodriguez, assieme al reduce di Lost, Jeff Fahey, nel ruolo di Noland (cast molto simile a quello di Planet Terror!), e anche se il cameo di Schwarzenegger non fosse stato tagliato dallo script, visto che il buon Arnie, a quanto pare, non ne ha voluto sapere. Comunque, piuttosto che spendere dei soldi inutili per vedere questo Predators, guardatevi l’originale Predator del 1987 e, se volete rimanere nel mood “duri e mitici” degli anni ’80, cercate il primo Rambo. E ora vi lascio all'ingannevole trailer... ENJOY!



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