Senza aspettarmi nulla di che, solo un po' di divertimento scemo, domenica sono andata a vedere Fantasy Island, diretto e co-sceneggiato dal regista Jeff Wadlow.
Trama: un gruppo di persone viene invitato su Fantasy Island, un luogo dove i sogni diventano realtà... e rischiano di trasformarsi in incubi!
Fantasy Island, in italiano Fantasilandia, è un telefilm americano andato in onda tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli '80, e di esso non ricordo quasi nulla salvo la faccia del nano Tattoo. Un po' come successo con The Banana Splits Movie non sono dunque cresciuta nel mito di questi due programmi televisivi e la loro trasformazione in thriller-horror non mi ha rovinato l'infanzia né creato chissà quali aspettative. Diciamo che sono andata al cinema perché il trailer mi ha intrigata, Michael Peña ha la faccetta simpatica, produce Jason Blum e in generale non mi perdo un horror al cinema (se esce a Savona), lo sapete; l'unica pecca era la firma Jeff Wadlow, che Obbligo o verità non mi era piaciuto per nulla, men che meno Kick-Ass 2, ma forse per quello sono entrata in sala senza aspettarmi nulla e proprio per questo motivo mi sono inaspettatamente divertita. Certo, il target del film è chiaro fin dall'inizio, il rating è PG-13 e ciò significa che Fantasy Island è vagamente spaventevole a tratti ed è assolutamente privo di gore (un paio di episodi violenti avvengono direttamente fuori campo e anche la figura più spaventosa di tutte, quella del mad doctor, viene trattenuta a dismisura), a differenza di The Banana Splits Movie che vantava invece una bella R, quindi come horror è molto blando, più assimilabile a un thriller con venature fantastiche, la cui trama prende almeno un paio di direzioni diverse senza troppe sbavature e facendo quadrare tutto sul finale. Il concept della serie originale, quello dell'isola in cui i sogni diventano realtà, acquista una connotazione sovrannaturale dal momento in cui il luogo viene dotato di poteri reali (mi sembra di ricordare che nella serie non ci fosse nulla di simile) e, poiché questi poteri scavano nell'animo degli ospiti scovando i loro più reconditi desideri, ecco che le esperienze di chi richiede di vivere un sogno diventano ancora più imprevedibili, soprattutto quando queste ultime arrivano, inevitabilmente, ad incrociarsi.
Andare più nello specifico, per quel che riguarda la trama, sarebbe un delitto perché un paio di colpi di scena ben orchestrati ci sono, al di là dei momenti in cui i sogni vanno in vacca e si trasformano in incubi, con alcune sequenze meglio realizzate di altre; per esempio, ho molto apprezzato lo stile "Hangover" della fantasia dei due assurdi fratelli, così come la versione "Hostel" di quella della fanciulla bullizzata da ragazzina, mentre sono molto meno efficaci quelle degli altri due personaggi (soprattutto la fantasia "militare"), per quanto entrambe funzionali al proseguimento del film, soprattutto una. I protagonisti in sé sono, in buona parte, simpatici al punto da creare un interesse dello spettatore nei confronti delle loro eventuali sorti e, se è vero che le motivazioni di qualcuno sono oltre il risibile e si condensano in un discreto WTF che rischierebbe di inficiare la qualità dell'intera operazione, è anche vero che Wadlow, stavolta, danza in punta di piedi proprio attorno a questo WTF, in maniera così sfacciata che volergli male è impossibile. Molto ma molto apprezzabile anche la quasi totale mancanza di schifezzuole semoventi realizzate in CGI o di jump scare, nonché la scelta felice di realizzare più un thriller "d'ambiente", in buona parte girato sotto la luce del sole e all'interno di un'isola paradisiaca oppure all'interno di evocative caverne, piuttosto che un'opera totalmente aderente ai canoni dell'horror commerciale moderno. Aggiungo che anche il cast non è male (Lucy Hale mi ha convinta più qui che in Obbligo o verità), peccato per un Michael Rooker un po' sottotono, in un ruolo che avrebbe potuto coprire qualunque caratterista mediamente conosciuto; onestamente, gli ho preferito Kim Coates, che compare poco ma si fa ricordare per la sua ironica follia. Con questo chiudo, consigliandovi Fantasy Island per una piacevole serata a cervello disinserito!
Del regista e co-sceneggiatore Jeff Wadlow ho già parlato QUI. Lucy Hale (Melanie), Maggie Q (Elena), Michael Peña (Mr. Roarke), Kim Coates (Diavolo), Michael Rooker (Morgan) e Austin Stowell (Randall) li trovate invece ai rispettivi link.
Portia Doubleday interpreta Sonja. Americana, ha partecipato a film come Lo sguardo di Satana - Carrie e Lei. Anche produttrice, ha 32 anni.
Ryan Hansen interpreta Bradley. Americano, ha partecipato a film come Venerdì 13, Veronica Mars - il film, Jem e le Holograms e a serie quali Ally McBeal, Hunter, Raven, Santa Clarita Diet, 2 Broke Girls e Veronica Mars; come doppiatore ha lavorato in American Dad!. Anche produttore, ha 39 anni e un film in uscita.
Parisa Fitz-Henley, che interpreta Julia, era la moglie di Luke Cage nella serie Netflix a lui dedicata e in Jessica Jones. Quanto a chi non ce l'ha fatta, abbiamo avuto ENORMI perdite. La parte di Roarke era infatti stata offerta a Nicolas Cage che ha rifiutato (forse perché il ruolo non prevedeva la consueta dose di Cageitudine) mentre Dave Bautista non è riuscito a partecipare per impegni pregressi. Se Fantasy Island vi fosse piaciuto recuperate Obbligo o verità, Escape Room e magari anche Quella casa nel bosco, che è sempre meglio riguardare. ENJOY!
Visualizzazione post con etichetta michael peña. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta michael peña. Mostra tutti i post
martedì 18 febbraio 2020
martedì 12 febbraio 2019
Il corriere - The Mule (2018)
Avrei voluto recuperare Il primo re ma a Savona, quando salti la prima settimana di programmazione, sei letteralmente foutu e ti ritrovi a dover andare al cinema ad orari improponibili. A salvarmi la domenica cinefila ci hanno pensato però Clint Eastwood e il suo Il corriere - The Mule (The Mule).
Trama: Earl, floricoltore novantenne, si ritrova in gravi ristrettezze economiche e, anche un po' per gioco, accetta la proposta di fare da corriere per un cartello messicano, diventando presto uno dei "dipendenti" più quotati.
Ammetto di non essere molto esperta del cinema di Clint Eastwood ma da lui tutto mi sarei aspettata tranne la "leggerezza" che permea Il corriere nel corso del primo tempo. Leggerezza senza superficialità, si badi bene, ché il grande vecchio del cinema americano ci mette di fronte a un mezzo road movie dolceamaro filtrato dagli occhi di un novantenne pronto a recuperare tutte le mancanze nei confronti della famiglia attraverso una ca**ata ancora più grande e, così facendo, ci spinge a riflettere sul modo in cui spesso sprechiamo il tempo che ci viene concesso. Protagonista di questa storia vera (basata sull'articolo del New York Times "The Sinaloa Cartel's 90-Year Old Drug Mule") è Earl, anziano coltivatore di Emerocallidi caduto in disgrazia dopo un'esistenza passata a concentrarsi solo sul proprio lavoro, al punto da dimenticarsi ricorrenze importanti come il matrimonio della figlia. Aperta parentesi sui day lily coltivati da Earl. Il fatto che questi gigli siano stati scelti come oggetto della passione del protagonista, a mio avviso, ha un senso, perché dicono molto della personalità di Earl, uomo convinto che tutto possa rigenerarsi e rimanere lì, immobile e perenne, ad aspettarlo; assai simili, per ciclo vitale, alle Belle di notte, i fiori delle Emerocallidi durano solo un giorno e vengono rimpiazzati subito da altri sullo stesso stelo, quindi virtualmente non smettono mai di essere splendidi. Non così, ovviamente, per la vita di Earl, uomo che della noncuranza e della perdita di tempo ha fatto un vanto, tanto da accettare con leggerezza il fatto di poter fungere da corriere della droga in virtù della sua esperienza e del suo innegabile fascino, che porta persino i narcos a chiudere un occhio sulle sue stramberie o i suoi strappi alla regola. Persona fondamentalmente di buon cuore (persino il suo razzismo e la sua ignoranza sono talmente ingenui da non causare neppure scandalo), il vegliardo accetta il lavoro di corriere per procurarsi soldi destinati ad altri, al matrimonio della nipote o al circolo dei reduci, poi ovviamente si ritrova sempre più invischiato in un mondo da cui è impossibile uscire ed è lì che qualcosa "scatta", sia nel personaggio che nel film. Il lavoro, di qualunque genere, si priva di fascino davanti alla prospettiva concreta di perdere definitivamente ciò che di importante c'è nella vita, davanti alla consapevolezza che ciò che va non torna più, a differenza dei fiori perenni, e capirlo a novant'anni, quando il tempo è ormai agli sgoccioli, è qualcosa di talmente doloroso da spezzare il cuore. Il viaggio verso la consapevolezza di Earl è il fulcro de Il corriere. Il resto, gli agenti della DEA in crisi, la lotta interna al cartello, l'aspetto "crime" della pellicola, è tutto mero contorno alla figura fragile e granitica di Clint Eastwood.
Sarà questa l'ultima performance del "texano dagli occhi di ghiaccio"? Non lo so ma, a prescindere, è una bellissima performance, sia dietro che davanti la macchina da presa. Clint Eastwood, nonostante siano passati anni dalla sua ultima prova di attore, non si nasconde dagli anni impietosi che passano, mette al servizio del film la sua figura esile, un passo strascicato, la debolezza di carni flaccide e segnate dal tempo, un sorriso che indubbiamente, pur non essendo più quello ammaliante di un tempo, non passa inosservato, capelli radi, una voce arrochita e stonata (ma oh, quanto accattivante!) e un po' di demenza senile a completare il quadro. Talvolta non gli si perdona, diciamolo pure, scivoloni da anziani, quelle inquadrature lascive su chiappe mulatte e ben tornite, momenti di umorismo forse eccessivo e altrettanto eccessivo melò, benché a un certo punto mi sia ritrovata piangere lacrime copiose per una delle morti più realistiche e naturalmente inevitabili viste sullo schermo. Eppure, sul finale, con quel sole che gli colpisce il volto insanguinato e tumefatto, quella smorfia amarissima di chi ormai non ha più nulla da perdere, avrei pensato che Bradley Cooper sarebbe stato colpito da una pallottola sparata a freddo dall'ultimo grande pistolero di Hollywood, un vecchio che avrà anche perso tutto ma non la dignità di andarsene nel modo a lui più consono, un regista e un attore capace di tirare ancora delle belle zampate e fare emozionare con questa improbabilissima storia vera. Da sottolineare anche la presenza di attori assai validi ad accompagnare Eastwood nel percorso, soprattutto per quel che riguarda le "quote rosa", sostenute da una dolcissima Taissa Farmiga, da una rediviva Dianne Wiest e da una delle tante figlie di Clint Eastwood, la bionda Iris, che chissà non abbia insinuato un che di autobiografico nell'odio del personaggio verso il papà. E con questa bassissima insinuazione chiuderei, consigliando di dare ancora una chance a questo quasi novantenne sempre arzillo e mai banale.
Del regista Clint Eastwood, che interpreta Earl Stone, ho già parlato QUI. Bradley Cooper (Colin Bates), Michael Peña (Trevino), Taissa Farmiga (Ginny), Andy Garcia (Laton), Laurence Fishburne (Agente Speciale DEA), Dianne Wiest (Mary) e Clifton Collins Jr. (Gustavo) li trovate invece ai rispettivi link.
Trama: Earl, floricoltore novantenne, si ritrova in gravi ristrettezze economiche e, anche un po' per gioco, accetta la proposta di fare da corriere per un cartello messicano, diventando presto uno dei "dipendenti" più quotati.
Ammetto di non essere molto esperta del cinema di Clint Eastwood ma da lui tutto mi sarei aspettata tranne la "leggerezza" che permea Il corriere nel corso del primo tempo. Leggerezza senza superficialità, si badi bene, ché il grande vecchio del cinema americano ci mette di fronte a un mezzo road movie dolceamaro filtrato dagli occhi di un novantenne pronto a recuperare tutte le mancanze nei confronti della famiglia attraverso una ca**ata ancora più grande e, così facendo, ci spinge a riflettere sul modo in cui spesso sprechiamo il tempo che ci viene concesso. Protagonista di questa storia vera (basata sull'articolo del New York Times "The Sinaloa Cartel's 90-Year Old Drug Mule") è Earl, anziano coltivatore di Emerocallidi caduto in disgrazia dopo un'esistenza passata a concentrarsi solo sul proprio lavoro, al punto da dimenticarsi ricorrenze importanti come il matrimonio della figlia. Aperta parentesi sui day lily coltivati da Earl. Il fatto che questi gigli siano stati scelti come oggetto della passione del protagonista, a mio avviso, ha un senso, perché dicono molto della personalità di Earl, uomo convinto che tutto possa rigenerarsi e rimanere lì, immobile e perenne, ad aspettarlo; assai simili, per ciclo vitale, alle Belle di notte, i fiori delle Emerocallidi durano solo un giorno e vengono rimpiazzati subito da altri sullo stesso stelo, quindi virtualmente non smettono mai di essere splendidi. Non così, ovviamente, per la vita di Earl, uomo che della noncuranza e della perdita di tempo ha fatto un vanto, tanto da accettare con leggerezza il fatto di poter fungere da corriere della droga in virtù della sua esperienza e del suo innegabile fascino, che porta persino i narcos a chiudere un occhio sulle sue stramberie o i suoi strappi alla regola. Persona fondamentalmente di buon cuore (persino il suo razzismo e la sua ignoranza sono talmente ingenui da non causare neppure scandalo), il vegliardo accetta il lavoro di corriere per procurarsi soldi destinati ad altri, al matrimonio della nipote o al circolo dei reduci, poi ovviamente si ritrova sempre più invischiato in un mondo da cui è impossibile uscire ed è lì che qualcosa "scatta", sia nel personaggio che nel film. Il lavoro, di qualunque genere, si priva di fascino davanti alla prospettiva concreta di perdere definitivamente ciò che di importante c'è nella vita, davanti alla consapevolezza che ciò che va non torna più, a differenza dei fiori perenni, e capirlo a novant'anni, quando il tempo è ormai agli sgoccioli, è qualcosa di talmente doloroso da spezzare il cuore. Il viaggio verso la consapevolezza di Earl è il fulcro de Il corriere. Il resto, gli agenti della DEA in crisi, la lotta interna al cartello, l'aspetto "crime" della pellicola, è tutto mero contorno alla figura fragile e granitica di Clint Eastwood.
Sarà questa l'ultima performance del "texano dagli occhi di ghiaccio"? Non lo so ma, a prescindere, è una bellissima performance, sia dietro che davanti la macchina da presa. Clint Eastwood, nonostante siano passati anni dalla sua ultima prova di attore, non si nasconde dagli anni impietosi che passano, mette al servizio del film la sua figura esile, un passo strascicato, la debolezza di carni flaccide e segnate dal tempo, un sorriso che indubbiamente, pur non essendo più quello ammaliante di un tempo, non passa inosservato, capelli radi, una voce arrochita e stonata (ma oh, quanto accattivante!) e un po' di demenza senile a completare il quadro. Talvolta non gli si perdona, diciamolo pure, scivoloni da anziani, quelle inquadrature lascive su chiappe mulatte e ben tornite, momenti di umorismo forse eccessivo e altrettanto eccessivo melò, benché a un certo punto mi sia ritrovata piangere lacrime copiose per una delle morti più realistiche e naturalmente inevitabili viste sullo schermo. Eppure, sul finale, con quel sole che gli colpisce il volto insanguinato e tumefatto, quella smorfia amarissima di chi ormai non ha più nulla da perdere, avrei pensato che Bradley Cooper sarebbe stato colpito da una pallottola sparata a freddo dall'ultimo grande pistolero di Hollywood, un vecchio che avrà anche perso tutto ma non la dignità di andarsene nel modo a lui più consono, un regista e un attore capace di tirare ancora delle belle zampate e fare emozionare con questa improbabilissima storia vera. Da sottolineare anche la presenza di attori assai validi ad accompagnare Eastwood nel percorso, soprattutto per quel che riguarda le "quote rosa", sostenute da una dolcissima Taissa Farmiga, da una rediviva Dianne Wiest e da una delle tante figlie di Clint Eastwood, la bionda Iris, che chissà non abbia insinuato un che di autobiografico nell'odio del personaggio verso il papà. E con questa bassissima insinuazione chiuderei, consigliando di dare ancora una chance a questo quasi novantenne sempre arzillo e mai banale.
Del regista Clint Eastwood, che interpreta Earl Stone, ho già parlato QUI. Bradley Cooper (Colin Bates), Michael Peña (Trevino), Taissa Farmiga (Ginny), Andy Garcia (Laton), Laurence Fishburne (Agente Speciale DEA), Dianne Wiest (Mary) e Clifton Collins Jr. (Gustavo) li trovate invece ai rispettivi link.
martedì 28 agosto 2018
Ant-Man and the Wasp (2018)
Tornata dalla splendida Scozia ho trovato aperto il Multisala di Savona e, pur poco convinta, per rimettermi in carreggiata ho deciso di recuperare Ant-Man and the Wasp, diretto dal regista Peyton Reed. NO SPOILER, ci mancherebbe.
Trama: dopo gli eventi accorsi in Civil War, Scott Lang è agli arresti domiciliari e gli è stato proibito di contattare Hope Van Dyne o Hank Pym. Le visioni della moglie scomparsa di Pym lo costringono però a tornare in azione...
Sono passati tre anni dal primo Ant-Man e due da Civil War eppure, col sovraccarico di uscite annuali del MCU, pare quasi trascorso un secolo soprattutto per chi, come me e il Bolluomo, non ha minimamente tempo di indulgere in recuperi che possano rinfrescare la memoria relativamente a pellicole usa e getta, che entusiasmano il tempo di un mese per poi venire subito cancellate dall'uscita successiva. Questo per dire che, se io ricordavo poco o nulla di Ant-Man (occavolo, Scott Lang aveva una figlia???) e di Civil War, il mio povero fidanzato non rammentava nemmeno che il personaggio avesse partecipato ad una delle più attese scene di botte tra supereroi della storia dei cinecomic, quindi continuava a chiedermi perché mai Scott Lang fosse agli arresti domiciliari dopo aver aiutato Captain America. E vi dirò, noi probabilmente staremo anche cominciando l'allegro viaggio verso i prodromi dell'alzheimer, ma posso mettere la mano sul fuoco relativamente al fatto che Ant-Man and the Wasp subirà lo stesso destino dei film che lo hanno preceduto e in meno della metà del tempo. Se le altre pellicole Marvel erano dei ricchissimi fazzolettini usa e getta, il film di Peyton Reed è infatti l'allegro vuoto tra le parole Ma e Quindi (?), il sequel di un film simpatico al quale tuttavia aggiunge poco o nulla, sia in termini di trama che in termini di approfondimento psicologico dei personaggi, affiancati da villain presi direttamente dal discount della malvagità. La mia è una critica, è vero, però non mi ci arrabbio nemmeno più di tanto, anche perché Ant-Man and the Wasp fa il suo dovere di intrattenere per tutta la sua durata, che è probabilmente il compito per cui era stato progettato, oltre a rispondere alla domanda (se qualcuno se la fosse posta) "perché Ant-Man in Infinity War non c'era?" e riempire l'attesa per il prossimo filmone Marvel con qualcosa di non troppo impegnativo. Abbiamo quindi tutti gli ingredienti che rendevano gradevole Ant-Man con pochissime variazioni; se nel primo film Scott Lang era un criminale in quanto ladro, qui lo è in quanto supereroe "in disgrazia", se là il rapporto con Hope era teso, benché romanticamente in evoluzione, proprio per l'ambigua natura di Lang, in questo sequel la disaffezione trova radici in quello che è successo in Civil War. La trama, per il resto, è totalmente incentrata sull'universo Quantico nominato nel primo film, croce e delizia dei vari personaggi, più o meno tutti toccati, buoni o malvagi che siano, dall'esistenza di questa dimensione parallela.
Il pregio principale del film, al di là della trama, resta l'umorismo lieve e tipico di alcune commedie americane, di cui si fanno portavoce il sempre simpatico Paul Rudd, un po' guascone e un po' clueless come giustamente impone il ruolo, lo spassoso Michael Peña che riporta sullo schermo il suo esilarante Luis con tanto di dialoghi messi in bocca ad altri personaggi, e soprattutto un Michael Douglas che riesce a fare ridere senza risultare ridicolo quanto, chessò, uno Skarsgård nudo o un tristissimo Anthony Hopkins in Thor. Anzi, diciamo pure che Ant Man and the Wasp segna la rivincita dei sex symbol anni '80 anche perché la visione della pellicola vale anche solo per la presenza di una Michelle Pfeiffer splendida, capace di dare dei punti a tutto il resto del cast femminile a fronte di un'apparizione totale di nemmeno un quarto d'ora; non è che Evangeline Lilly e la new entry Hannah John-Kamen (tanto affascinante quanto, diciamolo tranquillamente, poco utile) siano da buttare via ma il confronto tra giovinezza e "vecchiaia" stavolta risulta impietoso per la prima, non certo per la seconda. Mettendo un attimo da parte le considerazioni di una persona che ha sempre venerato la Pfeiffer e tornando in campo un po' più "tecnico", l'altra cosa apprezzabile di Ant-Man and the Wasp sono i gradevoli effetti speciali a base di oggetti e persone che si rimpiccioliscono e ingrandiscono a dismisura, particolarmente azzeccati nelle sequenze di lotta ben coreografate, dove il cambio di dimensione diventa fondamentale per conferire dinamismo alle scene, soprattutto quando entra in gioco l'intangibilità di Ghost, personaggio che avrebbe potuto (e avrebbe dovuto) essere utilizzato al meglio delle sue infinite e mortali possibilità, non come un "di più" da affiancare al tristissimo uomo d'affari interpretato da Walton Goggins. Su Ant Man and the Wasp c'è quindi poco altro da dire. Riassumendo, un "classico" cinecomics poco sensazionale ma comunque valido per passare una serata in lieta spensieratezza; non ho idea di come sia la versione 3D (azzarderei a dire "inutile") ma, a parte questo, vi consiglierei di non alzarvi dalla poltrona fino alla fine dei carinissimi titoli di coda perché ci sono ben due scene post-credit, una anche molto interessante.
Del regista Peyton Reed ho già parlato QUI. Paul Rudd (Scott Lang/Ant-Man), Evangeline Lilly (Hope Van Dyne/Wasp), Michael Peña (Luis), Walton Goggins (Sonny Burch), Bobby Cannavale (Paxton), Judy Greer (Maggie), David Dastmalchian (Kurt), Michelle Pfeiffer (Janet Van Dyne/Wasp), Laurence Fishburne (Dr. Bill Foster) e Michael Douglas (Dr. Hank Pym) li trovate invece ai rispettivi link.
L'immancabile Stan Lee compare nel film nei panni di un signore che si ritrova la macchina rimpicciolita. Ovviamente, Ant Man and the Wasp è da vedersi dopo Ant-Man e Captain America: Civil War e, pur collocandosi cronologicamente prima di Avengers: Infinity War, sarebbe meglio che abbiate visto l'ultimo film degli Avangers prima di tornare a divertirvi con Scott Lang. Se il film vi fosse piaciuto recuperate inoltre Captain America: Il primo vendicatore, Iron Man, Iron Man 2, L'incredibile Hulk, Thor , The Avengers, Iron Man 3, Thor: The Dark World, Captain America: The Winter Soldier, Guardiani della Galassia, Guardiani della Galassia vol. 2, Avengers: Age of Ultron, Doctor Strange, , Spider-Man: Homecoming , Thor: Ragnarok e Black Panther. ENJOY!
Trama: dopo gli eventi accorsi in Civil War, Scott Lang è agli arresti domiciliari e gli è stato proibito di contattare Hope Van Dyne o Hank Pym. Le visioni della moglie scomparsa di Pym lo costringono però a tornare in azione...
Sono passati tre anni dal primo Ant-Man e due da Civil War eppure, col sovraccarico di uscite annuali del MCU, pare quasi trascorso un secolo soprattutto per chi, come me e il Bolluomo, non ha minimamente tempo di indulgere in recuperi che possano rinfrescare la memoria relativamente a pellicole usa e getta, che entusiasmano il tempo di un mese per poi venire subito cancellate dall'uscita successiva. Questo per dire che, se io ricordavo poco o nulla di Ant-Man (occavolo, Scott Lang aveva una figlia???) e di Civil War, il mio povero fidanzato non rammentava nemmeno che il personaggio avesse partecipato ad una delle più attese scene di botte tra supereroi della storia dei cinecomic, quindi continuava a chiedermi perché mai Scott Lang fosse agli arresti domiciliari dopo aver aiutato Captain America. E vi dirò, noi probabilmente staremo anche cominciando l'allegro viaggio verso i prodromi dell'alzheimer, ma posso mettere la mano sul fuoco relativamente al fatto che Ant-Man and the Wasp subirà lo stesso destino dei film che lo hanno preceduto e in meno della metà del tempo. Se le altre pellicole Marvel erano dei ricchissimi fazzolettini usa e getta, il film di Peyton Reed è infatti l'allegro vuoto tra le parole Ma e Quindi (?), il sequel di un film simpatico al quale tuttavia aggiunge poco o nulla, sia in termini di trama che in termini di approfondimento psicologico dei personaggi, affiancati da villain presi direttamente dal discount della malvagità. La mia è una critica, è vero, però non mi ci arrabbio nemmeno più di tanto, anche perché Ant-Man and the Wasp fa il suo dovere di intrattenere per tutta la sua durata, che è probabilmente il compito per cui era stato progettato, oltre a rispondere alla domanda (se qualcuno se la fosse posta) "perché Ant-Man in Infinity War non c'era?" e riempire l'attesa per il prossimo filmone Marvel con qualcosa di non troppo impegnativo. Abbiamo quindi tutti gli ingredienti che rendevano gradevole Ant-Man con pochissime variazioni; se nel primo film Scott Lang era un criminale in quanto ladro, qui lo è in quanto supereroe "in disgrazia", se là il rapporto con Hope era teso, benché romanticamente in evoluzione, proprio per l'ambigua natura di Lang, in questo sequel la disaffezione trova radici in quello che è successo in Civil War. La trama, per il resto, è totalmente incentrata sull'universo Quantico nominato nel primo film, croce e delizia dei vari personaggi, più o meno tutti toccati, buoni o malvagi che siano, dall'esistenza di questa dimensione parallela.
Il pregio principale del film, al di là della trama, resta l'umorismo lieve e tipico di alcune commedie americane, di cui si fanno portavoce il sempre simpatico Paul Rudd, un po' guascone e un po' clueless come giustamente impone il ruolo, lo spassoso Michael Peña che riporta sullo schermo il suo esilarante Luis con tanto di dialoghi messi in bocca ad altri personaggi, e soprattutto un Michael Douglas che riesce a fare ridere senza risultare ridicolo quanto, chessò, uno Skarsgård nudo o un tristissimo Anthony Hopkins in Thor. Anzi, diciamo pure che Ant Man and the Wasp segna la rivincita dei sex symbol anni '80 anche perché la visione della pellicola vale anche solo per la presenza di una Michelle Pfeiffer splendida, capace di dare dei punti a tutto il resto del cast femminile a fronte di un'apparizione totale di nemmeno un quarto d'ora; non è che Evangeline Lilly e la new entry Hannah John-Kamen (tanto affascinante quanto, diciamolo tranquillamente, poco utile) siano da buttare via ma il confronto tra giovinezza e "vecchiaia" stavolta risulta impietoso per la prima, non certo per la seconda. Mettendo un attimo da parte le considerazioni di una persona che ha sempre venerato la Pfeiffer e tornando in campo un po' più "tecnico", l'altra cosa apprezzabile di Ant-Man and the Wasp sono i gradevoli effetti speciali a base di oggetti e persone che si rimpiccioliscono e ingrandiscono a dismisura, particolarmente azzeccati nelle sequenze di lotta ben coreografate, dove il cambio di dimensione diventa fondamentale per conferire dinamismo alle scene, soprattutto quando entra in gioco l'intangibilità di Ghost, personaggio che avrebbe potuto (e avrebbe dovuto) essere utilizzato al meglio delle sue infinite e mortali possibilità, non come un "di più" da affiancare al tristissimo uomo d'affari interpretato da Walton Goggins. Su Ant Man and the Wasp c'è quindi poco altro da dire. Riassumendo, un "classico" cinecomics poco sensazionale ma comunque valido per passare una serata in lieta spensieratezza; non ho idea di come sia la versione 3D (azzarderei a dire "inutile") ma, a parte questo, vi consiglierei di non alzarvi dalla poltrona fino alla fine dei carinissimi titoli di coda perché ci sono ben due scene post-credit, una anche molto interessante.
Del regista Peyton Reed ho già parlato QUI. Paul Rudd (Scott Lang/Ant-Man), Evangeline Lilly (Hope Van Dyne/Wasp), Michael Peña (Luis), Walton Goggins (Sonny Burch), Bobby Cannavale (Paxton), Judy Greer (Maggie), David Dastmalchian (Kurt), Michelle Pfeiffer (Janet Van Dyne/Wasp), Laurence Fishburne (Dr. Bill Foster) e Michael Douglas (Dr. Hank Pym) li trovate invece ai rispettivi link.
L'immancabile Stan Lee compare nel film nei panni di un signore che si ritrova la macchina rimpicciolita. Ovviamente, Ant Man and the Wasp è da vedersi dopo Ant-Man e Captain America: Civil War e, pur collocandosi cronologicamente prima di Avengers: Infinity War, sarebbe meglio che abbiate visto l'ultimo film degli Avangers prima di tornare a divertirvi con Scott Lang. Se il film vi fosse piaciuto recuperate inoltre Captain America: Il primo vendicatore, Iron Man, Iron Man 2, L'incredibile Hulk, Thor , The Avengers, Iron Man 3, Thor: The Dark World, Captain America: The Winter Soldier, Guardiani della Galassia, Guardiani della Galassia vol. 2, Avengers: Age of Ultron, Doctor Strange, , Spider-Man: Homecoming , Thor: Ragnarok e Black Panther. ENJOY!
martedì 15 marzo 2016
Sopravvissuto - The Martian (2015)
E così è successo che prima della notte degli Oscar ho recuperato anche Sopravvissuto - The Martian (The Martian), diretto nel 2015 dal regista Ridley Scott e tratto dall'omonimo romanzo di Andy Weir.
Trama: durante una violentissima tempesta su Marte, l'astronauta Mark Watney viene creduto morto dai suoi compagni e conseguentemente abbandonato. Ripresosi, il poveretto cerca in tutti i modi di sopravvivere e comunicare con la NASA...
Nell'ottobre dello scorso anno, nonostante le recensioni molto positive, ho tranquillamente RIFIUTATO di andare a vedere The Martian e il motivo è da ricercarsi in due traumi terrificanti che rispondono al nome di Interstellar (lungo, tedioso) e The Counselor - Il procuratore (lungo, tedioso). Chissà perché mi ero convinta che The Martian sarebbe stata una combo mortale dei due, capace di uccidere lo spettatore con l'attacco congiunto "Stesso Astronauta di Interstellar/Stesso Regista di The Counselor", e non a caso ho rimandato la visione del film finché non ha ottenuto le sue sette nomination all'Oscar e, per dovere di completezza, mi sono ritrovata praticamente costretta a guardarlo. Per fortuna The Martian è lungo, vero, ma assolutamente non tedioso: la storia di Mark Watney, che pur non prevede gli stravolgimenti cosmici di Interstellar, è emozionante, divertente e, soprattutto, molto umana. Watney non è un povero cretino fastidioso ed incomprensibile come il Procuratore, né il tormentato ex-astronauta di Interstellar ma l'incarnazione di quell'americanità che, senza sconfinare nel patriotticamente fastidioso, spinge l'individuo a risolvere i problemi con ottimismo e caparbietà, senza pensare costantemente alla disfatta o alla morte. La situazione di Watney è delle peggiori, forse LA peggiore immaginabile, eppure il personaggio viene mostrato mentre la affronta con gesti semplici, piccole azioni mirate innanzitutto a ristabilire una qualche parvenza di normalità anche psicologica, per poi proseguire, passo dopo passo, verso obiettivi più ambiziosi ed imprese più epiche. Con Watney si empatizza subito e si arriva a tifare spudoratamente per lui e per tutti quei personaggi che se lo prendono a cuore e tentano di salvarlo anche a costo di rimetterci la carriera, spinti dagli stessi sentimenti che arrivano ad armonizzarsi con quelli dello spettatore, ed è questo che non accadeva con i due Mostri nominati a inizio post. Non avendo letto il romanzo di Andy Weir non so se valga la stessa cosa anche per l'opera cartacea ma la sceneggiatura di Drew Goddard è divertente e dinamica, benedetta da un umorismo lieve ma mai stupido, e i dialoghi messi in bocca ai protagonisti hanno quel tocco realistico che parrebbe quasi paradossale in una situazione speciale come quella toccata in sorte a Watney.
Matt Damon, con la sua faccetta da bravo ragazzo all-american, si sobbarca sulle spalle il difficile compito di "riempire lo schermo" praticamente da solo e ci riesce benissimo, conquistandosi le simpatie del pubblico anche quando viene costretto dalla sceneggiatura a compiere imprese degne di un superuomo, strappando a volte un sorriso, a volte ammirazione, a volte un sopracciglio inarcato ma indulgente (come quando si rappezza da solo). Il cast di contorno è di prim'ordine, a partire da Jessicona Chastain, un sempre più simpatico Michael Peña, quel Jeff Daniels che quest'anno si è infilato in ben due film nominati all'Oscar e l'impronunciabile Chiwetel Ejiofort che, sinceramente, credevo fosse sparito dopo l'Oscar per 12 anni schiavo; certo, tanta abbondanza di star è un po' sprecata per il tempo che questi attori hanno ottenuto in scena ma sono comunque un bel vedere. Più della regia, comunque superlativa anche in virtù della confidenza che Ridley Scott ha ormai con ogni forma di "intrattenimento" spaziale (bellissima la scena in cui Damon e la Chastain si ricongiungono nel bel mezzo dello spazio), oltre che resa più moderna da strizzate d'occhio alle riprese tipiche del found footage, quello che mi ha davvero impressionata di The Martian sono state le scenografie. Il deserto di Wadi Rum, in Giordania, funge da superbo palcoscenico per le scene ambientate su Marte ed è davvero mozzafiato ma anche gli ambienti ricostruiti, soprattutto quelli claustrofobici in cui è costretto a muoversi Damon, sui quali spiccano l'interessante orto improvvisato dal protagonista, concorrono ad aumentare la bellezza di questo film. Se siete appassionati di vicende spaziali non indugiate come me e correte a recuperare Sopravvissuto - The Martian, io intanto cerco il romanzo!
Del regista Ridley Scott ho già parlato QUI. Matt Damon (Mark Watney), Jessica Chastain (Melissa Lewis), Kristen Wiig (Annie Montrose), Jeff Daniels (Teddy Sanders), Michael Peña (Rick Martinez), Sean Bean (Mitch Henderson), Sebastian Stan (Chris Beck) e Chiwetel Ejiofor (Vincent Kapoor) li trovate invece ai rispettivi link.
Kate Mara (vero nome Kate Rooney Mara) interpreta Beth Johanssen. Americana, sorella di Rooney Mara, la ricordo per film come Urban Legend 3, I segreti di Brokeback Mountain, Iron Man 2 e Fantastic 4; inoltre, ha partecipato a serie come Nip/Tuck, Cold Case, CSI: Miami, CSI, 24, American Horror Story, House of Cards e doppiato episodi di Robot Chicken. Ha 33 anni e tre film in uscita.
Drew Goddard avrebbe dovuto dirigere il film ma ha rinunciato per dedicarsi ad un progetto che purtroppo, al momento, pare essere destinato a non compiersi mai, ovvero una pellicola sui Sinistri Sei. Chissà che l'anno in corso non porti ulteriori news su questo spin-off di Spider Man. Cate Blanchett invece era stata la prima scelta di Scott per il ruolo di Melissa Lewis ma l'attrice ha dovuto rinunciare perché impegnata a girare altre pellicole, lasciando così il posto a Jessica Chastain. Detto questo, se Sopravvissuto - The Martian vi fosse piaciuto recuperate Interstellar, Gravity, Solaris, Moon, Alien e 2001 - Odissea nello spazio. ENJOY!
Trama: durante una violentissima tempesta su Marte, l'astronauta Mark Watney viene creduto morto dai suoi compagni e conseguentemente abbandonato. Ripresosi, il poveretto cerca in tutti i modi di sopravvivere e comunicare con la NASA...
Nell'ottobre dello scorso anno, nonostante le recensioni molto positive, ho tranquillamente RIFIUTATO di andare a vedere The Martian e il motivo è da ricercarsi in due traumi terrificanti che rispondono al nome di Interstellar (lungo, tedioso) e The Counselor - Il procuratore (lungo, tedioso). Chissà perché mi ero convinta che The Martian sarebbe stata una combo mortale dei due, capace di uccidere lo spettatore con l'attacco congiunto "Stesso Astronauta di Interstellar/Stesso Regista di The Counselor", e non a caso ho rimandato la visione del film finché non ha ottenuto le sue sette nomination all'Oscar e, per dovere di completezza, mi sono ritrovata praticamente costretta a guardarlo. Per fortuna The Martian è lungo, vero, ma assolutamente non tedioso: la storia di Mark Watney, che pur non prevede gli stravolgimenti cosmici di Interstellar, è emozionante, divertente e, soprattutto, molto umana. Watney non è un povero cretino fastidioso ed incomprensibile come il Procuratore, né il tormentato ex-astronauta di Interstellar ma l'incarnazione di quell'americanità che, senza sconfinare nel patriotticamente fastidioso, spinge l'individuo a risolvere i problemi con ottimismo e caparbietà, senza pensare costantemente alla disfatta o alla morte. La situazione di Watney è delle peggiori, forse LA peggiore immaginabile, eppure il personaggio viene mostrato mentre la affronta con gesti semplici, piccole azioni mirate innanzitutto a ristabilire una qualche parvenza di normalità anche psicologica, per poi proseguire, passo dopo passo, verso obiettivi più ambiziosi ed imprese più epiche. Con Watney si empatizza subito e si arriva a tifare spudoratamente per lui e per tutti quei personaggi che se lo prendono a cuore e tentano di salvarlo anche a costo di rimetterci la carriera, spinti dagli stessi sentimenti che arrivano ad armonizzarsi con quelli dello spettatore, ed è questo che non accadeva con i due Mostri nominati a inizio post. Non avendo letto il romanzo di Andy Weir non so se valga la stessa cosa anche per l'opera cartacea ma la sceneggiatura di Drew Goddard è divertente e dinamica, benedetta da un umorismo lieve ma mai stupido, e i dialoghi messi in bocca ai protagonisti hanno quel tocco realistico che parrebbe quasi paradossale in una situazione speciale come quella toccata in sorte a Watney.
Matt Damon, con la sua faccetta da bravo ragazzo all-american, si sobbarca sulle spalle il difficile compito di "riempire lo schermo" praticamente da solo e ci riesce benissimo, conquistandosi le simpatie del pubblico anche quando viene costretto dalla sceneggiatura a compiere imprese degne di un superuomo, strappando a volte un sorriso, a volte ammirazione, a volte un sopracciglio inarcato ma indulgente (come quando si rappezza da solo). Il cast di contorno è di prim'ordine, a partire da Jessicona Chastain, un sempre più simpatico Michael Peña, quel Jeff Daniels che quest'anno si è infilato in ben due film nominati all'Oscar e l'impronunciabile Chiwetel Ejiofort che, sinceramente, credevo fosse sparito dopo l'Oscar per 12 anni schiavo; certo, tanta abbondanza di star è un po' sprecata per il tempo che questi attori hanno ottenuto in scena ma sono comunque un bel vedere. Più della regia, comunque superlativa anche in virtù della confidenza che Ridley Scott ha ormai con ogni forma di "intrattenimento" spaziale (bellissima la scena in cui Damon e la Chastain si ricongiungono nel bel mezzo dello spazio), oltre che resa più moderna da strizzate d'occhio alle riprese tipiche del found footage, quello che mi ha davvero impressionata di The Martian sono state le scenografie. Il deserto di Wadi Rum, in Giordania, funge da superbo palcoscenico per le scene ambientate su Marte ed è davvero mozzafiato ma anche gli ambienti ricostruiti, soprattutto quelli claustrofobici in cui è costretto a muoversi Damon, sui quali spiccano l'interessante orto improvvisato dal protagonista, concorrono ad aumentare la bellezza di questo film. Se siete appassionati di vicende spaziali non indugiate come me e correte a recuperare Sopravvissuto - The Martian, io intanto cerco il romanzo!
Del regista Ridley Scott ho già parlato QUI. Matt Damon (Mark Watney), Jessica Chastain (Melissa Lewis), Kristen Wiig (Annie Montrose), Jeff Daniels (Teddy Sanders), Michael Peña (Rick Martinez), Sean Bean (Mitch Henderson), Sebastian Stan (Chris Beck) e Chiwetel Ejiofor (Vincent Kapoor) li trovate invece ai rispettivi link.
Kate Mara (vero nome Kate Rooney Mara) interpreta Beth Johanssen. Americana, sorella di Rooney Mara, la ricordo per film come Urban Legend 3, I segreti di Brokeback Mountain, Iron Man 2 e Fantastic 4; inoltre, ha partecipato a serie come Nip/Tuck, Cold Case, CSI: Miami, CSI, 24, American Horror Story, House of Cards e doppiato episodi di Robot Chicken. Ha 33 anni e tre film in uscita.
Drew Goddard avrebbe dovuto dirigere il film ma ha rinunciato per dedicarsi ad un progetto che purtroppo, al momento, pare essere destinato a non compiersi mai, ovvero una pellicola sui Sinistri Sei. Chissà che l'anno in corso non porti ulteriori news su questo spin-off di Spider Man. Cate Blanchett invece era stata la prima scelta di Scott per il ruolo di Melissa Lewis ma l'attrice ha dovuto rinunciare perché impegnata a girare altre pellicole, lasciando così il posto a Jessica Chastain. Detto questo, se Sopravvissuto - The Martian vi fosse piaciuto recuperate Interstellar, Gravity, Solaris, Moon, Alien e 2001 - Odissea nello spazio. ENJOY!
venerdì 15 gennaio 2016
The Vatican Tapes (2015)
O belin, stavolta non ci sono cascata (anche perchè il Multisala di Savona non me ne ha dato la possibilità) e ho guardato The Vatican Tapes, diretto nel 2015 dal regista Mark Neveldine, senza spendere un euro al cinema. Eh su, quando è troppo è troppo.
Trama: Nei meandri più reconditi del Vaticano si nasconde un archivio di filmati relativi a sospetti casi di possessione demoniaca. L'ultimo e il più eclatante è quello della giovane Angela, che richiederà persino l'intervento di un cardinale...
Lo ammetto. Per un attimo The Vatican Tapes mi aveva convinta che non sarei riuscita a prendere sonno la notte. Quello che mi terrorizza più di un horror "demoniaco" sono le interviste a presunti esorcisti veri oppure dei documentari sul tema delle possessioni e purtroppo The Vatican Tapes comincia mostrando allo spettatore proprio degli stralci di interviste reali tratte probabilmente da speciali televisivi o altri video; fortunatamente il terrore è durato solo 5 minuti scarsi, sfortunatamente mi sono dovuta sorbire per il restante minutaggio l'ennesimo, sciapo film americano a base di indemoniate ed esorcisti incompetenti. Alla classica trama in cui la tizia sfortunata a un certo punto comincia a scapocciare mettendo di mezzo la famiglia, ignari passanti, ancor più sfortunati impiccioni che solitamente fanno una brutta fine e un numero variabile di prelati che saranno infine costretti ad esorcizzarla e conseguentemente morire nel tentativo, The Vatican Tapes aggiunge un paio di note colorite tali da alzare un po' il tiro della possessione e aspirare di assurgere ai livelli de L'esorcista o Il presagio. Aspetta e spera, si diceva un tempo, visto che gli sceneggiatori hanno tirato in ballo improbabili riferimenti alla vita di Cristo onde giustificare la nascita della sua demoniaca controparte: sì, la protagonista sta in coma 40 giorni poi "risorge" come Gesù, va bene, sputa addosso al Cardinale tre uova che dovrebbero essere l'antitesi della Trinità (sic) ma non venitemi a dire che la sua nascita può essere una sorta di "immacolata concezione" visto che, di fatto, la madre ha copulato nonostante non volesse poi darla alla luce. Inoltre, ritengo che per essere un novello Anticristo tu ci debba nascere come Damien, altrimenti in virtù di cosa il Dimonio ti sceglierebbe in mezzo a miliardi di persone su tutta la Terra? Troppo facile mandare una in coma, contare 40 giorni e poi fare tanta libera tutti, suvvia!
Mettiamo da parte la trama insipida e diamo a Cesare quel che è di Cesare. Perlomeno The Vatican Tapes ci prova ad essere un film, a differenza delle altre porcate horror che sbarcano sui lidi italici mensilmente: il regista sa tenere in mano una cinepresa (che è già tanto per chi si cimenta nel genere di questi tempi...) e nonostante l'ausilio delle obbligatorie riprese "dal vero", senza le quali ormai un horror neppure te lo distribuiscono, cerca di creare un minimo di tensione senza ricorrere per forza a mezzucci scorretti come porte che sbattono, mostri che fanno "BUH!" e simili. Anzi, vi dirò persino che l'esorcismo è piuttosto cazzuto, anche perché il Cardinale intepretato da Peter Andersson è particolarmente incazzoso e fuori di testa, peccato che si concluda con la sagra dell'effetto speciale digitale d'accatto e con un finale aperto che purtroppo mi fa temere un eventuale seguito della storia. Anche gli attori non sono malvagi, in effetti. Nel cast spiccano dei bravi e famosi caratteristi come Michael Peña e Dougray Scott (Djimon Hounsou per quel che si vede non fa neanche testo e sembra di avere davanti quel cojone di Balotelli travestito da prete) e Olivia Taylor Dudley interpreta l'indemoniata con convinzione e misura, preferendo ad occhi roteanti e bocca spalancata un atteggiamento di freddo e minaccioso distacco. Insomma, poteva essere peggio ma diamine se poteva anche essere meglio! Da vedere se proprio non avete nient'altro da fare e avete un'ossessione compulsiva che vi porta a guardare tutti i film a tema demoniaco, altrimenti evitate, ché di questi tempi al cinema passano pellicole molto ma molto migliori!
Di Michael Peña (Padre Lozano) e Djimon Hounsou (Vicario Imani) ho già parlato ai rispettivi link.
Mark Neveldine è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Crank, Crank - High Voltage e Ghost Rider - Spirito di vendetta. Anche attore, produttore, sceneggiatore e stuntman, ha 43 anni.
Olivia Taylor Dudley interpreta Angela. Americana, ha partecipato a film come Chernobil Diaries - La mutazione, Transcendence, Paranormal Activity: The Ghost Dimension e a serie come CSI: Miami. Anche sceneggiatrice, ha 31 anni e due film in uscita.
Dougray Scott (vero nome Stephen Dougray Scott) interpreta Roger. Scozzese, ha partecipato a film come Deep Impact, La leggenda di un amore - Cinderella, Mission: Impossible II, Il gioco di Ripley, Dark Water e a serie come Highlander, Desperate Housewives, Doctor Who e Hemlock Grove. Anche produttore, ha 51 anni e un film in uscita.
Peter Andersson, che interpreta il Cardinale Bruun, aveva partecipato ai tre film dedicati alla trilogia Millenium nei panni dell'avvocato Nils Bjurman. Se The Vatican Tapes vi fosse piaciuto potete recuperare L'esorcista e L'evocazione - The Conjuring, il resto dei film simili è praticamente fuffa. ENJOY!
Trama: Nei meandri più reconditi del Vaticano si nasconde un archivio di filmati relativi a sospetti casi di possessione demoniaca. L'ultimo e il più eclatante è quello della giovane Angela, che richiederà persino l'intervento di un cardinale...
Lo ammetto. Per un attimo The Vatican Tapes mi aveva convinta che non sarei riuscita a prendere sonno la notte. Quello che mi terrorizza più di un horror "demoniaco" sono le interviste a presunti esorcisti veri oppure dei documentari sul tema delle possessioni e purtroppo The Vatican Tapes comincia mostrando allo spettatore proprio degli stralci di interviste reali tratte probabilmente da speciali televisivi o altri video; fortunatamente il terrore è durato solo 5 minuti scarsi, sfortunatamente mi sono dovuta sorbire per il restante minutaggio l'ennesimo, sciapo film americano a base di indemoniate ed esorcisti incompetenti. Alla classica trama in cui la tizia sfortunata a un certo punto comincia a scapocciare mettendo di mezzo la famiglia, ignari passanti, ancor più sfortunati impiccioni che solitamente fanno una brutta fine e un numero variabile di prelati che saranno infine costretti ad esorcizzarla e conseguentemente morire nel tentativo, The Vatican Tapes aggiunge un paio di note colorite tali da alzare un po' il tiro della possessione e aspirare di assurgere ai livelli de L'esorcista o Il presagio. Aspetta e spera, si diceva un tempo, visto che gli sceneggiatori hanno tirato in ballo improbabili riferimenti alla vita di Cristo onde giustificare la nascita della sua demoniaca controparte: sì, la protagonista sta in coma 40 giorni poi "risorge" come Gesù, va bene, sputa addosso al Cardinale tre uova che dovrebbero essere l'antitesi della Trinità (sic) ma non venitemi a dire che la sua nascita può essere una sorta di "immacolata concezione" visto che, di fatto, la madre ha copulato nonostante non volesse poi darla alla luce. Inoltre, ritengo che per essere un novello Anticristo tu ci debba nascere come Damien, altrimenti in virtù di cosa il Dimonio ti sceglierebbe in mezzo a miliardi di persone su tutta la Terra? Troppo facile mandare una in coma, contare 40 giorni e poi fare tanta libera tutti, suvvia!
Mettiamo da parte la trama insipida e diamo a Cesare quel che è di Cesare. Perlomeno The Vatican Tapes ci prova ad essere un film, a differenza delle altre porcate horror che sbarcano sui lidi italici mensilmente: il regista sa tenere in mano una cinepresa (che è già tanto per chi si cimenta nel genere di questi tempi...) e nonostante l'ausilio delle obbligatorie riprese "dal vero", senza le quali ormai un horror neppure te lo distribuiscono, cerca di creare un minimo di tensione senza ricorrere per forza a mezzucci scorretti come porte che sbattono, mostri che fanno "BUH!" e simili. Anzi, vi dirò persino che l'esorcismo è piuttosto cazzuto, anche perché il Cardinale intepretato da Peter Andersson è particolarmente incazzoso e fuori di testa, peccato che si concluda con la sagra dell'effetto speciale digitale d'accatto e con un finale aperto che purtroppo mi fa temere un eventuale seguito della storia. Anche gli attori non sono malvagi, in effetti. Nel cast spiccano dei bravi e famosi caratteristi come Michael Peña e Dougray Scott (Djimon Hounsou per quel che si vede non fa neanche testo e sembra di avere davanti quel cojone di Balotelli travestito da prete) e Olivia Taylor Dudley interpreta l'indemoniata con convinzione e misura, preferendo ad occhi roteanti e bocca spalancata un atteggiamento di freddo e minaccioso distacco. Insomma, poteva essere peggio ma diamine se poteva anche essere meglio! Da vedere se proprio non avete nient'altro da fare e avete un'ossessione compulsiva che vi porta a guardare tutti i film a tema demoniaco, altrimenti evitate, ché di questi tempi al cinema passano pellicole molto ma molto migliori!
Di Michael Peña (Padre Lozano) e Djimon Hounsou (Vicario Imani) ho già parlato ai rispettivi link.
Mark Neveldine è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Crank, Crank - High Voltage e Ghost Rider - Spirito di vendetta. Anche attore, produttore, sceneggiatore e stuntman, ha 43 anni.
Olivia Taylor Dudley interpreta Angela. Americana, ha partecipato a film come Chernobil Diaries - La mutazione, Transcendence, Paranormal Activity: The Ghost Dimension e a serie come CSI: Miami. Anche sceneggiatrice, ha 31 anni e due film in uscita.
Dougray Scott (vero nome Stephen Dougray Scott) interpreta Roger. Scozzese, ha partecipato a film come Deep Impact, La leggenda di un amore - Cinderella, Mission: Impossible II, Il gioco di Ripley, Dark Water e a serie come Highlander, Desperate Housewives, Doctor Who e Hemlock Grove. Anche produttore, ha 51 anni e un film in uscita.
Peter Andersson, che interpreta il Cardinale Bruun, aveva partecipato ai tre film dedicati alla trilogia Millenium nei panni dell'avvocato Nils Bjurman. Se The Vatican Tapes vi fosse piaciuto potete recuperare L'esorcista e L'evocazione - The Conjuring, il resto dei film simili è praticamente fuffa. ENJOY!
martedì 18 agosto 2015
Ant-Man (2015)
Indubbiamente uno dei film più attesi dell'estate, almeno per me, era Ant-Man, diretto dal regista Peyton Reed e per fortuna il multisala ha riaperto in tempo per consentirmi di guardarlo. Segue post SENZA SPOILER!
Trama: Scott Lang è un ladruncolo dal cuore d'oro a cui un giorno viene chiesto di rubare in casa del genio miliardario Hank Pym. Lang si ritrova così tra le mani una tuta dagli incredibili poteri e l'inaspettata occasione di salvare il mondo...
Come già era successo per The Avengers, Ant-Man non è mai stato un personaggio di cui mi sia mai interessato qualcosa, almeno a livello cartaceo. Sono quindi andata a vedere il film di Peyton Reed a cuor leggero, sicura che mi sarei trovata davanti il tipico film Marvel divertente e avventuroso e così, in effetti, è stato: Ant-Man è totalmente conformato allo stile cinematografico della Casa delle Idee, un simpatico ed indispensabile tassello che porterà a quella che ormai dovrebbe, se non sbaglio, essere la terza fase dell'ondata di film Marvel che ci sommergeranno negli anni a venire. La sua natura di "tassello", comunque, non gli impedisce di essere un film godibilissimo a sé, con un suo stile scanzonato in parte legato ai ritmi latini di un demenziale sottobosco criminale e con un protagonista che, a differenza della maggior parte dei film Marvel, è il tipico uomo "di strada" privo di legami col mondo dei supereroi di cui, al massimo, ha sentito parlare nei telegiornali. E' la natura scanzonata e disincantata del protagonista la carta vincente di Ant-Man, ideale passaggio di testimone tra il vecchio (rappresentato dallo scienziato, miliardario, agente segreto Hank Pym) e il nuovo, tra la vecchia generazione di lettori legati al personaggio creato da Stan Lee e quella nuova che magari non ha mai preso in mano un fumetto e conosce gli Avengers e compagnia cantante solo dalle pellicole a loro dedicate; il fulcro della sceneggiatura (alla quale ha messo mano anche quell'Edgar Wright che si è chiamato fuori come regista proprio perché voleva un film indipendente) è proprio la nascita di un nuovo eroe con una forte personalità e degli obiettivi da perseguire più legati alla propria serenità familiare che al mantenere la pace nel mondo, un uomo impegnato a diventare migliore innanzitutto per sé stesso e a sfruttare le seconde occasioni che gli vengono offerte. Tutto il resto è mitologia Marvel, indispensabile e godereccia quanto volete (MOLTO godereccia ad un certo punto, grazie ad una battaglia incredibilmente epica che non vi sto a spoilerare) ma priva di significato se il personaggio principale non mostrasse di avere cuore ed anima come lo Scott Lang di Paul Rudd.
Per quel che riguarda il fondamentale aspetto visivo della pellicola, non posso fare a meno di chiedermi "cosa avrebbe fatto Edgar Wright" ma alla fine Peyton Reed ha imbastito un lavoro dignitoso o, meglio, un lavoro che rientra nella media "alta" delle migliori produzioni Marvel. Indubbiamente gli sbalzi tra le due dimensioni in cui vive il personaggio, che può rimpicciolirsi e tornare grande a piacere, sono l'elemento più spettacolare del film e non solo quando Scott Lang interagisce con le amiche formichine/formicone o cambia stazza senza soluzione di continuità ma anche quando, molto ironicamente, il regista sceglie di mostrare le devastanti battaglie in miniatura dal punto di vista di un essere umano normale (il momento "Trenino Thomas" tocca livelli di epicità assoluta!). Personalmente, ho anche adorato la scelta di inserire nel film un Michael Peña particolarmente logorroico e divertente e di rappresentare i suoi interminabili racconti con una sfilata di persone che ovviamente parlano con la sua voce. L'aver citato Peña mi porta necessariamente a dover parlare degli attori che, a parte una quasi irriconoscibile e neroparruccata Evangeline Lilly nei panni di Hope Van Dyne e l'inquietante Corey Stoll chiamato ad interpretare il ruolo di un capriccioso villain, formano un campionario di facce anni '80/'90 mica da ridere: da Paul Rudd a Michael Douglas per arrivare a Judy Greer mi è sembrato di essere tornata ai bei tempi in cui Douglas era un affascinante piacione (il ringiovanimento nelle scene iniziali è impressionante e per nulla fasullo, giuro!) e gli altri due imperversavano nelle commedie adolescenziali, senza contare che i duetti tra vecchio e nuovo Ant-Man sono decisamente simpatici e ben riusciti. Molto belli anche i costumi di Ant-Man e della sua nemesi (un po' più tamarro del normale ma comunque minaccioso al punto giusto) e per il futuro si prospetta un costume ancora più bello ed elegante... ma questo lo capirà solo chi avrà la pazienza di aspettare le ben DUE, importantissime scene post-credits. Nell'attesa che Ant-Man torni, si capisce, perché quest'uomo formica mi è davvero piaciuto parecchio!!
Di Paul Rudd (Scott Lang/Ant-Man), Michael Douglas (Dr. Hank Pym), Evangeline Lilly (Hope Van Dyne), Anthony Mackie (Sam Wilson/Falcon), Judy Greer (Maggie Lang), Michael Peña (Luis), Hayley Atwell (Peggy Carter), John Slattery (Howard Stark) e Martin Donovan (Mitchell Carson) ho già parlato ai rispettivi link.
Peyton Reed è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Abbasso l'amore - Down With Love, Ti odio, ti lascio, ti..., Yes Man ed episodi di serie come Ritorno al futuro. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 52 anni e un film in uscita.
Corey Stoll interpreta Darren Cross. Americano, ha partecipato a film come Number 23, Midnight in Paris e a serie come CSI - Scena del crimine, Streghe, NYPD, Alias, Numb3rs, ER - Medici in prima linea, CSI: Miami, House of Cards e The Strain; come doppiatore, ha lavorato per serie come American Dad!. Ha 39 anni e cinque film in uscita.
Bobby Cannavale (vero nome Roberto Cannavale) interpreta Paxton. Americano, ha partecipato a film come Il collezionista di ossa, Snakes on a Plane, Blue Jasmine e a serie come Sex and The City, Squadra emergenza, Ally McBeal, Oz, Six Feet Under, Will & Grace, Cold Case e Broadwalk Empire; come doppiatore, ha lavorato per serie come American Dad! e Robot Chicken. Ha 45 anni.
Inizialmente il film avrebbe dovuto concentrarsi su Hank Pym ma il personaggio è stato ritenuto troppo poco adatto alle famiglie (personalità multiple, abusi sulla moglie, insomma una personcina simpatica...) e quindi si è preferito puntare su Scott Lang.. sarà questo uno dei motivi per cui Edgar Wright ha deciso di chiamarsi fuori dal progetto dopo che per anni aveva portato avanti la causa di un film su Ant-Man possibilmente STACCATO dall'Universo Marvel cinematografico? Un altro nome eccellente ad essere rimasto fuori dalla pellicola è quello di Steve Buscemi, originariamente scelto per il ruolo di Hank Pym e poi costretto a rinunciare per impegni pregressi (cosa che sono stati costretti a fare anche Jessica Chastain, in lizza per il ruolo di Hope Van Dyne, e Patrick Wilson, scelta originale per Paxton), mentre se Wasp fosse stata inclusa nello script il ruolo sarebbe probabilmente andato ad Emma Stone. Non è rimasto fuori invece Stan Lee, che compare verso la fine come barista dopo avermi fatto inutilmente preoccupare! E ora, tenetevi pronti al momento continuity! Ant-Man segue Iron Man, Iron Man 2, Thor, Captain America - Il primo vendicatore, The Avengers, Iron Man 3, Thor: The Dark World, Captain America: The Winter Soldier, Guardiani della Galassia , Avengers: Age of Ultron e la serie Agents of S.H.I.E.L.D: se il film vi fosse piaciuto recuperateli e tenetevi pronti per l'arrivo di Captain America: Civil War, Dottor Strange, Guardiani della Galassia Vol. 2, Thor: Ragnarok, Avengers: Infinity War - Part I e Avengers: Infinity War - Part 2. ENJOY!
Trama: Scott Lang è un ladruncolo dal cuore d'oro a cui un giorno viene chiesto di rubare in casa del genio miliardario Hank Pym. Lang si ritrova così tra le mani una tuta dagli incredibili poteri e l'inaspettata occasione di salvare il mondo...
Come già era successo per The Avengers, Ant-Man non è mai stato un personaggio di cui mi sia mai interessato qualcosa, almeno a livello cartaceo. Sono quindi andata a vedere il film di Peyton Reed a cuor leggero, sicura che mi sarei trovata davanti il tipico film Marvel divertente e avventuroso e così, in effetti, è stato: Ant-Man è totalmente conformato allo stile cinematografico della Casa delle Idee, un simpatico ed indispensabile tassello che porterà a quella che ormai dovrebbe, se non sbaglio, essere la terza fase dell'ondata di film Marvel che ci sommergeranno negli anni a venire. La sua natura di "tassello", comunque, non gli impedisce di essere un film godibilissimo a sé, con un suo stile scanzonato in parte legato ai ritmi latini di un demenziale sottobosco criminale e con un protagonista che, a differenza della maggior parte dei film Marvel, è il tipico uomo "di strada" privo di legami col mondo dei supereroi di cui, al massimo, ha sentito parlare nei telegiornali. E' la natura scanzonata e disincantata del protagonista la carta vincente di Ant-Man, ideale passaggio di testimone tra il vecchio (rappresentato dallo scienziato, miliardario, agente segreto Hank Pym) e il nuovo, tra la vecchia generazione di lettori legati al personaggio creato da Stan Lee e quella nuova che magari non ha mai preso in mano un fumetto e conosce gli Avengers e compagnia cantante solo dalle pellicole a loro dedicate; il fulcro della sceneggiatura (alla quale ha messo mano anche quell'Edgar Wright che si è chiamato fuori come regista proprio perché voleva un film indipendente) è proprio la nascita di un nuovo eroe con una forte personalità e degli obiettivi da perseguire più legati alla propria serenità familiare che al mantenere la pace nel mondo, un uomo impegnato a diventare migliore innanzitutto per sé stesso e a sfruttare le seconde occasioni che gli vengono offerte. Tutto il resto è mitologia Marvel, indispensabile e godereccia quanto volete (MOLTO godereccia ad un certo punto, grazie ad una battaglia incredibilmente epica che non vi sto a spoilerare) ma priva di significato se il personaggio principale non mostrasse di avere cuore ed anima come lo Scott Lang di Paul Rudd.
Per quel che riguarda il fondamentale aspetto visivo della pellicola, non posso fare a meno di chiedermi "cosa avrebbe fatto Edgar Wright" ma alla fine Peyton Reed ha imbastito un lavoro dignitoso o, meglio, un lavoro che rientra nella media "alta" delle migliori produzioni Marvel. Indubbiamente gli sbalzi tra le due dimensioni in cui vive il personaggio, che può rimpicciolirsi e tornare grande a piacere, sono l'elemento più spettacolare del film e non solo quando Scott Lang interagisce con le amiche formichine/formicone o cambia stazza senza soluzione di continuità ma anche quando, molto ironicamente, il regista sceglie di mostrare le devastanti battaglie in miniatura dal punto di vista di un essere umano normale (il momento "Trenino Thomas" tocca livelli di epicità assoluta!). Personalmente, ho anche adorato la scelta di inserire nel film un Michael Peña particolarmente logorroico e divertente e di rappresentare i suoi interminabili racconti con una sfilata di persone che ovviamente parlano con la sua voce. L'aver citato Peña mi porta necessariamente a dover parlare degli attori che, a parte una quasi irriconoscibile e neroparruccata Evangeline Lilly nei panni di Hope Van Dyne e l'inquietante Corey Stoll chiamato ad interpretare il ruolo di un capriccioso villain, formano un campionario di facce anni '80/'90 mica da ridere: da Paul Rudd a Michael Douglas per arrivare a Judy Greer mi è sembrato di essere tornata ai bei tempi in cui Douglas era un affascinante piacione (il ringiovanimento nelle scene iniziali è impressionante e per nulla fasullo, giuro!) e gli altri due imperversavano nelle commedie adolescenziali, senza contare che i duetti tra vecchio e nuovo Ant-Man sono decisamente simpatici e ben riusciti. Molto belli anche i costumi di Ant-Man e della sua nemesi (un po' più tamarro del normale ma comunque minaccioso al punto giusto) e per il futuro si prospetta un costume ancora più bello ed elegante... ma questo lo capirà solo chi avrà la pazienza di aspettare le ben DUE, importantissime scene post-credits. Nell'attesa che Ant-Man torni, si capisce, perché quest'uomo formica mi è davvero piaciuto parecchio!!
Di Paul Rudd (Scott Lang/Ant-Man), Michael Douglas (Dr. Hank Pym), Evangeline Lilly (Hope Van Dyne), Anthony Mackie (Sam Wilson/Falcon), Judy Greer (Maggie Lang), Michael Peña (Luis), Hayley Atwell (Peggy Carter), John Slattery (Howard Stark) e Martin Donovan (Mitchell Carson) ho già parlato ai rispettivi link.
Peyton Reed è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Abbasso l'amore - Down With Love, Ti odio, ti lascio, ti..., Yes Man ed episodi di serie come Ritorno al futuro. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 52 anni e un film in uscita.
Corey Stoll interpreta Darren Cross. Americano, ha partecipato a film come Number 23, Midnight in Paris e a serie come CSI - Scena del crimine, Streghe, NYPD, Alias, Numb3rs, ER - Medici in prima linea, CSI: Miami, House of Cards e The Strain; come doppiatore, ha lavorato per serie come American Dad!. Ha 39 anni e cinque film in uscita.
Bobby Cannavale (vero nome Roberto Cannavale) interpreta Paxton. Americano, ha partecipato a film come Il collezionista di ossa, Snakes on a Plane, Blue Jasmine e a serie come Sex and The City, Squadra emergenza, Ally McBeal, Oz, Six Feet Under, Will & Grace, Cold Case e Broadwalk Empire; come doppiatore, ha lavorato per serie come American Dad! e Robot Chicken. Ha 45 anni.
Inizialmente il film avrebbe dovuto concentrarsi su Hank Pym ma il personaggio è stato ritenuto troppo poco adatto alle famiglie (personalità multiple, abusi sulla moglie, insomma una personcina simpatica...) e quindi si è preferito puntare su Scott Lang.. sarà questo uno dei motivi per cui Edgar Wright ha deciso di chiamarsi fuori dal progetto dopo che per anni aveva portato avanti la causa di un film su Ant-Man possibilmente STACCATO dall'Universo Marvel cinematografico? Un altro nome eccellente ad essere rimasto fuori dalla pellicola è quello di Steve Buscemi, originariamente scelto per il ruolo di Hank Pym e poi costretto a rinunciare per impegni pregressi (cosa che sono stati costretti a fare anche Jessica Chastain, in lizza per il ruolo di Hope Van Dyne, e Patrick Wilson, scelta originale per Paxton), mentre se Wasp fosse stata inclusa nello script il ruolo sarebbe probabilmente andato ad Emma Stone. Non è rimasto fuori invece Stan Lee, che compare verso la fine come barista dopo avermi fatto inutilmente preoccupare! E ora, tenetevi pronti al momento continuity! Ant-Man segue Iron Man, Iron Man 2, Thor, Captain America - Il primo vendicatore, The Avengers, Iron Man 3, Thor: The Dark World, Captain America: The Winter Soldier, Guardiani della Galassia , Avengers: Age of Ultron e la serie Agents of S.H.I.E.L.D: se il film vi fosse piaciuto recuperateli e tenetevi pronti per l'arrivo di Captain America: Civil War, Dottor Strange, Guardiani della Galassia Vol. 2, Thor: Ragnarok, Avengers: Infinity War - Part I e Avengers: Infinity War - Part 2. ENJOY!
venerdì 12 giugno 2015
Fury (2014)
Con il solito ritardo di poco meno di un anno, è arrivato anche da noi l'apprezzatissimo Fury, diretto e sceneggiato nel 2014 dal regista David Ayer. Potevo forse non guardarlo?
Trama: nell'aprile del 1945 un gruppo di soldati americani combatte in Germania, all'interno di un carro armato, una guerra disperata contro i ben più potenti corazzati tedeschi e gli ultimi scampoli di resistenza nazista...
Due ore e dieci che sembrano una, interamente passate nel claustrofobico interno di un carro armato e sugli ancor più claustrofobici campi di guerra. Due ore e dieci di angoscia mista a un senso di partecipazione e fortissima empatia, ecco la sensazione che mi ha comunicato Fury, una pellicola talmente intensa e concitata che persino io, che notoriamente non amo i film "di guerra", non ho potuto fare altro che lasciarmi assorbire dalla storia narrata e soffrire o combattere assieme agli occupanti del carro armato che da il titolo al film. E ad ogni sequenza, chissà perché, mi venivano in mente i versi di quel bardo genovese che così bene cantò i sentimenti dei soldati al fronte con La guerra di Piero. Il giovane Norman come il protagonista di quella meravigliosa canzone che, poverello, avanza "triste come chi deve" ed è costretto a rinunciare alla sua innocenza ed umanità per rispettare una regola orribile ma indispensabile per la sopravvivenza, quell'"uccidi o vieni ucciso" (sì, anche bambini, donne e uomini disarmati) che gli viene inculcato sia dal brusco Don che dalla triste ed ingiusta realtà della guerra; in quel momento storico d'incertezza in cui gli alleati stavano quasi per vincere ma i tedeschi non avevano ancora perso, ogni istante di tranquillità e cameratismo nascondeva l'insidia di una bomba inesplosa, di un agguato tra gli alberi o di un cecchino appostato chissà dove, pronto a far saltare la testa di chi era così incauto da rilassarsi. I personaggi di Fury, soldati pieni di difetti e anche poco simpatici ma per questo ancora più umani, sono uomini allo stremo che vivono solo per la guerra e che affrontano i quotidiani orrori del conflitto nell'unico modo che conoscono. Trascinato di peso nel fango di una terra straniera e in una realtà che non gli appartiene, la recluta Norman si ritrova all'improvviso a dover fare parte di un gruppo rude e molto unito, i cui membri sono già sopravvissuti a decine di battaglie e si sono lasciati alle spalle ogni remora o residuo di innocenza; la pellicola dunque si focalizza sulla "crescita" di Norman, che attraverso varie esperienza cambia e passa dall'essere uno sbarbatello pauroso ed incerto ad una Macchina di guerra, per quanto ancora capace di provare emozioni.
Il vero protagonista della pellicola è però il carro armato Fury che, come viene detto all'inizio e come tutti i suoi "fratelli" d'armi, ha una potenza assai inferiore a quella dell'artiglieria tedesca. David Ayer segue questo mastodonte come farebbe un documentarista con un elefante vecchio e stanco, affiancandone il cannone spesso in primo piano, mostrando nel dettaglio la sporcizia dei cingoli e le ferite riportate sul metallo ormai usurato e facendo diventare l'enorme "scatola di latta" un essere vivente al pari di Norman, Don e compagnia, un vero e proprio membro della squadra. Il carro armato viene così a simboleggiare la libertà e l'ultimo baluardo di difesa (emblematica la ripresa dall'alto che precede i titoli di coda) ed è sicuramente anche una casa, una sorta di ventre materno per i soldati capitanati da Don ma non solo: Fury è anche un mostro di metallo e all'occorrenza può diventare una trappola mortale per i suoi occupanti, un limite oltre il quale comincia una realtà sconosciuta e spaventevole ma pur sempre viva, lontana dall'alienazione che viene inevitabilmente a crearsi all'interno di quattro fredde e claustrofobiche pareti. David Ayer non è l'ultimo arrivato e riesce ad armonizzare alla perfezione la necessaria lentezza e "pesantezza" di una guerra combattuta sui carri armati a momenti di azione serratissima dove i continui scambi di granate e proiettili ricordano quasi un film di fantascienza; tra l'altro, non mi intendo di storia in generale o di seconda guerra mondiale in particolare ma la ricostruzione di mezzi e costumi a me è sembrata accuratissima, con tanto di utilizzo di un carro armato d'epoca realmente funzionante, il Tiger se non erro. Nonostante le varie critiche che ho letto in giro (critiche che in parte avvallo, ché il racconto non è particolarmente originale e soffre di alcuni momenti volutamente "finti", come il pranzo a casa delle signorine tedesche) a me sono piaciuti molto anche gli attori. Forse Brad Pitt non è il massimo dell'espressività ma, a mio avviso, il suo personaggio allucinato richiedeva proprio quest'approccio, mentre Logan Lerman, Shia LaBeouf (che normalmente odio) e Jon Bernthal sono perfetti e gli ultimi due portano a casa delle interpretazioni incredibili, nonostante i loro personaggi borderline rischiassero seriamente di venire trasformati in macchiette. Quindi, sono davvero contenta di essere andata a vedere Fury ma siccome mi sono accorta di avere scritto un post noiosissimo e troppo serio concludo con una bella domanda ignorante: ma quanto può essere figo Jason Isaacs, anche sfigurato, e quanto può essere incredibilmente MMostro Jon Bernthal, con quella faccia da Scéim che si porta dietro dai tempi di The Walking Dead?
Di Brad Pitt (Don "Wardaddy" Collier), Shia LaBeouf (Boyd "Bibbia" Swan), Logan Lerman (Norman Ellison), Michael Peña (Trini "Gordo" Garcia), Jon Bernthal (Grady Travis) e Jason Isaacs (Capitano Waggoner) ho già parlato ai rispettivi link.
David Ayer è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come End of Watch - Tolleranza zero. Anche produttore, attore e stuntman, ha 47 anni e un film in uscita, l'imminente Suicide Squad.
Tra gli altri attori che spuntano qua e là in Fury segnalo la presenza di Scott Eastwood, figlio di Clint Eastwood, nei panni del sergente Miles. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate anche Salvate il soldato Ryan e Bastardi senza gloria. ENJOY!
Trama: nell'aprile del 1945 un gruppo di soldati americani combatte in Germania, all'interno di un carro armato, una guerra disperata contro i ben più potenti corazzati tedeschi e gli ultimi scampoli di resistenza nazista...
Due ore e dieci che sembrano una, interamente passate nel claustrofobico interno di un carro armato e sugli ancor più claustrofobici campi di guerra. Due ore e dieci di angoscia mista a un senso di partecipazione e fortissima empatia, ecco la sensazione che mi ha comunicato Fury, una pellicola talmente intensa e concitata che persino io, che notoriamente non amo i film "di guerra", non ho potuto fare altro che lasciarmi assorbire dalla storia narrata e soffrire o combattere assieme agli occupanti del carro armato che da il titolo al film. E ad ogni sequenza, chissà perché, mi venivano in mente i versi di quel bardo genovese che così bene cantò i sentimenti dei soldati al fronte con La guerra di Piero. Il giovane Norman come il protagonista di quella meravigliosa canzone che, poverello, avanza "triste come chi deve" ed è costretto a rinunciare alla sua innocenza ed umanità per rispettare una regola orribile ma indispensabile per la sopravvivenza, quell'"uccidi o vieni ucciso" (sì, anche bambini, donne e uomini disarmati) che gli viene inculcato sia dal brusco Don che dalla triste ed ingiusta realtà della guerra; in quel momento storico d'incertezza in cui gli alleati stavano quasi per vincere ma i tedeschi non avevano ancora perso, ogni istante di tranquillità e cameratismo nascondeva l'insidia di una bomba inesplosa, di un agguato tra gli alberi o di un cecchino appostato chissà dove, pronto a far saltare la testa di chi era così incauto da rilassarsi. I personaggi di Fury, soldati pieni di difetti e anche poco simpatici ma per questo ancora più umani, sono uomini allo stremo che vivono solo per la guerra e che affrontano i quotidiani orrori del conflitto nell'unico modo che conoscono. Trascinato di peso nel fango di una terra straniera e in una realtà che non gli appartiene, la recluta Norman si ritrova all'improvviso a dover fare parte di un gruppo rude e molto unito, i cui membri sono già sopravvissuti a decine di battaglie e si sono lasciati alle spalle ogni remora o residuo di innocenza; la pellicola dunque si focalizza sulla "crescita" di Norman, che attraverso varie esperienza cambia e passa dall'essere uno sbarbatello pauroso ed incerto ad una Macchina di guerra, per quanto ancora capace di provare emozioni.
Il vero protagonista della pellicola è però il carro armato Fury che, come viene detto all'inizio e come tutti i suoi "fratelli" d'armi, ha una potenza assai inferiore a quella dell'artiglieria tedesca. David Ayer segue questo mastodonte come farebbe un documentarista con un elefante vecchio e stanco, affiancandone il cannone spesso in primo piano, mostrando nel dettaglio la sporcizia dei cingoli e le ferite riportate sul metallo ormai usurato e facendo diventare l'enorme "scatola di latta" un essere vivente al pari di Norman, Don e compagnia, un vero e proprio membro della squadra. Il carro armato viene così a simboleggiare la libertà e l'ultimo baluardo di difesa (emblematica la ripresa dall'alto che precede i titoli di coda) ed è sicuramente anche una casa, una sorta di ventre materno per i soldati capitanati da Don ma non solo: Fury è anche un mostro di metallo e all'occorrenza può diventare una trappola mortale per i suoi occupanti, un limite oltre il quale comincia una realtà sconosciuta e spaventevole ma pur sempre viva, lontana dall'alienazione che viene inevitabilmente a crearsi all'interno di quattro fredde e claustrofobiche pareti. David Ayer non è l'ultimo arrivato e riesce ad armonizzare alla perfezione la necessaria lentezza e "pesantezza" di una guerra combattuta sui carri armati a momenti di azione serratissima dove i continui scambi di granate e proiettili ricordano quasi un film di fantascienza; tra l'altro, non mi intendo di storia in generale o di seconda guerra mondiale in particolare ma la ricostruzione di mezzi e costumi a me è sembrata accuratissima, con tanto di utilizzo di un carro armato d'epoca realmente funzionante, il Tiger se non erro. Nonostante le varie critiche che ho letto in giro (critiche che in parte avvallo, ché il racconto non è particolarmente originale e soffre di alcuni momenti volutamente "finti", come il pranzo a casa delle signorine tedesche) a me sono piaciuti molto anche gli attori. Forse Brad Pitt non è il massimo dell'espressività ma, a mio avviso, il suo personaggio allucinato richiedeva proprio quest'approccio, mentre Logan Lerman, Shia LaBeouf (che normalmente odio) e Jon Bernthal sono perfetti e gli ultimi due portano a casa delle interpretazioni incredibili, nonostante i loro personaggi borderline rischiassero seriamente di venire trasformati in macchiette. Quindi, sono davvero contenta di essere andata a vedere Fury ma siccome mi sono accorta di avere scritto un post noiosissimo e troppo serio concludo con una bella domanda ignorante: ma quanto può essere figo Jason Isaacs, anche sfigurato, e quanto può essere incredibilmente MMostro Jon Bernthal, con quella faccia da Scéim che si porta dietro dai tempi di The Walking Dead?
Di Brad Pitt (Don "Wardaddy" Collier), Shia LaBeouf (Boyd "Bibbia" Swan), Logan Lerman (Norman Ellison), Michael Peña (Trini "Gordo" Garcia), Jon Bernthal (Grady Travis) e Jason Isaacs (Capitano Waggoner) ho già parlato ai rispettivi link.
David Ayer è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come End of Watch - Tolleranza zero. Anche produttore, attore e stuntman, ha 47 anni e un film in uscita, l'imminente Suicide Squad.
Tra gli altri attori che spuntano qua e là in Fury segnalo la presenza di Scott Eastwood, figlio di Clint Eastwood, nei panni del sergente Miles. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate anche Salvate il soldato Ryan e Bastardi senza gloria. ENJOY!
Labels:
brad pitt,
cinema,
david ayer,
fury,
jason isaacs,
jon bernthal,
logan lerman,
michael peña,
shia labeouf
venerdì 10 gennaio 2014
American Hustle - L'apparenza inganna (2013)
Martedì sera sono andata a vedere American Hustle - L'apparenza inganna (American Hustle), diretto e co-sceneggiato nel 2013 dal regista David O. Russel. Era uno dei film che più aspettavo... e non sono rimasta affatto delusa!
Trama: Irvin Rosenfeld e Sydney Prosser sono un'affiatata coppia di truffatori che, un giorno, vengono smascherati dall'ambizioso agente FBI Richie DiMaso. L'agente li costringe ad aiutarlo ad incastrare per corruzione politici in vista come il sindaco Carmine Polito ma l'operazione non è così semplice...
American Hustle è uno spettacolo, in ogni senso. Tratto da fatti realmente accaduti, è la storia di persone che vogliono diventare altro con la mera forza di volontà e che cercano di "reinventarsi" in ogni modo; Irvin e Sydney lo fanno consapevolmente quindi, da un certo punto di vista, nonostante siano degli imbroglioni viene naturale parteggiare per loro e considerarli positivi nella loro coerenza, mentre il resto dei personaggi non è così trasparente e, chi più chi meno, indossano tutti una maschera. A partire dall'agente DeMaso, squallido cocco di mamma che si traveste da Tony Manero e si fa la permanente per darsi un tono da viveur, passando per Rosalyn, ignorante ubriacona che s'illude di controllare il marito o di poter aspirare ad un compagno "rispettabile" e romantico, fino ad arrivare al sindaco Polito, armato di buone intenzioni ma comunque colluso alla mafia, ogni personaggio di American Hustle cerca di fuggire dal proprio tempo e dalla propria natura ma pochi di loro sono in grado di volare basso e farlo affrontando a testa alta anche i propri errori o mantenendo il sangue freddo quando le cose rischiano di fuggire di mano. Se nel corso del film Irvin e Sydney riscoprono la loro umanità e accettano i propri limiti trovando equilibrio nella cosiddetta normalità, gli altri personaggi invece perdono la testa e continuano a farsi ingannare da specchi per le allodole e illusioni create dai loro stessi desideri e l'unico a rimetterci veramente, l'unico per cui io, come spettatrice, ho provato pena, è il povero, speranzoso, verace e ingenuo Carmine, uno dei pochi italoamericani cinematografici in grado di riuscire a superare gli ovvi, inevitabili stereotipi e a bucare lo schermo con una scena sul prefinale a dir poco straziante.
David O. Russel e tutti gli attori da lui convocati per questa esilarante, emozionante pellicola hanno preso alla lettera i mantra che sono alla base del film, ovvero "La gente crede in quello che VUOLE credere" e "le cose devi farle partendo dai piedi, non dalla testa", perché ogni fotogramma è un inganno che ammalia e imprigiona lo spettatore, fino a fargli credere anche l'impossibile. Nella fattispecie, che tre incredibili fighi come Bale, Cooper e Renner possano diventare dei mostri o degli zamarri di rara fattura (in particolare il primo, scioccante col riporto e il fisico distrutto), eppure è così: mano a mano che il film prosegue la loro bellezza scompare ma scompare anche lo shock nel vederli conciati in tali guise perché la loro bravura riesce a renderli tutt'uno col personaggio che interpretano. All'inizio anch'io ero scettica, lo ammetto. Perché non si può far interpretare dei vecchi a delle persone anziane, dei grassi a degli attori ciccioni, degli stempiati a degli artisti calvi? Beh, proprio perché gli spettatori devono trovarsi davanti una finzione palese e CREDERE, così che gli assunti della trama possano regolare anche la fruizione della pellicola e diventare un tutt'uno. Ed è lo stesso motivo per cui David O. Russel indugia così tanto nell'inquadrare i piedi dei personaggi, ancorandoli a quella realtà da cui vorrebbero così disperatamente fuggire, quasi ad ammonirli di non esagerare con i loro voli pindarici, nonostante le distrazioni provenienti da abiti, gioielli, scarpe, accessori (il microonde!!), scenografie e ambientazioni così zeppe di dettagli, bellezza ed eccessi da far girare la testa.
E se la tecnica di regista, montatore, scenografi e costumisti è a dir poco sopraffina, come la colonna sonora (eccezionale Jennifer Lawrence che fa le pulizie cantando Live and Let Die!), cosa sarebbe American Hustle senza gli attori, tutti perfetti, dai protagonisti alle ultime comparse? E' una lotta tra pesi massimi, perché è vero che i tre maschietti si rubano la scena l'un con l'altro, ma le femminucce tante volte rischiano di surclassarli. Per puro gusto personale la palma di migliore attore la concederei comunque ad un Bradley Cooper viscido, bastardo e logorroico, in grado di strappare più risate che in Una notte da leoni e far scendere un rivolo di bavetta durante il ballo in discoteca (madonna come si muove sotto quei riccioli e quegli abiti tamarri!!!!) mentre come guest star vince Robert DeNiro, che in dieci minuti di sguardi glaciali da vera tremarella è riuscito a farsi perdonare gli ultimi anni zeppi di cantonate e pagliacciate. Le scene migliori, tuttavia, sono tutte racchiuse nei duetti in cui gli attori possono dare libero sfogo alla loro bravura. Non scendo nei dettagli per non rovinare la sorpresa ma la canzone di Bale e Renner e il loro dialogo sul finale, l'incredibile sfuriata tra Bale e la Lawrence, il confronto tra quest'ultima e l'affascinante Amy Adams, l'incontro al tavolo con lo sceicco e lo show di Bradley Cooper negli uffici dell'FBI sono da applausi e da Oscar. A tal proposito, intanto che lo recupero e lo riguardo in lingua originale per gustarlo meglio, spero davvero che American Hustle (candidato a 7 Golden Globes) conquisti almeno una statuetta importante, a prescindere da quale sia, perché la meriterebbe davvero!
Di Christian Bale (Irvin Rosenfeld), Bradley Cooper (Richie DiMaso), Amy Adams (Sydney Prosser), Jeremy Renner (il sindaco Carmine Polito), Jennifer Lawrence (Rosalyn Rosenfeld), Michael Peña (Paco Hernandez/Sceicco Abdullah), Colleen Camp (Brenda) e Robert De Niro (non accreditato, interpreta Victor Tellegio) ho già parlato ai rispettivi link.
David O. Russel (vero nome David Owen Russel) è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Amori e disastri, Three Kings, I Heart Huckabees, The Fighter e Il lato positivo. Anche produttore e attore, ha 55 anni e un film in uscita.
Shea Whigham (Franklin Shea Whigham Junior) interpreta Carl Elway. Americano, ha partecipato a film come Fast and Furious - Solo parti originali, Machete, This Must Be The Place, Catch.44, Le belve, Il lato positivo, Fast and Furious 6, all'imminente The Wolf of Wall Street e alle serie E.R. Medici in prima linea e Broadwalk Empire. Ha 44 anni e due film in uscita.
Alessandro Nivola interpreta Anthony Amado. Americano, ha partecipato a film come Face/Off, Jurassic Park III, The Eye e Coco Avant Chanel. Anche produttore, ha 41 anni.
A causa di impegni pregressi, Christian Bale aveva quasi rinunciato al ruolo di Irvin, che era quindi passato a Bradley Cooper, mentre Jeremy Renner avrebbe interpretato Richie. Per fortuna Bale ha dato una sfoltita ai suoi impegni perché il casting così è perfetto! Tra l'altro, American Hustle si basa sul vero scandalo Abscam (Arab Scam) che, tra gli anni '70 e gli '80, aveva portato parecchi politici americani a venire indagati per corruzione, e già Louis Malle avrebbe voluto trarne un film dal titolo Moon Over Miami, con Dan Aykroyd e John Belushi come protagonisti. Purtroppo, la morte di Belushi ha mandato all'aria il progetto. A parte questo paio di curiosità, se American Hustle vi fosse piaciuto consiglio la visione di Blow e Boogie Nights - L'altra Hollywood. ENJOY!
Trama: Irvin Rosenfeld e Sydney Prosser sono un'affiatata coppia di truffatori che, un giorno, vengono smascherati dall'ambizioso agente FBI Richie DiMaso. L'agente li costringe ad aiutarlo ad incastrare per corruzione politici in vista come il sindaco Carmine Polito ma l'operazione non è così semplice...
American Hustle è uno spettacolo, in ogni senso. Tratto da fatti realmente accaduti, è la storia di persone che vogliono diventare altro con la mera forza di volontà e che cercano di "reinventarsi" in ogni modo; Irvin e Sydney lo fanno consapevolmente quindi, da un certo punto di vista, nonostante siano degli imbroglioni viene naturale parteggiare per loro e considerarli positivi nella loro coerenza, mentre il resto dei personaggi non è così trasparente e, chi più chi meno, indossano tutti una maschera. A partire dall'agente DeMaso, squallido cocco di mamma che si traveste da Tony Manero e si fa la permanente per darsi un tono da viveur, passando per Rosalyn, ignorante ubriacona che s'illude di controllare il marito o di poter aspirare ad un compagno "rispettabile" e romantico, fino ad arrivare al sindaco Polito, armato di buone intenzioni ma comunque colluso alla mafia, ogni personaggio di American Hustle cerca di fuggire dal proprio tempo e dalla propria natura ma pochi di loro sono in grado di volare basso e farlo affrontando a testa alta anche i propri errori o mantenendo il sangue freddo quando le cose rischiano di fuggire di mano. Se nel corso del film Irvin e Sydney riscoprono la loro umanità e accettano i propri limiti trovando equilibrio nella cosiddetta normalità, gli altri personaggi invece perdono la testa e continuano a farsi ingannare da specchi per le allodole e illusioni create dai loro stessi desideri e l'unico a rimetterci veramente, l'unico per cui io, come spettatrice, ho provato pena, è il povero, speranzoso, verace e ingenuo Carmine, uno dei pochi italoamericani cinematografici in grado di riuscire a superare gli ovvi, inevitabili stereotipi e a bucare lo schermo con una scena sul prefinale a dir poco straziante.
David O. Russel e tutti gli attori da lui convocati per questa esilarante, emozionante pellicola hanno preso alla lettera i mantra che sono alla base del film, ovvero "La gente crede in quello che VUOLE credere" e "le cose devi farle partendo dai piedi, non dalla testa", perché ogni fotogramma è un inganno che ammalia e imprigiona lo spettatore, fino a fargli credere anche l'impossibile. Nella fattispecie, che tre incredibili fighi come Bale, Cooper e Renner possano diventare dei mostri o degli zamarri di rara fattura (in particolare il primo, scioccante col riporto e il fisico distrutto), eppure è così: mano a mano che il film prosegue la loro bellezza scompare ma scompare anche lo shock nel vederli conciati in tali guise perché la loro bravura riesce a renderli tutt'uno col personaggio che interpretano. All'inizio anch'io ero scettica, lo ammetto. Perché non si può far interpretare dei vecchi a delle persone anziane, dei grassi a degli attori ciccioni, degli stempiati a degli artisti calvi? Beh, proprio perché gli spettatori devono trovarsi davanti una finzione palese e CREDERE, così che gli assunti della trama possano regolare anche la fruizione della pellicola e diventare un tutt'uno. Ed è lo stesso motivo per cui David O. Russel indugia così tanto nell'inquadrare i piedi dei personaggi, ancorandoli a quella realtà da cui vorrebbero così disperatamente fuggire, quasi ad ammonirli di non esagerare con i loro voli pindarici, nonostante le distrazioni provenienti da abiti, gioielli, scarpe, accessori (il microonde!!), scenografie e ambientazioni così zeppe di dettagli, bellezza ed eccessi da far girare la testa.
E se la tecnica di regista, montatore, scenografi e costumisti è a dir poco sopraffina, come la colonna sonora (eccezionale Jennifer Lawrence che fa le pulizie cantando Live and Let Die!), cosa sarebbe American Hustle senza gli attori, tutti perfetti, dai protagonisti alle ultime comparse? E' una lotta tra pesi massimi, perché è vero che i tre maschietti si rubano la scena l'un con l'altro, ma le femminucce tante volte rischiano di surclassarli. Per puro gusto personale la palma di migliore attore la concederei comunque ad un Bradley Cooper viscido, bastardo e logorroico, in grado di strappare più risate che in Una notte da leoni e far scendere un rivolo di bavetta durante il ballo in discoteca (madonna come si muove sotto quei riccioli e quegli abiti tamarri!!!!) mentre come guest star vince Robert DeNiro, che in dieci minuti di sguardi glaciali da vera tremarella è riuscito a farsi perdonare gli ultimi anni zeppi di cantonate e pagliacciate. Le scene migliori, tuttavia, sono tutte racchiuse nei duetti in cui gli attori possono dare libero sfogo alla loro bravura. Non scendo nei dettagli per non rovinare la sorpresa ma la canzone di Bale e Renner e il loro dialogo sul finale, l'incredibile sfuriata tra Bale e la Lawrence, il confronto tra quest'ultima e l'affascinante Amy Adams, l'incontro al tavolo con lo sceicco e lo show di Bradley Cooper negli uffici dell'FBI sono da applausi e da Oscar. A tal proposito, intanto che lo recupero e lo riguardo in lingua originale per gustarlo meglio, spero davvero che American Hustle (candidato a 7 Golden Globes) conquisti almeno una statuetta importante, a prescindere da quale sia, perché la meriterebbe davvero!
Di Christian Bale (Irvin Rosenfeld), Bradley Cooper (Richie DiMaso), Amy Adams (Sydney Prosser), Jeremy Renner (il sindaco Carmine Polito), Jennifer Lawrence (Rosalyn Rosenfeld), Michael Peña (Paco Hernandez/Sceicco Abdullah), Colleen Camp (Brenda) e Robert De Niro (non accreditato, interpreta Victor Tellegio) ho già parlato ai rispettivi link.
David O. Russel (vero nome David Owen Russel) è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Amori e disastri, Three Kings, I Heart Huckabees, The Fighter e Il lato positivo. Anche produttore e attore, ha 55 anni e un film in uscita.
Shea Whigham (Franklin Shea Whigham Junior) interpreta Carl Elway. Americano, ha partecipato a film come Fast and Furious - Solo parti originali, Machete, This Must Be The Place, Catch.44, Le belve, Il lato positivo, Fast and Furious 6, all'imminente The Wolf of Wall Street e alle serie E.R. Medici in prima linea e Broadwalk Empire. Ha 44 anni e due film in uscita.
Alessandro Nivola interpreta Anthony Amado. Americano, ha partecipato a film come Face/Off, Jurassic Park III, The Eye e Coco Avant Chanel. Anche produttore, ha 41 anni.
A causa di impegni pregressi, Christian Bale aveva quasi rinunciato al ruolo di Irvin, che era quindi passato a Bradley Cooper, mentre Jeremy Renner avrebbe interpretato Richie. Per fortuna Bale ha dato una sfoltita ai suoi impegni perché il casting così è perfetto! Tra l'altro, American Hustle si basa sul vero scandalo Abscam (Arab Scam) che, tra gli anni '70 e gli '80, aveva portato parecchi politici americani a venire indagati per corruzione, e già Louis Malle avrebbe voluto trarne un film dal titolo Moon Over Miami, con Dan Aykroyd e John Belushi come protagonisti. Purtroppo, la morte di Belushi ha mandato all'aria il progetto. A parte questo paio di curiosità, se American Hustle vi fosse piaciuto consiglio la visione di Blow e Boogie Nights - L'altra Hollywood. ENJOY!
martedì 26 febbraio 2013
Gangster Squad (2013)
Passata la frenesia da Notte degli Oscar è giunto il momento di guardare qualche film recente magari meno memorabile ed impegnato ma comunque gradevole, come questo Gangster Squad, diretto da Ruben Fleischer.
Trama: nel 1949 Los Angeles è completamente in mano al boss Mickey Cohen. Il capo della polizia, stranamente uno dei pochi immuni dalla corruzione, chiede così all'integerrimo Sergente O'Mara di reclutare una squadra di agenti per favorire la caduta del criminale...
Gangster Squad è il cuginetto truzzo de Gli intoccabili e di L.A. Confidential, e non lo dico con disprezzo. A una cura incredibile per i costumi, le scenografie, la colonna sonora e i dettagli si uniscono infatti un gradevolissimo gusto per l'eccesso sanguinolento (d'altronde il regista è lo stesso di Benvenuti a Zombieland) e una sceneggiatura tesissima ma alleggerita da esilaranti momenti supercazzola e da dialoghi a tratti così assurdamente "duri" da risultare inverosimili. Il risultato sono quasi due ore di puro divertimento nel quale si mescolano sapientemente momenti di riflessione, incentrati per lo più sulla difficoltà di adattamento che sperimentano i soldati appena tornati dal fronte, momenti drammatici, momenti romantici, momenti di azione tout court e momenti di umorismo slapstick, dove i personaggi principali sembrano punzecchiarsi l'un con l'altro per mostrare chi è più fico. Certo, Gangster Squad a tratti è leggermente prevedibile e segue lo schema tipico del genere (nascita della squadra - successi che portano a sottovalutare il pericolo - nemico che approfitta della leggerezza dei "buoni" per fargliela duramente pagare - risoluzione finale/vendetta dei protagonisti) ma c'è almeno una sequenza in grado di sorprendere anche lo spettatore più scafato.
Ciò che attira di più l'attenzione in questo Gangster Squad è comunque il cast all-star. Tra tutti, Sean Penn (che esordisce citando il Dracula di Browning!) è sicuramente il migliore, perfettamente sprofondato nei panni del bastardo, ignorante, cafonissimo e crudele boss Mickey Cohen, con quella faccia da pugile suonato ottenuta grazie ad un make-up che lo rende a dir poco orrendo. Tra i buoni, spiccano invece i personaggi per così dire "secondari". Per carità, il granitico Brolin è un mito, Ryan Gosling per una volta mi risulta pure sexy, con quel suo modo di fare da sbruffone scazzatello, Giovanni Ribisi porta a casa una parte dignitosissima, ma il mio cuore è andato dritto nelle mani di un irriconoscibile ed invecchiatissimo Robert Patrick nei panni di un anziano pistolero e soprattutto in quelle dell'esilarante ed iconico sbirro messicano Navidad Ramirez, interpretato da Michael Peña, che porta sulle spalle tutto il carico comico del film ma anche una delle scene più cazzute e toccanti. Menzione d'onore la merita anche un imbolsito Nick Nolte, mentre sinceramente non riesco a capire come un uomo possa trovare sexy Emma Stone, che indossa gli stupendi abiti da sera della rossa Grace Faraday con la grazia di un camallo. In conclusione, Gangster Squad non è sicuramente un film tra i più memorabili, ma è onesto, ben confezionato e divertente. Promosso a pieni voti!
Del regista Ruben Fleischer ho già parlato qui. Sean Penn (Mickey Cohen), Josh Brolin (Sergente John O’Mara), Ryan Gosling (Sergente Jerry Wooters), Emma Stone (Grace Faraday), Anthony Mackie (Coleman Harris), Robert Patrick (Max Kennard), Giovanni Ribisi (Conway Keeler) li trovate invece ai rispettivi link.
John Aylward interpreta il giudice Carter. Americano, lo ricordo per il ruolo di Dr. Anspaugh nella serie E.R. – Medici in prima linea. Ha partecipato a film come Tartarughe Ninja III, Armageddon – Giudizio finale, Instinct – Istinto primordiale, North Country, La città verrà distrutta all’alba e a serie come The Others, Una famiglia del terzo tipo, Ally McBeal, Dharma & Greg, X-Files, Nip/Tuck, Alias, Cold Case, Senza traccia, CSI e American Horror Story. Anche regista, sceneggiatore, produttore, scenografo e persino compositore, ha 66 anni.
Nick Nolte (vero nome Nicholas King Nolte) interpreta il Capo Parker. Americano, lo ricordo per film come 48 ore, In fuga per tre, Ancora 48 ore, Cape Fear – Il promontorio della paura, Il principe delle maree, L’olio di Lorenzo, Jefferson in Paris, Scomodi omicidi, Night Watch – Il guardiano di notte, U Turn – Inversione di marcia, La sottile linea rossa, Hulk e Tropic Thunder. Anche produttore, ha 71 anni e sei film in uscita.
Michael Peña interpreta Navidad Ramirez. Americano, ha partecipato a film come Fuori in 60 secondi, Million Dollar Baby, World Trade Center e a serie come Sentinel, Roswell, E.R. - Medici in prima linea, NYPD, CSI e My Name is Earl. Ha 36 anni e cinque film in uscita.
Nei credits spunta anche Derek Mears nei panni di uno degli scagnozzi di Cohen. Jamie Foxx era stato considerato per il ruolo di Coleman Harris, mentre Bryan Cranston ha dovuto rinunciare a quello di Max Kennard perché già impegnato con le riprese di Argo. Lily Collins, Emmy Rossum e Amanda Seyfried hanno invece tentato di accaparrarsi il ruolo di Grace Faraday (tutte troppo poco adatte al ruolo di femme fatale, ma non che la Stone sia meglio...) mentre tra i nomi in lizza per quello di Jerry c'era anche quello di Joseph Gordon - Levitt, che avrei visto decisamente in parte. Al di là di questo "totoruoli", comunque, se Gangster Squad vi fosse piaciuto consiglio la visione di L.A. Confidential, Scomodi omicidi, Dick Tracy, Gli intoccabili e Chinatown. ENJOY!!
Trama: nel 1949 Los Angeles è completamente in mano al boss Mickey Cohen. Il capo della polizia, stranamente uno dei pochi immuni dalla corruzione, chiede così all'integerrimo Sergente O'Mara di reclutare una squadra di agenti per favorire la caduta del criminale...
Gangster Squad è il cuginetto truzzo de Gli intoccabili e di L.A. Confidential, e non lo dico con disprezzo. A una cura incredibile per i costumi, le scenografie, la colonna sonora e i dettagli si uniscono infatti un gradevolissimo gusto per l'eccesso sanguinolento (d'altronde il regista è lo stesso di Benvenuti a Zombieland) e una sceneggiatura tesissima ma alleggerita da esilaranti momenti supercazzola e da dialoghi a tratti così assurdamente "duri" da risultare inverosimili. Il risultato sono quasi due ore di puro divertimento nel quale si mescolano sapientemente momenti di riflessione, incentrati per lo più sulla difficoltà di adattamento che sperimentano i soldati appena tornati dal fronte, momenti drammatici, momenti romantici, momenti di azione tout court e momenti di umorismo slapstick, dove i personaggi principali sembrano punzecchiarsi l'un con l'altro per mostrare chi è più fico. Certo, Gangster Squad a tratti è leggermente prevedibile e segue lo schema tipico del genere (nascita della squadra - successi che portano a sottovalutare il pericolo - nemico che approfitta della leggerezza dei "buoni" per fargliela duramente pagare - risoluzione finale/vendetta dei protagonisti) ma c'è almeno una sequenza in grado di sorprendere anche lo spettatore più scafato.
Ciò che attira di più l'attenzione in questo Gangster Squad è comunque il cast all-star. Tra tutti, Sean Penn (che esordisce citando il Dracula di Browning!) è sicuramente il migliore, perfettamente sprofondato nei panni del bastardo, ignorante, cafonissimo e crudele boss Mickey Cohen, con quella faccia da pugile suonato ottenuta grazie ad un make-up che lo rende a dir poco orrendo. Tra i buoni, spiccano invece i personaggi per così dire "secondari". Per carità, il granitico Brolin è un mito, Ryan Gosling per una volta mi risulta pure sexy, con quel suo modo di fare da sbruffone scazzatello, Giovanni Ribisi porta a casa una parte dignitosissima, ma il mio cuore è andato dritto nelle mani di un irriconoscibile ed invecchiatissimo Robert Patrick nei panni di un anziano pistolero e soprattutto in quelle dell'esilarante ed iconico sbirro messicano Navidad Ramirez, interpretato da Michael Peña, che porta sulle spalle tutto il carico comico del film ma anche una delle scene più cazzute e toccanti. Menzione d'onore la merita anche un imbolsito Nick Nolte, mentre sinceramente non riesco a capire come un uomo possa trovare sexy Emma Stone, che indossa gli stupendi abiti da sera della rossa Grace Faraday con la grazia di un camallo. In conclusione, Gangster Squad non è sicuramente un film tra i più memorabili, ma è onesto, ben confezionato e divertente. Promosso a pieni voti!
Del regista Ruben Fleischer ho già parlato qui. Sean Penn (Mickey Cohen), Josh Brolin (Sergente John O’Mara), Ryan Gosling (Sergente Jerry Wooters), Emma Stone (Grace Faraday), Anthony Mackie (Coleman Harris), Robert Patrick (Max Kennard), Giovanni Ribisi (Conway Keeler) li trovate invece ai rispettivi link.
John Aylward interpreta il giudice Carter. Americano, lo ricordo per il ruolo di Dr. Anspaugh nella serie E.R. – Medici in prima linea. Ha partecipato a film come Tartarughe Ninja III, Armageddon – Giudizio finale, Instinct – Istinto primordiale, North Country, La città verrà distrutta all’alba e a serie come The Others, Una famiglia del terzo tipo, Ally McBeal, Dharma & Greg, X-Files, Nip/Tuck, Alias, Cold Case, Senza traccia, CSI e American Horror Story. Anche regista, sceneggiatore, produttore, scenografo e persino compositore, ha 66 anni.
Nick Nolte (vero nome Nicholas King Nolte) interpreta il Capo Parker. Americano, lo ricordo per film come 48 ore, In fuga per tre, Ancora 48 ore, Cape Fear – Il promontorio della paura, Il principe delle maree, L’olio di Lorenzo, Jefferson in Paris, Scomodi omicidi, Night Watch – Il guardiano di notte, U Turn – Inversione di marcia, La sottile linea rossa, Hulk e Tropic Thunder. Anche produttore, ha 71 anni e sei film in uscita.
Michael Peña interpreta Navidad Ramirez. Americano, ha partecipato a film come Fuori in 60 secondi, Million Dollar Baby, World Trade Center e a serie come Sentinel, Roswell, E.R. - Medici in prima linea, NYPD, CSI e My Name is Earl. Ha 36 anni e cinque film in uscita.
Nei credits spunta anche Derek Mears nei panni di uno degli scagnozzi di Cohen. Jamie Foxx era stato considerato per il ruolo di Coleman Harris, mentre Bryan Cranston ha dovuto rinunciare a quello di Max Kennard perché già impegnato con le riprese di Argo. Lily Collins, Emmy Rossum e Amanda Seyfried hanno invece tentato di accaparrarsi il ruolo di Grace Faraday (tutte troppo poco adatte al ruolo di femme fatale, ma non che la Stone sia meglio...) mentre tra i nomi in lizza per quello di Jerry c'era anche quello di Joseph Gordon - Levitt, che avrei visto decisamente in parte. Al di là di questo "totoruoli", comunque, se Gangster Squad vi fosse piaciuto consiglio la visione di L.A. Confidential, Scomodi omicidi, Dick Tracy, Gli intoccabili e Chinatown. ENJOY!!
Iscriviti a:
Post (Atom)




















































