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mercoledì 9 agosto 2023

Ant-Man and the Wasp: Quantumania (2023)

Parliamo oggi di un altro film Marvel che avevo evitato di vedere al cinema, ovvero Ant-Man and the Wasp: Quantumania, diretto dal regista Peyton Reed.


Trama: Ant-Man e famiglia vengono risucchiati all'interno dell'Universo Quantico e sono costretti a combattere contro Kang il Conquistatore...


Ant-Man and the Wasp: Quantumania (da qui in poi, per comodità mia, "Quantumania" e basta) si era beccato talmente tante recensioni negative che la mia voglia di andarlo a vedere era finita sotto i piedi, soprattutto dopo la visione del noiosissimo Wakanda Forever. L'ho recuperato quindi su Disney +, in una calda serata estiva in cui io e il Bolluomo cercavamo qualcosa di leggero che non gravasse sul nostro cervello già sciolto e, date le premesse, è stata anche una buona scelta. Non mi sentirete MAI dire che Quantumania è un bel film ma non è neppure un abominio inguardabile; purtroppo, il suo difetto principale è quello di essere un pigro collage rimasticato e privo di fantasia di stili e franchise che risalgono agli anni '60, dotato dell'ingrato compito di introdurre il prossimo Thanos della nuova fase del MCU, ovvero Kang il Conquistatore, villain legato a doppio filo a quel multiverso di cui, fino all'anno scorso, sapevamo spaventosamente poco ma che ora comincia un po' a spaccare le palle. E' un film, per inciso, che si porta sulla schiena un carico di sfiga non indifferente: se alla DC hanno Ezra Miller col god complex, il nuovo super villain della Marvel è stato accusato di violenza domestica e a breve finirà a processo, quindi che Jonathan Majors continui a giocare un ruolo fondamentale nel futuro del MCU è tutto da vedere e Quantumania rischia di diventare ancora più inutile e dimenticabile. Tolte queste considerazioni postume, Quantumania è un film Marvel come tanti altri e, ormai, anche Scott Lang se lo semo giocato. Sì, il suo è sempre il punto di vista di un "eroe suo malgrado", ma nulla di ciò che fa nel corso della sua ultima avventura lo rende tanto diverso dai colleghi Avengers e anche il suo desiderio di normalità, che fa a pugni con la volontà della figlia ormai cresciuta di mettere poteri e conoscenze scientifiche (eccola qua, un'altra che a 16 anni è diventata un genio in virtù di cosa non si sa) al servizio dei deboli, si rivela nulla più che un tratto caratteriale superficiale, che poco aggiunge all'economia della storia. La trama, a dire il vero, si regge quasi interamente sulle vicende passate di Janet Van Dyne, la quale guadagna dunque lo scettro non solo della più gnocca del mucchio (il confronto tra la 65enne Michelle Pfeiffer e la 44enne Evangeline Lilly è nuovamente impietoso, sempre per quest'ultima) ma anche del personaggio più interessante e cazzuto, mentre è di nuovo il buon Michael Douglas a raccogliere lo scettro di elegante e sagace comic relief.


Il resto della trama è "rilassante" perché già vista mille volte. Ci sono i ribelli di Star Wars contro i trooper di Star Wars e il supercattivo impossibile da sconfiggere fino a tre minuti dalla fine, c'è un bestiario talmente variegato e strano che, alla fine, la creatura più assurda è proprio Bill Murray in un cameo brevissimo ma meno svogliato rispetto ai suoi standard (anche lì, potere del fascino della Pfeiffer?), c'è un mondo da scoprire di cui, alla fine, non si viene a sapere praticamente nulla e c'è un potentissimo oggetto da recuperare, quindi nulla di originale o inaspettato. Se si vuole un film medio va benissimo così, d'altronde dalla Marvel non mi aspetto granché di più ormai. Piuttosto, il problema vero di Quantumania è la devastante quantità di CGI che mi ha ferito gli occhi in più di un'occasione, asservita al desiderio di mostrare 'sto maledetto Universo Quantico che di naturale non ha nemmeno, chessò, la fogliolina di un albero; almeno, lo avessero fatto talmente psichedelico da vomitare ad ogni scena avrei apprezzato le abbondanti dosi di droga assunta dagli animatori, ma così è tutto cupo, ravvivato giusto da sporadici sprazzi di neon e qualche triste pennellata di viola/arancione. Insomma, bruttino e non ci vivrei. La palma però dell'effetto speciale demmerda la vince M.O.D.O.K.  Da alcune interviste è trapelato che le vere risorse per gli effetti speciali sono state destinate al "cavallo di punta" Wakanda Forever (girato in contemporanea a Quantumania e Thor: Love & Thunder, declassati a prodotti minori) ma vorrei che guardaste lo stesso il film solo per spiegarmi perché NESSUNO ai Marvel Studios si è alzato per dire "ragazzi, comunque abbiamo speso ugualmente 200 MILIONI di dollari e sembra di guardare un film della Asylum, vi prego, eliminiamo questo orrore dal film, tanto non fa neppure ridere". Il Bolluomo sostiene che più di metà budget sia andato solo per gli attori, Bill Murray compreso, e potrebbe anche avere ragione, ma allora anche Corey Stoll si sarà preso dei bei soldoni o non capisco perché avrebbe accettato una figura di tolla così epica. Vabbé, avanti il prossimo, che se non sbaglio dovrebbe essere The Marvels. Ho già paura, anche perché di Captain Marvel non ricordo nulla tranne il gatto, tanto che già ai tempi di Wanda/Vision non avevo capito da dove fosse spuntata Monica Rambeau, e con Secret Invasion mi sto facendo due palle cubiche, ma se non altro Kamala Khan e la sua Ms. Marvel mi sono rimaste abbastanza impresse. Ci riaggiorniamo a novembre!


Del regista Peyton Reed ho già parlato QUIPaul Rudd (Scott Lang/Ant-Man), Evangeline Lilly (Hope Van Dyne/Wasp), Michael Douglas (Dr. Hank Pym), Michelle Pfeiffer (Janet Van Dyne/Wasp), Kathryn Newton (Cassie Lang), Corey Stoll (M.O.D.O.K.), Bill Murray (Lord Krylar) e David Dastmalchian (Veb) li trovate invece ai rispettivi link.

Jonathan Majors interpreta Kang il Conquistatore. Americano, ha partecipato a film come Creed III e a serie quali Lovecraft County e Loki. Anche produttore, ha 34 anni.


Le due scene post-credit sono pesantemente legate alla serie Loki, quindi, se Ant-Man and the Wasp: Quantumania vi fosse piaciuto, vi direi di recuperarla oltre a guardare, ovviamente, Ant-Man e Ant-Man and the Wasp. Li trovate su Disney + assieme a tutto il resto del baraccone MCU, se avete tempo QUI trovate tutta la cronologia che vi serve per farvi un quadro dettagliato della situazione finora! ENJOY!

mercoledì 12 gennaio 2022

West Side Story (2021)

La settimana scorsa sono andata a vedere West Side Story, diretto dal regista Steven Spielberg nel 2021 e tratto dal musical omonimo di Arthur Laurents, Stephen Sondheim e Leonard Bernstein.


Trama: nella New York degli anni '50, gli americani Jets e i portoricani Sharks si contendono il West Side di Manhattan tra scontri e lotte all'ultimo sangue. Nel mezzo delle contese, Tony, ex membro dei Jets, e la portoricana Maria si incontrano e si innamorano...


Cominciamo con la solita confessione di ignoranza? Sì, dai!! Ero talmente tanto carente sull'argomento West Side Story (musical e film del '61) che quando l'amico Toto mi ha detto come andava a finire, davanti alla mia faccia scandalizzata ha ribattuto "Eh beh, è tratto da Romeo e Giulietta, cosa credevi?". Al diavolo, sarei stata una delle tre persone al mondo a stupirmi davanti al finale, invece non mi sono goduta nemmeno la stoccata tristemente ironica della canzone I Feel Pretty, quindi cacca sull'amico Toto. Ma mettiamo da parte le recriminazioni e arriviamo al succo del discorso: com'è guardare per la prima volta un musical del '57 riproposto ex novo nell'anno del Signore 2022? Eh beh, mentirei se non dicessi che è un'esperienza straniante e che non andrebbe fatta sotto il peso del cinismo di 40 anni di vita, perché il rischio è quello di fissare Maria e Tony (soprattutto quando Maria accusa il fratello di essere un pazzo già pronto a darla in sposa quando lei vorrebbe vivere libera e dopo un secondo celebra uno pseudo-matrimonio con Tony) con l'aria costernata di chi non apprezza le storie d'aMMore nate così, su due piedi, e subito virate verso un tragico desiderio di eternità. Diciamo pure, senza timore di offendere nessuno, che dopo 5 minuti avevo già un'enorme, insana voglia di prendere a ceffoni forti sia Tony che Maria, lui che prima mi canta Something's Coming, aspirando a chissà quale futuro di liberazione dalla terribile realtà del West Side e poi cade ai piedi della prima mocciosa portoricana che incontra, e lei che proprio ciao, nescia come Giulietta, appunto. Fortunatamente, West Side Story ha soprattutto il "contorno" dei disperati che vivono all'interno di un quartiere in degrado, pronto a cacciarli fuori a pedate in nome di un progresso e di una ricchezza di cui loro non potranno mai godere, segnati dalla naturale diffidenza di chi è americano da generazioni e guarda dall'alto al basso non solo i portoricani Sharks, odiati in quanto provenienti da un Paese diverso, ma anche la seconda generazione di immigrati incarnata dai Jets, bianchi come il latte ma comunque disprezzati, poveri, incapaci di pensare a una vita che non sia fatta di espedienti e violenza.


Solo la tragedia può attendere i disgraziati incapaci di andare oltre il ruolo che la società ha imposto loro, che siano ottimisti e speranzosi come la bella Anita, che guarda all'America come una terra di libertà e possibilità ma nonostante tutto non riesce a superare la sua diffidenza verso i bianchi, o che siano negativi e fatalisti come Riff e Bernardo, per i quali l'unico modo di contare qualcosa è mantenere viva la tradizione delle bande di strada e alimentare la violenza. Per contro, l'anziana Valentina, Portoricana sposata ad un commerciante bianco, si è integrata alla perfezione, prendendo magari la strada più difficile (la stessa che aspetterebbe Tony e Maria) ma trovando comunque il suo posto nel mondo e la felicità, e il suo tentativo di salvare anche Tony e tenerlo lontano dalla via dei Jets dopo che il ragazzo ha già scontato la sua pena in carcere è ammirevole e tocca il cuore molto più delle sdolcinate promesse d'amore, così come annienta la sua reazione davanti alla scena più terribile del film, quella del tentato stupro di Anita, che onestamente mi ha rivoltato lo stomaco. Nonostante un canovaccio un po' stantio sono dunque tante le stelle che brillano all'interno del West Side Story di Spielberg, anche a livello di trama o interpretazione della stessa. Soprattutto, il film è una gioia per gli occhi e per le orecchie e non dite "ovvio, è un musical" perché Les Misérables, solo per fare un esempio recente, per quanto mi fosse piaciuto tantissimo era purtroppo abbastanza statico a livello di regia, mentre la cinepresa di Spielberg non sta ferma un secondo.


Il primo scontro tra Jets e Shark è frenetico, al cardiopalma, le riprese dei vari quartieri perfettamente ricostruiti sono pezzi di maestria, quanto ai numeri musicali sono uno più bello dell'altro e se il mio cuore è volato verso l'allegra, coloratissima America, pezzo che ovviamente già conoscevo, sono rimasta incantata dal montaggio serratissimo e ritmato di Gee, Officer Krupke e anche dalle varie danze eseguite durante il ballo comune. Ho anche, nonostante tutto, speso fior di lacrime sul finale, ché ci vorrebbe davvero un cuore di pietra per non sciogliersi davanti a Maria e alla ripresa della canzone Tonight, soprattutto dopo tutti i momenti di terribile concitazione accorsi prima. Da profana, ho apprezzato la performance di ogni singolo ballerino, da quelli in primo piano a quelli nelle retrovie, e ovviamente il lavoro dei costumisti, che hanno ben differenziato Jets e Shark utilizzando colori freddi o neutri per i primi e caldi, squillanti, per i secondi, e per quanto riguarda gli attori ho preferito forse i personaggi secondari ai già citati Tony e Maria. Non è che Ansel Elgort non mi abbia affascinata con quella grazia e leggerezza già scorta in Baby Driver, o che Rachel Zegler non mi abbia incantata con la sua splendida voce, ma Ariana DeBose nei panni di Anita ha un'energia e un carisma tali da eclissare tutti quelli che la circondano, sia nel ballo che nella recitazione, e lo stesso vale per il Bernardo di David Alvarez, anche se forse lui a tratti l'ho trovato un po' troppo legato a uno stereotipo, a un cliché. Onestamente, non so dire se West Side Story possa piacere ai fan duri e puri; parlando solo per me, mi è piaciuto con riserva, nel senso che speravo di emozionarmi molto di più, invece mi sono ritrovata parecchie volte nell'impossibilità di empatizzare con i due protagonisti, ma nulla da dire su tutto ciò che riguarda il comparto tecnico, musicale e coreografico, il film in questo caso vale sicuramente una visione!


Del regista Steven Spielberg ho già parlato QUI. Ansel Elgort (Tony) e Corey Stoll (Luogotenente Schrank) li trovate invece ai rispettivi link.

Rita Moreno interpreta Valentina. Portoricana, ha partecipato al West Side Story originale nei panni di Anita, vincendo un Oscar come migliore attrice non protagonista, inoltre ha lavorato in film come Cantando sotto la pioggia, Il re ed io, Conoscenza carnale e serie quali Love Boat, I Robinson, Miami Vice, La tata e Grey's Anatomy; come doppiatrice ha partecipato alle serie Raw Toonage, Bonkers, Capitan Planet e Che fine ha fatto Carmen Sandiego?. Anche produttrice, ha 71 anni e un film in uscita. 


Se West Side Story vi fosse piaciuto, recuperate la versione di Jerome Robbins e Robert Wise, cosa che spero di riuscire a fare anche io in tempi brevi. ENJOY!  

venerdì 5 novembre 2021

I molti santi del New Jersey (2021)

E' uscito ieri in tutta Italia I molti santi del New Jersey (The Many Saints of Newark), "prequel" della meravigliosa serie TV I Soprano, diretto dal regista Alan Taylor.


Trama: il boss della mala Dickie Moltisanti si ritrova a dover affrontare pericolose invasioni di territorio e problemi di famiglia, nel periodo delle contestazioni razziali di fine anni '60...

I Soprano incarnano per me i bei tempi andati in cui, innanzitutto, le serie veramente belle potevano venire centellinate a episodi settimanali senza che gli importuni rompiscatole su Facebook le finissero nel giro di una giornata (prima o poi scoprirò come sia possibile guardare una serie di 27 puntate da un'ora nell'arco di un giorno, giuro.) sbrodolando giudizi non richiesti un secondo dopo aver finito l'ultimo episodio perché altrimenti perderebbero il treno della critica/apprezzamento mordi e fuggi, e poi un periodo più felice della mia vita in cui potevo permettermi il lusso di dire "oggi mi guardo UN'ORA di The Sopranos senza rottura di palle. Anzi, sai che c'è? Siccome mi ero persa l'episodio della settimana precedente me ne guardo ADDIRITTURA DUE di fila. Oh, sono usciti i DVD? Diamine, magari arrivo anche a TRE episodi, crepi l'avarizia". Ricordo bene la full immersion australiana in lingua originale, nell'attesa del gran finale dell'ultima serie, il dolore di vedere il mondo di Tony Soprano (per quanto squallido, per quanto criminale) andare in rovina assieme al boss di Newark, sempre più vecchio, bolso e stanco; ricordo benissimo i personaggi tragicomici che circondavano il protagonista, quel mix di trivialità e poesia che ha caratterizzato la serie fin dalla prima puntata, il linguaggio televisivo totalmente innovativo, l'immensa bravura di quel James Gandolfini grandioso e scomparso troppo presto, le risate per quei "fangool", "capogoll" e "pisciatoio" inseriti nell'inglese stentato, l'odio devastante per alcuni personaggi, nominalmente Ralph Cifaretto ed A.J., che avrei voluto vedere appesi per le palle dopo mezza puntata. Per me I Soprano è LA serie per eccellenza e, anche se purtroppo non faccio parte del novero di fortunati che riesce a riguardarla almeno una volta all'anno, è rimasta impressa indelebilmente nel mio cuore. Potete ben immaginare come mi sia sentita quando ha cominciato a circolare la notizia che avrebbero realizzato un prequel cinematografico, scritto da David Chase (che avrebbe anche dovuto dirigere ma ha lasciato il timone ad Alan Taylor, già regista di alcune puntate della serie), con un giovane Tony Soprano interpretato nientemeno che da Michael Gandolfini, figlio di James. Mentirei se dicessi che non mi sono scese due lacrime, una di nostalgica speranza e una di nostalgico terrore, sensazioni contrastanti che mi hanno accompagnata fino al giorno della visione. 


Ma allora com'è, alla fine, I molti santi del New Jersey? Intanto, bisogna dire che la presenza di Tony Soprano è marginale e, se speravate in una "origin story" del vostro boss preferito, rischiate di non ottenere proprio quel che desideravate. Ne I molti santi del New Jersey vengono piantati alcuni semi delle caratteristiche del Tony adulto, ma il protagonista della pellicola è suo "zio" Dickie Moltisanti, responsabile del giro di racket della famiglia Di Meo e modello di vita del giovane Tony, nonché padre di Chris Moltisanti; le vicende vengono spesso narrate dalla voce postuma di quest'ultimo, che offre una chiave di lettura decisamente parziale quando si tratta di Tony, evidentemente odiato e maledetto anche dall'inferno. Le peripezie di Dickie si snodano attraverso due tronconi principali, uno legato alla ribellione di un ex galoppino di colore spinto dalle lotte razziali a osare di più e cercare di prendersi una fetta dell'enorme torta criminale di Newark, l'altro alla relazione di Dickie con la sua goomar, nata nel sangue di un delitto imperdonabile che segnerà il protagonista in maniera indelebile, portandolo a cercare perdono nel reietto di famiglia, uno zio dimenticato e assurto al ruolo di "guru" in virtù del suo sereno distacco da tutti gli affari e i problemi della mafia. Se ciò che ho scritto vi ricorda qualcosa, di sicuro la parabola di Dickie è assai simile non solo a quella di Tony Soprano, mafioso atipico in cerca di una guida all'interno di una vita fatta di violenza, crimine, problemi familiari e sentimentali, ma anche a quella di mille altri mafiosi in altrettanti film di genere, ed è questo un po' il problema de I molti santi del New Jersey, ovvero la sua natura completamente anonima. Se non fosse per alcuni nomi importanti citati, il film di Alan Tayor potrebbe anche non far parte della saga de I Soprano e, se mi posso permettere, funge giusto da piccolo, insignificante tassello non necessario per capire l'opera creata da Chase. Peggio ancora, non ha la potenza necessaria per farsi ricordare per più di un paio di giorni oppure aspirare ad un posto importante all'interno della filmografia "di genere" e rischia di deludere non solo lo spettatore casuale (il quale, proprio per questo motivo, potrebbe però capire le vicende narrate anche senza avere visto la serie) ma anche e soprattutto i fan de I Soprano.


In tutto questo, io sono comunque riuscita non solo a farmi coinvolgere dalla storia di Dickie, per quanto banale, ma anche a commuovermi. La prima apparizione di Michael Gandolfini mi ha scioccata, ho dovuto abbassare lo sguardo e riprendermi un attimo prima di continuare a guardare il film, perché mi è parso di vedere lo spettro del mio adorato James sullo schermo, stesso sguardo, stesso sorriso, stessi atteggiamenti; si dice che il ragazzo non abbia mai guardato un episodio de I Soprano, posso anche crederci, ma se è davvero così la sua interpretazione del giovane Tony Soprano ha del miracoloso e sicuramente surclassa quella di Alessandro Nivola, non particolarmente impressionante nei panni di Dickie Moltisanti. Sul finale, poi, ho pianto senza ritegno e ho deciso di concludere la serata riguardando il primo episodio de I Soprano, giusto per trattenere ancora un po' nel cuore l'emozione data dall'ascolto di Woke Up This Morning sul passaggio di testimone che è il momento più bello di tutta la pellicola. Altro pregio del film, l'interpretazione di Vera Farmiga, nel ruolo di una Livia più giovane ma già preda di tutte quelle idiosincrasie che rendevano il personaggio odioso e terrificante nella serie originale; oltre alla sequenza in cui, finalmente, viene mostrato un episodio famigerato di cui si parlava in un episodio de I Soprano, val la pena sottolineare la bellezza tragicomica sia del ritorno a casa di Johnny Soprano (un Jon Bernthal sprecato, sarebbe stato molto interessante vedere in che modo Johnny è passato da capo mafia a "little nub" vessato da Livia, ma purtroppo il film si concentra su Dickie) sia del confronto tra Livia e Tony, concluso col solito "OH, POOR YOU!" da applauso della maledetta donnaccia. Interessanti e calzantissime, infine, le interpretazioni di Corey Stoll nei panni del viscido Junior e quelle di Billy Magnussen e John Magaro, perfetti nei panni di Paulie e Silvio nonostante lo scarso minutaggio. Preso per quel che è, ovvero senza troppe speranze né pretese, io credo che I molti santi del New Jersey sia un bel tuffo nel passato e un film piacevolissimo da guardare; nessuno ci toglierà mai I Soprano, nessuno potrà mai ridimensionarne il ruolo avuto nel cambiare le serie televisive, nessuno dimenticherà Gandolfini in favore del figlio, quindi sarebbe sciocco urlare al vilipendio e, anzi, magari il film di Taylor spingerà nuove generazioni a recuperare I Soprano, e questa è cosa buona e giustissima! 


Del regista Alan Taylor ho già parlato QUI. Alessandro Nivola (Dickie Moltisanti), Leslie Odom Jr. (Harold McBrayer), Vera Farmiga (Livia Soprano), Jon Bernthal (Johnny Soprano), Corey Stoll (Junior Soprano), Ray Liotta ("Hollywood Dick" Moltisanti/Salvatore "Sally" Moltisanti), Billy Magnussen (Paulie Walnuts), John Magaro (Silvio Dante) e Michael Imperioli (Christopher Moltisanti) li trovate invece ai rispettivi link. 


Michael Gandolfini
, che interpreta Tony Soprano da ragazzo, è ovviamente figlio del compianto James ed è già comparso in piccole parti in film come Ocean's 8 e Cherry - L'innocenza perduta. Secondo me I molti santi del New Jersey è godibile anche se non avete mai visto I Soprano ma fatevi un favore: recuperate una delle serie più belle di sempre, se ancora non avete avuto modo di farlo. ENJOY!

mercoledì 7 novembre 2018

First Man - Il primo uomo (2018)

Siccome questo rischiava di essere IL titolo della settimana, domenica sono andata a vedere First Man - Il primo uomo (First Man), diretto dal regista Damien Chazelle.


Trama: dopo una lunga serie di fallimenti, l'ingegnere spaziale Neil Armstrong è pronto ad affrontare la sua prima missione nello spazio...



Cominciamo con le note dolenti? E cominciamoLE. First Man ha un solo, grandissimo difetto: non è stato scritto da Damien Chazelle e purtroppo si vede, si percepisce. Per quanto La La Land non mi avesse fatta impazzire, guardandolo si avvertivano sia l'originalità della scrittura sia l'amore del regista e sceneggiatore per l'argomento trattato, una completezza unica che non sono riuscita a trovare in First Man, "banalissimo" biopic graziato da una regia meravigliosa che probabilmente farà sfracelli durante la prossima notte degli Oscar proprio in virtù di ciò, condannato a diventare l'ennesimo film realizzato a tavolino per far fremere il pubblico patriottico americano (non a caso avrebbe dovuto girarlo Clint Eastwood). Il distacco tra sceneggiatura poco ispirata e regia si riscontra, molto banalmente, nell'alternanza tra momenti di stasi corrispondenti alla vita familiare di Armstrong e le sequenze ambientate nello spazio o comunque legate alle sperimentazioni che hanno portato alla nascita dell'Apollo 11, con i primi che si salvano giusto grazie alla misuratissima interpretazione di Ryan Gosling e al connubio tra la regia e la particolarissima colonna sonora scelta dall'attore e da Chazelle. First Man è infatti quasi interamente imperniato sul dramma familiare di Armstrong, che ha perso la figlioletta in tenera età a causa di un tumore e che da quel momento si è gettato anima e corpo nella missione spaziale, allontanandosi volutamente dal resto della famiglia per creare il necessario distacco onde rendere meno dolorosa la sua eventuale, probabile dipartita nel corso di una delle missioni; l'unico punto forte della sceneggiatura, di fatto, è la scelta di mostrare gli astronauti come cavie, topi da laboratorio perfettamente consapevoli di rischiare la morte a causa di una tecnologia ambiziosa ma probabilmente ancora inadatta agli obiettivi proposti dalla NASA e dal Governo, viziati dalla fretta di superare e surclassare gli odiati Russi nella corsa allo spazio. L'ottimismo di fondo, presente in buona parte dei film a tema, qui viene sostituito dalla paura e dall'incertezza messe a nudo da retroscena sgraditi e intoppi di squisita, pericolosissima banalità (ho molto apprezzato la difficoltà con cui Buzz apre il portellone appena prima di scendere sulla Luna, per dire) che rendono il tutto più realistico, emozionante e sì, anche sconvolgente perché ormai siamo talmente abituati alla riuscita delle missioni spaziali da darle quasi per scontate.


In tutto questo, la regia di Chazelle concorre ad alimentare questo senso di pericolo e di iperrealtà con quelle riprese opprimenti degli interni delle navicelle e dei moduli, che nemmeno la grandezza dello schermo riesce a rendere più spaziose; a tratti, sembra di essere bloccati in quegli ambienti angusti assieme agli astronauti, sballottati, centrifugati senza pietà, e il nostro sguardo viene catturato spesso non tanto dalla meraviglia dello spazio esterno quanto dai dettagli di quelle minuscole viti, levette e scritte che rischiano di condannare a morte, solo per un piccolissimo malfunzionamento, i poveri cristi che si sono affidati a progettisti, ingegneri e tecnici. Ovviamente, Chazelle lascia spazio anche alla bellezza più pura. Gli omaggi a Kubrick e al suo 2001: Odissea nello spazio sono innumerevoli fin dall'inizio e riescono a fondersi perfettamente all'aspetto più "profano" della pellicola, in un'alternanza di gioia profonda e altrettanto profondo terrore che è probabilmente lo specchio perfetto delle sensazioni di chi si avventura nello spazio; gli spazi sconfinati, la luna che osserva beffarda dal cielo prima di venire calpestata con reverenza e trepidazione, la luce solare che si rifrange all'orizzonte, l'assoluto silenzio spezzato solo dal respiro di chi viene protetto giusto dal fragile vetro di un casco, sono tutte immagini indelebili che concorrono a fare di First Man non un gran film ma comunque un bellissimo film, capace di far scendere la lacrimuccia sul finale, con una singola sequenza silenziosa e commovente. Nonostante ciò che ho scritto all'inizio, First Man mi è quindi piaciuto molto ma non ha toccato i livelli epici che mi sarei aspettata e ammetto di essere rimasta un po' delusa, non tanto per la qualità effettiva della pellicola, quanto piuttosto per la sua frequente impersonalità che mi porta a sperare in un prossimo progetto interamente affidato a Chazelle perché solo come regista il ragazzo perde un buon 40% della sua effettiva bravura.


Del regista Damien Chazelle ho già parlato QUI. Ryan Gosling (Neil Armstrong), Claire Foy (Janet Armstrong), Jason Clarke (Ed White), Kyle Chandler (Deke Slayton), Corey Stoll (Buzz Aldrin), Ciarán Hinds (Bob Gilruth), Shea Whigham (Gus Grissom), Lukas Haas (Mike Collins), Ethan Embry (Pete Conrad) li trovate invece ai rispettivi link.

Patrick Fugit interpreta Elliot See. Americano, ha partecipato a film come Quasi famosi, L'amore bugiardo - Gone Girl e a serie quali E.R. Medici in prima linea, Dr. House e Outcast. Anche produttore, ha 36 anni e due film in uscita.


La bionda moglie di Ed White è interpretata da Olivia Hamilton, moglie di Damien Chazelle, mentre Pablo Schreiber, che interpreta Jim Lovell, era il favoloso Mad Sweeney di American Gods. Se First Man - Il primo uomo vi fosse piaciuto recuperate 2001: Odissea nello spazio. ENJOY!


mercoledì 4 novembre 2015

Dark Places - Nei luoghi oscuri (2015)

Memore di quel trionfo che è stato Gone Girl ho deciso di guardare Dark Places - Nei luoghi oscuri, diretto e co-sceneggiato dal regista Gilles Paquet - Brenner e a sua volta tratto da un romanzo di Gillian Flynn.


Trama: Libby Day è la sola sopravvissuta della strage che ha coinvolto la sua famiglia, apparentemente per mano del fratello Ben. Venticinque anni dopo, Libby viene contattata da un gruppo di appassionati al caso, che vorrebbero riaprirlo e scagionare Ben in quanto convinti della sua innocenza..


Cosa differenzia un film meraviglioso che ricordo ancora a distanza di un anno da un film che passa tranquillamente senza però lasciare nulla? Dopo tanti anni e tante stupidaggini scritte su questo blog ammetto di doverlo ancora capire ma paragonando Gone Girl a Dark Places mi sono resa conto che c'è qualcosa in Dark Places che non funziona ed è qualcosa che si può trovare facilmente nella prima metà del colpo di scena finale. Da incompetente appassionata non posso stare a sindacare sulla regia, anche se Fincher è un Autore mentre Paquet-Brenner mi è sembrato un bravo mestierante, ma posso tranquillamente dire che mentre Gone Girl mi aveva angosciata non tanto per ciò che mostrava quanto per quello che implicava, le riflessioni di Dark Places mi sono invece scivolate addosso perché l'intera pellicola mi è sembrata forzatamente proiettata verso QUELLO scoppio di follia, verso QUELLA "terribile" combo di psicosi familiare. Naturalmente, parlo da persona che ha solo visto il film senza leggere il romanzo di Gillian Flynn ma mi è parso che la rappresentazione dei luoghi "oscuri" dell'animo umano sia stata in questo caso molto superficiale; l'intero discorso del "male" insito nel sangue della famiglia Day, della perversa volontà di fare del male innanzitutto a sé stessi ma anche agli altri, dei terribili errori e sofferenze patite in nome dell'amore e del disagio radicato all'interno dei ceti sociali più poveri avrebbe meritato a mio avviso un approccio meno didascalico e più lasciato all'interpretazione dello spettatore, qui abbiamo solamente personaggi talmente "vinti" dall'esistenza che a un certo punto verrebbe voglia di allargare le braccia sconsolati ed increduli prima di andarsi ad impiccare in giardino. Allo stesso modo, mi è sembrato che sui personaggi ci fosse molto altro da dire, soprattutto per quel che riguarda Libby, suo fratello Ben, la madre e la sorellina impicciona, invece il regista e sceneggiatore non è mai riuscito a farli emergere del tutto da una condizione poco meno che stereotipata, impedendo loro di bucare lo schermo come avrebbero dovuto.


Dopo tutto questo, forse non mi crederete quando dico che Dark Places non è affatto un film brutto, anzi. A me è piaciuto perché questo tipo di thriller legati al marcio nascosto (neanche tanto) all'interno della provincia americana, dove i personaggi sono costretti a ricostruire e rivivere un passato che avevano cercato di lasciarsi alle spalle, è un genere che mi intriga parecchio, però mi è sembrato privo di personalità ed è stato incapace di coinvolgermi emotivamente. Un po' forse è anche colpa degli attori. Charlize Theron è sempre molto professionale e bellissima ma chissà perché mi è sembrato che stavolta la sua interpretazione "riposasse" sulle spalle di quelle di altre donne "dure" da lei già interpretate nel corso della carriera, Corey Stoll si vede sempre più spesso sul grande schermo ma a mio avviso non ha ancora il carisma necessario per accollarsi questo genere di personaggi ambigui e Chloe Moretz, dopo anni passati in cima alla classifica di piccole attrici da coccolare e seguire con attenzione, mi pare sempre più incapace ed esagerata nelle sue interpretazioni, una sorta di giovane Nicolas Cage in gonnella. Avrei preferito che venisse dato un po' più spazio a Kristina Hendricks e al suo personaggio di madre disperata e anche che l'"investigatore" di Nicholas Hoult fosse maggiormente approfondito invece di limitarsi a fungere da giovane e determinato deus ex machina. Insomma, speravo che Dark Places potesse darmi molto, forse troppo, e proprio per questo motivo sono rimasta più delusa di quanto avrei dovuto; la pellicola di Gilles Paquet-Brenner scorre placida, con qualche momento interessante, ma in definitiva lascia proprio poco dietro di sé. Forse giusto un po' di amaro in bocca e la voglia di leggere il romanzo della Flynn. Se questo era lo scopo, beh, direi che i realizzatori l'hanno raggiunto in pieno!


Di Charlize Theron (Libby Day), Nicholas Hoult (Lyle Wirth), Corey Stoll (Ben Day) e Chloe Grace Moretz (Diondra da ragazza) ho già parlato ai rispettivi link.

Gilles Paquet-Brenner è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Francese, ha diretto film come Walled In - Murata viva e La chiave di Sara. Ha 41 anni.


Per la serie "dove li ho già visti?": L'undicenne Sterling Jerins, che interpreta Libby da piccola, era già stata figlia di Brad Pitt in World War Z e figlia dei Warren in L'evocazione - The Conjuring; Tye Sheridan, il giovane Ben, aveva già partecipato a due filmoni come The Tree of Life e Mud e tornerà presto sul grande schermo nei panni di Ciclope nell'imminente X-Men: Apocalypse mentre Sean Bridgers, che interpreta Runner Day, era il disgustoso marito del film The Woman. Bentrovata anche alla bella Drea Di Matteo, Adriana La Cerva ne I Soprano, che qui interpreta Krissi Cates, ruolo che sarebbe dovuto andare a Christina Hendricks, la quale tuttavia ha poi preso il posto di Samantha Morton, impossibilitata a partecipare al film come Patty Day. Il ruolo di Libby sarebbe invece dovuto andare ad Amy Adams, la quale tuttavia non era disponibile quando è stato finalmente dato il via alle riprese. Detto questo, se Dark Places vi fosse piaciuto recuperate Mystic River, Sleepers e ovviamente L'amore bugiardo - Gone Girl. ENJOY!

domenica 18 ottobre 2015

Black Mass - L'ultimo gangster (2015)

Nonostante il post sia slittato per "colpa" di Suburra, durante la Festa del Cinema sono andata a vedere anche Black Mass - L'ultimo gangster (Black Mass), diretto dal regista Scott Cooper e tratto dal libro Black Mass: The True Story of an Unholy Alliance Between the FBI and the Irish Mob di Dick Lehr e Gerard O'Neill.


Trama: il boss della mala irlandese James "Whitey" Bulger comincia a lavorare come informatore dell'FBI, sfruttando questa posizione privilegiata per consolidare ed aumentare il suo potere come criminale...


Non è un mistero che io adori le pellicole di stampo "mafioso", soprattutto quelle che si concentrano sull'ascesa e la caduta delle famiglie criminali o di una banda di malviventi in particolare. E' quindi con un certo gusto che ho guardato Black Mass, zeppo di tutti quegli stilemi che adoro, nonostante fosse anche un po' superficiale e abbastanza derivativo, privo di quei tocchi di stile che avrebbero potuto renderlo non dico un capolavoro ma perlomeno un film memorabile. La pellicola di Scott si concentra sull'attività di James "Whitey" Bulger, figura di spicco realmente esistita all'interno della criminalità bostoniana, e sugli anni in cui il boss ha funto da informatore per l'FBI, desideroso di mettere le mani sui vertici della malavita italoamericana; gli sceneggiatori hanno scelto di concentrarsi molto sia sull'ambivalenza di Bulger, che passava in tempo zero dall'essere fine stratega a folle pronto ad uccidere al minimo sospetto di tradimento, sia sul marcio presente all'interno degli uffici federali, calcando la mano sul legame apparentemente indissolubile tra uomini nati nello stesso quartiere e cresciuti con gli stessi valori nonostante siano finiti dalle parti opposte della barricata. Questa parte della vita di Bulger viene ricostruita partendo dagli interrogatori dei suoi collaboratori storici, segmenti che introducono i punti salienti della vicenda come se Black Mass fosse una sorta di documentario, e il quadro generale che se ne ricava è quello tipico di un boss che, col tempo, è arrivato a perdere di vista la realtà sicura della malavita di  "quartiere" per calcare sentieri sempre più violenti, sanguinosi e ovviamente pericolosi, per quanto remunerativi; lo stesso, ovviamente, vale per l'agente dell'FBI John Connolly, la cui vita scorre in parallelo a quella di Bulger e che diventa sempre più corrotto mano a mano che il suo "protetto" nonché informatore si espande nell'attività criminale, con ovvie conseguenze.


A fronte quindi di una storia vera ed interessante, quello che manca a Black Mass sono un po' di personalità e "sentimento" che avrebbero potuto rendere la vicenda di Bulger molto più coinvolgente e memorabile. La regia di Scott Cooper non regala sequenze particolarmente d'impatto e la scelta di raccontare la storia come un mosaico di flashback introdotti da un interrogatorio ricorda molto la prima stagione di True Detective. Nel reparto attori andiamo invece molto meglio ma bisogna precisare un paio di cosette. Johnny Depp per la prima volta dopo anni offre un'interpretazione fortunatamente distante da quelle macchiette zeppe di smorfie a cui ci aveva abituati fin da La maledizione della prima luna ma, diciamo le cose come stanno, non porta a casa la performance del secolo e, di fatto, al posto suo avrebbe potuto esserci qualsiasi altro attore mediamente bravo o col phisique du role, Ray Liotta in primis. Molto meglio, almeno per quel che mi riguarda, Joel Edgerton alle prese con un personaggio scomodo e a costante rischio cliché, un Benedict Cumberbatch che finalmente ha trovato un ruolo che non lo facesse apparire un povero minus habens ai miei occhi e perfetto Rory Cochrane, l'unico personaggio negativo in grado di coinvolgermi un minimo, soprattutto verso il finale (nonostante il suo ruolo nella morte di Deborah Hassey sia stato romanzato per esigenze di copione, quindi sono stata colpita da una delle cose "false" raccontate nella pellicola). Molto interessanti, inoltre, i sempre graditi compendi informativi pre-titoli di coda, che "svelano" le condanne francamente discutibili (mi pare che Steve Flemmi si sia beccato l'ergastolo mentre John Martorano, che nel film viene dipinto praticamente come un serial killer, abbia fatto solo 14 anni...) dei coinvolti, e le vere immagini di repertorio che accompagnano i credits. In definitiva, se amate il genere biografico-mafioso, Black Mass è un film perfetto per passare una serata senza cedere alla noia neppure per un istante ma non aspettatevi un capolavoro.


Di Johnny Depp (James "Whitey" Bulger), Joel Edgerton (John Connolly), Benedict Cumberbatch (Billy Bulger), Kevin Bacon (Charles McGuire), Peter Sarsgaard (Brian Halloran), Rory Cochrane (Steve Flemmi), Corey Stoll (Fred Wyshak), Julianne Nicholson (Marianne Connolly) e Juno Temple (Deborah Hassey) ho già parlato ai rispettivi link.

Scott Cooper è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Crazy Heart e Out of the Furnace - Il fuoco della vendetta. Anche attore, sceneggiatore e produttore, ha 45 anni.


Dakota Johnson interpreta Lindsey Cyr. Americana, ha partecipato a film come Pazzi in Alabama, The Social Network e, soprattuttamente, Cinquanta sfumature di grigio. Ha 26 anni e film in uscita tra cui, ossignoreuccidimi, il remake di Suspiria e ovviamente i seguiti di Cinquanta sfumature di grigio, dove la squinzia dovrebbe riprendere il ruolo di Anastasia Steele.


W. Earl Brown interpreta John Martorano. Americano, ha partecipato a film come Fuoco assassino, Nightmare - Nuovo incubo, Vampiro a Brooklyn, Scream - Chi urla muore, Tutti pazzi per Mary, Essere John Malkovich, Lost Souls - La profezia, Vanilla Sky, The Master, The Lone Ranger e a serie come La signora in giallo, Il mio amico Alf, Più forte ragazzi, Angel, Streghe, X-Files, Six Feet Under, Cold Case, CSI: Miami, Numb3rs, CSI - Scena del crimine, American Horror Story, Bates Motel, Grey's Anatomy e True Detective. Anche sceneggiatore e produttore, ha 52 anni e un film in uscita, inoltre dovrebbe interpretare lo sceriffo Hugo Root nel pilot di Preacher.


Inizialmente, avrebbe dovuto essere Guy Pearce ad impersonare James Bulger ma l'attore ha abbandonato il progetto e gli è subentrato Johnny Depp che, tra l'altro, per un po' a sua volta ha rinunciato al ruolo per questioni salariali. La povera Sienna Miller invece, che ha girato parecchie scene nei panni di Catherine Greig, storica fidanzata di Bulger, è rimasta vittima del montaggio che ha tagliato interamente la sua parte (altrimenti il film sarebbe durato più o meno tre ore). Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate Quei bravi ragazzi, Casino, Donnie Brasco. ENJOY!

martedì 18 agosto 2015

Ant-Man (2015)

Indubbiamente uno dei film più attesi dell'estate, almeno per me, era Ant-Man, diretto dal regista Peyton Reed e per fortuna il multisala ha riaperto in tempo per consentirmi di guardarlo. Segue post SENZA SPOILER!


Trama: Scott Lang è un ladruncolo dal cuore d'oro a cui un giorno viene chiesto di rubare in casa del genio miliardario Hank Pym. Lang si ritrova così tra le mani una tuta dagli incredibili poteri e l'inaspettata occasione di salvare il mondo...


Come già era successo per The Avengers, Ant-Man non è mai stato un personaggio di cui mi sia mai interessato qualcosa, almeno a livello cartaceo. Sono quindi andata a vedere il film di Peyton Reed a cuor leggero, sicura che mi sarei trovata davanti il tipico film Marvel divertente e avventuroso e così, in effetti, è stato: Ant-Man è totalmente conformato allo stile cinematografico della Casa delle Idee, un simpatico ed indispensabile tassello che porterà a quella che ormai dovrebbe, se non sbaglio, essere la terza fase dell'ondata di film Marvel che ci sommergeranno negli anni a venire. La sua natura di "tassello", comunque, non gli impedisce di essere un film godibilissimo a sé, con un suo stile scanzonato in parte legato ai ritmi latini di un demenziale sottobosco criminale e con un protagonista che, a differenza della maggior parte dei film Marvel, è il tipico uomo "di strada" privo di legami col mondo dei supereroi di cui, al massimo, ha sentito parlare nei telegiornali. E' la natura scanzonata e disincantata del protagonista la carta vincente di Ant-Man, ideale passaggio di testimone tra il vecchio (rappresentato dallo scienziato, miliardario, agente segreto Hank Pym) e il nuovo, tra la vecchia generazione di lettori legati al personaggio creato da Stan Lee e quella nuova che magari non ha mai preso in mano un fumetto e conosce gli Avengers e compagnia cantante solo dalle pellicole a loro dedicate; il fulcro della sceneggiatura (alla quale ha messo mano anche quell'Edgar Wright che si è chiamato fuori come regista proprio perché voleva un film indipendente) è proprio la nascita di un nuovo eroe con una forte personalità e degli obiettivi da perseguire più legati alla propria serenità familiare che al mantenere la pace nel mondo, un uomo impegnato a diventare migliore innanzitutto per sé stesso e a sfruttare le seconde occasioni che gli vengono offerte. Tutto il resto è mitologia Marvel, indispensabile e godereccia quanto volete (MOLTO godereccia ad un certo punto, grazie ad una battaglia incredibilmente epica che non vi sto a spoilerare) ma priva di significato se il personaggio principale non mostrasse di avere cuore ed anima come lo Scott Lang di Paul Rudd.


Per quel che riguarda il fondamentale aspetto visivo della pellicola, non posso fare a meno di chiedermi "cosa avrebbe fatto Edgar Wright" ma alla fine Peyton Reed ha imbastito un lavoro dignitoso o, meglio, un lavoro che rientra nella media "alta" delle migliori produzioni Marvel. Indubbiamente gli sbalzi tra le due dimensioni in cui vive il personaggio, che può rimpicciolirsi e tornare grande a piacere, sono l'elemento più spettacolare del film e non solo quando Scott Lang interagisce con le amiche formichine/formicone o cambia stazza senza soluzione di continuità ma anche quando, molto ironicamente, il regista sceglie di mostrare le devastanti battaglie in miniatura dal punto di vista di un essere umano normale (il momento "Trenino Thomas" tocca livelli di epicità assoluta!). Personalmente, ho anche adorato la scelta di inserire nel film un Michael Peña particolarmente logorroico e divertente e di rappresentare i suoi interminabili racconti con una sfilata di persone che ovviamente parlano con la sua voce. L'aver citato Peña mi porta necessariamente a dover parlare degli attori che, a parte una quasi irriconoscibile e neroparruccata Evangeline Lilly nei panni di Hope Van Dyne e l'inquietante Corey Stoll chiamato ad interpretare il ruolo di un capriccioso villain, formano un campionario di facce anni '80/'90 mica da ridere: da Paul Rudd a Michael Douglas per arrivare a Judy Greer mi è sembrato di essere tornata ai bei tempi in cui Douglas era un affascinante piacione (il ringiovanimento nelle scene iniziali è impressionante e per nulla fasullo, giuro!) e gli altri due imperversavano nelle commedie adolescenziali, senza contare che i duetti tra vecchio e nuovo Ant-Man sono decisamente simpatici e ben riusciti. Molto belli anche i costumi di Ant-Man e della sua nemesi (un po' più tamarro del normale ma comunque minaccioso al punto giusto) e per il futuro si prospetta un costume ancora più bello ed elegante... ma questo lo capirà solo chi avrà la pazienza di aspettare le ben DUE, importantissime scene post-credits. Nell'attesa che Ant-Man torni, si capisce, perché quest'uomo formica mi è davvero piaciuto parecchio!!


Di Paul Rudd (Scott Lang/Ant-Man), Michael Douglas (Dr. Hank Pym), Evangeline Lilly (Hope Van Dyne), Anthony Mackie (Sam Wilson/Falcon), Judy Greer (Maggie Lang), Michael Peña (Luis), Hayley Atwell (Peggy Carter), John Slattery (Howard Stark) e Martin Donovan (Mitchell Carson) ho già parlato ai rispettivi link.

Peyton Reed è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Abbasso l'amore - Down With Love, Ti odio, ti lascio, ti..., Yes Man ed episodi di serie come Ritorno al futuro. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 52 anni e un film in uscita.


Corey Stoll interpreta Darren Cross. Americano, ha partecipato a film come Number 23, Midnight in Paris e a serie come CSI - Scena del crimine, Streghe, NYPD, Alias, Numb3rs, ER - Medici in prima linea, CSI: Miami, House of Cards e The Strain; come doppiatore, ha lavorato per serie come American Dad!. Ha 39 anni e cinque film in uscita.


Bobby Cannavale (vero nome Roberto Cannavale) interpreta Paxton. Americano, ha partecipato a film come Il collezionista di ossa, Snakes on a Plane, Blue Jasmine e a serie come Sex and The City, Squadra emergenza, Ally McBeal, Oz, Six Feet Under, Will & Grace, Cold Case e Broadwalk Empire; come doppiatore, ha lavorato per serie come American Dad! e Robot Chicken. Ha 45 anni.


Inizialmente il film avrebbe dovuto concentrarsi su Hank Pym ma il personaggio è stato ritenuto troppo poco adatto alle famiglie (personalità multiple, abusi sulla moglie, insomma una personcina simpatica...) e quindi si è preferito puntare su Scott Lang.. sarà questo uno dei motivi per cui Edgar Wright ha deciso di chiamarsi fuori dal progetto dopo che per anni aveva portato avanti la causa di un film su Ant-Man possibilmente STACCATO dall'Universo Marvel cinematografico? Un altro nome eccellente ad essere rimasto fuori  dalla pellicola è quello di Steve Buscemi, originariamente scelto per il ruolo di Hank Pym e poi costretto a rinunciare per impegni pregressi (cosa che sono stati costretti a fare anche Jessica Chastain, in lizza per il ruolo di Hope Van Dyne, e Patrick Wilson, scelta originale per Paxton), mentre se Wasp fosse stata inclusa nello script il ruolo sarebbe probabilmente andato ad Emma Stone. Non è rimasto fuori invece Stan Lee, che compare verso la fine come barista dopo avermi fatto inutilmente preoccupare! E ora, tenetevi pronti al momento continuity! Ant-Man segue Iron Man, Iron Man 2, Thor, Captain America - Il primo vendicatore, The Avengers, Iron Man 3, Thor: The Dark World, Captain America: The Winter Soldier, Guardiani della Galassia , Avengers: Age of Ultron e la serie Agents of S.H.I.E.L.D: se il film vi fosse piaciuto recuperateli e tenetevi pronti per l'arrivo di Captain America: Civil War, Dottor Strange, Guardiani della Galassia Vol. 2, Thor: Ragnarok, Avengers: Infinity War - Part I e Avengers: Infinity War - Part 2. ENJOY!

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