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martedì 20 gennaio 2026

Sorry, Baby (2025)

E' uscito in questi giorni in sala Sorry, Baby, diretto e sceneggiato nel 2025 dalla regista Eva Victor, la quale è stata anche candidata agli ultimi Golden Globe come Miglior Attrice Protagonista in un Film Drammatico, per il ruolo di Agnes.


Trama: la vita di Agnes, studentessa universitaria di letteratura inglese, viene sconvolta da un evento traumatico che la segna indelebilmente...


Non conoscevo assolutamente Eva Victor e, non avendo seguito la cerimonia dei Golden Globe, non avevo capito tutto l'hype che ha preceduto l'uscita italiana di Sorry, Baby. In tutta onestà, nemmeno ricordavo che Eva Victor fosse nella rosa di nominati, e se ho guardato il film è solo perché, da mesi, ero stata attirata dalla malinconica locandina in cui la protagonista, Agnes, tiene tra le mani un gattino. Col senno di poi, direi che il mio istinto questa volta ci ha azzeccato, perché Sorry, Baby, nonostante sia un'opera da maneggiare con estrema cautela, è anche un film bellissimo, che spero otterrà dei meritati riconoscimenti ai prossimi Oscar. Sorry, Baby, racconta la storia di Agnes, un'insegnante di letteratura che vive sola in un'enorme casa circondata dalla natura, appena fuori città. Il film inizia quando Lydie, migliore amica ed ex coinquilina dei tempi dell'università, ormai trasferitasi a New York, la va a trovare per il weekend. L'arrivo di Lydie, e un'importante novità legata alla sua vita, scatena in Agnes i ricordi mai sopiti di un trauma terribile, una violenza subita all'ultimo anno di università che ha condannato la protagonista all'immobilità, mentre tutto attorno a lei è andato avanti. Non è che Agnes si sia chiusa in casa senza uscirne, traumatizzata al punto da non potere più avere contatti con le persone, tuttavia la struttura stessa del film, divisa in capitoli cronologicamente sfasati, restituisce l'immagine di una persona spezzata, per la quale il tempo è diventato un susseguirsi di non-giorni nebulosi, intervallati da sporadici eventi "importanti" che,  a prescindere siano positivi o negativi, rimandano inevitabilmente alla violenza subita. Sorry, Baby è dunque un'opera che racconta un dolore insuperabile, ma lo fa in maniera misurata, senza mai ricorrere ai toni del melodramma o della tragedia, preferendo piuttosto appoggiarsi ad un'amara ironia che porta la protagonista a rifuggire da qualsiasi forma di pietismo. 


Sorry, Baby
focalizza anche l'attenzione sull'amicizia, su come essa evolva nel corso del tempo, dandone un ritratto assai realistico. Il trauma subito da Eva la costringe a rimanere indietro rispetto agli altri, la priva della volontà di avere dei legami, una famiglia, dei figli; eppure, queste "mancanze" possono essere sperimentate anche da chi non ha mai subito violenze, da chi vive una vita tutto sommato serena, e vede legami d'amicizia che un tempo sembravano assoluti affievolirsi in favore di "altro". Un matrimonio, un trasferimento, un figlio, sono tutte cose che, inevitabilmente, scalzano l'amicizia dal primo posto all'interno delle priorità e, nel caso di Agnes, la privano di un punto fermo, una solida roccia alla quale aggrapparsi per non affondare nel marasma di pensieri negativi che la soffocano. Lydie, all'interno del film, è l'unica persona che non definisce Agnes solo in base al trauma, ma la appoggia senza giudicare né compatirla, venendole persino in soccorso quando le fredde, impersonali parole di chi dovrebbe aiutarla suonano più come una condanna che un aiuto (la sequenza dell'esame dal ginecologo è angosciante). A un certo punto Lydie se ne va per cominciare il suo percorso di vita, ma nonostante ciò il profondo sentimento di amicizia verso Agnes non viene mai meno, e lo dimostra il cameratismo condiviso dalle due anche dopo un anno di separazione. L'"anello debole" della coppia, cristallizzata nel tempo e nello spazio, è Agnes, la quale è incapace di scrollarsi di dosso il desiderio di creare un legame ancora più forte con Lydie, che la possa mettere sullo stesso piano della compagna con la quale sta per avere una figlia. Non si tratta di "amore", almeno non di quello che implica anche una componente di desiderio sentimentale o sessuale, e proprio questa mancanza di un nome, di una giustificazione, lo rende un sentimento ancora più frustrante e doloroso, che rischia di aumentare ulteriormente il senso di tremenda solitudine ed inadeguatezza provato dalla protagonista. 


Per trattare temi assai seri, Eva Victor sceglie la via della leggerezza, portando sullo schermo una quotidianità talvolta un po' artefatta (soprattutto per quanto riguarda i dialoghi) ma non inverosimile. La scelta di ambientare il film in un paesino di provincia, all'interno del microcosmo universitario, in un contesto meteorologico fatto di giornate serene ma gelide, è perfetta per l'atteggiamento schivo ma anche ironico della protagonista, la quale indossa quel mezzo sorriso come un'armatura nei confronti di un mondo che non sa come gestirla. Le grandi dimensioni della casa in cui vive Agnes, unite alla scelta di utilizzare un guardaroba semplice, al limite del dimesso, accentuano la solitudine del personaggio e danno l'idea del grande sforzo che la protagonista deve fare ogni giorno per vivere un'esistenza normale, per scacciare pensieri innominabili e scendere dal letto, e questi dettagli mi hanno fatto apprezzare ancora di più il film (ciò non giustifica però, porca miseria, che né Lydie né Agnes si siano degnate di mettere una cavolo di tenda in casa, almeno in bagno, visto che Agnes ha il gabinetto davanti a una finestra enorme!) e l'interpretazione di Eva Victor. E' raro che un'attrice riesca ad esordire con un'opera prima così potente, dovendo ricoprire anche il ruolo di sceneggiatrice e regista, eppure l'interpretazione di Eva Victor è divertente, affascinante, commovente senza mai diventare patetica. Persino io che sono una frignona mi sono spesso ritrovata a sorridere della caustica ironia di Agnes, e l'unico momento in cui ho  pianto davvero, oltre allo splendido finale, è stato durante il confronto con John Carroll Lynch, più che altro per il modo delicato con cui la protagonista si apre all'inaspettata gentilezza altrui, entrando in risonanza con uno sconosciuto privo di fronzoli, rustico ma sincero. Adorando John Carroll Lynch, non posso che essere grata ad Eva Victor per averlo voluto in un ruolo breve ma intenso, il che indica un ottimo fiuto anche per gli attori: Naomi Ackie, Lucas Hedges e persino la perfida Kelly McCormack (per non parlare di quel buco nero incarnato da Louis Cancelmi, il perfetto esempio di come si possa mettere efficacemente in scena una "cosa brutta" senza che diventi il fulcro visivo di un film) sono il perfetto complemento dell'interpretazione della Victor, ulteriore valore aggiunto di un film splendido, che vi consiglio di non perdere!    


Di Naomi Ackie (Lydie), Lucas Hedges (Gavin) e John Carroll Lynch (Pete) ho già parlato ai rispettivi link.

Eva Victor è la regista e sceneggiatrice del film, inoltre interpreta Agnes. Francese, al suo primo lungometraggio dietro la macchina da presa, è conosciuta principalmente come attrice. Anche produttrice, direttrice della fotografia e montatrice, ha 32 anni.


Louis Cancelmi
interpreta Preston Decker. Americano, ha partecipato a film come The Irishman, Gli occhi di Tammy Faye e Killers of the Flower Moon. Ha 48 anni e due film in uscita, tra cui La sposa!


Kelly McCormack
, che interpreta Natasha, era nel cast di Un piccolo favore e Un altro piccolo favore. Se Sorry, Baby vi fosse piaciuto recuperate Aftersun e The Fallout. ENJOY!

martedì 11 marzo 2025

Mickey 17 (2025)

Domenica sra sono andata a vedere Mickey 17, l'ultimo film scritto e diretto dal regista Bong Joon Ho, tratto dal romanzo Mickey7 di Edward Ashton.


Trama: dopo aver contratto ingenti debiti con un pericoloso criminale, Mickey Barnes decide di candidarsi come "sacrificabile" e andare nella colonia spaziale Niflheim. La sua condizione gli impone di morire e poi venire ricreato da una sorta di stampante, almeno finché le cose non cominciano ad andare ancora più storte...


Avevo sbirciato (non leggo mai veramente le recensioni prima di guardare i film e scrivere i post per il blog...) pareri assai tiepidi sull'ultima fatica di Bong Joon Ho. Per questo, nonostante il trailer mi avesse ispirato fin dalla prima visione, sono andata al cinema con aspettative abbastanza basse e forse, proprio per questo, mi sono molto divertita guardando Mickey 17. Come al solito, non ho letto il romanzo da cui è tratto, quindi non posso fare paragoni, ma Mickey 17 è una satira abbastanza corrosiva su una società che mastica e sputa il prossimo, sui riccastri e politici (non si fanno nomi ma il modello è abbastanza chiaro) che, dopo aver mangiato a sazietà nel nostro pianeta fino a rovinarlo, guardano a nuovi pascoli più verdi, e a ricrearsi un mondo a loro immagine e somiglianza. Mickey Barnes, ragazzo non proprio brillantissimo, decisamente incapace a scegliersi i migliori amici, rimane invischiato in una storiaccia di debiti e minacce di morte. Decide quindi di imbarcarsi nella missione spaziale capitanata dal politico Kenneth Marshall, candidandosi come "sacrificabile" per avere la certezza di lasciare la Terra. Un sacrificabile è il frutto di una tecnologia proibita in grado di clonare le persone e ricrearle con i ricordi della "versione" precedente, quindi può venire utilizzato per esperimenti e compiti mortali, senza troppi problemi morali (che sulla Terra, invece, ci sarebbero, visto che la tecnologia è stata bandita). I problemi cominciano quando il diciassettesimo Mickey, uscito in esplorazione sull'inospitale pianeta ghiacciato denominato Niflheim, sopravvive inaspettatamente, all'insaputa di chi, nel frattempo, ha creato la sua diciottesima versione. Dati i presupposti, e la voce narrante rassegnata e un po' babbea del povero Mickey, il film risulta un'opera spassosa e grottesca, ma non priva di momenti di riflessione; il protagonista viene trattato come un balocco da manipolare a piacimento, al limite oggetto di una curiosità morbosa ("Cosa si prova a morire?" è la domanda che tutti gli rivolgono), ma la sua condizione è un giusto un gradino sotto quella dei suoi compagni di viaggio, semplici "mezzi" per garantire a Marshall e alla moglie di soddisfare il loro ego ridicolo. Come ogni conquistatore da operetta, Marshall segue la sua ridicola visione, eleva simboli vuoti a segni divini, tratta qualsiasi vita come inferiore, soprattutto quella degli autoctoni, che diventano vittime di diffidenza e pregiudizio tanto quanto il povero Mickey, relegato al rango di sub-umano. La satira di Mickey 17 non è molto sottile, ma è sicuramente efficace, e tolti gli elementi sci-fi non si fa granché fatica a scorgere tristi scorci del nostro marcissimo presente.


Ora verrò bersagliata dalle "medaglie d'oro di sputo" (ciao, Lucio!) ma non mi ritengo granché esperta di Bong Joon Ho, quindi non stupitevi della mia incapacità di cogliere gli elementi salienti del suo stile, cosa che mi ha portata ad apprezzare ugualmente Mickey 17, nonostante sia stato accusato di essere "troppo americano". Posso dire che, a tratti, durante la visione mi è tornato in mente Okja, sia per i tanti elementi grotteschi della trama, sia per il sembiante dei mostrilli "striscianti" che compaiono nella pellicola; questi ultimi, a dire la verità, mi hanno ricordato anche l'Ohmu di Nausicaa della Valle del vento, un baluardo gentile ma feroce contro la stupidità umana e il desiderio di conquistare, inquinare, calpestare la natura, compresa quella umana. A questo proposito, gli effetti speciali non mi hanno fatto venire voglia di strapparmi gli occhi, come purtroppo accade sempre più spesso, e alcune sequenze, coadiuvate da una bella fotografia e un ottimo montaggio, mi hanno decisamente galvanizzata. Per quanto riguarda gli attori, col senno di poi sarebbe forse stato meglio guardare Mickey 17 in lingua originale, visto che Robert Pattinson funge anche da voce narrante, ma ho comunque apprezzato lo sforzo infuso dall'attore nell'interpretare Mickey nelle sue diverse incarnazioni, ognuna con un tratto caratteriale diverso, oltre alla noncuranza con la quale sfoggia un look simile a quello del Lloyd di Scemo e più scemo. Bravissimi, ovviamente, anche Mark Ruffalo, sempre più a suo agio nei ruoli weird di uomini di merdissima, e Nostra Signora Toni Collette, alla quale il regista ha confezionato una sequenza perfetta per la sua natura di horror queen, ma la piacevole novità è stata Naomi Ackie (già protagonista di Blink Twice)nei panni del personaggio più sensato e umano della pellicola. Se deciderete di andare al cinema a vedere Mickey 17, il mio consiglio per godervelo al meglio è dimenticare Parasite e le pellicole più autoriali di Bong Joon Ho; l'ultima opera del regista è decisamente più commerciale e "normale",se mi passate il termine, ma è un viaggio molto divertente e pieno di momenti inaspettati, che secondo me vale la pena intraprendere. Basta solo sapere a cosa andrete incontro!
 

Del regista e co-sceneggiatore Bong Joon Ho ho già parlato QUI. Robert Pattinson (Mickey Barnes), Steven Yeun (Timo), Naomi Ackie (Nasha), Daniel Henshall (Preston), Mark Ruffalo (Kenneth Marshall), Toni Collette (Ylfa) e Steve Park (Zeke) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Mickey 17 vi fosse piaciuto recuperate Source Code e Infinity Pool. ENJOY!

venerdì 30 agosto 2024

Blink Twice (2024)

Per una serie di circostanze fortuite sono riuscita ad andare a vedere anche Blink Twice, diretto e co-sceneggiato dalla regista  Zoë Kravitz. Dovrò necessariamente fare qualche spoilerino, ahimé.


Trama: Frida fa la cameriera ma sogna una vita migliore. L'occasione si presenta quando il magnate Slater King, durante una festa, invita lei e la sua amica Jess a passare alcuni giorni nella sua isola privata, ma non è tutto oro quello che luccica...


Blink Twice
mi aveva attirata fin dal trailer, ma siccome le uscite interessanti del periodo erano tante non avevo granché intenzione di impegnarmi per recuperarlo in sala. Per fortuna, una serie di circostanze mi hanno consentito di andarlo a vedere proprio martedì, altrimenti mi sarei persa un'opera d'esordio assai promettente. Blink Twice è il più classico dei cautionary tales, dove si invitano le persone a stare attente a ciò che desiderano, e trova le sue radici all'interno della vana società odierna, fatta di like ed effimera fama sui social. Attenzione, però, l'argomento del film non è la ricerca del successo a tutti i costi, quanto piuttosto il desiderio di lasciarsi ingannare dalle apparenze, di spegnere il cervello e non pensare, di trovare qualcuno che possa concederci di vivere piacevolmente e senza impegni, chiudendo gli occhi davanti alle cose sgradevoli. E' un sentire comune, un sostrato che alimenta l'esercizio del potere e che crea confusione nel momento in cui le persone non sanno più scindere la realtà dalla pia illusione. Come dirà il magnate Slater King verso la fine del film, "Il perdono non esiste, esiste solo l'oblio", il che significa che in un mondo di riccastri proni a danneggiare il prossimo e soddisfare solo i loro desideri, il perdono non serve, tanto c'è l'oblio di una nebbia lussuosa e profumata che ci fa dimenticare le colpe passate di questi personaggi, nonostante continuino a compiere azioni orribili o discutibili (se ci pensate, succede così anche con i politici italiani, vogliamo parlare dell'aeroporto intitolato a Berlusconi?). Nello stesso tempo, Blink Twice mette in scena anche il terribile destino delle donne che subiscono violenza e non possono chiedere aiuto per paura, oppure non si rendono neppure conto di averne bisogno, vittime delle subdole manipolazioni mentali dei loro carnefici al punto da accettare anche cose impensabili. Se il titolo originale, Pussy Island, è stato drasticamente cambiato per le proteste dei produttori, il contenuto del film è comunque chiarissimo e rispecchia la condizione svilente delle ospiti di Slater King senza risparmiare colpi bassi, né allo spettatore né ai personaggi, con gli ultimi 20 minuti che alternano una serie di abusi da far accapponare la pelle a scoppi di violenza liberatoria, per concludere con un finale splendido, dove tutto ciò che sembrava bianco e nero, diventa verosimilmente grigio. 


Al suo film di esordio, Zoë Kravitz ha le idee ben chiare in testa. Personalmente, avrei sfrangiato la prima parte del film, perché alla fine del primo tempo l'autrice non aveva ancora posto tutte le basi per il plot twist e ho visto gente lasciare la sala spazientita (sono bonobi, lo so, ma temo non saranno stati gli unici nel mondo), ma Blink Twice è uno di quei film da guardare col senno di poi, zeppo di tanti minuscoli e macroscopici dettagli che possono passare per esercizi di stile, invece sono fondamentali. Sono importanti la simbologia e il graduale cambiamento dei punti di vista, con citazioni insistenti del mito dei Lotofagi (e grazie ad Antonio per avermelo fatto notare!) e un montaggio frenetico che stordisce lo spettatore indugiando sui tanti, lussuosi dettagli dell'isola, tra small talk, trasgressioni, arredamenti, alta cucina e begli abiti. C'è sempre qualcosa che stona, ovvio, perché noi sappiamo fin da subito che l'isola di King è troppo bella per essere vera, ma i molteplici elementi sbagliati e perturbanti non danno affatto l'idea di quanto marcio si nasconda dietro quella realtà instagrammabile, e il graduale cambio di registro prima e durante le sequenze rivelatorie, degno di un horror (genere a cui, peraltro, Blink Twice deve tantissimo, soprattutto ai revenge movie), arriva ancora più inaspettato. Il film vanta anche un cast di tutto rispetto. Naomi Ackie e Channing Tatum hanno una bellissima alchimia, lei è molto espressiva e lui, che pur non mi è mai piaciuto come attore, mi ha messo più di un brivido nel ruolo di Slater King. La vera sorpresa è però Adria Arjona, che sta palesemente vivendo un periodo d'oro; buona parte di Blink Twice ha i toni vivaci della commedia, anche demenziale (d'altronde, la pochezza dei personaggi è quella, e le caratteristiche di sciocca vanità vengono enfatizzate quando alcuni veli cominciano a cadere, trasformando dei simpatici buffoni in fastidiosi rompicoglioni perennemente in botta, o peggio), ci sono alcune sequenze in particolare dove il sorriso si trasforma in un'isterica risata di orrore, e la Arjona ha dei tempi comici perfetti, che non la fanno mai risultare ridicola, anzi, enfatizzano la tragica presa di coscienza del personaggio. Non guasta, infine, vedere facce amate come quelle di Christian Slater, Haley Joel Osment, Geena Davis e Kyle MacLachlan, che brillano di luce propria impreziosendo ancor più un film bello e coraggioso, che vi consiglio di correre a vedere prima che venga tolto dalle sale!


Della regista e co-sceneggiatrice Zoë Kravitz ho già parlato QUI. Channing Tatum (Slater), Alia Shawkat (Jess), Christian Slater (Vic), Simon Rex (Cody), Haley Joel Osment (Tom), Geena Davis (Stacy) e Kyle MacLachlan (Rich) li trovate invece ai rispettivi link.

Naomi Ackie interpreta Frida. Inglese, ha partecipato a film come Lady MacbethStar Wars - L'ascesa di Skywalker, Whitney - Una voce diventata leggenda e a serie quali Doctor Who e The End of the F***ing World. Anche produttrice e cantante, ha 33 anni e un film in uscita, Mickey 17 di Bong Joon Ho. 


Adria Arjona
interpreta Sara. Portoricana, ha partecipato a film come The Belko Experiment, Hit Man - Killer per caso e a serie quali True Detective. Anche produttrice, ha 32 anni. 


Levon Hawke
, che interpreta Lucas, è figlio di Ethan Hawke e Uma Thurman. Se Blink Twice vi fosse piaciuto recuperate Don't Worry Darling. ENJOY!



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