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venerdì 30 agosto 2024

Blink Twice (2024)

Per una serie di circostanze fortuite sono riuscita ad andare a vedere anche Blink Twice, diretto e co-sceneggiato dalla regista  Zoë Kravitz. Dovrò necessariamente fare qualche spoilerino, ahimé.


Trama: Frida fa la cameriera ma sogna una vita migliore. L'occasione si presenta quando il magnate Slater King, durante una festa, invita lei e la sua amica Jess a passare alcuni giorni nella sua isola privata, ma non è tutto oro quello che luccica...


Blink Twice
mi aveva attirata fin dal trailer, ma siccome le uscite interessanti del periodo erano tante non avevo granché intenzione di impegnarmi per recuperarlo in sala. Per fortuna, una serie di circostanze mi hanno consentito di andarlo a vedere proprio martedì, altrimenti mi sarei persa un'opera d'esordio assai promettente. Blink Twice è il più classico dei cautionary tales, dove si invitano le persone a stare attente a ciò che desiderano, e trova le sue radici all'interno della vana società odierna, fatta di like ed effimera fama sui social. Attenzione, però, l'argomento del film non è la ricerca del successo a tutti i costi, quanto piuttosto il desiderio di lasciarsi ingannare dalle apparenze, di spegnere il cervello e non pensare, di trovare qualcuno che possa concederci di vivere piacevolmente e senza impegni, chiudendo gli occhi davanti alle cose sgradevoli. E' un sentire comune, un sostrato che alimenta l'esercizio del potere e che crea confusione nel momento in cui le persone non sanno più scindere la realtà dalla pia illusione. Come dirà il magnate Slater King verso la fine del film, "Il perdono non esiste, esiste solo l'oblio", il che significa che in un mondo di riccastri proni a danneggiare il prossimo e soddisfare solo i loro desideri, il perdono non serve, tanto c'è l'oblio di una nebbia lussuosa e profumata che ci fa dimenticare le colpe passate di questi personaggi, nonostante continuino a compiere azioni orribili o discutibili (se ci pensate, succede così anche con i politici italiani, vogliamo parlare dell'aeroporto intitolato a Berlusconi?). Nello stesso tempo, Blink Twice mette in scena anche il terribile destino delle donne che subiscono violenza e non possono chiedere aiuto per paura, oppure non si rendono neppure conto di averne bisogno, vittime delle subdole manipolazioni mentali dei loro carnefici al punto da accettare anche cose impensabili. Se il titolo originale, Pussy Island, è stato drasticamente cambiato per le proteste dei produttori, il contenuto del film è comunque chiarissimo e rispecchia la condizione svilente delle ospiti di Slater King senza risparmiare colpi bassi, né allo spettatore né ai personaggi, con gli ultimi 20 minuti che alternano una serie di abusi da far accapponare la pelle a scoppi di violenza liberatoria, per concludere con un finale splendido, dove tutto ciò che sembrava bianco e nero, diventa verosimilmente grigio. 


Al suo film di esordio, Zoë Kravitz ha le idee ben chiare in testa. Personalmente, avrei sfrangiato la prima parte del film, perché alla fine del primo tempo l'autrice non aveva ancora posto tutte le basi per il plot twist e ho visto gente lasciare la sala spazientita (sono bonobi, lo so, ma temo non saranno stati gli unici nel mondo), ma Blink Twice è uno di quei film da guardare col senno di poi, zeppo di tanti minuscoli e macroscopici dettagli che possono passare per esercizi di stile, invece sono fondamentali. Sono importanti la simbologia e il graduale cambiamento dei punti di vista, con citazioni insistenti del mito dei Lotofagi (e grazie ad Antonio per avermelo fatto notare!) e un montaggio frenetico che stordisce lo spettatore indugiando sui tanti, lussuosi dettagli dell'isola, tra small talk, trasgressioni, arredamenti, alta cucina e begli abiti. C'è sempre qualcosa che stona, ovvio, perché noi sappiamo fin da subito che l'isola di King è troppo bella per essere vera, ma i molteplici elementi sbagliati e perturbanti non danno affatto l'idea di quanto marcio si nasconda dietro quella realtà instagrammabile, e il graduale cambio di registro prima e durante le sequenze rivelatorie, degno di un horror (genere a cui, peraltro, Blink Twice deve tantissimo, soprattutto ai revenge movie), arriva ancora più inaspettato. Il film vanta anche un cast di tutto rispetto. Naomi Ackie e Channing Tatum hanno una bellissima alchimia, lei è molto espressiva e lui, che pur non mi è mai piaciuto come attore, mi ha messo più di un brivido nel ruolo di Slater King. La vera sorpresa è però Adria Arjona, che sta palesemente vivendo un periodo d'oro; buona parte di Blink Twice ha i toni vivaci della commedia, anche demenziale (d'altronde, la pochezza dei personaggi è quella, e le caratteristiche di sciocca vanità vengono enfatizzate quando alcuni veli cominciano a cadere, trasformando dei simpatici buffoni in fastidiosi rompicoglioni perennemente in botta, o peggio), ci sono alcune sequenze in particolare dove il sorriso si trasforma in un'isterica risata di orrore, e la Arjona ha dei tempi comici perfetti, che non la fanno mai risultare ridicola, anzi, enfatizzano la tragica presa di coscienza del personaggio. Non guasta, infine, vedere facce amate come quelle di Christian Slater, Haley Joel Osment, Geena Davis e Kyle MacLachlan, che brillano di luce propria impreziosendo ancor più un film bello e coraggioso, che vi consiglio di correre a vedere prima che venga tolto dalle sale!


Della regista e co-sceneggiatrice Zoë Kravitz ho già parlato QUI. Channing Tatum (Slater), Alia Shawkat (Jess), Christian Slater (Vic), Simon Rex (Cody), Haley Joel Osment (Tom), Geena Davis (Stacy) e Kyle MacLachlan (Rich) li trovate invece ai rispettivi link.

Naomi Ackie interpreta Frida. Inglese, ha partecipato a film come Lady MacbethStar Wars - L'ascesa di Skywalker, Whitney - Una voce diventata leggenda e a serie quali Doctor Who e The End of the F***ing World. Anche produttrice e cantante, ha 33 anni e un film in uscita, Mickey 17 di Bong Joon Ho. 


Adria Arjona
interpreta Sara. Portoricana, ha partecipato a film come The Belko Experiment, Hit Man - Killer per caso e a serie quali True Detective. Anche produttrice, ha 32 anni. 


Levon Hawke
, che interpreta Lucas, è figlio di Ethan Hawke e Uma Thurman. Se Blink Twice vi fosse piaciuto recuperate Don't Worry Darling. ENJOY!



domenica 12 maggio 2019

Ted Bundy - Fascino criminale (2019)

Spinta da un trailer intrigante, non ho potuto fare a meno di recuperare Ted Bundy - Fascino criminale (Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile), diretto dal regista Joe Berlinger.


Trama: Ted Bundy, studente di legge legato a una ragazza con figlia a carico, viene fermato dalla polizia per una semplice infrazione stradale e finisce processato per mezza dozzina di terrificanti omicidi.


Lo so, lo hanno già fatto tutti ma sapete che ho una (de)formazione "linguistica", pertanto non posso non soffermarmi sull'orrore di un titolo italiano sbagliatissimo per cominciare a parlare di Ted Bundy - Fascino criminale, perché l'adattamento nostrano offre una chiave di lettura del film completamente errata. Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile è una definizione estrapolata direttamente dal processo a Ted Bundy, riferita alla natura dei suoi crimini. Estremamente malvagia, in primis. Quasi sovrannaturale, un male disumanizzato, da orco delle fiabe, tanto da non sembrare nemmeno possibile, atto a recare alle vittime quanto più danno possibile. Nell'accezione italiana, Wicked e Evil avrebbero anche potuto accorparli in un Estremamente, terribilmente malvagio, in realtà c'è differenza tra wicked ed evil: l'uno viene utilizzato per il male compiuto verso altri, l'altro è pertinente alla sfera della moralità, ma non stiamo a spaccare il capello. Arriviamo a Vile. Come in italiano. Vile, abietto, spregevole, ignobile. Quindi estremamente, terribilmente malvagio e ignobile. Questo era Ted Bundy. Questi erano i suoi crimini. Definizione di fascino: potenza di attrazione e seduzione. Se ad esso si aggiunge "criminale", mi da ad intendere che qualcuno possa trovare affascinante l'idea di un pazzo che, nel tempo, ha ucciso, stuprato e mutilato almeno una trentina di giovani donne, che teneva alcune delle loro teste mozzate come trofeo, che, non pago, talvolta ha infierito sessualmente anche sui cadaveri. Un titolo simile mi fa pensare che, consapevoli di tali aberranti azioni, le donne americane lanciassero comunque mutandine addosso a Bundy, oppure che quest'ultimo sia stato connotato come antieroe romantico nel sentire comune, un po' come un Clyde Barrow qualsiasi, ma non c'è UN SOLO minuto di tutto il film in cui si percepisce una cosa simile, per fortuna.


E' vero, verissimo, che Joe Berlinger mostra interviste di ragazze incapaci di convincersi di come quel bel ragazzo dal modo di fare spigliato e gentile possa essere un serial killer efferato, ed è anche vero che Carole Ann Boone ha scelto di sposarlo durante il processo, ma queste scelte ed opinioni non nascono dal fascino: nascono, appunto, dall'incapacità di credere, a prescindere da tutte le prove disponibili, ché la teoria del GomBloDDoH non è qualcosa nata ora su internet. Un'incapacità (o, meglio, mancanza di volontà) di credere che non ha impedito comunque a Elizabeth Kloepfer, all'epoca fidanzata con Bundy, di sospettare e superare ogni tipo di sentimento davanti a coincidenze un po' troppo grandi per poter essere ignorate. E, aggiungo, il Ted Bundy del film avrà anche il visetto di Zac Efron ma non è affascinante per niente, anzi. Nonostante non venga mai mostrato Bundy nell'atto di compiere i suoi crimini, lasciando così virtualmente il beneficio del dubbio almeno fino alla fine, il ritratto che emerge è quello di un ragazzo pieno di sé, strafottente, consapevole di essere bello e pronto ad esibirsi in numeri di inaudita, ridicola sfacciataggine anche per un sistema giudiziario consacrato allo spettacolo come quello americano ma tuttavia incapace di convincere poliziotti, avvocati e giudici, convinti a ragione di avere davanti agli occhi un mostro di una malizia immane. Il risultato è sconvolgente perché uno pensa all'esagerazione dello strumento cinematografico e poi si trova a dover testimoniare come molte delle intemperanze di Bundy, riportate sui titoli di coda attraverso filmati d'epoca, fossero vere, reali quanto l'allegria guascona mostrata nelle interviste, da far accapponare la pelle.


Merito di uno che l'argomento lo conosce bene, visto che il regista Joe Berlinger ha sfornato per Netflix anche la serie Conversazioni con un killer: il caso Bundy, che non mancherò di recuperare nei prossimi giorni. Il regista ha scelto l'approccio psicologico e giudiziario, lasciando da parte l'efferatezza, affidando interamente il dolore e lo sconcerto delle vittime alla Liz Kendall della brava Lily Collins, fanciulla uscita indenne fisicamente dalla relazione con Bundy ma completamente annientata nell'animo al pari dell'altra povera crista che si è ritrovata a sostituirla, ingannata dal bel Ted tanto da aiutarlo in tribunale e condannare una bambina a portare il suo stesso cognome. Tra canzoni inserite qui e là ad hoc, sapienti ricostruzioni processuali, flashback inquietanti e confronti al cardiopalma, mai mi sarei aspettata di dover ammettere che Zac Efron è un Ted Bundy perfetto, terribilmente inquietante nel suo atteggiamento da bravo ragazzo piacione e capace di mangiarsi tutto il resto del pur valido cast. L'unico a cui, se permette, non gliela si mena, è un meraviglioso John Malkovich che compare poco ma lascia il segno (e pensare che il giudice vero era realmente così caustico, severo, scoglionato ma giusto come lo interpreta Malkovich) anche più del protagonista. In soldoni, film interessante e godibilissimo, con un unico, enorme difetto: è stato distribuito ovunque su Netflix, che lo produce, tranne in Italia, dove ovviamente potete trovarlo in ben pochi cinema oltre che mal titolato. C'è solo da sperare che la piattaforma on line se l'accaparri presto anche da noi, soprattutto perché visto in lingua originale rende ovviamente molto di più.


Di Lily Collins (Liz Kendall), Zac Efron (Ted Bundy), Jeffrey Donovan (John O'Connell, avvocato difensore dello Utah), Dylan Baker (David Yocom, pubblico ministero dello Utah), Haley Joel Osment (Jerry), Brian Geraghty (Pubblico difensore Dan Dowd), Jim Parsons (Pubblico ministero Larry Simpson) e John Malkovich (Giudice Edward D. Cowart) ho parlato ai rispettivi link.

Joe Berlinger è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Il libro segreto delle streghe: Blair Witch 2 prima di convertirsi ai documentari, tra i quali segnalo Paradise Lost 3: Purgatory e Conversazioni con un killer: il caso Bundy. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 58 anni.


Kaya Scodelario interpreta Carole Anne Boone. Inglese, ha partecipato a film come Moon e Pirati dei Caraibi - La vendetta di Salazar. Ha 27 anni e due film in uscita tra cui Crawl.


James Hetfield, cantante dei Metallica, compare per la prima volta nel ruolo di attore come Bob Hayward, un poliziotto. Se la figura di Ted Bundy vi interessa, parecchi film e serie si sono dedicati a lui: Il mostro, film per la TV del 1986, Ted Bundy, Ted Bundy - Il serial killer e Bundy, più virato sull'horror e con Kane Hodder tra i protagonisti, senza dimenticare ovviamente Conversazioni con un kiler: il caso Bundy, diretto sempre da Joe Berlinger e disponibile su Netflix. ENJOY!

martedì 18 ottobre 2016

Yoga Hosers (2016)

La passione per il cinema mi ha portata a conoscere proprio delle brave persone. Prendete per esempio Lucia, Silvia, Germano e Andrea. Sono talmente dolci che mi hanno permesso di guardare per prima Yoga Hosers, il nuovo film di Kevin Smith. "No, ma noi non riusciremmo mai a parlarne come faresti tu" "Ti vogliamo bene, Bolla" "Meriteresti di lavorare per Fangoria!!" "Bolla, sei anche molto ma molto ma molto gnocca... gnocca MILLE VOLTE!!". Che brave persone, dicevo. Mortacci loro, eh. Col cuore.


Trama: Colleen e Colleen sono due sedicenni canadesi, commesse in un supermercato e aspiranti cantanti, perennemente connesse ai cellulari. La loro vita apparentemente perfetta prende una strana piega quando le persone attorno a loro cominciano a morire per mano di un branco di bratzis (wurstel nazisti) nascosti proprio nel supermercato...



C'era una volta Kevin Smith, più precisamente c'era nel 1994. A 24 anni Kevin Smith girava Clerks, uno di quei film che si amano o si odiano, e veniva consacrato a genio cinematografico indipendente, massima espressione della cultura grunge, sboccata e "vuota" tipica dell'america di quei tempi. Pur non avendo mai utilizzato la parola "genio" in relazione a Kevin Smith, posso dire di avere adorato sia Clerks sia i meno riusciti Generazione X e In cerca di Amy proprio per la natura prolissa e "lazy" di quelle opere, specchio di un'umanità che si lascia vivere parlando di nulla, senza prospettive reali per il futuro, i cui più alti esponenti sono ovviamente i fancazzisti drogati Jay e Silent Bob, diventati giustamente personaggi di culto. Pur non essendo una "studiosa" di Smith credo che buona parte della riuscita di quei film risiedesse nel fatto che il regista stesse di fatto VIVENDO le situazioni riportate nei suoi film e condividesse con i suoi personaggi problemi, vezzi, stupidera ed età anagrafica e lo stesso vale per Clerks II, girato dieci anni dopo il capostipite e virato leggermente più sul demenziale ma comunque popolato da figure "realistiche", alle prese con altri aspetti della vita tipici dei trentenni. Dogma era un'altra cosa, un horror nerd irriverente ma fino a un certo punto, finito sulla bocca di tutti per la solita, ignorantissima scomunica di alcuni esponenti della Chiesa cattolica che, probabilmente, non lo hanno neppure guardato e mi si dice che anche Red State fosse un horror molto bello. Poi, a un certo punto è successo che Kevin Smith si è dato ai podcast, alla droga abbondante e alle cazzate, si è fissato col Canada e si è fatto venire in mente di creare una "trilogia canadese". Il primo film inseribile in questa trilogia ideale è Tusk, un ibrido tra horror e commedia che si prende troppo sul serio per non risultare ridicolo, il secondo è questo Yoga Hosers, dichiaratamente creato per un pubblico di adolescenti (al punto che lo stesso Smith si è battuto per fargli avere un visto censura PG-13). Che rispetto a Tusk è tanta roba ma presenta un piccolissimo problema: Kevin Smith ormai ha 46 anni e non è in grado di rappresentare in modo credibile l'universo della figlia Harley Quinn, né di mettere in bocca a lei e all'amichetta Lily-Rose dialoghi divertenti, non banali e soprattutto non stupidi.


La trama di Yoga Hosers prende infatti il via solo dal momento in cui le protagoniste si ritrovano a dover affrontare i cosiddetti bratzis (cloni mal riusciti di un kapò nazista fatti per l'appunto di carni suine, è tutto vero purtroppo), mentre prima Smith si da alla commedia generazionale senza capirci un belino, al punto che sembra di vedere uno di quei comici di Colorado che parodiano i "giovani d'oggi", risultando soltanto ridicoli. La critica verso la mancanza di valori degli adolescenti moderni, se critica vuol essere e non semplicemente un tentativo di far divertire la figlia e l'amichetta, cade nel vuoto e si perde in un trionfo di volgarità gratuite, stupidere assortite, chat on line, urletti, canzoncine, esibizioni gratuite d'ignoranza e banalità della peggior specie: come cantano gli Ex Otago, "i giovani d'oggi non valgono un cazzo" ma in realtà siamo noi che non li capiamo perché le loro non-conoscenze sono fondamentali. Quindi, le Colleens diventano indispensabili per salvare il mondo dai bratwurst nazisti, perché sono sempre attaccate al cellulare, leggono riviste di gossip al limite del ridicolo e possiedono la capacità di andare su internet e, ancora meglio, fare foto con lo smartphone. L'unica parte divertente della trama, ché i bratzis, il capoccia nazista che imita le voci di figure iconiche del cinema e della tv americani e il ritorno inopportuno del detective Guy LaPointe, uniti alla presa in giro dei modi di essere canadesi, mi hanno intristita oltremodo, è il flashback durante il quale viene raccontato l'affermarsi di un partito nazista canadese formato da dieci elementi e di un piano per cacciare gli ebrei dal Canada che avrebbe figurato degnamente ne La guerra lampo dei Fratelli Marx, il resto è una roba abbastanza demenziale che deve necessariamente sperare nella buona disposizione d'animo dello spettatore. In generale, vi ricordo che assistere alle lezioni di uno scoppiato chiamato Yogi Bayer oppure vedere due ragazzine che sconfiggono a colpi di posizioni yoga un branco di mostriciattoli è sempre e comunque meglio di un racconto tra il serio e il faceto in cui un tizio decide di trasformarne un altro in tricheco, eh.

Da tricheco a maestro di yoga è un attimo.
Quindi, appurato che la trama è un mero pretesto per far sì che Kevin Smith possa continuare a girare film senza metterci troppo impegno cerebrale e soprattutto senza smettere di mungere l'incredibilmente grassa vacca dei suoi podcast e dei fan che non ne hanno mai abbastanza di ascoltarlo sproloquiare, c'è qualcosa di visivamente bello e/o meritevole di menzione in Yoga Hosers? Beh, come ho detto, è palese che la figlia del regista e quella di Johnny Depp si siano divertite a recitare e cantare nel film, l'affiatamento tra le due c'è ed è innegabile. Il problema è che, come diceva Alessandra, la bella Lily-Rose compare già nelle grandi città europee effigiata in giganteschi poster che pubblicizzano profumi, mentre Harley Quinn Smith, oltre ad essere condannata da un nome imbecille (è come se io chiamassi mia figlia Lady Oscar. Lady Oscar Bolla. Pensateci), ha preso il nasone della madre e la stazza del padre, oltre alla finezza di uno scaricatore di porto, quindi diciamo che se non ci penserà Kevin Smith ad infilarla in qualche film creato ad hoc le converrà inventarsi un'altra carriera. Lo stesso vale per Haley Joel Osment, ex bambino prodigio che probabilmente Smith avrà pagato promettendogli i wurstel avanzati al reparto effetti speciali, mentre Johnny Depp, nonostante continui a sputtanarsi con un personaggio che non farebbe ridere neppure chi venera i film dei Vanzina e Zalone, continuerà sempre ad essere considerato un figo nonché uno degli attori migliori in circolazione quindi avrà la carriera assicurata almeno finché non si ucciderà in un parossismo di autodistruzione. Attori a parte, ciò che invece non manca a Smith è un ottimo reparto tecnico: come già accaduto con Tusk, dove il risultato finale dell'uomo tricheco era genuinamente impressionante, anche in Yoga Hosers il giocatore di hockey composto da parti di cadavere è davvero ben fatto e se il regista avesse scelto di girare qualcosa di più splatter e serio, invece di concentrarsi sull'attacco di wurstel dall'accento tedesco (orridi, amatoriali anche per quanto riguarda la realizzazione, e pensare che il supervisore degli FX è Robert Kurtzman...), probabilmente avremmo avuto un horror di cui parlare negli anni a venire. Oddio, se ne può parlare anche adesso, ma solo per ricoprirlo di insulti... nell'attesa che esca Moose Jaws, “come Lo squalo ma con gli alci”. E l'attesissimo ritorno delle Colleens, non dimentichiamocelo. Tanto sapete che io sarò qui a recensirlo per voi.


Del regista e sceneggiatore Kevin Smith, che presta anche volto e voce ai bratzis, ho già parlato QUI. Harley Quinn Smith (Colleen McKenzie), Adam Brody (Ichabod), Ashley Greene (mamma 'Peg), Jennifer Schwalbach Smith (Miss McKenzie), Justin Long (Yogi Bayer), Natasha Lyonne (Tabitha), Genesis Rodriguez (Ms. Wicklund), Haley Joel Osment (Adrien Arcand), Johnny Depp (Guy LaPointe) e Jason Mewes (un poliziotto) li trovate invece ai rispettivi link.

Lily-Rose Depp interpreta Colleen Collette. Francese, figlia di Johnny Depp e Vanessa Paradis, ha partecipato a film come Tusk e, sempre col ruolo di Colleen, dovrebbe tornare nell'imminente Moose Jaws. Ha 16 anni.


Tra gli attori già comparsi in Tusk e precettati per Moose Jaws c'è Harley Morenstein (creatore del canale Youtube Epic Meal Time, vi invito a leggere QUI per capire la porcata totale, nel film interpreta il cosiddetto "Toilet Paper Man") mentre l'altro figlio di Johnny Depp e Vanessa Paradis (che compare nel film nei panni di Miss Maurice), "Jack" John Christopher Depp III, è il mocciosetto che mostra il dito alle due commesse dopo aver imitato la mucca di mare. Per la cronaca, in segno di amicizia nei confronti di Kevin Smith compare anche un catanannissimo Stan Lee al call center della polizia. Il regista si è invece ritrovato a vestire i panni di tutti i mostri presenti nel film perché Jason Mewes è claustrofobico e non è riuscito neppure a superare i primi test di make up mentre (occhio, qui si ride!) il manager di Haley Joel Osment ha preferito che il suo pupillo non fosse costretto a partecipare al film in un ruolo così poco riconoscibile e svilente come quello del mostro; è andata meglio a Michael Parks il quale, essendo malato, non è finito a recitare nei panni di Andronicus Arcaine, lasciando così la patata bollente a Ralph Garman. Come ho detto nel post, Yoga Hosers fa parte della cosiddetta trilogia canadese quindi, se vi fosse piaciuto, nell'attesa che esca Moose Jaws nel 2017 recuperate Tusk e aggiungete Clerks e Clerks II. ENJOY!

mercoledì 20 maggio 2015

Tusk (2014)

Come avrete capito, questo è periodo di horror supercazzola. Avrei voluto concludere la Top 10 Horror 2014 di Lucia sparandomi in sequenza Dead Snow e il suo seguito ma per motivi di programmazione ho deciso di rimandare e completare il recupero dell'anno scorso con un film appartenente alla Worst 5 de Il giorno degli zombi, ovvero Tusk, diretto e scritto nel 2014 dal regista Kevin Smith. Una pellicola che speravo fosse divertente e stupida ma invece...


Trama: Wallace, conduttore radiofonico, va in Canada per registrare un podcast su un ragazzino senza gamba, fenomeno virale su internet. Quando l'intervista salta, Wallace decide di rimanere in Canada per cercare altro materiale bizzarro e si imbatte nello strano Howard Howe, un vecchio sulla sedia a rotelle con mille storie da raccontare e un'unico, terribile sogno da realizzare...



Siccome non so davvero da che parte iniziare a parlare di Tusk, comincerò rispondendo alla domanda che probabilmente chiunque si pone appena approdato su un blog di cinema: questo film è bello? La mia risposta è NO. Ci ho pensato e ripensato e non posso apprezzare l'ultimo lavoro di Kevin Smith, tuttavia non è neanche facile liquidare Tusk semplicemente come un brutto film. Piuttosto, parlerei di pessima gestione dei generi, scrittura terribile e, conseguentemente, di occasione sprecata. Come testimonia infatti un messaggio inviato a Lucia, per me è stato molto difficile arrivare alla fine di Tusk ma non per il motivo che potete pensare. La verità è che ho trovato il film (o, meglio, parte di esso), terribilmente angosciante e disturbante, cosa che accade ogni volta che mi trovo davanti una pellicola che prevede persone stravolte nel fisico e nella mente contro la loro volontà, soprattutto persone private dell'uso della parola, completamente alla mercé di un pazzo inarrestabile. Non importa che il desiderio di Howe sia folle e persino ridicolo, non importa che il risultato finale raggiunga livelli di WTF quasi fuori scala: non mi vergogno ad ammettere che tutto quello a cui viene sottoposto Wallace non mi ha fatto dormire la notte e che spesso ho dovuto interrompere la visione di Tusk per andare a farmi un giro. Se la cosa finisse qui potrei quindi dire che, per quanto malato, Tusk sia un ottimo film... ma da una cosa nata da un podcast del regista e finanziata dai fan in rete non poteva uscire fuori qualcosa di buono e infatti qui casca l'asino, o meglio subentrano la pessima gestione dei generi e la terribile scrittura. Il logorroico e buffo Kevin Smith, infatti, ha deciso di rendere Tusk una commedia horror e, per far ciò, ha scelto di inserire tra una scena angosciante e l'altra i suoi soliti monologhi, racconti di leggende metropolitane, personaggi nerd e fuori dalle righe, volgarità assortite e quant'altro, col risultato che sembra quasi di vedere spezzoni di due film diversi attaccati tra loro con generose mani di colla vinilica. Tutte le commedie horror viste di recente, come Housebound, Las brujas de Zugarramurdi e Tucker and Dale vs. Evilmettono i brividi ma fanno anche morire dal ridere, perché i due elementi "contrastanti" che le costituiscono sono amalgamati alla perfezione, mentre guardando Tusk si passa dall'angoscia per l'elemento horror alla tristezza per la comicità infantile che gli fa da cornice.

E' un tricheco? Ah no, è il bambino de Il sesto senso...
A risentire più di tutti di quest'umorismo demente e di quella che è, alla fin fine, una grottesca e patetica tirata sulla sindrome di Peter Pan (perché i personaggi di Smith sono sempre dei bietoloni incazzosi e con l'umorismo di un bambino di 3 anni? E' dai tempi del mio pur adorato Clerks, mobbasta....), sull'amore e la sofferenza che rendono gli umani diversi dagli animali, sull'eterno conflitto tra Americani e Canadesi, è il povero Michael Parks che, da gran signor attorone qual è, regala allo spettatore una performance superba, riuscendo a rendere inquietante e verosimile Howard Howe anche barba alla sua assurda follia. Justin Long è un protagonista terribilmente irritante ma riesce se non altro a far da spalla a tanta bravura e da un certo punto in poi si trova costretto a recitare avvolto da un impressionante (nel senso che non riuscivo a guardarlo senza che mi si rivoltasse lo stomaco) e limitante costume, cosa non da poco, mentre chi ha definitivamente preso la sua carriera per buttarla nel cesso è l'irriconoscibile Johnny Depp, che troviamo qui nei panni di una sorta di folle Ispettore Clouseau dall'intestino delicato: Johnny Boy, ho capito che ti sei conciato come un demente per non farti riconoscere, ma ti sei sputtanato comunque, mi spiace. E siccome il film parla di trichechi, rimanendo in tema sputtanamenti mi par brutto non citare l'ex bambino de Il sesto senso, Haley Joel Osment, talmente bolso ed inchiattito che per un attimo ho pensato fosse lui l'animalone zannuto tanto rimpianto da Howe! Attori a parte, guardando Tusk mi è sembrato che Smith, come al solito, avesse tante idee superficiali che alla fine non è riuscito a concretizzare in qualcosa di interessante o meritevole di venire approfondito. Questo è un po' il difetto di tutti i suoi film ma quando questa cosa si limita alla Generazione X a lui tanto cara o alle pellicole dichiaratamente supercazzola riesco anche ad apprezzarla, questa volta invece mi sono sentita imbrogliata e presa in giro, insultata nella mia dignità di spettatrice: caro Kevin, io ti voglio bene ma se credi che tutti i tuoi  fan siano babbaloni nerd americani che si spanciano ad ascoltare i tuoi podcast e sono quindi disposti a cacciare grano per ogni belinata che ti passa per la testa (#WalrusYes ? Maddai...), forse dovresti smettere di fare il regista e, soprattutto, lo sceneggiatore. Prendi esempio da Silent Bob e stai zittino per un po', vah!


Del regista e sceneggiatore Kevin Smith ho già parlato QUI. Michael Parks (Howard Howe), Justin Long (Wallace Bryton), Haley Joel Osment (Teddy Craft), Johnny Depp (Guy LaPointe) e Jennifer Schwalbach Smith (cameriera al Gimli Slider) li trovate invece ai rispettivi link.

Genesis Rodriguez (vero nome Génesis Rodríguez Pérez) interpreta Ally Leon. Americana, ha partecipato a film come 40 carati, Che cosa aspettarsi quando si aspetta, Io sono tu e ha lavorato come doppiatrice in Big Hero 6. Ha 28 anni e due film in uscita.


Tra le guest star presenti in Tusk spiccano Harley Quinn Smith e Lily-Rose Melody Depp, rispettivamente figlia di Kevin Smith e segaligna pargola di Johnny Depp e Vanessa Paradis, nei panni delle due sgallettatissime commesse del supermercato. Mi sono risparmiata invece (e per fortuna) lo sputtanamento di Quentin Tarantino, che ha rifiutato il ruolo di Guy Lapointe pur avendo dato al film ogni benedizione; benedizione che, ahimé, perdurerà credo nei prossimi due film destinati a comporre la trilogia canadese di Kevin Smith, ovvero Yoga Hosers (che dovrebbe uscire a giugno di quest'anno e avere nel cast gli stessi attori principali salvo Michael Parks, con Johnny Depp sempre nei panni di Guy LaPointe e in più lo stesso Kevin Smith, Jason Mewes e Stan Lee) e Moose Jaws (in uscita nel 2016, viene descritto "come Lo squalo. Ma con le alci". Santo Dio). Detto questo, nell'attesa, se Tusk vi fosse piaciuto recuperate The Human Centipede - First Sequence, poi maleditemi. ENJOY!


martedì 4 ottobre 2011

Il sesto senso (1999) - Recensione

Sono sempre un po’ timorosa quando devo affrontare la recensione di un film che mi è piaciuto particolarmente, perché penso sempre che quello che scrivo non sia nemmeno lontanamente degno di parlare di qualcosa di bello. Quindi è questo lo stato d’animo con cui recensirò il bellissimo Il sesto senso, diretto nel 1999 dal regista M. Night Shyamalan.



Trama: Malcom Crowe è uno psichiatra infantile di fama riconosciuta, che si ritrova a dover aiutare il piccolo Cole, un ragazzino i cui problemi nascono dalla sua capacità di vedere i fantasmi.



Il sesto senso è senza ombra di dubbio l’unico film veramente bello girato dal sopravvalutatissimo regista Shyamalan (o Sciabadà. A me piace chiamarlo così). Quest’uomo ci ha fatto i miliardi speculando sull’unica, vera, interessante idea “ad effetto” che gli è venuta, e negli anni ha provato a ricreare qualcosa di simile, propinandoci uomini – supereroi, villaggi sperduti nei boschi, incurabili virus, persino ninfe acquatiche che compaiono nelle piscine altrui per scassare i cabasisi al prossimo. Il mio consiglio spassionato è quello di chiudere gli occhi di fronte a tanta immondizia e concentrarsi soltanto su Il sesto senso, facendo attenzione a che nessuno sia così bastardo da rivelarvi il finale se non lo avete mai visto. In tal caso, siete autorizzati a spedire l’eventuale chiacchierone di turno dritto dritto nelle schiere di fantasmi che il piccolo Cole dice di vedere.



Non mi sarà facile, quindi, recensire questo film senza scendere nei particolari e rimanendo molto vaga sulla trama. Facendola breve, Il sesto senso ha tutto. La sua sceneggiatura è un perfetto meccanismo ad orologeria, dove ogni singolo dettaglio, anche il più insignificante, acquista significato con il proseguire della storia e arricchisce il film di rinnovata bellezza anche dopo numerose visioni. Il colore rosso, le ferite di Cole, i silenzi, gli sguardi, sono tutti elementi che concorrono a svelare nuovi aspetti della vicenda e a creare contemporaneamente ulteriori misteri, aumentando incertezze ed inquietudine. Anche l’aspetto sovrannaturale de Il sesto senso è dosato con parsimoniosa furbizia. Gli spiriti dei morti incombono più come una presenza silenziosa o violenta, raramente si vedono perché il regista preferisce mostrarci gli effetti del loro passaggio e le reazioni che questo suscita su coloro che non li percepiscono. E quando i morti si mostrano sono sempre raccapriccianti e spaventosi, nonostante la loro intenzione sia semplicemente quella di comunicare; per questo non possiamo fare altro che rimanere terrorizzati assieme a Cole, un bimbo dalla situazione familiare disagiata, ulteriormente oppresso da quello che, più che un dono, è una maledizione.



Come avrete capito, quindi, l’aspetto umano è fondamentale per Il sesto senso. Ben lontano dall’essere un semplice horror, infatti, la pellicola è una riflessione sulla vita, sull’importanza dei legami familiari e sulla necessità di superare ed elaborare il lutto. Essenziale, quindi, la presenza di attori eccellenti. Se devo dire la verità, in questo film Bruce Willis è bravo e a tratti la sua interpretazione è toccante, ma viene completamente eclissato dalle performance di Haley Joel Osment e Toni Collette. Il primo regala un’interpretazione straordinaria, considerata anche la giovanissima età, riuscendo a passare dall’inquietante, al commovente, al divertente, persino all’irritante, senza mai risultare fasullo o irreale. E’ impossibile, infatti, non provare pena per il piccolo Cole o rabbia per la stupidità delle persone che lo circondano e che lo etichettano come mostro. Impossibile anche ignorare la forza che Toni Collette infonde al personaggio di Lynn, una madre single provata dalla vita con un figlio che vede soffrire senza riuscire ad intuirne il motivo, combattuta tra l’amore che prova per lui e la razionalità che le impedisce di capire i mille, inequivocabili segni lasciati dalle invisibili presenze che tormentano Cole. Rileggendo la recensione mi rendo conto di avere detto troppo. Fate come Cole, abbiate fiducia e guardate Il sesto senso, anche se avete paura di quel che potrete vedere. Non ve ne pentirete.

 

Di Bruce Willis, che interpreta il Dr. Crowe, ho già parlato qui, mentre un trafiletto su Toni Collette (che interpreta Lynn, la madre di Cole, ruolo che le è valso la nomination all’Oscar come miglior attrice non protagonista), lo trovate qua.

M. Night Shyamalan (vero nome Manoj Nelliyattu Shyamalan) è il regista della pellicola ed interpreta anche il dottore che visita Cole. Vorrei mettere agli atti il fatto che, pur detestandolo con forza, ho visto praticamente ogni suo film, e questo non depone a favore della mia sanità mentale. Indiano, è il responsabile (e sottolineo la parola responsabile) di film come Unbreakable – Il predestinato, Signs, The Village, Lady in The Water e E venne il giorno. Anche sceneggiatore e produttore (il già recensito Devil alla fine è completamente o quasi farina del suo sacco), ha 41 anni.



Haley Joel Osment interpreta Cole, ruolo che gli è valso la nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista. Sicuramente l’attore prodigio più bravo della sua generazione, anche se di lui si sono ora un po’ perse le tracce, lo ricordo per film come Forrest Gump, Bogus l’amico immaginario, il lacrimevole Un sogno per il domani e A.I. Intelligenza artificiale. Ha inoltre doppiato La Bella e la Bestia: un magico Natale, un episodio dei Griffin e partecipato alle serie Walker Texas Ranger, Jarod il camaleonte e Ally McBeal. Americano, anche produttore, ha 23 anni e due film in uscita.



Olivia Williams interpreta la moglie di Malcom, Anna. Inglese, la ricordo per film come Rushmore, Peter Pan e X – Men – Conflitto finale, inoltre ha partecipato alle serie Friends e Dollhouse. Ha 43 anni e tre film in uscita.



Donnie Wahlberg interpreta Vincent. Americano, lo ricordo per film come l’orrendo L’acchiappasogni, Saw II – La soluzione dell’enigma, Saw III  - L’enigma senza fine e Saw IV. Anche sceneggiatore e produttore, ha 42 anni.  



Tra gli altri interpreti segnalo la partecipazione di Mischa Barton, la sgallettata protagonista dell’orrida serie televisiva The O.C., nei panni della piccola Kyra. Se Il sesto senso vi fosse piaciuto, vi consiglio di cercare e guardare l’altrettanto bello The Others. E ora... sdrammatizziamo! Non vi lascio al trailer del film, a quello di un oscuro capolavoro del thriller... Il sesto scemo.... ENJOY!!

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