In questi giorni con le sale chiuse, i consigli degli amici su Facebook diventano ancora più importanti. E' proprio grazie a questi consigli, infatti, che ho deciso di guardare Swallow, diretto e sceneggiato nel 2019 dal regista Carlo Mirabella-Davis.
Trama: Hunter ha una vita apparentemente perfetta. Un marito bello e ricco, una casa enorme, un matrimonio da favola e un bambino in arrivo. Un giorno, però, comincia ad essere vittima di un desiderio compulsivo, quello di inghiottire piccoli oggetti, via via sempre più pericolosi...
Ho cominciato a guardare Swallow come al solito: senza sapere nulla salvo un abbozzo di trama e salvo un piccolo sprazzo autobiografico di Carlo Mirabella-Davis, la cui nonna era stata rinchiusa in un istituto di igiene mentale perché continuava a lavarsi compulsivamente le mani. Onestamente, mi aspettavo uno di quegli horror che cominciano molto lenti e finiscono in una sanguinolenta splatterata, per una serie di motivi intuibili fin dall'inizio del film, invece Swallow entra sottopelle e scava, si insinua nello stomaco come gli oggetti inghiottiti dalla protagonista e rimane lì, a far male dentro, a far sentire a disagio tutti, uomini o donne. Faccio quest'ultima precisazione perché il punto di vista attraverso cui viene raccontata la storia è sì quello di Hunter, tuttavia Swallow non è una di quelle pellicole che stigmatizzano il maschilismo imperante della società; Swallow, in realtà, ne ha per tutti, soprattutto per chi, uomo o donna che sia, manca di empatia verso le persone che vengono considerate a torto inutili e difettose, un peso da sopportare quando va bene o una macchia da nascondere quando va male, come nel caso di Hunter, piccola stepford wife che non riesce a vivere all'altezza delle aspettative di chi l'ha accolta in casa, nemmeno fosse un cucciolo. Hunter ci viene presentata, fin dall'inizio del film, come una persona tristemente sola, una moglie-trofeo che esiste solo in funzione del marito (bellissimo, ricchissimo, figlio di papà, totalmente assorbito dal suo importantissimo lavoro), dell'enorme villa che funge da gabbia dorata, e ovviamente del bambino che dovrà "regalare" alla famiglia che l'ha "adottata", a mo' di ricompensa. D'altronde, è il minimo che Hunter possa fare per i facoltosi Conrad, visto che il figlio si è abbassato a sposare una tizia senza soldi, senza lavoro, senza futuro, senza qualità, insomma, un pezzo di carne che ha solo due cose da fare bene, anzi tre: essere perfetta, sfornare figli e, soprattutto, non rompere le scatole.
Purtroppo, qualcosa nella testa di Hunter a un certo punto cede e la ragazza comincia ad inghiottire oggetti. All'inizio piccole cose innocue, come un pezzo di ghiaccio o una biglia di vetro, poi sempre più grandi e pericolose, ma se pensate, anche lì, che Carlo Mirabella-Davis indulga nel potenziale splatter che una simile situazione potrebbe innescare, cascate malissimo; le sequenze confezionate dal regista sono un incubo ansiogeno che lavora stuzzicando lo spettatore, scatenando nella sua mente dei rapporti di causa-effetto incredibilmente spiacevoli e racchiusi in agghiaccianti panoramiche di ninnoli più o meno grandi e più o meno taglienti, ripuliti da una mano amorevole o impietosamente tirati fuori in una camera operatoria. E' la ribellione di Hunter, o meglio, la punta dell'iceberg di un disagio che ha radici assai più profonde (e che, ovviamente, non rivelerò), il modo autolesionista non già di vendicarsi dei propri facoltosi carcerieri quanto piuttosto di recuperare il controllo su un'esistenza che ne è priva fin dalla nascita e, soprattutto, la consapevolezza di sé. La trama di Swallow si potrebbe così definire come un particolarissimo percorso di autoaffermazione, fatto di tanti piccoli episodi di violenza psicologica che troppo spesso tendiamo a sminuire in quanto parte di una perversa "normalità" e che, in questo caso, innescano un comportamento patologico di indicibile tristezza. La sensibilità e la bravura con cui Haley Bennett si carica sulle spalle un personaggio complesso come quello di Hunter è testimoniata dall'abbondanza di primissimi piani e piani medi che la ingabbiano all'interno delle inquadrature e delle scenografie, privandola di ogni via di fuga e costringendola ad arrivare dritta al cuore dello spettatore attraverso sequenze spesso prive di dialoghi, che testimoniano tutto il disagio interiore provato dalla protagonista. Carlo Mirabella-Davis, da par suo, confeziona un primo lungometraggio perfetto, sia dal punto di vista visivo (il modo in cui rende soffocante l'opulenza, trasformando ambienti ampi ed ariosi in celle, vincolando la protagonista ai complementi d'arredo attraverso l'uso dei colori è magistrale) che a livello di trama, offrendo una riflessione coerente, coraggiosa (sì, molto. Soprattutto nel prefinale) e non banale sulla natura infida dei disagi psichici e sulla nostra esigente società. Imperdibile.
Di Haley Bennett (Hunter), Austin Stowell (Richie) e Denis O'Hare (Erwin) ho parlato ai rispettivi link.
Carlo Mirabella-Davis è il regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, è anche produttore.
Elizabeth Marvel interpreta Katherine Conrad. Americana, ha partecipato a film come Burn After Reading - A prova di spia, Il grinta, A Royal Weekend, Lincoln, 1981: Indagine a New York e Cattive acque. Ha 51 anni e un film in uscita.
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venerdì 20 marzo 2020
domenica 15 settembre 2019
E poi c'è Katherine (2019)
Giovedì sono usciti in tutta Italia un paio di film interessanti che, ovviamente, a Savona non hanno trovato distribuzione. Uno di questi è E poi c'è Katherine (Late Night), diretto dalla regista Nisha Ganatra.
Trama: un'operaia di origini indiane si ritrova a lavorare per Katherine Newbury, conduttrice di uno show comico che ormai ha ben poco successo.
Solitamente non indulgo in questo genere di commedie ma il trailer di E poi c'è Katherine era intrigante e a un certo punto è spuntato John Lithgow, motivo sufficiente per dare una chance al film che Mindy Kaling (comica americana già creatrice della sit-com The Mindy Project) si è ritagliata su misura per sé avendo in mente Emma Thompson come co-protagonista. Non mi sono pentita della scelta, devo dire. E poi c'è Katherine (solito, stupidissimo titolo italiano: "e poi" cosa, che Molly nella vita ha solo il lavoro?) è la tipica, innocua commedia made in USA sui self made men/women attualizzata grazie a continui riferimenti al movimento #metoo e allo slut-shaming tanto in voga in questo periodo, palesemente ispirata a Il diavolo veste Prada. Anche in questo caso abbiamo la stagista totalmente inesperta della realtà lavorativa in cui verrà a trovarsi, nella fattispecie il mondo dello showbusiness televisivo, che si riscoprirà ovviamente bravissima nel suo lavoro, tanto da riuscire a conquistare a poco a poco non solo i colleghi diffidenti ma anche la terribile "boss" che ha in odio tutto e tutti; il film segue il pattern tipico di questo genere di pellicola, col protagonista che affronta piccole difficoltà iniziali fino ad affermarsi, trovarsi davanti un ostacolo praticamente insormontabile, superarlo e infine ottenere definitivamente il successo, pattern in questo caso raddoppiato perché una forma di catarsi devono ottenerla sia Katherine che Molly, e in generale è permeato da un'atmosfera assai ottimista che viene ripresa anche dalle canzoni che compongono la colonna sonora. In contrapposizione a Katherine Newbury, comica affermata ma ormai "fossilizzata", formale e incapace di interpretare i gusti del pubblico, Molly è schietta e genuina, affronta la vita di petto e dice sempre quello che pensa, un esempio virtualmente molto positivo, peccato che nella realtà verrebbe davvero licenziata dopo cinque minuti. Ecco perché, molto democraticamente e in maniera piuttosto paracula, ai personaggi secondari vengono messi in bocca discorsi ragionevoli, frasi come "hai un carattere meraviglioso e hai ragione tu ma cerca di non essere sempre così schietta perché rischi di finire male", un sottile avviso per lo spettatore o spettatrice che dovesse sentirsi ispirato a imitare le gesta di Molly, perché la vita non è un film. Della serie: don't try this at work.
Nonostante un minimo di prevedibilità e questa mentalità cerchiobottista, E poi c'è Katherine è lo stesso un film divertente, spensierato e persino commovente. La Thompson non è disumana come Meryl Streep ne Il diavolo veste Prada, il suo personaggio è tratteggiato con un minimo di sensibilità e vengono sottolineati tutti i lati deprecabili ma comprensibili della sua Katherine, tanto che sono anche riuscita a commuovermi non solo durante il confronto finale col marito malato (interpretato dal sempre amabile John Lithgow) ma anche davanti alla presa di coscienza della vecchiaia, dell'inadeguatezza, di un disprezzo per il prossimo che travalica il gender e non è maggiormente giustificabile (o INgiustificabile) solo perché si è donne e quindi normalmente vessate. Se Emma Thompson è una formidabile mattatrice che meriterebbe davvero un futuro nella stand up comedy (nonostante, sinceramente, la comicità USA non mi strappi mani nemmeno una minima risata) a supportarla non c'è solo la simpatica Mindy Kaling, incredibilmente verosimile nel suo ruolo di stagista sognatrice ed ottimista, e un signor attore come il già citato Lithgow, ma un intero cast di caratteristi di tutto rispetto, tra i quali spiccano il sempre adorabile Denis O'Hare e tutti i membri dell'esilarante, insopportabile staff maschile di Katherine. Parliamoci chiaro, come farebbe Molly: E poi c'è Katherine non è il film dell'anno e secondo me non merita nemmeno lo sbattimento di andare in una sala per vederlo proiettato su grande schermo, tanto più che i furiosi scambi di battute tra personaggi e i monologhi della Thompson rendono di sicuro più in inglese che in italiano, ma è stato acquistato dagli Amazon Studios quindi immagino entrerà presto nel catalogo Prime Video e siccome è divertente e piacevole vi consiglierei di non perderlo appena sarà disponibile!
Di Emma Thompson (Katherine Newbury), Mindy Kaling (anche sceneggiatrice della pellicola, interpreta Molly Patel), John Lithgow (Walter Lovell), Denis O'Hare (Brad) e Halston Sage (Zoe Martlin) ho già parlato ai rispettivi link.
Nisha Ganatra è la regista della pellicola. Canadese, ha diretto film che non conosco come Chutney Popcorn, Cake - Ti amo, ti mollo... ti sposo e The Hunters - Cacciatori di leggende. Anche produttrice, attrice e sceneggiatrice, ha 45 anni e un film in uscita.
Max Casella interpreta Burditt. Americano, ha partecipato a film come Ed Wood, A proposito di Davis, Blue Jasmine, Jackie e a serie quali I Soprano e Medium; come doppiatore ha lavorato in Leone cane fifone. Anche produttore, ha 52 anni e tre film in uscita.
Paul Walter Hauser interpreta Mancuso. Americano, ha partecipato a film come Tonya e BlackKklansman. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 33 anni e cinque film in uscita tra cui Cruella.
Ike Barinholtz interpreta interpreta Daniel Tennant. Americano, ha partecipato a film come Mordimi, Suicide Squad, The Disaster Artist, Bright e a serie quali Weeds e The Twilight Zone; come doppiatore ha lavorato ne I Griffin e American Dad!. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 42 anni e un film in uscita.
A dirigere il film avrebbe dovuto esserci Paul Feig ma impegni pregressi lo hanno costretto a rinunciare. Se il film vi fosse piaciuto recuperate ovviamente Il diavolo veste Prada. ENJOY!
Trama: un'operaia di origini indiane si ritrova a lavorare per Katherine Newbury, conduttrice di uno show comico che ormai ha ben poco successo.
Solitamente non indulgo in questo genere di commedie ma il trailer di E poi c'è Katherine era intrigante e a un certo punto è spuntato John Lithgow, motivo sufficiente per dare una chance al film che Mindy Kaling (comica americana già creatrice della sit-com The Mindy Project) si è ritagliata su misura per sé avendo in mente Emma Thompson come co-protagonista. Non mi sono pentita della scelta, devo dire. E poi c'è Katherine (solito, stupidissimo titolo italiano: "e poi" cosa, che Molly nella vita ha solo il lavoro?) è la tipica, innocua commedia made in USA sui self made men/women attualizzata grazie a continui riferimenti al movimento #metoo e allo slut-shaming tanto in voga in questo periodo, palesemente ispirata a Il diavolo veste Prada. Anche in questo caso abbiamo la stagista totalmente inesperta della realtà lavorativa in cui verrà a trovarsi, nella fattispecie il mondo dello showbusiness televisivo, che si riscoprirà ovviamente bravissima nel suo lavoro, tanto da riuscire a conquistare a poco a poco non solo i colleghi diffidenti ma anche la terribile "boss" che ha in odio tutto e tutti; il film segue il pattern tipico di questo genere di pellicola, col protagonista che affronta piccole difficoltà iniziali fino ad affermarsi, trovarsi davanti un ostacolo praticamente insormontabile, superarlo e infine ottenere definitivamente il successo, pattern in questo caso raddoppiato perché una forma di catarsi devono ottenerla sia Katherine che Molly, e in generale è permeato da un'atmosfera assai ottimista che viene ripresa anche dalle canzoni che compongono la colonna sonora. In contrapposizione a Katherine Newbury, comica affermata ma ormai "fossilizzata", formale e incapace di interpretare i gusti del pubblico, Molly è schietta e genuina, affronta la vita di petto e dice sempre quello che pensa, un esempio virtualmente molto positivo, peccato che nella realtà verrebbe davvero licenziata dopo cinque minuti. Ecco perché, molto democraticamente e in maniera piuttosto paracula, ai personaggi secondari vengono messi in bocca discorsi ragionevoli, frasi come "hai un carattere meraviglioso e hai ragione tu ma cerca di non essere sempre così schietta perché rischi di finire male", un sottile avviso per lo spettatore o spettatrice che dovesse sentirsi ispirato a imitare le gesta di Molly, perché la vita non è un film. Della serie: don't try this at work.
Nonostante un minimo di prevedibilità e questa mentalità cerchiobottista, E poi c'è Katherine è lo stesso un film divertente, spensierato e persino commovente. La Thompson non è disumana come Meryl Streep ne Il diavolo veste Prada, il suo personaggio è tratteggiato con un minimo di sensibilità e vengono sottolineati tutti i lati deprecabili ma comprensibili della sua Katherine, tanto che sono anche riuscita a commuovermi non solo durante il confronto finale col marito malato (interpretato dal sempre amabile John Lithgow) ma anche davanti alla presa di coscienza della vecchiaia, dell'inadeguatezza, di un disprezzo per il prossimo che travalica il gender e non è maggiormente giustificabile (o INgiustificabile) solo perché si è donne e quindi normalmente vessate. Se Emma Thompson è una formidabile mattatrice che meriterebbe davvero un futuro nella stand up comedy (nonostante, sinceramente, la comicità USA non mi strappi mani nemmeno una minima risata) a supportarla non c'è solo la simpatica Mindy Kaling, incredibilmente verosimile nel suo ruolo di stagista sognatrice ed ottimista, e un signor attore come il già citato Lithgow, ma un intero cast di caratteristi di tutto rispetto, tra i quali spiccano il sempre adorabile Denis O'Hare e tutti i membri dell'esilarante, insopportabile staff maschile di Katherine. Parliamoci chiaro, come farebbe Molly: E poi c'è Katherine non è il film dell'anno e secondo me non merita nemmeno lo sbattimento di andare in una sala per vederlo proiettato su grande schermo, tanto più che i furiosi scambi di battute tra personaggi e i monologhi della Thompson rendono di sicuro più in inglese che in italiano, ma è stato acquistato dagli Amazon Studios quindi immagino entrerà presto nel catalogo Prime Video e siccome è divertente e piacevole vi consiglierei di non perderlo appena sarà disponibile!
Di Emma Thompson (Katherine Newbury), Mindy Kaling (anche sceneggiatrice della pellicola, interpreta Molly Patel), John Lithgow (Walter Lovell), Denis O'Hare (Brad) e Halston Sage (Zoe Martlin) ho già parlato ai rispettivi link.
Nisha Ganatra è la regista della pellicola. Canadese, ha diretto film che non conosco come Chutney Popcorn, Cake - Ti amo, ti mollo... ti sposo e The Hunters - Cacciatori di leggende. Anche produttrice, attrice e sceneggiatrice, ha 45 anni e un film in uscita.
Max Casella interpreta Burditt. Americano, ha partecipato a film come Ed Wood, A proposito di Davis, Blue Jasmine, Jackie e a serie quali I Soprano e Medium; come doppiatore ha lavorato in Leone cane fifone. Anche produttore, ha 52 anni e tre film in uscita.
Paul Walter Hauser interpreta Mancuso. Americano, ha partecipato a film come Tonya e BlackKklansman. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 33 anni e cinque film in uscita tra cui Cruella.
Ike Barinholtz interpreta interpreta Daniel Tennant. Americano, ha partecipato a film come Mordimi, Suicide Squad, The Disaster Artist, Bright e a serie quali Weeds e The Twilight Zone; come doppiatore ha lavorato ne I Griffin e American Dad!. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 42 anni e un film in uscita.
A dirigere il film avrebbe dovuto esserci Paul Feig ma impegni pregressi lo hanno costretto a rinunciare. Se il film vi fosse piaciuto recuperate ovviamente Il diavolo veste Prada. ENJOY!
venerdì 1 marzo 2019
Lizzie (2018)
Finita la carrellata di film consigliati da Dread Central, passiamo a quelli consigliati a fine 2018 da Lucia. Quest'anno sono stata particolarmente brava e me ne mancavano davvero pochi, tra cui questo Lizzie, diretto nel 2018 dal regista Craig William Macneill.
Trama: Lizzie Borden è una donna schiva che vive col padre autoritario, la matrigna e la sorella in una magione dove, un giorno, va a lavorare la giovane Bridget Sullivan. Tra le due sboccia subito un sentimento di amicizia, che a poco a poco diventerà un sentimento più profondo e pericoloso...
Nominare Lizzie Borden negli USA, dove la donna è divenuta protagonista di innumerevoli opere di fiction e ne ha ispirate altrettante, ne richiama subito alla mente la tragica vicenda mentre forse qui in Italia è un po' meno conosciuta, anche se negli anni '80, così dice Wikipedia, è stato realizzato un film TV ricalcato sul suo caso. Per chi non sapesse di cosa sto parlando, nel 1892 in casa Borden sono stati ritrovati i cadaveri del padre e della matrigna di Lizzie, massacrati con svariati colpi di accetta, e la donna, unica presente in casa assieme alla domestica, è stata accusata dell'omicidio per poi essere prosciolta perché, secondo la difesa, "incapace di sferrare così tanti fendenti in quanto donna". Uno dei molti delitti irrisolti di cui è pieno il mondo, particolarmente interessante perché, ovviamente, la figura di Lizzie si è caricata di un'aura di mistero e lo stesso vale per la sua domestica. Anche quest'ultima era coinvolta? Quali erano i motivi per compiere un omicidio così efferato? Come ha fatto Lizzie a cavarsela? Ad alcune di queste domande cerca di dare risposta Craig William Macneill con questo elegantissimo film, che sviscera innanzitutto la condizione disagiata delle due protagoniste, imprigionate e soffocate dalla società e dal loro ruolo di donne. Lizzie è una pluritrentenne, zitella e soggetta a crisi epilettiche, una donna dal carattere fragile ma deciso che non esita ad impuntarsi contro le decisioni del padre, un riccone gretto, pitocco e privo di qualsivoglia affetto per la figlia che arriverebbe persino ad affidare il proprio patrimonio al cugino debosciato solo perché "uomo". Dall'altra parte c'è Bridget, servetta di umili origini che pur di tenersi un lavoro importante è costretta a subire le attenzioni sessuali del padre di Lizzie. Tra le due, animi fragili e vessati, scatta subito un'intesa, un'amicizia fondata sul reciproco sostegno; ognuna a modo proprio, Lizzie e Bridget cercano di difendersi l'un l'altra dalle prevaricazioni del signor Borden e da tutte le conseguenze delle sue scelte scellerate, che mirano a minare la libertà della figlia, e in questo modo giungono ad avvicinarsi fino a diventare amanti, creandosi un'effimera bolla di felicità all'interno della quale dimenticare la loro triste condizione.
Messa così, sembrerebbe quasi che Lizzie si soffermi sull'aspetto "passionale" del delitto, cercando i motivi dello stesso all'interno di un amore proibito. In realtà, il sentimento che lega Lizzie e Bridget è sì qualcosa di incomprensibile ed aberrante per gli altri ma è soprattutto dolente per loro due, un'illusione pericolosa nella quale indulgere a caro prezzo e che rischia di distoglierle dalla realtà dei fatti, soprattutto per quanto riguarda Lizzie, donna troppo colta ed acculturata per accettare il suo ruolo all'interno della società ma anche tremendamente accecata dal suo orgoglio. A un certo punto, infatti, sembra quasi che Lizzie arrivi ad approfittarsi di Bridget come suo padre, coinvolgendola in qualcosa di orribile "approfittando" della sua condizione sociale e dell'affetto misto a soggezione che la domestica prova per lei, di fatto portandola (magari involontariamente) a sperare in qualcosa che non potrà mai esistere. Lizzie dunque si concentra più su quanto ha portato al delitto rispetto agli aspetti gore e giuridici della vicenda, cercando di ricostruire, tenendo ovviamente a mente tutte le licenze poetiche del caso, un antefatto quanto più coerente ed emozionante possibile, messo nelle mani di due attrici bravissime, misurate e decisamente in parte, soprattutto la Sevigny, che si annulla completamente nel personaggio di Lizzie senza renderla né caricaturale, né esageratamente pazza; piuttosto, da l'idea di una donna stanca, al limite della sopportazione, incapace di trovare altri modi per liberarsi e tornare a volare come i suoi amati piccioni. La Stewart le fa da degna, misurata spalla e le consente di brillare ancor più riuscendo allo stesso tempo a sottolineare l'importanza fondamentale del personaggio di Bridget, silente testimone e involontaria scintilla della follia di Lizzie. Insomma, lungi da essere una tragedia gore, Lizzie è un dramma teso e misuratissimo, che esplode sul finale in una violenza che liberatoria, ahimé, non è, un po' come accadeva già in The Boy, e che contribuisce a rendere ancora più affascinante e misteriosa la figura già leggendaria della Borden. Detto questo, posso solo sperare che il film ottenga una distribuzione in Italia, almeno su Netflix, perché merita realmente una visione.
Del regista Craig William Macneill ho già parlato QUI. Kristen Stewart (Bridget Sullivan), Chloë Sevigny (Lizzie Borden), Kim Dickens (Emma Borden) e Denis O'Hare (John Morse) li trovate invece ai rispettivi link.
Fiona Shaw interpreta Abby Borden. Irlandese, ha partecipato a film come Il mio piede sinistro, Super Mario Bros., Jane Eyre, Harry Potter e la pietra filosofale, Harry Potter e la camera dei segreti, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, Harry Potter e l'Ordine della Fenice, Harry Potter e i doni della Morte - Parte I, The Tree of Life e a serie come True Blood e Channel Zero. Ha 61 anni.
Jamey Sheridan interpreta Andrew Borden. Americano, ha partecipato a film come Jumpin'Jack Flash, Tempesta di ghiaccio, Syriana, Il caso Spotlight, Sully e a serie come L'ombra dello scorpione. Anche produttore, ha 68 anni.
Se Lizzie vi fosse piaciuto, recuperate altre due pellicole tratte dalla stessa storia, ovvero The Legend of Lizzie Borden e Il caso di Lizzie Borden, con Christina Ricci. ENJOY!
Trama: Lizzie Borden è una donna schiva che vive col padre autoritario, la matrigna e la sorella in una magione dove, un giorno, va a lavorare la giovane Bridget Sullivan. Tra le due sboccia subito un sentimento di amicizia, che a poco a poco diventerà un sentimento più profondo e pericoloso...
Nominare Lizzie Borden negli USA, dove la donna è divenuta protagonista di innumerevoli opere di fiction e ne ha ispirate altrettante, ne richiama subito alla mente la tragica vicenda mentre forse qui in Italia è un po' meno conosciuta, anche se negli anni '80, così dice Wikipedia, è stato realizzato un film TV ricalcato sul suo caso. Per chi non sapesse di cosa sto parlando, nel 1892 in casa Borden sono stati ritrovati i cadaveri del padre e della matrigna di Lizzie, massacrati con svariati colpi di accetta, e la donna, unica presente in casa assieme alla domestica, è stata accusata dell'omicidio per poi essere prosciolta perché, secondo la difesa, "incapace di sferrare così tanti fendenti in quanto donna". Uno dei molti delitti irrisolti di cui è pieno il mondo, particolarmente interessante perché, ovviamente, la figura di Lizzie si è caricata di un'aura di mistero e lo stesso vale per la sua domestica. Anche quest'ultima era coinvolta? Quali erano i motivi per compiere un omicidio così efferato? Come ha fatto Lizzie a cavarsela? Ad alcune di queste domande cerca di dare risposta Craig William Macneill con questo elegantissimo film, che sviscera innanzitutto la condizione disagiata delle due protagoniste, imprigionate e soffocate dalla società e dal loro ruolo di donne. Lizzie è una pluritrentenne, zitella e soggetta a crisi epilettiche, una donna dal carattere fragile ma deciso che non esita ad impuntarsi contro le decisioni del padre, un riccone gretto, pitocco e privo di qualsivoglia affetto per la figlia che arriverebbe persino ad affidare il proprio patrimonio al cugino debosciato solo perché "uomo". Dall'altra parte c'è Bridget, servetta di umili origini che pur di tenersi un lavoro importante è costretta a subire le attenzioni sessuali del padre di Lizzie. Tra le due, animi fragili e vessati, scatta subito un'intesa, un'amicizia fondata sul reciproco sostegno; ognuna a modo proprio, Lizzie e Bridget cercano di difendersi l'un l'altra dalle prevaricazioni del signor Borden e da tutte le conseguenze delle sue scelte scellerate, che mirano a minare la libertà della figlia, e in questo modo giungono ad avvicinarsi fino a diventare amanti, creandosi un'effimera bolla di felicità all'interno della quale dimenticare la loro triste condizione.
Messa così, sembrerebbe quasi che Lizzie si soffermi sull'aspetto "passionale" del delitto, cercando i motivi dello stesso all'interno di un amore proibito. In realtà, il sentimento che lega Lizzie e Bridget è sì qualcosa di incomprensibile ed aberrante per gli altri ma è soprattutto dolente per loro due, un'illusione pericolosa nella quale indulgere a caro prezzo e che rischia di distoglierle dalla realtà dei fatti, soprattutto per quanto riguarda Lizzie, donna troppo colta ed acculturata per accettare il suo ruolo all'interno della società ma anche tremendamente accecata dal suo orgoglio. A un certo punto, infatti, sembra quasi che Lizzie arrivi ad approfittarsi di Bridget come suo padre, coinvolgendola in qualcosa di orribile "approfittando" della sua condizione sociale e dell'affetto misto a soggezione che la domestica prova per lei, di fatto portandola (magari involontariamente) a sperare in qualcosa che non potrà mai esistere. Lizzie dunque si concentra più su quanto ha portato al delitto rispetto agli aspetti gore e giuridici della vicenda, cercando di ricostruire, tenendo ovviamente a mente tutte le licenze poetiche del caso, un antefatto quanto più coerente ed emozionante possibile, messo nelle mani di due attrici bravissime, misurate e decisamente in parte, soprattutto la Sevigny, che si annulla completamente nel personaggio di Lizzie senza renderla né caricaturale, né esageratamente pazza; piuttosto, da l'idea di una donna stanca, al limite della sopportazione, incapace di trovare altri modi per liberarsi e tornare a volare come i suoi amati piccioni. La Stewart le fa da degna, misurata spalla e le consente di brillare ancor più riuscendo allo stesso tempo a sottolineare l'importanza fondamentale del personaggio di Bridget, silente testimone e involontaria scintilla della follia di Lizzie. Insomma, lungi da essere una tragedia gore, Lizzie è un dramma teso e misuratissimo, che esplode sul finale in una violenza che liberatoria, ahimé, non è, un po' come accadeva già in The Boy, e che contribuisce a rendere ancora più affascinante e misteriosa la figura già leggendaria della Borden. Detto questo, posso solo sperare che il film ottenga una distribuzione in Italia, almeno su Netflix, perché merita realmente una visione.
Del regista Craig William Macneill ho già parlato QUI. Kristen Stewart (Bridget Sullivan), Chloë Sevigny (Lizzie Borden), Kim Dickens (Emma Borden) e Denis O'Hare (John Morse) li trovate invece ai rispettivi link.
Fiona Shaw interpreta Abby Borden. Irlandese, ha partecipato a film come Il mio piede sinistro, Super Mario Bros., Jane Eyre, Harry Potter e la pietra filosofale, Harry Potter e la camera dei segreti, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, Harry Potter e l'Ordine della Fenice, Harry Potter e i doni della Morte - Parte I, The Tree of Life e a serie come True Blood e Channel Zero. Ha 61 anni.
Jamey Sheridan interpreta Andrew Borden. Americano, ha partecipato a film come Jumpin'Jack Flash, Tempesta di ghiaccio, Syriana, Il caso Spotlight, Sully e a serie come L'ombra dello scorpione. Anche produttore, ha 68 anni.
Se Lizzie vi fosse piaciuto, recuperate altre due pellicole tratte dalla stessa storia, ovvero The Legend of Lizzie Borden e Il caso di Lizzie Borden, con Christina Ricci. ENJOY!
domenica 29 luglio 2018
Io, Dio e Bin Laden (2016)
Dopo avere visto il trailer non potevo assolutamente perdere Io, Dio e Bin Laden (Army of One), diretto nel 2016 dal regista Larry Charles e arrivato proprio giovedì sugli schermi italiani.
Trama: Gary Faulkner, costretto a sedute di dialisi settimanale e non proprio sano di mente, ha una visione in cui Dio gli dice di andare in Pakistan e catturare Bin Laden. L'uomo, galvanizzato, cerca di ottemperare alla missione divina in tutti i modi possibili...
Io, Dio e Bin Laden è l'ennesimo one man show di Nicolas Cage, all'interno del quale il nostro asseconda tutta la sua verve e la follia, profondendosi in un atto di overacting talmente commovente che è quasi un peccato guardare il film doppiato, anzi, togliete pure il quasi. Anche perché durante i titoli di coda viene mostrato il vero Gary Faulkner, colui che un giorno ha deciso di partire per il Pakistan e catturare Bin Laden (come se io, un giorno, m'intestardissi e volessi andare a dare una zuccata in fronte a Trump) e vi giuro che, a parte il sembiante da hippy e una tendenza a parlare come se fosse il depositario del sapere mondiale, costui sembrerebbe una persona normale. Così non è, ovviamente, per il Gary Faulkner interpretato da Cage, un logorroico barbone urlante con un accento aMMeregano marcatissimo, fatto di vocali allungate a dismisura, costantemente in agitazione, occhi da pazzo, tendenze psicotico/patriottiche, sincero al punto da essere disarmante. Eppure, guardando il film, ci si ritrova ad amarlo come succede all'amica d'infanzia e alla figlioletta adottiva, a sperare che questa creatura rincoglionita, in missione per conto di Dio, venga a bussarci alla porta per condividere una birra, una canna, i suoi racconti di vita. Davvero, se i patrioti filoamericani fossero tutti come il Gary Faulkner ritratto da Cage il mondo sarebbe probabilmente un mondo migliore visto che costui ha nel cuore la gioia dell'incoscienza e il cuore grande dello sballone, anche quando si ritrova in un paese sconosciuto e potenzialmente nemico come il Pakistan; lo so che non bisognerebbe prendere sul serio un film simile, per di più girato dal realizzatore di Borat con intenti meno che imbecilli, però non posso fare a meno di pensare che il Faulkner di Cage sia una persona da cui si potrebbe imparare qualcosa, fosse anche il coraggio di perseguire le proprie folli idee a prescindere dagli inevitabili limiti, oppure la capacità di essere così incredibilmente generosi, benché sconsiderati, colmi di affetto per gli altri e di amore per la vita. E ok, sto straparlando per l'effetto Cage mi sa.
E comunque, se Cage è pazzo, Russell Brand non è da meno. I momenti più genuinamente esilaranti del film (tolto quando Faulkner si spacca il dente, ché le urla del vecchio Nicolas sono impagabili e mi hanno letteralmente fatta piegare in due dalle risate) sono quelli in cui il protagonista si confronta con un Dio che si atteggia come un gangsta, una sboccata rockstar da due soldi zeppa di autostima e con poca voglia di essere presa per il naso, mentre il suo "discepolo" si accartoccia disperato sotto il peso del suo giudizio. La cosa valida di questo Dio è che, fortunatamente, viene centellinato in modo che non solo non venga a noia al pubblico, magari già fiaccato dall'esageratissimo Cage, ma anche che rimanga un minimo d'incertezza relativamente alla missione di Faulkner, forse pazzo o forse veramente eletto dal Signore, chi lo sa. Quindi, Io, Dio e Bin Laden non funziona bene solo per la presenza di un Nicolas Cage in formissima ma anche per i comprimari che lo affiancano, impossibilitati a rubargli la scena ma comunque in grado di conquistarsi uno spazietto nel cuore dello spettatore sia che compaiano solo per poche scene (come gli agenti della CIA oppure i messicani/colombiani di Las Vegas), sia che abbiano ruoli più preponderanti, come quello della dolce Marci, personaggio che ancora adesso non ho capito se ci è o ci fa ma comunque molto carino. Insomma, di questo Io, Dio e Bin Laden salvo tutto, persino il titolo italiano che invoglia alla visione sicuramente più di "Army of One", a rischio di far pensare allo spettatore all'ennesimo action scrauso con un Nicolas Cage svogliato; non fatevi ingannare, ché il film di Larry Charles è una commedia magari non perfetta ma di sicuro assai divertente... soprattutto se, come me, non vi vergognate di proclamare ai quattro venti il vostro amore per Nicolas Cage!
Di Nicolas Cage (Gary Faulkner), Denis O'Hare (Agente Doss) e Rainn Wilson (Agente Simons) ho già parlato ai rispettivi link.
Larry Charles è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Borat: Studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan, Brüno e Il dittatore. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 62 anni.
Russell Brand interpreta Dio. Inglese, ha partecipato a film come Non mi scaricare, In viaggio con una Rock Star, Arturo e Rock of Ages; come doppiatore ha lavorato in Cattivissimo me, Cattivissimo me 2 e I Simpson. Anche produttore e sceneggiatore, ha 43 anni e due film in uscita.
Paul Scheer interpreta Pickles. Americano, ha partecipato a film come Piranha 3D, Piranha 3DD, The Disaster Artist e a serie quali 30 Rock e C'era una volta; come doppiatore ha lavorato in Robot Chicken, Adventure Time e Big Mouth. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 42 anni e tre film in uscita.
mercoledì 22 aprile 2015
The Town That Dreaded Sundown (2014)
Ultimamente avevo un po' abbandonato il recupero dei Best Horror 2014 According to Lucia ma qualche sera fa ho deciso di riprendere il listone e guardare The Town That Dreaded Sundown, diretto nel 2014 dal regista Alfonso Gomez - Rejon.
Trama: Nel 1947 la cittadina di Texarkana è stata la sede di efferati omicidi compiuti da un maniaco mai catturato e durante gli anni '70 i delitti sono stati trasposti nel film The Town That Dreaded Sundown, riproposto ogni anno ad Halloween. Ai giorni nostri, il killer ricomincia a mietere vittime, cominciando proprio durante l'annuale proiezione del film...
Quando credevo che ormai lo slasher non mi potesse più sorprendere, ecco arrivare The Town That Dreaded Sundown che, con tutte le sue imperfezioni, è comunque un film che si dimostra intelligente fin dalle prime battute. Sì perché la pellicola di Alfonso Gomez - Rejon è un remake sui generis che non nasconde la sua natura di omaggio, anzi; per tutta la durata le immagini dell'originale La città che aveva paura si affiancano e si alternano a quelle degli eventi che stanno "realmente" accadendo e il film di Charles B. Pierce diventa così una parte fondamentale della trama, un protagonista al pari del killer incappucciato che torna a terrorizzare gli adolescenti infoiati di Texarkana. I personaggi si documentano sul caso non solo scartabellando archivi ma soprattutto riguardandosi ininterrottamente un filmaccio girato negli anni '70, spaventandosi o ridendo assieme agli spettatori, intervistando registi, speculando sui pensieri di una cittadina che sul nome di un serial killer ha fatto fortuna ma ha anche vissuto nel terrore, con tutte le conseguenze del caso. Tutto questo contorno metacinematografico che, a tratti, sfocia nel documentario, è ovviamente molto più interessante della parte slasher, soprattutto considerato quanto deludente e tirata per i capelli sia la scoperta dell'identità del killer ma c'è da dire che, per una volta, la protagonista non è una povera sciocchina senza cervello né spina dorsale e che la presenza di adolescenti imbecilli è ridotta all'osso, con i realizzatori che preferiscono concentrarsi sui pittoreschi "vecchi" che popolano la peculiare città di Texarkana, metà texana e metà dell’Arkansas, con due consigli comunali, due diversi corpi di polizia e conseguenti, inevitabili rivalità tra le sue due nature (e io che, scioccamente, pensavo che l'esotico nome Texarkana derivasse da chissà quale misterioso ed esoterico passato…).
Alfonso Gomez - Rejon è il regista della pellicola. Americano, ha diretto episodi di serie come Glee, Red Band Society e American Horror Story. Anche produttore, assistente alla regia e attore, ha 43 anni.
Addison Timlin interpreta Jami. Americana, ha partecipato a film come Derailed - Attrazione letale e Uomini di parola. Ha 24 anni e due film in uscita.
Edward Herrmann interpreta il reverendo Cartwright. Americano, ha partecipato a film come Ragazzi perduti, Richie Rich - Il più ricco del mondo, The Aviator, The Wolf of Wall Street e a serie come MASH, Oz, Una mamma per amica, Grey's Anatomy, 30 Rock, CSI - Scena del crimine e How I Met Your Mother; come doppiatore ha inoltre lavorato per serie come American Dad!. E' morto nel 2014, all'età di 71 anni.
Siccome The Town That Dreaded Sundown è un particolare "meta-sequel" di La città che aveva paura, se vi fosse piaciuto vi direi di recuperare il film del 1976 (che devo ancora vedere) e aggiungerei Venerdì 13 e Scream. ENJOY!
Trama: Nel 1947 la cittadina di Texarkana è stata la sede di efferati omicidi compiuti da un maniaco mai catturato e durante gli anni '70 i delitti sono stati trasposti nel film The Town That Dreaded Sundown, riproposto ogni anno ad Halloween. Ai giorni nostri, il killer ricomincia a mietere vittime, cominciando proprio durante l'annuale proiezione del film...
Quando credevo che ormai lo slasher non mi potesse più sorprendere, ecco arrivare The Town That Dreaded Sundown che, con tutte le sue imperfezioni, è comunque un film che si dimostra intelligente fin dalle prime battute. Sì perché la pellicola di Alfonso Gomez - Rejon è un remake sui generis che non nasconde la sua natura di omaggio, anzi; per tutta la durata le immagini dell'originale La città che aveva paura si affiancano e si alternano a quelle degli eventi che stanno "realmente" accadendo e il film di Charles B. Pierce diventa così una parte fondamentale della trama, un protagonista al pari del killer incappucciato che torna a terrorizzare gli adolescenti infoiati di Texarkana. I personaggi si documentano sul caso non solo scartabellando archivi ma soprattutto riguardandosi ininterrottamente un filmaccio girato negli anni '70, spaventandosi o ridendo assieme agli spettatori, intervistando registi, speculando sui pensieri di una cittadina che sul nome di un serial killer ha fatto fortuna ma ha anche vissuto nel terrore, con tutte le conseguenze del caso. Tutto questo contorno metacinematografico che, a tratti, sfocia nel documentario, è ovviamente molto più interessante della parte slasher, soprattutto considerato quanto deludente e tirata per i capelli sia la scoperta dell'identità del killer ma c'è da dire che, per una volta, la protagonista non è una povera sciocchina senza cervello né spina dorsale e che la presenza di adolescenti imbecilli è ridotta all'osso, con i realizzatori che preferiscono concentrarsi sui pittoreschi "vecchi" che popolano la peculiare città di Texarkana, metà texana e metà dell’Arkansas, con due consigli comunali, due diversi corpi di polizia e conseguenti, inevitabili rivalità tra le sue due nature (e io che, scioccamente, pensavo che l'esotico nome Texarkana derivasse da chissà quale misterioso ed esoterico passato…).
Altro punto a favore di The Town That Dreaded Sundown è la sua natura indubbiamente stilosa. Il film è davvero bello e gradevole da vedere, Alfonso Gomez - Rejon mostra un gusto accattivante per la composizione delle immagini, la fotografia è nitida anche durante le sequenze notturne, i colori sono molto saturi ma non fastidiosi, il montaggio mixa sapientemente immagini vintage (tratte da La città che aveva paura ma non solo) a riprese "moderne" e il killer compare sempre in modi e luoghi inaspettati, come se avesse sempre fatto parte del paesaggio e noi ce ne accorgessimo solo quando è ormai troppo tardi. A proposito del killer, The Town That Dreaded Sundown è abbastanza gore e l'assassino particolarmente fantasioso (nonostante l'omicidio più eclettico venga ripreso praticamente identico all'originale e l'omaggio venga ribadito poco prima mostrando la stessa scena mentre uno dei personaggi guarda La città che aveva paura); le scene più sanguinose non sono molte, è vero, ma sono ben realizzate e tanto basta. Gli attori sono tutti abbastanza validi; come ho detto prima, la protagonista non è fastidiosa quanto altre sue "colleghe" anzi, a tratti ricorda la storica Sidney di Scream per il carico di sfiga che si porta appresso, ma gli elementi più pregevoli del cast sono fior di caratteristi come Anthony Anderson, Gary Cole e soprattutto il meraviglioso Denis O'Hare, professionisti in grado di prendere i loro personaggi "secondari" e renderli più tridimensionali di quelli principali. Per tutti questi motivi "tecnici" e non, ho trovato The Town That Dreaded Sunlight particolarmente piacevole. Sicuramente non è stato il film più innovativo del 2014 ma nel suo genere è comunque un piccolo gioiellino, da recuperare e vedere!
Di Veronica Cartwright (Lillian), Anthony Anderson (Lone Wolf Morales), Joshua Leonard (Agente Foster), Gary Cole (Capo Tillman), Ed Lauter (Sceriffo Underwood) e Denis O'Hare (Charles B. Pierce Jr.) ho già parlato ai rispettivi link.Alfonso Gomez - Rejon è il regista della pellicola. Americano, ha diretto episodi di serie come Glee, Red Band Society e American Horror Story. Anche produttore, assistente alla regia e attore, ha 43 anni.
Addison Timlin interpreta Jami. Americana, ha partecipato a film come Derailed - Attrazione letale e Uomini di parola. Ha 24 anni e due film in uscita.
Edward Herrmann interpreta il reverendo Cartwright. Americano, ha partecipato a film come Ragazzi perduti, Richie Rich - Il più ricco del mondo, The Aviator, The Wolf of Wall Street e a serie come MASH, Oz, Una mamma per amica, Grey's Anatomy, 30 Rock, CSI - Scena del crimine e How I Met Your Mother; come doppiatore ha inoltre lavorato per serie come American Dad!. E' morto nel 2014, all'età di 71 anni.
Siccome The Town That Dreaded Sundown è un particolare "meta-sequel" di La città che aveva paura, se vi fosse piaciuto vi direi di recuperare il film del 1976 (che devo ancora vedere) e aggiungerei Venerdì 13 e Scream. ENJOY!
venerdì 20 febbraio 2015
The Judge (2014)
Il recupero pre-Oscar non lascia passare indenni neppure le più “piccole” nomination, come quella di Robert Duvall migliore attore non protagonista in The Judge, diretto e co-sceneggiato nel 2014 dal regista David Dobkin.
Trama: Hank Palmer è un avvocato di successo che si è lasciato alle spalle le sue origini di “ragazzo di campagna”. Dopo la morte della madre è però costretto a tornare a casa e ad affrontare l’inesistente rapporto col padre, stimato giudice accusato di aver ucciso un uomo finito sotto il suo giudizio moltissimi anni prima…
Guardare The Judge è come fare un salto indietro nel tempo di almeno una ventina d’anni, quando andavano di moda i drammi giuridici mescolati a problemi familiari irrisolti. Il film racconta la solita storia del giovinotto scapestrato che scappa dalla campagna, diventa uno spregiudicato cittadino dopo aver tagliato tutti i ponti col passato e si ritrova dopo anni a dover riaffrontare la sua disagiata famiglia con un bel malloppo di cinismo e nuove, strabilianti abilità perlopiù sconosciute ai poveri zoticoni che ancora si cullano nella loro ingenua ignoranza. Queste situazioni di solito si risolvono in uno scontro cultural-generazionale e finiscono spesso a tarallucci e vino; The Judge non fa eccezione per quel che riguarda il primo punto ma strappa un bel po’ di lacrimoni (nonostante la prevedibilità del tutto) per quanto riguarda il secondo, seppellendo i personaggi con tante di quelle tragedie e situazioni irrisolte da far invidia ad un episodio di Candy Candy. La cosa incredibile è che The Judge è leggero, simpatico e molto ironico per almeno metà della sua durata e questi momenti più ilari vanno serenamente a braccetto con delle mazzate sotto lo sterno non da poco, che lasciano lo spettatore spiazzato a chiedersi il perché di questo continuo alternarsi di registri. La storia personale del protagonista Hank e di suo padre, il giudice del titolo originale, procede di pari passo con la loro vicenda giudiziaria, in un susseguirsi di deposizioni, scelte di giurati, arringhe ed interrogatori che potrebbero fare la felicità di ogni appassionato del genere e che, in effetti, hanno appassionato anche me, spingendomi a fare il tifo per il giudice sperando che vincesse la causa in barba all’azzimato avvocato dell’accusa e a tutti i familiari redneck della vittima.
Sicuramente, se la trama di The Judge riesce in qualche modo a catturare lo spettatore il motivo non risiede né nella sceneggiatura né nella realizzazione della pellicola, entrambe abbastanza mediocri, bensì nell’indubbio carisma degli interpreti principali e nell’azzeccata scelta dei caratteristi. Robert Downey Jr., affascinante come sempre, sembra nato per essere un avvocato sbruffone e senza scrupoli; Robertino brilla nei momenti più leggeri e patisce un po’ in quelli drammatici, risultando forse un po’ poco credibile, ma in generale è sempre piacevole vederlo muoversi e parlare sullo schermo. D’altra parte, Robert Duvall merita la nomination di quest'anno perché impegnato in un personaggio non facile, molto poco simpatico e tuttavia capace di accattivarsi a tratti la tenerezza del pubblico, accettando di caricarsi sulle spalle l'ingrato compito di mostrare buona parte degli aspetti negativi (e anche imbarazzanti) della vecchiaia e della malattia con incredibile dignità e sensibilità. I duetti tra i due Robert sono i momenti più interessanti, commoventi e riusciti di tutto il film ma anche i personaggi secondari sono ben caratterizzati; a Vera Farmiga basta essere bellissima, potrebbe anche non aprire bocca e riuscire comunque a dare dei punti con la sua sola presenza a tante mocciose di belle speranze con la metà dei suoi anni, mentre Vincent D'Onofrio e Jeremy Strong spiccano sugli altri interpreti maschili nonostante anche i due fratelli Dale e Glen non siano proprio dei mostri di simpatia o carisma. A The Judge avrebbero probabilmente giovato venti minuti e un po' di retorica in meno ma, come spesso succede davanti a film "classici" nell'impianto e nella bravura degli attori, è difficile non lasciarsi trasportare e goderseli fino in fondo, un po' come se ormai fossero insediati profondamente nel nostro DNA: The Judge non sarà il filmone del 2014 ma merita sicuramente una visione!
Di Robert Downey Jr. (Hank Palmer), Robert Duvall (Joseph Palmer), Vera Farmiga (Samantha Powell), Billy Bob Thornton (Dwight Dickham), David Krumholtz (Mike Kattan), Grace Zabriskie (Mrs. Blackwell) e Denis O'Hare (Doc Morris) ho già parlato ai rispettivi link.
David Dobkin è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come 2 cavalieri a Londra e 2 single a nozze. Anche produttore, ha 45 anni.
Vincent D'Onofrio interpreta Glen Palmer. Americano, lo ricordo per film come Full Metal Jacket, Mystic Pizza, JFK - Un caso ancora aperto, Ed Wood, Men in Black e The Cell - La cellula, inoltre ha partecipato a serie come Miami Vice. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 55 anni, sette film in uscita tra cui Jurassic World e dovrebbe interpretare Wilson Fisk nell'imminente serie Daredevil.
Jeremy Strong interpreta Dale Palmer. Americano, ha partecipato a film come E venne il giorno, Lincoln, Zero Dark Thirty e Parkland. Ha un film in uscita.
Nonostante Robert Duvall sia stato giustamente candidato all'Oscar per la sua interpretazione, per il ruolo di Joseph Palmer c'erano in lizza anche Jack Nicholson e Tommy Lee Jones mentre Elizabeth Banks è arrivata a contendersi con la Farmiga la parte di Samantha. Detto questo, se The Judge vi fosse piaciuto recuperate Music Box - Prova d'accusa, Conflitto di classe e Il verdetto. ENJOY!
Trama: Hank Palmer è un avvocato di successo che si è lasciato alle spalle le sue origini di “ragazzo di campagna”. Dopo la morte della madre è però costretto a tornare a casa e ad affrontare l’inesistente rapporto col padre, stimato giudice accusato di aver ucciso un uomo finito sotto il suo giudizio moltissimi anni prima…
Guardare The Judge è come fare un salto indietro nel tempo di almeno una ventina d’anni, quando andavano di moda i drammi giuridici mescolati a problemi familiari irrisolti. Il film racconta la solita storia del giovinotto scapestrato che scappa dalla campagna, diventa uno spregiudicato cittadino dopo aver tagliato tutti i ponti col passato e si ritrova dopo anni a dover riaffrontare la sua disagiata famiglia con un bel malloppo di cinismo e nuove, strabilianti abilità perlopiù sconosciute ai poveri zoticoni che ancora si cullano nella loro ingenua ignoranza. Queste situazioni di solito si risolvono in uno scontro cultural-generazionale e finiscono spesso a tarallucci e vino; The Judge non fa eccezione per quel che riguarda il primo punto ma strappa un bel po’ di lacrimoni (nonostante la prevedibilità del tutto) per quanto riguarda il secondo, seppellendo i personaggi con tante di quelle tragedie e situazioni irrisolte da far invidia ad un episodio di Candy Candy. La cosa incredibile è che The Judge è leggero, simpatico e molto ironico per almeno metà della sua durata e questi momenti più ilari vanno serenamente a braccetto con delle mazzate sotto lo sterno non da poco, che lasciano lo spettatore spiazzato a chiedersi il perché di questo continuo alternarsi di registri. La storia personale del protagonista Hank e di suo padre, il giudice del titolo originale, procede di pari passo con la loro vicenda giudiziaria, in un susseguirsi di deposizioni, scelte di giurati, arringhe ed interrogatori che potrebbero fare la felicità di ogni appassionato del genere e che, in effetti, hanno appassionato anche me, spingendomi a fare il tifo per il giudice sperando che vincesse la causa in barba all’azzimato avvocato dell’accusa e a tutti i familiari redneck della vittima.
Sicuramente, se la trama di The Judge riesce in qualche modo a catturare lo spettatore il motivo non risiede né nella sceneggiatura né nella realizzazione della pellicola, entrambe abbastanza mediocri, bensì nell’indubbio carisma degli interpreti principali e nell’azzeccata scelta dei caratteristi. Robert Downey Jr., affascinante come sempre, sembra nato per essere un avvocato sbruffone e senza scrupoli; Robertino brilla nei momenti più leggeri e patisce un po’ in quelli drammatici, risultando forse un po’ poco credibile, ma in generale è sempre piacevole vederlo muoversi e parlare sullo schermo. D’altra parte, Robert Duvall merita la nomination di quest'anno perché impegnato in un personaggio non facile, molto poco simpatico e tuttavia capace di accattivarsi a tratti la tenerezza del pubblico, accettando di caricarsi sulle spalle l'ingrato compito di mostrare buona parte degli aspetti negativi (e anche imbarazzanti) della vecchiaia e della malattia con incredibile dignità e sensibilità. I duetti tra i due Robert sono i momenti più interessanti, commoventi e riusciti di tutto il film ma anche i personaggi secondari sono ben caratterizzati; a Vera Farmiga basta essere bellissima, potrebbe anche non aprire bocca e riuscire comunque a dare dei punti con la sua sola presenza a tante mocciose di belle speranze con la metà dei suoi anni, mentre Vincent D'Onofrio e Jeremy Strong spiccano sugli altri interpreti maschili nonostante anche i due fratelli Dale e Glen non siano proprio dei mostri di simpatia o carisma. A The Judge avrebbero probabilmente giovato venti minuti e un po' di retorica in meno ma, come spesso succede davanti a film "classici" nell'impianto e nella bravura degli attori, è difficile non lasciarsi trasportare e goderseli fino in fondo, un po' come se ormai fossero insediati profondamente nel nostro DNA: The Judge non sarà il filmone del 2014 ma merita sicuramente una visione!
Di Robert Downey Jr. (Hank Palmer), Robert Duvall (Joseph Palmer), Vera Farmiga (Samantha Powell), Billy Bob Thornton (Dwight Dickham), David Krumholtz (Mike Kattan), Grace Zabriskie (Mrs. Blackwell) e Denis O'Hare (Doc Morris) ho già parlato ai rispettivi link.
David Dobkin è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come 2 cavalieri a Londra e 2 single a nozze. Anche produttore, ha 45 anni.
Vincent D'Onofrio interpreta Glen Palmer. Americano, lo ricordo per film come Full Metal Jacket, Mystic Pizza, JFK - Un caso ancora aperto, Ed Wood, Men in Black e The Cell - La cellula, inoltre ha partecipato a serie come Miami Vice. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 55 anni, sette film in uscita tra cui Jurassic World e dovrebbe interpretare Wilson Fisk nell'imminente serie Daredevil.
Jeremy Strong interpreta Dale Palmer. Americano, ha partecipato a film come E venne il giorno, Lincoln, Zero Dark Thirty e Parkland. Ha un film in uscita.
Nonostante Robert Duvall sia stato giustamente candidato all'Oscar per la sua interpretazione, per il ruolo di Joseph Palmer c'erano in lizza anche Jack Nicholson e Tommy Lee Jones mentre Elizabeth Banks è arrivata a contendersi con la Farmiga la parte di Samantha. Detto questo, se The Judge vi fosse piaciuto recuperate Music Box - Prova d'accusa, Conflitto di classe e Il verdetto. ENJOY!
martedì 4 febbraio 2014
Dallas Buyers Club (2013)
Domenica sono riuscita a vedere Dallas Buyers Club, diretto nel 2013 dal regista Jean-Marc Vallée, tratto dalla vera storia di Ron Woodroof, al quale negli anni '80 era stato diagnosticato il virus dell'HIV assieme ad un'aspettativa di vita di soli 30 giorni.
Trama: Ron Woodroof è un elettricista donnaiolo, tossicomane e appassionato di rodei. Un giorno scopre di avere l'AIDS e, nella forsennata ricerca di una cura, scopre l'esistenza di proteine e farmaci molto efficaci ma non approvati negli USA...
La cosa che mi ha colpita più di tutte, guardando Dallas Buyers Club, è il modo assolutamente pragmatico di trattare la malattia, la diversità e la sofferenza. Per tutto il film non c'è un solo personaggio scritto apposta per suscitare pietà nello spettatore, brani strappalacrime o sequenze ad effetto, ci sono solo esseri umani terribilmente imperfetti, costretti ad affrontare con un'enorme forza d'animo i mille paletti messi dai pregiudizi, dalla malattia e dagli interessi delle multinazionali farmaceutiche. La storia di Ron Woodroof non è quella di un intelligente e capace uomo di buon cuore che si batte per una causa, bensì quella di un delinquente omofobo che probabilmente, senza la malattia, avrebbe finito per farsi ammazzare dai creditori e che, comunque, anche nella ricerca di una cura, pur evolvendosi ed aprendo la propria mente, tenta di ricavare un profitto dalle sue imprese. Allo stesso modo, il suo compare Rayon è un debole disadattato, incapace di smettere di drogarsi. Di fronte ad un approccio così "freddo" e dei personaggi coi quali è difficile simpatizzare, lo spettatore è costretto a seguire la storia con attenzione assoluta, a scavare nelle personalità dei protagonisti, ad affezionarsi a poco a poco fino ad arrivare a tifare per loro e non solo perché la loro vittoria significherebbe una speranza per tutte le vittime dell'HIV; viene proprio voglia di vedere Woodroof, il vitale, incazzoso e incosciente Woodroof, schiacciare col tacco dei suoi stivalazzi da bifolco chi riduce la vita e la morte a semplici risultati di lucrosi esperimenti.
La regia di Jean-Marc Vallée è asciutta e priva di fronzoli, se si escludono un paio di bellissime sequenze "a effetto" (il breve flashback in cui Woodroof capisce come un frettoloso, fugace rapporto occasionale lo abbia condannato a morte oppure quella in cui viene circondato da miriadi di farfalle) sembra quasi che il regista segua la storia narrata con assoluto distacco, mostrando solo i "fatti". A metterci l'anima sono invece gli strepitosi Matthew McConaughey e Jared Leto, distrutti nel fisico tanto da risultare quasi irriconoscibili, due fuscelli di nervi ed ossa che basterebbe un soffio di vento per spazzarli via; il primo riempie lo schermo con la sua mera presenza, i suoi cappelli da cowboy e la parlata strascicata, un'apparenza da duro che si infrange solo una volta, nell'unica scena che mi ha davvero spezzato il cuore, mentre il secondo è di una delicatezza infinita e riesce a non cadere nel facile cliché del travestito, conferendo al suo personaggio un'incredibile ed umanissima dignità. Guardando Dallas Buyers Club mi sono quindi resa conto che il valore intrinseco della pellicola è da ritrovarsi quasi esclusivamente in queste (giustamente) apprezzatissime interpretazioni perché, nonostante la storia interessantissima e difficile, nel complesso l'ho trovato troppo ordinario per poter gridare al capolavoro che mi sarei aspettata leggendo qualche recensione qua e là. A parte questo mio parere prettamente personale, comunque, Dallas Buyers Club è un film da vedere assolutamente, sia per l'incredibile ed importantissima storia vera raccontata, sia per apprezzare appieno due attori che, finalmente, hanno fatto enormi passi avanti rispetto ai loro imbarazzanti esordi.
Di Matthew McConaughey (Ron Woodroof), Steve Zahn (Tucker) e Griffin Dunne (Dottor Vass) ho già parlato ai rispettivi link.
Jean-Marc Vallée è il regista della pellicola. Canadese, ha diretto altri film a me sconosciuti come C.R.A.Z.Y., The Young Victoria e Café de Flores. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 50 anni e un film in uscita.
Jennifer Garner interpreta Eve. Americana, indimenticabile nei panni della Sydney Bristow del favoloso Alias, la ricordo anche per film come Harry a pezzi, Mr. Magoo, Pearl Harbor, Prova a prendermi, Daredevil, Elektra e Juno; inoltre, ha partecipato ad altre serie come Jarod il camaleonte. Anche produttrice e regista, ha 41 anni e quattro film in uscita.
Jared Leto interpreta Rayon. Figo incredibile, nonché frontman dei 30 Second to Mars, come attore lo ricordo in film come Urban Legend, La sottile linea rossa, Fight Club, American Psycho, Panic Room e Alexander. Americano, anche produttore e regista, ha 42 anni.
Denis O’Hare (vero nome Denis Patrick Seamus O'Hare) interpreta il Dottor Sevard. Indimenticabili (nonché incredibili) le sue performance nella serie American Horror Story, durante la prima e la terza stagione, ha partecipato anche a film come Accordi & disaccordi, Derailed – Attrazione letale, Changeling, J. Edgar e ad altre serie come Le avventure del giovane Indiana Jones, CSI, CSI: Miami e True Blood. Americano, ha 51 anni e tre film in uscita.
Dallas Buyers Club concorre per sei Oscar quest’anno: miglior pellicola, Matthew McConaughey miglior attore protagonista, Jared Leto miglior attore non protagonista, miglior montaggio, miglior trucco e miglior sceneggiatura originale. Il film è stato finanziato in parte grazie all’aiuto di Matthew McConaughey ma la storia di Woodroof aveva già destato l’interesse di Brad Pitt e Ryan Gosling; sempre per gli stessi problemi finanziari, negli anni ’90 era saltato il progetto che avrebbe visto coinvolti Dennis Hopper come regista e Woody Harrelson come interprete di Woodroof. Anche Hilary Swank avrebbe dovuto prendere parte al film di Vallée, ma ha rinunciato per impegni pregressi. Detto questo, se Dallas Buyers Club vi fosse piaciuto consiglierei la visione di Philadelphia. ENJOY!
Trama: Ron Woodroof è un elettricista donnaiolo, tossicomane e appassionato di rodei. Un giorno scopre di avere l'AIDS e, nella forsennata ricerca di una cura, scopre l'esistenza di proteine e farmaci molto efficaci ma non approvati negli USA...
La cosa che mi ha colpita più di tutte, guardando Dallas Buyers Club, è il modo assolutamente pragmatico di trattare la malattia, la diversità e la sofferenza. Per tutto il film non c'è un solo personaggio scritto apposta per suscitare pietà nello spettatore, brani strappalacrime o sequenze ad effetto, ci sono solo esseri umani terribilmente imperfetti, costretti ad affrontare con un'enorme forza d'animo i mille paletti messi dai pregiudizi, dalla malattia e dagli interessi delle multinazionali farmaceutiche. La storia di Ron Woodroof non è quella di un intelligente e capace uomo di buon cuore che si batte per una causa, bensì quella di un delinquente omofobo che probabilmente, senza la malattia, avrebbe finito per farsi ammazzare dai creditori e che, comunque, anche nella ricerca di una cura, pur evolvendosi ed aprendo la propria mente, tenta di ricavare un profitto dalle sue imprese. Allo stesso modo, il suo compare Rayon è un debole disadattato, incapace di smettere di drogarsi. Di fronte ad un approccio così "freddo" e dei personaggi coi quali è difficile simpatizzare, lo spettatore è costretto a seguire la storia con attenzione assoluta, a scavare nelle personalità dei protagonisti, ad affezionarsi a poco a poco fino ad arrivare a tifare per loro e non solo perché la loro vittoria significherebbe una speranza per tutte le vittime dell'HIV; viene proprio voglia di vedere Woodroof, il vitale, incazzoso e incosciente Woodroof, schiacciare col tacco dei suoi stivalazzi da bifolco chi riduce la vita e la morte a semplici risultati di lucrosi esperimenti.
La regia di Jean-Marc Vallée è asciutta e priva di fronzoli, se si escludono un paio di bellissime sequenze "a effetto" (il breve flashback in cui Woodroof capisce come un frettoloso, fugace rapporto occasionale lo abbia condannato a morte oppure quella in cui viene circondato da miriadi di farfalle) sembra quasi che il regista segua la storia narrata con assoluto distacco, mostrando solo i "fatti". A metterci l'anima sono invece gli strepitosi Matthew McConaughey e Jared Leto, distrutti nel fisico tanto da risultare quasi irriconoscibili, due fuscelli di nervi ed ossa che basterebbe un soffio di vento per spazzarli via; il primo riempie lo schermo con la sua mera presenza, i suoi cappelli da cowboy e la parlata strascicata, un'apparenza da duro che si infrange solo una volta, nell'unica scena che mi ha davvero spezzato il cuore, mentre il secondo è di una delicatezza infinita e riesce a non cadere nel facile cliché del travestito, conferendo al suo personaggio un'incredibile ed umanissima dignità. Guardando Dallas Buyers Club mi sono quindi resa conto che il valore intrinseco della pellicola è da ritrovarsi quasi esclusivamente in queste (giustamente) apprezzatissime interpretazioni perché, nonostante la storia interessantissima e difficile, nel complesso l'ho trovato troppo ordinario per poter gridare al capolavoro che mi sarei aspettata leggendo qualche recensione qua e là. A parte questo mio parere prettamente personale, comunque, Dallas Buyers Club è un film da vedere assolutamente, sia per l'incredibile ed importantissima storia vera raccontata, sia per apprezzare appieno due attori che, finalmente, hanno fatto enormi passi avanti rispetto ai loro imbarazzanti esordi.
Di Matthew McConaughey (Ron Woodroof), Steve Zahn (Tucker) e Griffin Dunne (Dottor Vass) ho già parlato ai rispettivi link.
Jean-Marc Vallée è il regista della pellicola. Canadese, ha diretto altri film a me sconosciuti come C.R.A.Z.Y., The Young Victoria e Café de Flores. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 50 anni e un film in uscita.
Jennifer Garner interpreta Eve. Americana, indimenticabile nei panni della Sydney Bristow del favoloso Alias, la ricordo anche per film come Harry a pezzi, Mr. Magoo, Pearl Harbor, Prova a prendermi, Daredevil, Elektra e Juno; inoltre, ha partecipato ad altre serie come Jarod il camaleonte. Anche produttrice e regista, ha 41 anni e quattro film in uscita.
Jared Leto interpreta Rayon. Figo incredibile, nonché frontman dei 30 Second to Mars, come attore lo ricordo in film come Urban Legend, La sottile linea rossa, Fight Club, American Psycho, Panic Room e Alexander. Americano, anche produttore e regista, ha 42 anni.
Denis O’Hare (vero nome Denis Patrick Seamus O'Hare) interpreta il Dottor Sevard. Indimenticabili (nonché incredibili) le sue performance nella serie American Horror Story, durante la prima e la terza stagione, ha partecipato anche a film come Accordi & disaccordi, Derailed – Attrazione letale, Changeling, J. Edgar e ad altre serie come Le avventure del giovane Indiana Jones, CSI, CSI: Miami e True Blood. Americano, ha 51 anni e tre film in uscita.
Dallas Buyers Club concorre per sei Oscar quest’anno: miglior pellicola, Matthew McConaughey miglior attore protagonista, Jared Leto miglior attore non protagonista, miglior montaggio, miglior trucco e miglior sceneggiatura originale. Il film è stato finanziato in parte grazie all’aiuto di Matthew McConaughey ma la storia di Woodroof aveva già destato l’interesse di Brad Pitt e Ryan Gosling; sempre per gli stessi problemi finanziari, negli anni ’90 era saltato il progetto che avrebbe visto coinvolti Dennis Hopper come regista e Woody Harrelson come interprete di Woodroof. Anche Hilary Swank avrebbe dovuto prendere parte al film di Vallée, ma ha rinunciato per impegni pregressi. Detto questo, se Dallas Buyers Club vi fosse piaciuto consiglierei la visione di Philadelphia. ENJOY!
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