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venerdì 19 febbraio 2021

The Social Network (2010)

Grazie a un buono Vodafone, il Bolluomo ha ottenuto 10 euro da spendere su Chili e nella selezione di film fuibili col buono in questione c'era The Social Network, diretto nel 2010 dal regista David Fincher. 


Trama: il giovane laureando Mark Zuckerberg crea il futuro Facebook ma, nel cammino, perde amici storici e si fa nuovi nemici...


Sono passati undici anni dall'uscita di The Social Network e chissà perché lo avevo snobbato fino a questo momento, visto che gli ingredienti per piacermi c'erano tutti e sono stati confermati durante la visione del film. Forse perché, all'epoca, temevo mi sarei trovata davanti una noiosa agiografia di San Zuckerberg da White Plains, invece The Social Network è tutto il contrario: partendo dal libro di  Ben Mezrich intitolato Miliardari per caso - L'invenzione di Facebook: una storia di soldi, sesso, genio e tradimento, Aaron Sorkin lo riadatta per lo schermo togliendo i gemelli Winklevoss ed Eduardo Saverin dai riflettori ma mantenendo comunque il loro punto di vista pur rendendo Mark Zuckerberg protagonista assoluto, col risultato che molto di quello che viene mostrato sullo schermo è opera di pura fiction basata su un mix di racconti, leggende metropolitane e mera invenzione. Qui scatta il dilemma "morale" che ha tenuti impegnati me e Mirco durante la visione. Nel film, Zuckerberg viene descritto come una sorta di Sheldon Cooper sbruffone, sicuro di sé nonostante una palese incapacità di avere normali rapporti umani, stronzo e, soprattutto, vendicativo ed invidioso; il motore della creazione di Facebook è il pentimento seguito ad un'atroce vendetta nei confronti di una ragazza, al quale seguono moltissime piccole e grandi ripicche nei confronti di amici e nemici in egual modo, cosa che spingerebbe gli animi molto meno critici del mio a partire verso la sede di Facebook con torce e forconi per picchiare selvaggiamente l'eminenza grigia del web. In realtà, molto di quello che si vede nel film è inventato, sopratutto per quello che riguarda l'"uomo Zuckerberg", che si dice sia privo di qualsivoglia capacità di provare emozioni forti o vincolanti, positive o negative che siano, quindi impossibilitato ad agire come una sorta di villain geniale. 


Nonostante questo, il film è molto interessante e non potrebbe essere diversamente visto che la sceneggiatura è di Sorkin, che rifugge la banalità della solita struttura di ascesa-caduta-risalita tipica di molte pellicole simili e si focalizza sull'esperienza di una persona che è perennemente in ascesa e perennemente in caduta, vittima di un cervello che lo rende incomprensibile a tutte le persone che incontra, e conseguentemente inviso anche allo spettatore, almeno in parte. Se i papaverini di Harvard sono giustamente dipinti come dei ricchi minchioni viziati che meritano di venire perculati da Zuckerberg e il creatore di Napster Sean Parker viene descritto come una scheggia impazzita da cui guardarsi, elementi che rendono per reazione più simpatico Zuckerberg, è inevitabile infatti che lo spettatore si senta comunque più vicino a Saverin, "reo" di volere una vita normale e magari di fare qualche soldino in maniera corretta. Non è un caso, dunque, che Saverin abbia la faccetta rassicurante di Andrew Garfield, mentre il bravissimo Jesse Eisenberg convoglia tutto il suo magnetismo un po' nerd nella figura controversa del protagonista, che allo stesso tempo affascina e allontana, un po' come la sua creatura più famosa: la facciata innocua di THE Facebook, che permette agli utenti di cercarsi, collegarsi e sviluppare amicizie, in realtà racchiude dinamiche ben più complesse, spesso incomprensibili, talvolta pericolose per gli utenti tanto incauti da fidarsi. In questo, lo Zuckerberg di The Social Network è una perfetta allegoria di quello che ha creato e probabilmente è lì che risiede l'intero senso della validissima operazione di Fincher, Sorkin e soci. 


Del regista David Fincher ho già parlato QUI. Jesse Eisenberg (Mark Zuckerberg), Rooney Mara (Erica Albright), Andrew Garfield (Eduardo Saverin), Armie Hammer (Cameron Winklevoss/Tyler Winklevoss), Max Minghella (Divya Narendra), Justin Timberlake (Sean Parker), Dakota Johnson (Amelia Ritter), Aaron Sorkin (Direttore agenzia pubblicitaria), Caleb Landry Jones (membro della confraternita) e Jason Flemyng (non accreditato, è uno degli spettatori alla regata) li trovate invece ai rispettivi link.


Il film ha vinto tre premi Oscar, per la Sceneggiatura, il Montaggio e la Colonna Sonora Originale. Andrew Garfield aveva sostenuto l'audizione per il ruolo di Zuckerberg ma alla fine era troppo spontaneo e sincero e il regista ha deciso di affidargli Saverin, mentre Shia Labeouf ha direttamente rifiutato di partecipare al film come protagonista. Se The Social Network vi fosse piaciuto recuperate Steve Jobs e La grande scommessa .ENJOY! 

martedì 18 giugno 2019

I morti non muoiono (2019)

Sabato sera sono emigrata a Genova per riuscire a vedere I morti non muoiono (The Dead Don't Die), diretto e sceneggiato dal regista Jim Jarmusch.


Trama: in una cittadina pacifica i morti cominciano a risorgere a causa degli sconvolgimenti climatici.


Sono passati due giorni dalla visione de I morti non muoiono e sinceramente non ho ancora capito se questo film mi è piaciuto oppure no. Cioè, per essere più precisi non ho ancora capito se ho visto un'opera geniale o una fantozziana "cagata pazzesca" che aggiunge poco o nulla al mito dello zombi romeriano, non a caso citato anche nei ringraziamenti finali. Sarà che di Jarmusch ho visto proprio pochissimo e non conosco la poetica, se ce n'è una, del regista? Può essere. Partiamo dalle cose che ho sicuramente apprezzato de I morti non muoiono. Innanzitutto, l'ironia. Non poteva essere altrimenti, con un protagonista come Bill Murray, quell'umorismo che col tempo si è fatto sempre più malinconico, così come si è fatta più accentuata la sua aria distaccata dalla realtà, un "se per caso cadesse il mondo io mi sposto un po' più in là": qui abbiamo l'apice dello scazzo Murrayano, concretizzato in un poliziotto che due anni prima doveva andare in pensione e che, d'un tratto, si ritrova a combattere un'invasione di zombi in una cittadina dove il massimo del criminale è un eremita che forse ruba dei polli. E se Murray, anche in un'occasione come questa, si sposta un po' più in là, ad affiancarlo c'è un Adam Driver esilarante perché ANCORA più scazzato, piagato dall'onniscienza. In mezzo ai due, la povera Chloe Sevigny, innocente ed umana, giustamente sconvolta all'idea che i morti non muoiano mentre i suoi due colleghi paiono contemplare la questione con distacco. Poi, ovviamente, ci sono i morti (che non muoiono), che come gli zombi di Romero tornano a fare quello che facevano in vita come se nulla fosse successo, spinti da un cervello ormai in pappa e da una fame che li porta a mangiare, mangiare e ancora mangiare. Sotto gli occhi dell'eremita Bob, che della città e dei cittadini conosce pregi (pochi) e difetti (molti) si svolge quindi una storia estrema ma vecchia come il mondo, tanto che il finale è già scritto e risaputo, insito com'è nel DNA di una società egoista e di un'umanità che si è auto condannata a morte, beatamente inconsapevole delle implicazioni globali delle azioni del singolo, concentrato nella sua becera quotidianità. E' così che, a rimetterci, sono i cattivi (lo splendido Steve Buscemi col suo "make America white again") ma anche i buoni o i medi, spazzati via senza aver avuto la possibilità di brillare nemmeno una volta.


Ne I morti non muoiono, infatti, non ci sono eroi, solo gente clueless che quando riesce a sopravvivere ai famelici zombi deve tutto alla fortuna (alla sceneggiatura?), non certo all'abilità. Anzi, di abilità non si parla proprio, ché persino i poliziotti se la sentono colare e decidono di non intervenire, ognuno per motivi tutti suoi. Ci sarebbe un deus ex machina, in effetti, sul quale non vi spoilererò nulla, ma è nulla più che un'"aggiunta", una meteora che passa e se ne va, come se non valesse la pena salvare tanta mediocrità concentrata in una cittadina e, per estensione, nel mondo. Un ripensamento, quasi, e in generale (forse è questo che non ho apprezzato granché) un work in progress incompiuto come alcune parti del film. Per esempio, quelle interferenze televisive che sembrano così importanti, tanto da venire introdotte già nei titoli di testa, a cosa portano poi?  I personaggi dei ragazzini imprigionati all'interno del riformatorio hanno un qualche significato, salvo quello di aumentare gli attori presenti? E infine: c'è qualcosa di più, celato dietro un omaggio ironico e ben realizzato agli storici film di Romero? Sinceramente, non saprei rispondere a questa domanda ma ripensandoci, per quanto non sia uscita entusiasta dalla proiezione quanto avrei voluto, I morti non muoiono è comunque un film che sono contenta di aver visto perché è zeppo di momenti memorabili e personaggi sopra le righe, di dialoghi che apparentemente non vanno da nessuna parte ma regalano grande gioia, quasi quanto vedere facce conosciute dietro gli zombi. Quella gioia, ahimé, che non regala l'adattamento italiano, particolarmente sciatto e svogliato, tanto che le parole ossessivamente ripetute dagli zombi a volte vengono tradotte, altre no (giocattoli va bene, coffee non lo traduciamo, non ci va), per non parlare di quel riferimento metacinematografico iniziale tradotto in maniera così farraginosa che probabilmente il 90% degli spettatori se lo perderà. Della serie, i morti non muoiono ma nemmeno la mala adaptación, ahimé.


Del regista e sceneggiatore Jim Jarmusch ho già parlato QUI. Bill Murray (Capo Cliff Robertson), Adam Driver (Agente Ronnie Peterson), Tom Waits (Eremita Bob), Chloe Sevigny (Agente Mindy Morrison), Steve Buscemi (Fattore Frank Miller), Danny Glover (Hank Thompson), Caleb Landry Jones (Bobby Wiggins), RZA (Dean), Larry Fessenden (Danny Perkins), Carol Kane (Mallory O'Brien), Tilda Swinton (Zelda Swinton) e Selena Gomez (Zoe) li trovate invece ai rispettivi link.


Dietro al trucco da zombi ci sono musicisti come Iggy Pop, Sturgill Simpson (autore della canzone che da il titolo al film) e Charlotte Kemp Muhl, anche modella; purtroppo avremmo potuto avere anche Bruce Campbell ma niente, non aveva voglia di partecipare a un altro horror a quanto pare. Se I morti non muoiono vi fosse piaciuto recuperate i film di Romero dedicati agli zombi e aggiungete Shaun of the Dead e Benvenuti a Zombieland. ENJOY!


mercoledì 8 agosto 2018

Barry Seal - Una storia americana (2017)

Settimane fa mi è capitato di vedere Barry Seal - Una storia americana (American Made), diretto nel 2017 dal regista Doug Liman.


Trama: Barry Seal, pilota di linea, viene ingaggiato dalla CIA per missioni di spionaggio in America Centrale. Presto, l'uomo suscita l'interesse del cartello di Medellín, e comincia a portare carichi di droga in America...



Si può trasformare la vera vita "criminale" di un informatore della CIA prima e della DEA poi, passata per metà a trafficare documenti compromettenti, armi e droga, e per l'altra metà all'interno dei tribunali, in un divertente mix di azione, commedia e biografia interamente retto dalle spalle di Tom Cruise? Beh, basta togliere la parte più noiosa legata a processi e testimonianze, enfatizzando ed esagerando quella relativa al contrabbando, ed ovviamente la risposta è "sì". D'altronde, nulla è impossibile a Hollywood. E così, al pubblico viene offerta per l'ennesima volta una storia che racconta l'ascesa, l'incredibile successo e l'inevitabile caduta di un self made man "creato" dal sistema americano, capace di sfruttare tutti i buchi presenti nell'intrico di agenzie (governative e non) e soprattutto di approfittare di un momento di massimo marasma politico, tra alleanze di convenienza, necessità di controllare gli stati "comunisti" del Sud America e ribellioni fomentate direttamente da Washington. La faccia da caSSo di Tom Cruise impedisce allo spettatore di riflettere troppo sulla bassa moralità del protagonista, per il quale ovviamente si arriva a fare il tifo dal momento che "tiene famiglia" e, soprattutto, non ha mai ucciso nessuno né, tanto meno, è coinvolto in prima persona negli spargimenti di sangue effettuati dal cartello di Medellín o dal cattivissimo governo USA che fa il bello e il cattivo tempo mentendo agli ignari contribuenti; soldi, lusso e la piacioneria di questo Barry Seal guascone contribuiscono a farci sognare di poter vivere una vita simile, volando liberi per il mondo e facendoci amico persino il tanto temuto Pablo Escobar, alla faccia del paio di cadaveri che rimangono a terra alla fine del film, due "parentesi" drammatiche all'interno di una pellicola che non cerca quasi mai di prendersi sul serio.


La natura "sciocchina" di Barry Seal - Una storia americana viene espressa anche dallo stile utilizzato, con i capitoli della vita del protagonista scanditi da titoli in sovrimpressione a indicare con chi stesse lavorando in quel determinato anno, oltre che dalla scelta di far raccontare la storia tramite dei video dallo stesso Barry, palesemente sudato ed impaurito ma comunque sempre molto ironico ed ammiccante, pronto a bucare la quarta parete; nel corso del film, inoltre, viene fatto uso del vecchio espediente di mostrare le rotte degli aerei del protagonista facendoli muovere, stilizzati, su delle mappe, ed una di queste ultime sbatte volutamente un errore in faccia allo spettatore, gag che continua anche alla fine dei titoli di coda. A sostenere il ritmo concitato e in qualche modo spensierato del film c'è anche una colonna sonora accattivante ma soprattutto, come dicevo all'inizio, c'è Tom Cruise che fa Tom Cruise, dacché pare che Barry Seal in realtà fosse un ciccione maledetto. Il buon Tommaso pilota aerei per davvero, sfodera il suo sorriso d'ordinanza, in una scena riesce, non so come, a palesare stupore spalancando un occhio e lasciando l'altro normale, in generale riempie di carisma ogni sequenza del film confermando ancora una volta la sua rinascita cinematografica all'insegna della follia action, eclissando tranquillamente altri ottimi attori (uno su tutti, l'adorabile Domhnall Gleeson, qui purtroppo sottoutilizzato) che, accanto a lui, diventano delle sagome di cartone, anche in virtù di una sceneggiatura non molto "generosa" per quel che riguarda i personaggi secondari. Ma per una serata col cervello staccato va benissimo così, anche sé, per essere un film di mero intrattenimento, Barry Seal - Una storia americana è anche troppo lungo e prolisso.


Di Tom Cruise (Barry Seal), Domhnall Gleeson (Monty "Schafer"), Jesse Plemons (Sheriffo Downing) e Caleb Landry Jones (JB) ho già parlato ai rispettivi link.

Doug Liman è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come The Bourne Identity, Mr & Mrs Smith, Edge of Tomorrow - Senza domani ed episodi di serie quali The O.C.. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 53 anni e un film in uscita.


Se la figura di Barry Seal vi interessa, esistono altri due film in cui è stato ritratto, Un gioco pericoloso del 1991 (con Dennis Hopper nei panni di Barry Seal) e The Infiltrator del 2016, ai quali potete aggiungere Blow, La regola del gioco oppure Trafficanti. ENJOY!

domenica 25 marzo 2018

Un sogno chiamato Florida (2017)

Giovedì è uscito in tutta Italia Un sogno chiamato Florida (The Florida Project), diretto e co-sceneggiato nel 2017 dal regista Sean Baker nonché candidato all'Oscar per il miglior attore non protagonista, un bravissimo Willem Dafoe.


Trama: in un motel appena fuori dall'area di Walt Disney World vivono la piccola Moonee e sua madre, una giovane che tira a campare di espedienti. La bambina passa le giornate giocando e combinando disastri assieme ai suoi amici in completa e lieta innocenza, incurante dell'ambiente degradato che la circonda...



Penso che qualunque persona cresciuta coi film Disney abbia sognato, almeno una volta nella vita, di mettere piede a Disney World. E' vero che noi europei abbiamo Disneyland Paris e che ce n'è una persino a Tokyo, però quella vicino a Orlando, in Florida, è quella originale quindi dotata di un fascino tutto particolare. Il problema è che io, negli ultimi anni, ho guardato due film ambientati proprio lì e il mio desiderio (non particolarmente forte, per la verità) di recarmi un giorno in Florida si è sciolto come neve al sole. Il primo responsabile di tutto questo è stato il terrificante Escape From Tomorrow, che al di là della sua infima qualità era comunque riuscito nell'intento di riportare su schermo Disney World come qualcosa di finto, una macchina mangiasoldi costretta a far convivere la "magia" Disneyana con le orde di turisti cheap, incazzati e sudaticci che invadono quotidianamente il luogo, e adesso è arrivato anche Un sogno chiamato Florida, titolo italiano imbecille se mai ce n'è stato uno. Vorrei capire con che coraggio qualcuno abbia guardato il film e deciso di infilare la parola "sogno" nel titolo ignorando che la definizione "Florida Project" era stata coniata per indicare Disney World nei primi tempi di sviluppo del progetto e che è perfetta per sottolineare la condizione disgraziata della piccola Moonee (oltre a quella di semi-abbandono di quella che avrebbe dovuto essere una CITTA' prima ancora di un complesso di attrazioni), altro che sogno. Diciamo pure che Sean Baker, pur con incredibile eleganza, ha portato al cinema un incubo al quale solo la fervida immaginazione innocente di una bambina può fare fronte, ricreando negli squallidi ambienti che circondano la sterminata superficie del parco tutti quei favolosi luoghi di divertimento che la piccola, pur abitando a un passo dagli stessi, non ha mai potuto vedere nemmeno per sbaglio. Il teatro in cui si snodano le vicende di Moonee e della madre Halley sono motel dai colori sgargianti e dai nomi ingannevoli come Magic Castle e Futureland Motel, ubicati accanto a strade evocative quali Seven Dwarfs Lane e simili, ma nulla di tutto ciò che viene mostrato da Baker è magico, men che meno futuristico: sotto gli occhi increduli dello spettatore scorrono immagini di ordinaria miseria e squallore, di persone senza casa che tirano a campare sperando che il gestore del motel di turno chiuda un occhio e non limiti il loro soggiorno come prevederebbe la legge, di diner e outlet di seconda mano, di sterpaglie incolte, di edifici abbandonati, di elettrodomestici che non funzionano, di pericoli presenti ad ogni angolo della strada.


Se Un sogno chiamato Florida seguisse solo un punto di vista "adulto", sarebbe fratello di sangue di quegli pseudodocumentari anni '90 che tanto detesto ma fortunatamente Sean Baker ha scelto di filtrare il tutto attraverso gli occhi di una bambina, decisione che influenza anche lo stile di regia e la fotografia. Sfruttando l'arrivo di una nuova vicina di casa, la piccola Jancey, lo spettatore viene preso per mano da Moonee e portato ad esplorare queste zone lontane dal turismo di massa, che con un po' di faccia tosta e tanta fantasia diventano quasi un paradiso di libertà dove i bambini monelli possono scorazzare, scroccare cibo, ballare, urlare, prendere in giro i grandi e fare scherzi agli ignari passanti, senza tanto badare all'aspetto decadente dei dintorni o a questioni triviali come sicurezza e igiene; d'altronde, mettendomi nei panni di un bambino, mi basterebbe avere il pancino pieno e un sacco di tempo libero per essere felice, soprattutto con una vita relativamente "nomade" in compagnia di una mamma più bambina di me e con una piscina interamente a mia disposizione. Badate bene: alla faccia dell'immedesimazione, per la prima mezz'ora di film vi verrà voglia di farvi sterlizzare, perché Moonee e i suoi amichetti sono dei piccoli, infimi bastardelli sboccati, cresciuti da genitori incapaci oppure assenti in quanto impegnati a mettere assieme due spiccioli per sopravvivere. E' solo dopo che comincerete a vederli con la stessa indulgenza del povero, bistrattato manager Bobby, adulto dotato di polso fermo e cuore d'oro. E qui subentra il secondo punto di vista del film, quello di chi è arrivato a voler bene a Moonee, Halley e tutti gli altri disadattati che popolano il violaceo Magic Castle anche quando vorrebbe soltanto mettere le mani addosso a ragazze-madri volgari, indisponenti e fondamentalmente stupide o tirare un calcio ai mocciosi casinisti. Bobby, interpretato da un magistrale Willem Dafoe, sopporta quasi stoicamente ogni camurrìa e cerca di metterci una pezza, fungendo un po' da guardiano un po' da cerbero del luogo, ma anche lui fa parte della triste umanità sottoproletaria che popola Kissimmee e deve sottostare a regole ferree per poter mantenere il proprio lavoro. La saggezza dell'esperienza che si scontra con la sconsideratezza dell'ignoranza, dunque, ma il problema è che per quanto mi stesse sull'anima non sono riuscita ad odiare nemmeno Halley, terzo ed ultimo personaggio in grado di influenzare la percezione dello spettatore.


Se Moonee rappresenta l'innocenza capace di trasformare uno squallido sobborgo in un parco giochi, Halley è colei che si è fatta inghiottire dall'incubo e, pur amando alla follia la figlia, non riesce ad uscirne ma, anzi, continua a scavarsi la fossa con le sue mani. Questo perché è la stessa Halley ad essere poco più di una bambina, ancora desiderosa di giocare e svagarsi con le amiche nonostante le pressanti responsabilità che comporta l'essere adulta e madre; questa bella ragazza dai capelli coloratissimi e zeppa di tatuaggi (interpretata da Bria Vinaite, attrice esordiente scoperta su Instagram) affronta la vita con tutto l'odio di un'adolescente ribelle, incurante del proprio corpo e della sua dignità, senza il minimo senso del risparmio, trattando Moonee da pari pur cercando di proteggerla dalle brutture che una simile condizione di disagio comporta. E' questo mix di senso materno e totale incoscienza a rendere Halley un personaggio complesso ed impossibile da odiare, soprattutto perché a margine delle scorribande di Moonee e compagni lo spettatore sente incombere l'inevitabile tragedia pronta a distruggere un equilibrio instabile e forzato. Bobby non è un supereroe e purtroppo Halley e Moonee non sono due principesse Disneyane che verranno ricompensate da un lieto fine dopo aver vissuto magiche avventure in una terra da sogno e prive di regole; l'urlo di rabbia di Halley, che manda giustamente a fanculo tutto e tutti, sconfitta dalla vita e dalla società, è lo stesso che sgorga spontaneo dal cuore dello spettatore davanti alle lacrime di Moonee, piccola pargolotta sboccata che alla fine sono arrivata ad adorare. Per questo il finale di Un sogno chiamato Florida (così come il film nella sua interezza) è uno dei più belli e dolorosi visti quest'anno, con quella corsa a perdifiato ripresa di straforo con un IPhone: se prima c'era la realtà filtrata dal sogno, alla fine c'è il sogno filtrato dalla realtà, un afflato di speranza che mi sono sentita di abbracciare in toto, augurando a Moonee e Jancey la più bella delle giornate e una vita piena di amore e amicizia, alla faccia di tutti gli stupidi problemi di noi adulti imbecilli... e alla faccia di una Casa del Topo che vuole bene solo ai bimbi abbienti.


Di Willem Dafoe, che interpreta Bobby, ho già parlato QUI mentre Caleb Landry Jones, che interpreta Jack, lo trovate QUA.

Sean Baker è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto film come Prince of Broadway, Starlet, Tangerine ed episodi di serie come Greg the Bunny. Anche produttore, ha 47 anni.


Se Un sogno chiamato Florida vi fosse piaciuto recuperate Re della terra selvaggia. ENJOY!

martedì 16 gennaio 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017)

Fresco di quattro Golden Globe (Miglior Film Drammatico, Miglior Sceneggiatura, Frances McDormand Miglior Attrice Protagonista per un film drammatico, Sam Rockwell Miglior Attore Non Protagonista) è arrivato anche a Savona Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri), scritto e diretto dal regista Martin McDonagh. Vediamo se mi ha colpita com'è successo con la stampa estera!


Trama: Mildred, madre di una ragazza stuprata mentre veniva uccisa dai suoi aguzzini, decide di affittare tre enormi cartelloni pubblicitari appena fuori Ebbing, la città dove vive, per dare una scossa al sonnolento corpo di polizia...



Se c'è una cosa che mi ha colpita enormemente guardando Tre Manifesti a Ebbing, Missouri (che, per comodità, da qui in poi chiamerò solo "Tre manifesti") è la capacità di Frances McDormand di comunicare tutta la rabbia, il dolore e l'umanità del suo personaggio alzando semplicemente un sopracciglio e stringendo le labbra in una fessura sottilissima. Il volto segnato dell'attrice, che ho imparato ad amare già ai tempi di Fargo, qui diventa la granitica rappresentazione di una donna che ha deciso di non fermarsi davanti a nulla pur di consegnare alla giustizia l'assassino (o gli assassini) della figlia o, meglio, di spingere la polizia a fare il proprio lavoro e dare una svegliata agli agenti mangiaciambelle. Mildred è una spietata macchina di caos, una madre incazzata che non accetta né la mancanza di prove, né il fatto che le indagini siano arrivate ad un punto morto dopo meno di un anno e come si può pensare di darle torto, di spingerla ad arrendersi perché "queste sono le leggi e non ci si può fare niente"? La sua protesta silenziosa ma implacabile, la decisione di dire le cose come stanno e scriverle sulla stessa strada dov'è morta la figlia a caratteri cubitali è comprensibile e, verrebbe da dire, è anche poco rispetto a quello che il suo dolore potrebbe spingerla a fare... però è abbastanza per sconvolgere gli equilibri di una piccola cittadina di provincia dove tutti si conoscono e dove non è facile per gli abitanti simpatizzare con una donna conosciuta per essere "peculiare", nonostante quello che le è capitato. Le parole di Mildred toccano personalmente lo sceriffo, figura di riferimento per tutti i cittadini, uomo integerrimo con un terribile segreto, e le persone bene di Ebbing ci mettono un secondo a trasformare la madre a cui hanno ucciso la figlia in una matta da ostacolare a tutti i costi, talvolta da minacciare, e la cosa assurda di Tre manifesti è la plausibilità di questo voltafaccia, avvallato dall'ignoranza gretta di poliziotti incompetenti e compaesani che magari non hanno mai sopportato né Mildred né la figlia Angela (la quale, non a caso, è finita nel dimenticatoio dopo pochi mesi). Non è un caso che gli unici alleati di Mildred, abitante di una cittadina ubicata in uno Stato di frontiera dove il razzismo è ben lungi dall'essere stato sradicato, siano i "freak" del paese o i diversi: messicani, neri, nani, gli unici a sostenere la donna fino all'ultimo sono loro, quasi la guerra di Mildred fosse una guerra dei reietti contro il potere costituito, quando invece la donna pensa (egoisticamente ma comprensibilmente) solo a sé stessa, senza regalare mai un sorriso o un gesto di conforto ai suoi aiutanti ma, anzi, andando avanti come uno schiacciasassi alla faccia di tutto quello che possa capitare a loro, alla sua famiglia, al figlio superstite.


Quella di Tre manifesti è una storia drammatica, eppure nel corso della pellicola si ride. E' un riso amaro, di cui ci si vergogna, perché si ride non coi personaggi (forse solo con lo sceriffo, nonostante la meschinità del suo tragico gesto di "vendetta") bensì DEI personaggi, peccando della stessa cecità degli abitanti di Ebbing. Si prenda ad esempio l'agente Dixon, interpretato da un Sam Rockwell a dir poco magistrale. Non mi è mai capitato di trovare sullo schermo un personaggio da odiare un minuto prima, per il quale provare un'immensa pietà quello dopo, fino ad arrivare a volergli bene anche se è scemo, un po' come fa lo sceriffo. Questa, se vogliamo, è la vera magia di sceneggiatura che ho avvertito guardando Tre manifesti, una pellicola che per altri motivi non mi ha convinta fino in fondo, troppo "superficiale" in alcuni punti (ma davvero un poliziotto può mandare all'ospedale un cittadino e farsi impunemente i fatti propri, persino nell'America di provincia Trumpiana? A che pro intimorire una persona se con la faccenda non si ha nulla a che fare, giusto per introdurre un "cattivo" più cattivo?) e melodrammatica in altri (sottolineare il senso di colpa di Mildred era necessario ma lo scambio di battute con la figlia l'ho trovato gratuito e agghiacciante), ma sicuramente in grado di definire personaggi sfaccettati e, come del resto accadeva già in In Bruges, impossibili da definire come positivi o negativi. La crociata di Mildred, l'ossessione per quei tre cartelloni rossi come il sangue e il fuoco, è giusta? Sì, assolutamente, soprattutto se la figlia è stata dimenticata. Ma anche no, perché "la violenza genera altra violenza" e bisogna pensare anche, e soprattutto, a chi rimane in vita. L'atteggiamento dello sceriffo è condivisibile? Sì, poveraccio, cosa ci si può fare se non esistono indizi? Ma a mettersi nei panni di Mildred verrebbe anche voglia di prenderlo a schiaffi. Dixon è deprecabile? Assolutamente sì ma le persone possono cambiare, anche gli imbecilli che non hanno ragione di esistere nel corpo di polizia, perché forse bastano una parola o un gesto gentili per stimolare anche i cervelli più bacati. Tre manifesti ha la lucidità di raccontare una storia tremenda, grottesca e sfaccettata come la realtà, una storia che non necessita di happy ending né di una conclusione definitiva, perché la vita non è mai lineare come viene dipinta nei film... e stavolta, anche la "quadratura" di In Bruges, lungi dall'essere risolutiva, porta a delusione e ulteriore perdita di speranza. Forse. Tra i tanti "dubbi" rimasti sul finale, c'è perlomeno la certezza di un cast di una potenza unica (a Woody Harrelson una nomination e un Oscar quando diavolo glieli diamo?) e della bravura di Martin McDonagh non solo come regista (il modo in cui si scopre il contenuto dei tre cartelli è angosciante, l'utilizzo di Chiquitita in una delle scene più tristi e grottescamente divertenti da standing ovation) ma soprattutto come scrittore di dialoghi, al punto che parecchie battute hanno rischiato di strapparmi l'applauso solitario nella sala affollata oltre a un paio di risate di cuore. Proprio lì', per inciso, rimarrà Tre manifesti, film a cui vorrò sempre bene anche in assenza di un colpo di fulmine vero e proprio.


Del regista e sceneggiatore Martin McDonagh ho già parlato QUI. Frances McDormand (Mildred), Caleb Landry Jones (Red Wilby), Sam Rockwell (Dixon), Woody Harrelson (Willoughby), Abbie Cornish (Anne), Lucas Hedges (Robbie), Zeljko Ivanek (Agente addetto alle comunicazioni col pubblico), Peter Dinklage (James) e Samara Weaving (Penelope) li trovate invece ai rispettivi link.

Kerry Condon interpreta Pamela. Irlandese, ha partecipato a film come This Must Be the Place, Dom Hemingway e a serie quali The Walking Dead, inoltre ha prestato la voce all'intelligenza artificiale Friday nei film Avengers: Age of Ultron, Captain America: Civil War e Spider-Man: Homecoming. Ha 35 anni e tre film in uscita.


John Hawkes interpreta Charlie. Americano, lo ricordo per film come Scuola di polizia, Scary Movie, Freaked - Sgorbi, Dal tramonto all'alba, Rush Hour - Due mine vaganti, Incubo finale, Identità, Miami Vice, Contagion e Lincoln, inoltre ha partecipato a serie quali Millenium, Nash Bridges, ER Medici in prima linea, Buffy l'ammazzavampiri, Più forte ragazzi, X-Files, 24, Taken, CSI, Monk e Lost. Anche musicista e produttore, ha 58 anni e tre film in uscita.


Il musetto antipatico di Kathryn Newton, che compare in un flashback nei panni di Angela, è destinato a diventare ricorrente in TV (è l'odiosa Amy del Piccole Donne prodotto dalla BBC, una splendida miniserie che vi consiglio di recuperare) e al cinema (è tra le protagoniste dell'imminente Lady Bird). Detto questo, se Tre manifesti a Ebbing, Missouri, vi fosse piaciuto, recuperate In Bruges - La coscienza dell'assassino e Fargo. ENJOY!

venerdì 26 maggio 2017

Scappa: Get Out (2017)

Col solito ritardo da bradipo ho finalmente visto anch'io l'horror sulla bocca di tutti, ovvero Scappa: Get Out, diretto e sceneggiato dal regista Jordan Peele. NO SPOILER, anche se probabilmente chiunque leggerà il post avrà già visto il film.


Trama: Chris, ragazzo di colore, viene invitato dalla fidanzata bianca a raggiungere i genitori di lei per il weekend. I due arriveranno nel bel mezzo di una riunione di famiglia e Chris comincerà a sentirsi sempre più a disagio ed inquieto, non solo per il colore della pelle...


Purtroppo anche questo post rischia di essere più breve del solito, nonostante Get Out mi sia piaciuto molto. Il motivo è presto detto: potete tranquillamente mandare al diavolo chiunque accenni anche solo vagamente a ciò che succede nel film perché il bello di guardarlo è proprio andare oltre a un trailer per una volta fatto bene, che spinge lo spettatore a farsi un'idea abbastanza diversa dell'opera prima di Jordan Peele. Premesso che le persone mediamente scafate in ambito horror/thriller possono riuscire ad anticipare il twist più grande dopo dieci minuti di pellicola, ci sono tanti piccoli risvolti che, anche dopo la rivelazione principale, riescono a sorprendere in positivo mandando a ramengo tutti i cliché del genere e, soprattutto, c'è tutto ciò che viene prima e che rende Get Out non solo un ottimo thriller psicologico ma in particolare un'ottima riflessione sull'America d'oggi. Quell'America per cui Black Lives Matter ma intanto si vota Trump e dove le tensioni razziali non sono mai scomparse del tutto, nemmeno dopo conquiste civili di importanza capitale. Indovina chi viene a cena? è stato girato nel 1967 eppure la premessa di Get Out è la stessa, dopo 50 anni di civiltà "moderna": una ragazza bianca deve presentare ai suoi genitori il fidanzato nero, del quale non ha mai parlato in famiglia. All'ingenuità di lei si accompagnano le giuste perplessità di lui, costretto ad entrare nella tana del lupo praticamente nudo ed indifeso in uno Stato (a occhio e croce direi l'Alabama) non particolarmente famoso per la tolleranza, dove le case di stile colonico abbondano e i ricconi bianchi spopolano, costringendo la polizia a guardare con sospetto qualunque Fratello Nero si aggiri nei dintorni dei praticelli ordinati del quartiere. I genitori di Rose però sono la quintessenza del liberal, il papà di lei "se potesse voterebbe Obama per la terza volta", hanno un paio di domestici di colore tenuti solo perché "lavoravano già per i nonni, siamo così affezionati, in pratica sono di famiglia", quindi tutto a posto, no? Non proprio. Il disagio di Chris, prima ancora che dal risvolto thriller, nasce inevitabilmente dal dover confrontarsi con persone che non lo trattano con diffidente razzismo ma, e forse è peggio, si rapportano con lui come fosse una piacevole novità, un tocco esotico di cui vantarsi con gli amici, una persona su cui misurare il metro della propria apertura mentale per sentirsi superiori, alzando quindi una barriera originata non già dall'odio ma dalla convinzione di "fare del bene" accettando il diverso e facendolo sentire, di conseguenza, ANCORA più diverso, nemmeno fosse una specie protetta. Insomma, lo spettatore viene messo fin da subito nella condizione di empatizzare con Chris e con la sensazione di "estraneità" da lui provata appena messo piede nella dimora degli Armitage senza ricorrere ad elementi palesemente "sbagliati" (quelli arrivano dopo, a rafforzare il generale clima di inquietudine), esempio di perfetta scrittura che rende ciò che segue ancora più scioccante.


Basta, altro sulla trama non dirò ma avrete capito che Get Out è un thriller-horror psicologico perfettamente radicato nell'attualità e per questo ancora più efficace (non a caso lo scrittore e regista è un comico di colore quindi chi meglio di lui potrebbe avere il polso della situazione senza cadere in scomodi cliché?). Ovviamente, non di sole "sensazioni" vive l'appassionato di horror, ci mancherebbe. Get Out mette la pelle d'oca con pochissimi jump scare ben piazzati, la giusta quantità di splatter e un paio di inquietanti sequenze quasi oniriche capaci di comprimere il petto dello spettatore e spingerlo subito a voler bene ad un "novellino" che, invece di tentare la facile via del mockumentary/found footage o dell'omaggio dichiarato allo slasher anni '80, punta tutto sui primissimi piani, sulle suggestioni degli ambienti naturali e artificiali, su immagini simboliche di immediata comprensione e su inquadrature attente ai dettagli e alla composizione della sequenza. Altro punto a favore della pellicola sono le bellissime musiche di Michael Abels, tra le quali spicca l'evocativa Sikiliza Kwa Wahenga (probabilmente una delle melodie più belle utilizzate per introdurre un horror recente), molte delle quali imperniate sul tema principale del film e zeppe di consigli per il povero Chris. Anche il cast è validissimo, sia per quel che riguarda il protagonista Daniel Kaluuya, con quegli occhioni da cervo abbagliato dai fari che terrorizzano più di qualunque altra cosa, che per gli attori che lo circondano: Caleb Landry Jones nei panni del figlio minore è fin troppo caricato mentre Katherine Keener e Bradley Whitford sono favolosi nella loro inquietante normalità di bianchi della upper class... ma attenzione perché, se devo dare retta ai commenti dei ragazzetti in sala, l'idolo indiscusso delle folle e il personaggio che più rimarrà impresso dopo la visione è la terrificante Georgina di Betty Gabriel, causa degli epiteti più esilaranti uditi in sala. Le aspettative sono state dunque ripagate e indubbiamente Get Out si candida per essere uno dei cinque horror da piazzare nella classifica di fine anno, sia per l'intelligenza che per la bella realizzazione e, diamine, sono persino riuscita a scrivere un post di lunghezza standard senza fare spoiler, quindi tanta roba. Speriamo che Jordan Peele continui a bazzicare nel campo dell'horror, c'è bisogno di comici seri come lui!


Di Catherine Keener (Missy Armitage), Bradley Whitford (Dean Armitage) e Caleb Landry Jones (Jeremy Armitage) ho già parlato ai rispettivi link.

Jordan Peele è il regista e sceneggiatore della pellicola, alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa. Comico americano, è anche attore e produttore e ha 38 anni.


Daniel Kaluuya interpreta Chris Washington. Inglese, ha partecipato a film come I segreti della mente, Johnny English - La rinascita, Kick-Ass 2 e a serie quali Doctor Who e Black Mirror. Anche sceneggiatore, ha 28 anni e due film in uscita tra cui Black Panther.


Marcus Henderson interpreta Walter. Americano, ha partecipato a film come Django Unchained, Whiplash e Il drago invisibile. Ha tre film in uscita tra cui Insidious: Chapter 4.


Lakeith Stanfield interpreta Andrew Logan King. Americano, ha partecipato a film come Anarchia - La notte del giudizio, Selma - La strada per la libertà e Snowden. Anche produttore, ha 26 anni e cinque film in uscita tra cui il live action di Death Note, dove interpreterà L.


Stephen Root interpreta Jim Hudson. Americano, ha partecipato a film come Mr. Crocodile Dundee II, Monkey Shines - Esperimento nel terrore, Black Rain - Pioggia sporca, Ghost - Fantasma, Buffy - L'ammazza vampiri, Robocop 3, Pandora's Clock - La terra è in pericolo, L'uomo bicentenario, Fratello dove sei?, Ladykillers, Palle al balzo - Dodgeball, Wake Up, Ron Burgundy: The Lost Movie, Non è un paese per vecchi, L'uomo che fissa le capre, J. Edgar, Bad Milo!, The Lone Ranger, Selma - La strada per la libertà, L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo e a serie come Pappa e ciccia, Quell'uragano di papà, Blossom, L'ispettore Tibbs, Cinque in famiglia, Seinfeld, Malcom, La vita secondo Jim, CSI - Scena del crimine, 24 e The Big Bang Theory; come doppiatore ha inoltre lavorato nelle serie Johnny Bravo, Kim Possible, American Dad!, The Cleveland Show, Phineas and Ferb, Adventure Time e nei film L'era glaciale, Alla ricerca di Nemo, L'era glaciale 2 - Il disgelo e Alla ricerca di Dory. Ha 66 anni e due film in uscita.


Eddie Murphy avrebbe dovuto interpretare Chris ma alla fine, giustamente, Jordan Peele ha deciso che l'attore era troppo vecchio per la parte. Il finale originale di Get Out prevedeva SPOOOOOILERRRRR l'arresto di Chris da parte della polizia (come avevo immaginato dall'inquadratura e dal sorriso di Rose) ma il regista ha scelto di dare al pubblico un happy ending. FINE SPOILER Se Get Out vi fosse piaciuto recuperate La fabbrica delle mogli, The Wicker Man, Terrore dallo spazio profondo, Society e La notte dei morti viventi. ENJOY!

mercoledì 24 settembre 2014

Contraband (2012)

Per staccare il cervello senza ricorrere all'horror qualche sera fa ho deciso di guardare Contraband, diretto nel 2012 dal regista Baltasar Kormákur.


Trama: un ex contrabbandiere ormai fuori dal giro è costretto a smerciare una grossa quantità di denaro falso per togliere dai guai il giovane cognato...


Contraband è un film perfetto per una serata disimpegnata. Ben lungi dall'essere un action zamarro e sguaiato dove la risata la fa da padrone, la pellicola di Kormákur è più una crime story a base di tradimenti, colpi congegnati razionalmente e drammi familiari, qualcosa che, molto probabilmente, nelle mani di uno Scorsese o persino di un Ben Affleck avrebbe potuto tranquillamente fare il balzo di qualità e diventare un'opera da consigliare e riguardare. Fissati i dovuti limiti, comunque, Contraband fa la sua bella figura: la storia dell'ex contrabbandiere Chris, costretto a tornare "al lavoro" per colpa di un ragazzino pieno di passione e stupidità e decisamente codardo è divertente e anche convincente perché il personaggio non è esageratamente cupo o troppo guascone e i suoi colleghi sono dotati ognuno di una loro peculiarità ma non rischiano di diventare delle macchiette ingestibili. La trama dosa bene i momenti d'azione, quelli più thriller ed altri maggiormente introspettivi senza troppo calcare la mano su nessuna delle varie anime della pellicola, in generale non ci sono buchi logici o incredibili forzature (o almeno a me non è sembrato di ravvisarne) e la storia scorre liscia fino alla fine, coinvolgendo lo spettatore con un twist forse non troppo originale ma comunque gradevole. Volendo essere cattivi, ovviamente, ci sarebbe da sottolineare come tutti questi pregi derivino dal fatto che Contraband non è una pellicola made in USA, bensì il remake dell'islandese Reykjavík Rotterdam, altrimenti penso ne sarebbe uscita una roba ben peggiore.


Mettiamo un attimo da parte l'inevitabile cinefilia anti-remake e parliamo degli attori, che indubbiamente sono quelli che fanno funzionare al meglio Contraband. Mark Wahlberg porta a casa un'interpretazione dignitosa e coerente con la sua natura di "manzo non esagerato" ma ovviamente il motivo per cui mi sono cimentata nella visione del film è stato la presenza dell'adorato Giovanni Ribisi, che si profonde in una performance da incredibile sociopatico e ruba la scena ad un Ben Foster bruttarello e un po' sottotono (nonostante, paradossalmente, il suo personaggio sia il più interessante di tutti!). Simpaticissimi tutti i colleghi di Wahlberg, a partire da quel Lukas Haas che rivedo sempre con piacere, e ovviamente esilarante J.K. Simmons nei panni dello stronzissimo capitano, mentre Kate Beckinsale quando viene tolta da quell'Underworld che le è tanto congeniale diventa moscia come un sacco di patate. La regia di Baltasar Kormákur per fortuna non ricerca soluzioni modaiole come ralenti o riprese sghembe ma, avvalendosi di una fotografia particolare e quasi sfumata, riesce comunque ad essere originale e riconoscibile senza condannare Contraband all'anonimato o lo spettatore al mal di testa perpetuo. Sicuramente Contraband non sarà il film del secolo ma se vi piace un genere di film dove l'azione non si traduce solo in sparatorie ed esplosioni e dove i personaggi dimostrano di avere un anima che li eleva dalla banale bidimensionalità potreste anche dargli una chance, non ve ne pentirete!


Di Mark Wahlberg (Chris Farraday), Giovanni Ribisi (Tim Briggs), Lukas Haas (Danny Raymer), Caleb Landry Jones (Andy) e J.K. Simmons (Capitano Camp) ho già parlato ai rispettivi link.

Baltasar Kormákur (vero nome Baltasar Kormákur Samper) è il regista della pellicola. Islandese, ha diretto anche Cani sciolti. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 48 anni e un film in uscita.


Kate Beckinsale (vero nome Kathrin Romany Beckinsale) interpreta Kate Farraday. Inglese, ha ricordo per film come Big Fish, Pearl Harbor, Underworld, Van Helsing, The Aviator, Cambia la tua vita con un click, Underworld: Evolution, Vacancy, Underworld - La ribellione dei Lycans e Underworld - Il risveglio. Ha 41 anni e due film in uscita.


Ben Foster (vero nome Benjamin A. Foster) interpreta Sebastian Abney. Americano, ha partecipato a film come X-Men - Conflitto finale, 30 giorni di buio e a serie come Six Feet Under, La zona morta e My Name Is Earl, inoltre ha lavorato come doppiatore nella serie Robot Chicken. Anche produttore, ha 34 anni e tre film in uscita.


Tra gli altri attori segnalo anche la presenza del fratello di Mark Wahlberg, Robert; il regista Baltasar Kormákur era invece il protagonista di Reykjavík Rotterdam, di cui Contraband, come ho già avuto modo di dire nel post, è il remake. Se il film vi fosse piaciuto magari recuperate la pellicola islandese e aggiungete anche The Town. ENJOY!

mercoledì 23 aprile 2014

Byzantium (2012)

Finalmente in questi giorni pasquali sono riuscita a vedere Byzantium, l’ultimo film del regista Neil Jordan, da lui diretto nel 2012 e tratto da un’opera teatrale di Moira Buffini.


Trama: la giovane Eleanor e la sua tutrice Clara, due donne misteriose che vivono di espedienti, cercano rifugio in una piccola cittadina di mare dove cominciano ad accadere strani incidenti…


Quando c’è da girare un film sui vampiri “e chi chiamerai?” La risposta, per quel che mi riguarda, è Neil Jordan che, a distanza di quasi vent’anni, dopo Intervista col vampiro ci regala un altro sguardo interessante, particolare e poetico su una coppia di vampire e su tutto l’intricato mondo di regole, codici e misteri che circonda la mitica figura del succhiasangue. Camminando elegantemente sul pericoloso filo del rasoio twilightiano incarnato da un’impossibile storia d’amore adolescenziale, il regista irlandese dimostra di non essere uno sprovveduto e confeziona un racconto dove il passato e il presente si mescolano con grazia, dove la solitudine si sfoga nella necessità di liberarsi di uno scomodo e doloroso segreto affidando le parole all’inchiostro, alla carta e al vento, dove le rigide regole gerarchiche si traducono in un orribile sistema che premia l’aristocratico spietato e condanna a morte chi già è stato costretto ad intraprendere una strada considerata, molto ipocritamente, disdicevole e per questo viene considerato indegno di ricevere un dono prezioso come la vita eterna. Le due protagoniste Eleanor e Clara, all'inizio, sembrano i "soliti" personaggi tipici di questo genere di film: l'una è calma, solitaria, intelligente e riflessiva mentre l'altra è scapestrata, incontrollabile e violenta. In realtà, man mano che Byzantium prosegue, le due donne acquistano una personalità sempre più profonda e complessa, ogni loro azione nel presente trova la sua ragion d'essere nel passato e viene annullato il confine tra bene e male, tra giusto e sbagliato, tra crudeltà e pietà. Lo spettatore riesce così ad arrivare a sentirsi coinvolto, non solo dalle due protagoniste ma anche dal microcosmo di personaggi che le circonda, a partire dal patetico Noel fino ad arrivare ai vecchietti che considerano Eleanor un angelo della morte.


Il vampirismo o, meglio, la natura di soucriants di Eleanor e Clara è fondamentale per la trama, tuttavia Byzantium non è una di quelle pellicole dove il sangue scorre a fiumi o il vampiro è dotato di chissà quali poteri che lo rendono superiore alla razza umana. Non è neppure uno di quei film dove viene enfatizzato l'aspetto doloroso e patetico dell'essere vampiro; Eleanor e Clara soffrono eppure, a modo loro, entrambe cercano di accettare la loro natura e di imparare a "guardare al futuro", incanalando il loro potere e la loro inevitabile eternità cercando di trovare uno scopo che impedisca a entrambe di sprecare il dono ricevuto al prezzo dell'anima. Per una volta il vampirismo viene mostrato come speranza, come fuga dalla malattia, come mezzo per trovare un possibile riscatto da una vita troppo spesso ingiusta. La voce pacata e gli occhi chiari di Saoirse Ronan ci catturano e ci incantano fin dal primo fotogramma, la sua storia raccontata a spizzichi e bocconi inevitabilmente ci coinvolge perché tutti i dettagli della vicenda non vengono rivelati che alla fine, senza fretta, come se ci trovassimo davanti un vecchio romanzo gotico più che un film. E in effetti Byzantium, col suo sapore "antiquato", un po' romanzo gotico lo è: Neil Jordan indugia sulle divise di capitani privi di morale, su postriboli affollati, su luoghi bui dove innocenti fanciulle vengono private della purezza e gettate nel fango o peggio, su misteriose isole dove la vita e la morte si uniscono fino a far sgorgare delle impressionanti cascate di sangue e dove uccelli neri come la pece sono gli unici guardiani e testimoni di un segreto da rivelare attraverso studi, confraternite e mappe. Dopo tante delusioni legate ad un sottogenere horror che adoro è bello vedere che Neil Jordan e Byzantium non mi hanno lasciata con l'amaro in bocca, anzi. Consiglio questa piccola perla a tutti quelli che vogliono ritrovare la fiducia in quei poveri vampiri troppo spesso bistrattati.


Del regista Neil Jordan ho già parlato qui. Saoirse Ronan (Eleanor), Gemma Arterton (Clara) e Johnny Lee Miller (Ruthven) li trovate invece ai rispettivi link.

Caleb Landry Jones interpreta Frank. Americano, ha partecipato a film come Non è un paese per vecchi, L'ultimo esorcismo, X-Men: L'inizio e Antiviral. Ha 26 anni e due film in uscita.


Se vi siete chiesti dove avete già visto Warren Brown, che interpreta Gareth, sappiate che aveva già partecipato all'ormai storica miniserie zombie Dead Set. Se vi siete invece chiesti qual è il film di vampiri che Eleanor sta guardando in TV sappiate che si tratta di Dracula principe delle tenebre. Se, infine, Byzantium vi fosse piaciuto recuperate il già citato Intervista col vampiro. ENJOY!

News dell'ultim'ora: Mi è appena arrivata una mail dove mi si segnala che Byzantium uscirà in Italia SOLO sul mercato dell'home video, dal 19 giugno in versione noleggio e dal 3 luglio in vendita, in DVD e Blu-ray. Peccato, una pellicola simile avrebbe meritato ben altra distribuzione ma bisogna prendere quel che viene.

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