Visualizzazione post con etichetta sunita mani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sunita mani. Mostra tutti i post

martedì 9 settembre 2025

I Roses (2025)

Non so nemmeno io perché ma, spinta da curiosità, lunedì sono andata a vedere I Roses (The Roses), diretto dal regista Jay Roach e tratto dal romanzo La guerra dei Roses di Warren Adler.


Trama: dopo un colpo di fulmine e un matrimonio durato dieci anni, qualcosa si spezza nell'idillio tra la cuoca Ivy e l'architetto Theo, che devono correre ai ripari prima di perdere tutto ciò che hanno di importante...


La guerra dei Roses
è sempre stato uno dei miei film preferiti e lo ricordavo ancora benissimo, anche se non lo avessi riguardato in occasione dell'uscita di questa rilettura del romanzo di Warren Adler. Uso il termine rilettura, perché anche se il succo della vicenda è la stessa, tra una casa contesa e sentimenti che si raffreddano fino a trasformarsi in odio, la sceneggiatura di Tony McNamara (lo stesso di La favorita e Povere creature!) si concentra, fin dal titolo che lascia cadere il termine "guerra", esclusivamente sui Roses. Sulle due individualità che compongono la coppia, sullo sviscerare, senza un attimo di pausa, i rispettivi pensieri, le riflessioni sul proprio carattere, le convinzioni relative all'educazione dei figli, i problemi e le soddisfazioni lavorative. I Roses 2.0 sono figli della generazione Z, che necessita di essere presa per mano e affrontare i conflitti spiegazione dopo spiegazione, anche a costo di ribadire l'ovvio, tanto che la sofferenza dell'architetto Theo, costretto a diventare "mammo" dopo aver perso ogni oncia di prestigio, è costellata di monologhi in cui il personaggio si ammonisce a non essere un maschio tossico ed invidioso, ma non solo. Tra dialoghi e monologhi, quello de I Roses è uno stream of consciousness in cui wit inglese, punzecchiature e pensieri messi in parole danno voce a due persone confuse che la guerra non vogliono proprio farla, ma che a un certo punto decidono che il loro ego è più importante di tutto il resto, e proprio nel momento in cui l'altro avrebbe più bisogno di aiuto. E' il grido disperato di un uomo narcisista che mal sopporta il successo della moglie, e di una donna che vorrebbe tutti i pro di carriera e famiglia e nessun contro, un grido che esplode quando i due, privi di figli e lavoro a distrarli, sono costretti finalmente ad affrontarsi e rivelarsi come due persone fondamentalmente piccine e superficiali, quindi perfette l'uno per l'altro. I Roses è, dunque, un film cerchiobottista che sceglie di appesantirsi stordendo lo spettatore di parole, facendo tutto sommato una satira innocua delle coppie moderne e di alcuni vezzi tutti americani (i figli, in questa versione della storia, sono usati in maniera egregia) e puntando su un registro più demenziale che grottesco, cosa che smorza parecchio l'amarezza e il pessimismo della vicenda originale. 


Fortunatamente, I Roses è anche un film graziato da una coppia di ottimi attori, anche se sarebbe meglio goderseli in lingua originale visto che buona parte dell'umorismo viene dallo scontro culturale tra inglesi e americani. Olivia Colman e Benedict Cumberbatch hanno un'alchimia tutta particolare, risultano affascinanti e carismatici pur non essendo delle bellezze canoniche, e le loro espressioni spesso stralunate fungono da perfetto contraltare ad un mondo di comprimari idioti. Questo però, a mio parere, è un altro difetto del film. Non è che non abbia riso davanti alla coppia formata da Andy Samberg e Kate McKinnon, quest'ultima pazza come non mai, ma tra loro, l'amico architetto stronzo e le due macchiette etniche di Ncuti Gatwa e Sunita Mani, c'erano troppi elementi bizzarri atti a distrarre dal fulcro della vicenda e, soprattutto, molta poca verosimiglianza, visto che sembra di avere avanti delle caricature più che delle persone vere. Apprezzabilissimo, invece, il lavoro svolto a livello di scenografia, arredamento e "cucina". Il gusto della splendida casa che diventa il pomo della discordia è stato aggiornato, diventando il sogno di ogni architetto moderno, e c'è da togliersi il cappello davanti all'abilità dello scenografo Mark Ricker, che ha ricostruito gli ambienti in studio. Il genio e l'ego di Theo vengono così ottimamente rappresentati, mentre l'estro creativo e la volontà di Ivy di essere anticonformista a tutti i costi trovano espressione negli splendidi piatti e nelle particolari torte degustati dai vari personaggi. In definitiva, I Roses non è un film da buttare e, appena sarà disponibile in streaming, credo che lo guarderò in lingua originale sperando di apprezzarlo di più, ma mi ha lasciata tutto sommato abbastanza fredda e in molti punti ho provato persino noia. Fortunatamente, c'è sempre il bluray del film di DeVito, di cui spero di riuscire a parlare nei prossimi giorni. 


Del regista Jay Roach ho già parlato QUI. Olivia Colman (Ivy Rose), Benedict Cumberbatch (Theo Rose), Kate McKinnon (Amy), Andy Samberg (Barry), Sunita Mani (Jane) ed Allison Janney (Eleanor) li trovate invece ai rispettivi link. 


Ncuti Gatwa
, che interpreta Jeffrey, è stato Il dottore delle recenti stagioni di Doctor Who. Se I Roses vi fosse piaciuto recuperate, ovviamente, La guerra dei Roses. ENJOY!

martedì 22 aprile 2025

Death of a Unicorn (2025)

Martedì scorso sono andata a vedere Death of a Unicorn, diretto e sceneggiato dal regista Alex Scharfman, un film che mi aveva ispirata fin dal trailer.


Trama: Elliot e la figlia Ridley investono per sbaglio un unicorno durante il viaggio verso lo chalet di montagna di Odell, ricchissimo proprietario di un'azienda farmaceutica. Il magnate vorrebbe sfruttare i poteri dell'animale per soldi, ma non ha fatto i conti con gli altri unicorni...


Death of a Unicorn
è una commedia horror talmente semplice che potrebbe averla scritta un ragazzo dell'età della Ortega, non a caso nume tutelare dell'intera operazione. Ciò non vuol dire che Death of a Unicorn sia brutto, ma uno dalla A24 si aspetta sempre qualcosa di arguto, un po' artsy, un'innovazione del genere, mentre il film scritto e diretto da Alex Scharfman è un'opera prima talmente lineare che parrebbe tagliata con l'accetta. All'interno della sceneggiatura c'è un bel miscuglio di cliché che altrove, persino di recente, sono stati sfruttati per cose ben più originali. Innanzitutto, abbiamo un rapporto padre-figlia tempestoso, tipico di due generazioni che non si incontrano e di due persone alle quali è venuto meno il collante incarnato da una madre morta da poco di tumore; la giovane Ridley è piena di ideali altruisti, frequenta l'accademia di belle arti, è "alternativa", mentre papà Elliot è un'avvocato che, per non far mancare nulla alla figlia, mette da parte ogni scrupolo morale onde spillare più soldi possibili ai terribili Leopold (ma, fondamentalmente, è una persona buona). I Leopold, invece, sono abietti. A capo di un impero farmaceutico, sembrano usciti da un cartone animato e si presentano con diversi gradi di stronzaggine e stupidità; ovviamente, appena l'unicorno finisce nelle loro mani, l'unico loro pensiero è fare dei gran soldoni con le proprietà taumaturgiche e magiche del corno e del sangue dell'animale, aggiungendo in mezzo qualche extra personale, come un'accennata speranza di vivere in eterno. Death of a Unicorn, date le premesse, si snoda come un racconto di riconciliazione tra padre e figlia incrociato ad una critica verso il capitalismo moderno, al quale si aggiunge l'aspetto creature feature degli unicorni assassini. A tal proposito, l'aspetto davvero interessante del film, forse l'unico, è l'idea di sfruttare le conoscenze artistiche di Ridley per rivelare la vera natura degli unicorni, non così pucciosi come uno si aspetterebbe, ma per una buona riuscita dell'operazione, l'ideale sarebbe stato abbracciare un'anima di serie B tendente al trash e lasciare che gli animali si abbandonassero alle mattanze più sfrenate e assurde. Qualche bella morte c'è, non lo nego (anche se le crudeltà vengono riservate più all'unicorno che agli esseri umani!) ma è tutto molto trattenuto, un po' patinato, di conseguenza anche la parte di commedia satirica ne risente, rivelandosi meno graffiante di quanto avrei sperato.


Come ho scritto sopra, Death of a Unicorn è un'opera prima, quindi Alex Scharfman avrà tutto il tempo di stupirci più avanti, e dietro la macchina da presa dimostra di non essere proprio interdetto, per il modo efficace con cui centellina le apparizioni degli unicorni, sfruttando ombre e primi piani di dettagli inquietanti (muso e zoccoli in primis), senza affidarsi a jump scares d'accatto. Purtroppo, poi, gli unicorni si devono vedere, e la CGI, come troppo spesso succede, non collabora, soprattutto nelle sequenze più dinamiche ed illuminate, dove le bestiole sembrano appiccicate a un fondale, finte come i soldi del Monopoli. Va un po' meglio quando si tratta di riprese statiche o ravvicinate, fermo restando che l'unicorno più realistico è il puledrino, degli altri due non ho apprezzato granché nemmeno l'aspetto, visto che sembrano usciti da un videogame. Per quanto riguarda gli attori, il lavoro di casting è la vera eccellenza di Death of a Unicorn, perché ad ogni interprete è stato affidato un ruolo che gli calza come un guanto. A tal proposito, si può dire che tutti sono bravi ma nessuno brilla particolarmente, forse perché ognuno ripropone le caratteristiche che più gli si confanno, ma una menzione speciale la merita l'esilarante interazione tra Will Poulter e Anthony Carrigan. Il primo lo conoscevo, ed è perfetto per vestire i panni di un ricco figlio di papà che vorrebbe portare i pantaloni del capo invece è un povero cretino, mentre il secondo è una faccia per me nuova e, nel film, interpreta il tuttofare da richiamare con uno schiocco di dita; la dinamica servo-padrone regala momenti di vero divertimento e genuine risate, soprattutto quando il povero, vessato Griff si renderà conto che la dedizione a un lavoro odioso non vale la sopravvivenza. Ho poco altro da dire su questo Death of a Unicorn, horror di facile consumo per una serata con qualche sporadico brivido e abbastanza divertimento da risultare adatto anche ai ragazzini che si approcciano al genere per le prime volte. Ma da una produzione A24 mi aspettavo qualcosa di più.


Di Jenna Ortega (Ridley), Paul Rudd (Elliot), Richard E. Grant (Odell), Will Poulter (Shepard), Sunita Mani (Dr. Bhatia) e Steve Park (Dr. Song) ho già parlato ai rispettivi link.

Alex Scharfman è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, ha lavorato principalmente come produttore.


Téa Leoni
interpreta Belinda. Ex moglie di David Duchovny, la ricordo per film come Nei panni di una bionda, Ragazze vincenti, Deep Impact e The Family Man; inoltre, ha partecipato a serie come Santa Barbara e X-Files. Americana, anche produttrice, ha 59 anni e un film in uscita. 



mercoledì 14 dicembre 2022

Spirited - Magia di Natale (2022)

E' uscito su Apple TV+ un film perfetto per il periodo, ovvero Spirited - Magia di Natale (Spirited), diretto e co-sceneggiato dal regista Sean Anders.


Trama: i fantasmi del Natale Dickensiano si ritrovano a dover redimere il cinico consulente Clint Briggs, che si rivela un osso durissimo soprattutto per Presente, veterano roso da mille dubbi...


Come faccio a scrivere qualcosa di obiettivo su un film che sembra realizzato apposta per me e che, in effetti, ha fatto di tutto per piacermi, riuscendoci? Pur essendo un Grinch della peggior specie, ho sempre adorato Il canto di Natale di Dickens in ogni sua forma e questo Spirited ne è la rilettura in chiave moderna; in più, ho un debole per i musical e, nonostante nutra verso di lui sentimenti molto ambivalenti, quando è in buona ho anche un debole per Will Ferrell, che in questo Spirited dà veramente il bianco. Prendete dunque con le pinze tutto quello che sto scrivendo, compresa la definizione di "Film natalizio del 2022" (considerate che devo ancora guardare Violent Night), e rimanete ancora un po' con me per cercare di capire perché, al di là dei motivi di cui sopra, mi è piaciuto così tanto Spirited. Intanto, ne ho apprezzato la trama. Spirited prende tutti i cliché de Il canto di Natale, rende i personaggi consapevoli di essere protagonisti di una storia già raccontata mille volte, e ci ragiona sopra attraverso l'ottica cinica e moderna di Clint Briggs, media consultant che punta al successo sfruttando i più bassi istinti umani e che, ovviamente, rifiuta di sottomettersi al volere degli spiriti diventando l'ennesimo malvagio convertito. L'atteggiamento strafottente ma non privo di acume di Clint costringe il Fantasma del Natale presente, veterano che da anni potrebbe reincarnarsi ma continua a lavorare per recuperare le anime "prave", a rimettersi completamente in discussione deviando dal classico percorso di redenzione della vittima e anche dal classico rapporto tra fantasmi ed esseri umani, con twist interessanti che, ovviamente, non sto a svelare ma che posano interamente sulla bella alchimia tra Will Ferrell e Ryan Reynolds.


I due attori abbracciano i ruoli che sono loro più congeniali, ovvero quello dell'adorabile babbeo e quello dello stronzetto sboccato, e assieme fanno faville. Il rischio corso da Ferrell è sempre un po' quello di perdersi, a un certo punto, nella smielatezza di un personaggio costretto in improbabili storie d'amore (un punto debole di Euro Vision Song Contest, giusto per nominare una pellicola), ma fortunatamente la presenza di Reynolds, col suo reiterato rifiuto di ruoli e snodi canonici, mantiene salda quell'aura di cinismo che, di fatto, equilibra l'intera opera incarnando il messaggio che il film vuole veicolare, ovvero il rifiuto di una redenzione posticcia valida solo per quel "Christmas Morning Feelin" a favore, invece, di un impegno giornaliero ad essere persone imperfette ma gentili, che ci provano senza essere necessariamente straordinarie o sante, né cambiare dal giorno alla notte. Poi, ovviamente, c'è la parte musical. I compositori Pasek e Paul (già autori di un'opera a tema natalizio con A Christmas Story: The Musical e vincitori di un Oscar per City of Stars) hanno scritto una serie di canzoni che non solo catturano lo spirito irriverente e contemporaneamente festivo dell'opera, ma si adattano perfettamente allo stato d'animo e alla situazione contingente dei personaggi, toccando a volte picchi emozionanti che non sfigurerebbero in musical più "seri". Per la prima volta in anni mi sono ritrovata a ridere di cuore e a continuare a farlo per parecchi minuti grazie alla geniale Good Afternoon, sicuramente la mia canzone preferita, ma tutti gli altri numeri musicali valgono la visione, sono ben realizzati a livello di scenografie e luci (senza contare che spesso sono molto metacinematografici!) e ancor meglio eseguiti da attori e ballerini, forse con l'unica eccezione di Octavia Spencer che, povera stella, era palesemente alla sua prima prova come cantante e lascia trasparire tutte le difficoltà affrontate. Un piccolissimo neo che non inficia assolutamente la visione di Spirited e che, anzi, rende ancora più tenero il suo personaggio, l'unico (assieme allo scazzatissimo Marley di Patrick Page) a non farsi fagocitare dalla verve dei due protagonisti. Augurandovi un Good Afternoon, vi invito quindi a vedere il film il prima possibile, senza perdervi i titoli di coda, che contengono uno splendido numero musicale "scartato"!


Del regista e co-sceneggiatore Sean Anders ho già parlato QUI. Will Ferrell (Presente), Ryan Reynolds (Clint Briggs), Octavia Spencer (Kimberly), Tracy Morgan (voce originale di Futuro), Rose Byrne (Ms. Blansky), P.J.Byrne (Mr. Alteli) e Judi Dench (Judi Dench) li trovate invece ai rispettivi link.

Sunita Mani interpreta Passato. Americana, ha partecipato a film come Si salvi chi può!, Evil Eye, Everything Everywhere All at Once e a serie quali Mr. Robot e GLOW. Anche sceneggiatrice, ha 36 anni e un film in uscita. 


Se Spirited vi fosse piaciuto recuperare S.O.S. Fantasmi, Il Grinch e Elf. ENJOY!

Se vuoi condividere l'articolo