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martedì 22 aprile 2025

Death of a Unicorn (2025)

Martedì scorso sono andata a vedere Death of a Unicorn, diretto e sceneggiato dal regista Alex Scharfman, un film che mi aveva ispirata fin dal trailer.


Trama: Elliot e la figlia Ridley investono per sbaglio un unicorno durante il viaggio verso lo chalet di montagna di Odell, ricchissimo proprietario di un'azienda farmaceutica. Il magnate vorrebbe sfruttare i poteri dell'animale per soldi, ma non ha fatto i conti con gli altri unicorni...


Death of a Unicorn
è una commedia horror talmente semplice che potrebbe averla scritta un ragazzo dell'età della Ortega, non a caso nume tutelare dell'intera operazione. Ciò non vuol dire che Death of a Unicorn sia brutto, ma uno dalla A24 si aspetta sempre qualcosa di arguto, un po' artsy, un'innovazione del genere, mentre il film scritto e diretto da Alex Scharfman è un'opera prima talmente lineare che parrebbe tagliata con l'accetta. All'interno della sceneggiatura c'è un bel miscuglio di cliché che altrove, persino di recente, sono stati sfruttati per cose ben più originali. Innanzitutto, abbiamo un rapporto padre-figlia tempestoso, tipico di due generazioni che non si incontrano e di due persone alle quali è venuto meno il collante incarnato da una madre morta da poco di tumore; la giovane Ridley è piena di ideali altruisti, frequenta l'accademia di belle arti, è "alternativa", mentre papà Elliot è un'avvocato che, per non far mancare nulla alla figlia, mette da parte ogni scrupolo morale onde spillare più soldi possibili ai terribili Leopold (ma, fondamentalmente, è una persona buona). I Leopold, invece, sono abietti. A capo di un impero farmaceutico, sembrano usciti da un cartone animato e si presentano con diversi gradi di stronzaggine e stupidità; ovviamente, appena l'unicorno finisce nelle loro mani, l'unico loro pensiero è fare dei gran soldoni con le proprietà taumaturgiche e magiche del corno e del sangue dell'animale, aggiungendo in mezzo qualche extra personale, come un'accennata speranza di vivere in eterno. Death of a Unicorn, date le premesse, si snoda come un racconto di riconciliazione tra padre e figlia incrociato ad una critica verso il capitalismo moderno, al quale si aggiunge l'aspetto creature feature degli unicorni assassini. A tal proposito, l'aspetto davvero interessante del film, forse l'unico, è l'idea di sfruttare le conoscenze artistiche di Ridley per rivelare la vera natura degli unicorni, non così pucciosi come uno si aspetterebbe, ma per una buona riuscita dell'operazione, l'ideale sarebbe stato abbracciare un'anima di serie B tendente al trash e lasciare che gli animali si abbandonassero alle mattanze più sfrenate e assurde. Qualche bella morte c'è, non lo nego (anche se le crudeltà vengono riservate più all'unicorno che agli esseri umani!) ma è tutto molto trattenuto, un po' patinato, di conseguenza anche la parte di commedia satirica ne risente, rivelandosi meno graffiante di quanto avrei sperato.


Come ho scritto sopra, Death of a Unicorn è un'opera prima, quindi Alex Scharfman avrà tutto il tempo di stupirci più avanti, e dietro la macchina da presa dimostra di non essere proprio interdetto, per il modo efficace con cui centellina le apparizioni degli unicorni, sfruttando ombre e primi piani di dettagli inquietanti (muso e zoccoli in primis), senza affidarsi a jump scares d'accatto. Purtroppo, poi, gli unicorni si devono vedere, e la CGI, come troppo spesso succede, non collabora, soprattutto nelle sequenze più dinamiche ed illuminate, dove le bestiole sembrano appiccicate a un fondale, finte come i soldi del Monopoli. Va un po' meglio quando si tratta di riprese statiche o ravvicinate, fermo restando che l'unicorno più realistico è il puledrino, degli altri due non ho apprezzato granché nemmeno l'aspetto, visto che sembrano usciti da un videogame. Per quanto riguarda gli attori, il lavoro di casting è la vera eccellenza di Death of a Unicorn, perché ad ogni interprete è stato affidato un ruolo che gli calza come un guanto. A tal proposito, si può dire che tutti sono bravi ma nessuno brilla particolarmente, forse perché ognuno ripropone le caratteristiche che più gli si confanno, ma una menzione speciale la merita l'esilarante interazione tra Will Poulter e Anthony Carrigan. Il primo lo conoscevo, ed è perfetto per vestire i panni di un ricco figlio di papà che vorrebbe portare i pantaloni del capo invece è un povero cretino, mentre il secondo è una faccia per me nuova e, nel film, interpreta il tuttofare da richiamare con uno schiocco di dita; la dinamica servo-padrone regala momenti di vero divertimento e genuine risate, soprattutto quando il povero, vessato Griff si renderà conto che la dedizione a un lavoro odioso non vale la sopravvivenza. Ho poco altro da dire su questo Death of a Unicorn, horror di facile consumo per una serata con qualche sporadico brivido e abbastanza divertimento da risultare adatto anche ai ragazzini che si approcciano al genere per le prime volte. Ma da una produzione A24 mi aspettavo qualcosa di più.


Di Jenna Ortega (Ridley), Paul Rudd (Elliot), Richard E. Grant (Odell), Will Poulter (Shepard), Sunita Mani (Dr. Bhatia) e Steve Park (Dr. Song) ho già parlato ai rispettivi link.

Alex Scharfman è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, ha lavorato principalmente come produttore.


Téa Leoni
interpreta Belinda. Ex moglie di David Duchovny, la ricordo per film come Nei panni di una bionda, Ragazze vincenti, Deep Impact e The Family Man; inoltre, ha partecipato a serie come Santa Barbara e X-Files. Americana, anche produttrice, ha 59 anni e un film in uscita. 



mercoledì 24 maggio 2023

Guardiani della Galassia Vol. 3 (2023)

Con tutta la calma del mondo, domenica sono finalmente andata a vedere Guardiani della Galassia Vol. 3 (Guardians of the Galaxy Vol. 3) diretto e sceneggiato dal regista James Gunn.


Trama: mentre Quill cerca ancora di riprendersi dal ritorno di Gamora e gli altri Guardiani della Galassia rimettono a posto Knowhere per renderlo la loro nuova casa, una minaccia dal passato di Rocket rischia di distruggere ogni cosa...


E così, James Gunn se n'è andato. Dopo alterne vicende che non starò qui a riassumere, il creatore dei Guardiani della Galassia cinematografici, ovvero l'unico Autore in grado di imprimere un minimo di personalità a una saga costretta necessariamente a confluire all'interno di un affresco più grande, ha trovato casa alla DC, come capo dei DC Studios. Grandissima perdita per l'MCU, se chiedete a me. Ovviamente, non starò qui a glorificare Gunn, e in tutta sincerità posso affermare che dimenticherò anche Guardiani della Galassia Vol. 3 nel giro di un mese o due, come del resto ho fatto con i suoi predecessori, ma mi sento anche di dire, altrettanto sinceramente, che il suo ultimo atto d'amore verso i Guardiani svetta rispetto alla merda che abbiamo dovuto inghiottire dopo il Doctor Strange di Raimi. Gunn ama i suoi personaggi e si vede; senza fare troppi spoiler, il regista è riuscito a chiudere il discorso cominciato nel 2014 con ogni singolo Guardiano e con l'idea di Famiglia, di quella misteriosa entità che riconosce ed accoglie chi si affida a lei, non importa quanto sia strano od imperfetto. Non è un caso che Thor sia stato calcioruotato fuori da quella stessa Famiglia, dove hanno cercato di infilarlo a forza per un periodo, perché lo spirito goliardico di Gunn non è lo stesso di Taika Waititi, che ha trasformato i personaggi in stupidi balocchi buoni solo per far ridere (a volte, neanche sempre) e si è abbandonato a vuoti esercizi di stile tamarri. Gunn è sempre stato bravo a raccontare storie, per quanto strane, e a farci affezionare ai suoi personaggi, e qui gioca delle carte molto crudeli per coinvolgerci nelle vicende di chi è stato letteralmente plasmato nel dolore e nella perdita, e che indossa da sempre una maschera di cinico o buffone per evitare che qualcuno possa anche solo avvicinarsi per cercare di riaprire ferite profondissime. Quindi si, ci si commuove parecchio guardando Guardiani della Galassia Vol. 3, e più che il sorriso strappato dai "soliti" Drax o Kraglin, dalla new entry Adam o da piccole, grandi guest star (ma ciao Nathan!), conta la catarsi offerta da sequenze violentissime di vendetta disperata, chiamate a forza da uno dei villain più odiosi e bastardi della storia del MCU.


Il mood di Guardiani della Galassia Vol. 3, d'altronde, viene stabilito fin dall'inizio, introdotto dalle note di una Creep versione acustica che già da sola è riuscita a magonarmi, e in diversi momenti, non solo alla fine, il film lascia allo spettatore quella sensazione di "crescita" ed abbandono, dolorosi ma positivi, che già avevo apprezzato col terzo capitolo di Toy Story (sempre per rimanere in ambito Disney. E mi auguro, con tutto il rispetto, che non esca MAI un Guardiani della Galassia vol. 4, perché vanificherebbe molti risultati raggiunti da questo film). Nonostante ciò, Gunn non dimentica di stare realizzando un film d'azione ambientato nello spazio e, lasciato più o meno a briglia sciolta, il regista si scatena. Le ambientazioni hanno delle scenografie interessanti e anche un po' schifosette (soprattutto il pianeta organico sede della Orgocorp), la varietà di pianeti ed il bestiario presenti nel film denotano una fantasia ed una cura sempre più rare da trovare all'interno di pellicole che ormai puntano solo ad aumentare il numero di personaggi titolari da sfruttare per eventuali serie streaming, e le sequenze d'azione sono uno spettacolo. Particolarmente notevoli, a livello di coreografia e pathos, sono quella iniziale che vede l'attacco di Adam, il finto piano sequenza sulle note di No Sleep Till Brooklin, e il delirio che coinvolge le bestie più pericolose dell'Alto Evoluzionario, a proposito del quale mi andrebbe di spendere due parole di elogio anche per Chukwudi Iwuji (attore mai visto né conosciuto prima, mannaggia), che interpreta a briglia sciolta un personaggio folle, spietato, senza alcuna possibilità di redenzione. Il resto del cast, non me ne vogliate, fa il suo senza che qualcuno svetti su altri, e per quanto mi riguarda in Guardiani della Galassia Vol. 3 non c'è nulla e nessuno che possa eguagliare lo sguardo triste e ferito di un procione interamente creato in CGI... forse giusto dei procionetti ancora più piccoli. O forse Sly, chi lo sa. Nonostante ciò, mi mancheranno tutti, belli e brutti, quindi See you, space cowboys: ovunque vi porterà la continuity del MCU, il viaggio con Gunn è stato molto bello e, per quanto mi riguarda, il regista lascerà di sé solo un bel ricordo!


Del regista e sceneggiatore James Gunn (che doppia Lamb-Shank, il mostrillo liberato da Mantis) ho già parlato QUI. Bradley Cooper (voce originale di Rocket), Dave Bautista (Drax), Karen Gillan (Nebula), Vin Diesel (voce di Groot), Sean Gunn (Kraglin/Giovane Rocket), Chris Pratt (Peter Quill/Starlord), Will Poulter (Adam Warlock), Linda Cardellini (voce di Lylla), Elizabeth Debicki (Ayesha), Judy Greer (voce di War Pig), Sylvester Stallone (Stakar Ogord), Michael Rosenbaum (Martinex), Zoe Saldana (Gamora), Nathan Fillion (Master Karja), Michael Rooker (Yondu), Gregg Henry (Nonno Quill) e Seth Green (voce di Howard il Papero) li trovate invece ai rispettivi link.

Pom Klementieff interpreta Mantis. Canadese, la ricordo per film come Guardiani della Galassia Vol. 3, Avengers: Infinity War, Avengers: Endgame, Diamanti grezzi, The Suicide Squad - Missione suicida, Thor: Love and Thunder e The Guardians of the Galaxy: Holiday Special. Anche sceneggiatrice, ha 37 anni e due film in uscita, Mission: Impossible - Dead Reckoning - Parte uno e due.


Maria Bakalova, che presta la voce a Cosmo, era stata candidata all'Oscar come Miglior Attrice Non Protagonista per Borat - Seguito di film cinema, dove interpretava la figlia di Borat. Nel film compare anche Lloyd Kaufman, in un ruolo citato come Gridlemop. Guardiani della Galassia vol.3, ovviamente, segue Guardiani della Galassia vol. 1 e vol. 2, oltre al The Guardians of the Galaxy: Holiday Special; per dovere di completezza, però, dovreste aggiungere anche Avengers: Infinity War, Avengers: Endgame, Thor: Love and Thunder e la serie animata Io sono Groot (trovate tutto su Disney +) ENJOY!


mercoledì 31 luglio 2019

Midsommar - Il villaggio dei dannati (2019)

Era uno degli horror che aspettavo di più quest'anno, ovviamente a Savona non è uscito e così lunedì sono emigrata a Genova per vedere Midsommar - Il villaggio dei dannati (Midsommar), diretto e sceneggiato dal regista Ari Aster.


Trama: quattro ragazzi e una ragazza partono per un viaggio in Svezia, diretti in un piccolo villaggio dove ogni 90 anni si tengono i festeggiamenti di mezza estate. Inutile dire che il biancore abbacinante e la gentilezza degli abitanti nascondono turpi segreti...


Aiuto. Ero convinta che sarei uscita dal cinema rigirandomi in testa una recensione piena di belle parole, invece Midsommar si è rivelato uno di quei film infingardi di cui non si può parlare male ma nemmeno bene, quindi il post sarà difficilissimo da scrivere. Partiamo con i punti di forza, ché fino alla metà del secondo tempo Midsommar rischiava di essere davvero il film dell'anno. Ari Aster, come già in Hereditary, sceglie fin dall'inizio di non fare sconti allo spettatore e apre Midsommar con una sequenza cupissima, ad alto tasso di tachicardia, che costruisce la tensione fino allo spasimo per poi distruggerla con un urlo e un pianto disperati. L'inverno, per la giovane Dani, non è mai stato così freddo e oscuro, e il suo ragazzo, Christian, non è in grado di sostenere se stesso figuriamoci lei. "Uomo" senza spina dorsale, Christian è pronto per partire per la Svezia assieme a tre amici, per una vacanza a base di sballo, sesso e sì, anche studio, eppure alla fine decide di portarsi dietro anche Dani mosso dai sensi di colpa, imponendo la presenza della fanciulla agli amici perplessi e scoglionati, benché ormai non la ami più chissà da quanto. La Svezia accoglie i quattro con un'esplosione di calore e bellezza (ma quella ripresa capovolta ci segnala che i ragazzi stanno entrando in un mondo altro, inquietante e pericoloso), tra natura rigogliosa, colori sgargianti e sostanze psicotrope; la comune in cui è cresciuto Pelle, uno dei quattro ragazzi, è un luogo dove la gente è amichevole e serena, forse un po' strana e cresciuta nel culto di riti pagani ma hey, nessuno è perfetto. Lo stato d'animo di Dani si rispecchia perfettamente nella percezione dello spettatore e il suo punto di vista diventa il nostro; per motivi diversi da quelli della fanciulla ancora traumatizzata da un recente lutto, non riusciamo a fidarci di quelle immagini di geometrica precisione e biancore perfetto, cerchiamo la dissonanza e l'oscurità all'interno di una fotografia perfetta, che restituisce colori vivissimi, sui quali spicca l'azzurro del cielo, il bianco delle vesti degli abitanti e il giallo di un tempio dove non si può entrare, accogliamo i brividi che ci mandano giù per la schiena degli affreschi e dei quadri dal sapore medievale che, in sostanza, raccontano tutto il film e contengono il destino dei protagonisti. Aspettiamo, come Dani, che succeda "qualcosa" e quando questo succede rimaniamo scioccati e disgustati ma, lo stesso, non possiamo andarcene né distogliere lo sguardo e tutto comincia a sfuggirci tra le dita, perso in una danza vorticosa e uno stato di allucinazione costante: amore, amicizia, inibizioni, sanità mentale, tutto si perde nella bianca luce di un giorno perenne che nasconde sguardi maliziosi e orrori indicibili, il tutto subordinato a quel perverso desiderio propiziatorio di rinnovamento e rinascita  che era già il fulcro di un capolavoro come The Wicker Man. Insomma, una meraviglia, l'ennesima dimostrazione di quanto Ari Arter ci sappia fare sia dietro la macchina da presa sia dietro quella da scrivere. Ma qui, proprio qui, casca l'asino.


Da un certo punto in poi la fascinazione e il brivido dell'attesa si trasformano in perplessità e noia. Giuro, ho detto noia. Uno spettatore un minimo scafato sa benissimo dove vuole andare a parare Midsommar: l'inverno lascerà lo spazio alla primavera, in maniera sicuramente poco ortodossa, ve lo concedo, e chi una famiglia non l'ha mai avuta si ritroverà a dover stralciare legami inutili per affidarsi completamente a chi non abbandona nessuno del "branco", dall'inizio alla fine della sua vita, abbandonandosi così alla locura di Borisiana memoria. Tutto molto bello, ma bastavano mezz'ora di riti pagani in meno, senza arrivare a trasformare, già al secondo film, The Wicker Man in quella castroneria di The Wicker Tree. Nel precipitare di eventi che porta al finale di Midsommar, Ari Aster sbraga, non c'è altro modo di dirlo, perde totalmente il controllo della sua creatura e comincia, scusate la volgarità, a spippettarsi davanti allo specchio sconfinando in un trash e in un camp che nemmeno Aronofsky in Madre! (o Noé in Climax, o Refn in The Neon Demon, o Guadagnino in Suspiria, aggiungete quel che volete e contate che ho adorato tre sui quattro film citati). Anche perché, diciamolo, Aronofsky (prendo a esempio lui perché forse è il più eclatante) non ti dava il tempo di perplimerti: come un novello Kenshiro, ti colpiva ripetutamente strillando fino a farti esplodere la capoccia, mentre Aster strilla e basta ma sostanzialmente a un certo punto smette di sfiorarti. Anzi, le donne svedesi strillano, strillano assieme a Florence Pugh e io capisco tutto, capisco l'empatia e il significato di quegli strilli in cacofonia, ché non sono scema, ma quando mezza sala scoppia a ridere e a mia volta (io, che notoriamente ODIO chi scoppia a ridere durante una scena seria) mi ritrovo costretta a portare la mano alla bocca per non fare altrettanto, annuendo indulgente tra uno strillo e l'altro, capisco anche che c'è qualcosa che non va. Ma perché indulgere per dieci minuti buoni sul primo piano sconvolto di Jack Reynor, attorniato da signore urlanti, in procinto di fare "quella cosa" (SPOILER: quando la tizia gli urla in faccia sul più bello e lui la guarda come a dire "cazzovoi?" sono morta. Era troppo anche per me.), perché costringere Florence Pugh a quel zappino scoglionato che non palesa tristezza, pare proprio stia pensando "me' cojoni!"? Perché ammorbare lo spettatore con infiniti riti pagani che va bene, ho capito, bella la fotografia, la costruzione della scena, il folklore, i fiorellini, le signorine con le fiaccole ma anche basta? E soprattutto: perché doppiare OGNI vecchio della comune come un povero rincoglionito? Anche lì, ho faticato, eh, a non scoppiare a ridere nel momento di tensione massima.


Insomma, sono triste. Lo sono perché Midsommar è splendido e io non volevo parlarne male, anche perché come si fa a parlar male di un horror girato completamente alla luce del sole, nel paese virtualmente più bello del mondo, un film che propone al pubblico un modo di vivere deprecabile ma anche, sotto sotto, seducente e consolatorio, soprattutto per chi non ha più nulla da perdere nella vita? Come si fa a non volergli bene con quella colonna sonora bellissima e angosciante? Come si fa a non apprezzare soluzioni grandguignolesche gettate in faccia allo spettatore manco fossero caramelle? Riguarderò Midsommar, lo farò. Voglio capirlo meglio, voglio vedere quante delle cose tagliate in fase di montaggio (pare almeno mezz'ora di girato eliminato per ottenere un NC-17 dalla MPAA) avrebbero potuto farmi entusiasmare maggiormente, voglio vederlo nel silenzio della mia casetta in solitudine, magari quando sono anche un po' depressa. Sono sicura che a una seconda visione mi libererò da questa odiosa coltre d'ignoranza che mi pesa addosso come un macigno. Ora come ora, e mi vogliano perdonare tutti i cVitici blasonati, i cinèfili dell'internet e gli amici che di cinema ne sanno molto più di me, Midsommar mi è sembrato un The Wicker Man in cui a un certo punto è entrato di corsa Nicolas Cage inseguito dalle fottutissime api per farmi una delle sue faccette e scappare via ridendo come un pazzo. Insomma, non si fa così, e che diamine.


Del regista e sceneggiatore Ari Aster ho già parlato QUI. Jack Reynor (Christian) e Will Poulter (Mark) li trovate invece ai rispettivi link.

Florence Pugh interpreta Dani. Inglese, ha partecipato a film come Lady MacBeth e L'uomo sul treno. Ha 23 anni e due film in uscita, Piccole donne e Black Widow.


Se Midsommar - Il villaggio dei dannati vi fosse piaciuto recuperate il pluricitato e mai troppo osannato The Wicker Man e magari anche Apostolo. ENJOY!


martedì 28 novembre 2017

Detroit (2017)

Nonostante la distribuzione scarsa è arrivato miracolosamente a Savona Detroit, l'ultimo film della regista Kathryn Bigelow. Visto il bene che ne diceva Alessandra non potevo assolutamente lasciarmelo scappare e ora mi ritrovo a non sapere cosa scrivere di uno dei film più belli dell'anno.


Trama: Nel luglio del 1967 le tensioni razziali a Detroit hanno ormai dato origine a violenza, incendi, razzie e persino omicidi, al punto che persino l'esercito è dovuto scendere in campo. In questo clima di follia e terrore, un gruppo di persone viene bloccato dalla polizia all'interno del Motel Algiers, dove si consuma uno degli episodi più neri della storia americana...



Mettiamo subito le carte in tavola. Non ho la competenza tecnica né le conoscenze necessarie a parlare come si deve di un film come Detroit (Ce le ha Lucia però e vi invito a leggere il suo post QUI, su Il Giorno degli Zombi). Non mi sento in grado di spiegare perché mi è sembrato che Kathryn Bigelow "dirigesse come un uomo", come se le registe donne dovessero per forza di cose essere dei fiori delicati capaci solo di realizzare film da salotti per bene, eppure mi sono ritrovata spesso a pensare "Cristo, questa donna ha le palle". Ha le palle e la facoltà di annullare il gender, se mi si passa il termine ormai stra-abusato, e anche il genere, ché Detroit è una di quelle pellicole impossibili da etichettare: dramma storico è una definizione troppo restrittiva, visto che la Bigelow fin dall'inizio si inoltra nei territori del war movie, del documentario, del torture porn, dell'horror, persino del legal drama, in una chiosa finale talmente asciutta e definitiva da avere lo stesso effetto di un pugnale conficcato nel petto dello spettatore già abbastanza provato. La Bigelow è una donna che non ha paura di prendere la cinepresa, anzi, più cineprese, ed entrare nel cuore dell'azione, creando tensione anche solo inquadrando un gesto, uno sguardo, una strada vuota che a poco a poco si riempie di gente incazzata, una mano che scende a palpeggiare annullando in un momento tutta la dignità di una persona; è una donna capace di gestire al meglio sia le scene corali sia quelle individuali, la bellezza di un paio di numeri musicali assolutamente necessari così come il crudo orrore di una pistola puntata alla tempia per scherzo, l'allegria di una serata come tante e la tensione costante appena fuori da un'oasi apparentemente felice. Ecco, la tensione. Detroit è impastato di tensione, è una bomba pronta ad esplodere sempre, anche nei momenti apparentemente più tranquilli, è un film che dura quasi tre ore eppure fila via liscio come se fossero solo una. Non che alla fine lo spettatore non le senta tutte, anzi. Proprio per questo costante clima di terrore e paranoia presente in ogni singola scena, Detroit annichilisce chi ha il coraggio di affrontarlo con un terrificante "effetto Diaz" di cui in molti, sicuramente, avranno già parlato, eppure secondo me la Bigelow riesce ad andare ancora oltre Vicari e non solo per quel che riguarda la pura tecnica. Laddove Diaz raccontava un incubo vicino nel tempo e nei luoghi, quindi "fresco" e comprensibile da chiunque avesse un minimo di sensibilità umana (ciò non vale per te, povero coglione, che hai urlato "dovevano dargliene di più"), Detroit presuppone uno sforzo ulteriore a cui va incontro giusto un minimo d'introduzione necessaria a fare capire come negli anni '60 la città che da il titolo al film fosse una zona di guerra fatta e finita.


Kathryn Bigelow, donna, bianca, classe 1951, annulla tempo e differenze di razza e classe sociale per raccontare un dramma universale concretizzato in un eclatante, vergognoso episodio di violenza, razzismo e paranoia che assurge a simbolo di un disagio ben più grande e diffuso. Non segna un solco per terra, dividendo buoni da cattivi (ché la stupidità ed arroganza di molte delle "vittime" è palese, così come la necessità di un controllo militare all'interno di una situazione incontrollabile e il ricorso all'uso della violenza "istintiva" da persone poste sotto un regime di stress continuo terrorizzate per la propria vita) ma con poche sequenze ci introduce nelle vite di tutti i coinvolti, tratteggiando psicologie e situazioni personali senza incappare nel dramma tout court o nel didascalismo a tutti i costi; anzi, la sequenza iniziale, a onor del vero, è anche illusoria in quanto da ad intendere allo spettatore ignorante una risoluzione positiva della vicenda, un vento di cambiamento che in realtà non è mai arrivato, non per quelle persone almeno. E così, io spettatrice donna, bianca, classe 1981, sono finita a ritrovarmi nei panni di un manipolo di ragazzi di colore colpevoli solo, come ho detto sopra, di essere giovani e stupidi, di un omone colpevole solo di voler la pace a tutti i costi pur essendo in una situazione di palese svantaggio e di due ragazze convinte di vivere un'epoca di libertà anche sessuale e che invece si sono trovate davanti dei burini sadici; mi sono sentita impotente davanti a chi impugna una pistola e ha un distintivo, impotente come chi viene trattato come un criminale e sfidato a compiere gesti da criminale perché "negro", ché tanto prima o poi verrò beccato in flagranza di reato quindi tanto vale farlo subito. Ho subito lo schifo di umiliazioni verbali e corporali, ho desiderato lasciare la sala per non vedere e l'immedesimazione è aumentata ancora di più perché mi muoveva lo stesso desiderio di quei poveri cristi messi al muro, ho sperimentato l'orrore definitivo di non veder riconosciuta giustizia in quanto davanti a me non c'erano "miei pari" ma semplicemente un branco di bifolchi razzisti (che porco schifo spero guardino il film e si vergognino in saecula saeculorum se sono ancora vivi e non sottoterra dopo una vita di sofferenze come invece mi auguro); ho visto sogni infranti, la paura di tornare a vivere ancora, la necessità di abbandonare casa, amici e lavoro per paura di finire ammazzati o peggio. Soprattutto, anche davanti all'onestà di una didascalia che sottolinea la natura di ricostruzione romanzata dell'intera vicenda, ho amato la Bigelow per aver reso in qualche modo giustizia a persone realmente esistite e finite quasi nel dimenticatoio, il modo in cui attraverso un film ha cercato di a trasmettere allo spettatore anche una minima parte della sofferenza e della paura che sicuramente hanno ammorbato i loro ultimi istanti di vita. Potrei aggiungere due righe sugli attori, tutti bravissimi (Poulter è terrificante, roba da causare incubi la notte, ma è difficile dimenticare lo sguardo di Algee Smith o l'incredulità di John Boyega) ma sinceramente, come ho scritto all'inizio, scrivere di Detroit per me è molto difficile. Succede, quando un film ti entra sotto la pelle e ti manda all'aria cuore, stomaco e cervello trascinandoti in un vortice di paura, rabbia, frustrazione, vergogna e pena infinita.


Della regista Kathryn Bigelow ho già parlato QUI. John Boyega (Dismukes) e Anthony Mackie (Greene) li trovate invece ai rispettivi link.

Will Poulter interpreta Krauss. Inglese, ha partecipato a film come Le cronache di Narnia - Il viaggio del veliero, Revenant - Redivivo e War Machine. Anche sceneggiatore e produttore, ha 24 anni e un film in uscita.


Hannah Murray interpreta Julie. Inglese, ha partecipato a film come I segreti della mente, Womb, Dark Shadows e alla serie Il trono di spade. Ha 28 anni.


Jack Reynor interpreta Demens. Americano, ha partecipato a film come Macbeth e Sing Street. Anche produttore, ha 25 anni e tre film in uscita.


Se Detroit vi fosse piaciuto recuperate Diaz. ENJOY!




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