mercoledì 10 ottobre 2018

Apartment 143 (2011)

Qualche sera fa mi è capitato di vedere Apartment 143 (Emergo), diretto e co-sceneggiato nel 2011 dal regista Carles Torrens.


Trama: un trio di scienziati viene invitato da un vedovo padre di due figli in una casa apparentemente infestata, per cercare di capire cosa perseguiti la famigliola.



Questa sarà una recensione brevissima perché Apartment 143 non spicca né per bellezza, né per bruttezza, men che meno è interessante. Gli ho dato una chance perché di Torrens ricordavo un divertente episodio di The ABCs of Death 2.5 e, soprattutto, il bellissimo Pet, ma fin dall’inizio ho capito che stavolta mi sarei trovata davanti l’ennesimo emulo di Paranormal Activity a base di telecamere nascoste, riprese in soggettiva, finti mockumentary e roba che si muove di notte all’improvviso. In due parole, un film di una banalità incredibile e di una noia mortale. Dire che non succede nulla è riduttivo, i due jump scare che ci sono in tutta la pellicola non fanno nemmeno saltare sulla sedia (anche perché, nell’attesa che arrivino, subentra la letargia) e per il resto i personaggi si limitano ad indagare e parlare del più e del meno fino agli ultimi dieci minuti, nei quali si concentra l’azione “tosta”, come spesso accade in questo genere di film. Apartment 143 ha solo una particolarità, ovvero quella di tenere fede alla sua natura di indagine scientifica fino all’ultimo. Gli scienziati protagonisti, infatti, agiscono in modo da escludere sistematicamente la presenza di entità paranormali, partendo dal presupposto che i fantasmi non esistono, e cercano altre spiegazioni agli inquietanti fenomeni che si manifestano nella casa; il risultato è un film che si appoggia parecchio sui dialoghi, atti a sviscerare le problematiche della famiglia e il cupo passato che ne turba i membri, e sulle inquadrature di particolari strumenti di misurazione opportunamente “censurati”, quasi che Apartment 143 sia stato realizzato per il pubblico dagli stessi scienziati, desiderosi di mantenere la privacy sui loro metodi. Un po’ poco per elevare Apartment 143 dall’infinito novero degli horror mediocri e mi fa quasi strano pensare che sia una produzione spagnola e non americana, ma tant’è. Vi capitasse sotto mano evitatelo!


Del regista Carles Torrens ho già parlato QUI.

Kai Lennox interpreta Alan White. Americano, ha partecipato a film come Allarme rosso, Boogie Nights - L'altra Hollywood, Starship Troopers - Fanteria dello spazio, Pleasantville, Rush Hour - Due mine vaganti, Hitchcock, Green Room, Equals e a serie quali E.R. Medici in prima linea, Grey's Anatomy, Bones e Dr. House. Ha un film in uscita.


A interpretare Caitlin c'è la giovane attrice Gia Mantegna, figlia dell'attore Joe Mantegna. Detto questo, se Apartment 143 vi fosse piaciuto, consiglio il recupero della saga Paranormal Activity, Le origini del male e The Atticus Institute. ENJOY!

martedì 9 ottobre 2018

Venom (2018)

Venerdì sera, trascinata dal Bolluomo e con uno scazzo epico davanti alla coda di adolescenti in visibilio, sono andata a vedere Venom, diretto dal regista Ruben Fleischer.


Trama: durante un'indagine, il giornalista Eddie Brock viene in contatto col simbionte alieno Venom e la sua vita cambia per sempre...



Come sanno gli amici di Facebook, la mia avventura con Venom non è cominciata proprio benissimo. Dopo la coda estenuante, siamo finiti in QUARTA FILA, ovviamente mica al centro, eh no. In più, almeno un esponente dell'accozzaglia di millenials presenti in sala puzzava come un cataletto, ma roba che probabilmente 'sta creatura non ha mai visto la doccia. Io sono schizzinosa solo quando si tratta di cimici ma stavolta ho dovuto gettare la spugna e guardare l'intero film col naso tappato, respirando con la bocca. Con lo scazzo a mille, molto probabilmente ho SUBITO Venom invece di guardarlo, però il risultato a mio avviso cambia poco, ché il film di Fleischer è qualcosa che trasuda brutti anni '90 fin dalle prime sequenze, un ibrido creato da un folle tra il vecchio Spawn The Mask, pellicola quest'ultima di cui Venom ricalca pedissequamente più di una sequenza, al punto che a un bel momento mi sarei aspettata di vedere Eddie Brock "uccidere" i nemici sulle note di Cuban Pete. Razionalmente, potrei dire che Venom è un film "normale", quasi banale, né meglio né peggio dei puntuali compitini Marvel che arrivano come riempitivo tra un Avengers e l'altro (salvo Guardiani della Galassia); come dicevano in The Rocky Horror Picture Show, "I expected nothing and I had that... in abundance!", anche perché a me lo Spiderverse e Venom in particolare non sono mai interessati dunque non potrei nemmeno urlare al vilipendio del personaggio, che del villain ho giusto qualche vecchio ricordo non mutuato da Spider-Man 3 (mai visto). A tal proposito, sinceramente mi sarei aspettata una creatura ben più malvagia, non un simbionte tanto buonino che arriva al punto di dare saggi consigli d'amore al suo ospite o a battibeccare con lui come nemmeno nelle peggiori sequenze di Thor: Ragnarok, toccando l'apice del disagio confessando di essere lo "sfigato" della razza di appartenenza. E allora, ospite e simbionte fanno davvero una bella coppia visto che Eddie Brock è stato caratterizzato come poco più astuto di uno Stanley Ipkiss qualsiasi, il tipico giornalista sensazionalista alla Striscia la notizia che, una volta privato del suo status dal riccone di turno, vaga clueless per le strade della città a rimediare figure di tolla finché l'altrettanto sfigato Venom non comincia ad utilizzarlo come EdgarAbito, maledicendolo con una blandissima necrosi quasi totale degli organi interni in cambio della possibilità di fare una vita che wow!, levàti! Brutto citare nuovamente The Mask ma giuro che la trama è identica dall'inizio alla fine (c'è persino il cane simbionte), con la piccola differenza che Ipkiss sul finale capiva di non aver bisogno della maschera per essere figo mentre Brock rimane ancorato alla sua fondamentale inutilità e niente, serve materiale per un secondo Venom e per giustificare l'imbarazzante scena post credit che vede sprecato uno dei più grandi attori di sempre in virtù probabilmente della sua amicizia con Fleischer.


Ma ciò che più mi ha infastidito, ciò che davvero mi faceva alzare ogni volta gli occhi al soffitto maledicendo di non essere io stessa simbionte per falcidiare tutti i presenti in sala, è il potenziale sprecato. L'inizio di Venom è una sorta di Alien meets L'alieno, col simbionte che passa da un corpo all'altro sfruttando parecchi topos del body horror "psicologico", quello che non porta lo spettatore a vomitare le sue stesse interiora ma che comunque lo inquieta lo stesso. Ovviamente, tutto ciò viene mandato in vacca in tempo zero, con una sceneggiatura disonesta combinata col terribile spauracchio del PG-13. Davvero, non potevano i realizzatori giocare tutto sul sottilmente inquietante, sulla possessione, sull'incapacità di avere il controllo del proprio corpo invece di sottolineare la fame perenne di Venom, il suo desiderio di staccare teste... reso sullo schermo senza nemmeno UNA goccia di sangue? No, ragazzi, allora. Qui non abbiamo Thanos che schiocca le dita e puff!, la gente sparisce, abbiamo MOSTRI con le zanne che divorano teste e impalano persone con propaggini organiche, non puoi renderlo nella maniera più asettica possibile, come se stessimo parlando di noccioline. Non puoi privare lo spettatore, anche il più giovane, dell'ORRORE della cosa, perché Mombi in Nel fantastico mondo di Oz collezionava teste senza mostrarci una singola goccina di sangue ma Cristo se anche il più stupido dei bambini capiva le implicazioni della questione e non ci dormiva la notte, invece qui il risultato è "Venom mangia le teste? Ah, beh, sticazzi", che è il punto di non ritorno di una desensibilizzazione spaventosa. A ciò va aggiunta la voce di Venom. Ho controllato su Wikipedia perché ad un certo punto ho creduto che il doppiatore italiano del killer in Scary Movie fosse lo stesso di Venom, invece abbiamo da una parte Pino Insegno in un film comico e dall'altra Adriano Giannini in un... beh, in un film comico? Non si spiegherebbe altrimenti perché Venom è garrulo e perculante, una sorta di maggiordomo innamorato della sua voce che a un certo punto si profonde persino in un entusiastico "benone!" che mi ha causato più di un conato di vomito, la parodia di un malvagio come la si sentirebbe in una puntata dei Simpson. Ma perché? E soprattutto: perché Michelle Williams a un certo punto vaga per il film vestita da collegiale? Ma anche: perché Tom Hardy recita col pilota automatico? E infine: perché qualcuno dovrebbe scegliere di andare a vedere questo Venom?


Del regista Ruben Fleischer ho già parlato QUI. Tom Hardy (Eddie Brock/Venom), Michelle Williams (Anne Weying), Riz Ahmed (Carlton Drake/Riot) e Woody Harrelson (Cletus Kasady) li trovate invece ai rispettivi link.


Stan Lee compare in un cameo piuttosto lungo all'interno del film, che è provvisto di due scene mid e post-credit: la prima è direttamente collegata alla trama della pellicola o comunque apre la via ad un sequel, la seconda invece è una sorta di trailer per Spider-Man: Un nuovo universo, di cui il Dottor Manhattan ha parlato QUA. Ovviamente, il film in questione non è legato a Venom così come, per ora, non lo sono Spiderman: Homecoming né tanto meno Spider-Man, Spider-Man 2 e Spider-Man 3, all'interno del quale compare Venom per la prima volta. Se Venom vi fosse piaciuto potreste considerare il recupero di Life: Non oltrepassare il limite, il quale per qualche tempo è stato creduto (erroneamente) un prequel di Venom. ENJOY!



domenica 7 ottobre 2018

Le avventure di Ichabod e Mr. Toad (1949)

Siccome il Bolluomo sta ri-studiando inglese e si aiuta leggendo qualche libro in lingua facile da comprendere, gli è capitato di avere sotto mano una riduzione de Il vento tra i salici e ciò ci ha portati a recuperare Le avventure di Ichabod e Mr. Toad (The Adventures of Ichabod and Mr. Toad), diretto nel 1949 dai registi James Algar, Clyde Geronimi  e Jack Kinney e tratto sia dal racconto di Kenneth Grahame che da La leggenda di Sleepy Hollow di Washington Irving.


Trama: il film è composto da due storie. La prima racconta le follie di Mr. Toad, ricco rospo che rischia di perdere la casa per la sua noncuranza, la seconda è incentrata sull'insegnante Ichabod Crane, donnaiolo e ambizioso ma anche tanto superstizioso e fifone...



Le avventure di Ichabod e Mr. Toad è l'ultimo film "a episodi" (quelli, per intenderci, simili per concetto a Saludos Amigos e I tre caballeros, giusto per citare quelli che ho visto anche io da bambina, realizzati durante la Seconda Guerra Mondiale o poco dopo, quando la Disney era sotto personale ed impossibilitata a produrre lungometraggi) prodotto dalla Disney prima di tornare ai lungometraggi con Cenerentola. Il fil rouge che lega le due storie narrate è la presenza di due iconici eroi letterari, inglese uno, americano l'altro, per il resto i due corti non potrebbero essere più diversi, sia per temi che per atmosfere. Nel primo facciamo la conoscenza di Mr. Toad, un rospo molto ricco e privo di freni inibitori quando si tratta di spendere soldi per assecondare le sue manie, tenuto a malapena a bada da una cricca di amici di cui fanno parte Mr. Badger, tasso scozzese con ruolo di gestore finanziario, Ratto e Talpa, il primo moralista peggio di Topolino, il secondo ingenuo e pacioso. Il corto ruota attorno all'ultima mania di Mr. Toad, ovvero i viaggi in automobile, e a come quest'ultima follia del batrace lo porti prima a perdere la casa e poi a finire in prigione, cosa che più o meno avviene anche nel racconto di Grahame, benché con modalità diverse, come mi ha detto il Bolluomo. Interessante soprattutto per l'incredibile mix di accenti che caratterizza la versione originale, il corto è molto simpatico e la presenza di Mr. Toad offre agli animatori la possibilità di realizzare delle sequenze assai dinamiche che ne mettono in risalto l'incapacità di stare fermo e la costante ricerca di qualcosa di nuovo a cui appassionarsi, ovviamente quasi tutte cose foriere di distruzioni e disastri come corse a rotta di collo su calessi, automobili e persino aeroplani; la trama asseconda un intreccio in qualche modo "giallo" e offre quindi spazio all'astuzia degli animaletti amici di Mr. Toad, indispensabili al raggiungimento di un lieto fine, benché la natura del protagonista rimanga fondamentalmente "negativa", in quanto egli non imparerà mai dalle sue disavventure, a differenza di quanto accade spesso nei cartoni animati Disney.


Quest'ambivalenza e la presenza di un personaggio titolare non necessariamente "buono" si ripropone anche nel secondo cortometraggio del dittico, quello dedicato ad Ichabod Crane. Quest'ultimo viene rappresentato con un sembiante assurdo e al limite del caricaturale, introdotto da una canzone che ne mette in risalto le caratteristiche peculiari, eppure viene spesso sottolineata anche la sua natura di vile profittatore che lo porta a concupire la "profumiera" Katrina essenzialmente per soldi. Suo avversario è Brom Bones, descritto fin dall'inizio come più scavezzacollo che malvagio, ragazzone sfortunato al quale cominciano ad andare le simpatie del pubblico nel momento esatto in cui Ichabod mostra tutti i suoi difetti, con un cortocircuito mentale raro per un'opera Disney; altrettanto rara, e molto apprezzabile (tanto che La leggenda della Valle Addormentata è diventato, tra i due, il mio corto preferito) è la svolta horror degli ultimi minuti, dove lo spettro del cavaliere senza testa la fa da padrone e dove l'atmosfera allegra e bucolica dell'inizio lascia spazio a colori cupi e geniali illusioni spettrali, preludio ad un finale aperto assai poco consolatorio. Queste non sono le uniche caratteristiche adulte del cortometraggio, in aperto contrasto col primo episodio più "infantile", in quanto la bella Katrina Van Tassel è parecchio sessualizzata e procace, al punto da sembrare una pin up vestita da contadinella; consapevole della sua bellezza, Katrina fa girare la testa a tutti gli uomini in maniera assolutamente NON ingenua e nel corso della cerimonia nuziale il bacio che si scambia con lo sposo toglie brutalmente a quello tra Aladdin e Jasmine il titolo di "primo bacio alla francese" visto in un film Disney, ché quei trenta cm di lingua in gola il marito li ha sentiti tutti, ve lo dico io! Scherzi a parte, Le avventure di Ichabod e Mr. Toad è un divertissement simpatico che non conoscevo e che consiglio a tutti gli appassionati di film Disney (i quali, probabilmente, lo avranno già visto) e di cartoni animati vintage, per scoprire qualcosa di diverso dai classici ben più famosi e blasonati.


Del co-regista Clyde Geronimi ho già parlato QUI.

James Algar è co-regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Fantasia, Bambi e Fantasia 2000. Anche sceneggiatore, produttore, animatore e doppiatore, è morto nel 1998 all'età di 85 anni.


Jack Kinney è co-regista della pellicola. Americano, ha diretto brevi sequenze di film come Pinocchio, Dumbo, Saludos Amigos, I tre caballeros, Le avventure di Peter Pan e un sacco di corti dedicati a Pippo oltre a episodi della serie Braccio di ferro. Anche produttore, sceneggiatore e animatore, è morto nel 1992 all'età di 82 anni.


Bing Crosby è il narratore della storia di Ichabod Crane. Americano, più famoso come cantante, ha partecipato a film come La mia via (che gli è valso un Oscar come miglior attore protagonista), Bianco Natale, La ragazza di campagna e Alta società. Anche produttore, è morto nel 1977 all'età di 74 anni.


Basil Rathbone è il narratore della storia di Mr. Toad e presta la voce al poliziotto. Nato in Sud Africa, ha partecipato a film come Gli ultimi giorni di Pompei, Capitan Blood, Giulietta e Romeo, La leggenda di Robin Hood, Il figlio di Frankenstein, Il mastino dei Baskerville, Le avventure di Sherlock Holmes (e ad almeno un'altra decina di film aventi l'investigatore per protagonista), I racconti del terrore e Il clan del terrore. E' morto nel 1967 all'età di 75 anni.


Guardando Le avventure di Ichabod e Mr. Toad, i fan della Disney troveranno le "basi" di alcuni tra i personaggi più amati degli anni seguenti, come il Gaston de La bella e la bestia, assai simile a Brom Bones, oppure le faine di Chi ha incastrato Roger Rabbit?. Le due storie che compongono Le avventure di Ichabod e Mr. Crane sono state distribuite anche come singoli corti dal titolo Il vento tra i salici e La leggenda della Valle Addormentata; se il film vi fosse piaciuto recuperate anche I tre caballeros, Saludos Amigos e Basil l'investigatopo. ENJOY!


venerdì 5 ottobre 2018

Mandy (2018)

Continuo a rimandare la visione di Sulla mia pelle per mancanza di una serata adatta ma non ho potuto esimermi invece dal recupero subitaneo di Mandy, diretto e co-sceneggiato dal regista Panos Cosmatos.


Trama: quando la compagna Mandy viene uccisa da un branco di adoratori del demonio, Red si imbarca in una sanguinosa vendetta...



Mandy è un film assurdo con un unico, terribile, non trascurabile difetto: c'è meno Nicolas Cage di quanto mi sarei aspettata. Questo mi preme sottolinearlo fin da subito, poiché ciò che mi ha spinta a recuperare il film di Panos Cosmatos è che nelle recensioni d'oltreoceano si parlava di un Nicolas Cage più Cageano che mai, lercio di sangue, urlante e folle nel suo brandire asce; è vero, in Mandy c'è tutto questo ma, come dire, prima di arrivare al succo del discorso c'è anche molto, molto di più... e molto, molto poco Nicolas Cage. Quindi sì, ci sono rimasta un po' male, lo ammetto. Però guardare Mandy è stato un bel viaggio, in più di un senso, ché Mandy è l'apoteosi della droga tagliata male che ti afferra il cervello, te lo strizza e tu boh, rimani lì inebetito come un cretino a guardare i colori cangianti e il Cheddar Goblin senza curarti troppo di quello che dice chi ti sta attorno, magari ritrovandoti a ridere senza un perché, anche se la storia in sé è davvero terrificante. In pratica, nei boschi di un non precisato nowhere americano trasformato per l'occasione in un paesaggio da fantasy truce, Red e Mandy passano la loro vita felici tra sigarette, alcool, ammore e metal, tanto metal (la citazione iniziale del film inquadra già bene Mandy nel regno della tamarreide metallozza più sfrenata), finché un povero minchione autoproclamatosi divinità di un branco di drogati non si invaghisce dell'aura di lei e la rapisce. Sempre per colpa della droga, la povera Mandy si ritrova a ridere in faccia al minchione di cui sopra, non si capisce bene se perché come cantante fa schifo alle capre oppure perché il suo strumento di riproduzione è, come dire, un po' ridotto, ma il risultato comunque non cambia e Mandy, poverella, viene bruciata viva davanti al suo amato Red che, ovviamente, giura vendetta. La storia, come vedete, è di per sé semplicissima, al limite vanno aggiunti un terzetto di demoni anch'essi drogati che probabilmente, nonostante l'aura malvagissima, sono degli scarti dell'inferno, per il resto abbiamo un loop continuo di gente in botta che spara idiozie, buoni o cattivi che siano, e l'effetto di tutto ciò è quantomeno straniante ma non brutto, affatto.


Al di là di Nicolas Cage, infatti, Mandy è un tripudio di colori e luci, di sequenze così allucinate che al confronto Le streghe di Salem è uno sceneggiato televisivo confezionato dalla RAI nel suo periodo più svogliato. Nel novanta per cento dei casi, infatti, i personaggi sono illuminati da luci fucsia, azzurre, gialle e rosse senza una motivazione plausibile (o meglio, è sempre colpa della droga), gli ambienti in cui deambulano sono privi di contorni definiti e quasi sempre immersi in un'inquietante penombra o in una luce lattiginosa che li rende eterei, al confine tra l'aldilà e l'aldiqua, come direbbe Groucho, e spesso e volentieri la voce di chi parla è distorta, per non parlare di quando i volti degli attori si sovrappongono in maniera quasi ipnotica o intervengono sequenze animate a rendere il tutto ancora più delirante. Ma basta parlare di cose poco importanti, parliamo di Nicolas Cage. Per quel poco che viene mostrato, visto che il fulcro dell'attenzione, fin dal titolo, è Andrea Riseborough (sulla quale apro una parentesi: come si può essere così affascinanti senza trucco e senza rispettare i canoni della bellezza di questo secolo? Spiegatemelo, è anche qui merito della droga? Io giuro che non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso da tanto ero affascinata...), il buon Nicolas è semplicemente stupendo. Non sto a dilungarmi sulla bellezza del vederlo allucinato e ricoperto di sangue, armato dell'ascia più improbabile di sempre o di motosega in pieno stile Leatherface e circondato da gente pronto a blandirlo con promesse di sesso disgustoso; quel favoloso sorriso da pazzo sul finale basta a compensare qualunque sua assenza e a consacrarlo re dell'horror 2018, per non parlare della sequenza che vede protagonista lui, un paio di mutande flappe, una bottiglia di superalcoolico, un bagno dalla tappezzeria improbabile e strilli addolorati come se piovessero. Grazie di esistere, Nicolas, stupefacente uomo senza vergogna. Davvero. E grazie anche a Richard Brake, alla sua tigre, al vomito formaggioso del Cheddar Goblin e al mai abbastanza compianto Jóhann Jóhannsson. Quanta meraviglia!


Di Nicolas Cage (Red Miller), Andrea Riseborough (Mandy Bloom) e Richard Brake (Chemist) ho già parlato ai rispettivi link.

Panos Cosmatos è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola. Italiano, ha diretto film come Beyond the Black Rainbow. Anche produttore, ha 44 anni.


Bill Duke interpreta Caruthers. Americano, ha partecipato a film come Commando, Predator, Sister Act 2 - Più svitata che mai, Red Dragon, X-Men: Conflitto finale e a serie quali Il tenente Kojak, Starsky & Hutch, Charlie's Angels, Lost e Cold Case. Anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 75 anni e tre film in uscita.


La pubblicità del Cheddar Goblin è stata realizzata da Chris "Casper" Kelly , autore di alcune serie per il canale televisivo USA Adult Swim. Detto questo, se Mandy vi fosse piaciuto recuperate Le streghe di Salem e Baskin. ENJOY!


giovedì 4 ottobre 2018

(Gio)WE, Bolla! del 4/10/2018

Buon giovedì a tutti! Una confessione: questa settimana, con quello che esce, ho voglia di andare al cinema come di impiccarmi ma per amor di Bolluomo almeno un film toccherà andarlo a vedere. ENJOY!

Venom
Reazione a caldo: MEH.
Bolla, rifletti!: Ecco il film che il Bolluomo vuole costringermi ad andare a vedere, quello che poteva essere un horror della madonna invece sarà una schifezza a livelli di Suicide Squad. Spero vivamente di sbagliarmi ma, come ho detto... MEH.

Un nemico che ti vuole bene
Reazione a caldo: Boh.
Bolla, rifletti!: Sembra un film potenzialmente interessante, misto di mix e commedia, ma temo l'incapacità dei coinvolti di gestire entrambi i registi. Però c'è Sandra Milo, attenzione!

Smallfoot - Il mio amico delle nevi
Reazione a caldo: Carino ma non al cinema
Bolla, rifletti!: Il trailer non mi ha entusiasmata più di tanto ma in giro se ne parla bene. Probabilmente darò un'occasione a questo film quando lo metteranno disponibile su Netflix.

Papa Francesco - Un uomo di parola
Reazione a caldo: Mah...
Bolla, rifletti!: Con tutto il rispetto per Wim Wenders ma già non amo i documentari, figuriamoci quelli sul Papa, per quanto simpatico come Francesco.

Al cinema d'élite si vola in Giappone!

Un affare di famiglia
Reazione a caldo: Aaaaaw!!
Bolla, rifletti!: Ecco, questo vorrei vederlo davvero, se non fosse per gli orari proibitivi del cinema. Film sulla famiglia, sulla fredda società giapponese, sulle difficoltà di vivere in una metropoli come Tokyo, mi dà l'idea di un'opera poetica e struggente. Uffa!|


mercoledì 3 ottobre 2018

Bollalmanacco On Demand: Una storia vera (1999)

L'estate mi ha causato un po' di deboscia, al punto che ho lasciato perdere la rubrica On Demand. Si ricomincia oggi con Una storia vera (The Straight Story), diretto nel 1999 dal regista David Lynch e chiesto a gran voce dalla blogger Arwen Lynch. Il prossimo film On Demand sarà Southland Tales - Così finisce il mondo. ENJOY!


Trama: un vecchio e testardo contadino decide di partire dall'Iowa a bordo di un tosaerba per raggiungere il fratello, colpito da un infarto.


Andando a cercare la parola "straight" su un dizionario si viene a scoprire che il termine inglese ha parecchi significati in italiano. "Dritto", nel senso di "non storto", è la prima traduzione che ci viene fornita, ma anche "diretto", ovvero "senza fermate", proseguendo con "franco, sincero", per finire con "normale, ordinario". Una storia vera è tutte queste cose e anche di più. Innanzitutto, rispetto agli altri film diretti da David Lynch è molto lineare, questo è vero, anche perché la sceneggiatura è stata affidata a John Roach e Mary Sweeney, che l'hanno scritta partendo dall'incredibile storia vera di Alvin Straight, anziano signore che ha scelto di compiere un viaggio lunghissimo a bordo di un tosaerba perché privo di patente. Abituata come sono a trovarmi davanti sdoppiamenti di personalità, personaggi ambigui, salti temporali e quant'altro, l'idea che un regista come Lynch potesse dirigere un film con un inizio e una fine comprensibili, un road movie atipico e riflessivo, non l'avrei potuta concepire in mille anni, invece eccola qui. Il ritmo della pellicola è lento, misurato, specchio perfetto del tramonto di una vita vissuta nella sua pienezza ma ancora, in qualche modo, turbata da questioni lasciate in sospeso che nemmeno la vecchiaia con tutti i suoi disagi e i suoi malanni può rendere meno pressanti; per la serie, non importa quando si arriva, basta arrivare, Alvin prende baracca e burattini e parte con il suo tosaerba scalcinato, in barba alle perplessità di amici e concittadini, imbarcandosi in un viaggio che non è solo una prova di forza e coraggio ma anche, soprattutto, l'espressione del forte desiderio di rimediare ad un grosso errore prima che sia troppo tardi, mostrando al fratello la grandezza del proprio amore per lui. "Straight", quindi, come diretto, perché Alvin non vuole prendere scorciatoie né accettare passaggi, nonostante fermate nel suo viaggio ce ne siano. Sono fermate necessarie e non solo per questioni di denaro e manutenzione della falciatrice, ma anche per condividere tormenti, esperienza e consigli con le anime che interrompono la loro routine quotidiana per avvicinarsi a quel vecchio particolare invece di limitarsi a classificarlo come "eccentrico", ascoltando la sua storia e raccontandogli le loro. E pensare che, in tutto questo, Alvin non si sente per nulla speciale, come se percorrere quasi 400 km con un tosaerba sia cosa da tutti i giorni.


E allora, "Straight" come franco, sincero. Come tutti gli anziani, Alvin in realtà forse è più testardo che sincero e il suo passato, come vedremo, nasconde più di un'ombra, eppure la purezza delle sue intenzioni è indubitabile, così come l'amore che prova per la figlia Rose e per quel fratello che da anni non vede. Allo stesso modo, sono sincere le sue emozioni, interamente riflesse nel meraviglioso volto di Richard Farnsworth, capace di commuovere e coinvolgere lo spettatore dalla prima all'ultima scena. L'attore, fiaccato da un cancro alle ossa che lo avrebbe portato a suicidarsi l'anno successivo, si mette a nudo davanti alla cinepresa di Lynch, con tutte le sue rughe, il suo dolore reale (l'attore non usava due bastoni per esigenze di copione ma proprio a causa della malattia), i suoi occhi bellissimi e e lucidi, che colgono la bellezza di un'America rurale che la velocità e l'abitudine rischiano di rendere banale e scontata, dai campi di grano ai boschi, dalle strade senza fine al ponte sul Mississippi. Paesaggi "normali", così come normale è la storia di Alvin, almeno dal suo punto di vista, che vengono messi su pellicola da un Lynch delicato e poetico, la cui cinepresa cattura l'America e la rende meravigliosa pur con tutti i suoi difetti, in primis la piccineria quasi grottesca dei suoi abitanti, concretizzati qui in un piccolo campionario di freaks degni di Twin Peaks, i gemelli meccanici in primis. Piccoli tocchi Lynchiani, non limitati solo ad attori feticcio adorabili, che si fanno strada assieme al bellissimo e struggente score del fido Angelo Badalamenti e vanno ad arricchire una storia "straight", la storia vera del vero Alvin Straight, rendendola una vicenda poetica d'incredibile umanità, senza eroi né persone fuori dal comune, ma lo stesso incredibilmente toccante ed indimenticabile. In poche parole, un film da non perdere, soprattutto se non amate lo stile onirico di Lynch che qui si è preso una meritata pausa.


Del regista David Lynch ho già parlato QUI. Richard Farnsworth (Alvin), Sissy Spacek (Rose), Everett McGill (Tom) e Harry Dean Stanton (Lyle) li trovate invece ai rispettivi link.


Chris Farley avrebbe dovuto essere nel film assieme al fratello ma l'attore è venuto a mancare nel 1997 mentre tra i papabili interpreti di Alvin figuravano James Coburn, John Hurt, Jack Lemmon e Gregory Peck; Richard Fansworth è stato tra i nominati all'Oscar come miglior attore protagonista nel 2000 ma quell'hanno ha vinto Kevin Spacey con American Beauty. Se Una storia vera vi fosse piaciuto recuperate Nebraska. ENJOY! 

martedì 2 ottobre 2018

L'uomo che uccise Don Chisciotte (2018)

Dopo quasi 30 anni di peripezie e false partenze è arrivato il gran giorno, anche a Savona: L'uomo che uccise Don Chisciotte (The Man Who Killed Don Quixote), diretto e co-sceneggiato dal regista Terry Gilliam, è finalmente uscito e io non potevo non andarlo a vedere.


Trama: un giovane regista torna sui luoghi dove aveva girato, da studente, il suo film d'esordio e si ritrova invischiato nelle follie di un vecchio calzolaio che proprio a causa della vecchia pellicola si era convinto di essere Don Chisciotte...



Comincio il post col solito, vergognoso disclaimer: non ho ancora guardato Lost in La Mancha, il documentario diretto da Terry Gilliam che racconta le traversie produttive, meteorologiche e pratiche di L'uomo che uccise Don Chisciotte, quindi posso solo giudicare il prodotto finito senza riflettere sul "poteva essere". Ciò che è giunto fino a noi, nell'anno 2018, dopo quasi trent'anni di difficoltà e dubbi, è un film affascinante, divertente e grottesco che sicuramente contiene dentro di sé anche la frustrazione del Terry Gilliam regista, sceneggiatore e uomo, una frustrazione ironica e sconsolata incarnata dal personaggio di Toby, un Adam Driver perfetto nei panni del giovane regista considerato un "genio" ma costretto a tenere svogliatamente a bada assistenti, amanti, produttori e finanziatori al punto da arrivare a disinteressarsi completamente del suo progetto. Il ritrovamento fortuito del suo lungometraggio d'esordio, L'uomo che uccise Don Chisciotte, trascina Toby in una vicenda delirante che ripercorre i passi del suo vecchio film e anche della storia dell'eroe di Cervantes, fianco a fianco col vecchio Javier, un tempo calzolaio, divenuto volto del Don Chisciotte di Toby e questa incursione nel passato consente al tempo di ricominciare a scorrere in un modo tutto particolare. La "stasi" di Toby, infatti, coincide con la stasi in cui aveva trovato all'epoca il sonnacchioso paesino spagnolo e con l'imprigionamento di Javier all'interno di un personaggio di finzione, costretto ad interpretare in eterno Don Chisciotte mentre tutto, attorno a lui, va in rovina. Benedizione e maledizione allo stesso tempo, l'arrivo del giovane Toby era stata all'epoca la tipica scossa "hollywoodiana" foriera di sogni e speranze, andati distrutti nel momento stesso in cui cineprese e set erano stati smontati e portati via con la noncuranza di chi non si accorge dello scompiglio creato; il ritorno di Toby rimette in moto gli eventi, smuove qualcosa all'interno della sua ispirazione bloccata e lo condanna a diventare scudiero (o sparviero) del Don Chisciotte che lui stesso ha creato, mettendolo davanti alle ingiustizie compiute in passato, compresa la dannazione della sua "Dulcinea", la giovane ed ingenua Angelica tornata in guisa di femme fatale, accompagnata da un manesco e disgustoso boss della mala russo.


L'uomo che uccise Don Chisciotte parte lentissimo, oserei dire in maniera persino poco interessante, con un'apparente riflessione sui meccanismi del cinema già messa in scena mille volte e lo scontro culturale tra Hollywood e la Spagna rurale, poi fortunatamente prende il volo con l'arrivo del vecchio Don Chisciotte interpretato da Jonathan Pryce: figura mitica, letteraria, prosaica e tremendamente umana, il Don Chisciotte di Gilliam è una scheggia impazzita che contagia a poco a poco Toby, dapprima trascinandolo in quelle vicende classiche ma non meno devastanti tipiche della commedia degli equivoci, poi toccandone la psiche, "infettandolo" col desiderio di avventura e magia, alimentate da sentimenti di lealtà ed affetto mescolati a un nostalgico senso di colpa nei confronti del povero, vecchio calzolaio matto. Cambiando l'atmosfera, cambia ovviamente anche la regia, così che la Spagna, il Portogallo, i paesaggi desolati dei vecchi spaghetti western e i sontuosi interni di cattedrali trasformate in palazzi diventano luoghi stranianti e magici, dove realtà e finzione non hanno più un confine e dove Gilliam può dare sfogo alla sua vena visionaria; abbiamo dunque malvagi cavalieri bardati di cristalli che sembrano usciti da qualche video di David Guetta, giganti terribili, ninfe delle acque, sconvolgenti orge di rosse fiamme che la mente rende reali e tangibili, ma anche palesi finzioni capaci di togliere il fiato allo spettatore che si ritrova a provare le stesse sensazioni dei protagonisti, come nella sequenza in cui un cavallo di legno arriva a "volare" sulla luna, tra wind machine e fari luminosi. In tutto questo, Adam Driver si carica il film sulle spalle come riusciva a fare giusto Johnny Depp prima di diventare la caricatura di se stesso e cambia faccia, pelle ed abiti, un po' giovane e spensierato regista, un po' annoiato enfant prodige, un po' scudiero preso a calci in culo e ricoperto di sangue e fango, un po' cavaliere innamorato, emanando alternativamente un'aura di sfiga e di fascino che la maggior parte dei giovani attori si sognano (e, ribadisco, a me Adam Driver non ha mai fatto impazzire ma qui dà letteralmente il bianco), duettando alla perfezione con un Jonathan Pryce a tratti struggente e mai così bravo. A mio avviso, abbiamo dovuto aspettare anni ma ne è valsa decisamente la pena ma, attenzione: io non sono fan di Terry Gilliam e non ho mai preteso di conoscerne tutta la filmografia, quindi il mio entusiasmo potrebbe non incontrare l'approvazione dei "Gilliamofili". Prendete dunque questo post con le pinze ma cercate lo stesso di correre a vedere L'uomo che uccise Don Chisciotte prima che lo tolgano dai cinema!


Del regista e co-sceneggiatore Terry Gilliam (che in originale presta la voce ad uno dei giganti) ho già parlato QUI. Adam Driver (Toby), Jonathan Pryce (Don Chisciotte), Stellan Skarsgård (il boss) e Jordi Mollà (Alexei Miiskin) li trovate invece ai rispettivi link.


Tra le guest star spunta Rossy De Palma, attrice feticcio di Almodóvar, qui nei panni della moglie del fattore. Il film è dedicato alla memoria di Jean Rochefort e John Hurt, entrambi scritturati per il ruolo di Don Chisciotte ed entrambi morti prima che il film venisse completato. A tal proposito, se L'uomo che uccise Don Chisciotte vi fosse piaciuto consiglierei il recupero di Lost in La Mancha, cosa che farò io... ENJOY!


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