venerdì 9 ottobre 2020

Paradise Hills (2019)

Per motivi pandemici non sono riuscita a rendere onore al borzo australiano ma ho comunque recuperato un film uscito nelle sale la settimana scorsa, ovvero Paradise Hills, diretto nel 2019 dalla regista Alice Waddington.

Trama: Uma è una ragazza di buona famiglia che un giorno si sveglia in un lussuosissimo centro ubicato su un isola deserta, dove le ospiti vengono sottoposte a un trattamento per renderle "perfette"...

Paradise Hills è un esempio di distopia e pseudofantascienza accessibile ai teen, che frulla e rimastica concetti già presenti nel vecchio La fabbrica delle mogli (o La donna perfetta, se preferite) filtrandoli attraverso un gusto estetico molto glamour e accattivante, pesantemente debitore di atmosfere da Alice nel Paese delle Meraviglie. L'Alice in questione si chiama Uma e finisce nel giardino della Duchessa spinta da una madre che la vuole sposa perfetta di un giovane riccastro; all'interno di un isola deserta adibita a lussuoso resort, ragazze "imperfette" e vestite di bianco passano il tempo a fare ginnastica, a seguire diete, a intrecciare fiori e ad aprire l'animo e il cuore alla comprensiva Duchessa, pronta a rimandarle a casa alla fine di una cura che mira a renderle adatte a una società fatta di pochissimi ricchi privilegiati e molti poveri disagiati. In un'isola zeppa di potenziali Stepford wives, Uma fa amicizia con tre ragazze in particolare e insieme a loro scopre che il già strano ed inquietante Paradise Hills nasconde segreti oscuri e terribili, che trasformano le atmosfere vagamente ambigue della prima parte del film in qualcosa di leggermente più horror, cosa che avrei preferito avvenisse prima e in maniera più incisiva; l'enorme difetto di Paradise Hills, infatti, è una trama interessante ma trattata in maniera superficiale e delicatina, con un sacco di spunti infilati qui e là (la società divisa tra "uppers" e "lowers", la natura della Duchessa, il significato del luogo ricercato da Amarna) lasciati cadere in favore di una maggiore predilezione per il drama d'amicizia e d'ammore, fatto di pseudopsicologia d'accatto ed emozioni posticce. 


Ciò che di Paradise Hills salta, invece, letteralmente all'occhio, è il gusto per la composizione dell'immagine, per i colori, per la scenografia (naturale e non), per i costumi, per capigliature e make-up, in un trionfo di ricchezza visiva che denota l'enorme sforzo estetico di accattivarsi un'audience giovane e, se si pensa che Alice Waddington è al suo primo lungometraggio, c'è soltanto da levarsi il cappello (e al limite lamentarsi dell'assenza di una colonna sonora adeguata, ché quelle due canzonette gnegne cantate dalle protagoniste non si possono sentire). Qualcuno potrebbe dire che Paradise Hills è un film più di apparenza che di sostanza, e non sarò io a sostenere il contrario, però ho trovato piacevole staccare per un'ora e mezza il cervello e godermi la bellezza delle immagini che la regista riesce a portare sullo schermo come se avesse per le mani una favola nera popolata da bamboline da vestire e pettinare. Se poi le bamboline in questione sono attrici per le quali provo una spiccata simpatia, come la sempre frizzante Emma Roberts, Awkwafina e una Milla Jovovich in veste di maitresse elegantissima e abbastanza matta, capirete che probabilmente sono stata anche più indulgente di quanto avrei dovuto con un film al quale non riesco a voler male nonostante i condivisibili difetti. Dovesse passare dalle vostre parti, o finire un giorno su qualche servizio streaming, riscoprite il bimbominkia che è in voi e dategli un'occhiata.

Di Emma Roberts (Uma), Awkwafina (Yu), Eiza González (Amarna) e Milla Jovovich (La Duchessa) ho già parlato ai rispettivi link.

Alice Waddington è la regista della pellicola. Spagnola, è al suo primo lungometraggio. Anche sceneggiatrice, produttrice e attrice, ha 30 anni.




giovedì 8 ottobre 2020

(Gio) WE, Bolla! del 8/10/2020

Buon giovedì a tutti! Anche questa settimana la tristezza la fa da padrone nelle sale cinematografiche, e visto quanti film sono stati rimandati al 2021 non c'è da essere tanto allegri per il futuro... ENJOY!

Lasciami andare
Reazione a caldo: Tranquillo, vai dove vuoi!
Bolla, rifletti!: Accorsi e la Golino me li merito assieme? No, assolutamente. Già non me li meriterei in una situazione normale, figurarsi in pandemia. 

Creators - The Past
Reazione a caldo: No, dai.
Bolla, rifletti!: Ok, c'è Gérard e già questo dovrebbe spingermi ad andarlo a vedere, anche solo per rispetto. Ho un problema, però. Ogni volta che leggo "fantascienza italiana" penso a 6 giorni sulla terra. E muoio un po'.

Greenland
Reazione a caldo: Ma basta.
Bolla, rifletti!: Abbattete Gerard Butler e i suoi film action per famiglie tutti uguali. 

Tiene botta ancora il cinema d'élite, per fortuna!

Un divano a Tunisi
Reazione a caldo: Hm!
Bolla, rifletti!: Tra tutti, il film che mi ispira di più. Una commedia un po' francese, un po' tunisina, sull'incapacità di una società arretrata e piena di contraddizioni di aprirsi alle novità. Da recuperare.

mercoledì 7 ottobre 2020

Il legame (2020)

Sono sempre lì che rimando la visione del film che ormai sapete, anche perché Netflix continua a tirare fuori roba a tema ottobrino e di durata contenuta. Stavolta è toccato a Il legame, diretto e co-sceneggiato dal regista Domenico Emanuele de Feudis

Trama: un musicista torna al suo paese in Puglia per presentare alla madre la futura moglie e la figlia di lei. Quest'ultima, dopo poco tempo, diventa però preda di forze oscure...

Indubbiamente sono stata colta da follia quando ho deciso di guardare un horror italiano prodotto e interpretato da Scamarcio, so che lo pensate. In realtà, ciò che mi ha spinta a vederlo è stata la recentissima vacanza in Puglia, sprone peraltro necessario ad invogliare il Bolluomo, e alla fine devo dire che Il legame non è nemmeno così male. La qualità, ovviamente, non è quella di un The Nest, per carità, al limite siamo più nel territorio degli originali Netflix provenienti dalla Spagna, il che non condanna Il legame all'oblio di certi orrori nostrani, almeno quello; gli unici difetti davvero grossi come una casa sono infatti l'inespressività imbarazzante di Scamarcio, un gatto di marmo se mai ne è esistito uno, e la scelta scellerata di utilizzare la bella Mía Maestro, che io ricordo con amore nei panni della Nadia di Alias ma il cui italiano risulta al 90% incomprensibile (ma io dico, ridoppiarla pareva brutto?), per il resto il film si lascia vedere senza troppi problemi. La sua natura "media" risiede, neanche a dirlo, nella scelta di annacquare il "gotico italiano" legato alla fascinazione o al malocchio, a quella reale e ancora presente vena superstiziosa presente nei paesi rurali soprattutto del sud, con suggestioni tipiche dell'horror USA, fatte di possessioni e jump scare assortiti, che ammosciano il film soprattutto verso il finale, quando tutte le carte della sceneggiatura vengono scoperte senza possibilità di errore e anche con un po' di cretineria assortita (SPOILER: io capisco il sud, capisco il paese arretrato, ma davvero Scamarcio non ha trovato altra soluzione a una gravidanza indesiderata se non un rito a base di demoni? Ma bafangù, dai).  

Peccato, perché l'ambientazione rurale è interessante quanto la scelta di utilizzare, in parte, anche gli splendidi e soleggiati uliveti pugliesi come luogo dove l'orrore può strisciare e colpire inaspettatamente sotto forma di tarantola, misteriose fascine à la Blair Witch Project o figure dai vestiti bianchi; la casa dove abita Francesco è sufficientemente spoglia e decadente, perfetto contraltare di un lusso solo intuito ma al quale Emma è palesemente abituata, e le due anziane figure che la abitano, silenziose e pronte a dare battaglia a una donna divorziata e con figlia, concorrono ad accrescere il senso di spaesamento di chi è straniero in terra straniera e sta per affidare la sua vita a una persona che probabilmente è più amata dalla figlia che da lei. Purtroppo, nonostante Domenico Emanuele de Feudis si sia fatto le ossa come aiuto regista di Sorrentino, parrebbe che il nostro non abbia assorbito lo stile del Maestro o che comunque, per la sua opera prima, abbia preferito un approccio alla regia più dimesso, tra l'altro poco aiutato da una fotografia che da un lato trasforma il paesaggio pugliese in qualcosa di innaturalmente brillante ma dall'altro penalizza ogni scena notturna, immergendo persone, cose ed ambienti in un'oscurità dov'è difficile scorgere qualcosa. Insomma, diciamo che la voglia c'è, così come le idee buone, e probabilmente Domenico Emanuele de Feudis potrebbe essere un nome da tenere d'occhio, eventualmente, per un futuro. Gli servirebbero solo un po' di coraggio e personalità in più, oltre ad una scelta maggiormente oculata degli interpreti principali.

Di Riccardo Scamarcio, che interpreta Francesco, ho già parlato QUI.

Domenico Emanuele de Feudis è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. E' anche attore e produttore.

Mía Maestro interpreta Emma. Argentina, ha partecipato a film come The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 1, The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 2 e a serie quali Alias, Hannibal e The Strain; come doppiatrice ha lavorato ne I Griffin. Anche produttrice, ha 42 anni.

Se Il legame vi fosse piaciuto recuperate La casa dalle finestre che ridono e The Nest. ENJOY!

martedì 6 ottobre 2020

La chiesa (1989)

Prima di partire per le ferie ho guardato La chiesa, diretto e co-sceneggiato nel 1989 dal regista Michele Soavi.


Trama: all'interno di una chiesa in Germania viene rinvenuta una fossa comune sotterranea che, una volta spezzato il sigillo che la separava dall'edificio, diventa il veicolo per una proliferazione di demoni...



Al principio c'erano Dèmoni e Dèmoni 2... L'incubo continua. Poi nel mezzo è entrato a gamba tesa Carpenter col suo Il signore del male ed ecco che Soavi ha pensato bene di realizzare un mix tra le tre opere aggiungendo anche un po' di suggestioni gotiche italiane che non fanno mai male, tirando fuori un prodotto a mio avviso non bellissimo com'era nelle intenzioni del regista, deciso a non abbassarsi al gore tout court di Dèmoni e del suo seguito, ma comunque interessante. Tutto comincia con un prologo ambientato nel medioevo, durante il quale delle streghe (? Infedeli? Adoratori di Satana? Poveri sfigati di passaggio?) vengono uccise da un gruppo di cavalieri e poi sepolte in una fossa comune ricoperta di calce, le fondamenta sulle quali poi verrà costruita la chiesa del titolo per sigillare per sempre il Male. Neanche a dirlo, durante gli scavi e i lavori di restauro più raffazzonati del globo terracqueo viene rinvenuta una mappa che spinge il bibliotecario Evan ad infilare il naso negli affari del maligno causando un'epidemia di indemoniati bloccati dai meccanismi di "autoconservazione" della chiesa. Se già vi sembra assurda la trama così, dovete sapere che c'è anche l'idea di una reincarnazione che viene lasciata cadere senza un perché, un omaggio a Rosemary's Baby altrettanto improbabile, bambini che si limitano a correre per la chiesa e ridere nonostante dovrebbero, di logica, essere cattivissimi, e altre varie amenità condite anche da un umorismo spesso infilato a sproposito. Insomma, La chiesa è uno di quegli horror italiani durante i quali spesso vi ritroverete a chiedere "perché??" ma, ciò nonostante, è realizzato con uno stile visionario che spesso riesce a trasformare il "perché?" disperato in un "e perché no?" possibilista.


Sono molte, infatti, le sequenze in cui Soavi parrebbe dirigere un incubo più che un film, lasciando spesso da parte il gore (nonostante vi siano alcuni momenti per nulla adatti ai deboli di stomaco, in primis l'estrazione di un cuore a mani nude) per dedicarsi a immagini a loro modo poetiche, sicuramente assai suggestive, soffuse di luci e nebbie che rendono l'interno della chiesa una realtà a sé stante, allucinata ed imprevedibile. Tra cavalieri implacabili, scene di terrore puro ambientate nel medioevo, croci luminose che si spalancano su pavimenti di pietra, cavità disgustose dove potrebbe celarsi la qualsiasi, demoni che compaiono negli specchi per poi scomparire e altri diavolacci che abbracciano donne discinte, c'è l'imbarazzo della scelta e si arriva quasi a sorvolare sul fatto che dette donne discinte, Barbara Cupisti nella fattispecie, siano delle cagne maledette al cui confronto Corinna Negri è Jamie Lee Curtis. D'altronde, ne La chiesa la migliore del mucchio rischia di essere una Asia Argento versione teenager, quindi pensate come dev'essere il resto del cast, dove si salva giusto Hugh Quarshie nei panni del povero prete costretto a perdersi in rompicapi irrisolvibili, mentre Tomas Arana interpreta un personaggio già troppo odioso di suo per poter essere anche solo vagamente apprezzato. Nonostante tutto, comunque, non posso negare che La chiesa abbia il suo fascino perverso, sebbene probabilmente il film che ancora oggi ricordo dai trailer come terrificante e che all'età di 40 anni ancora non ho guardato dovrebbe essere La setta, sempre di Soavi, che a questi punti dovrò recuperare anche solo per dovere di completezza, finché sono in mood nostalgico estivo.


Del regista e co-sceneggiatore Michele Soavi, che interpreta anche uno dei poliziotti che vanno a casa di Lisa, ho già parlato QUI. Giovanni Lombardo Radice (Reverendo) e Asia Argento (Lotte) li trovate invece ai rispettivi link.

Hugh Quarshie interpreta Padre Gus. Ghanese, ha partecipato a film come Baby - Il segreto della leggenda perduta, Highlander - L'ultimo immortale, Cabal, Star Wars: Episodio I - La minaccia fantasma, Animali Fantastici: I crimini di Grindelwald e a serie quali Doctor Who. Anche regista, ha 66 anni.


Tomas Arana interpreta Evan. Americano, ha partecipato a film come Io e mia sorella, L'ultima tentazione di Cristo, Caccia a Ottobre Rosso, La setta, Ombre e nebbia, Guardia del corpo, L.A. Confidential, Il gladiatore, Pearl Harbor,  Limitless, Il cavaliere oscuro - Il ritorno, Guardiani della galassia, Incarnate: Non potrai nasconderti e a serie quali Walker Texas Ranger, E.R. Medici in prima linea, CSI: Miami, 24, CSI - Scena del crimine, Tutti pazzi per amore e The New Pope. Ha 65 anni e un film in uscita.


Barbara Cupisti interpreta Lisa. Nata a Viareggio, ha partecipato a film come Lo squartatore di New York, La chiave, Deliria, Opera, Le porte dell'inferno, Dellamorte Dellamore e Denti. Anche regista e sceneggiatrice, ha 58 anni.


Feodor Chaliapin Jr., che interpreta il vescovo, era stato Jorge ne Il nome della rosa oltre ad aver partecipato, ahilui, al Paganini di Kinski. Il film avrebbe dovuto essere il terzo capitolo della serie Dèmoni ma Soavi ha più volte sottolineato la non appartenenza de La chiesa alla saga. Detto ciò, e senza nulla togliere a Soavi, se La chiesa vi fosse piaciuto recuperate Dèmoni e Dèmoni 2... L'incubo ritorna. ENJOY!

domenica 4 ottobre 2020

Antebellum (2020)

Avrebbe dovuto uscire al cinema ma causa Covid uno dei film "horror" che aspettavo di più, ovvero Antebellum di Gerard Bush e Christopher Renz, è finito proprio in questi giorni sulle piattaforme VOD USA.

Trama: Eden è una schiava costretta a subire le peggiori violenze in un campo di soldati confederati durante la guerra di successione americana. Nel corso dei suoi tentativi di fuga si ritrova a pensare alle strane circostanze che l'hanno condotta lì...

Un bel casino parlare di Antebellum senza fare spoiler, soprattutto visto quello che ha da dire questo film e visto quanto non è stato capito né apprezzato in patria, vai a sapere perché. Personalmente, l'ho trovato splendido, per quanto un po' troppo "raffinato" in momenti che non richiedevano filtro estetico alcuno e un po' troppo superficiale in situazioni che avrebbero voluto ben altro approfondimento e che invece si fermano alla mera esposizione di un'orribile violenza, ma giuro che sono stati parecchi i momenti in cui mi sono ritrovata a bocca aperta, completamente avvinta dalla potenza del racconto e delle immagini mostrate, al di là di un twist che potrebbe definirsi Shyamalano. Antebellum è infatti una moderna riflessione sull'annoso problema razziale e su alcune terrificanti derive "nostalgiche" che sta prendendo la nostra società; qualcuno potrebbe dire che è un film ruffiano pronto a cavalcare il momento, in realtà questo non mi sembra proprio un male, soprattutto dal momento in cui forse la gente non si rende proprio bene conto (diamine, non me ne rendo conto neppure io, proprio per mancanza di esperienza diretta) di quanti problemi devono affrontare quotidianamente le persone di colore non solo in ambienti dove il razzismo, la povertà e il disagio imperano, ma anche laddove dovrebbero ragionevolmente godere un'esistenza più fortunata fatta di ricchezza, cultura, agio e amore. Non posso nemmeno immaginare cosa debba essere portare ogni giorno sulle spalle il retaggio di un'indipendenza conquistata nel sangue e nella frustrazione, provare a vivere una vita normale e incappare di continuo in piccoli esempi di ordinario razzismo o, ancor peggio, di ordinaria stupidità, costretti ad avere a che fare o con gente invidiosa di un successo immeritato perché "non bianco" o con persone che decidono arbitrariamente di mitizzare e rendere "carino" un passato mai esistito davvero, non come ce lo hanno tramandato nei film almeno.

Ed è molto triste anche l'idea di essere costretti a vivere sepolti in una corazza, nascosti dietro una facciata di debordante forza che sconfina spesso in maleducazione. Sì, onestamente ciò che mi ha colpita di più in Antebellum è il personaggio di Dawn, interpretato da Gabourey Sidibe, che probabilmente ho male interpretato: l'attrice, che della battaglia contro il razzismo e il bodyshaming ha fatto giustamente una ragione di vita, si definisce infatti una "asshole" ed è comprensibile il suo atteggiamento pubblico di superiorità nei confronti di chi la critica per l'invidia di vedere una ragazza di colore e, Dio non voglia, obesa, avere successo in un mondo come quello dello spettacolo. Il suo personaggio rispecchia un po' il carattere che l'attrice esibisce in pubblico, perché è debordante, provocatoria, volgarissima, come se volesse colpire con violenza i suoi interlocutori prima ancora che abbiano il tempo di farlo con lei, non importa se le loro intenzioni siano positive o negative. Anche questa, ovviamente, è libertà, ma è una libertà a mio avviso imposta da un certo tipo di contesto sociale che esige protezione ed affermazione di diritti che dovrebbero essere insindacabili e invece non lo sono. E' "il passato che non è morto e che non è nemmeno passato", citato all'inizio di Antebellum, una fatica secolare che non bisognerebbe continuare a far rivivere quotidianamente ad un singolo popolo e  nemmeno dimenticare con la leggerezza di chi non è mai stato oppresso. Poi, come dice Lucia nella sua bellissima recensione, "Se siete disposti ad affrontare Antebellum con questo tipo di sguardo, potreste davvero imparare tante cose. Altrimenti lasciate perdere e rivedetevi Via col Vento." Io, onestamente, preferirei riguardare 100 volte Antebellum.

Di Jena Malone (Elizabeth), Janelle Monáe (Veronica/Eden) e Jack Huston (Capitano Jasper) ho già parlato ai rispettivi link. 

Gerard Bush e Christopher Renz sono i registi e sceneggiatori della pellicola. Entrambi americani e al loro primo lungometraggio, sono anche produttori.

Eric Lange interpreta Lui/Senatore Denton. Americano, ha partecipato a film come Fear, Inc., I segreti di Wind River e a serie quali Beautiful, Angel, Senza traccia, E.R. Medici in prima linea, CSI: NY, Cold Case, Ghost Whisperer, Criminal Minds, Bones, Numb3rs, My Name is Earl, Lost, Detective Monk, Weeds, CSI: Miami, CSI - Scena del crimine, C'era una volta e Grey's Anatomy. Anche produttore, ha 47 anni. 

Gabourey Sidibe interpreta Dawn. Indimenticabile Queenie di American Horror Story, ha partecipato a film come Precious, mentre come doppiatrice ha lavorato in American Dad! e Bojack Horseman. Anche regista e produttrice, ha 37 anni.



venerdì 2 ottobre 2020

Game of Death (2017)

Spulciando qui e là nel vasto mondo della rete, ho scovato Game of Death, film diretto e co-sceneggiato nel 2017 dai registi Sebastien Landry e Laurence Morais-Lagace.


Trama: un gruppo di ragazzi trova il gioco in scatola Game of Death e, incautamente, i mocciosi cominciano una partita. Alla prima vittima, capiranno che il gioco è mortalmente serio...


Game of Death è uno di quei film dalla trama potenzialmente esplosiva che purtroppo vengono realizzati in maniera facilona, sostenuti inoltre da un cast non all'altezza e da registi dotati di tanto entusiasmo, anche troppo per una roba del genere. In pratica, trattasi di concetto vagamente simile a Jumanji, in cui i protagonisti trovano un vecchio gioco in scatola che li costringe ad uccidere o essere uccisi e a completare comunque la partita prima di tornare ad essere "innocuo". Il vero problema, purtroppo, è che ad uccidere ed essere uccisi sono dei bimbiminchia che nessuno si impegna anche solo vagamente non dico a rendere simpatici, ma almeno a dotare di un'oncia di profondità, fosse anche un trauma passato che ne faccia spiccare uno rispetto agli altri; i Mickey & Mallory della situazione, che a chiamarli tali si fa un'offesa ai protagonisti di Natural Born Killers, sono caratterizzati giusto da un inalatore (lui) e una "provocante" mise total black con capello biondo annesso (lei), mentre gli altri potrebbero anche essere dei cartonati con la faccia interscambiabile, non solo quelli che muoiono malissimo prima della metà del film ma anche quelli che rimangono, dotati di un carisma tale da venir eclissati persino dal simpatico cane con collare elisabettiano della ranger. In tutto questo, le riflessioni sulla vita e la morte che potrebbe veicolare un film simile si riducono a pensierini emo scritti ai margini della Smemoranda, quelle cose imbarazzanti che sembrano tanto fighe a 15 anni e se rilette a 25 fanno venir voglia di bruciare il diario, ma considerato che il target di Game of Death potrebbe realmente essere quello dei quindicenni, il problema si pone solo per me.


Ma, si diceva, a parte la trama, che i registi (anche co-sceneggiatori) se la credono tantissimo e non so  quanto i quindicenni potrebbero apprezzare. Sebastien Landry e Laurence Morais-Lagace mescolano infatti, talvolta con apparente cognizione di causa ma spesso anche no, una miriade di stili diversi, che vanno dalle riprese effettuate attraverso i più recenti mezzi tecnologici, come cellulari e go-pro (soprattutto quando devono mostrare il mondo vanerello in cui erano immersi i bimbiminkia prima del gioco della morte), al taglio widescreen tarantiniano con improvviso cambio di messa a fuoco (uno spreco vero), all'allucinante sequenza preceduta da un'inascoltabile canzonetta francese e seguita da un mix animato realizzato con almeno una dozzina di stili diversi (probabilmente la parte più interessante del film ma, come ho detto, per il target è anche troppo autoriale), senza dimenticare la presenza costante di un documentario sui lamantini, mammiferi marini assai robosi e per questo assimilabili al nulla cosmico incarnato dagli sgallettati protagonisti, povere bestie (almeno, penso sia così, altrimenti perché indulgere sul lamantino?). Se i registi, tanto quanto, esagerano nel credersela ma sanno comunque il fatto loro, gli attori non ce la fanno proprio, anche perché, piccini, sono costretti a interpretare personaggi odiosi e scritti sul retro di uno scontrino, che penso avrebbero scoraggiato anche l'intero cast giovanile di It, quindi non so nemmeno se farne una colpa a gente costretta a biascicare roba tipo "oh, you reptilian bitch!" o peggio. Insomma, Game of Death ha i suoi momenti e non è proprio una sòla completa, ma in sostanza per me è no e vi consiglio di impiegare il tempo con pellicole migliori.

Sebastien Landry e Laurence Morais-Lagace sono i registi e co-sceneggiatori della pellicola. Entrambi canadesi, il primo, anche produttore e attore, è al secondo lungometraggio mentre il secondo ha diretto solo corti ed episodi di serie televisive.


giovedì 1 ottobre 2020

(Gio)WE, Bolla! del 1/10/2020

Buon giovedì a tutti. Onestamente, e lo dico col male nel cuore, ho poca voglia di andare al cinema, sia per il Covid che per la mancanza di film che mi spingerebbero ad affrontare un potenziale rischio per i miei familiari, e questa settimana non va meglio, soprattutto se si paragona la distribuzione italiana all'interessantissima offerta ottobrina su Netflix e soprattutto Amazon Prime Video. Tornerà la voglia di sala? ENJOY!

Lacci
Reazione a caldo: Omemì...
Bolla, rifletti!: Ohmemì è uno sconsolato lamento ligure, che qui sta per "già sono depressa, devo pure sussarmi la fatale accoppiata Rohrwacher/Lo Cascio in quello che viene definito il Carnage italiano"? La risposta, nonostante Lacci abbia aperto la mostra del cinema di Venezia e sia stato universalmente acclamato, è ovviamente no. Mi spiace, sapete che non sono una vera cinefila.  


Burraco fatale
Reazione a caldo: Eh, e la cirulla no?
Bolla, rifletti!: Benché le attrici mi stiano tutte simpatiche, questa è la classica commedia "troppo italiana" da guardare nei momenti di disperazione quando la passeranno su Rai 1, quindi al momento per me è no. 

Al cinema d'élite si recuperano Orsi d'argento...


Undine - Un amore per sempre
Reazione a caldo: Mh...
Bolla, rifletti!: Dei tre film, questo potenzialmente potrebbe ispirarmi maggiormente, ma non ho capito se è un film romantico, fantastico o una combinazione delle due. Detto ciò, ne parlano tutti benissimo quindi magari potrei dargli una chance. 

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