venerdì 15 aprile 2022

Hellbender (2021)

Rimasta un po' indietro con gli horror, ho chiesto a Lucia cosa mi consigliava di recuperare a tutti i costi e il suo primo, imprescindibile titolo è stato Hellbender, diretto e sceneggiato nel 2021 dalla Adams Family, composta da John, Toby e la loro giovanissima figlia Zelda. 


Trama: Izzy e sua madre conducono una vita solitaria in mezzo ai boschi e la ragazza viene tenuta in isolamento a causa di una grave malattia. A poco a poco, però, Izzy viene a scoprire perché le è stato impedito di uscire dai boschi e andare in mezzo alla gente...


Hellbender
è un piccolissimo film indipendente distribuito da Shudder e realizzato, letteralmente, in famiglia. Non conoscevo gli Adams ma hanno già all'attivo parecchi film e, leggendo qui e là, ho "scoperto" la loro natura di cineasti assai poliedrici, in grado di gestire ogni aspetto delle loro opere, partendo dalla regia fino ad arrivare al make up e ai costumi; questa è la prima volta che si sono ritrovati con un budget un po' più alto e, soprattutto, che hanno coinvolto la loro figlia diciottenne Zelda nella regia e nella sceneggiatura, e il risultato è davvero gradevolissimo. Hellbender è un coming of age a sfondo magico/demoniaco, che punta i riflettori sul rapporto tra la giovane Izzy e sua madre, due donne che vivono isolate dal mondo all'interno di una casa sperduta nei boschi di loro proprietà. E' solo la madre ad andare in città, di tanto in tanto, perché Izzy è apparentemente affetta da una grave malattia che le preclude ogni contatto umano, e le giornate della ragazza scorrono tra passeggiate nei boschi ed esibizioni private del gruppo dark/metal che lei e la madre hanno messo in piedi. Quando un giorno, stufa di rimanere nascosta, Izzy decide di avvicinarsi a un gruppetto di ragazzi, accade qualcosa che le rivela la reale natura sua e della madre, creature non umane che traggono potere dal sangue e dalla paura altrui. Da qui, nasce la lenta ma graduale presa di coscienza di Izzy su se stessa e sulla madre tanto amata, che si sviluppa in maniera un po' dissimile rispetto ad altri horror imperniati sugli stessi temi.


La sceneggiatura di Hellbender sta infatti molto attenta a non essere tranchant nel dare un giudizio sui personaggi e sulla loro natura benigna o maligna e, soprattutto, porta sullo schermo un rapporto tra madre e figlia bellissimo, e commovente nel momento in cui ciò che le lega viene irrimediabilmente a infrangersi. Gli "hellbenders" si nutrono di sangue e paura, ed è proprio la paura (per Izzy ma anche per se stessa), prima ancora dell'amore, a spingere la madre di Izzy ad isolare la figlia da ogni possibile "tentazione", ma così facendo la priva anche di un metro di giudizio etico o morale; quando Izzy comincia a sperimentare il potere, non ne viene corrotta, bensì intraprende un percorso di conoscenza che la porterà ad abbracciare la sua vera essenza, lontana da qualsiasi definizione, in perfetta armonia con un'ineluttabilità insita nel "rispetto" dei cicli naturali insegnatole dalla madre. Poiché i personaggi principali sono legati alla stregoneria, gli Adams ci offrono inoltre sprazzi di riti occulti e un'idea degli incantesimi e dei poteri posseduti dagli hellbenders, elementi che rendono il film ancora più interessante e (parlo per me, ovviamente) fanno venire voglia di sapere di più sul passato e sulla vita della madre di Izzy e di coloro che sono venute prima di lei; nonostante il budget più alto ma non ai livelli di una grande produzione, gli effetti speciali necessari per mostrare le capacità degli hellbenders non sono perfetti, ma i registi compensano con un enorme talento visivo e con soluzioni originali capaci di minimizzare tali imperfezioni, e confezionano scene assai emozionanti e di grande impatto. Le hellbenders interpretate da Toby Poser e Zelda Adams, inoltre, hanno un fascino particolarissimo capace di renderle icone istantanee, e i piccoli video musicali di cui sono protagoniste, invece di spezzare il ritmo del racconto, danno l'idea della particolare intimità esistente tra i personaggi. Che vi piaccia o meno l'horror, Hellbender è un film che merita almeno una visione. Nell'attesa che trovi una distribuzione anche qui da noi, mi dedicherò a recuperare qualcuna delle opere precedenti degli Adams! 

John Adams, Toby Poser
e Zelda Adams sono i registi e sceneggiatori del film ed interpretano rispettivamente lo zio, la madre e Izzy. Zelda, americana e diciottenne, è la figlia dell'inglese John (43 anni, produttore, si occupa anche di colonna sonora, montaggio, fotografia, trucco e scenografia) e dell'americana Toby (53 anni, produttrice, si occupa anche di colonna sonora, scenografia, trucco e costumi), ha partecipato agli altri film realizzati dalla famiglia, tra i quali Rumblestrips e The Deeper You Dig, e si occupa anche di montaggio e fotografia. 



Se Hellbender vi fosse piaciuto recuperate The Devil's Candy, Thelma e Raw. ENJOY!

mercoledì 13 aprile 2022

Raya e l'ultimo drago (2021)

L'ultimo film visto in occasione dei recuperi Oscar è stato Raya e l'ultimo drago (Raya and the Last Dragon), diretto e co-sceneggiato nel 2021 dai registi  Don Hall, Carlos López Estrada, Paul Briggs e John Ripa.


Trama: in un mondo assediato dalla minaccia dei Druun, spiriti maligni che tramutano le persone in pietra, Raya si mette alla ricerca dell'ultimo drago, la leggendaria Sisu, che già in passato li aveva sconfitti...


Uscito in piena pandemia in pochissime sale e gettato dopo qualche giorno in pasto agli utenti VIP di Disney +, Raya e l'ultimo drago aveva mietuto consensi fin da subito, e un po' mi era spiaciuto essermelo perso. Il recupero non è stato soddisfacente come sarebbe stato se fossi riuscita a vederlo in sala, e il film non entrerà mai nella Top 10 dei miei film Disney preferiti, ma comunque la visione è stata molto piacevole. Raya e l'ultimo drago è principalmente un film d'avventura fantasy, ambientato in un oriente fittizio e sconvolto dalla minaccia di spiriti oscuri capaci di trasformare le persone in statue di pietra, una terra divisa in tribù perennemente in lotta tra loro e invidiose della prosperità di Cuore, la terra che custodisce la pietra del drago in grado di fungere da protezione per tutti. Un incidente che distrugge la pietra e, con essa, la speranza del padre di riunire tutte le tribù, porta la protagonista Raya a mettersi in cerca di Sisu, l'ultimo drago rimasto, e, successivamente, a tentare di rimettere assieme i pezzi di pietra per debellare la minaccia dei Druun una volta per tutte. Raya e l'ultimo drago diventa, da quel momento, la tipica "quest" dove il personaggio principale visita realtà diverse, incontrando in ogni luogo un altro personaggio dotato di una determinata, utile caratteristica che gli consentirà di recuperare i pezzi di pietra fino a raggiungere il temuto "boss finale", la cui natura tuttavia è strettamente legata, in questo caso, al messaggio imprescindibile all'interno di un film Disney.


Ciò che Raya e l'ultimo drago insegna è il beneficio del dubbio, la gentilezza come arma per affrontare i "nemici", la fiducia nata dalla capacità di capire l'animo delle persone; i Druun nascono fondamentalmente dalla discordia e dalla disunione, i draghi si sono estinti per lo stesso motivo e solo il forte desiderio di unità e comunione, al di là di diversità e pregiudizi, può sperare di risolvere una situazione tragica. Tale messaggio è veicolato da un film che mescola in maniera ottima la serietà di un'avventura da cui dipendono le sorti dell'umanità, suggestioni derivanti da leggende orientali e ovviamente momenti più faceti, affidati a personaggi tra il delizioso (la mocciosetta ladra con scimmiette annesse) e il divertente, con una Sisu, doppiata in originale da Awkwafina, abbastanza vicina come idea all'ingenuità folle e ciarliera del Genio di Aladdin, ben distante ovviamente dalla leggenda che la vorrebbe temibile e silenziosa. Dal punto di vista tecnico, il film è semplicemente superbo. Le scene d'azione, di distruzione e di combattimenti devono essere stati spettacolari da vedere al cinema, il character design è vario e interessante, i colori dei draghi sono una gioia per gli occhi e lo stesso vale per gli sfondi e le ambientazioni; considerato che Raya e l'ultimo drago è stato realizzato in buona parte in lockdown, da animatori chiusi in casa, c'è da ammirare ancora di più la perizia tecnica di tutti quelli che lavorano alla maledetta Casa del Topo e, ovviamente, da recuperare il film se ancora non lo avete fatto!


Del regista e co-sceneggiatore Don Hall ho già parlato QUI. Awkwafina (voce originale di Sisu), Gemma Chan (Namaari), Daniel Dae Kim (Benja), Benedict Wong (Tong), Sandra Oh (Virana) e Alan Tudyk (Tuk Tuk) li trovate invece ai rispettivi link.

Carlos López Estrada è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola. Messicano, ha diretto film come Blindspotting, Summertime ed episodi di serie come Legion. Anche produttore e attore, ha 34 anni.


Paul Briggs è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, ha lavorato per la Disney soprattutto come doppiatore (sua la voce di Yama in Big Hero 6), ma è anche animatore. Ha 48 anni. 



John Ripa è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, ha lavorato soprattutto come animatore per film come Il re leone, Pocahontas, Il gobbo di Notre Dame, Tarzan, Il pianeta del tesoro, Rapunzel, Frozen, Big Hero 6, Zootropolis e Oceania. 


Kelly Marie Tran
è la voce originale di Raya. Americana, ha partecipato a film come Star Wars - Gli ultimi Jedi e Star Wars - L'ascesa di Skywalker. Anche produttrice, ha 33 anni e un film in uscita. 


Se Raya e l'ultimo drago vi fosse piaciuto recuperate Kubo e la spada magica, la saga di Dragon Trainer, Ribelle - The Brave, Oceania e Mulan. ENJOY!

martedì 12 aprile 2022

Lamb (2021)

A fine marzo è uscito in sordina nelle sale italiane Lamb (Dýrið), diretto e co-sceneggiato nel 2021 dal regista Valdimar Jóhannsson. E' un peccato sia stato poco pubblicizzato, perché è un film che merita di essere visto e conosciuto. Occhio a qualche spoiler qui e là.


Trama: Maria e Ingvar vivono soli in una sperduta fattoria dove allevano pecore e coltivano la terra. Un giorno, nella loro vita, fa capolino una ben strana creatura...


Lamb
è una strana bestia, in questo caso la definizione è assai calzante (anche perché è la traduzione più o meno giusta del titolo originale, "animale", "bestia"). E' anche una pellicola, io vi avviso, che vi strapperà il cuore e lo farà a brandelli e che vi sconsiglio assolutamente se temete per il destino degli animali, perché purtroppo qui non vengono fatti sconti allo spettatore particolarmente sensibile. D'altronde, il punto di vista degli animali (che siano pecore, agnelli, cani e persino gatti) viene quasi più tenuto in considerazione di quello degli umani e sono parecchie le sequenze in cui si ha la sensazione di scivolare nei panni degli animali da cortile, incredibilmente espressivi e troppo spesso terrorizzati... da cosa? Difficile dirlo. Lamb è un film che mostra poco (salvo sul finale), spiega ancora meno, e gioca per buona parte della sua durata creando una sensazione intangibile di tragedia imminente, causata dalla presenza di "qualcosa" che vaga all'esterno della fattoria di Maria e Ingvar, tenendoli d'occhio non visto e minacciando una felicità precaria ottenuta a caro prezzo dopo anni di insopportabile dolore. Se pensate che ciò preluda a un horror, però, non potete essere più distanti dalla realtà. Lamb è un fantasy contaminato dall'orrore, ma quest'ultimo nasce in primis dalla misera condizione di Maria e Ingvar, una coppia priva di uno scopo da quando hanno perso la loro bambina, incapaci di comunicare e di sostenersi a vicenda per colmare quel terribile "vuoto"; la felicità tra loro, la complicità persino, torna solo  nel momento in cui una delle loro pecore mette al mondo un agnellino dal corpo di bambina, che i due decidono di crescere come se fosse loro, ciechi ad ogni conseguenza che questo gesto potrebbe avere. 


Jóhannsson
e il co-sceneggiatore Sjón (lo stesso, per inciso, che ha sceneggiato l'imminente The Northman di Eggers) sono molto attenti a non dare giudizi morali di alcun tipo e sta allo spettatore districarsi all'interno delle mille sfaccettature del film. E' più che naturale mettersi nei panni di Maria e Ingvar, di sciogliersi davanti alla tenerezza del sorriso sognante di Noomi Rapace o all'idea di tenere tra le braccia il dolcissimo ibrido creato da effetti speciali praticamente perfetti e mai invasivi, nemmeno quando la piccola agnellina cresce. E' però altrettanto naturale, e ancor più terribile, mettersi nei panni della vera madre di Ada (chiamata così come la defunta figlia di Maria e Ingvar) nel momento in cui le viene strappato il cucciolo e comincia, impazzita dal dolore, a cercarlo senza requie, tra belati strazianti e momenti troppo orribili da descrivere. Ed è, infine, impossibile non pensare alle implicazioni della natura di Ada, una creatura a disagio con entrambe le sue "parti", un essere innocente plasmato da un egoismo nato essenzialmente dal dolore e dalla solitudine; agnellino in un corpo di bimba, Ada non può parlare né ridere o piangere, teme i rumori forti, è limitata nei movimenti dal fatto di avere al posto di una delle mani uno zoccolo, e il suo sguardo di cucciolo spezza il cuore a più riprese. L'unico gesto pietoso per tutti deriverebbe dalla persona più deprecabile del film, lo "zio" Pétur, ma anche lì sarebbe un gesto dettato non solo da egoismo, ma da un istintivo senso di superiorità (per quanto dissimulata e probabilmente nemmeno consapevole) che è propria di tutti gli esseri umani presenti in Lamb, e per questo ancor più orribile. Sia come sia, qualunque interpretazione vogliate dargli, Lamb è un film che merita di essere visto e che personalmente non dimenticherò tanto facilmente, non solo per tutte le lacrime che ho speso guardandolo, ma anche per le domande scomodissime che spinge necessariamente a porsi. Dategli una chance.


Di Noomi Rapace, che interpreta Maria, ho già parlato QUI. 

Valdimar Jóhannsson è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Ha lavorato principalmente come elettricista in film come I sogni segreti di Walter Mitty, Noah e serie quali LazyTown e Il trono di spade. Islandese, anche tecnico degli effetti speciali e attore, ha 44 anni.


 

venerdì 8 aprile 2022

La figlia oscura (2021)

Apparso come una meteora il 31 dicembre su Netflix, dov'è rimasto solo per 24 ore, è uscito ieri al cinema La figlia oscura (The Lost Daughter), diretto e sceneggiato nel 2021 dalla regista Maggie Gyllenhaal a partire dal romanzo omonimo di Elena Ferrante.


Trama: Leda è una professoressa di lingue e traduttrice in vacanza in un'isola della Grecia. Lì, l'arrivo della giovane Nina e della sua famiglia scatena nella donna dolorosi ricordi...


Lungi da me voler fare la splendida, ma non sapevo affatto che La figlia oscura fosse stato tratto da un libro della Ferrante e mi è venuto da ridere quando, guardando il film, ho pensato "sembra uno spin-off de L'amica geniale" solo per poi scoprire che, effettivamente, l'autrice era la stessa. Lungi da me passare anche per esperta di Elena Ferrante, visto che ho letto solo la già citata quadrilogia de L'amica geniale, eppure il modo in cui l'autrice riesce a parlare di donne soffocate dalle convenzioni della società è facilmente riconoscibile e, oserei dire, unico. Come Lina e Lenù, anche Leda è una donna dal passato zeppo di dolore e rimpianto, a cui guarda, in età già matura, dopo l'incontro con la giovane Nina e la figlioletta Elena; giovane promessa della letteratura e della traduzione, Leda ha vissuto gli anni dell'affermazione professionale "schiacciata" dalla presenza di due bambine piccole e di un marito dal futuro promettente ma incerto quanto il suo, in un torbido miscuglio di amore per la famiglia e desiderio di essere libera e affermata senza essere limitata dal ruolo di madre e moglie. Da donna priva di figli e non ancora sposata, non posso che apprezzare il modo in cui la Ferrante (e in questo caso la Gyllenhaal, che ne accoglie il punto di vista riportandolo sullo schermo) tratteggia queste donne che vivono nella vergogna di avere desideri egoistici ai quali si abbandonano con un costante senso di colpa a pungolarle, dolorosamente consapevoli di quello che la società pretende da loro e straziate dall'innegabile sentimento di amore profondo e odio infastidito che alternativamente provano davanti alle creature che hanno messo al mondo; ipocritamente, penso ogni volta "ma guarda tu sta stronza", per poi sciogliermi in lacrime pensando "ma poveraccia, che vita orribile", presa dallo stesso dilemma sociale e morale di queste donne complicate e fragili, dalla psiche spesso appesa a un filo.


La figlia oscura
, a scanso di equivoci, è "solo questo". Nonostante il titolo inquietante, che evoca l'idea di un thriller psicologico, è la storia di una donna in vacanza che commette un solo, grande errore nel corso della stessa, un errore che la distanzia anche da chi vorrebbe la capisse, quella giovane mamma intrappolata da una famiglia che veglia su di lei e sulla sua bambina senza lasciarle un attimo di respiro. La regia evocativa della Gyllenhaal trasforma la rilassante vacanza nell'assolata Grecia in un angosciante limbo all'interno del quale passato e presente si fondono e la fragilità mentale si fa anche fisica, tra sprazzi di vicende che hanno ormai acquisito i contorni di un sogno (o un incubo) e una realtà "nemica", dove ogni cosa può essere fonte di fastidio, se non addirittura di pericolo; il montaggio di Affonso Gonçalves, già abituato a narrazioni simili, rende i passaggi tra presente e passato incredibilmente fluidi e naturali e, nonostante questo, riesce a trasmettere allo spettatore la stessa confusa inquietudine di cui è preda Leda. Il punto di forza de La figlia oscura, tuttavia, sono state per me le interpretazioni. Olivia Colman è da anni una certezza e ho amato tantissimo la fragilità che la sua Leda cerca di dissimulare con un atteggiamento consapevole e spavaldo, le sue chiacchiere "impanicate" e la sua profonda tristezza, ma la sorpresa del film è stata Jessie Buckley, che interpreta Leda da giovane conferendole quel fascino "scazzato" tipico dei personaggi della Ferrante, offrendo il ritratto di una donna carismatica ma dalle profonde insicurezze, capace di grandi gesti di affetto e anche di crudeltà inaudita (lo so, io che non ho figli dovrei stare zitta, ma davanti alla bambina che chiede semplicemente un bacino sul dito tagliato mentre la madre nemmeno la guarda, ho provato l'insana voglia di strozzare Leda). Come avrete capito, La figlia oscura è uno di quei slow burn psicologici in cui succede davvero poco o nulla e che chiede allo spettatore di lasciarsi trasportare dall'atmosfera; a me è piaciuto parecchio ma se non amate questo genere di film state lontani chilometri. 


Della regista e co-sceneggiatrice Maggie Gyllenhaal ho già parlato QUI. Olivia Colman (Leda), Dakota Johnson (Nina), Ed Harris (Lyle), Peter Sarsgaard (Professor Hardy) e Alba Rohrwacher (escursionista) li trovate invece ai rispettivi link.

Jessie Buckley interpreta Leda da giovane. Irlandese, ha partecipato a film come Judy, Sto pensando di finirla qui e a serie quali Chernobyl e Fargo. Anche cantante, ha 33 anni e due film in uscita. 


Oliver Jackson-Cohen interpreta Toni. Inglese, lo ricordo per film come The Raven, L'uomo invisibile e per le serie Hill House, The Haunting of Bly Manor. Ha 36 anni e due film in uscita. 





mercoledì 6 aprile 2022

The Scary of Sixty-First (2021)

Si torna a parlare di horror, dopo la lunga parentesi da Oscar. Avevo promesso a Lucia, la quale si immola spesso per evitarci ciofeche, che stavolta mi sarei offerta io di provare The Scary of Sixty-First, presente sulla piattaforma Shudder, diretto e co-sceneggiato nel 2021 dalla regista Dasha Nekrasova, e mi sono pentita dell'offerta...


Trama: due ragazze vanno a vivere assieme in un appartamento di proprietà di Jeffrey Epstein e lì cominciano a succedere cose strane...


The Scary of Sixty-First
ha vinto un premio all'ultimo festival del Cinema di Berlino per la migliore opera prima. E' evidente, dunque, che io non capisca nulla di cinema visto che non consiglierei questo film al mio peggior nemico a meno che quest'ultimo non si sia pesantemente drogato prima, cosa che probabilmente hanno fatto la regista e gli attori durante la realizzazione di quest'opera (esiste un bluray costosissimo, pare, e nel commento audio si evince che molte cose siano state realizzate, fatte, aggiunte "alla Boris"). Ma andiamo con ordine, cerchiamo di non essere antipatici fin da subito. Per capire meglio che caspita sia The Scary of Sixty-First forse bisogna conoscere prima qualcosa sulla regista, Dasha Nekrasova. Costei è diventata famosa negli USA per un podcast di estrema sinistra, definita nello specifico "dirtbag left", ovvero quel tipo di sinistra che pratica un uso estensivo di umorismo particolarmente gretto e volgare per esprimere le proprie opinioni spesso populiste, in soldoni sono la versione speculare dei Trumpiani. Non ho mai ascoltato il podcast Red Scare, non ho particolare desiderio di farlo, ma mi pare di aver capito che i temi principali siano la critica al capitalismo, al femminismo e al liberalismo, in generale alla sinistra troppo "molla" e fighetta. Ciò in effetti spiegherebbe perché buona parte di The Scary of Sixty-First preveda lunghi dialoghi imperniati su temi politici, cospirazioni di poteri forti e controlli mentali da parte della CIA tra una tizia senza nome (interpretata dalla stessa Dasha Nekrasova) e Noelle, quest'ultima ritrovatasi ad abitare in un lussuoso appartamento Newyorchese appartenuto a Jeffrey Epstein. Se non sapete chi era costui, Epstein era un magnate della finanza arrestato per uno scandalo sessuale a sfondo pedofilo (in cui è finito coinvolto anche l'ex Duca di York, Andrea, sul quale poi torneremo) che, qualche anno fa, si è apparentemente impiccato in cella, cosa che ovviamente ha scatenato il solito coro di "noncielodicono" di chi sospetta che, in realtà, Epstein o sia stato ucciso oppure abbia solo inscenato la propria morte. 


The Scary of Sixty-First
imbastisce dunque la sua trama horror su questa figura deprecabile, con le due protagoniste, Noelle e Addie, che vanno a vivere in uno degli appartamenti di proprietà di Epstein e lì trovano parecchi indizi che dovrebbero portarle a scappare fin da subito, senza guardarsi indietro. L'idea alla base di tutto sarebbe di una banalità sconcertante ma anche capace di dare comunque vita ad un ottimo film: Epstein non era solo un pedofilo ma era anche impelagato con culti satanici e Noelle ed Addie diventano le vittime designate di una maledizione terribile, schiacciate da un'atmosfera di claustrofobica paranoia che aumenta nel momento in cui una ragazza senza nome si introduce in casa loro per indagare sui mille misteri di Epstein, "stuzzicando" ancora di più le forze del male. Purtroppo, il modo in cui la vicenda viene trattata è confuso, raffazzonato, apparentemente noiosissimo all'inizio e terribilmente trash da un certo punto in poi, quando la "possessione" demoniaca (?) di Addie si traduce in un florilegio di masturbazioni sulle effigi di Andrea di York e pugni in faccia alle foto di Sarah Ferguson, durante i quali ho riso più del dovuto. Leggendo qualche recensione qui e là ho visto scomodare nomi importanti come quelli di Polanski e Kubrick (il biglietto che si vede alla fine è identico a quello che trova Tom Cruise alla fine di Eyes Wide Shut), io se volete ci aggiungo anche Fulci o Argento, ma non vuol dire nulla: anche io ogni tanto mi ispiro allo stile dei mangaka giapponesi per disegnare, ma il risultato è comunque una merda e lo stesso vale per The Scary of Sixty-First.


Dasha Nekrasova
non è totalmente interdetta, per carità. Ha occhio per l'atmosfera vintage, azzecca alcune sequenze suggestive, sa come sfruttare un atmosfera squallida e trucida per trasformare New York nell'antitesi del glamour, popolata da gente deprimente e instabile di mente, e prova persino, sul finale, a giocare la carta del satanismo sanguinolento e del thriller psicologico facendo sicuramente riferimento a quei grandi nomi di cui sopra. Purtroppo il risultato è imbarazzante a più livelli, sia perché la Nekrasova mette troppa carne al fuoco ricoprendola di una quantità spropositata di dialoghi orribili e messi in bocca a gente in botta da speed (davvero a volte sembra di ascoltare il podcast delirante di due fulminate), sia perché i personaggi del film sono delle macchiette ridicole, dei cliché ambulanti, i residuati bellici di quelle orribili pellicole indie ed underground degli anni '80/'90; per dirne una, non si capisce perché Addie e Noelle siano andate a vivere insieme visto che si disprezzano, né perché, posseduta da Epstein (??) Addie si trasformi in una bambina vogliosa di scopare (ma ti pare? Una ragazzina vittima di Epstein perché dovrebbe avere voglia di sbattersi un vecchio o di masturbarsi sulle iniziali del maniaco che l'ha seviziata? Ma che orrore!), ma l'elenco di cretinate senza capo né coda potrebbe continuare per ore. Come se tutto ciò non bastasse, gli attori sembrano usciti dritti dritti da The Room e non lo dico perché The Room è il film più brutto della storia (ho visto di peggio), ma perché sia il ragazzo che interpreta Greg, sia l'attrice che intepreta Noelle, hanno la stessa impostazione lamentosa del famigerato "I did nAAAt" di Tommy Wiseau e i loro litigi sono talmente cringe da farmi rivalutare quelli tra Johnny e Lisa. Shudder, santo cielo, ma come hai potuto distribuire 'sta roba?

Dasha Nekrasova (vero nome Daria Dmitrievna Nekrasova) è la regista e sceneggiatrice del film, inoltre interpreta "la ragazza". Bielorussa, è al suo primo e finora unico lavoro come regista mentre come attrice ha partecipato a serie quali Mr. Robot e Succession. Ha 31 anni.



martedì 5 aprile 2022

Madres paralelas (2021)

Il penultimo film recuperato in vista della Notte degli Oscar è stato Madres Paralelas, diretto e sceneggiato nel 2021 dal regista Pedro Almodóvar.


Trama: Janis è una fotografa di quarant'anni, che rimane incinta nel corso di una relazione con un archeologo; in ospedale incontra Ana, adolescente rimasta incinta dopo una violenza sessuale di gruppo, e tra loro si forma un legame...


¿Que pasa, Pedro?
Me lo sono chiesta alla fine di Madres Paralelas, ennesima pellicola sul moscio andante recuperata durante la forsennata corsa agli Oscar, imperniata su argomenti talmente scottanti che avrebbero dovuto sciogliermisi gli occhi in lacrime e, invece, mi hanno lasciata a fissare lo schermo facendo spallucce. Dov'è finito il Pedro Almodóvar capace di emozionare e stupire lo spettatore, che qui inserisce, per buona misura, un paio di scene lesbo completamente "a cazzo di cane" neanche fosse un vecchio rattuso? Non lo so, ma qui, salvo per la bellezza della fotografia e delle scenografie o per la presenza di un paio di attrici feticcio, non l'ho proprio trovato, e Madres Paralelas si è rivelato un mezzo pasticcio pieno di buone intenzioni portate a perdere. Sono tanti, infatti, i temi importanti presenti in Madres Paralelas. Si parte da ben tre diverse concezioni di maternità in tre età diverse, con persino dei rimandi alla condizione della donna nell'epoca franchista, si passa attraverso esperienze terribili come stupri di gruppo, morte, abbandono e depressione e si arriva a un discorso più ampio sulla storia e su come questa non possa mai venire cancellata o messa a tacere, nonostante in molti provino a farlo, quindi carne al fuoco ce ne sarebbe. E Madres Paralelas non è nemmeno un film orribile, perché è dotato di una bella fotografia e delle ottime scenografie, inoltre la recitazione di Pénelope Cruz e della co-protagonista Milena Smit è decisamente di alto livello. Eppure, almeno con me, il film non ha funzionato.


Non ha funzionato perché tutta la carne al fuoco è stata messa in piatti separati, senza che si amalgamassero tra loro. Le vicende raccontate, soprattutto la "cornice" della fossa comune con dentro i cadaveri di uomini fucilati dai soldati di Franco, sembrano slegate le une alle altre oppure unite in maniera talmente forzata che, a tratti, sembra di guardare una soap opera; il cuore della trama, in particolare, è qualcosa di talmente "grosso", importante e sconvolgente (benché sia un twist che si capisce più o meno dopo 20 minuti) che quando i nodi dello stesso vengono al pettine ci si aspetterebbe un po' più di tempesta emotiva da parte dei personaggi, invece la cosa viene gestita abbastanza in fretta, come se non fosse quello il punto su cui soffermarsi. Magari non lo era, d'accordo, però allora non ho capito quale fosse l'aspetto più importante per Almodóvar, visto che ogni cosa mi è parsa buttata lì per far mucchio, per assistere a confronti tra donne (e uomini, talvolta) interessanti ma privi di cuore, fiaccati da un'eccessiva insistenza sulle tenere faccette di bambine e sulle moine delle mamme, a proposito delle quali apro una parentesi. Ammazza quanto è difficile essere madri in Spagna, devastate dai figli nonostante la presenza costante in casa di almeno una colf e una tata: furba è stata la Cruz a prendersene una multitasking, anche se un po' pesa e rompipalle, bisogna dirlo. Alla prossima, Pedro!


Del regista e sceneggiatore Pedro Almodóvar ho già parlato QUI. Penélope Cruz (Janis), Rossy De Palma (Elena) e Julieta Serrano (Brígida) li trovate ai rispettivi link.

venerdì 1 aprile 2022

The Fallout (2021)

Attirata dalle recensioni positive su Letterboxd, ho recuperato in questi giorni The Fallout, opera prima della regista e sceneggiatrice Megan Park.


Trama: sopravvissuta ad una sparatoria a scuola, Vada cerca come può di superare il trauma...


Documentarsi sulle stragi scolastiche americane è qualcosa di sconfortante e i numeri che escono fuori dalla mera lettura di pochi articoli sono da mettersi le mani nei capelli, così come la chiara percezione della necessità, da parte di studenti ed insegnanti, di proteggersi da qualcosa purtroppo insito nella cultura della loro "gloriosa" nazione. Non esistono leggi chiare né mezzi di prevenzione salvo la loro versione delle nostre esercitazioni antincendio, esiste solo la certezza che possedere delle armi è un diritto e che le pene per chi le lascia alla portata dei minori, in alcuni stati, sono anche troppo blande, nonostante le stragi scolastiche siano solo la punta dell'iceberg di incidenti mortali praticamente quotidiani. L'idea che mi sono fatta, da quarantenne italiana che la scuola non la vedrà mai più nemmeno col lanternino, è quella di un ambiente "rassegnato", fatto di persone che vivono tranquille nonostante esercitazioni ad hoc e che cercano di non pensare alla concreta possibilità di morire più per una sparatoria in classe che per un incidente stradale; ovvio, il fatto che l'intera società sia ormai rassegnata non vuol dire che simili eventi non siano scioccanti e drammatici, e da qui parte appunto il film The Fallout che racconta, come da titolo, gli strascichi di una strage scolastica.


L'esordiente Megan Park sceglie, in maniera molto intelligente, di non mostrarci nulla della strage e di metterci nei panni di tre ragazzi terrorizzati che, mentre le pallottole esplodono, pregano disperatamente che all'assassino non venga mai in mente di entrare nel bagno dove sono rifugiati, in una delle sequenze più angoscianti viste quest'anno. Dopo questo inizio concitato e sconvolgente, The Fallout rallenta, mette da parte ogni tentativo di fare critica sociale o analizzare i motivi che hanno portato alla strage e preferisce concentrarsi su Vada, una normalissima ragazza senza particolari pregi o difetti, una studentessa "qualsiasi" che non ha né la capacità né l'interesse di trasformare un'esperienza orribile in uno spunto per migliorare la società o la vita dei suoi coetanei. Da questo punto di vista, The Fallout è apprezzabile per non essere né il solito film americano d'incoraggiamento o formazione, né l'ennesimo ritratto dell'angst giovanile tutto drama e autodistruzione, piuttosto cerca di riportare fedelmente una realtà in cui i sopravvissuti vorrebbero solo tornare a vivere normalmente, ad essere ragazzini "stupidi" con problemi "semplici" legati ad amicizie, amori e famiglia. Vada (e con lei Mia, una delle ragazze più popolari della scuola) si ritrova presa tra il terrore cieco che le impedisce di tornare a scuola e il desiderio di avere contatti umani che abbiano vissuto la sua stessa esperienza e non la forzino ad aprirsi o a ricordare; attraverso il suo sguardo, arriviamo a cogliere tutte le sfumature del trauma, non solo di chi ha provato l'orrore sulla pelle o ha perso qualcuno ma anche delle vittime collaterali, soprattutto dei familiari di chi è sopravvissuto e ne è uscito irrimediabilmente cambiato.


Questo drammatico slice of life funziona in primis grazie alla bravura degli interpreti, visto che i legami umani sono il cuore di The Fallout. Il film è quasi interamente retto dalla meravigliosa interpretazione della giovane Jenna Ortega la quale, oltre ad essere bellissima a mio parere, incarna alla perfezione l'esempio di una generazione "smart" perennemente connessa, ben consapevole di tutti i problemi che affliggono il mondo eppure per nulla interessata ad affrontarli; Vada riconosce la fortuna di essere sopravvissuta ma non riesce a trovare un motivo per cui le sia toccata, e il disagio derivante dall'assenza di un "motivo", di un qualcosa che la indichi come speciale o migliore di altri o destinata ad un futuro grandioso, è palpabile in ogni azione dell'attrice. La bravura della Ortega è tale da far brillare tutto il resto del cast, anche in virtù dei bei dialoghi scritti da Megan Park, e riesce a dar vita a molti momenti toccanti (soprattutto durante i dialoghi con la sorellina minore, perfetto esempio di annoying pre-teen che si atteggia a donnina vissuta ma riesce comunque a risultare adorabile) e a parecchie sequenze apparentemente divertenti e sciocche, eppure tinte di una tristezza impossibile da ignorare. Il messaggio offerto dalla Park e dal suo The Fallout non è incoraggiante, nonostante il linguaggio giovane e spesso allegro utilizzato, e lascia addosso allo spettatore la terribile e, ahimé, realistica sensazione di gioia e tranquillità precarie, di un equilibrio passeggero che rischia di venire mandato in frantumi in pochissimo tempo, di giovani (e, con loro, di famiglie ed insegnanti) abbandonati da quello Stato che dovrebbe tutelare la loro vita quotidiana e la loro felicità. Se dovesse arrivare in Italia, date una chance a questa perlina, visto che Jenna Ortega avrà in futuro parecchio da dire!


Di Jenna Ortega (Vada) e Shailene Woodley (Anne) ho già parlato ai rispettivi link.

Megan Park è la regista e sceneggiatrice del film. Canadese, è al suo primo lungometraggio e lavora principalmente come attrice, infatti ha partecipato a film come Le cronache dei morti viventi, Demonic e ad episodi di serie come Young Sheldon. Ha 36 anni. 


Julie Bowen
interpreta Patricia Cavell. Americana, ha partecipato a film come Un lupo mannaro americano a Parigi, Come ammazzare il capo... e vivere felici, e a serie quali E.R. - Medici in prima linea, Dawson's Creek, Lost e Weeds; come doppiatrice, ha lavorato in I Griffin, Ducktales e American Dad!. Anche produttrice e regista, ha 52 anni. 



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