martedì 8 settembre 2026

Notte Horror 2026: La casa 7 (1989)


A causa del mega-problema avuto quest'anno col blog avevo pensato di lasciare perdere tutto e non partecipare nemmeno alla Notte Horror. Poi ho riflettuto, arrivando alla conclusione che non sono di certo io a dover scomparire come se avessi fatto qualcosa di male, quindi eccomi qua per il tredicesimo anno consecutivo a celebrare i filmacci del ciclo Notte Horror. Il mio compagno questa sera è La stanza di Gordie, che vi parlerà di Rawhead Rex, mentre io sono rimasta in territori più casalinghi, e ho scelto, per l'appunto, La casa 7 (The Horror Show, anche conosciuto come House III: The Horror Show), diretto nel 1989 dal regista James Isaac. ENJOY!

Trama

Il detective McCarthy cattura il killer Max Jenke, il quale viene condannato alla sedia elettrica. Appena prima di morire, Jenke giura vendetta a McCarthy e gli si insedia in casa come spirito, rovinandogli famiglia e carriera...

Recensione

Voi forse non avete idea della confusione provata, a inizio anni '90, quando Notte Horror aveva mandato in onda La casa 7. Nonostante la mancanza di internet, tra un passaggio televisivo e l'altro avevo più o meno tenuto conto della quantità di "case", ed ero rimasta molto male quando mi ero resa conto di essermi persa la sesta. Ed ero anche rimasta perplessa dal fatto che La casa 7, a differenza di quelle originali e di quelle apocrife, sarà anche stata ambientata in una casa, appunto, però sembrava più una versione di Sotto Shock, uscito all'estero lo stesso anno ma, probabilmente, arrivato in Italia un po' prima del film di James Isaac. Col tempo ho imparato di non potermi fidare della numerazione di questa saga, e anche che La casa 7 non c'entra effettivamente nulla né con le opere di Raimi, né con gli apocrifi italiani, né con la serie House, di cui avrebbe dovuto essere il terzo capitolo, come leggerete nelle "Curiosità". Quindi a cosa serve La casa 7? Ecco, bella domanda. Il film di James Isaac, prodotto da Sean S. Cunningham, è la storia di una vendetta postuma, perpetrata ai danni del detective McCarthy dal serial killer Max Jenke dopo essere stato fulminato sulla sedia elettrica. Siccome il DVD edito dalla Magic Memory non è dotato, mortacci loro, di sottotitoli per l'audio inglese, ammetto di essermi persa la spiegazione di come abbia fatto Jenke a dotarsi del potere di diventare spirito (c'è tutta una supercazzola legata all'elettricità ma non fatemi entrare nei dettagli), ma è poco importante ai fini della trama. La cosa fondamentale è che Jenke si insedia in casa di McCarthy e, approfittando del fatto che il detective è già guardato con sospetto da famiglia e colleghi a causa di un'importante PTSD causata proprio dall'indagine su Jenke, gli incasina ancor più la testa facendolo passare per matto in culo grazie a una serie di allucinazioni ben piazzate. A differenza di Horace Pinker che si limitava a possedere la gente, Jenke è un Freddy Krueger ancora più potente, capace di modificare la realtà, trascinare le vittime nella sua dimensione, imitare voci, profondersi in esibizioni da stand-up comedian e chi più ne ha più ne metta. L'unica cosa che Jenke non fa è tenere fede alla sua fama di sanguinario figlio di puttana omicida, il che significa che il film è una menata senza fine, salvata solo da un inizio e un finale scoppiettanti e zeppi di momenti ad alto tasso di gore.

Ciò che impedisce a La casa 7 di scadere nell'ignominia perpetua sono, in primis, gli effetti speciali dello studio KNB EFX Group, fondato da Kurtzman, Nicotero e Berger, che si possono gustare nel corso del flashback in cui McCarthy entra in un incubo fatto di corpi smembrati e teste mozzate, nella sequenza della sedia elettrica, nell'esilarante scena del tacchino, e in tutti i momenti in cui il finale ricorre al body horror "spinto", con idee che avrebbero fatto la felicità di Cronenberg. L'altra cosa che salva La casa 7 dal dimenticatoio è la presenza di Lance Henriksen e Brion James all'interno di un cast di attori mediamente cani (tra l'altro, il DVD che ho io pubblicizza in maniera massiccia il nome di Dedee Pfeiffer, che interpreta la figlia di McCarthy, invece che di Brion James, e continuo a chiedermi perché). Henriksen si profonde in un'interpretazione che, negli ultimi 20 anni, sarebbe stata molto più consona per l'overacting di Nicolas Cage, ma se non altro crede fermamente in quel che fa e ci mette tutto l'impegno che un film simile non meriterebbe nemmeno per sbaglio. Brion James, dal canto suo, dipende molto da quanto lo spettatore ha voglia di prenderlo sul serio. L'idea di un serial killer dotato della risatina fessa di uno Skeletor qualsiasi a me fa molto ridere, e in questo contesto l'attore non riesce ad incutermi né timore né inquietudine, ma ammetto di apprezzare molto questi tocchi cheesy all'interno di un horror anche ambizioso, quindi sono rimasta soddisfatta. Purtroppo per lui, James non è né Mitch Pileggi né, tantomeno, Robert Englund, e il suo gigioneggiare mostra tutti i limiti di un attore nato per i ruoli di malvagio glaciale, quindi altri spettatori potrebbero non essere così indulgenti. La casa 7 è un film che ovviamente non inserirò mai nel novero dei cult da Notte Horror, ma è un'opera alla quale sono molto legata, perché è stato il primo e unico horror propinato ad una delle mie migliori amiche, che ancora oggi mi odia per averla costretta a tale supplizio, come dimostrano i messaggi Whatsapp che ci siamo scambiate durante il mio rewatch dopo 30 e fischia anni. Il contrappasso di questo odio è di essersi trovata un marito che ama gli horror e avere generato un figlio ugualmente traviato, ma mica sarà colpa mia, giusto? Ti voglio bene, Paola!!  

Cast

Di Lance Henriksen (Detective Lucas McCarthy) e Brion James (Max Jenke) ho già parlato ai rispettivi link.

  • James Isaac è il regista del film. Americano, ha diretto film come Jason X Skinwalkers - La notte della luna rossa. Anche tecnico degli effetti speciali, produttore e attore, è morto nel 2012.
  • Dedee Pfeiffer interpreta Bonnie. Americana, sorella di Michelle Pfeiffer, ha partecipato a film come Tutto in una notte, Un giorno di ordinaria follia e a serie quali La signora in giallo, Seinfeld, Ellen, Friends. CSI - Scena del crimine, La zona morta, CSI: NY, E.R. - Medici in prima linea e Supernatural. Anche produttrice, ha 62 anni. 

Curiosità

Lewis Arquette, che interpreta il tenente Miller, è il patriarca degli Arquette ed era comparso accanto al figlio David in Scream 2. Kane Hodder ha fatto da stuntman a Brion James in alcune scene. James Isaac ha sostituito il regista originale del film, David Blyth, dopo che quest'ultimo è stato licenziato poco dopo l'inizio della produzione. Il film avrebbe dovuto essere il sequel ufficiale di Chi è sepolto in quella casa? e La casa di Helen, ma non ha nulla a che vedere con i capitoli precedenti; infatti, la MGM voleva ricominciare da capo e ha chiesto di modificare pesantemente la sceneggiatura introducendo un nuovo boogeyman potenzialmente iconico, re-intitolando il film The Horror Show. Nel 1992 è poi uscito, per il mercato dell'home video, House IV - Presenze impalpabili, seguito diretto di Chi è sepolto in quella casa?. Se La casa 7 vi fosse piaciuto recuperate quindi piuttosto Sotto Shock e Pentagram, che ho già visto e conosco, e aggiungete i per me sconosciuti Prison e L'occhio della morte, magari da segnarsi per le prossime Notti Horror.

Notte Horror 2026

E' toccato a me chiudere la rassegna, ma di seguito trovate tutti i film di cui hanno parlato i miei esimi colleghi, di cui vi consiglio di recuperare i post! Al prossimo anno (spero)!





venerdì 4 settembre 2026

2026 Horror Challenge: The Hitcher - La lunga strada della paura (1986)


La challenge horror settimanale voleva un film uscito nel 1986, così ho deciso di festeggiare i 40 anni di The Hitcher - La lunga strada della paura (The Hitcher), diretto dal regista Robert Harmond.

Trama

Un ragazzo dà un passaggio a un autostoppista che, in realtà, è un folle killer. Dopo essere miracolosamente fuggito alle sue grinfie, il ragazzo viene perseguitato dall'autostoppista e ingiustamente accusato dei delitti da lui commessi...

Recensione

Ormai la mia memoria è andata. Mi sembra strano che non avessi mai visto prima di qualche giorno fa The Hitcher, eppure più ci penso più mi vengono in mente solo le locandine e le pubblicità su TV Sorrisi e Canzoni e basta. Quindi, do per buono, vergognosamente, di aver affrontato per la prima volta The Hitcher all'età di 45 anni, e sono felicissima di averne avuto, finalmente, l'opportunità, nonostante l'atroce dubbio che la versione disponibile su Prime Video sia tagliata. Spero di sbagliarmi ma, a prescindere, The Hitcher mette un'angoscia maledetta anche senza mostrare più del necessario. Per chi, come me, o non avesse mai visto il film o si fosse dimenticato di averlo fatto, The Hitcher inscena un terribile gioco tra gatto e topo ai danni del giovane Jim. Bello ed ingenuo, Jim si è messo in viaggio per consegnare una macchina a San Diego e, dopo aver rischiato di addormentarsi durante il tragitto, decide di caricare un autostoppista che possa tenergli compagnia. Quest'ultimo si rivela, purtroppo per Jim, un pazzo omicida il quale, dopo non essere riuscito ad ucciderlo per puro caso, si mette a perseguitarlo, arrivando al punto da incastrarlo per gli omicidi da lui commessi. L'agghiacciante meccanismo di pura tensione che è The Hitcher non risiede tanto nell'attesa che John Ryder, prima o poi, compaia su qualche macchina lanciata a folle velocità per uccidere Jim, quanto piuttosto nel modo subdolo con cui il killer priva il ragazzo di ogni minima speranza di aiuto o salvezza. Più volte, infatti, Ryder risparmia la vita di Jim, solo per farlo piombare in una nera disperazione che nulla ha a che fare con la morte (o, almeno, non la sua); beffardo e, in qualche modo, "paterno" nel suo desiderio di educare Jim, Ryder arriva persino al punto di mettergli delle monete sugli occhi (un obolo per il traghettatore dei morti) per sottolineare il suo desiderio di uccidere la parte ingenua ed infantile del ragazzo, di costringerlo ad abbracciare un'oscurità e un male percepiti come inevitabili. Privo di un nome reale, John Ryder potrebbe davvero essere l'incarnazione del male che si annida nel mondo, una macchina di morte senza motivazioni né origini, e per questo assolutamente casuale nelle modalità e nei tempi con cui dispensa violenza e orrore. La battaglia tra lui e Jim va dunque oltre il livello fisico, nonostante l'ampio utilizzo di armi da fuoco e lame affilate, e si concretizza in un'oscurità che divora, lentamente ma inesorabilmente, l'animo del ragazzo, lasciandolo solo ad affrontarla anche mentre scorrono i titoli di testa. 

La cosa che più colpisce, dopo 40 anni, è la lucidità con cui questa perdita di innocenza e questo viaggio nell'orrore vengono messi in scena, rifuggendo l'estetica anni '80 e i cliché del sottogenere slasher a cui The Hitcher è stato erroneamente ascritto. Robert Harmon, regista che poi si è inspiegabilmente perso, cattura la brulla bellezza dei paesaggi naturali "all-american" tagliati da strade infinite, prende la loro familiarità e li trasforma in qualcosa di alieno, una dimensione altra dove gli umani non posso entrare e, quando lo fanno, è a loro rischio e pericolo. E' come se, addormentandosi, Jim avesse sconfinato in un universo parallelo e, ad ogni tentativo di fuggire, si portasse dietro Ryder nella realtà, con tutte le terribili conseguenze del caso, per lui e per gli altri. Questo aspetto onirico della regia e della narrazione porta lo spettatore a sentirsi a tratti confuso; per esempio, durante il secondo incontro tra Jim e Ryder, nella stazione di servizio abbandonata, in mezzo alla nebbia, ero convinta che il ragazzo si sarebbe prima o poi svegliato, mentre l'intera sequenza nella stazione di polizia sembra presa di peso da uno dei vari Nightmare, tanto è surreale la situazione in cui viene a trovarsi il protagonista. E poi, ovviamente, c'è lui. Rutger Hauer, bello come il sole, tremendamente affascinante nonostante sia l'interpretazione dell'attore che la sceneggiatura diano l'idea che Ryder sia un buco nero, una fredda macchina di morte. Eppure, Hauer ha talmente tanto carisma che si mangia qualunque altra presenza nel film, anche il povero C. Thomas Howell, il quale a meno di vent'anni ha comunque interpretato egregiamente la terribile trasformazione psicologica che subisce Jim. "Iconico" è una parola ormai abusata, che sono arrivata a non apprezzare granché, eppure Rutger Hauer in The Hitcher è niente meno che iconico, uno spauracchio che, anche privo di trucco e col solo ausilio di quegli allucinanti occhi di ghiaccio, risulta più terribile di tanti altri mostri che hanno fatto la storia del genere horror. Se anche voi, dopo 40 anni, non avete mai visto The Hitcher o ve lo siete dimenticato (ma, arrivata a questo punto, ne dubito), questo anniversario è un'ottima occasione per recuperarlo ed imparare, una volta per tutte, che la mamma ha ragione: non si caricano gli autostoppisti!!

Cast

Di Rutger Hauer (John Ryder), Jennifer Jason Leigh (Nash) e Jeffrey DeMunn (Capitano Esteridge) ho parlato ai rispettivi link.

  • Robert Harmon è il regista del film. Americano, ha diretto film come Teneramente in tre e They - Incubi dal mondo delle ombre. Anche produttore, direttore della fotografia e sceneggiatore, ha 73 anni.
  • C. Thomas Howell interpreta Jim Halsey. Americano, ha partecipato a film come E.T. - L'extra-terrestre, I ragazzi della 56ª strada, The hitcher II - Ti stavo aspettando, The Amazing Spider-Man e a serie quali Moonlighting, I viaggiatori delle tenebre, Oltre i limiti, E.R. Medici in prima linea, 24, Outcast, The Punisher, The Terror, Criminal Minds, Creepshow e The Walking Dead. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 60 anni e due film in uscita. 

Curiosità

Armin Shimerman, che interpreta il sergente nelle scene dell'interrogatorio, era il preside Snyder di Buffy The Vampire Slayer. Il film ha un seguito, The hitcher II - Ti stavo aspettando, e un remake, The Hitcher. Non avendoli mai visti, non posso consigliarveli, ma potete guardare Duel e, perché no, Wolf Creek. ENJOY!

martedì 1 settembre 2026

Insidious - Fuori dall'Altrove (2026)


Volevo andare a vedere Camp Miasma, ma abito nella maledetta Savona e ho dovuto accontentarmi di Insidious - Fuori dall'Altrove (Insidious: Out of the Further), diretto e co-sceneggiato dal regista Jacob Chase.

Trama

Gemma vive con la figlioletta Maya nella casa dove, un tempo, sua madre si era suicidata dopo avere manifestato pericolosi disturbi mentali. Un giorno, Gemma comincia ad avere incubi terribili che cominciano ad erodere la sua percezione della realtà...

Recensione

Come forse saprete, la saga di Insidious non è mai stata tra le mie preferite, l'ho sempre trovata piuttosto noiosa, preferendole il franchise di The Conjuring. Di fatto, sono andata al cinema senza ricordare nemmeno l'ultimo film, La porta rossa, portandomi dietro solo un'infarinatura generica comprendente un ricordo piuttosto chiaro di cosa fosse la dimensione chiamata "Altrove" e, ovviamente, di chi fosse la sensitiva Elise Rainier. Se in Fuori dall'Altrove c'erano degli easter egg, salvo forse la comparsa di un paio di demoni che mi è parso di riconoscere, non li ho ovviamente colti, ma poco importa perché l'ormai sesto capitolo della saga è un'opera che si regge abbastanza sulle sue gambe e che può essere apprezzata anche senza conoscere i film precedenti. Chiuso il capitolo Lambert, infatti, Fuori dall'Altrove introduce un nuovo personaggio, Gemma, un'igienista dentale con un'infanzia segnata da una madre morta suicida dopo essere impazzita. Nonostante i giusti consigli del fidanzato, che spesso la esorta ad abbandonare una casa così piena di dolore e cupi ricordi, Gemma si ostina a vivere lì assieme alla figlia Maya. La loro vita scorre serena, finché Gemma comincia a sognare l'oscura dimensione denominata "Altrove", dove risiedono i demoni e i morti che non riescono ad andare nell'aldilà; ancor peggio, gli incubi si rivelano qualcosa di peggiore, arrivando persino ad alterare la percezione della realtà di Gemma e a spingerla verso una progressiva follia che rischia di farla diventare come sua madre, alienandola dalla spaventata Maya. Ovviamente, dietro queste visioni ed incubi c'è qualcosa che non vi sto a spoilerare, ma fondamentalmente Gemma ha una caratteristica in più rispetto ai "fortunati" membri della famiglia Lambert che scivolavano inconsapevolmente nell'Altrove, e ciò la rende uno strumento indispensabile per ciò che lì dimora. A livello di "paura" per lo spettatore, questa caratteristica di Gemma si traduce in un confine ancora più sottile tra realtà e Altrove, tra sogno, veglia e visione, risultando (almeno per quanto mi riguarda) più coinvolgente e divertente rispetto ai precedenti capitoli; inoltre, il pregio di Fuori dall'Altrove è l'introduzione di un paio di personaggi assai barocchi, sia vivi (più o meno) che morti, che aumentano di un paio di tacche il tasso di disgusto e di cheesiness dell'intera operazione. Certo, quest'ultimo aspetto deve entrare in risonanza con spettatori pronti a stare al gioco e ad apprezzare questi tocchi weird, come la sottoscritta, mentre gli altri rischiano di giudicare Fuori dall'Altrove ancora più scemo dei film che lo hanno preceduto.

Oltre a questo, capisco anche che molti spettatori disprezzeranno Fuori dall'Altrove per la sua natura derivativa. Per quanto mi riguarda, se vengono frullati gli ingredienti giusti mangio tutto volentieri, e l'ultimo capitolo di Insidious aggiunge, agli elementi tipici della saga, anche suggestioni da molti altri film horror passati e presenti. Da Nightmare a The Dentist, entrambi ampiamente citati e saccheggiati, si passa ad una delle sequenze più particolari, quella in cui Gemma si perde all'interno di un fortino di cuscini, in cui molti hanno visto un richiamo a Backrooms ma che a me ha riportato alla mente il poco conosciuto e geniale Dave Made a Maze, tutti piccoli tocchi che ravvivano una regia tutto sommato ordinaria, che però dà molta importanza ai colori (soprattutto il rosso) e ad un sonoro insinuante. Rispetto agli altri film della saga, mi è sembrato si sia posta una maggiore attenzione anche al character design dei personaggi, affidati ad attori dal sembiante particolare, o ad un make-up ispirato. I tre vecchietti che campeggiano in tutte le foto promozionali, per esempio, sono un colpo di genio che offre parecchie soddisfazioni durante la visione, e il demone "capo", Cyrus (a furia di trovare citazioni, non riuscivo a smettere di pensare a Con Air), supera in figaggine il Lipstick-Face Demon dei primi capitoli in quanto frutto illegittimo di una misteriosa unione tra Alice Cooper, Iggy Pop e il Bughuul di Sinister. Gli attori principali, invece, sono abbastanza dimenticabili. Benché sia sempre bello vederla sul grande schermo, Lin Shaye ormai passa giusto a ritirare l'assegno, e l'unica cosa che mi ha colpita è l'incredibile somiglianza della protagonista, Amelia Eve, con una giovane Naomi Watts. In definitiva, credo che Insidious - Fuori dall'Altrove sia un dignitoso horror commerciale che potrebbe accontentare sia i fan che lo spettatore occasionale. Quest'anno ho visto di meglio, anche per quanto riguarda il non-elevated horror, però mi sono divertita, forse perché partivo con aspettative azzerate. Ciò detto, adesso basta mungere la mucca dell'Altrove, per piacere!

Cast

Di Lin Shaye, che interpreta Elise Rainier, ho già parlato QUI.


Curiosità

Amelia Eve, che interpreta Gemma, era la Jamie di The Haunting of Bly Manor, mentre Brandon Perea, Nick, ha partecipato al film Nope. Insidious - Fuori dall'Altrove è perfettamente fruibile come film a sé stante ma , per completezza, il mio consiglio è quello di recuperare Insidious, Oltre i confini del male - Insidious 2, Insidious 3 - L'inizio, Insidious: L'ultima chiave e Insidious - La porta rossa. ENJOY!

venerdì 28 agosto 2026

2026 Horror Challenge: Kuroneko (1968)


La challenge questa settimana chiedeva di guardare un film consigliato da Guillermo del Toro. La scelta è caduta dunque su Kuroneko (藪の中の黒猫, Yabu no naka no kuroneko), diretto e sceneggiato nel 1968 dal regista Kaneto Shindo.

Trama

Due donne vengono violentate e uccise da una truppa di samurai, e tornano come spiriti assetati di vendetta, decise ad uccidere qualunque uomo dotato del medesimo titolo...

Recensione

Guillermo del Toro ha dichiarato di avere guardato sia Onibaba che Kuroneko all'età di 10 anni, e di esserne uscito con la psiche distrutta. Descrivendo questi due film come perfetti racconti radicati nel folklore giapponese, ne sottolinea però la modernità per quanto riguarda violenza e sessualità. Purtroppo, io a 10 anni non avevo neppure idea di cosa fosse Kuroneko, quindi non sono rimasta traumatizzata dalla visione quanto Guillermone, però gli do assolutamente ragione relativamente alla modernità con cui affronta la violenza sulle donne e la sessualità. La vicenda di Kuroneko parte proprio da una violenza sessuale con conseguente omicidio ai danni di due donne che, come già accadeva alle protagoniste di Onibaba, cercano di sopravvivere da sole in tempo di guerra. Se però, in qualche modo, le donne di Onibaba erano "colpevoli" di uccidere e derubare i passanti dei loro averi, Yone e la nuora Shige, per quel che è dato sapere allo spettatore, sono innocenti e l'orrore che è toccato loro in sorte nasce dal fatto di essere prive di una protezione maschile, visto che Gintoki, figlio di Yone e marito di Shige, non è ancora tornato dalla guerra. Le due donne muoiono e riappaiono sulla Terra come Onryou, spiriti vendicativi, ma all'interno del film c'è posto anche per un altro spirito del folklore giapponese, il bakeneko, una creatura mutaforma che divora gli esseri umani; i due spiriti si fondono in uno, e ogni notte la giovane Shige aspetta il passaggio dei samurai che hanno ucciso lei e la suocera, per portarli nel loro reame in mezzo al bambù (yabu no naka) e strappare loro la gola con affilati denti da felino. Il sesso, come scrivevo all'inizio, svolge un ruolo molto importante all'interno di Kuroneko. Le due donne non vengono "solo" uccise, ma anche violentate, subendo un doppio atto di brutale disprezzo. Nella loro vendetta, il sesso è fondamentale, in quanto i samurai vengono attirati dall'aspetto docile ed indifeso di Shige, e poi convinti da lei e Yone di essere non solo i benvenuti nella loro casa, ma anche desiderati, lasciati padroni di fare quello che desiderano alla giovane donna che si offre loro con l'appoggio della madre. In un cerchio perfetto di immagini e simbolismi, i samurai ripuliti e legittimati risultano disgustosi quanto la loro versione rozza, ugualmente mossi da appetiti smisurati che Kaneto Shindo riprende senza alcuna pietà né simpatia, aspetti questi che riserva invece alle due protagoniste.

ll sesso legato all'amore romantico si rivela invece veicolo di distruzione nel momento esatto in cui Gintoki incrocia nuovamente il cammino di Shige. Così come l'amore di Shige e Yone, tradotto nell'attesa del ritorno di Gintoki, le ha condannate a morire in solitudine, allo stesso modo l'umanissimo desiderio di potersi congiungere, finalmente, con l'uomo amato (e non con dei disgustosi sconosciuti, come necessario passaggio prima di eliminarli), spalanca a Shige le porte dell'aldilà, come punizione per non aver rispettato il giuramento di uccidere tutti i samurai. Kuroneko, come già Onibaba, non ha un lieto fine, perché la vendetta come viene intesa nella cultura giapponese non è pulita e ben mirata come ci ha insegnato Kill Bill, ma travolge anche chi non se lo merita, come invece ci ha insegnato Ju-On, il quale con Kuroneko ha un paio di cose in comune. Dall'istante in cui Gintoki e Shige si incontrano, dunque, scatta la tragedia, e la struttura del film, fino a quel momento regolare e quasi ripetitiva, diventa più movimentata ed imprevedibile, anche per quanto riguarda la messa in scena. A livello visivo, infatti, ciò che più mi ha colpita di Kuroneko è l'eleganza squisitamente teatrale delle sequenze che vedono Shige e Yone in azione all'interno della loro dimora spettrale. La lenta danza di Yone, in contrasto con la violenza con cui Shige strappa la gola dei samurai a morsi, i faretti che illuminano le figure delle donne facendole comparire all'improvviso dalle ombre come spettri di un bianco abbacinante, il fumo, che le avvolge di un'aura eterea, sono tutti aspetti stilistici presi dal teatro kabuki e noh e sono una gioia per gli occhi. Ma è splendido anche il trucco che, in maniera incredibilmente sottile e grazie anche all'abile uso dell'illuminazione, trasforma il viso di Nobuko Otowa in un ibrido tra donna e gatto, prima ancora che un make-up prostetico più "invasivo" intervenga nelle sequenze maggiormente horror e rivelatrici. Per tutti questi motivi, e per mille altri che lascio ai critici veri, Kuroneko è uno di quei film che meritano di essere custoditi e rivisti, magari in una double feature con Onibaba, per poter godere meglio di entrambe le opere!


Cast

Del regista e sceneggiatore Kaneto Shindo ho già parlato QUI.

Curiosità

Nobuko Otowa, che interpreta Yone, è la moglie del regista, per il quale aveva già recitato come protagonista in Onibaba; nello stesso film compariva come Hachi anche Kei Sato, qui nei panni del governatore Raiko. Ovviamente, il pluricitato Onibaba è un'opera che vi consiglio di recuperare se vi è piaciuto Kuroneko. ENJOY!

mercoledì 26 agosto 2026

Nightborn (2026)


Incuriosita dalla presenza di Ron Weasley, ho recuperato Nightborn (Yön lapsi), diretto e co-sceneggiato dalla regista Hanna Bergholm.

Trama

Saga e Jon vanno a vivere nella casa d'infanzia di lei, in mezzo ai boschi finlandesi. Dalla loro unione nasce un bambino, il quale mette fin da subito in allarme Saga, che non lo riconosce come umano...

Recensione

Nightborn, primo film in lingua inglese di Hanna Bergholm, prosegue un po' il discorso già iniziato con Hatching, e affianca nuovamente un idillio familiare fasullo, o comunque ipocrita, a una natura caotica ma in qualche modo più "sana" e vera, anche nei suoi aspetti negativi. Stavolta i due protagonisti sono Saga e Jon, una donna finlandese e un uomo inglese, i quali decidono di sposarsi e mettere su famiglia, andando a vivere in Finlandia, nella casa d'infanzia di lei. La dimora, che necessita di parecchi interventi di restauro, si trova in mezzo ai boschi ed è stata in parte fagocitata dalla natura, al punto che, in mezzo a quella che era la cameretta di Saga, è cresciuto persino un albero. Proprio sotto lo sguardo di alberi rigogliosi e dalle forme vagamente umane viene concepito il figlio di Saga e Jon, il quale fin da subito presenta delle caratteristiche peculiari che non vengono mai mostrate chiaramente allo spettatore, ma si evincono dagli sguardi perplessi di dottori ed infermiere, e soprattutto dallo sconcerto di Saga, incapace persino di definirlo col pronome "he", al quale preferisce un "it". La critica verso un'istituzione familiare ipocrita nasce dal fatto che tutti, persino Jon, chiudono gli occhi di fronte alle stranezze sempre più inquietanti del neonato; Nightborn diventa un maternity horror nel momento in cui Saga, già provata da tutte le naturali conseguenze del parto, rimane l'unica a vedere il bambino per quello che è e viene lasciata sola alla sua mercé, a rischio di perdere la vita durante l'allattamento. Alla paranoia crescente di Saga si associa un biasimo progressivamente più violento da parte di Jon e di tutti quelli che la circondano, oltre al sorgere di una connessione con qualsiasi cosa condivida la natura del piccolo, ovvero delle misteriose entità legate al folklore finlandese e alla famiglia di Saga. La famiglia (in particolare per quanto riguarda il legame tra genitori e figli), sotto lo sguardo di Hanna Bergholm si ripropone come la fredda unione di persone che non si sono scelte tra loro e che mal si sopportano per esigenze meramente sociali, o di facciata. La regista mette in scena il fallimento dei costrutti umani, e torna a raccontare la libertà e la gioia di legami benedetti dalla natura, istintivi e liberi da qualsiasi tipo di vincolo. Saga e il bambino arrivano ad accettarsi vicendevolmente quando la donna, invece di imporre le sue idee sul piccolo, sceglie di osservarlo e comprendere, accettandole, le sue esigenze, per quanto avulse dalla natura umana. Contestualmente, Saga cambia agli occhi degli altri, o forse torna quella che è sempre stata, una donna che ha dovuto rinunciare alla propria personalità per venire accettata dagli altri e non rimanere sola, se ho capito bene l'intento della metafora della Bergholm.

La presenza degli elementi naturali è fondamentale in Nightborn e si traduce, in primis, nella scelta di rigogliosi boschi come location esterne, e poi in tutta una serie di dettagli presenti all'interno della casa d'infanzia di Saga, ma anche all'esterno, per non parlare dell'efficace trucco prostetico applicato al corpo di Seidi Haarla. Nel corso del film Saga va incontro a tutta una serie di cambiamenti fisici che, in maniera molto intelligente, colpiscono l'occhio dello spettatore consapevole, ma all'interno del contesto narrativo legato al punto di vista di Jon e degli altri comprimari, risultano plausibili anche come frutto di una naturale decadenza legata alla maternità. Chi non ho trovato granché naturale (ma, come al solito, potrebbe essere semplice gusto personale) è invece il piccolo Kuura, i cui movimenti sono troppo rigidi e dà l'idea di essere un mix un po' forzato di animatronic, bambolotti e bambini veri uniti dalla tecnologia digitale. D'altronde, è quel mio stesso gusto personale ad impedirmi di vedere Rupert Grint in altri ruoli che non siano quelli di Ron Weasley. Qui, come padre (!) adulto e responsabile, benché antipatico come la merda, a me è sembrato forzato, ed è molto meglio Seidi Haarla, attrice dotata di una bellezza ben distante dai canoni universalmente accettati, e anche della capacità di passare in un attimo da sposa timida e madre riluttante a forza della natura capace di mettere a posto figlio e marito con un paio di urla animalesche ben piazzate. Per quanto mi riguarda, dunque, Hanna Bergholm si riconferma una voce interessante all'interno del panorama horror internazionale, capace di mantenere una propria personalità distintiva dando vita a favole nere profondamente radicate nel folklore della sua terra. Nightborn mi è piaciuto e aspetto il suo prossimo film!

Cast

Della regista e co-sceneggiatrice Hanna Bergholm ho già parlato QUI mentre Rupert Grint, che interpreta Jon, lo trovate QUA.

Se vi è piaciuto...

Se Nightborn vi è piaciuto recuperate Hatching, The Twin, Still/Born. ENJOY!

martedì 25 agosto 2026

The Last House (2026)


La settimana scorsa è usscito un nuovo film originale Netflix, The Last House, diretto dal regista Louis Leterrier, così ho deciso di guardarlo...

Trama

Dopo una pioggia improvvisa, una famiglia rimane bloccata in casa, senza possibilità di uscire, e deve cercare di sopravvivere...

Recensione

Come al solito, non mi sono informata molto prima di accingermi alla visione di The Last House, mi sono semplicemente lasciata ispirare dalla locandina e dalla premessa. L'idea iniziale è molto interessante. Una famiglia rimane bloccata in casa mentre fuori infuria una pioggia misteriosa, e lo stesso accade a tutti i loro vicini. Jason, Ann e i loro due figli le provano tutte per uscire, ma è come se una forza misteriosa avesse sigillato l'intero edificio, finestre e altri pertugi compresi. La sceneggiatura di Matthew Robinson cattura lo spettatore per la prima mezz'ora, spingendolo a temere il peggio da una situazione simile, prima ancora che il tempo scorra e i problemi temuti si presentino, in tutta la loro gravità, agli stessi personaggi. Nel mezzo, ci sono scene di vita familiare quanto più "normali" possibile, anche perché Jason ed Ann hanno due figli piccoli che vanno protetti soprattutto psicologicamente, ma capite anche voi che il film, a un certo punto, deve presentare una svolta, altrimenti andrebbe ben poco lontano. Il problema di The Last House è proprio questo, purtroppo. Le "svolte", gli eventi necessari a far sì che la storia progredisca e, in qualche modo, si concluda, sembrano messe lì senza seguire delle regole logiche e, talvolta, contraddicono persino le premesse del film. Cercherò di non fare spoiler ma, durante le primissime sequenze, succede che qualcuno rimanga chiuso fuori casa e cerchi aiuto. Questa persona, dopo un po', viene attaccata da "qualcosa" che si nasconde all'esterno e viene richiamato dalla pioggia; ebbene, per cinque anni ci viene mostrato che, rimanendo in casa, non ci sono problemi di sorta (anche se è una vaccata. Se ciò che si nasconde fuori, ragionevolmente, si nutre di esseri umani o comunque li attacca, perché chiuderli nelle case?), dopodiché questa certezza viene disattesa per mettere la famiglia con le spalle al muro. Ancora peggio, a un certo punto la pioggia diventa qualcos'altro, dando per buono che sia sempre stato così, e addirittura, sul finale, la situazione viene risolta con un gesto di pietà (punto focale dell'intera vicenda e di una moraletta stinfia sulla quale poi tornerò) non solo totalmente fuori contesto, ma anche sproporzionato relativamente alle conseguenze. 

Davanti alla celebrazione dell'umana compassione e dell'empatia che contrasta con la moderna freddezza dei rapporti umani e familiari, The Last House si mostra inutilmente crudele nei confronti di tantissimi animali, più di quanto sarebbe lecito aspettarsi in un film non horror che si trattiene molto relativamente all'aspetto survival (d'altronde, Jason è un incrocio tra McGyver e Sampei, in grado di trasformare qualsiasi oggetto in un complesso macchinario utile a fare qualunque cosa). Se mal sopportate la morte on screen di animali domestici e non, The Last House è un trigger warning grosso come una casa, della durata di quasi due ore, e considerate che io a un certo punto mi sono messa a piangere e Mirco se n'è direttamente andato. La sceneggiatura di The Last House è dunque un misto di scempiaggini e paraculate assortite, ma per fortuna sta messo meglio nel reparto tecnico. Una volta superati i panorami posticci dell'introduzione e del finale, gli effetti speciali sono molto gradevoli, in quanto utilizzano sia effetti digitali sia animatronics, cosa che rende le sequenze di lotta subacquea nel prefinale concitate ed angoscianti. Sono notevoli anche le scenografie, in quanto, ovviamente, la casa di Jason ed Ann è protagonista tanto quanto gli attori, e nel corso del tempo subisce una metamorfosi funzionale ed artistica degna di nota, sicuramente una delle caratteristiche più interessanti del film. Anche gli attori non sono affatto male, sebbene Ann e i figli siano condannati a non evolvere per tutta la durata di The Last House. L'unico che si ritrova per le mani materiale su cui lavorare è Wagner Moura, il cui personaggio passa dall'essere un amorevole e paziente papà a un freddo dispensatore di mezzi di sopravvivenza, talmente concentrato sulla salvezza della propria famiglia da dimenticarsi di manifestare il proprio affetto, visto ormai come qualcosa di scontato e superfluo. Certo, Moura la prende dannatamente sul serio, come se un film come The Last House potesse in qualche modo assicurargli la seconda nomination agli Oscar, e onestamente è un po' sprecato. Così come, per quanto mi riguarda, è sprecato il tempo perso guardando questo film, l'ennesimo giocattolone pronto per il cestone dello streaming, da dimenticare nel giro di un paio di settimane.

Cast

Di Greta Lee (Ann) e Wagner Moura (Jason) ho parlato ai rispettivi link.


Curiosità

Arden Cho, che interpreta Ruth da adulta, è la doppiatrice originale di Rumi di KPop Demon Hunters. Se volete un film serio, che vi metta addosso una strizza vera di fronte a una situazione simile, recuperate We Need to Do Something, oppure virate su The Mist, The Divide, Await Further Instructions e Vivarium. ENJOY!

venerdì 21 agosto 2026

2026 Horror Challenge: L'ascensore (1983)


La challenge settimanale voleva un film in lingua non inglese, così ho deciso di guardare L'ascensore (De lift), diretto e co-sceneggiato nel 1983 dal regista Dick Maas.

Trama

Un ascensore comincia a mietere vittime e un tecnico decide di andare a fondo della faccenda... 

Recensione

L'ascensore era un'altro di quei film che ho sempre sentito nominare, che sarà sicuramente passato mille volte in TV, e che non ero mai riuscita a guardare, per un motivo o per l'altro. Mi aspettavo, chissà perché, un'esilarante trashata, invece L'ascensore, salvo alcuni momenti in cui, effettivamente, tiene fede al suo titolo mostrando gli omicidi di questa moderna comodità, soffre un ritmo sonnolento legato alle indagini del tecnico Felix, il quale cerca di capire come mai l'ascensore in questione sia impazzito. La trama è tutta qui e viene da chiedersi come mai, alla terza morte sospetta (lasciamo perdere le prime due, anche perché l'ascensore agisce progressivamente, cominciando col fare svenire quattro persone per mancanza d'aria), a nessuno, all'interno del palazzo, venga in mente di chiuderlo e smontarlo pezzo per pezzo. A rispondere ci pensa Dick Maas, impegnandosi a mettere in piedi un GombloDDoH che farebbe felici i detrattori dell'AI, perché negli anni '80 i nemici erano i misteriosi microchip, rei di impazzire e cominciare a godere di vita propria, oltre ad essere preclusi ai poveri tecnici degli ascensori, i quali si occupano non già di quadri elettrici, ma solo della greve meccanica degli apparecchi. In realtà, le indagini di Felix, intervallate da quei pochi momenti in cui l'ascensore un po' di ansia allo spettatore la mette, non sarebbero nemmeno il problema principale del film. Il fatto è che Dick Maas, invece di concentrarsi sulla "ciccia", perde parte dello scarso minutaggio a delineare non solo le scappatelle di un paio di dirigenti con procaci signore più giovani (mettendo una tacca, immagino sulla minima "quota sise" sindacale perché un horror, all'epoca, venisse accettato e distribuito) ma anche il dramma familiare di Felix. Felix (il quale, forse per tenere fede al nome, ha la verve di un gatto di marmo) tiene moglie e due figli, quindi verrebbe da pensare che la loro utilità sia legata al fatto che, prima o poi, il nucleo familiare verrà minacciato dall'ascensore. Invece, moglie e bimbi si legano essenzialmente alla sottotrama che vede Felix sposato "felicemente" da una decina d'anni con una donna neppure troppo rompiscatole, a parer mio, la quale a un certo punto lo molla in tronco perché l'amica ha visto il marito in compagnia di un'altra donna. L'aspetto esilarante della vicenda è che Felix non si impegna minimamente a giustificarsi, troppo distratto dal problema "ascensore", e che tutta questa digressione non apporta nulla allo sviluppo della trama, tanto che, sul finale, della moglie non si fa nemmeno più menzione.

Fortunatamente, al di là di queste digressioni poco utili e di un ritmo poco efficace, Dick Maas riesce ugualmente a trasmettere tensione ogni volta che qualcuno si avvicina all'ascensore, a prescindere da ciò che accadrà poi, grazie ad un abile uso delle inquadrature, del montaggio e di uno score elettronico che ricorda le colonne sonore dei Goblin. Un paio di omicidi, in particolare, sono degni di nota, soprattutto quello sul finale che, assieme alla rivelazione su cosa si nasconda dietro la "follia" dell'ascensore, ha probabilmente ispirato Tobe Hooper per quanto riguarda gli aspetti migliori del suo The Mangler - La macchina infernale. E' inquietante anche la lotta solitaria di Felix all'interno della tromba dell'ascensore, soprattutto perché è un luogo già pericoloso di per sé, quindi lo spettatore si ritrova a dover attendere il peggio, e non mi è dispiaciuta neppure l'ambientazione fredda e un po' squallida delle zone periferiche di Amsterdam, ben distanti dall'idea turistica di una città piena di eccessi "illegali". Purtroppo, avendo trovato il film su Tubi, doppiato in lingua inglese, credo che le interpretazioni dei vari attori ne abbiano risentito, rendendo così L'ascensore ancora più soporifero. Infatti, ogni personaggio parla con tono particolarmente monocorde, pulito, declamando dialoghi che, di tanto in tanto, parrebbero frutto di una traduzione priva di ogni sprezzo del ridicolo. Diciamo che, pur essendo consapevole di questa possibilità, non ho particolare interesse a recuperare il film in lingua originale per accertarmene. L'ascensore mi aveva incuriosita, finalmente l'ho guardato, ma direi che non mi ha fatto così tanta impressione da essermi pentita di avere perso così tanto tempo!

Cast

Del regista e co-sceneggiatore Dick Maas ho già parlato QUI.

Curiosità

Huub Stapel, che interpreta Felix, è uno degli attori feticcio di Maas, col quale ha collaborato nei due Amsterdamned e in Saint. Dick Maas era stato licenziato a metà delle riprese a causa dei continui litigi col produttore, sia per via del cast sia perché il regista insisteva nel voler realizzare da solo anche la colonna sonora. Il giorno del licenziamento, Maas aveva comunque continuato a lavorare ed è stato riassunto il giorno dopo, perché nessuno era in grado di sostituirlo. Il film ha un remake in lingua inglese dello stesso regista, Down: Discesa infernale. Non l'ho mai visto ma vi consiglio di recuperarlo se vi è piaciuto L'ascensore, aggiungendo magari The Mangler - La macchina infernale e Brivido. ENJOY!

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