mercoledì 7 gennaio 2026

No Other Choice (2025)

Il secondo giorno dell'anno, il cinema d'élite mi ha fatto un regalo enorme: proiettare in v.o. No Other Choice (어쩔 수가 없다 -  Eojjeol suga eopda), diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Park Chan-wook partendo dal romanzo The Ax di Donald E. Westlake.


Trama: dopo essere stato licenziato, Man-soo decide di eliminare letteralmente la concorrenza, uccidendo quelli che ritiene i potenziali migliori candidati al posto di manager dell'azienda dove vorrebbe lavorare. 


Cinematograficamente parlando, non poteva esistere modo migliore di cominciare l'anno se non guardando un film bello come No Other Choice, che aspettavo fin dall'uscita dei primi trailer. A livello emotivo, come ha confermato anche il povero Mirco, l'ultima opera di Park Chan-wook, un progetto peraltro accarezzato dal regista da quasi 20 anni, è invece abbastanza angosciante e racchiude in sé tutte le brutture della nostra società che ci spreme e ci getta via come fazzolettini di carta usati. Ed appunto di carta si parla, perché il protagonista del film, Man-soo, ha lavorato in una fabbrica di carta per buona parte della sua vita, almeno finché non è stato licenziato, assieme ai suoi sottoposti, nell'ambito della riorganizzazione del personale attuata da acquirenti americani. Disperato all'idea di perdere la casa d'infanzia, acquistata col sudore della fronte, e di lasciare in ristrettezze la sua famiglia, Man-soo cerca invano lavoro, venendo rigettato da più aziende, finché non arriva ad una decisione estrema, ovvero eliminare letteralmente i potenziali candidati al posto di manager in un'azienda cartaria concorrente. No Other Choice mette angoscia non tanto per la deriva thriller e grottesca della trama, quanto per la progressiva spersonalizzazione del protagonista e per una forma mentis (peraltro condivisa dalle sue vittime e, progressivamente, anche dalla moglie) secondo la quale "non c'è altra scelta", come da titolo originale, che agire in maniera contraria ad ogni buon senso o comportamento umano. Man-soo non concepisce la sua esistenza al di fuori della produzione della carta o, comunque, non accetta lavori che esulino da una realtà manageriale, fosse anche come sottoposto. Sono il terrore e l'insicurezza derivanti da un potenziale cambiamento che lo portano a compiere tutta una serie di passi falsi e a fargli fallire, sistematicamente, ogni colloquio. E' come se le spietate commissioni che devono giudicarlo percepissero la sua disperazione e gli ridessero in faccia, umiliandolo volutamente e creando i presupposti per una guerra tra poveri, tra disperati incapaci di concepire una vita al di fuori del lavoro per il quale sacrificherebbero affetti, famiglia e dignità dicendosi, ipocritamente, di stare facendo di tutto per salvaguardarli. 


I potenziali candidati che Man-soo decide di uccidere sono dei falliti quanto lui, persone normalissime che hanno la (s)fortuna di possedere requisiti fondamentali per le aziende e che proprio queste ultime hanno ridotto a larve, alla faccia di tutti i terribili gruppi di terapia psicologica che dovrebbero aiutarli a superare la "vergogna" di essere stati licenziati. Park Chan-wook è spietato nei parallelismi, e le immagini sul finale hanno l'effetto di uno schiaffo atto a svegliarci da un racconto filtrato completamente dal punto di vista di un uomo impossibilitato ad uscire dal sistema; l'individuo, come gli alberi, viene sradicato, spogliato di tutti i valori che contano (in primis l'empatia), ridotto all'osso di ciò che è utile a fini aziendali, e viene lasciato da solo, unico "reggente" di un mondo di macchine, colmo di gratitudine per essere stato finalmente ridotto a un ingranaggio. L'aspetto assurdo di No Other Choice è che Man-soo avrebbe tutto il necessario per sottrarsi al sistema: è bello, intelligente, ha una moglie che lo ama, ed è riuscito a diventare un padre amorevole sia per la figlia naturale che per il figlio adottivo. Cosa ancora più importante, ha già una volta dimostrato di potere uscire da un baratro profondo, quello dell'alcolismo, e la sistematica pianificazione dei vari omicidi lo conferma uomo pieno di risorse ed inventiva. Di tutte queste qualità, però, Man-soo non si rende conto, condizionato com'è a ragionare su se stesso in base a "punti del curriculum". Nel corso del film, il protagonista arriva persino a ripetere frasi pronunciate dalle sue potenziali vittime, a cercare parallelismi tra la loro situazione familiare/affettiva e la sua (prendendo sonore cantonate), attraverso un processo di spersonalizzazione/assorbimento che, paradossalmente, sul finale lo avvicina alla perfezione: essendosi spogliato del suo "difetto" più grande, l'individualità, Man-soo può affrontare il colloquio anche senza gli appunti scritti sulle mani con la penna rossa. I membri della sua famiglia, in primis la moglie, per sopravvivere in questo mondo non possono fare altro, a loro volta, di accettare di non avere altra scelta, aprendo alla piccola speranza che tutto lo schifo nascosto e seppellito seguendo questo tremendo mantra possa, se non altro, dare la possibilità a chi è innocente di sbocciare in un meraviglioso e rarissimo fiore. 


In tutto questo, Park Chan-wook si riconferma un regista coi fiocchi, in grado di realizzare piccoli capolavori con ogni sequenza. E' incredibile come riesca a coniugare alla perfezione tragedia, commedia, momenti grotteschi e contemporaneamente tristi, accompagnati da una colonna sonora talmente fuori contesto da essere calzantissima. Un esempio su tutti è la sequenza in cui Man-soo spiana la pistola addosso a Bummo con tutto il delirio che ne consegue, un esempio di grande cinema in cui è fondamentale il posizionamento degli attori all'interno della scenografia, il susseguirsi delle inquadrature e, soprattutto, il ritmo della scena, e dove tutto fila senza neppure una nota stonata (una cosa simile accade anche durante la "bevuta" con Seon-chul, altra sequenza indimenticabile, che scorre in parallelo a quella, tremenda, in cui moglie e figlio si confrontano tra loro). Ma ci sono tantissimi altri momenti di alto Cinema all'interno di No Other Choice, tra utilizzi impropri del filo per bonsai, immagini che vengono moltiplicate senza fine, dissolvenze incrociate, prospettive ribaltate ed elementi architettonici o naturali che fungono da cornice; persino una sequenza potenzialmente kitsch come quella del ballo in maschera è splendida, un virtuosismo dove i bellissimi costumi e la personalità del protagonista Lee Byung-hun si combinano senza spezzare il ritmo della narrazione. A proposito di Lee Byung-hun, già molto apprezzato in I Saw the Devil e Squid Game, la sua interpretazione di Man-soo è un efficacissimo mix di serietà, carisma e sfiga cosmica, i suoi tempi comici sono perfetti e, pur dovendo tratteggiare un personaggio complesso e spinto a scelte discutibili (quelle presenti, ma anche quelle passate), rende assai difficile non immedesimarsi allo spettatore. Anche il resto del cast è perfetto, a partire da Son Ye-jin nei panni della moglie, passando per la grottesca, fantastica coppia formata da Lee Sung-min e Yeom Hye-ran, per finire con quella meravigliosa patatina che interpreta la figlia di Man-soo, che mi ha scatenato più volte il magone. Ribadisco, per quanto non capisca nulla di cinema coreano e di Park Chan-Wook, cominciare l'anno con No Other Choice, per di più in v.o. è stato un privilegio e una gioia. Non perdetelo, se avete la fortuna di vivere vicino a un cinema che scelga di non proiettare solo Zalone per le feste!


Del regista e co-sceneggiatore Park Chan-wook ho già parlato QUI mentre Lee Byung-hun, che interpreta Man-soo, lo trovate QUA.


Esiste un altro film tratto dal romanzo di Donald E. Westlake ed è Il cacciatore di teste, del regista Costa-Gravas, a cui No Other Choice è dedicato. Se il film vi è piaciuto recuperatelo e aggiungete Parasite. ENJOY!

venerdì 2 gennaio 2026

2026 Horror Challenge: Perfect Blue (1997)

La challenge horror di Letterboxd inizia prestissimo, con l'augurio di un buon 2026 a tutti voi e la speranza, la settimana prossima, di parlarvi di qualche film uscito di recente. Il tema della settimana era "l'horror più popolare nella tua watchlist, tra quelli non ancora visti", e il sito ha deciso per Perfect Blue (パーフェクトブルー), diretto e co-sceneggiato nel 1997 dal regista Satoshi Kon a partire dal romanzo Perfect Blue: Complete Metamorphosis di Yoshizaku Takeuchi.


Trama: l'idol Mima decide di abbandonare il gruppo che l'ha portata al successo ed intraprendere la carriera di attrice. Il cambiamento, assieme alla presenza di un pericoloso stalker, la porta a non riuscire più a distinguere le visioni dalla realtà...


In tutta sincerità, siccome a inizio nuovo millennio mi ammazzavo di anime "adulti", non sono proprio sicura di non avere mai visto Perfect Blue, però sono certa di non averne mai parlato sul blog prima, quindi era il perfetto candidato per la challenge settimanale. Perfect Blue racconta il crollo mentale di Mima, un'idol di successo che canta all'interno di un trio. La ragazza è pronta a fare "il salto", e a mettersi alla prova come attrice, ma non ha fatto i conti con l'orrenda realtà di chi vuole le idol "pure" ed innocenti, sempre uguali a loro stesse, delle bamboline graziose che incarnano un ideale. Nel momento stesso in cui Mima decide di cambiare vita, sul web compare un sito, La stanza di Mima, un diario quotidiano scritto da qualcuno che, evidentemente, segue molto da vicino la ragazza, al punto da conoscere dettagli molto intimi su di lei. Frastornata dalla palese presenza di uno stalker, da una serie di violenti incidenti che si fanno sempre più gravi, e da una carriera che le richiede scelte contrarie alla sua stessa indole, Mima comincia ad avere inquietanti allucinazioni su un suo presunto "doppio" e non riesce più a distinguere la realtà dalle sue fantasie, la finzione cinematografica dalla vita quotidiana, e neppure a tenere conto del reale scorrere del tempo. Perfect Blue è la feroce critica a una società che cela le magagne dietro un'apparenza pura, riversando su giovani corpi femminili tutto lo schifo contraddittorio che alberga nell'animo umano; la persona dietro i vestitini e le canzoncine, con tutto il suo bagaglio di imperfezioni ed incertezze, non è importante, conta solo un "personaggio" cristallizzato nel tempo, un idolo, appunto, svuotato di tutto il contorno economico e manageriale che lo rende poco più di un prodotto da gettare in pasto ai fan. Questi ultimi, a livelli ovviamente diversi, non si rendono conto di appartenere ad una massa, a un numero incalcolabile di occhi pronti a divorarsi ogni centimetro di queste ragazze, e ritengono di essere invece il centro della loro attenzione, gli unici destinatari della loro bellezza, della loro gioventù innocente. Queste due diverse realtà spezzano, in simultanea, la mente di Mima, troppo giovane per avere una solida consapevolezza di sé e sottrarsi al giudizio altrui; da una parte, la ragazza vorrebbe dimostrare di essere un'attrice spregiudicata, in grado di affrontare anche scene di stupro o nudità, dall'altra c'è l'incapacità di lasciare andare l'immagine di idol, che in tanti percepiscono ancora come la "vera" Mima. 


L'aspetto triste di Perfect Blue e, in generale, della realtà degli idol giapponesi, è che non c'è molta differenza tra la Mima idol e la Mima attrice. Gli idol sono comunque fortemente connotati sessualmente, dietro la loro patina leziosa ed infantile, e l'ipocrisia di pubblico, produttori e manager è quella di lasciare che le suggestioni abbiano il sopravvento, senza mostrare più del necessario, gridando allo scandalo nel momento esatto in cui questi modelli di "perfezione" si mostrano umani, magari trovandosi un fidanzato oppure andando a bere alcolici con gli amici. Nel momento in cui Mima accetta di girare una scena di stupro, la regia intelligente di Satoshi Kon rivela come, dal punto di vista della ragazza, i volti e gli sguardi di chi assiste o partecipa alla scena non sono molto diversi da quelli della folla adorante che partecipa al concerto iniziale delle CHAM!; Mima perde la capacità di capire qual è la vera sé stessa perché, di fatto, non è mai stata nient'altro che un personaggio costruito ad arte, depositaria di sguardi sconosciuti rivolti essenzialmente alla sua esteriorità, ed è solo quando gli altri cominciano a mettere violentemente in discussione le sue scelte lavorative che Mima inizia, a sua volta, ad avere dei dubbi. La regia e le animazioni tutto sommato lineari della prima parte del film cominciano, da quel punto in poi, a rispecchiare il crollo dell'animo della protagonista. Il character design dei personaggi si fa sempre più sbozzato ed impreciso, si ripropongono le stesse animazioni in maniera ciclica, perché Mima a un certo punto non si rende più conto dello scorrere dei giorni, né se è viva oppure morta, e le immagini si tingono del rosso del sangue, che esplode in allucinanti scoppi di violenza che rendono Perfect Blue un horror psicologico con tutti i crismi. Anzi, bisognerebbe riguardare il film daccapo dopo averlo finito, magari con qualche fermo immagine, per apprezzarne i dettagli e cercare di trovare degli appigli "reali" alla follia di Mima, che a un certo punto si interrompe con una terrificante rivelazione. Quest'ultima, lungi dal rendere Perfect Blue meno potente, enfatizza ulteriormente lo spaesamento e la solitudine della protagonista, la sofferenza di chi viene rifiutato perché non rispecchia determinati standard e, incapace di lottare per riaffermarsi in una versione migliore, più adulta e più forte, si abbandona in toto ad una "salvifica" follia. Come inizio d'anno, Perfect Blue è uno dei migliori possibili, ma d'altronde è un film che ha ispirato Aronofsky e Lynch, quindi non mi aspettavo di meno. Se non lo avete mai visto, o non lo ricordate, vi invito a recuperarlo come buon proposito per il 2026! 

Satoshi Kon è il regista e co-sceneggiatore del film. Giapponese, ha diretto altri film come Millenium Actress, Tokyo Godfathers, Paprika - Sognando un sogno ed episodi de Le bizzarre avventure di Jojo. Anche animatore e doppiatore, è morto nel 2010. 


Se Perfect Blue vi fosse piaciuto recuperate Paprika, Millenium Actress, Mulholland Drive, Requiem for a Dream e Il cigno nero. ENJOY!

martedì 30 dicembre 2025

Bolla's Top 5 - Best of 2025

Dopo le brutture di ieri, arrivano i film bellissimi! O, almeno, i miei preferiti tra quelli visti, ché sapete come, tra distribuzione farlocca e tempo limitato, molte cose sfuggono ai miei radar. Questa è stata un'ottima annata in campo horror, mentre ammetto di avere avuto qualche difficoltà a trovare cinque film non "di genere" che mi facessero battere il cuore. Ed è questo il principio che ha regolato le diverse posizioni, non criteri razionalmente confutabili, quanto piuttosto l'emozione che mi hanno lasciato questi film durante e dopo la visione, a prescindere dalle qualità tecniche delle singole opere. Mi raccomando, leggete fino in fondo per la Top 5 horror e buon 2026!!


5. The Last Showgirl

Inaspettatamente, rientra in classifica questo film piccolino, che ha rilanciato la carriera di un'attrice che a me non ha mai detto nulla, Pamela Anderson. Dotato di una fotografia particolare, di colori e costumi splendidi, The Last Showgirl racconta una storia potenzialmente patetica senza mai sconfinare nel melodramma ridicolo, e consegna allo spettatore un'umanità triste, forse zeppa di pericolose illusioni, ma dignitosa e fiera. Non si può non volergli bene.

4. Bugonia

La follia di Lanthimos, insoddisfacente per molti ma divertentissima per me. Un umorismo nero che si confà perfettamente al mio, attori in stato di grazia, immagini bellissime e una colonna sonora strepitosa. Per quanto mi riguarda, molto meglio di Povere Creature!.

3. Life of Chuck

In un anno in cui gli adattamenti Kinghiani sono stati uno più bello dell'altro, Life of Chuck spicca per la sua malinconica dolcezza, ma anche per cupezza, e non potrebbe essere altrimenti visto che dietro c'è lo zampino di Flanagan. Lunga vita a questo fantastico sodalizio!


2. Una battaglia dopo l'altra

Tecnicamente parlando, il film più bello dell'anno, senza se e senza ma. E' cresciuto nella mia mente ripensandoci, ricordando tutti i personaggi assurdi di cui è popolato e la cinica spietatezza con le quali mette alla berlina tutte le brutture della nostra attuale società. E poi, quello di Benicio del Toro è il personaggio migliore del 2025.


1. La città proibita

"Ma come!!! La città proibita prima di Una battaglia dopo l'altra!!!"Sì, e non me ne vergogno. Ci sono una ragazza che picchia come un fabbro ferraio, delle scene di lotta coreografate alla perfezione, un Giallini in stato di grazia, un regista e sceneggiatore che non ne sbaglia una e continua a mettere il cuore in tutti questi suoi omaggi ai generi cinematografici che più ama. Come si fa a non volergli bene e a non emozionarsi davanti alle sue opere?


Difficile, difficile, aiutatemi a dire quanto è difficile stilare una top 5 horror quest'anno. Per le prime due posizioni, è come chiedere a chi voglio più bene, se a mamma o a papà, ed è uscita tanta di quella roba bellissima, quasi tutta finita in canali di distribuzioni importanti, che lasciare dei film fuori mi uccide. Quindi, via con le menzioni speciali: ovviamente il Nosferatu di Eggers, rimasto fuori per un soffio, l'esilarante The Monkey, un altro splendido adattamento Kinghiano che da noi uscirà l'anno prossimo e che entrerà quindi in classifica nel 2026, ovvero The Long Walk (a proposito di splendidi adattamenti Knghiani, non mancate di recuperare It- Welcome to Derry, per me la serie più bella dell'anno), 28 anni dopo e quel meraviglioso Deathstalker visto al ToHorror, senza dimenticare due sequel ai quali non avrei dato una lira, ovvero Final Destination Bloodlines e So cosa hai fatto. Il primo horror del 2026 sarà 28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa, e non vedo che esca, ma ci aspettano anche il ritorno di Sam Raimi, Mads Mikkelsen contro il babau, scimmie assassine, un nuovo Silent Hill e un sacco di altra roba che potrebbe o meno arrivare in Italia. Come sempre, non ci resta che attendere.  

5. La valle dei sorrisi 

Non potevo non chiedere perdono a Paolo Strippoli, dopo le brutte parole spese per Piove, e non inserire in classifica il bellissimo La valle dei sorrisi. Un gotico italiano con qualche difetto, ma dotato di un protagonista magnetico e di fortissime, efficaci vibes da folk horror. Cercate di non dimenticarlo in favore di titoli più famosi, perché sarebbe un vero peccato.


4. Weapons

La favola nera di Zach Cregger ci ha regalato la villain migliore del 2025 e un puzzle a incastro impossibile da decifrare fino alle ultime sequenze, un vero e proprio viaggio sulle montagne russe. Anzi, ancora oggi ci sono moltissimi dettagli che mi risultano oscuri, quindi chapeau!


3. Bring Her Back

Non che la seconda opera dei fratelli Philippou manchi di protagonisti malvagi, ma il loro film finisce in classifica soprattutto perché mi ha distrutta emotivamente e mi ha costretta a smettere di guardare lo schermo per almeno un paio di minuti. Cosa inutile, tra l'altro, perché avrei dovuto anche essere sorda per sopravvivere alla proiezione.


2. The Ugly Stepsister

E a proposito di schifo e orrore, The Ugly Stepsister è il cugino indie di The Substance e sfrutta il linguaggio del body horror per raccontarci quanto è dura sopravvivere in un mondo in cui contano bellezza, raffinatezza innata e mettere le mani su un buon partito. Un'altra favola nerissima, che inorridisce ma stringe anche il cuore, nonché una perfetta opera prima.


1. Sinners - I peccatori

E parlando di perfezione, eccolo, il film che dovrebbe fare man bassa di ogni Oscar quest'anno e che, come al solito, verrà snobbato. E' vero che, con me, si vince facile parlando di vampiri, ma Sinners è soprattutto un viaggio musicale all'interno di un'epoca zeppa di contraddizioni, una ricostruzione storica originalissima, un perfetto mix di immagini prosaiche e sequenze talmente belle da far girare la testa, impossibili da dimenticare anche a distanza di mesi. Il mio cuore va alla tostissima Annie e al fantastico Remmick, degno di entrare nel novero di vampiri cinematografici più carismatici di sempre. 








lunedì 29 dicembre 2025

Bolla's Top 5 - Worst of 2025

Se avete digerito panettoni, pandori, torroni e quant'altro, siete pronti ad affrontare l'immancabile appuntamento con i film brutti dell'anno che sta per finire. Sarà che ormai, dopo decenni di visioni, ho imparato ad annusare le sòle, quindi la roba davvero brutta passata sul mio schermo è stata poca, ma comunque qualcosina c'è ed è mio dovere mettervi in guardia, andando dal "migliore" alla palma d'oro della rumenta. A domani, invece, con le molte cose buone che ci ha lasciato il 2025! ENJOY!


5. Hell House LLC: Lineage

Più che un film brutto, un'enorme delusione, ma Cognetti si merita di finire nella hall of shame, almeno in virtù degli attori cani che ama utilizzare. E poi, dopo mesi di attesa e la speranza di conoscere, finalmente, i segreti dell'Abaddon Hotel, non si può vedere un film che ciurla nel manico per due ore e finisce nel momento in cui diventa interessante. Vergogna. 

4. Le rose di Versailles - Lady Oscar

Altro film che non posso definire proprio "brutto", almeno per quanto riguarda le animazioni e i dettagli, però porca miseria, come riassunto di uno degli anime più belli della storia, forse IL più bello, è una robetta gnegna, imprecisa, colma di buchi e priva di pathos. Povera Versailles.


3. The Toxic Avenger

Altro film atteso neanche per mesi, direttamente per anni, rivelatosi un cartone animato zeppo di effettacci brutti che nulla ha a che vedere con l'originale della Troma. Non mi era mai capitato di addormentarmi davanti a una commedia horror.


2. Follemente

L'Inside Out dei soliti personaggi della commedia all'italiana moderna. Lui, divorziato insicuro da calcioruotare al primo appuntamento, al limite dopo esserselo portato a letto in virtù del bel musetto di Edoardo Leo; lei, una pazza scriteriata con fisime da 15enne. Un appuntamento che diventa, neanche a dirlo, l'ultima occasione di essere felici, pena una morte solitaria, manco 'sti due avessero settant'anni. A complicare il tutto ci si mettono le voci nella testa, ma i dialoghi sembrano scritti da ChatGPT, e un film di un'ora e mezza sembra durarne otto. Orrore. 


1. Biancaneve

Lo so, è sparare sulla croce rossa, visto che ne hanno detto peste e corna prima ancora che uscisse. Ma, anche spogliando Biancaneve da tutte le stupide, inutili polemiche che lo hanno preceduto, rimane un film brutto, mal scritto e mal realizzato, un insulto innanzitutto per il pubblico infantile.



mercoledì 24 dicembre 2025

2025 Horror Challenge: Take Shelter (2011)

Ultima settimana di challenge horror per il 2025, portata miracolosamente a compimento! Oggi toccava a un film non horror ma con elementi tipici del genere, quindi ho scelto Take Shelter, diretto e sceneggiato nel 2011 dal regista Jeff Nichols. Con questo film "allegrissimo", vi auguro Buon Natale e vi do appuntamento alla prossima settimana, con le consuete classifiche 2025!


Trama: le notti di Curtis sono funestate da incubi apocalittici, che lo lasciano terrorizzato e preda di un'ansia costante. Per questo, l'uomo decide di cominciare a costruire un rifugio sotterraneo per proteggere sé stesso e la sua famiglia...


Take Shelter
era un altro di quei film di cui avevo sentito parlare benissimo ma, come al solito, non avevo ancora avuto occasione di recuperare. Come da indicazioni della challenge, Take Shelter non è un horror tout court, ma ne contiene moltissimi elementi, perché la trama parte dagli incubi, terrificanti e assai realistici, del protagonista. Ogni notte, Curtis sogna l'arrivo di una tempesta, alla quale segue un'apocalisse in cui, apparentemente, persone ed animali perdono il senno, travolti da istinti omicidi o, comunque, violenti. La luce del giorno non riesce a dissipare l'inquietudine di Curtis, il quale comincia a vedere segni di un'imminente apocalisse anche durante la veglia, il che lo induce ad ampliare e rendere abitabile il rifugio antiatomico già annesso alla sua abitazione. Take Shelter parte da una situazione surreale, da quelli che il protagonista considera lampi di chiaroveggenza, per raccontare una discesa nella follia connotata da elementi realistici, la quale manda in frantumi una "vita che va bene", come viene detto nel dialogo più iconico del film, magari non perfetta, ma comunque equilibrata. Curtis ha un lavoro che gli consente di mantenere dignitosamente la famiglia e di avere una copertura assicurativa per le cure della figlioletta sorda, ha una moglie che lo ama, una bella casa e degli amici; il tarlo che comincia a rodergli la mente, a ragione o a torto, lo instrada verso la perdita di tutto questo, allontanandolo in primis dalla moglie Samantha, alla quale l'uomo decide di non rivelare il motivo del suo turbamento, preferendo affrontare la situazione "da maschio", senza neppure consultarla quando si tratta di estendere mutui in banca e rivoltare il cortile come un calzino. La crisi di Curtis, quindi, viene raccontata attraverso due punti di vista diversi. Da una parte abbiamo la ferma convinzione dell'uomo il quale, pur terrorizzato da un passato familiare di malattie mentali, non riesce ad impedirsi di sacrificare la propria stabilità (affettiva, economica e sociale) sull'altare di visioni e sensazioni che per lui diventano prioritarie; dall'altra, abbiamo la reazione di chi si ritrova impreparato ad affrontare un comportamento incomprensibile e vede ogni certezza sgretolarsi per mano di una persona amata. La narrazione di Nichols non da ragione a Curtis oppure a Samantha, né offre risposte certe, perché i punti di vista si alternano impercettibilmente senza che ce ne sia mai uno preponderante. 


Il regista gioca con i registri dell'horror, ma racconta anche una storia di ordinaria umanità, fatta di persone con alle spalle lo spettro dell'indigenza, che vivono in un ambiente anche un po' squallido, la tipica America proletaria, ignorante e diffidente. Nichols mette alla prova lo spettatore abboccato magari al genere Shyamalano, lo sfida a prendere completamente le parti di Curtis quando il suo comportamento non è proprio cristallino, presentando il punto di vista razionale di una persona pacata e, soprattutto, preoccupata come Samantha, e a un certo punto il problema è che arriviamo a temere non tanto l'arrivo dell'apocalisse, quanto il fatto che Curtis possa sbagliarsi, il che porterebbe a conseguenze nefaste per lui e la sua famiglia. Lo stesso finale è ambivalente, lasciato all'interpretazione dello spettatore, ma come tutto il film assesta una bella botta emotiva, nonostante Nichols abbia scelto di utilizzare un ritmo lento, una narrazione classica e priva di sensazionalismi, che si affida più alla recitazione degli attori che ai pochi, validi effetti speciali. Tutto il film è racchiuso, infatti, nel volto e nello sguardo di Michael Shannon, attore solitamente camaleontico che qui si spoglia di ogni maschera ed incarna l'uomo "normale" messo di fronte a un orrore che potrebbe anche non venire da fuori, bensì da un'incontrollabile follia. Eppure, anche in questo caso, Shannon si scatena solo in una scena, quella della cena sociale, e lascia che il personaggio affronti l'ignoto con gesti pratici, trattenuti, o con un'intima disperazione riservata solo alla famiglia. Jessica Chastain gli fa da degno supporto, rifuggendo l'isterismo che ci si aspetterebbe davanti ad una simile situazione per veicolare la sacrosanta rabbia e la paura di Samantha in una forza d'animo che commuove e spinge lo spettatore ad empatizzare totalmente con il personaggio. La challenge horror 2025 è finita così, nel migliore dei modi, con un film che, molto probabilmente, non avrei mai guardato, sacrificato a novità recenti o altri recuperi irrinunciabili. E' il motivo per cui, tempo permettendo, continuerò anche nel 2026, rimediando ad una lacuna enorme già nella prima settimana. Se volete compiere il mio stesso percorso, trovate la challenge per il nuovo anno QUI. Non vedo l'ora di sapere quali altri gioielli mi porterà a scoprire!


Del regista e sceneggiatore Jeff Nichols ho già parlato QUI. Michael Shannon (Curtis), Jessica Chastain (Samantha), Shea Whigham (Dewarte) e Robert Longstreet (Jim) li trovate invece ai rispettivi link.



martedì 23 dicembre 2025

Wake Up Dead Man: Knives Out (2025)

Considerato che la mia idea era andare a vedere Avatar - Fuoco e cenere durante le feste di Natale, l'ultimo film recente di cui parlerò quest'anno è Wake Up Dead Man: Knives Out (Wake Up Dead Man), diretto e sceneggiato dal regista Rian Johnson.


Trama: il detective Benoit Blanc viene chiamato ad indagare su un caso di omicidio avvenuto in una chiesa e, ad affiancarlo, c'è padre Jud, accusato proprio dello stesso omicidio...


Avevo adorato il primo Knives Out e mi era piaciuto molto anche Glass Onion, due esempi di gialli ironici, molto ben realizzati e popolati da ottimi attori. Avevo quindi grandissime aspettative per Wake Up Dead Man, ed effettivamente la prima parte mi ha catturata. Attraverso la voce narrante di un prete imperfetto ma sincero, l'ex pugile Padre Jud, ci viene presentata la piccola congrega di una parrocchia governata con pugno di ferro da Monsignor Wicks, uomo al quale non importa nulla all'infuori del potere, non esclusivamente spirituale, esercitato su un pugno di fedeli. Questi ultimi rappresentano un'umanità varia ma, in definitiva, si tratta di persone altoborghesi con problemi lavorativi, familiari e di salute, per i quali il Monsignore rappresenta non solo una fonte di salvezza spirituale, ma anche l'uomo attorno al quale ricostruire una sorta di "élite" di cui far parte e vivere di importanza riflessa; alla cerchia appartengono anche una perpetua e un tuttofare ex alcolista, depositari delle confidenze e dei segreti del Monsignore ma, tutto sommato, trattati come subalterni compiacenti. All'interno di questo microcosmo, Padre Jud ci arriva dopo avere usato i pugni invece della parola, e trova subito un clima ostile nei suoi confronti, in primis da parte dello stesso Monsignore, un rozzo bastardo che cerca in ogni modo di far sentire il giovane parroco in difetto perché troppo "mite" nel diffondere la parola di Dio. Là dove Padre Jud cerca compassione, bontà e una paziente mano sempre pronta ad accogliere e confortare, il Monsignore ritiene più opportuno abbracciare una religione fatta di fuoco purificatore ed intolleranza, e rispondere alla violenza del mondo con durezza. Quando, inevitabilmente, ci scappa il morto, Padre Jud diventa il primo indiziato e sta al detective Benoit Blanc impedire che il giovane prelato finisca in carcere, come vorrebbero sia i parrocchiani che la stessa polizia, tutti convinti della sua colpevolezza. E' qui, paradossalmente, che ho cominciato a fare moltissima fatica a venire coinvolta da Wake Up Dead Man, che sostituisce la scoppiettante battaglia tra Padre Jud e il Monsignore con una didascalica indagine atta a scoprire la dinamica di un delitto perfetto letteralmente da manuale, anzi, da romanzo, e poco si cura di personaggi potenzialmente interessanti, relegati a mero contorno. L'unico ad essere ben delineato dall'inizio alla fine è Padre Jud, attraverso il quale Blanc si riconcilia con una spiritualità consapevolmente ignorata (per non dire disprezzata), ma il rovescio della medaglia di questo aspetto è che persino il detective risulta stereotipato e vuoto.


A differenza dei primi due film, ho fatto fatica a seguire Wake Up Dead Man perché mi sono annoiata al punto da avere difficoltà a rimanere sveglia, persa nel cervellotico autocompiacimento di un protagonista che, in precedenza, avevo adorato. Il desiderio di svelare i meccanismi di una perfezione che sfocia nel miracolo ha fatto sì che mi perdessi più volte, e solo nel corso della rivelazione definitiva sono arrivata commuovermi, sempre grazie al Padre Jud di Josh O'Connor, il quale meriterebbe un film a sé, altro che il nostro Don Matteo. A differenza dei precedenti Knives Out, mi è sembrato che qui anche i meccanismi dietro il delitto e le sue conseguenze fossero "di comodo", molto faciloni, in primis un dettaglio della rivelazione finale che a me sa tanto di "perché sì", assieme al dubbio sortomi sul perché un determinato personaggio dovesse tenersi in casa un complemento d'arredo allucinante. Mi è dispiaciuto molto non riuscire né a divertirmi né ad appassionarmi perché, come sempre, per quanto riguarda scenografie ed oggetti particolarmente importanti per l'indagine, Wake Up Dead Man è di altissimo livello e ho trovato simpatici anche un paio di espedienti narrativi, come il "video nel video" o la lunga introduzione scritta, per non parlare delle doppie narrazioni che, attraverso l'uso di un secondo punto di vista, rivelano la triste realtà di eventi passati. Mi è mancata, purtroppo, la critica sociale corrosiva dei primi due capitoli. Non che qui sia assente, ma l'ho trovata banale, affidata a personaggi talmente superficiali da essere caricature ben poco efficaci, il che si riflette anche nella performance degli attori, non particolarmente entusiasmanti. Chi ne esce a testa altissima è un Josh O'Connor sempre più bravo, e anche Glenn Close e Josh Brolin, che ho faticato a riconoscere, sono degni di nota, mentre mi è parso che Daniel Craig, pur essendosi palesemente divertito, abbia scelto stavolta di interpretare Benoit Blanc inserendo il pilota automatico, lasciando spazio al giovane co-protagonista. Tre anni fa speravo in un crossover coi Muppet, forse sarebbe stato meglio, perché per quanto mi riguarda, e lo dico con sommo dispiacere, Wake Up Dead Man: Knives Out è un film dimenticabilissimo, tanto che non spero neppure ci sia un ennesimo seguito, se i risultati sono questi.


Del regista e sceneggiatore Rian Johnson ho già parlato QUI. Daniel Craig (Benoit Blanc), Josh O'Connor (Padre Jud Duplenticy), Glenn Close (Martha Delacroix), Josh Brolin (Mons. Jefferson Wicks), Mila Kunis (Capo Geraldine Scott), Jeremy Renner (Dr. Nat Sharp), Kerry Washington (Vera Draven), Cailee Spaeny (Simone Vivane), Thomas Haden Church (Samson Holt), Jeffrey Wright (Vescovo Langstrom) e Joseph Gordon-Levitt (è la voce del telecronista di baseball) li trovate invece ai rispettivi link.

Andrew Scott interpreta Lee Ross. Irlandese, ha partecipato a film come Salvate il soldato Ryan, Victor: La storia segreta del dottor Frankenstein, Alice attraverso lo specchio, 1917, Estranei e a serie quali Sherlock, Fleabag, Black Mirror e Ripley. Anche produttore e sceneggiatore, ha 49 anni e un film in uscita.


Lindsay Lohan
Tom Hardy erano stati contattati per partecipare al film, ma i loro ruoli sono andati a Mila Kunis e Jeremy Renner. Se Wake Up Dead Man: Knives Out vi fosse piaciuto recuperate, ovviamente, Cena con delitto - Knives Out e Glass Onion - Knives Out. ENJOY!

venerdì 19 dicembre 2025

2025 Horror Challenge: Goksung - La presenza del diavolo (2016)

Per la challenge horror settimanale il tema era "Released in the 2010s". La scelta è caduta su Goksung - La presenza del diavolo (곡성 - Gokseong), diretto e sceneggiato nel 2016 dal regista Na Hong-jin.


Trama: nel villaggio di Goksung, alcuni abitanti apparentemente impazziti uccidono i loro familiari. Il poliziotto Jong-goo, indagando, scopre che la causa di questa follia potrebbe essere uno spirito maligno, proprio quando anche la figlioletta comincia a mostrare i segni della maledizione...


Goksung
, forse più conosciuto come The Wailing, era un altro di quei film di cui avevo sentito parlare moltissimo e che, finora, non ero mai riuscita a recuperare. Come struttura, ha moltissime somiglianze con Exhuma. In particolare, quello che salta all'occhio al pubblico occidentale, è la complessità di una trama multisfaccettata, protratta nel tempo, che esula dalla struttura tipica di questo genere di horror imperniato su demoni e maledizioni. In un film americano, per esempio, il protagonista si sarebbe messo ad indagare, da solo o in compagnia, senza essere ovviamente creduto, si sarebbe rivolto ad un esperto inutile e il film si sarebbe concluso con un esorcismo più o meno efficace, senza che ci fosse un grande approfondimento dei personaggi. Goksung, invece, se la prende molto più con calma e oltre a mostrare i cambiamenti diretti di una misteriosa maledizione che spinge le persone a uccidere i propri cari, si concentra sulle conseguenze più profonde dell'orrore sovrannaturale. Dopo i primi, terrificanti omicidi, trattati tutto sommato con un piglio anche ironico, perché il protagonista è un poliziotto goffo e rozzo, è tutta l'atmosfera del film che cambia. L'atteggiamento baldanzoso di Jong-Joo, convinto di trovarsi davanti una follia circoscritta affrontabile con decisione, si sgretola nel corso del film, man mano che il paese in cui vive sprofonda in un vortice di oscurità crescente e, quando la sua famiglia viene toccata direttamente, qualcosa in lui si rompe. Il "male", incarnato nello straniero, in quel giapponese protagonista di mille dicerie, una più terrificante dell'altra, si fa strada all'interno dell'animo di Jong-Joo, il quale diventa così preda inconsapevole ma anche agente diretto della maledizione, una pedina facilmente manipolabile all'interno di un quadro generale sempre più tragico. Di conseguenza, anche lo spettatore risulta incapace di prevedere la direzione che intraprenderà la trama, vittima allo stesso modo di pregiudizi ed inganni, così che il finale colpisce con un orrore inaspettato, da gelare il sangue nelle vene; non c'è redenzione in Goksung, non esiste protezione dal male, esistono solo sbagli continui e rivelazioni tardive, che decretano la perdita di tutto ciò che si dava per scontato, in primis la serenità di una banale vita quotidiana. 


Sul finale, tutti i fili imbastiti nel corso del film si combinano in un quadro chiarissimo, nonostante la sua cupezza, e a Goksung si arriva a perdonare anche una durata elefantiaca e una prima parte dal ritmo un po' calante, che avrebbe forse giovato di qualche taglio qui e là. Non che le immagini scioccanti manchino, soprattutto per quanto riguarda l'efferatezza delle scene del delitto, oppure le sequenze inquietanti, come quella, tesissima, in cui Jong-Joo e il collega, assieme al prete, vanno ad indagare nel rifugio del giapponese, ma Goksung parte a bomba senza più fermarsi con l'impressionante esorcismo sciamanico. Come già mi era successo guardando Exhuma, potrei stare ora a bocca aperta a guardare gli scatenati rituali degli sciamani coreani, fatti di urla e percussioni forsennate; in questo caso, è anche il montaggio ad essere magistrale, perché in parallelo con l'esorcismo dello sciamano si compie anche il rito del giapponese, in un continuo gioco di similitudini e depistaggi che rende la sequenza indimenticabile. In questo caso, è anche interessante vedere come all'interno del film si mescolino un'infinità di suggestioni religiose che contribuiscono ulteriormente al clima di incertezza che pervade l'opera. Lo sciamanesimo sembrerebbe la religione più potente, alla quale gli anziani fanno maggior riferimento, ma c'è anche un elemento cristiano (che, a dirla tutta, ci fa una ben magra figura), qualcosa che richiama l'oscura magia nera con un piede nel voodoo, e spiriti dalla natura non meglio definita, tutto mescolato in un affresco decisamente affascinante, benché spaventoso. Anche gli effetti speciali sono di ottima fattura, in particolare l'agghiacciante make-up sul finale, e gli attori sono tutti bravissimi, con menzione speciale per il protagonista Kwak Do-Won e Jun Kunimura. Il primo offre un'interpretazione misurata, quasi sottotono, almeno all'inizio, lasciando poi spazio ad una furia e una disperazione che però non lo privano mai di quell'aura da "uomo della strada", di poveraccio in balia di eventi incomprensibili, e spezza quasi il cuore; il secondo è imperscrutabile dall'inizio alla fine, un foglio bianco che riporta esattamente solo ciò che i suoi interlocutori si aspettano da lui, tanto che lo spettatore non sa se averne paura o provare pietà. Ovviamente, vi lascio il piacere di scoprirlo da soli, invitandovi a recuperare questo ennesimo, splendido esempio di horror sudcoreano. 
 
Na Hong-jin è il regista e sceneggiatore della pellicola. Sudcoreano, ha diretto film come The Chaser e The Yellow Sea. Anche produttore, compositore e montatore, ha 51 anni e un film in uscita. 


Jun Kunimura
, che interpreta il giapponese, era il boss Tanaka di Kill Bill. Se Goksung - La presenza del diavolo vi fosse piaciuto, recuperate Exhuma. ENJOY!

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