giovedì 12 marzo 2026

Marty Supreme (2025)

Ne avevo voglia come di impiccarmi ma, a fronte delle nove candidature (Miglior film, Miglior regista, Miglior attore protagonista, Miglior sceneggiatura originale, Miglior casting, Miglior fotografia, Miglior scenografia, Migliori costumi e Miglior montaggio), mi è toccato recuperare Marty Supreme, diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Josh Safdie.


Trama: Marty Mauser è pronto a tutto pur di coronare il sogno di diventare un campione di tennis da tavolo, anche se il destino e una perenne mancanza di denaro si mettono spesso in mezzo...


Signore, pietà, da dove comincio? Io lo sapevo che Marty Supreme non mi sarebbe piaciuto, quindi colpa mia che l'ho guardato. Già avevo mal sopportato Diamanti grezzi, diretto da Josh Safdie e suo fratello Benny, ma almeno gli riconosco una storia avvincente e un ritmo indiavolato; benché odiassi con tutto il cuore il protagonista, stupido da fare il giro, le sue vicende mi avevano comunque catturata nella loro spirale d'ansia e, nel corso del film, ero arrivata a tifare per lui, a sperare in un lieto fine. Di Marty Mauser, aspirante campione di tennis da tavolo di origini ebree, dotato della parlantina di uno dei Fratelli Marx, di un inspiegabile ascendente sul genere femminile, di un gusto sopraffino per la truffa e dell'ego di Trump, non me n'è potuto invece fregare di meno. Anzi, ad ogni incontro speravo che l'avversario lo percuotesse con lo spigolo della racchetta dopo averlo sconfitto miseramente, oppure che i poliziotti lo ingabbiassero, o che qualcuno, all'interno del vasto gruppo di persone che vorrebbero vedere Marty Mauser morto nel film, riuscisse nell'intento e lo mandasse al creatore. Due ore e mezza di film per raccontare le vicende di un egocentrico insopportabile col pallino del tennis da tavolo, due ore e mezza in cui detto sport si vedrà sì e no tre quarti d'ora, il resto di Marty Supreme è tutto incentrato sui tentativi sempre più sfacciati del protagonista di recuperare i soldi che gli servono per viaggiare nel Paese dove si terrà questo o quel campionato. Questa smania di riuscire, di "vincere", nell'intento di Safdie e Ronald Bronstein avrebbe dovuto essere coinvolgente ed entusiasmante, probabilmente la trama avrebbe dovuto essere un monito ad impegnarsi sempre, con ogni mezzo, per coronare desideri che altri dismettono come "impossibili", chissà. Peccato che di "sano" amore per lo sport, in Marty Supreme, ce n'è davvero poco. Il protagonista avrebbe, infatti, anche potuto essere appassionato di salto della corda, per quel che conta all'interno del film, e tutto il discorso finale del "voglio una partita regolare, me la merito perché ci metto il cuore", con la ciliegina sulla torta dell'unico sprazzo di umanità mostrato davanti a un figlio fino a quel momento non voluto, non rende la sua vicenda epica ed importante, né lui qualcosa di più di una faccia di merda egoista. Se tutto ciò non bastasse, Marty Supreme sembra tre film mescolati assieme, nessuno dei quali particolarmente interessante, col risultato che, pur non addormentandomi mai (miracolo!) mi sono ritrovata spesso e volentieri a guardare l'orologio.


Ovviamente, sono consapevole anche io di non poter definire Marty Supreme "brutto", salvo per un paio di scene che ho trovato ridicole (la prima è l'omaggio smaccato ai titoli di testa di Senti chi parla, la seconda è quella della collana rubata nella doccia. Signur). Lo sforzo produttivo è evidente e Safdie ha un'ottima mano, dietro la macchina da presa e in post-produzione, anche se ho trovato il connubio tra regia e montaggio molto migliore in Diamanti grezzi, il cui ritmo metteva davvero ansia e trasmetteva in toto la disperazione del protagonista. In tutta onestà, ho preferito i pochi momenti, perfettamente coreografati, in cui l'abilità di Marty nel tennis da tavolo si esplicita in tutta la sua potenza, piuttosto che le sequenze in cui sembra di vedere l'imitazione di un'opera dei Coen; in tutto ciò, non mi capacito del fatto che un film come Challengers di Guadagnino sia stato fatto a pezzi dalla critica perché "vuoto" mentre questo viene definito uno dei migliori dell'anno, quando davanti agli scambi dei due tennisti protagonisti non riuscivo a stare ferma sulla sedia (io che odio il tennis!) mentre qui ho provato solo noia. Per quanto riguarda il resto delle candidature, fotografia e scenografia sono effettivamente molto belle. La scelta di girare su pellicola 35mm con lenti "vintage" richiama prepotentemente le atmosfere anni '50 in cui è ambientato il film, e le scenografie, dettagliatissime, restituiscono l'idea di una New York brulicante di vita e povertà, dove non si fa fatica a credere che i "topi" prosperino, sia quelli veri sia quelli umani. A tal proposito, il caporatto è Timothée Chalamet, perfettamente a suo agio nei panni dello stronzo manipolatore con la convinzione di essere Dio. Non fatico ad immaginarmi nelle sue mani la tanto bramata statuetta, perché la sua prova fisica, a tratti "circense" (nel senso migliore della parola), completa la fatica di calarsi in un personaggio scomodo che parla a mitraglia, ma perdonatemi se continuo a preferirgli Di Caprio (lasciamo pure perdere Michael B. Jordan, bravissimo ma sfavorito in partenza). Sul resto del cast spicca la bellissima Odessa A'zion, e si fa voler bene anche Abel Ferrara, in un ruolo di gangster al tramonto, in bilico tra l'inquietante e l'esilarante. Molto bella anche la colonna sonora, zeppa di pezzi anni '80 che, lungi dal risultare anacronistica, chissà perché calza alla perfezione con le atmosfere del film e con la storia di Marty. Forse per via del suo arrivismo tipicamente Yuppie? Chissà. Comunque, anche questo Marty Supreme se lo semo levato dalle palle, attendo con ansia la prossima camurrìa incensata dall'Academy.


Del regista e co-sceneggiatore Josh Safdie ho già parlato QUI. Timothée Chalamet (Marty Mauser), Fran Drescher (Rebecca Mauser), Sandra Bernhard (Judi), Emory Cohen (Ira Mizler), Gwyneth Paltrow (Kay Stone) e Abel Ferrara (Ezra Mishkin) li trovate invece ai rispettivi link. 

Odessa A'zion interpreta Rachel Mizler. Americana, ha partecipato a film come Hellraiser e Until Dawn - Fino all'alba. Anche produttrice, ha 26 anni e due film in uscita. 


Se Marty Supreme vi fosse piaciuto, recuperate Diamanti grezzi. ENJOY!



mercoledì 11 marzo 2026

2026 Horror Challenge - Ash: Cenere mortale (2025)

Il tema della challenge della settimana era "horror ambientati nello spazio". In watchlist avevo Ash: Cenere mortale (Ash), diretto nel 2025 dal regista Flying Lotus e ho colto l'occasione.


Trama: La scienziata Riya si sveglia sola all'interno di una nave spaziale, circondata da persone morte e senza alcuna memoria. A poco a poco, deve fare i conti con una terrificante realtà...


Mi sembra vagamente di ricordare che, ai tempi dell'uscita, Ash non fosse stato proprio accolto benissimo. Per quanto mi riguarda, l'ho trovato gradevole, fermo restando che non amo particolarmente gli horror ambientati nello spazio. Ash comincia con la più classica delle situazioni da horror sci-fi, ovvero la presenza di una stazione spaziale in cui è accaduta una sanguinosa tragedia. La vicenda viene raccontata attraverso gli occhi di una "narratrice inaffidabile", la scienziata Riya, che si sveglia all'inizio del film ferita, priva di memoria e circondata da cadaveri. Ciò che è accaduto prima, lo veniamo a sapere piano piano da una serie di flash allucinati che sconvolgono la protagonista, lampi di passato talmente slegati l'uno dall'altro, e inframmezzati da quelli che sembrerebbero essere sogni, che è difficile fare affidamento su di essi. L'unica cosa certa è che Riya e i suoi compagni erano in missione per trovare un pianeta abitabile con cui sostituire un pianeta Terra ormai al collasso, e che probabilmente erano riusciti nell'intento, nonostante l'aria al di fuori della stazione spaziale venga mostrata come in parte irrespirabile ed inquinata. L'unica altra certezza è che è accaduto qualcosa di molto violento, e che i compagni di Riya sono impazziti a turno, diventando incontrollabili, ma la vera causa verrà chiarita solo verso la fine del film. Per la maggior parte della sua durata, Ash racconta la ricerca della verità da parte di Riya, resa ancora più difficoltosa dalla necessità di lasciare la stazione spaziale e il pianeta in un tempo molto breve, pena la perdita di ossigeno e la conseguente morte; il limite temporale, assieme ai flash mnemonici e all'ambiente chiuso in cui si muove la protagonista, concorrono ad accumulare l'ansia, a rendere il film assai claustrofobico, e ovviamente spingono protagonista e spettatore a diffidare di tutti e di tutto. Lungi da me ricamare ulteriormente sulla trama per non incappare in spoiler: aggiungo solo che Ash, negli ultimi 20 minuti, sconfina nel body horror e sbarella parecchio, quindi merita affrontare una prima parte un po' più banale, che si appoggia ai soliti cliché dell'horror sci-fi.


Visivamente parlando, Ash sembra uscito dalla mente di Joe Begos. Il regista Flying Lotus, anche compositore della psichedelica colonna sonora e parte, come attore, del gruppo di scienziati, immerge la protagonista in un tripudio di luci rosse e blu, che talvolta si fondono per generare quel violetto malato che si intravvede nella locandina. Assieme all'abbondanza di ombre, questa bicromia crea un mondo confuso, allucinato ed opprimente, dove non è per nulla facile districarsi e fare chiarezza tra cosa è vero e cosa è falso. L'impressione è quella di un mondo in punto di morte, dove l'unica cosa vitale e vivace sono le macchine ad uso medico, dei robottini dalla vocetta da anime giapponese che effettuano le peggiori operazioni chirurgiche su soggetti perfettamente svegli. Pessima idea anche uscire all'esterno, dove la "cenere mortale" del titolo italiano vortica in maniera ipnotica, contribuendo al clima allucinato in cui vive Riya. A proposito della quale, Eiza González (talvolta accompagnata da Aaron Paul e dagli altri compagni nei flashback) regge da sola l'intero film, pur cambiando raramente espressione. Solitamente questo sarebbe un difetto ma, di fatto, Riya è condannata a procedere a tentoni, ad essere confusa e malaticcia, a ritrovarsi spesso senza qualcuno con cui interagire, quindi non è una cosa così disdicevole; inoltre, c'è da dire che la González è bellissima, e ha la cazzimma e il phisique du rol per prendere in mano il film al momento della svolta horror, che la vede impegnata a fare piazza pulita della mortale minaccia di cui ovviamente non vi parlerò nello specifico. Dignitosisismi anche gli effetti speciali, un giusto mix di effetti "pratici" ed elementi creati al computer, e veramente molto bello il design delle tute spaziali, eleganti ed aderenti, perfette per il fisico della González, la quale non avrebbe sfigurato all'interno di un Ghost in the Shell. Riassumendo, Ash non è un film imprescindibile, ma ci sono parecchie cose che lo rendono godibile e, poiché è compreso nell'abbonamento Prime Video, è una visione consigliabile. 
 

Di Eiza González, che interpreta Riya, ho già parlato QUI.

Flying Lotus (vero nome Steven Ellison) è il regista del film ed interpreta Davis. Americano, ha diretto il film Kuso e un episodio di V/H/S/ 99. Anche musicista, compositore, attore, sceneggiatore e produttore, ha 43 anni. 


Aaron Paul
interpreta Brion. Famoso per avere interpretato Jesse Pinkman nella serie Breaking Bad, ha partecipato a film come Mission: Impossible III, L'ultima casa a sinistra e ad altre serie quali Beverly Hills 90210, Melrose Place, Una famiglia del terzo tipo, X-Files, CSI, E.R., CSI: Miami, Veronica Mars, Criminal Minds, Bones, Ghost Whisperer e Better Call Saul; come doppiatore ha lavorato in I Simpson e Bojack Horseman. Americano, anche produttore, ha 47 anni e due film in uscita. 


Iko Uwais
, che interpreta Adhi, aveva partecipato a I mercen4ri - Expendables. Se Ash: Cenere mortale vi fosse piaciuto recuperate Punto di non ritorno, La cosa, Alien e Solaris. ENJOY!

martedì 10 marzo 2026

BollOscar: Se solo potessi ti prenderei a calci (2025) e Song Sung Blue - Una melodia d'amore (2025)

Domenica ci sarà la fatidica notte degli Oscar e io quest'anno sono un po' indietro, sia con le visioni sia con le pubblicazioni. In realtà, ho recuperato tutto quello che mi interessava, e ho avuto modo di visionare tutti i candidati alle nomination più importanti, quindi sto meditando di interrompere la Oscar Death Race, salvo per Arlo, che dovrebbe uscire il 12 marzo. Ma queste sono riflessioni inutili, lascerei quindi spazio alle mini recensioni dei due film di oggi, Se solo potessi ti prenderei a calci di Mary Bronstein, uscito nelle sale italiane la scorsa settimana, e Song Sung Blue - Una melodia d'amore di Craig Brewer. Non le ho accorpate perché sono due film brutti, anzi, in realtà sono entrambi molto belli, ma solo perché mi andava di parlare di questi e altri candidati prima di domenica, senza sacrificare la horror challenge, e anche perché sono accomunati dalla stessa nomination, quella alla Miglior attrice protagonista (mi spiace per entrambe, soprattutto per Rose Byrne, ma la statuetta a Jessie Buckley non la toglie nessuno quest'anno). Bando alle ciance dunque! ENJOY!


Se solo potessi ti prenderei a calci (If I Had Legs I'd Kick You) - Mary Bronstein
(2025)

Come "forse" avrete intuito sono molto abituata agli horror, eppure raramente ho provato ansia come guardando il film di Mary Bronstein. Se solo potessi ti prenderei a calci racconta l'orribile discesa nel burnout di una donna costretta a gestire il disordine alimentare della figlioletta, un enorme buco nel soffitto che le ha costrette entrambe a vivere in un motel e tutta una serie di personaggi odiosi, per nulla empatici, pronti a puntare il dito sulle mancanze della protagonista, aggredirla, a metterle i bastoni tra le ruote o a trattarla come se non esistesse. La sensazione che si ha guardando il film è un'angoscia tremenda, un'agghiacciante impotenza di fronte a una situazione sempre più caotica; più volte la protagonista, peraltro psicologa, sottolinea la sua impossibilità di avere il controllo degli eventi e l'ulteriore disagio di una mancanza di sonno che la logora ogni giorno di più, causandole persino delle allucinazioni visive e uditive. Se solo potessi ti prenderei a calci è un film che, con coraggio, racconta l'esistenza di una persona che non ha mai voluto essere madre (la bambina non viene mai inquadrata in viso, tranne sul finale, esiste solo come voce petulante e perennemente terrorizzata, oppure definita dal cibo rifiutato o dal rumoroso apparecchio che la nutre di notte) e che cerca di fare buon viso a cattivo gioco, impegnandosi per la salute fisica e psicologica di una creatura che, nonostante tutto, è arrivata ad amare. Rose Byrne, attrice che non mi aveva mai colpita più di tanto, ci mette anima e corpo, portando a casa l'interpretazione della vita e mostrando nello sguardo e nei gesti tutta la stanchezza di una vita ingiusta, la tristezza di esistere solo come "madre" e "psicologa", non come persona, e il terrore di una bestia in trappola. Non so se vi è mai capitato di trovarvi in una situazione, anche non grave, che avete vissuto malissimo e dalla quale eravate convinti non sareste mai usciti. Ecco, a me è successo, e la voglia era quella di prendere a testate un muro per la frustrazione e la paura, oppure di scappare facendo perdere le tracce; nell'interpretazione di Rose Byrne ho visto tutte queste cose e vi assicuro che arrivare alla fine di Se solo potessi ti prenderei a calci è stato molto difficile. Vi consiglio spassionatamente il film ma, qualora in questo periodo foste depressi, agitati, o soggetti ad attacchi di panico, fossi in voi eviterei.

Nomination: Miglior attrice protagonista, Rose Byrne.

Curiosità: Ero convinta che la frase del titolo fosse rivolta a quel mostro di bambina, invece l'ha inventata la regista a 18 anni e, non sapendo come intitolare il film, ha deciso di riutilizzarla. 



Song Sung Blue - Una melodia d'amore (Song Sung Blue) - Craig Brewer
 (2025)

Song Sung Blue rientra nel novero delle biografie di personaggi popolari in America ma completamente sconosciuti alla sottoscritta e racconta la storia della band Lightning & Thunder, ovvero Mike Sardina e la moglie Claire Stengl. Conosciutisi nel circuito degli "imitatori musicali", i due decidono, assieme ad altri musicisti, di mettere su un tributo a Neil Diamond, diventando, nel giro di qualche anno, la band più popolare del Wisconsin. Il film racconta non solo le peripezie lavorative della coppia, ma soprattutto la loro storia d'amore, i loro problemi personali e una sequela di sfighe alle quali sarebbe difficile credere, se solo non fossero accadute sul serio. L'impostazione tutto sommato classica e "prevedibile" del film passa in secondo piano di fronte all'effettiva simpatia dei due protagonisti, decisamente affiatati, e alla loro forza d'animo, alimentata da un enorme desiderio di cantare e risplendere sul palco. Anche chi, come me, non dovesse conoscere Neil Diamond, potrà apprezzare i tanti numeri musicali del film, anche perché sia Hugh Jackman che Kate Hudson sono degli ottimi attori, capaci di entusiasmare e commuovere sia col canto che con le loro interpretazioni (anche se la nomination l'ho trovata esagerata). Ottimo anche il cast di contorno, dove spiccano bellissime facce che fa sempre piacere rivedere (Michael Imperioli e James Belushi, sto parlando con voi!) e la giovane Ella Anderson, una rivelazione alla quale auguro una splendida carriera. Sarei una bugiarda se non dicessi che Song Sung Blue era un film che non avevo affatto voglia di guardare, invece non solo mi ha piacevolmente sorpresa, ma ad un certo punto mi ha sconvolta com'era riuscito a fare solo Sirat. Recuperatelo, se non lo avete visto al cinema, perché è davvero carino... poi però non prendetevela con me se non smetterete più di cantare Sweet Caroline!  


Nomination: Miglior attrice protagonista, Kate Hudson.

Curiosità: il film è la drammatizzazione del documentario omonimo diretto dal regista Greg Kohs nel 2008, quindi rientra nella categoria dei remake. 





venerdì 6 marzo 2026

Scream 7 (2026)

Come al solito, arrivo ultima alla festa ma sono riuscita finalmente a guardare Scream 7, diretto e co-sceneggiato dal regista Kevin Williamson. Niente spoiler, ovviamente. 


Trama: Sidney Prescott si è ormai rifatta una vita in un piccolo paesino, assieme alle figlie e al marito, ma un giorno qualcuno con la maschera di Ghostface torna a minacciarla...


Ormai lo avrete letto ovunque e lo saprete a memoria, quindi sarò breve. Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, a partire dal quinto capitolo della saga, avevano deciso di rinnovare il franchise, affiancando ai vecchi personaggi le sorelle Carpenter, Sam e Tara, con l'idea di farle diventare protagoniste assolute al compimento di una terza trilogia. Poi pare che Melissa Barrera, l'attrice che interpretava Sam, sia stata calcioruotata dai vertici della Spyglass per aver protestato contro il genocidio palestinese (oppure può essere che la casa di produzione abbia colto la palla al balzo per accontentare il fandom, a cui Sam è sempre stata invisa come personaggio); giustamente, una Jenna Ortega sulla cresta dell'onda ha mandato a fanculo la produzione approfittando dei lauti compensi Netflixiani e Burtoniani, e quando il potenziale nuovo regista Christopher Landon ha ricevuto minacce di morte nel caso avesse messo mano al settimo film, è rimasto solo Kevin Williamson. Tanti saluti, dunque, al character study di Sam, al suo lato oscuro, a tutte le suggestioni seminate dagli ex Radio Silence nel corso della loro gestione, a un percorso originale che, dialogando con le pellicole dirette da Wes Craven, ne riaggiornava i temi alla mentalità odierna, rimanendo sempre, deliziosamente, metacinematografici. L'unico modo per salvare la baracca è stata riempire di soldi Neve Campbell per farla tornare e rivolgersi a Kevin Williamson che, per chi non lo sapesse, è colui che ha scritto i primi due film e il quarto, rimanendo comunque legato al franchise in vesti di produttore. Di fronte ad un simile pasticcio produttivo, è accaduto l'inevitabile: l'operazione è stata condotta nel modo più banale e "vecchio" possibile, cavalcando l'onda di una nostalgia stantia e buttando tutto in caciara nel finale più brutto dell'intera saga. L'azione si sposta da Woodsboro (dov'è ambientato un inizio interessante e completamente fuorviante per chi si aspettava chissà cosa dalla trama) alla piccola cittadina dove Sidney ha deciso di lasciarsi alle spalle il passato assieme al marito e alle tre figlie. In realtà, due figlie vengono tolte subito dall'equazione e daffidate alla nonna, perché i riflettori si posano sul rapporto tra Sidney e la figlia adolescente Tatum, la quale viene tenuta all'oscuro dalla madre relativamente a tutto ciò che riguarda il suo traumatico passato. Tatum conosce Sidney solo attraverso la saga cinematografica Stab, che ne ha romanzato la vita, ed è frustrata perché crede che la madre la ritenga debole ed inaffidabile, bisognosa di protezione, ben diversa dall'adolescente cazzuta sopravvissuta ben cinque volte a Ghostface. 


La scelta di Sidney si rivela poco accorta in quanto, ad un certo punto, Ghostface torna e punta proprio Tatum e i suoi amici, in un costante gioco di rimandi (visivi, di sceneggiatura e persino di colonna sonora) ai film usciti negli anni '90 e diretti da Wes Craven. Il recente reboot non viene proprio spazzato sotto il tappeto, e l'assenza di Sidney dal sesto capitolo si rivela uno degli snodi fondamentali della trama, però è palese fin dall'inizio che ciò che importa a Williamson è stabilire l'eredità di Sidney, la sua unicità all'interno non solo della saga, ma del genere slasher tutto: i Ghostface sono andati e venuti, in una girandola di nomi e facce, l'unica costante è rimasta Sidney, persino quando ha deciso di mandare a stendere Gale, Sam e Tara, e lasciarle sole a New York, in balia dei nuovi killer. E questo è l'unico aspetto interessante di un film che aspira alla "modernità" tirando in ballo l'AI e i deep fake come mero escamotage narrativo, a mio avviso sfruttato in maniera poco accorta e raffazzonata, e che pur di non osare l'inosabile prende la rincorsa verso un finale frettoloso e, posso dire?, imbarazzante. Se dicessi che non mi sono divertita, mentirei, ma se Scream mi ha intrattenuta anche stavolta è solo perché il mio cervello è partito per la tangente infilando la gente più improbabile sotto la maschera di Ghostface (se volete, ne parliamo nei commenti). Fortunatamente, bisogna anche dire che Scream 7 gode di un paio di omicidi che se la giocano alla pari con i migliori della saga, uno in particolare molto fantasioso, e che Neve Campbell nei panni di Sidney continua a non perdere smalto. Scream 7 è la perfetta cartina al tornasole di come i volti nuovi sono sì bellini, ma tutti uguali e poco interessanti (in questo frangente, Jasmin Savoy Brown e Mason Gooding sono talmente svogliati che potrebbero anche non esserci e Isabel May non ha nemmeno un'oncia del carisma della sua madre cinematografica), e di come non tutti riescano ad invecchiare con grazia. La Campbell ce la fa, la Cox compensa diventando sempre più scoglionata e volgare (quindi adorabile), la saga invece sta diventando bolsa come il povero Skeet Ulrich, costretto a promuovere il film in lungo e in largo e a rilasciare improvvide interviste che fomentano solo il nervoso per ciò che poteva essere e invece è stato sacrificato al fandom e al Dio denaro. Scream 7 sta andando benissimo al box office internazionale, ma in tutta sincerità spero che a nessuno venga in mente di girare un ottavo film, a meno di non far tornare Sam, perché a me pare che ormai questa saga non abbia più nulla da dire. Staremo a vedere!


Di Neve Campbell (Sidney Evans), Courteney Cox (Gale Weathers), Joel McHale (Mark Evans), Mckenna Grace (Hannah Thurman) e Ethan Embry (Marco) ho parlato ai rispettivi link.

Kevin Williamson è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto anche Killing Mrs.Tingle. Anche produttore e attore, ha 61 anni. 


Jasmin Savoy Brown
e Mason Gooding tornano, rispettivamente, nei panni di Mindy e Chad. Celeste O'Connor, che interpreta Chloe Parker, era la Lucky di Ghostbusters: Legacy e Ghostbusters - Minaccia glaciale mentre Asa Germann, che interpreta Lucas Bowden, era nel cast di Gen V come Sam Riordan. Nelle intenzioni di Matt Bettinelli-Olpin Tyler Gillett, Patrick Dempsey sarebbe dovuto tornare nei panni del Detective Mark Kincaid, ma alla fine è stato creato un personaggio ex novo (con lo stesso nome e una professione simile ma vabbè, dai). Chi invece si è chiamato fuori dopo avere ricevuto minacce di morte a seguito del licenziamento di Melissa Barrera, pur non entrandoci nulla, povero cristo, è il regista Christopher Landon, che era stato raccomandato dallo stesso Williamson. Se siete arrivati al settimo film dovreste ormai saperlo, ma la saga di Scream si compone di Scream, Scream 2, Scream 3, Scream 4, Scream (2022) e Scream VI; se il genere vi piace, recuperateli e aggiungete anche Scream: la serie. ENJOY!


mercoledì 4 marzo 2026

2026 Horror Challenge - Prevenge (2016)

La challenge horror di oggi voleva un film uscito nel 2016. Ho così recuperato Prevenge, diretto e sceneggiato dalla regista Alice Lowe.


Trama: Ruth, incinta e quasi in procinto di partorire, persegue una tenace vendetta verso i responsabili della morte del compagno...


Prevenge
era uno di quei film che avevo nella watchlist appunto dal 2016, perché ricordo, sebbene vagamente, che in molti ne avevano parlato bene. Meglio tardi che mai, quest'anno snobbo per mancanza di tempo degli anniversari importanti, ma se non altro sono riuscita a festeggiare i dieci anni di un film che rientra nel genere "gravidanze da incubo". Ruth è molto incinta, nel senso che le manca davvero poco per partorire, ma la sua non è una gestazione tranquilla. Il suo compagno è morto il giorno esatto in cui lei ha scoperto di essere in attesa di un bambino e quando la incontriamo sta cominciando a compiere la sua vendetta, guidata da una voce inquietante ed insospettabile: quella della figlia che porta in grembo. Vittima di un doppio shock, la psiche di Ruth si è scissa, trasformando l'essere sconosciuto che porta in grembo in un'eminenza grigia dalla vocetta querula e dall'insaziabile appetito per il sangue, un'Erinni vendicativa che la spinge ad uccidere i colpevoli della morte del papà. Come dice a un certo punto l'ostetrica, Ruth non ha il controllo delle proprie azioni o, meglio, la sua razionalità è stata completamente spazzata via dal dolore, dalla paura, dalla solitudine e dagli ormoni; la maternità la terrorizza perché apre a mille possibilità sconosciute e ad un futuro incerto, a decisioni scomode che Ruth, inconsciamente, decide di evitare convincendosi di essere "posseduta" dalla figlia. La sceneggiatrice e regista Alice Lowe, che interpreta Ruth, probabilmente ha scelto di dare voce a tutta una serie di problemi sociali che una donna incinta si ritrova a dover affrontare (non ultimo quello di venire guardata con sospetto nei posti di lavoro) e anche alla sua paura di essere considerata un mero accessorio del bambino, definita solo come "madre", prima ancora che come persona. Tutto sommato, infatti, le vittime della furia vendicativa di Ruth, pur essendo deprecabili ed egoisti quanto si vuole, sono degli sfigati imbarazzanti ed è la neonata a trasformarli in mostri, dimostrando un invidiabile disprezzo verso tutto il genere umano. 


Anche in virtù dei ragionamenti adulti e sferzanti della neonata, Prevenge rientra di diritto nel genere della commedia horror. Le situazioni che Ruth si ritrova ad affrontare sono grottesche e i colpevoli della morte del compagno sono esempi di un'umanità imbarazzante, davvero troppo stupidi per vivere; gli esempi più eclatanti, e tristemente familiari, per inciso, sono il deejay quasi cinquantenne che si crede un ragazzino sciupafemmine e tratta da schifo la mamma malata di Alzheimer vivendole in casa, e la donna in carriera che si arrampica sugli specchi per "indorare" la pillola a una donna incinta e palesemente sgradita sul posto di lavoro. Ci sono anche molti momenti cupi, durante i quali la risata muore sul nascere, e il personaggio di Ruth, nella sua triste solitudine, fa molta pena nonostante il cammino sanguinoso intrapreso. Alice Lowe dosa molto bene questi due registri, senza mai esagerare in un senso o nell'altro, e stempera situazioni particolarmente pesanti con del sano splatter, talvolta catartico altre meno (in maniera assai intelligente, però, le poche persone che non meritano di morire vengono eliminate rigorosamente off screen). Come interprete, l'attrice incarna una donna senza grandi pregi o difetti, né a livello estetico né caratteriale, aiutando lo spettatore ad identificarsi con lei e ad empatizzare con la sua situazione, e il resto del cast, pieno di ottimi caratteristi, le dà man forte, aprendo squarci su una triste realtà fatta di povertà, precariato, sesso facile ma ben poco soddisfacente e squallore diffuso, con ben poco spazio per umanità e gentilezza. Come ben diceva la neonata Julie in Senti chi parla 2: "Che schifo la vita!". Forse è davvero meglio rimanere nascosti nel grembo materno e lasciare a mammà il lavoro sporco! 


Della regista e sceneggiatrice Alice Lowe, che interpreta Ruth, ho già parlato QUI mentre Kate Dickie, che interpreta Ella, la trovate QUA.


Kayvan Novak
, che interpreta Tom, è uno dei protagonisti della serie What We Do in the Shadows. Il film in bianco e nero continuamente citato è Delitto senza passione, del 1934. Cercatelo, perché potrebbe trovarsi gratuitamente nell'Internet Archive. ENJOY!

martedì 3 marzo 2026

Rental Family (2025)

Questa settimana mi sono presa una pausa dalla Oscar death race per recuperare Rental Family, diretto e co-sceneggiato nel 2025 dalla regista Hikari.


Trama: Phillip è un attore sul viale del tramonto, il quale vive a Tokyo da sette anni. Un giorno accetta un ingaggio presso un'agenzia che fornisce persone in affitto, per gli scopi più disparati...


Benché da anni mi interessi alla società giapponese, non avevo mai sentito parlare del fenomeno "Rent a Family", che esiste sin dagli anni '90. In pratica, il "Rent a Family" è l'evoluzione (o l'involuzione) delle società che un tempo fornivano persone per fare numero ad eventi di qualsiasi genere, e che ora si sono specializzate nell'offrire compagnia (mai di tipo sessuale) per ogni genere di necessità: finti fidanzati, amici, genitori, figli, accompagnatori, insomma tutto ciò che può servire per superare quell'alienazione che purtroppo è parte integrante della società nipponica, dove tutto dev'essere, all'apparenza, perfetto ed irreprensibile. Nonostante sia stato tacciato di grondare eccessiva melassa, Rental Family sottolinea molto questo aspetto triste del Giappone, diffuso soprattutto nelle grandi città. Vuoi per le dimensioni spropositate delle metropoli, vuoi per la natura stessa di una società che inquadra le persone fin dalla più tenera età e le costringe, fondamentalmente, ad allacciare rapporti di collaborazione temporanea/lavoro più che di amicizia, mettendole davanti ad un'enorme pressione e un conseguente stress, ci sono tantissimi individui in Giappone che vivono soli, vittime di giornate sempre uguali che si trascinano perse nella folla senza volto. Questo, nel film, succede a Phillip, gaijin privo di uno scopo e straniero in terra straniera, ma anche ai suoi colleghi di lavoro, che offrono "famiglie in affitto" senza riuscire a crearne una, nemmeno all'interno di un'azienda formata da tre persone in croce. Inoltre, al di là dell'ovvia trama "formativa" e a lieto fine, Rental Family pone scomode domande sulle conseguenze psicologiche di un simile servizio, non solo per chi ne usufruisce, ma anche per chi lo offre. Il film non indaga troppo su potenziali risvolti pericolosi (anche se ci vengono mostrati sprazzi di psicosi, masochismo, violenza fisica e verbale), però solleva molti dubbi sull'eticità di un servizio basato essenzialmente su una bugia, per quanto raccontata a fin di bene, soprattutto quando l'utilizzo degli attori coinvolge non solo il richiedente, ma anche altre persone. Insomma, un conto è richiedere la presenza di una/un dama/o di compagnia per affrontare la solitudine e sfogarsi, trovando magari più comodo aprire il proprio cuore ad uno sconosciuto da plasmare a nostro piacimento, un altro è usare queste persone per influenzare l'opinione o la vita altrui, soprattutto quando il rapporto lavorativo si protrae nel tempo, e rischia di non essere più così superficiale.


La sceneggiatura di Hikari e Stephen Blahut, lieve e malinconica, si tiene ben lontana dalla mielosa zuccherosità anche quando le situazioni mostrerebbero il fianco al melodramma, e asseconda invece una commozione e un divertimento lievi, quasi garbati. Lieve e garbata è anche l'interpretazione di Brendan Fraser, un gigante buono con l'espressione perennemente corrucciata, quella di chi si sente in dovere di scusarsi per la sua stessa esistenza; in realtà, lo sguardo dell'attore veicola tantissima solitudine e lo spaesamento di un gaijin che potrà anche vivere cent'anni in Giappone, ma non riuscirà mai a cogliere le mille sfumature di una società fuori dalla portata degli occidentali. L'atteggiamento di Fraser, comunque, indica che non smetterà di provarci, vittima di un fascino e di una curiosità talvolta "infantile" ma mai irrispettosa, che brilla intensa negli occhi azzurri dell'attore e che viene veicolata dalla regia di Hikari, la cui consapevolezza nipponica gioca, furbescamente, con la fascinazione dello spettatore occidentale. La regista, nata ad Osaka, rifugge quelle rappresentazioni di Tokyo e del Giappone tipiche dei registi "stranieri", spesso imperniate su immagini notturne, postmoderne, e, pur non rinunciando a un paio di scorci molto turistici, ambienta la maggior parte del film di giorno, in zone poco conosciute, alternando prosaiche rappresentazioni di una triste, grigia vita quotidiana a magici festival di strada e mistici boschi che nascondono piccoli templi antichi. Inutile dire che, se il vostro cuore palpita per andare in Giappone (o se ci siete già stati ma non vedete l'ora di tornare), la visione di Rental Family ve lo spezzerà, alimentando il desiderio di recarvi in zone meno battute, dove respirare l'essenza più vera di quella splendida terra. Per quanto mi riguarda, ammetto di avere pianto più per la nostalgia che per il film in sé, comunque molto bello e degno di almeno una visione!  


Di Brendan Fraser, che interpreta Phillip Vanderploeg, ho già parlato QUI.

Hikari (vero nome Mitsuyo Miyazaki) è la regista e co-sceneggiatrice del film. Giapponese, ha diretto film come 37 Seconds ed episodi di serie quali Lo scontro. Anche produttrice, attrice, montatrice e direttrice della fotografia, ha 50 anni.


Non l'ho mai visto ma mi si dice che, se l'argomento "famiglie in affitto" vi interessa, dovreste recuperare Family Romance LLC di Werner Herzog. ENJOY!

venerdì 27 febbraio 2026

Mother of Flies (2025)

Oggi vi parlo di Mother of Flies, il nuovo film diretto e sceneggiato nel 2025 dalla Adams Family.


Trama: la giovane Mickey ha un cancro in stadio avanzato e pochi mesi di vita davanti. Come ultima spiaggia, si reca assieme a suo padre da una strega che afferma di poterla guarire in tre giorni...


Mother of Flies
era un horror che aspettavo col fiato sospeso, perché gli Adams mi piacciono molto, anche quando la loro poetica non rientra propriamente nelle mie corde. Adoro questa famiglia di matti, perché riescono a tirare fuori film splendidi da budget tutto sommato risicati, trasformando il set in un affare di famiglia da prendere dannatamente sul serio, dove ogni membro dirige, scrive, monta, fotografa, recita, crea persino la musica. Mother of Flies, in particolare, ha anche una grossa componente autobiografica. Sia John che Toby hanno avuto dei tumori e la loro figlia, Zelda, è stata diagnosticata con la sindrome di Lynch, una condizione genetica che rende il cancro, soprattutto al colon o all'endometrio, ereditario e quindi più prono a manifestarsi. Per esorcizzare i loro demoni, gli Adams li hanno portati sullo schermo e hanno scelto di raccontare la storia di Mickey, studentessa vittima di un cancro allo stadio terminale, che si rivolge a una necromante per tentare di guarire. Il film inscena un rapporto con la vita e la morte assai complesso, un dualismo racchiuso interamente nella figura della necromante Solveig; da un lato, la donna sembra vivere in comunione con la natura e coi suoi ritmi, dall'altro, le arti che padroneggia hanno a che fare con i morti e la loro resurrezione, con sangue e dolore. All'interno di monologhi scritti con stile estremamente poetico, la donna afferma più volte la sua intenzione di ingannare la morte per rubarle la vita, ma parla anche di corteggiare la morte, di amarla, di accettarla, così da instillare in essa un battito vitale. E proprio accettare la morte come parte inevitabile della vita è ciò che accomuna le due donne, perché anche se Mickey, ovviamente, vuole combattere il cancro e debellarlo, lo fa con la serena consapevolezza di potere perdere la battaglia e di avere comunque vissuto. Suo padre, Jake, viene tenuto inevitabilmente fuori dal legame tra Mickey e Solveig, perché l'uomo è terrorizzato all'idea che Mickey possa morire e si trincera dietro un atteggiamento vittimista ed infantile che gli guadagna, fin da subito, il disprezzo della necromante. Come già accadeva in Hellbender, il film mette in risalto il terrore ipocrita delle persone verso chi detiene la conoscenza, e quindi il potere, un'emozione che spesso diventa una condanna a morte per questi individui più unici che rari; Solveig padroneggia arti oscure e sacrileghe, ma la sceneggiatura non la connota mai come un mostro, bensì lascia che siano gli occhi degli altri personaggi a mostrarcene tutte le sfaccettature, così da permetterci di trarre le nostre conclusioni personali.


Neanche a dirlo, Toby Poser è una Solveig perfetta. Il suo aspetto rustico è quello che ci si aspetterebbe da una donna misteriosa, che vive a contatto con la natura e con un piede nella stregoneria, e la sua voce bassa e melodiosa è il veicolo ideale del poetico monologo che spesso accompagna le sequenze del film, intervallandosi a melodie scritte e messe in musica dagli stessi Adams. Una poesia elegante e macabra, che completa e carica di nuovi significati immagini decisamente forti, che non risparmiano granché allo spettatore: tra donne riprese di schiena mentre copulano in mezzo al sangue e ai cadaveri, fluidi corporei di varia natura, animaletti ben poco graziosi, pasti disgustosi e rovi appuntiti che si fanno strada dentro le parti più morbide e sensibili del corpo umano, c'è da distogliere gli occhi dallo schermo e andare a farsi un giro. C'è però anche tanta bellezza, riscontrabile nelle riprese della lussureggiante vegetazione che circonda la casa di Solveig e anche nella sua stessa dimora (che non a caso è il cottage sulle Catskills degli stessi Adams, rimaneggiato dagli effetti speciali di Trey Lindsay), fatta di radici e rami intrecciati, con stanze dove gli alberi e il muschio prendono il posto dei letti, se si è fortunati... altrimenti tocca accontentarsi di rovi pericolosi. All'interno del panorama dell'horror mondiale è raro trovare artisti coerenti e, soprattutto, abili come gli Adams, che riescono a portare avanti l'amore per un cinema artigianale, personale e affascinante; la coesione del loro nucleo familiare traspare in ogni loro film e si fa ancora più evidente in questo Mother of Flies, emozionante come non era stato il pur interessante Where the Devil Roams, e un bel ritorno alle atmosfere di Hellbender che, ad oggi, rimane il loro film che preferisco. 


Dei registi  e sceneggiatori John Adams (che interpreta anche Jake), Zelda Adams (Mickey) e Toby Poser (Solveig) ho già parlato QUI.


Se Mother of Flies vi fosse piaciuto recuperate Hellbender, Mandrake Fréwaka . ENJOY!


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