martedì 28 aprile 2026

The Long Walk (2025)

E' uscito finalmente in tutta Italia, dove siamo indietro come le balle dei cani, uno dei film che aspettavo di più lo scorso anno, The Long Walk, diretto nel 2025 dal regista Francis Lawrence e tratto dal romanzo La lunga marcia di Richard Bachman. Dopo tanta attesa, il film merita? Vediamo un po'!


Trama: cinquanta ragazzi si iscrivono alla Lunga Marcia, un terrificante percorso ad eliminazione dove vincerà l'unico ragazzo che riuscirà a sopravvivere...


Non sarò obiettiva, parlando di The Long Walk. La lunga marcia è stato il primo libro di Stephen King che ho letto, all'età di 14 anni. Non sbaglio dicendo "Stephen King"; ormai Bachman era già morto del cancro dello pseudonimo e la Mondadori aveva infatti ripubblicato il libro usando il nome vero dello scrittore. Onestamente, non ricordo perché volessi leggere a tutti i costi un libro di Stephen King. Probabilmente avevo già guardato It, forse anche Carrie, di sicuro Brivido, chissà se Shining era già entrato nella mia vita; a prescindere, ero attirata dall'horror, e King era un nome adulto e legato proprio a quel genere che stava cominciando ad interessarmi, quindi la mia pur perplessa madre mi aveva concesso di poter acquistare il libro durante un giro alla Standa. Leggere La lunga marcia era stato uno shock, per me. Il racconto di giovani ragazzi che cadono come mosche durante una camminata infinita, costretti a tenere un passo criminale pena venir fucilati dopo tre ammonizioni, mentre sprazzi di amicizie, odio profondo, amore, speranza, disperazione si mescolano in un delirio sempre più angosciante, mi aveva ridotta in lacrime e ci sono delle immagini potentissime che ancora oggi, dopo trent'anni, non mi abbandonano. Ho riletto La lunga marcia non so quante volte, dopo, e con tutti i suoi difetti lo considero, ancora oggi, il miglior libro partorito dal lato "oscuro" di Stephen King, quindi capirete quanto ero fomentata e preoccupata all'idea di vedere finalmente sul grande schermo Garraty, McVries, Olson, Barkovich, Stebbins e il fottutissimo Maggiore. Soprattutto, ero terrorizzata all'idea che avessero chiamato a dirigere il film quello che per me è sempre stato un cane maledetto, ovvero Francis Lawrence, dal quale mi aspettavo una sgarzollata da bimbiminchia, dopo che persino Romero e Darabont, nel corso dei decenni, avevano abbandonato il progetto. Come amo partire prevenuta e sbagliarmi, a volte.


La sceneggiatura di The Long Walk, scritta da JT Mollner, si concede un paio di cambiamenti che nulla tolgono al significato ultimo della storia. Intanto, dimezza i partecipanti alla Marcia, per questioni, immagino, di gestione delle sequenze e anche per concentrarsi sui personaggi più importanti; diminuisce la velocità minima che devono rispettare i ragazzi, rendendo tutto più realistico rispetto a come l'aveva pensata King all'epoca; soprattutto, modifica il finale, cosa che io ho molto apprezzato. Intendiamoci, il finale de La lunga marcia, ambiguo e "onirico", è una cosa che ti ammazza, ma deriva dal modo in cui è scritto il libro, che segue, fin dall'inizio, il punto di vista di Garraty. Una soggettività che parte lucida, baldanzosa, come ci si aspetta da un ragazzo nel pieno delle sue forze che non capisce ancora la portata di ciò a cui sta prendendo parte, e diventa sempre più frammentata, allucinata, per certi versi anche "mistica", se vogliamo. The Long Walk amplia invece il focus. Garraty parte come protagonista, ma col prosieguo della vicenda altri personaggi finiscono sotto i riflettori, e da un certo punto in poi il film si appoggia interamente sul confronto costante tra Garraty e McVries, su un'amicizia che diventa fratellanza, su idee che, letteralmente, cambiano il destino del singolo. Lo stesso McVries è ben diverso da quel pungolo distaccato e stronzo che incontriamo nel romanzo. La sua funzione di "coscienza" è la medesima, ma cambia la sua natura, che diventa comprensiva e attenta, animata da un triste passato di solitudine e disperazione. In tutto questo, il nucleo del romanzo viene pienamente rispettato. L'allegoria dell'insensato massacro di giovani volontari in Vietnam diventa un altrettanto sciocco "sacrificio" per ispirare le persone a rendere grande l'America, la metafora del pericoloso isolamento di ragazzi esposti a dottrine assurde, che si "svegliano" nel modo peggiore. Diversamente dal romanzo, però, il film si apre alla possibilità di un cambiamento, di una speranza contrapposta a una disperata rinuncia, di una lotta per gli altri, prima ancora che per se stessi, il che lascia filtrare una sottile lama di luce anche all'interno di un finale assai pessimista. 


Comunque, il mio terrore maggiore, visto che sono una persona semplice, derivava dal regista e dagli interpreti. Ora, non starò a dire che The Long Walk non sia scorretto, visto l'uso infingardo che fa di uno score commovente ogni volta che un ragazzo riceve il congedo, cosa che ha ulteriormente contribuito a farmi versare lacrime copiose, ma a livello di regia è molto sobrio e realistico. Per la prima volta, alla faccia di 30 anni di lettura, sono riuscita a percepire, fisicamente, l'orrore di camminare a una velocità di cinque chilometri all'ora sotto il sole cocente, mentre leggendo il libro l'ansia mi colpiva "solo" nel corso degli imprevisti meteorologici, fisici o fisiologici. La stessa sequenza della salita, già angosciante nel libro, nel film diventa una delle migliori viste l'anno scorso in un horror, perché trasmette tutta l'urgenza e l'angoscia di una gara per la sopravvivenza, nel montaggio concitato che alterna primi piani disperati, corpi che cadono sotto i colpi dei fucili e una pendenza che pare infinita. Lawrence, inoltre, non si tira indietro di fronte a nulla, mostra l'aspetto triviale della corsa, indugia sui dettagli gore e sullo squallore deprimente di un'America che non merita di essere salvata, ma trova anche il modo di esprimere la dolcezza e il cameratismo degli stupendi ragazzi costretti a marciare, sottolineando in ogni momento che l'orrore non risiede DENTRO di loro, ma attorno a loro. Così, anche quella merda di Barkovich, l'"assassino", diventa più sfaccettato di quanto non fosse nel romanzo, mentre le interpretazioni di Cooper Hoffman (degno figlio di tanto padre) e David Jonnson bucano lo schermo e rendono vivi i personaggi, frantumando il cuore dello spettatore fino all'ultimo istante e anche dopo, quando i titoli di coda hanno finito di scorrere. The Long Walk è un film che avrebbe meritato un'uscita a ottobre 2025 in contemporanea con gli States e un battage pubblicitario della madonna, perché è uno dei migliori adattamenti Kinghiani in un anno in cui i fan cinefili del Re hanno potuto leccarsi le dita, tra The Monkey, Life of Chuck, The Running Man e questo. Si vergogni la distribuzione italiana, che ha deciso di farlo uscire in sordina, in pochi multisala a orari improbabili, con un sottotitolo aberrante (Se ti fermi muori) e dopo che chiunque, me compresa, lo aveva già visto per vie traverse. E dobbiamo già ringraziare che non sia arrivato direttamente in streaming. 


Del regista Francis Lawrence ho già parlato QUI. Charlie Plummer (Gary Barkovitch), Mark Hamill (il Maggiore), Judy Greer (Mrs. Ginnie Garraty) e Josh Hamilton (Mr. William Garraty) li trovate invece ai rispettivi link. 

Cooper Hoffman interpreta Ray Garraty. Figlio di Phillip Seymour Hoffman, ha partecipato a film come Licorice Pizza, Saturday Night e Old Guy. Ha 22 anni e due film in uscita. 


Roman Griffin Davis
interpreta Curly. Inglese, lo ricordo per film come Jojo Rabbit e Silent Night. Ha 18 anni e due film in uscita. 


David Jonsson
, che interpreta McVries, era l'androide Andy di Alien: Romulus mentre Joshua Odjick, che interpreta Collie Parker, era tra i protagonisti della serie It: Welcome to Derry. ENJOY!


venerdì 24 aprile 2026

La mummia (2026)

Martedì  sono corsa al cinema per vedere La mummia (Lee Cronin's The Mummy), diretto e sceneggiato dal regista Lee Cronin.


Trama: la piccola Katie viene rapita in Egitto. Otto anni dopo, i genitori, tornati in America, ricevono la notizia del suo ritrovamento, ma quella che riportano a casa non è la Katie che conoscevano...


Io lo so che tutti o quasi si sono indignati per quel "Lee Cronin's" che campeggia ovunque, persino nei titoli internazionali ma, per quanto mi riguarda, è da quando ho saputo che La mummia sarebbe stato diretto dal regista irlandese che non vedevo l'ora di guardarlo. Mi aspettavo, infatti, gore esagerato e tanta cattiveria, ed è quello che ho avuto. Da questo punto di vista, La mummia è uno spettacolo, ed è bello poterlo andare a vedere al cinema spaventandosi in una sala buia, assieme ad altri spettatori inorriditi. Certo, "la mummia" è un titolo quanto meno fuorviante, se vogliamo, perché l'idea di Cronin è quanto di più distante ci sia dall'iconografia del mostro che ha segnato il nostro immaginario collettivo. Niente cadaveri semoventi fasciati nelle bende stavolta, niente faraoni che cercano vendetta dall'aldilà; la mummia di Cronin somiglia più a un deadite che al figlio delle maledizioni dell'antico Egitto, le sue bende sono fatte di carne e sangue, e la sua influenza su quanti la circondano ricorda molto quella di Pazuzu. Tutto parte dalla scomparsa di Katie, bimba americana che vive in Egitto assieme ai genitori, lui reporter e lei infermiera. Passano otto anni e la famiglia distrutta, che nel frattempo è tornata a vivere in America ricongiungendosi alla nonna materna e ha acquisito un membro in più, riceve la notizia che Katie è stata ritrovata. Katie è però molto diversa dalla bambina che ambiva a diventare girl scout e giocava con le bambole: deforme, profondamente ferita nello spirito e nel corpo, catatonica salvo per sporadici momenti di violenza che la spingono a gesti autolesionisti, la ragazzina è un enorme, oscuro mistero che rimesta una disperazione e un senso di colpa mai sopiti, e alimenta inadeguatezza, disagio e un inevitabile disgusto. Questo solo per cominciare, perché ovviamente dietro alla ricomparsa di Katie c'è molto altro, come per esempio un'entità terrificante che si nutre dei sentimenti negativi che provoca in chi la circonda, diventando sempre più potente e incontrollabile. Come potete leggere, La mummia segue percorsi già ampiamente battuti in campo horror ed incorpora anche un paio di cliché inevitabili, non ultimi degli esperti del settore che si inseriscono per dare un mano a risolvere il mistero, oppure uno showdown finale simile a quelli a cui ci hanno abituati i coniugi Warren nel loro franchise, ma il nucleo dell'opera contiene una spregiudicatezza e una vena di follia tali da rendere la visione un viaggio accidentato e zeppo di svolte impreviste.


L'aspetto più particolare de La mummia, infatti, è il modo in cui stempera tutta una serie di situazioni cupe e potenzialmente devastanti dal punto di vista emotivo, sfruttando una ferocia che rasenta il grottesco e, talvolta, travalica in una trivialità quasi "ridicola", che lascia lo spettatore disarmato, incerto se mettersi a ridere o scoppiare a urlare. Questa cosa accadeva già in Evil Dead Rise, per sua natura parte di un franchise dove orrore e commedia grottesca vanno a braccetto, ma qui diventa preponderante nel momento stesso in cui Katie viene riportata a casa, per poi esplodere incontrollata nell'allucinante sequenza del funerale, probabilmente la roba più matta che vedrò quest'anno in sala. La mummia esaspera, traducendolo in immagini spesso insostenibili, il disagio di trovarsi davanti una persona cara ridotta a un'entità sconosciuta, il dovere morale di fare buon viso a cattivo gioco anche quando tutto suggerirebbe di lasciare perdere e arrendersi e sì, inutile essere ipocriti, anche lo schifo legato ad eventi naturali ed inevitabili quali malattie gravi e morte (l'episodio della dentiera pare sia accaduto realmente al regista, quando è morta sua madre). Tenendo a mente questo ragionamento, La mummia avrebbe potuto essere un film molto più cattivo e fuori controllo, ma l'impressione è quella che ci abbia messo mano qualche produttore per far rientrare tutto all'interno di un prodotto Blumhouse fruibile anche da chi non è abituato all'horror estremo. Ciò, a volte, tende a far zoppicare un po' il film, soprattutto quando personaggi e trama si ritrovano imbrigliati dalle regole non scritte dell'horror commerciale, che trasformano gli elementi grotteschi in scelte stupide o convenienti (io mi sono divertita parecchio, ma 'sti mostri che prendono gli aerei senza colpo ferire, gente che nasconde videocassette create apposta per venire tramandate, o i protagonisti che dimenticano l'esistenza dei cellulari mi fanno saltare la mosca al naso). Per quanto mi riguarda, comunque, questo è un difetto trascurabile. La mummia ha una bellissima regia, uno stile riconoscibile, degli effetti speciali di tutto rispetto, delle sequenze gore da fare accapponare la pelle, non riduce l'Egitto ad un Paese da cartolina e ha parecchie belle facce nel cast; non mi riferisco a quel gran patatone di Jack Reynor (bello ma, appunto, patatone in ogni senso), quanto piuttosto alla tostissima May Calamawy, alla nonnina Veronica Falcón e alla favolosa Billie Roy, bimba che fa molto più paura della sorella, tra "fuck you" sillabati tra i denti e sonori cazzotti in faccia ai preti. Non so se a fine anno La mummia rientrerà nella mia consueta Top 5 ma è di sicuro l'horror più cazzuto e sfacciato uscito in sala da gennaio, e già questo è un motivo valido per correre a vederlo.


Del regista e sceneggiatore Lee Cronin ho già parlato QUI. Jack Reynor, che interpreta Charlie Cannon, lo trovate invece QUA.


May Calamawy
, che interpreta la detective Dalia Zaki, era nel cast di Moon Knight. Se La mummia vi fosse piaciuto recuperate La casa, La casa 2 e La casa - Il risveglio del male. ENJOY!

mercoledì 22 aprile 2026

2026 Horror Challenge: La casa dalle finestre che ridono (1976)

Oggi la challenge horror chiedeva la visione di un film che non fosse in lingua inglese, quindi ne ho approfittato per riguardare, dopo 20 anni, La casa dalle finestre che ridono, diretto e co-sceneggiato dal regista Pupi Avati nel 1976.


Trama: il giovane pittore Stefano viene chiamato in un paesino emiliano per restaurare l'affresco di una chiesa, sul quale gravano terribili misteri...


La memoria è veramente una cosa strana. Ho guardato La casa dalle finestre che ridono solo una volta nella vita, e del film ricordavo benissimo il delirante monologo iniziale in cui "il pittore delle agonie" Legnani vanta la bellezza dei suoi "color", ma avevo completamente rimosso il colpo di scena finale, cosa che mi ha lasciata scioccata e a bocca spalancata sul divano di casa, qualche sera fa. E' un po' la reazione generale che ho avuto nel corso dell'intera visione de La casa dalle finestre che ridono, film che scorre fluido come l'acqua dei corsi che inframmezzano la bassa padana in cui è ambientato, ma che lascia addosso la stessa sensazione di mestizia e putridume. Il folk horror padano di Avati, pesantemente contaminato dagli elementi chiave del giallo, ha il sapore di una condanna fin dalle prime, inquietanti sequenze, e vede il giovane ed innocente restauratore Stefano invischiato in una vicenda più grande di lui. Il protagonista è un elemento esterno che, con l'"arroganza" tipica di chi viene da fuori e pretende di giocare secondo le proprie regole, non si accorge di essere una mera marionetta manovrata, fin dall'inizio, da chi ormai è parte integrante del meccanismo di un minuscolo mondo a parte, dal quale è molto difficile uscire. Nel paesino in cui il sindaco ha deciso di sfruttare la leggenda del folle pittore locale per portare denaro, tutti sanno ma non parlano, inorriditi da un male decennale che pure non hanno coraggio, né interesse, a sradicare. Non c'è un perché, è così e basta, a mo' di specchio di un immobilismo che vede un luogo e degli abitanti ancora fiaccati dalle conseguenze della Seconda Guerra Mondiale rinchiudersi in loro stessi; i giovani se ne vanno, i vecchi rimangono, le facce sono sempre le stesse e anche i pochi elementi di disturbo o vengono integrati oppure, come Coppola, vengono tenuti a bada e redarguiti, a meno che non commettano passi veramente falsi dai quali non è possibile tornare indietro. 


Oltre all'isolamento e all'omertà, l'elemento fondamentale di ogni folk horror che si rispetti è l'esistenza di un elemento oscuro o perturbante che rende il luogo "nemico" dell'incauto foresto che osa, volontariamente o meno, attentare agli equilibri consolidati. Nel caso de La casa dalle finestre che ridono, tale elemento è il pittore Legnani, l'oscura leggenda locale, il "pittore delle agonie" che amava ritrarre i moribondi e fissare su tela la morte stessa. Pur nella sua assenza, il folle artista è presente fin dalle prime immagini del film, e si insinua nella mente dello spettatore attraverso le sue terrificanti, rozze opere. Il martirio di San Sebastiano, fulcro del mistero che perseguiterà Stefano per tutto il film, è l'equivalente di un affresco maledetto: più l'opera viene riportata alla luce, più l'ambiente e le persone attorno al protagonista diventano inquietanti e l'atmosfera si fa opprimente e paranoica, sia per Stefano che per lo spettatore. La paranoia va di pari passo con l'utilizzo di ambienti sempre più limitati e con un'intelligente gestione dello spazio. Il paesino in cui dimorava il Legnani è già di per sé un ambiente isolato, circondato da rigagnoli, zone paludose e una vasta, brulla pianura che sembra non finire mai, ma a un certo punto del film Stefano è costretto a trasferirsi in una villa disabitata, salvo per la presenza di un'anziana paralitica. La villa in questione è l'emblema stesso dell'edificio gotico, di quei luoghi intrinsecamente maligni di cui parla spesso Stephen King nelle sue opere; tra corridoi pieni di suoni sinistri e stanze apparentemente vuote nelle quali fatica ad entrare la luce, la villa de La casa dalle finestre che ridono (che, per inciso, non è quella del titolo) è una gabbia che rende Stefano ancora più vulnerabile, l'esatto contrario di una casa calda e sicura, anche quando il protagonista si illude di potervi instillare un briciolo di calore casalingo intrecciando una relazione con la bella Francesca. 


I momenti di intimità tra Stefano e Francesca, accompagnati fin dal primo sguardo fugace sul traghetto da una melodia romantica, suonano quasi beffardi col senno di poi, l'illusorio tentativo di stemperare una tensione e un senso di inquietudine che, in realtà, non scompaiono mai. E' lo stesso effetto che fanno i personaggi "da commedia popolare" che abitano il paesello, col loro accento emiliano e i divertenti siparietti quotidiani; fine "cacciatore" di volti interessanti, Avati affianca al viso pulito di Lino Capolicchio un parterre di comprimari uno più particolare dell'altro, ingannando lo spettatore con il miraggio di un cliché regionale di ospitalità, simpatia e cameratismo. In realtà, le maschere comiche nascondono non solo la tragedia, ma anche l'orrore, dapprima con pochi elementi dissonanti che possono passare per "stranezze", poi con vere e proprie esplosioni di follia che lasciano poco scampo agli incauti testimoni. Questa progressiva percezione di ciò che si cela dietro le apparenze va di pari passo col ritmo del film, che procede lento fin verso la metà della durata, abbracciando atmosfere gotiche ed elementi registici più vicini ai gialli "d'atmosfera", per poi diventare sempre più allucinato e violento, in un crescendo di rivelazioni scioccanti e sequenze che hanno il sapore di un incubo ad occhi aperti. Il mio cervello, evidentemente, vent'anni fa si era bloccato alla rappresentazione reale del martirio di San Sebastiano e alla folle rivelazione di ciò che si cela dentro un armadio, perché quello che arriva sul finale, che spazza via ogni speranza di una realtà governata dal "bene" e da qualsiasi percezione razionale ed empirica, è talmente all'avanguardia da farmi venire voglia di prendere una macchina del tempo solo per vedere le facce degli spettatori dell'epoca. La speranza è quella di dimenticare tutto un'altra volta, così da rimanere di nuovo scioccata tra vent'anni e godermi al meglio questo grande capolavoro del cinema di genere italiano.   


Del regista e co-sceneggiatore Pupi Avati ho già parlato QUI. Lino Capolicchio (Stefano) e Gianni Cavina (Coppola) li trovate invece ai rispettivi link.


Francesca Marciano
, che interpreta Francesca, ha avuto in seguito una carriera di sceneggiatrice, con film come Maledetto il giorno che ti ho incontrato, Io non ho paura e il recente L'arte della gioia. Se La casa dalle finestre che ridono vi fosse piaciuto recuperate Zeder, Profondo Rosso e Non si sevizia un paperino. ENJOY!

martedì 21 aprile 2026

Pretty Lethal (2026)

Avendone sentito parlare molto bene, nei giorni scorsi ho recuperato Pretty Lethal - Ballerine all'inferno (Pretty Lethal), diretto dalla regista Vicky Jewson.


Trama: cinque giovani ballerine americane, in Ungheria per un concorso, finiscono in panne col pulmino e cercano rifugio nella locanda di una criminale locale e lì dovranno cercare di sopravvivere a decine di persone decise a ucciderle...


Se seguite da un po' il mio blog, sapete che uno dei miei generi cinematografici preferiti è "donne toste che picchiano come fabbri ferrai seguendo elaborate coreografie di lotta". L'idea che delle ballerine potessero essere utilizzate come killer o combattenti era già stata ventilata nel primo John Wick e sviluppata in seguito con, appunto, Ballerina (il quale purtroppo porta solo il nome, ma lei potrebbe anche essere una badante russa, per quello che importa alla trama), ma Pretty Lethal, fin dai trailer, prometteva la fusione tra tecniche di ballo e di lotta, questo benché le protagoniste fossero semplici danzatrici, prive di un'addestramento da assassine. La cosa aveva già titillato il mio interesse, dopodiché si sono aggiunte recensioni positive e alcune "etichette" che categorizzavano Pretty Lethal come horror o giù di lì, che mi hanno invogliata ancora di più. A tal proposito, mi permetto di dire che chi fa rientrare Pretty Lethal nella categoria "horror", fosse anche "horror comedy", mente sapendo di mentire, oppure è particolarmente sensibile; è vero che il film di Vicky Jewson è zeppo di violenza e sangue, ma il linguaggio che utilizza è lontanissimo da quello di un horror, sia pure contaminato, ed è più vicino, appunto, alle atmosfere di opere come Bullet Train, Io sono nessuno e The Fall Guy (non a caso, i produttori sono gli stessi). In tanti chiamano questo genere "cazzata", io sono più per la definizione "comfort movie", perché sono cresciuta a pane e Lupin III, lo sapete, e nulla mi dà più gioia che vedere sullo schermo criminali pittoreschi, al limite dello stereotipo nazionale, che si sparano pose super cool e che sarebbero perfette nemesi di Jigen. Se a ciò si aggiungono cinque ragazzine che non si sopportano ma che sono costrette a collaborare, reinventando le proprie abilità di ballerine per poter sopravvivere, consapevoli di avere un allenamento tale da renderle avvezze al dolore fisico, resistenti, forti e, soprattutto, molto più in forma di killer "ubriachi e fuori allenamento", io non posso che emettere gridolini di felicità. Certo, se cercate il realismo a tutti i costi, Pretty Lethal non fa per voi, perché comunque la cosa fondamentale è bendare la vostra sospensione dell'incredulità e stare al gioco del film, che prevede criminali spietati solo quando fa comodo alla sceneggiatura, gangster blanditi dalla logorrea di una ragazzina, gente che dimentica le armi a casa e/o attacca uno per volta, molto cavallerescamente, le ballerine, magari aspettando che finiscano di organizzarsi le coreografie più complesse.  


Se non siete capaci di accettare un film come mera fonte di intrattenimento, allora direi che Pretty Lethal non fa proprio per voi, e il mio consiglio sarebbe quello di evitare, pena ritrovarvi annoiati ad elencare i mille difetti della sceneggiatura (per non parlare degli accenti farlocchi di chiunque si ritrovi a parlare in inglese pur interpretando un ungherese) e andare a cercare il pelo nell'uovo anche per quel che riguarda la messa in scena. Per quanto mi riguarda, a me è piaciuta anche quella. Le sequenze di lotta sono molto ben coreografate e approfittano del retaggio da danzatrice di almeno due delle attrici coinvolte, in particolare Maddie Ziegler (che è stata la protagonista di moltissimi video di Sia e, assieme a Lana Condor, viene spesso inquadrata a figura intera, anche quando le vengono affidati movimenti più complessi rispetto alle sue colleghe). Quest'ultima, investita del ruolo di "capo" del gruppetto di ragazze, è dotata del carisma necessario per spiccare tra tutti gli altri membri del cast, ma la sceneggiatura è stata scritta per dotare comunque ognuna delle fanciulle di una personalità interessante e di un "ruolo" ben definito. Al solito, il mio amore va alla dolcissima Millicent Simmonds, la quale, nel tempo, è riuscita a ritagliarsi dei ruoli in grado di rendere il suo handicap un enorme punto di forza ed espressività; l'attrice ha infatti insistito perché il suo personaggio fosse sordomuto, coreografando le sue scene di lotta utilizzando il linguaggio dei segni, e la regista si è documentata di conseguenza, consultando ballerine sordomute per rendere tutto più verosimile, sia per la Simmonds che per gli spettatori. La Jewson dimostra di saper gestire al meglio anche il sonoro, la colonna sonora e le scenografie del film. In particolare, ho molto gradito gli ambienti privati di Devora, che ne rispecchiano il passato di ballerina e trasmettono l'idea di una personalità deviata, che non è riuscita a superare il trauma più grande della sua vita e ha trasformato il suo posto di lavoro in un tempio al rimpianto. A tal proposito, purtroppo, Pretty Lethal ha un unico, grande difetto, ovvero il sottoutilizzo di Uma Thurman, il cui personaggio avrebbe avuto delle potenzialità a mio avviso poco sfruttate. C'è comunque da divertirsi parecchio, se vi piace il genere, e siccome a me piace, il mio consiglio è quello di godervi Pretty Lethal per una serata di totale, godurioso relax "di menare". 


Di Millicent Simmonds (Chloe) e Uma Thurman (Devora Kasimer) ho già parlato ai rispettivi link.

Vicky Jewson è la regista del film. Inglese, ha diretto film come Lady Godiva, Born of War e Close. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 31 anni. 


Maddie Ziegler
interpreta Bones. Americana, ha partecipato a film come The Fallout, West Side Story e My Old Ass. Ha 24 anni e un film in uscita. 


Lana Condor
, che interpreta Princess, era la Jubilee di X-Men: Apocalypse mentre Avantika, che interpreta Grace, era nel cast di La profezia del male. Iris Apatow, ovvero Zoe, è invece una delle figlie di Judd Apatow e Leslie Mann. Se Pretty Lethal vi fosse piaciuto recuperate Gunpowder Milkshake. ENJOY!

venerdì 17 aprile 2026

2026 Horror Challenge: Alice (1988)

La regola voleva che la scelta per la challenge di questa settimana partisse semplicemente da un poster, ed è così che ho guardato Alice (Něco z Alenky), diretto e sceneggiato nel 1988 dal regista Jan Švankmajer a partire da Alice nel Paese delle meraviglie di Lewis Carroll.


Trama: nel corso di un tedioso pomeriggio, la piccola Alice inventa una storia che la vede protagonista, all'inseguimento di un coniglio bianco...


Alice
è la risposta surrealista di Jan Švankmajer, regista di corti sin dagli anni '60, agli adattamenti che vedono l'opera di Lewis Carroll come una favola con un inizio, una fine e una morale. Il regista ha dichiarato di averlo voluto realizzare come un sogno guidato esclusivamente dalle pulsioni della protagonista, senza che quest'ultima fosse tenuta ad un percorso di crescita, e il risultato è l'adattamento inquietantissimo di una storia che ci accompagna fin da bambini, grazie soprattutto al film Disney del 1951. L'opera di Švankmajer inizia con un'annoiata Alice, che decide di raccontarsi una storia "per bambini... o forse no" con lei stessa come protagonista. Dall'interno della cameretta, Alice testimonia la fuga del coniglio impagliato che tiene in una teca, e decide di seguirlo e spiarlo o, per meglio dire, molestarlo col suo lagnosissimo "Please, sir!", al quale non viene mai aggiunta una richiesta, un invito, o altro. Tutto ciò che segue questa decisione, per quanto ovviamente ispirato ad Alice nel Paese delle Meraviglie, nasce dalla testardaggine della protagonista, che non accetta di venire ignorata dal coniglio in fuga (o in corsa verso qualcosa) e, anzi, spesso e volentieri reagisce in modo violento e bizzoso alla maggior parte degli stimoli offerti dal delirante mondo che si ritrova ad esplorare. L'impressione che dà l'Alice di Švankmajer è proprio quella di essere una bambina guidata dai suoi istinti, i quali durano il tempo di un capriccio, come dimostra per esempio il rapporto della piccola col cibo: dopo ogni piccolo morso o sorso, i quali, come da regola, la rendono gigante oppure minuscola, Alice getta in terra il biscotto sbocconcellato o la bottiglietta ancora piena, con una noncuranza e un menefreghismo incredibili. Viceversa, quando deve lapidare conigli o altre bestiole innominabili, ci mette tutta l'energia del suo piccolo corpo, e anche dal modo di raccontare la storia (per non parlare poi della dichiarazione d'intenti sul finale del film) la piccola non dà l'idea di essere particolarmente tenera o simpatica.


Certo, se l'idea di Švankmajer era quella di raccontare il sogno di una bambina, mi vien da dire che ciò che viene mostrato sullo schermo è il regno onirico di uno psicopatico, quindi ci sta che la protagonista non sia gradevolissima. Misto di stop-motion e riprese dal vero, Alice è infatti materiale per incubi da qui all'eternità. Il mondo delle meraviglie di Švankmajer (che contiene in sé tutto l'arredo e gli oggetti della stanza di Alice, ovviamente distorti dal filtro onirico) è un mix di eleganti oggetti di raffinata fattura, vintage anche per l'epoca in cui il film è stato girato, complementi d'arredo di uso comune, ambienti di raro squallore campagnolo e orrori semoventi dalle vaghe fattezze animali. Durante quella che ha tutta l'aria di una discesa all'inferno, tra le altre cose Alice scorge un'infinità di arbanelle dentro le quali giacciono non solo cibi dall'aria immonda, ma anche animali conservati sotto spirito o parte degli stessi, come uova, organi, ossa e teschi; questi elementi mortiferi compongono gli alleati del coniglio, inquietanti chimere fatte di vari pezzi animali e animate con la tecnica della stop-motion. Le bestie più raccapriccianti rimangono comunque il coniglio e la lepre marzolina, i quali hanno sicuramente funto da ispirazione per le opere di Damian McCarthy. Io, che ho il cieco terrore di qualunque cosa si muova a scatti, mai avrei seguito un coniglio che non solo si sposta come fosse uno yokai in un J-Horror, ma che fa sistematicamente ticchettare i denti, rotea gli occhi di vetro e si mutila ogni volta che deve guardare l'ora, ma dovessi dire non è nemmeno l'essere più raccapricciante che vedrete nel film. Infatti, come se non bastasse l'empia creatura impagliata, ogni volta che Alice rimpicciolisce, l'attrice che la interpreta viene sostituita da una bambolina di porcellana, dotata di occhietti scompagnati e dentini che rischiano di non farvi dormire la notte. Leggendo qualche "etichetta" online, che parla di opera d'animazione surrealista girata in tecnica mista, mai avrei pensato di ritrovarmi terrorizzata sul divano, ma a prescindere da quanto possa essere pazza io, Alice è uno di quei film da vedere almeno una volta nella vita. Sia perché è frutto di una fantasia senza tempo, raffinata anche nella sua rozzezza allucinata, sia perché è un'opera talmente strana ed originale che qualsiasi adattamento di Alice nel Paese delle Meraviglie vi sembrerà una bambinata, al confronto. Nel momento in cui scrivo il post, Alice è disponibile su Prime Video, o sul canale laF - Feltrinelli Collection, oppure da noleggiare/affittare a un prezzo risibile. Dategli un'occhiata e fatemi sapere che ne pensate, se non lo avete mai visto!

Jan Švankmajer è il regista e sceneggiatore del film. Ceco, ha diretto film come Faust, Little Otik e Insect. Anche animatore e produttore, ha 91 anni.



mercoledì 15 aprile 2026

Il Bollalmanacco On Demand: Vivere e morire a Los Angeles (1985)

Poiché siamo vicini alla terza guerra mondiale, tanto vale compiere un miracolo e far tornare la rubrica Il Bollamanacco On Demand! Sono lenta e incostante, ma anche precisa, quindi ho segnato tutte le richieste arrivate nel corso degli anni, e non me ne dimenticherò nemmeno una. Oggi, per esempio, tocca a Vivere e morire a Los Angeles (To Live and Die in L.A.), diretto e co-sceneggiato nel 1985 dal regista William Friedkin a partire dal romanzo omonimo di Gerald Petievich, e chiesto anni fa da Bruno. Il prossimo film On Demand sarà Buon compleanno Mr. Grape. ENJOY!


Trama: due agenti federali tentano di incastrare, con ogni mezzo possibile, il sanguinoso falsario Eric Masters...


Dopo tanti anni passati senza studiare il Cinema e i suoi grandi Autori (cosa che riuscivo a fare ai tempi dell'università) mi sento sempre un po' in soggezione a parlare di registi come William Friedkin, perché ormai non ho proprio più i mezzi espressivi per farlo. Eppure, anche un'ignorante di ritorno come me, di fronte a Vivere e morire a Los Angeles, si rende conto di avere davanti un'opera forse minore, se paragonata ai capolavori di Friedkin, ma così potente da spazzare via il 90% dei film usciti negli ultimi 20 anni. Vivere e morire a Los Angeles è un film che segna il ritorno del regista alle atmosfere che lo avevano reso famoso, dopo una serie di insuccessi commerciali, e ai personaggi di poliziotti borderline, più simili a criminali senza scrupoli che ad integerrimi rappresentanti della legge. Il protagonista del film è Richard Chance, agente federale con un kink per le situazioni mortalmente pericolose, talmente drogato di adrenalina che alla fine del film mi è parso che William Petersen fosse l'emblema dell'uomo in botta da cocaina. A seguito della morte del suo collega storico per mano di Eric Masters, un falsario senza scrupoli, Chance giura di incriminare il colpevole con ogni mezzo, coinvolgendo il nuovo collega, l'integerrimo Vukovich. I metodi spregiudicati di Chance, uniti all'apparente inafferrabilità di Masters, danno vita a situazioni sempre più al limite, a un'ossessione che non guarda in faccia nessuno e si alimenta delle atmosfere di una Los Angeles che sembra un inferno di anime in pena. La città californiana diventa protagonista del film al pari degli esseri umani, facendosi specchio del cuore arido di chi ci vive; labirinto bruciato dal sole di strade infinite e pericolose, che sembrano non portare da nessuna parte, Los Angeles è un luogo dove si vive e si muore senza un perché, con una violenza e una casualità terrificanti, e dove non sembrano esistere luoghi sicuri, visto che appartamenti e locali, per non parlare di anonimi prefabbricati, sono squallidi rifugi temporanei passabili di venire violati con una spallata ben assestata.  


All'interno di questa terra di nessuno, Friedkin confeziona un paio di sequenze da slogarsi la mascella. L'iniziale parallelo tra le ambizioni artistiche del raffinato Masters e il suo lavoro principale di falsario, con tutto il processo della creazione di biglietti da 20 dollari fasulli, è un capolavoro di regia e montaggio che trasforma l'atto criminale in un lavoro di fine artigianato, come dimostra l'impasto di colori da cui parte Willem Dafoe all'inizio della scena. Non bastasse questa introduzione folgorante, Friedkin, assieme al direttore della seconda unità (un giovanissimo Robert D. Yeoman che ha sostituito, per la sequenza in questione, lo storico collaboratore di Wim Wenders, Robby Müller, dichiaratosi incapace di realizzarla), dà vita ad uno degli inseguimenti in macchina più adrenalinici e belli di sempre, partendo dagli spazi ristretti di uno scarico merci ferroviario, passando per gli immensi canaloni che fiancheggiano la ferrovia, per arrivare al momento cult della sequenza, l'ingresso contromano e la conseguente fuga di Chance e Vukovich in autostrada, che mi ha spinta a stringere gli occhi in più di un momento. Il senso costante di pericolo, il bisogno patologico di agire al di fuori della legge, fino alle estreme conseguenze, si ripropone nell'interpretazione nervosa di un William Petersen giovane e bello come il sole, catturato (talvolta spiato) dalla cinepresa di Friedkin in perenne movimento, anche durante i confronti più statici. Il costante subbuglio interiore di Chance si contrappone all'iniziale leggerezza di Vukovich, un personaggio che si carica di tinte sempre più cupe, come se il suo animo integerrimo non potesse esimersi dal venire sporcato dal marciume rimestato dal collega e rappresentato dall'Eric Masters di Willem Dafoe. Dafoe interpreta un villain perfetto, terribilmente anni '80. Rappresenta tutto ciò che di affascinante e sexy poteva esserci all'epoca e, contemporaneamente, tutto lo schifo celato dietro l'apparenza, l'orrore e la perversione spazzati sotto il tappeto dello yuppismo rampante. Mi ha richiamato alla mente anche le atmosfere di Cruising, perché nulla mi toglie dalla testa che, dietro il paio di dark ladies che si affiancano ai protagonisti, la tensione omoerotica del triangolo Chance, Vukovich e Masters è presente e palpabile... ma forse sono solo io che penso male. Sia come sia, ho aspettato 40 anni per vedere Vivere e morire a Los Angeles ma ne è valsa la pena, perché un'opera come questa è Cinema puro e semplice, imprescindibile. Se non lo avete mai visto recuperatelo, io intanto ringrazio Bruno per avermi consigliato questa gemma!



Del regista e co-sceneggiatore William Friedkin ho già parlato QUI. Willem Dafoe (Eric Masters), John Pankow (John Vukovich), John Turturro (Carl Cody) e Dean Stockwell (Bob Grimes) li trovate invece ai rispettivi link.

William Petersen interpreta Richard Chance. Più conosciuto come Grissom della serie CSI - Scena del crimine, ha partecipato a film come Manhunter - Frammenti di un omicidio e ad altre serie quali Ai confini della realtà. Anche produttore, ha 73 anni.


Darlanne Fluegel
interpreta Ruth Lanier. Americana, ha partecipato a film come C'era una volta in America, Sorvegliato speciale, Cimitero vivente 2, Scanner Cop e a serie quali MacGyver, Ai confini della realtà, Alfred Hitchcock presenta e Hunter. Anche produttrice, è morta nel 2017.


Nel film compare anche il padre di Robert Downey Jr., Robert Downey, nei panni di Thomas Bateman. Gary Sinise aveva fatto l'audizione per il ruolo di Chance e, non avendola passata, ha suggerito di chiamare William Petersen. Se Vivere e morire a Los Angeles vi fosse piaciuto, recuperate Il braccio violento della legge e Cruising. ENJOY!

martedì 14 aprile 2026

Finchè morte non ci separi 2 (2026)

Siccome sapevo che questa settimana sarei stata via e siccome il multisala ha il pessimo vizio di tenere i film meno di una settimana, venerdì sono corsa a vedere uno dei film che aspettavo di più quest'anno, Finché morte non ci separi 2 (Ready or Not 2: Here I Come), diretto e co-sceneggiato dai registi Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett.


Trama: Grace si risveglia in un letto d'ospedale, accusata dello sterminio della famiglia del marito, i Le Domas. Convinta che la cosa peggiore che potrebbe capitarle è un ergastolo, si ritrova invece di nuovo vittima di una caccia all'uomo legata al culto di Le Bail e Satana, stavolta assieme alla sorella...


Finché morte non ci separi
è uno dei film che più ho amato negli ultimi anni, al punto da averlo già riguardato tre o quattro volte, il che per me è un evento assai raro da un ventennio a questa parte. Il motivo risiede essenzialmente in un paio di cose. La prima, ovviamente, è la presenza di Samara Weaving, che qui interpreta un personaggio cazzutissimo, e sapete quanto adori le eroine femminili che picchiano come fabbri ferrai. La seconda, assieme all'abbondanza di umorismo nero e di personaggi talmente stupidi da fare il giro, è la cura con cui gli sceneggiatori hanno tratteggiato un background molto interessante, riproposto con attenzione nella scelta delle scenografie e dei complementi d'arredo che le ornano. Nel primo film, infatti, Grace si trovava in balìa di una famiglia arricchitasi con i giochi di società, che seguiva ciecamente le regole e i riti del misterioso Signor Le Bail, benefattore in pesantissimo odore di satanismo e custode di una tradizione centenaria. Come d'uso comune, il sequel prende gli stessi elementi che hanno decretato il successo del primo film e li esagera, in questo caso addirittura li moltiplica: per esempio, al posto di una sola bionda cazzuta ne abbiamo due, in quanto a Grace si aggiunge la sorella "perduta" Faith. Questo aspetto di Finché morte non ci separi 2 è l'eredità di un altro film che stavano progettando i registi, e si allaccia al discorso iniziato con i primi due episodi del nuovo Scream, che giocava molto sul rapporto tra sorelle distanti, sulla necessità di tagliare i legami per il bene di entrambe le persone coinvolte, e sul dolore che dà adito ad inevitabili incomprensioni. Finché morte non ci separi 2 si prende il tempo di ragionare sui traumi familiari di Grace e Faith, raccontando un progressivo riavvicinamento, ma mette in scena anche un altro tipo di rapporto fraterno, quello tra Ursula e Titus, distorto non già dalla lontananza ma dalla troppa prossimità, e che, a differenza di quello tra le due protagoniste, si sfalda man mano che il film prosegue, in un interessante parallelo. Ciò rende il film molto più cupo e malinconico del suo predecessore, ma per fortuna gli sceneggiatori non si sono dimenticati dell'aspetto demenziale che tanto avevo adorato, e neppure del worldbuilding legato a Le Bail.


Se in Finché morte non ci separi c'era solo una famiglia di scappati di casa, qui ce ne sono addirittura cinque, senza dimenticare il loro mefistofelico avvocato. Rispetto ai Le Domas, c'è da dire che buona parte delle new entry sono un po' più "navigate" e addentro a giochi di potere ed omicidi, quindi si perde un po' quell'atmosfera da dilettanti allo sbaraglio che era una delle carte vincenti del primo film, ma le inviolabili regole di Le Bail si fanno ancora più intriganti e, comunque, ci sono parecchi personaggi di livello anche qui. Finché morte non ci separi 2 riconferma la capacità dei registi di mettere assieme cast corali dove chiunque riesce a ritagliarsi il suo momento di gloria, non solo la sempre divina Samara Weaving con i suoi favolosi urli da banshee e gli scoppi graditissimi di ultraviolenza, la quale ha un'alchimia perfetta e credibile con la "sorellina" Kathryn Newton; non sto a spoilerare, ma in cima alla classifica di personaggi preferiti ci sono l'imperturbabile avvocato Elijah Wood, i figlioli di Nestor Carbonell (ognuno, a suo modo, favoloso), e un Kevin Durand che si vede troppo poco ma si fa volere benissimo, ma anche la "maggiordoma" Pernilla non fa rimpiangere il suo predecessore, riproponendosi come punto di partenza della rivalsa della bassa manovalanza contro la "fucking rich people" che infesta il film. Forse l'unico elemento in cui Finché morte non ci separi 2 risulta un po' debole è un'inevitabile ripetitività che priva di forza gli aspetti scioccanti del primo capitolo (anche se comunque è sempre una soddisfazione vedere la gente che esplode male); inoltre, ma dovrei riguardarlo un paio di volte per riconfermare la mia opinione, mi è parso che il film fosse meno fantasioso per quanto riguarda le scenografie, nonostante una gradita ed affascinante apertura al satanismo tout court nelle sequenze finali, che si giocano il premio per le scene migliori assieme allo showdown matrimoniale sulle note di Total Eclipse of the Heart, brano decisamente calzante. Mi fermo qui col post, non perché Finchè morte non ci separi 2 non mi sia piaciuto, visto che l'ho adorato, ma per evitare di incappare nello sgradevole terreno dello spoiler. Se siete fan del primo film, vi piacerà molto anche questo e vorrete che Grace e Faith tornino in un sequel... anche se loro, poverine, non saranno troppo d'accordo. 


Dei registi e co-sceneggiatori Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett ho già parlato QUI. Samara Weaving (Grace MacCaullay), Kathryn Newton (Faith MacCaullay), Elijah Wood (l'avvocato), Sarah Michelle Gellar (Ursula Danforth), David Cronenberg (Chester Danforth), Nestor Carbonell (Ignacio El Caído) e Kevin Durand (Bill Wilkinson) li trovate invece ai rispettivi link.

Shawn Hatosy interpreta Titus Danforth. Americano, ha partecipato a film come In & Out, The Faculty e a serie quali Six Feet Under, CSI - Scena del crimine, E.R. - Medici in prima linea, Numb3rs, My Name is Earl, CSI: Miami, Criminal Minds, Southland, Fear the Walking Dead e Animal Kingdom. Anche regista e sceneggiatore, ha 50 anni e film in uscita.


Se Finché morte non ci separi 2 vi fosse piaciuto recuperate, ovviamente, Finché morte non ci separi e aggiungete Abigail. ENJOY!


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