venerdì 4 ottobre 2019

Bollalmanacco On Demand: Penelope (2006)

Torna a distanza di pochissimo tempo il Bollamanacco On Demand. Forse per farsi perdonare del travaglio che è stato Inland Empire, l'amica Silvia mi ha proposto la visione di Penelope, diretto nel 2006 dal regista Mark Palansky. Il prossimo film On Demand sarà invece Underground. ENJOY!


Trama: Penelope è una ragazza di buona famiglia che non è mai uscita di casa sua a causa di una maledizione. Per spezzarla, la madre apprensiva cerca da anni di combinarle un matrimonio con qualche giovane esponente dell'aristocrazia ma tutti scappano quando vedono il volto della povera Penelope.



Adoro l'On Demand. No, non è vero. Spesso lo odio, per svariati motivi, ma lo adoro quando mi consente, come in questo caso, di scoprire film assai poco conosciuti che alla fine toccano le mie corde nonostante la loro natura di sciocchezzuola divertente. Ecco, Penelope rientra nella categoria, essendo una deliziosa favola moderna a base di "principesse" maledette, in dolce attesa di un principe azzurro che corra a liberarle. In realtà, Penelope proprio una principessa non è. Definirla una versione dolce e intelligente di Paris Hilton potrebbe calzare a pennello e lo stesso dicasi per il principe azzurro (interpretato da un James McAvoy che avrebbe dovuto aspettare ancora un paio di annetti prima di assurgere al rango di attore di fama mondiale), scapestrato ex musicista col vizio del gioco d'azzardo. Date le premesse, si potrebbe pensare ad una versione ironica de La bella e la bestia a ruoli invertiti, in realtà Penelope sottolinea quasi fin da subito l'inutilità dei principi azzurri di qualunque schiatta, buoni o cattivi che siano, e il vero fulcro della questione è invece il rapporto tra Penelope e la madre, donna che, pur con le migliori intenzioni, rende la maledizione della ragazza ancora più pesante, costringendola ad isolarsi da resto del mondo invece di insegnarle ad accettarsi per quello che è: "la vera te stessa è dentro di te", in questo caso, non è proprio una massima da seguire al 100%, perché presuppone una scissione tra la Penelope maledetta e quella post-maledizione, denigrando la prima quando, di fatto, sono la stessa bellissima persona. E' per questo che Penelope, oltre ad essere popolato di personaggi borderline e divertenti, riesce spesso ad essere commovente, in particolare se lo spettatore si lascia conquistare dagli occhi dolci e sognanti di Christina Ricci, com'è successo a me. E ci fosse solo lei nel cast!


Tolti la Ricci e McAvoy, caruccissimo nonostante la capigliatura inguardabile, ad arricchire Penelope ci sono la mai troppo apprezzata Catherine O'Hara nei panni della madre petulante ed esageratamente emotiva, l'elegantissimo Richard E. Grant, al quale non servono parole per esprimere tutta l'esasperazione inglese davanti alle mattane della moglie, e due guest star d'eccezione come Peter Dinklage (al quale viene riservato uno degli esordi più esilaranti di un personaggio sullo schermo) e Nick Frost che, a onor del vero, non fa granché ma è sempre bello da vedere. E sì, c'è anche Reese Witherspoon ma siccome si limita a ritagliarsi una particina per benedire la sua prima impresa da produttrice direi che non c'è molto di cui parlare in merito. Il cast già "stellare" viene supportato inoltre da un comparto scenografie e costumi davvero niente male, che conferisce a Penelope un'aria svagata, da colorata favola moderna. La stanza di Penelope, colma di richiami alla natura e di terrari, di piante protette da cupole di vetro in parallelo con la condizione della protagonista, è un piccolo paradiso casalingo mentre gli abiti da lei indossati, al di là dell'inquietante sciarpa utilizzata per nascondere gli effetti della maledizione, sono deliziosi, perfetti per la personalità raffinata e un po' sognatrice di colei che li indossa. Come al solito, concludo l'On Demand ringraziando in questo caso Silvia per la dritta, è stato molto divertente guardare Penelope e lo consiglio a chi non avesse ancora avuto l'occasione di "incrociarlo".


Di Richard E. Grant (Frankilin Wilhern), Catherine O'Hara (Jessica Wilhern), Christina Ricci (Penelope Wilhern), Peter Dinklage (Lemon), James McAvoy (Johnny/Max), Nick Frost (Max), Reese Witherspoon (Annie) e Russell Brand (Sam) ho già parlato ai rispettivi link.

Mark Palansky è il regista della pellicola. Canadese, ha diretto film come Rememory ed episodi di serie quali Una serie di sfortunati eventi. Anche produttore e sceneggiatore, ha un film in uscita.


giovedì 3 ottobre 2019

(Gio)WE, Bolla! del 3/10/2019

Buon giovedì a tutti! Inutile negarlo, questa è la settimana del Joker e dubito ci sarà qualche altro film capace di riempire la sala come lui a questo giro... ma vediamo lo stesso cos'è arrivato a Savona. ENJOY!

Joker
Reazione a caldo: *sospiro*
Bolla, rifletti!: Come sempre, un film che aspettavo soprattutto per curiosità e amore per l'attore protagonista, è riuscito a venirmi "a noia" prima ancora che uscisse e di questo bisogna ringraziare le orde di cinèfili dell'internet che si stanno sperticando in lodi ed iperboli fin dalla vittoria a Venezia. Così vado già al cinema col terrore di poterlo trovare meno che splendido, Dio non voglia, un po' com'è successo con La La Land, bonanima. Speriamo bene, andrò a vederlo domenica, armata di molotov per svuotare una sala sicuramente zeppa di bimbiminkia e spettatori occasionali.

Tuttapposto
Reazione a caldo: Ma che è sta ca*ata?
Bolla, rifletti!: Non che io fremessi dalla voglia di vedere Rambo ma, davvero, non c'era spazio per un recupero invece di buttarsi sulla commedia italiana a base di sconosciuti e canovacci triti, ritriti ed implausibili? Ma su.

Appena un minuto
Reazione a caldo: Meh.
Bolla, rifletti!: Alla regia c'è Mandelli, nel cast attori amatissimi del cinema e della TV, alla sceneggiatura una storia vecchia come il mondo a base di deliri temporali per migliorarsi la vita. Un po' poco per spingermi al cinema, anzi, forse c'è molto per tenermene lontana!

Il piccolo yeti
Reazione a caldo: Awh.
Bolla, rifletti!: Uscito in sordina nella settimana forse meno indicata, l'ultimo film animato della Dreamworks sembra carino nonostante la trama semplice a base di amicizia e diversità. Magari, lo tenessero un'altra settimana...

Io, Leonardo
Reazione a caldo: Uddeh.
Bolla, rifletti!: Ma magari è una meraviglia, eh. Però io Argentero come Leonardo proprio non ce lo vedo. E poi, onestamente, non sono così fan del Da Vinci.

Game of Kings
Reazione a caldo: Mwahahaahahahahhoggesù.
Bolla, rifletti!: EVENTO, solo per oggi. La webserie fantasy interamente LIGURE. A rischio di risultare antipatica e spocchiosa ma la fiducia verso questo progetto è pari a zero. Spero però di sbagliarmi e di dover fare prima o poi pubblica ammenda.

Cerca di competere come può il cinema d'élite, ovviamente.

La vita invisibile di Eurídice Gusmão 
Reazione a caldo: Wow.
Bolla, rifletti!: Tratto da un libro che ovviamente non conosco e di cui mi si consiglia un recupero, la storia di due sorelle separate da uomini testardi e crudeli viene definita, sul sito del cinema, "almodovariana" anche se con atmosfere più delicate rispetto a quelle del regista. Un recupero tardivo potrei proprio farlo!

mercoledì 2 ottobre 2019

Yesterday (2019)

Freschi di vacanza a Liverpool, lunedì sera siamo andati col Bolluomo a vedere Yesterday, diretto da Danny Boyle.


Trama: Jack Malik, cantante senza successo, ha un incidente la sera in cui un black out totale colpisce il mondo intero. Al risveglio, scopre che nessuno ricorda più i Beatles e, sfruttando le opere del quartetto di Liverpool, comincia a scalare le vette della fama...


Siamo così abituati a guardare film complicati, cervellotici, zeppi di spiegoni, sospesi tra dramma e pessimismo, che quando esce una cosa deliziosa come Yesterday ci si impegna a spaccare il capello e a denigrarlo proprio per la sua incredibile leggerezza. Sì, sia Danny Boyle come regista che Richard Curtis come co-sceneggiatore hanno fatto di meglio e la trama di Yesterday, salvo l'assunto iniziale già ampiamente sviscerato nel trailer, è prevedibile dall'inizio alla fine, ma questo lo si può razionalizzare col senno di poi perché la verità è che guardando il film mi sono divertita un sacco innanzitutto, poi mi sono commossa a più riprese e non solo per la sottotrama "amorosa". Ma pensate davvero, per un momento, a un mondo in cui non esistono le opere più belle. Non siete fan dei Beatles? Va bene. Immaginiamo che Kubrick non sia mai esistito, che nessuno abbia idea di chi sia Leonardo da Vinci, che la Divina Commedia sia finita nell'oblio... e che qualcuno, invece, ne mantenesse il ricordo. Al di là dell'ideale scalata al successo che potrebbero giusto perseguire pochi eletti, ma pensate alla frustrazione di chi, invece, dovesse ricordare la meraviglia di queste opere d'arte e non potesse mai più fruirne perché incapace di riprodurle, anche solo di spiegarne l'idea, tutto quello che sta dietro, la filosofia dell'autore. Non so a voi, ma sta cosa mi terrorizza e mi magona anche un po' e il maledetto Curtis la sfrutta, ah se la sfrutta, nonostante tutta la leggerezza di cui è permeato Yesterday. E' qualcosa che diventa come un tarlo nella mente di Jack, quando lì per lì c'è solo l'incredulità di avere avuto una botta di culo non da poco e la possibilità di scalare le classifiche facendosi segreto depositario dell'opera omnia dei Fab Four mentre da parte dello spettatore c'è la gioia di mettersi nei panni di chi per la prima volta ascolta capolavori come Yesterday, Let it be, Help... senza dimenticare la mia adorata Eleanor Rigby, protagonista di un recurring joke tra i più riusciti ed importanti della pellicola, interessante anche a livello di montaggio e regia.


D'altronde, gira Danny Boyle e l'inglesaccio non è un cretino, perché Yesterday è bello sia da vedere che da ascoltare, soprattutto quando il regista si innamora di piccoli dettagli come lo studio di registrazione a bordo ferrovia o quando la sua cinepresa rotea nelle strade di Liverpool, cosa che ha trasportato magicamente me e il Bolluomo all'interno della vacanza appena trascorsa, facendoci sorridere all'idea di avere mangiato un pain au chocolat praticamente al tavolo accanto a quello di Ellie e Jack, all'interno di Lime Station. Certo, c'è una sequenza in particolare che molti avranno trovato commovente ma che io ho trovato debole e paracula (ha a che fare con lo spoiler che accompagna la presenza di Robert Carlyle), ma nulla che possa inficiare la piacevolezza generale del film che, tra l'altro, si appoggia ad attori validissimi. Himesh Patel ha quella faccia "un po' così", perfetta per essere denigrata a più riprese dall'esilarante manager interpretata da Kate McKinnon ma, onestamente, ogni volta che il fanciullo cantava riuscivo seriamente a emozionarmi, in particolare durante l'esecuzione di Help e dell'Obladi Oblada finale, tuttavia se dovessi dare una "palma" ideale al migliore attore/attrice, l'ambito premio finirebbe senza dubbio nelle mani di Lily James. Carina, dolcissima e buffa, la sua Ellie è il prototipo della ragazza "normale" e, pur avendo mille, condivisibili fisime, non risulta mai antipatica o sdolcinata, neppure una volta, anzi, spesso verrebbe voglia di abbracciare questa povera Eleanor che "vive in un sogno e aspetta, alla finestra", sprecando anni di vita dietro a un povero pirla. E su questa nota chiudo, col solito diludendo di chi, ahimé, è stato costretto a vedere Yesterday nella nostra solita versione doppiata, quando varrebbe la pena, almeno in questo caso, dare allo spettatore anche la possibilità di godere degli innumerevoli giochi di parole e citazioni palesemente presenti nella versione originale. Verrà il giorno in cui la gente dimenticherà l'esistenza dei film doppiati, porca miseria!


Del regista Danny Boyle ho già parlato QUI. Lily James (Ellie Appleton), Kate McKinnon (Debra Hammer) e Robert Carlyle (non accreditato, è SPOILER John Lennon) li trovate invece ai rispettivi link.

Himesh Patel interpreta Jack Malik. Inglese, ha partecipato a serie come Eastenders. Anche sceneggiatore e produttore, ha 29 anni e un film in uscita.


Chris Martin, leader dei Coldplay, avrebbe dovuto partecipare al film al posto di Ed Sheeran ma per problemi di impegni pregressi non se n'è fatto nulla. Ana de Armas è invece "scomparsa" in sala montaggio, assieme alla rivale in amore di Ellie da lei interpretata. Inizialmente, Yesterday avrebbe dovuto avere un tono molto più dark ed essere più concentrato sulla natura della nuova realtà venutasi a creare che sulla storia d'amore tra Jack ed Ellie, poi però è subentrato Richard Curtis a rendere il tutto più lieve. Se Yesterday vi fosse piaciuto recuperate anche Questione di tempo. ENJOY!




martedì 1 ottobre 2019

L'ultimo sole della notte (2017)

Lo scorso weekend sono andata a Roma e lì ho avuto la possibilità di partecipare alla rassegna Extramondi e vedere, finalmente, L'ultimo sole della notte, diretto e sceneggiato nel 2017 dal regista Matteo Scarfò e ispirato ai romanzi di J.G. Ballard.


Trama: in un'Italia ormai al capolinea, un gruppo di persone continua a vivere un'esistenza apparentemente normale all'interno di un condominio.



Sono due anni che sento parlare bene de L'ultimo sole della notte ma non è solo per quello che volevo vederlo con tutte le mie forze. Il motivo è che ci hanno lavorato due professionisti meravigliosi, due di quelle persone che vorresti vivessero non a sei ore di distanza da te ma possibilmente a cinque minuti, persone che ti fanno ringraziare ogni giorno per l'esistenza di internet, che grazie a Dio non serve solo a spargere in giro fake news e sproloqui salveeniani. Una di loro è Lucia Patrizi, più volte nominata su questo blog, che questo film l'ha montato interamente, rendendolo scorrevole anche nella sua incasinatissima struttura, che alterna sullo schermo passato, presente e futuro senza soluzione di continuità. L'altro è Andrea Lupia, che in questo film interpreta il protagonista, Andrea, taciturno e legato a una vita fatta di abitudini consolidate anche all'interno del caos. Ora voi penserete: "e certo, siccome li conosci, dovrai per forza parlare bene del film!". Sì, ne parlerò bene, come hanno fatto altri prima di me, perché se la stessa Lucia non mi avesse detto che L'ultimo sole della notte è un'opera completamente indipendente, realizzata nei ritagli di tempo da persone che hanno anche lavori "comuni" (quindi facendosi un mazzo come un cascinale, I suppose), totalmente autofinanziata e "indie", come va di moda dire adesso, non ci avrei creduto. L'ultimo sole della notte trasuda infatti professionalità da tutti i pori. Innanzitutto, è una di quelle opere che non imbocca lo spettatore spiegandogli ogni cosa nel dettaglio; la visione di L'ultimo sole della notte presuppone molta attenzione, perché la trama viene sviscerata a poco a poco attraverso le azioni dei personaggi, i dialoghi e persino i silenzi o i gesti quotidiani, reiterati nemmeno fossero l'ultimo baluardo di sanità mentale rimasto. Da flashback che si intersecano alla timeline principale capiamo che l'Italia è stata divisa in zone sicure dopo una guerra globale e che non tutti hanno avuto la (s)fortuna di ottenere un biglietto per la salvezza; inoltre, col passare del tempo, anche queste zone sono state a poco a poco disertate, abbandonate dai soldati, divorate dall'incuria e dalla natura che è tornata a farla da padrone.


In tutto questo, si intrecciano i destini di quattro personaggi principali, persone spezzate dagli eventi passati, tra chi ha cercato di approfittarne per poi rimanere colpito a sua volta, chi ha perso tutto ed è pieno di rabbia, chi cerca riscatto da azioni non proprio nobili e chi non ha il coraggio di cambiare, anche se lo vorrebbe tanto. Voi sapete che sono la prima a dire quanto il 90% degli attori italiani, quelli professionisti in primis, dovrebbero andare a zappar la terra. In questo caso, invece, ho apprezzato ogni singola interpretazione, da quelle più caricate ( Danilo Rotundo e Alessandro Damerini, ognuno a modo suo, riescono a rendere interessanti e degni di pietà personaggi assai ambigui, connotati lì per lì come antagonisti negativi, in realtà forse più umani di altri) a quella più misurata di Lupia, costretto ad annullare tutte le emozioni di un personaggio che cerca la sopravvivenza nella routine, aggrappandosi alle regole imposte da una società autoritaria che ormai non esiste nemmeno più, e che tuttavia anela alla libertà (la pedalata finale l'ho trovata molto toccante). Non dimentichiamo poi Alessandra Mortelliti, dal viso particolare e affascinante, con o senza cicatrici, prototipo della donna dura, in realtà molto più fragile di altri. Da non dimenticare un quinto protagonista, ovvero la natura, affiancata ad un paesaggio urbano (quello della periferia di Catanzaro) selvaggio e decadente, perfetto teatro di una fantascienza post-apocalittica interamente basata sugli esseri umani e sul modo in cui vengono afflitti da ciò che li circonda, fonte di gioia, malinconia, paura e tristezza in egual misura, sfruttato alla perfezione per sopperire alla quasi mancanza di effetti speciali, per una volta non indispensabili alla buona riuscita di un film di fantascienza. In ultimo, la cosa che forse mi ha colpita di più: la colonna sonora di Lorenzo Sutton. Zeppa di suoni elettronici, perfetta per l'atmosfera del film, mi ha ricordato moltissimo quella dei vecchi horror italiani anni '70 o '80 e mi ha richiamato alla mente un modo di fare cinema zeppo d'amore, sprezzante delle difficoltà tecniche ed economiche, interamente basato sulla passione di chi ha speso 5 anni per realizzare un progetto. Insomma, io non posso fare altro che incrociare le dita e sperare che, prima o poi, L'ultimo sole della notte possa uscire dal circuito dei festival e arrivare a quanti più spettatori possibili perché è davvero bello. A tutti quelli che ci hanno lavorato, intanto, auguro le più grandi soddisfazioni in campo artistico e lavorativo, perché se le meritano!


Matteo Scarfò è il regista e sceneggiatore della pellicola. Nato a Locri, ha diretto altri lungometraggi come Anna, Teresa e le resistenti e il documentario Bomb! Burning Fantasy. Anche produttore, ha 33 anni.



domenica 29 settembre 2019

Bollalmanacco On Demand: Inland Empire - L'impero della mente (2006)

Dopo millemila giorni torna il Bollalmanacco On Demand. Ce n'è voluta, eh, ma alla fine sono riuscita a finire di vedere Inland Empire - L'impero della mente (Inland Empire), scritto e diretto nel 2006 dal regista David Lynch e chiesto dall'adorata amica Silvia. Il prossimo film On Demand dovrebbe essere Penelope. ENJOY!


Trama: dopo avere ottenuto il ruolo tanto desiderato, un'attrice smette di distinguere la realtà dalla finzione e si perde in un allucinante trip di eventi...



Siccome di Inland Empire non si può proprio parlare, vi tedierò un po' con qualche aneddoto personale che giustifica anche perché ci ho messo così tanto per sfornare un nuovo post On Demand. L'ultimo lungometraggio di David Lynch (se non vogliamo considerare tale l'ultima serie di Twin Peaks) dura quasi tre ore e io, ovviamente, tutto questo lusso temporale non ce l'ho. Sono vecchia, ormai ho 38 anni, prima delle 21.30 non riesco a cominciare a guardare film (e considerate che questo non l'ho nemmeno proposto al Bolluomo, ci mancherebbe) e ammetto che ogni volta Inland Empire mi faceva crollare tra le braccia di Morfeo dopo 15/20 minuti al massimo; ho provato a guardarlo al mattino, mentre facevo colazione, e talvolta mi veniva da dormire anche lì, a rischio di pucciare la faccia nel tea. Insomma, un successone. Probabilmente Lynch riderebbe di me, oppure magari mi direbbe che il modo migliore per fruire di Inland Empire è proprio lasciare che le immagini del film si mescolino a quel meraviglioso momento in cui la mente svariona prima di abbandonarsi al sonno e ai sogni, mentre gli amanti di Lynch e i cinèfili degni di questo nome mi ricopriranno di insulti e ignominia perpetua. Vi do ragione, per carità, ma a mia discolpa posso dire di averci provato e di essere stata onesta: "qualcuno", messo davanti ai miei evidenti limiti e di fronte alla mia richiesta di aiuto, mi ha detto "leggiti qualche recensione in giro e prova a fartene una tua idea, simulando di averlo visto. Magari dilungati sul fatto che è un film molto lynciano, con degli attori molto lynciani... con un po' di pratica vedrai che riuscirai a scrivere lunghissimi post anche sul nulla cosmico. In fondo è quello che fanno i critici cinematografici stipendiati... mica li guardano per davvero i film". Come dargli torto, in effetti? Perfetto, allora la butto lì: Inland Empire è un film importantissimo, un pugno nello stomaco, indispensabile, lynchiano, perturbante, inquietante e, soprattutto, disturbante. Di sicuro ho azzeccato tutti i termini giusti, il post potrebbe anche essere finito qui, nevvero?


Dai, si scherza. Però diamine, leggenda narra che Lynch abbia telefonato alla Dern e, manco fosse Uma Thurman nella pubblicità della Schweppes, le abbia detto "ti va di sperimentare?" e di sicuro né lui né gli attori coinvolti sono riusciti a spiegare in che diamine consista Inland Empire quindi come posso riuscirci io? E soprattutto, perché dovrei? Lì per lì, tra l'altro, Inland Empire ti gabba, infido, e salvo un siparietto con una sit-com a base di conigli antropomorfi e gente che parla in ungherese, ti illude che abbia una trama: un'attrice moglie di un marito orco ottiene il ruolo tanto agognato e finisce preda, nonostante mille avvertimenti, del co-protagonista donnaiolo, al punto da confondere la vera se stessa con il personaggio che sta interpretando, mentre cominciano a circolare voci inquietanti sull'impossibilità di concludere le riprese di un film già naufragato una volta per motivi mai chiariti. Una trama interessante, che già di per sé titillerebbe l'attenzione dello spettatore e di tutti i fan di Lynch. Peccato che quest'ultimo non avesse intenzione di dirigere un lungometraggio, bensì una serie di "corti" che alla fine lo sono diventati e che hanno creato un trip cinematografico senza capo né coda, senza unità di tempo o spazio, un'infinita serie di suggestioni che sta allo spettatore scegliere come vivere e, probabilmente, come interpretare. Passato, presente e futuro non esistono più, c'è un continuo stream of consciousness che definire tale sarebbe comunque improprio, perché il punto di vista non è sempre quello di Nikki/Susan e talvolta vengono inseriti altri personaggi protagonisti di vicende proprie, che possono essere legate o slegate da quella principale, che comunque principale non è. Insomma, un casino vero, e rimanerne affascinati o meno dipende dalla disposizione d'animo dello spettatore.


Io, lo ammetto, andavo a momenti. L'atavico istinto di horroromane unito alla pavloviana memoria dei migliori istanti twinpeaksiani mi ha portata ad apprezzare moltissimo gli infiniti corridoi in cui si perde Laura Dern, bui salvo per luci rossastre, tendaggi, pavimenti con pattern assai simili a quelli della Loggia Nera, gente deforme che strilla sconvolta in camera, persone che appaiono e scompaiono senza un perché; oppure, le assurde sequenze in cui la gente canta e balla, d'amblé, con altri posti a fare i silenziosi testimoni della follia, ma anche il momento in cui la senzatetto asiatica in botta racconta la sua assurda storia, per non parlare della sempre meravigliosa Grace Zabriskie, la cui sola presenza a me fa gelare il sangue nelle vene. La Dern meriterebbe l'applauso per il modo in cui asseconda ogni pazzia di Lynch senza perdere bravura o dignità, ché son tutti buoni a far gli attori per il depresso Von Trier, ma non vorrei essere nei panni di chi legge uno script di Lynch e affida l'anima al Sacro Cuore di Maria ad ogni ciak, sperando di non sbagliare o non fare una figura barbina imboccando invece la strada per il ridicolo involontario. Per contro, all'ennesimo dialogo tra polacchi e davanti alla fissità di uno psicologo che guardava la Dern con la stessa mia faccia disinteressata e annoiata, avrei voluto che il mio cervello partisse per l'Inland Empire dei sogni per non tornare mai più e ammetto, comunque, di avere fatto una fatica incredibile ad arrivare al termine di una visione protrattasi più o meno per una settimana, segno che questo Lynch sperimentatore ed estremo non fa proprio per me, per quanto gli riconosca una dignità artistica e visionaria senza pari. Di sicuro, la visione di Inland Empire è un'esperienza che consiglio, almeno una volta nella vita, ma dubito che io stessa la ripeterò.


Del regista e sceneggiatore David Lynch, anche voce di Bucky J, ho già parlato QUI. Grace Zabriskie (visitatore n. 1), Laura Dern (Nikki Grace/Susan Blue), Jeremy Irons (Kingsley Stewart), Justin Theroux (Devon Berk/Billy Side), Harry Dean Stanton (Freddie Howard), William H. Macy (Annunciatore), Laura Harring (Ospite alla festa/Jane Rabbit) e Naomi Watts (voce di Suzie Rabbit) li trovate invece ai rispettivi link.


Tra le guest star compaiono Nastassja Kinski nei panni della signora e Ben Harper in quelli del pianista. Il film ha un "sequel" o, meglio, è affiancato da una raccolta di scene eliminate dal titolo More Things That Happened, uscito nel 2007 come appendice alle edizioni video del film. Se Inland Empire vi fosse piaciuto, ovviamente, recuperatelo, e aggiungete il resto della filmografia di David Lynch. ENJOY!

venerdì 27 settembre 2019

Eat Local - A cena coi vampiri (2017)

Surclassato da Tarantino e distribuito credo in tre sale in tutta Italia, non è andata benissimo al povero Eat Local - A cena coi vampiri (Eat Locals), diretto nel 2017 dal regista Jason Flemyng.


Trama: mentre un consiglio di vampiri è riunito in una casa di campagna inglese, dei soldati cercano di ucciderli, sotto gli occhi perplessi e terrorizzati di ignari umani.


Gli inglesi hanno una marcia in più per le commedie horror, è innegabile. Eat Local è una sciocchezzuola, d'accordo, però è una sciocchezzuola fatta bene, che regala momenti divertenti e persino surreali, tra un bagno di sangue e un esempio di british wit enunciato col solito, meraviglioso accento delle isole britanniche. Di base, nel corso della sua durata Eat Local racconta un assedio ai danni di un gruppo di vampiri riuniti per l'annuale consiglio, mentre una delle loro potenziali vittime (un mezzo zingaro particolarmente scafato) si ritrova impotente in mezzo al fuoco incrociato di succhiasangue e soldati che vorrebbero farli fuori, con risvolti inaspettati alla Dexter e persino un pizzico di esilarante "fantascienza" pubblicitaria. Qui e là, all'interno dei dialoghi, ci si prende gioco dell'attuale situazione della società inglese e per estensione mondiale, col problema dei migranti virato in chiave "alimentare" ed incrociato con le mode dietetiche che vanno tanto per la maggiore oggi, l'idea di mangiare solo organico in primis, ma ammettiamolo, il titolo non rispecchia molto ciò che viene mostrato nel film. Il resto, a onor del vero, lo fanno i personaggi, ognuno dotato di una caratteristica particolare in grado di renderlo facilmente distinguibile dal mucchio e per questo irresistibile a modo suo, qualcuno più di altri (la palma d'oro del migliore, almeno per me, va al cinico Boniface, subito seguito dalla vecchina).


Film di attori più che di regia o sceneggiatura, dunque, e non potrebbe essere altrimenti visto che dietro la macchina da presa c'è Jason Flemyng, ovvero il Tom di Lock & Stock, qui alla sua prima prova come regista. Il buon Flemyng ha scelto di esordire con una commedia horror che non calca troppo la mano, leggera come l'acqua, probabilmente dimenticabile dopo un giorno o due, e di circondarsi ovviamente di amici sia davanti alla cinepresa che nelle retrovie; esempio calzante sono Dexter Fletcher e Nick Moran in primis, rispettivamente nei panni dell'ostaggio umano e del soldato, ma anche Jason Statham, utilizzato come consulente per quelle tre/quattro scene di lotta corpo a corpo presenti nel film. Il risultato è così un film ibrido che non fa paura nemmeno per sbaglio e che spesso consegna solo personaggi abbozzati, dei "tipi" più che dei vampiri a tutto tondo, ma che sicuramente cattura lo spettatore, invogliandolo a sapere come andrà a finire la storia (visto che ormai va di moda realizzare serie TV sarebbe interessante, in realtà, continuare a seguire le vicende di questi vampiri sui generis e dei loro clan), e incuriosendolo con qualche citazione, anche a livello di colonna sonora e stile, che potrebbe risultare tuttavia ostica per il pubblico italiano. Nulla per cui correre al cinema disperati, ma se prima o poi spuntasse fuori su qualche piattaforma di streaming legale ci farei un pensierino, sperando mantengano la versione originale e non impongano quella doppiata.


Del regista Jason Flemyng ho già parlato QUI. Charlie Cox (Henry) e Dexter Fletcher (Mr. Thatcher) li trovate invece ai rispettivi link.

Tony Curran interpreta Peter Boniface. Scozzese, ha partecipato a film come Piccoli omicidi tra amici, Il gladiatore, Pearl Harbor, Blade II, La leggenda degli uomini straordinari, X-Men - L'inizio, Thor: The Dark World e a serie quali Numb3rs, Medium, 24, Doctor Who, CSI - Scena del crimine e Daredevil; come doppiatore, ha lavorato in Le avventure di Tin Tin - Il segreto dell'unicorno. Ha 50 anni e un film in uscita.


Nick Moran interpreta il soldato Rose. Inglese, ha partecipato a film come Lock & Stock - Pazzi scatenati, Harry Potter e i doni della morte - Parte I, Harry Potter e i doni della morte - Parte II, Non bussate a quella porta e a serie come CSI: Miami. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 50 anni e tre film in uscita.


Mackenzie Crook, che interpreta Larousse, era il pirata Ragetti della saga Pirates of the Caribbean mentre Ruth Jones, qui nel ruolo di Mrs. Thatcher, era la Myfawny di Little Britain. Se Eat Local - A cena coi vampiri vi fosse piaciuto recuperate What We Do in the Shadows. ENJOY!

giovedì 26 settembre 2019

(Gio)WE, Bolla! del 26/9/2019

Buon giovedì a tutti!! Passata la febbre da Tarantino, il Multisala di Savona si "siede" sulla solita programmazione cretina e bypassa completamente due hit sicure come Rambo: Last Blood e Shaun - Vita da pecora: Farmageddon, con mio sommo scorno. Cos'è rimasto quindi a una povera cinèfila savonese? ENJOY!

Yesterday
Reazione a caldo: Finalmente!!
Bolla, rifletti!: In Inghilterra era già uscito ad agosto, proprio quando io ero nella città di nascita dei Beatles. Forse anche per questo vorrei andare a vedere Yesterday, commedia che parte dal presupposto che il ricordo dei Fab Four sia stato cancellato dalle menti di tutti... tranne di un ragazzotto indiano che, ovviamente, sfrutta la cosa per raggiungere il successo. La premessa è intrigante, il Bolluomo è convinto, dirige Danny Boyle. Direi che non me lo perdo!

Ad Astra
Reazione a caldo: Mah.
Bolla, rifletti!: Ero già poco convinta dal trailer, che mi preannunciava un mattone fantascientifico con grandi nomi. Il sommo Zerocalcare e il suo "Invero a me me s'è scucita mezza fodera der cazzo" mi hanno convinta definitivamente a rinunciare alla visione.

Dora e la città perduta
Reazione a caldo: Anche no.
Bolla, rifletti!: Mai sopportati i cartoni di Dora the Explorer, forse per sopraggiunti limiti di età. Il live action ve lo lascio con piacere.

Vivere
Reazione a caldo: MaBBasta
Bolla, rifletti!: Anche qui, è bastato il trailer per farmi cadere i sentimenti. Anche se non c'è Muccino, sento odor di muccinata fighetta.

Al cinema d'élite, Francia con un pizzico di Renatone...

I migliori anni della nostra vita
Reazione a caldo: Evito anche questo.
Bolla, rifletti!: Rimembranze di un vecchio, con la Bellucci protagonista. E niente, questa settimana il Dio del Cinema non mi vuole particolarmente bene.

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