martedì 9 novembre 2021

Visioni dal Trieste Science + Fiction Film Festival 2021

Anche quest'anno, complici problemi di malasanità italiana (ho un day hospital in programma, l'anestesista mi ha visitata il 30 settembre, tutti a dirmi "vedrai che la settimana prossima ti chiameranno", è più di un mese ormai che aspetto...), sono stata costretta a saltare il ToHorror Film Festival e, per non cadere definitivamente sotto i colpi di una depressione ormai quasi ingestibile, ho pensato di tirarmi un po' su con la versione on line di un altro festival che l'anno scorso mi aveva dato delle soddisfazioni, il Trieste Science + Fiction Film Festival. Purtroppo i film migliori, ovvero gli attesissimi Lamb e In the Earth, sono stati riservati all'edizione fisica e, ad essere sincera, quest'anno non ho visto pellicole particolarmente degne di nota a meno di non segnalare il bellissimo Jakob's Wife, che avevo però già visionato nei mesi scorsi, quindi diciamo che non sono rimasta granché soddisfatta ma magari voi potete trovare qualcosa di interessante nelle mini recensioni che seguono... ENJOY!


Night Raiders
(Danis Goulet, 2021) - Menzione Speciale Premio Asteroide TS+FF2021

Il primo film visto al festival è un'opera distopica che vede un futuro dove i minorenni vengono strappati alle famiglie per inserirli in eserciti di stampo fascista dopo un lavaggio del cervello. Il fulcro della trama è il rapporto tra una madre e una figlia, indigene, che cercano di sopravvivere in un mondo devastato dalla guerra, mentre il governo tenta di eliminare deboli ed indesiderati avvelenando cibo e acqua; nonostante la trama interessante, che sfrutta la natura indigena delle protagoniste per sottolineare ancora di più la loro natura di reiette e il razzismo/classismo imperanti nel mondo in cui vivono, e la bravura delle due attrici protagoniste (alle quali si affianca la sempre gradita Amanda Plummer in un piccolo ruolo), a mio avviso il film manca un po' di ritmo e non è riuscito a trasmettermi la sensazione di claustrofobia, pericolo imminente e, soprattutto, rabbia che avrei sperato. Ho visto di peggio, ma ho visto anche di meglio, nel complesso l'ho trovato un film abbastanza insipido.


Flashback
(Christopher MacBride, 2021)

Complicatissimo film fatto di più strati sovrapposti, dalla mente di colui che già ci aveva deliziati con l'inquietante The Conspiracy.  Purtroppo, sebbene molto affascinante, Flashback (o The Education of Fredrick Fitzell) non mette ansia neppure per un istante e, al limite, fa venire un po' di mal di testa per via di tutta la carne che mette al fuoco, soprattutto dopo la seconda metà: quello che parte come un thriller surreale ed allucinato, a un certo punto mantiene l'allucinazione e addenta il durissimo osso dei paradossi temporali o, meglio, della "contemporaneità" che nega l'esistenza del tempo stesso. Anche questo, per quanto difficile, è un concetto molto affascinante, così come il finale, paraculo, commovente e perplimente al tempo stesso. Se non fosse che Flashback dura 1h 37 che sembrano quindici lo riguarderei per capirlo meglio, ma anche no, almeno per ora. 


Rose
(Jennifer Sheridan, 2020)

Più nelle mie corde l'horror Rose, uno di quei film "dove non succede niente" e dove bisogna semplicemente lasciarsi trasportare dalle interpretazioni dei personaggi e dal modo in cui sono scritti, perché l'orrore arriva dopo un'ora e venti di sottilissime sensazioni inquietanti. Anzi, se devo trovare un difetto al film è proprio l'escamotage utilizzato per chiudere la vicenda di Rose e Sam, il cui già difficile "idillio" viene interrotto dall'arrivo di uno dei personaggi più inutilmente odiosi (e, se posso permettermi, mal scritti) della storia del cinema horror, che rende di conseguenza inverosimili anche i due protagonisti. A parte questo, l'ho trovato comunque uno dei film più interessanti del festival, almeno finora, quindi ne consiglierei il recupero.   


Gaia
(Jaco Bouwer, 2021) - Vincitore Premio Asteroide TS+FF2021

Ne avevo già letto abbastanza bene su Letterboxd e, quando ho visto che era in programma al festival, ho pensato bene di non farmelo scappare. Gaia è un interessante horror a sfondo ecologista, ambientato nelle foreste del Sud Africa, là dove alcune leggende vogliono dimori per l'appunto la Dea della Terra, qui in guisa di fungo sotterraneo pronto a spargere spore in ogni dove, inghiottendo gli esseri umani rei di avere fatto ammalare il pianeta. L'idea è molto suggestiva e il film è davvero ben realizzato, impreziosito dalle interpretazioni di tre ottimi attori, inoltre gli effetti speciali e il makeup dei vari mostri che infestano la foresta fanno impressione. Avrei giusto sforbiciato qualcosina sul finale ma, a onor di Gaia, è l'unico dei quattro film che non mi ha fatto calare la palpebra nemmeno per un istante, pur avendolo guardato alle 2130 di sera. Anche in questo caso, consiglio un recupero, visto che la pellicola è facilmente reperibile un po' ovunque. 


Let the Wrong One In (Conor McMahon, 2021)

Il Festival si è salvato in corner con l'ultimo film che sono riuscita a vedere prima che scadesse il tempo (vi prego, per l'anno prossimo potete pensare anche un po' a chi lavora e non può stare intere giornate a guardare film messi online per un massimo di due o tre giorni e tolti, tra l'altro, a orari da denuncia? Lo so, sono una rompipalle... Grazie!), ovvero questa horror comedy irlandese a base di vampiri. L'avevo puntata ovviamente per la presenza del sempre affascinante Anthony Head, qui di nuovo nei panni del "watcher" cacciatore di vampiri ma molto più sfigato, poveraccio, del Signor Giles, e mi sono ritrovata a guardare uno di quei film assurdi, esilaranti, fatti con due lire, senza alcuna pretesa di entrare nella storia del genere ma lo stesso genuini e spassosissimi. Sarà che ho un debole per l'accento OIrish, qui pesantissimo, o sarà che davvero il film di McMahon non cala di ritmo ed umorismo nemmeno un istante, ma l'ho trovato la visione più piacevole del Trieste Science + Fiction Film Festival e ve lo consiglio spassionatamente, soprattutto se, come me, siete giù di corda in questo periodo. Mi ringrazierete. 



lunedì 8 novembre 2021

Il Bollodromo #77: Lupin III - Parte 6 - Episodio 4

Buon inizio di settimana! L'avventura londinese di Lupin e soci prosegue, stavolta con un episodio filler (I sicari del diner - ダイナーの殺し屋たちscritto da Mamoru Oshii ed ispirato al racconto Gli uccisori di Ernest Hemingway. ENJOY!


Iniziamo un po' diversamente dal solito, dandovi un'infarinatura su chi sia Mamoru Oshii. Lo sceneggiatore nipponico è famoso per avere diretto i due splendidi lungometraggi tratti da Ghost in the Shell, uno dei capolavori dell'animazione giapponese, e per avere donato al personaggio di Lamù un paio di film particolari, Only You e Beautiful Dreamer; Oshii aveva già "rischiato" nel 1985 di dirigere il terzo film animato dedicato a Lupin, La leggenda dell'oro di Babilonia, ma i produttori, spaventati dall'approccio moderno dello sceneggiatore e regista, avevano poi affidato il lavoro (orrido, per inciso) a Shigetsugu Yoshida. Comunque, siamo arrivati al 2021 e, finalmente, l'aura inquietante di Oshii dev'essere sparita, perché gli è stato consentito di mettere mano a un episodio della sesta serie di Lupin. Sinceramente? Non è il suo lavoro migliore, anche se di sicuro è uscita fuori una creazione assai particolare, molto adulta e colta dal punto di vista dei riferimenti culturali e storici (si parla di Hemingway, del suo I Sicari e di una sorta di metanarrazione, di "gioco" di citazioni di cui i personaggi sono ben consapevoli, oltre che di intrighi mondiali che risalgono alla seconda guerra mondiale), e come episodio è anche troppo verboso, quasi privo di azione e imperniato su dialoghi spesso non granché interessanti.


Questo perché l'inizio ricalca molto fedelmente il racconto di Hemingway, con due killer che, nell'attesa della vittima, ingannano il tempo al bancone conversando con la cameriera del diner e, soprattutto, ritrovandosi ad ordinare pietanze non disponibili, finendo per accontentarsi di banali panini. Per chi ama le lingue, come la sottoscritta, è interessantissimo ascoltare il mix di giapponese e inglese con cui i tre personaggi si palleggiano i dialoghi, mentre gli altri spettatori rischiano di farsi due palle cubiche, almeno fino al momento in cui gli altri sette killer presenti nel locale (anche loro in attesa della vittima) non decidono di scoprire le carte e profondersi nel più classico confronto tarantiniano a base di sparatorie e morti ammazzati. Gli spettatori con un minimo di sale in zucca, ovviamente, si saranno accorti dopo trenta secondi che i due killer al bancone altri non sono che Lupin e Jigen "travestiti", a caccia del tesoro custodito da uno svedese di nome Andersson (identico al personaggio di Hemingway), mentre la cameriera è Fujiko, che come al solito punta dritta all'obiettivo mentre gli altri sono impegnati a non farsi ammazzare.


Non vi rivelo il finale dell'episodio, anche perché rischierei di "spoilerarvi" il racconto di Hemingway se non l'avete mai letto; ciò detto, ovviamente il racconto del "vecchio Ernest" era una malinconica riflessione sull'incapacità dell'uomo di governare il proprio destino, sulla rassegnazione di fronte alla potenza della vita e della morte, mentre qui, nonostante i molti riferimenti anche letterali all'opera di partenza, ovviamente ci si sofferma su nozioni di fantastoria, complotti mondiali e cifrari da vendere alla CIA a prezzo esorbitante. Inoltre, veniamo a scoprire che, come cuoca, Fujiko fa schifo... ma che gliene frega, gnocca com'è? A proposito di aspetto, direi che in quanto ad animazioni in quest'episodio non ci si può lamentare, e il character design dei vari personaggi secondari (assieme ai travestimenti di Lupin, Jigen e Fujiko) non è spiacevole; molto carina la sequenza della sparatoria, con qualche sprazzo di sangue qua e là, e d'atmosfera l'incontro finale tra Fujiko e un rassegnato Andersson. Insomma, anche in questo caso nulla di indimenticabile o particolarmente esaltante, ma non siamo nemmeno lontanamente ai livelli de L'avventura italiana, continuo a ripeterlo. L'episodio della settimana prossima sarà ancora slegato dalla trama principale e personalmente ritengo sia controproducente aspettare così tanto (la puntata verrà divisa in due parti pare) per tornare a capire quale sia il legame tra Lupin, Holmes e Lily, ma purtroppo vuolsì così ai piani alti e io non posso fare altro che attendere e guardare. 


Ecco le altre puntate di Lupin III - Parte 6:

Episodio 0

Episodio 1

Episodio 2

Episodio 3

domenica 7 novembre 2021

Antlers - Spirito insaziabile (2021)

Purtroppo, per questioni di programmazioni e lentezza mia nello scrivere, rischiate di non trovarlo più in sala nel momento in cui uscirà questo post, ma se per miracolo dovesse esserci ancora, non mancate di andare a vedere Antlers - Spirito insaziabile (Antlers), diretto e co-sceneggiato dal regista Scott Cooper a partire dal racconto The Quiet Boy di Nick Antosca.


Trama: in una sperduta cittadina dell'Oregon, un'insegnante cerca di dare una mano a un suo studente solitario, schivo e terrorizzato, ma i segreti che il piccolo nasconde rischiano di mettere in pericolo tutti gli abitanti...


Quello di Nick Antosca è un nome che ormai gli appassionati di horror conoscono bene, soprattutto grazie alla bella serie antologica Channel Zero, che gli ha aperto perfino le porte di Netflix, dove troviamo l'autore con la terrificante (e schifosetta, ma molto affascinante) New Cherry Flavour. Non mi ritengo un'esperta di Antosca, assolutamente, ma il fil rouge delle sue opere è quello di ambientare storie horror particolarmente efferate e cupe all'interno di cittadine sperdute oppure quartieri ai margini delle grandi città importanti, coinvolgendo i protagonisti, di solito già non equilibratissimi di loro e fiaccati da traumi passati più o meno profondi, in vicende di notevole spietatezza che devono affrontare fondamentalmente da soli; molti di questi elementi si ritrovano anche in Antlers, uno degli horror "commerciali" più cupi usciti di recente, che non lascia granché spazio alla speranza. Anche in questo caso, abbiamo persone che vivono ai margini di piccoli paesi, nella fattispecie un bambino costretto ad affrontare un orrore enorme senza che nessuno lo noti o si preoccupi di aiutarlo, ché i figli dei drogati di solito diventano drogati anche loro, e di base insegnanti, polizia e assistenti sociali svogliati mica possono sporcarsi troppo le mani, per carità di Dio. Sono la solitudine del piccolo Lucas, il terrore che è costretto a sopportare ogni giorno, così come il disprezzo che gli viene tributato da coetanei e adulti, a fare paura e disgusto prima ancora che subentri l'elemento sovrannaturale, a schiacciare con un'atmosfera di pesantezza assoluta che porta il cuore a volare verso quel bambino scarno, dallo sguardo spaurito, e anche a risultare gli elementi vincenti di Antlers


Non che la parte horror non sia da togliersi il cappello. Antlers fa paura, ha delle sequenze degne della migliore delle favole nere, dosa i jump scare senza però frenarsi nel gore e nell'orrore, avvalendosi di effetti speciali validissimi e dello splendido design del mostro "titolare", protagonista di un confronto finale che, per una volta, non sa di essere umano vs bamboccetto posticcio ma è fotografato, montato e diretto alla perfezione. Tuttavia, difetti in questo film ce ne sono e nascono probabilmente da un metraggio che non si confà né allo stile di Antosca né alla natura di racconto breve di The Quiet Boy. Risulta assai sfilacciata, in particolare, la scrittura dei personaggi "di supporto" più importanti, come l'insegnante che si occupa di aiutare Lucas e il fratello sceriffo (Jesse Plemons non è mai stato così clueless, terribile), i quali, nonostante ci si impegni a dotarli di un background fatto di traumi familiari pesantissimi, non consentono mai allo spettatore di empatizzare con loro, così che le loro vicende risultano dei riempitivi messi giusto per allungare il metraggio e indeboliscono un po' una storia che dovrebbe invece colpire come un maglio. Nulla di troppo grave, né motivo per evitare di guardare il film, anche se personalmente avrei preferito un po' più di approfondimento sulla figura del Wendigo, che dopo quel capolavoro de L'insaziabile non ha più trovato un'altra pellicola che gli rendesse davvero giustizia.


Del regista e co-sceneggiatore Scott Cooper ho già parlato QUI. Keri Russell (Julia Meadows), Jesse Plemons (Paul Meadows), Graham Greene (Warren Stokes) e Rory Cochrane (Daniel Lecroy) li trovate invece ai rispettivi link.

Amy Madigan interpreta la Preside Ellen Booth. Americana, ha partecipato a film come Due volte nella vita, L'uomo dei sogni, Io e zio Buck, La metà oscura, The Hunt e a serie quali Chips, Criminal Minds, E.R. Medici in prima linea e Gray's Anatomy. Anche produttrice, ha 61 anni.


Se Antlers - Spirito insaziabile vi fosse piaciuto recuperate The Empty Man, The Wretched e The Badadook. ENJOY! 

venerdì 5 novembre 2021

I molti santi del New Jersey (2021)

E' uscito ieri in tutta Italia I molti santi del New Jersey (The Many Saints of Newark), "prequel" della meravigliosa serie TV I Soprano, diretto dal regista Alan Taylor.


Trama: il boss della mala Dickie Moltisanti si ritrova a dover affrontare pericolose invasioni di territorio e problemi di famiglia, nel periodo delle contestazioni razziali di fine anni '60...

I Soprano incarnano per me i bei tempi andati in cui, innanzitutto, le serie veramente belle potevano venire centellinate a episodi settimanali senza che gli importuni rompiscatole su Facebook le finissero nel giro di una giornata (prima o poi scoprirò come sia possibile guardare una serie di 27 puntate da un'ora nell'arco di un giorno, giuro.) sbrodolando giudizi non richiesti un secondo dopo aver finito l'ultimo episodio perché altrimenti perderebbero il treno della critica/apprezzamento mordi e fuggi, e poi un periodo più felice della mia vita in cui potevo permettermi il lusso di dire "oggi mi guardo UN'ORA di The Sopranos senza rottura di palle. Anzi, sai che c'è? Siccome mi ero persa l'episodio della settimana precedente me ne guardo ADDIRITTURA DUE di fila. Oh, sono usciti i DVD? Diamine, magari arrivo anche a TRE episodi, crepi l'avarizia". Ricordo bene la full immersion australiana in lingua originale, nell'attesa del gran finale dell'ultima serie, il dolore di vedere il mondo di Tony Soprano (per quanto squallido, per quanto criminale) andare in rovina assieme al boss di Newark, sempre più vecchio, bolso e stanco; ricordo benissimo i personaggi tragicomici che circondavano il protagonista, quel mix di trivialità e poesia che ha caratterizzato la serie fin dalla prima puntata, il linguaggio televisivo totalmente innovativo, l'immensa bravura di quel James Gandolfini grandioso e scomparso troppo presto, le risate per quei "fangool", "capogoll" e "pisciatoio" inseriti nell'inglese stentato, l'odio devastante per alcuni personaggi, nominalmente Ralph Cifaretto ed A.J., che avrei voluto vedere appesi per le palle dopo mezza puntata. Per me I Soprano è LA serie per eccellenza e, anche se purtroppo non faccio parte del novero di fortunati che riesce a riguardarla almeno una volta all'anno, è rimasta impressa indelebilmente nel mio cuore. Potete ben immaginare come mi sia sentita quando ha cominciato a circolare la notizia che avrebbero realizzato un prequel cinematografico, scritto da David Chase (che avrebbe anche dovuto dirigere ma ha lasciato il timone ad Alan Taylor, già regista di alcune puntate della serie), con un giovane Tony Soprano interpretato nientemeno che da Michael Gandolfini, figlio di James. Mentirei se dicessi che non mi sono scese due lacrime, una di nostalgica speranza e una di nostalgico terrore, sensazioni contrastanti che mi hanno accompagnata fino al giorno della visione. 


Ma allora com'è, alla fine, I molti santi del New Jersey? Intanto, bisogna dire che la presenza di Tony Soprano è marginale e, se speravate in una "origin story" del vostro boss preferito, rischiate di non ottenere proprio quel che desideravate. Ne I molti santi del New Jersey vengono piantati alcuni semi delle caratteristiche del Tony adulto, ma il protagonista della pellicola è suo "zio" Dickie Moltisanti, responsabile del giro di racket della famiglia Di Meo e modello di vita del giovane Tony, nonché padre di Chris Moltisanti; le vicende vengono spesso narrate dalla voce postuma di quest'ultimo, che offre una chiave di lettura decisamente parziale quando si tratta di Tony, evidentemente odiato e maledetto anche dall'inferno. Le peripezie di Dickie si snodano attraverso due tronconi principali, uno legato alla ribellione di un ex galoppino di colore spinto dalle lotte razziali a osare di più e cercare di prendersi una fetta dell'enorme torta criminale di Newark, l'altro alla relazione di Dickie con la sua goomar, nata nel sangue di un delitto imperdonabile che segnerà il protagonista in maniera indelebile, portandolo a cercare perdono nel reietto di famiglia, uno zio dimenticato e assurto al ruolo di "guru" in virtù del suo sereno distacco da tutti gli affari e i problemi della mafia. Se ciò che ho scritto vi ricorda qualcosa, di sicuro la parabola di Dickie è assai simile non solo a quella di Tony Soprano, mafioso atipico in cerca di una guida all'interno di una vita fatta di violenza, crimine, problemi familiari e sentimentali, ma anche a quella di mille altri mafiosi in altrettanti film di genere, ed è questo un po' il problema de I molti santi del New Jersey, ovvero la sua natura completamente anonima. Se non fosse per alcuni nomi importanti citati, il film di Alan Tayor potrebbe anche non far parte della saga de I Soprano e, se mi posso permettere, funge giusto da piccolo, insignificante tassello non necessario per capire l'opera creata da Chase. Peggio ancora, non ha la potenza necessaria per farsi ricordare per più di un paio di giorni oppure aspirare ad un posto importante all'interno della filmografia "di genere" e rischia di deludere non solo lo spettatore casuale (il quale, proprio per questo motivo, potrebbe però capire le vicende narrate anche senza avere visto la serie) ma anche e soprattutto i fan de I Soprano.


In tutto questo, io sono comunque riuscita non solo a farmi coinvolgere dalla storia di Dickie, per quanto banale, ma anche a commuovermi. La prima apparizione di Michael Gandolfini mi ha scioccata, ho dovuto abbassare lo sguardo e riprendermi un attimo prima di continuare a guardare il film, perché mi è parso di vedere lo spettro del mio adorato James sullo schermo, stesso sguardo, stesso sorriso, stessi atteggiamenti; si dice che il ragazzo non abbia mai guardato un episodio de I Soprano, posso anche crederci, ma se è davvero così la sua interpretazione del giovane Tony Soprano ha del miracoloso e sicuramente surclassa quella di Alessandro Nivola, non particolarmente impressionante nei panni di Dickie Moltisanti. Sul finale, poi, ho pianto senza ritegno e ho deciso di concludere la serata riguardando il primo episodio de I Soprano, giusto per trattenere ancora un po' nel cuore l'emozione data dall'ascolto di Woke Up This Morning sul passaggio di testimone che è il momento più bello di tutta la pellicola. Altro pregio del film, l'interpretazione di Vera Farmiga, nel ruolo di una Livia più giovane ma già preda di tutte quelle idiosincrasie che rendevano il personaggio odioso e terrificante nella serie originale; oltre alla sequenza in cui, finalmente, viene mostrato un episodio famigerato di cui si parlava in un episodio de I Soprano, val la pena sottolineare la bellezza tragicomica sia del ritorno a casa di Johnny Soprano (un Jon Bernthal sprecato, sarebbe stato molto interessante vedere in che modo Johnny è passato da capo mafia a "little nub" vessato da Livia, ma purtroppo il film si concentra su Dickie) sia del confronto tra Livia e Tony, concluso col solito "OH, POOR YOU!" da applauso della maledetta donnaccia. Interessanti e calzantissime, infine, le interpretazioni di Corey Stoll nei panni del viscido Junior e quelle di Billy Magnussen e John Magaro, perfetti nei panni di Paulie e Silvio nonostante lo scarso minutaggio. Preso per quel che è, ovvero senza troppe speranze né pretese, io credo che I molti santi del New Jersey sia un bel tuffo nel passato e un film piacevolissimo da guardare; nessuno ci toglierà mai I Soprano, nessuno potrà mai ridimensionarne il ruolo avuto nel cambiare le serie televisive, nessuno dimenticherà Gandolfini in favore del figlio, quindi sarebbe sciocco urlare al vilipendio e, anzi, magari il film di Taylor spingerà nuove generazioni a recuperare I Soprano, e questa è cosa buona e giustissima! 


Del regista Alan Taylor ho già parlato QUI. Alessandro Nivola (Dickie Moltisanti), Leslie Odom Jr. (Harold McBrayer), Vera Farmiga (Livia Soprano), Jon Bernthal (Johnny Soprano), Corey Stoll (Junior Soprano), Ray Liotta ("Hollywood Dick" Moltisanti/Salvatore "Sally" Moltisanti), Billy Magnussen (Paulie Walnuts), John Magaro (Silvio Dante) e Michael Imperioli (Christopher Moltisanti) li trovate invece ai rispettivi link. 


Michael Gandolfini
, che interpreta Tony Soprano da ragazzo, è ovviamente figlio del compianto James ed è già comparso in piccole parti in film come Ocean's 8 e Cherry - L'innocenza perduta. Secondo me I molti santi del New Jersey è godibile anche se non avete mai visto I Soprano ma fatevi un favore: recuperate una delle serie più belle di sempre, se ancora non avete avuto modo di farlo. ENJOY!

mercoledì 3 novembre 2021

Freaks Out (2021)

Il film da vedere assolutamente nel weekend è stato Freaks Out, diretto e co-sceneggiato dal regista Gabriele Mainetti. Se non avete voglia di leggere tutto il post, sappiate solo che Freaks Out è un film splendido, che dovete assolutamente andare a vedere al cinema (vi prego, per una volta, non aspettate di averlo in streaming o, peggio ancora, di scaricarlo da qualche sito. Sostenete il BEL cinema italiano, altrimenti non usciranno mai più film simili e dovremmo accontentarci solo ed esclusivamente della merda con Fabio Volo) e portarlo nel cuore per un bel pezzo. Ciò detto, se avete ancora voglia di leggere, spenderei altre due parole in suo onore!


Trama: durante l'occupazione tedesca, nel corso della seconda guerra mondiale, un gruppo di freaks si mette alla ricerca del proprietario del loro circo, l'ebreo Israel, improvvisamente scomparso.


Gabriele Mainetti
lo aspettavamo tutti al varco. Sei anni fa aveva folgorato la maggior parte di noi spettatori con quello spettacolo di Lo chiamavano Jeeg Robot, uno dei film "di supereroi" più bello e originale mai girato, e probabilmente sempre la maggior parte di noi avrebbe scommesso che la pellicola successiva del regista sarebbe stato un sequel delle vicende di Enzo, invece Mainetti ha mostrato a tutti un bel dito medio e, pur tenendosi stretto Santamaria, ha cambiato completamente registro, stupendo il pubblico ancora una volta. Completamente, forse, è una parola grossa. Freaks Out, già dal titolo, è un'altra bellissima storia di reietti con poteri che li rendono mostruosi, che siano buoni, cattivi oppure in equilibrio su quella grigia linea di confine tracciata dalla guerra, dove tutti, alla fine, perdono e si sporcano le mani di sangue. La Roma di Mainetti brulica di mostri i cui destini si incrociano all'interno di una trama che sembra un mix tra una fiaba, un film dell'orrore e un volumetto di X-Men, con un cuore di coming of age che vede protagonista la giovane, innocente Matilde, ragazza dotata di incontrollabili poteri elettrici e pirocinetici. Come la Rogue degli X-Men, Matilde non può venire toccata, non può vivere un'esistenza normale senza rischiare di uccidere le persone, e come Enzo sceglie dunque di non fare nulla, di passare giorni felici facendosi coccolare da Israel e dalla sua famiglia di freaks, almeno finché la realtà non le piomba addosso in tutto il suo orrore, recante le insegne del Reich e le fattezze di Franz, padrone del circo più sfarzoso di Roma. Franz è a sua volta fratello spirituale dello Zingaro, un altro "bambino" disadattato e arrogante a cui vengono dati dei "giocattoli" per tenerlo tranquillo e dargli un'illusione di importanza, mentre i grandi si occupano delle cose serie; peggio ancora, in una realtà dove l'unica cosa che conta è la perfezione della razza ariana, Franz porta addosso la vergogna di un difetto fisico che, per quanto trascurabile, lo rende comunque un mostro, inutile alla causa del Reich, ed è questa consapevolezza a bruciargli dentro come un veleno e a renderlo ancora più abominevole, irremovibile nella sua ferma volontà di donare a Hitler un esercito di superesseri con lui a capo.


Questi due animi disperati arriveranno a scontrarsi, cambiando il destino di "mostri" ed esseri umani "normali", toccando una delle pagine più nere della storia mondiale che, in Freaks Out, viene trattata sì con piglio poetico e fantasioso (qualcuno ha citato La vita è bella, a mio avviso a sproposito, ma capisco cosa spinge le persone ad accomunare le due opere), ma anche assai crudo e realistico, a volte anche triviale; una delle sequenze che ho preferito, in tal senso, è quella dell'incontro/scontro tra Matilde e i partigiani capitanati dal Gobbo, il quale giustamente pensa da uomo di guerra, in termini di vita o morte, e non riesce minimamente a tollerare che una ragazza col potenziale bellico di Matilde possa passare il tempo a piangere e rifiutare i propri poteri. Il durissimo confronto tra il Gobbo e Matilde fa male a livello mentale ma anche fisico, perché è di una violenza incredibile, e cancella con un colpo di spugna tutte le giustificazioni di una ragazzina traumatizzata, che rifiuta  la realtà che la circonda e, così facendo, rischia di perdere ancora una volta tutto ciò che potrebbe salvarla e mantenerla umana; è bello come alla pietà verso Matilde si mescoli la costante voglia di scrollarla e darle una svegliata, è bello come tutti i personaggi di Freaks Out, persino alcuni dei cattivi, siano connotati con delle piccole pennellate del colore opposto, che talvolta portano a provare un po' di schifo verso chi dovrebbe essere buono oppure inaspettati picchi di empatia verso chi dovrebbe di regola morire malissimo. E' indice di una ricchezza di scrittura e di una complessità che raramente si trovano non solo nei film italiani, ma anche nelle ben più blasonate produzioni americane, magari Marvel, peraltro più volte citate per motivi che non vi spoilero.


Rimanendo in tema di mega produzioni, difficilmente riuscirete a vedere, quest'anno, un film italiano dello stesso respiro internazionale di Freaks Out. Guardandolo, mi sono venuti spesso in mente i russi e i cinesi che "vojono fa' gli americani" e, di solito, nonostante il dispendio di soldi e mezzi, tirano fuori gli stessi effetti speciali posticci di un costoso videogioco, mentre durante la visione dell'ultimo film di Mainetti mai mi è venuta voglia di strapparmi gli occhi, neppure una volta, né davanti agli effetti speciali più contenuti né davanti a quelli più spettacolari ed "arroganti". Sarà che, par banale dirlo, ma l'effetto speciale più grande di Freaks Out sono gli attori? Ora, voi lo sapete quanto mi sono invisi gli interpreti nostrani, ma evidentemente Mainetti riesce a tirare fuori il meglio da chiunque, dai semi- esordienti come la dolcissima, commovente Aurora Giovinazzo (ho 40 anni, ragazzi. Mi sono ritrovata con gli occhi a stellina davanti a ogni accenno di romance tra Matilde e lo spassosissimo Cencio di Pietro Castellitto, altro attore valorizzato benissimo) a un habitué delle cretinate televisive come Giorgio Tirabassi, altro che mi ha spezzato il cuore a più riprese, per non parlare ovviamente del sempre meraviglioso Santamaria e dell'esageratissimo Franz Rogowski, a cui probabilmente è stato regalato il ruolo della vita. Altra cosa con cui Mainetti mi aveva già "comprata" ai tempi di Lo chiamavano Jeeg Robot è poi  la sua ferma volontà di abbracciare una violenza al limite dell'horror (è sempre una gioia enorme vedere fasci e nazisti che muoiono malissimo) senza nascondersi dietro a un dito e mantenendo comunque una certa dose di eleganza nella messa in scena (fotografia e montaggio sono splendidi, non sto nemmeno a dirvelo),  per non parlare del gusto con cui sceglie i pezzi della colonna sonora; qui, per esempio, ci sono un paio di inaspettati brani che non vi spoilero, utilizzati in maniera davvero particolare e riprodotti con un'esecuzione da brividi. Insomma, io non so più come convincervi del fatto che Freaks Out è una meraviglia e che dovete correre a vederlo, spargendo poi il verbo. Dal canto mio, aspetto con ansia un bluray e, ovviamente, il prossimo film di Mainetti!


Del regista e co-sceneggiatore Gabriele Mainetti ho già parlato QUI mentre Claudio Santamaria, che interpreta Fulvio, lo trovate QUA.

Pietro Castellitto interpreta Cencio. Figlio di Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini, ha partecipato a film come Non ti muovere, La profezia dell'armadillo, I predatori e a serie quali Speravo de morì prima. Anche regista e sceneggiatore, ha 29 anni e un film in uscita. 


Giorgio Tirabassi
interpreta Israel. Nato a Roma, ha partecipato a film come Boris - Il film e a serie quali Distretto di polizia e Boris. Anche regista e sceneggiatore, ha 61 anni e due film in uscita. 


Se Freaks Out vi fosse piaciuto non avete che da recuperare Lo chiamavano Jeeg Robot, se non lo avete mai visto! ENJOY!

martedì 2 novembre 2021

The Power (2021)

La piattaforma Shudder continua a sfornare contenuti originali interessanti. Oggi parliamo di The Power, scritto e diretto dalla regista Corinna Faith.


Trama: Inghilterra, anni '70. Una giovane infermiera è costretta a fare il turno di notte in un ospedale fatiscente, proprio durante uno dei blackout imposti dal governo...


Quant'è bella l'ignoranza. Non avevo assolutamente idea che nel 1974 in Inghilterra esistesse la cosiddetta Three-Day Week, durante la quale le attività commerciali non necessarie erano costrette a limitare l'utilizzo di corrente elettrica, con orari ridotti, a tre giorni consecutivi. La cosa, un espediente governativo per arginare le conseguenze delle giuste proteste dei minatori, è andata avanti per mesi causando indubbi disagi soprattutto alle parti più povere della popolazione, ed è proprio qui che The Power affonda le sue radici, senza limitarsi a sfruttare solo l'aspetto horror derivante da una simile situazione. La storia della giovane infermiera Val ha infatti a che fare col "power" in tutto e per tutto; in primis con la mancanza di corrente, questo è vero, ma anche col potere di decidere del futuro di chi è nato povero ed orfano, col potere di mettere a tacere chi viene visto come inferiore, col potere del "maschio" importante (ma talvolta anche della "femmina", per quanto il suo potere sia limitato, sempre dipendente da un superiore di sesso maschile) o semplicemente violento. La situazione presente di Val è interamente sottomessa al potere di altri e per riuscire a portare a casa la pagnotta la ragazza deve rimanere zitta e buona e subire l'ingiusta punizione della capoinfermiera, che alla fine del primo giorno di lavoro la costringe a fare il turno di notte in un ospedale prossimo a venire abbandonato, proprio durante i blackout di cui sopra. Solo il reparto neonatale e la terapia intensiva, in quanto fondamentali, hanno diritto a mantenere un minimo di elettricità, ma purtroppo per Val la mancanza di corrente non è l'unico problema dell'edificio, che nasconde una presenza oscura e anche troppo interessata alla neoassunta. 


The Power
comincia così come il classico film a base di edifici infestati e creature decise a trascinare i malcapitati nel buio da cui provengono ma, come già successo per il titolo, sotto la superficie si nasconde qualcosa di più. Corinna Faith è alla sua seconda opera e qualcosa della pellicola, soprattutto a livello di sceneggiatura, andrebbe indubbiamente limato, tuttavia la storia di Val ci coinvolge attraverso cambiamenti di prospettiva sempre più evidenti e attraverso le lente rivelazioni legate non solo al passato dell'ospedale, ma anche della stessa protagonista, una persona che, nonostante esperienze decisamente infelici, non ha mai smesso di adoperarsi per il bene degli altri. A livello di horror The Power è abbastanza inquietante e riesce a non adagiarsi troppo sui topoi tipici del genere; centellina gli spaventi, agghiaccia con un paio di esplosioni di violenza ben mirate, e a volte gioca anche la carta della sequenza allucinata, interamente sorretta dal montaggio, inoltre la regista ha una buona mano per le scene e i luoghi oscuri e, in generale, l'idea di avere dei bambini "malvagi" in ballo è sempre valida. Nel caso The Power venisse distribuito anche in Italia il mio consiglio è dunque quello di dargli un'occhiata!

Corinna Faith è la regista e sceneggiatrice della pellicola. Inglese, anche produttrice, in precedenza ha diretto il film Ashes




lunedì 1 novembre 2021

Il Bollodromo #76: Lupin III - Parte 6 - Episodio 3

Anche in periodo di Halloween è uscito l'episodio settimanale di Lupin III - Parte 6, per quanto non a tema. Pronti per 大陸横断鉄道(嘘)の冒険 - L'avventura sulla (falsa) ferrovia transcontinentale? ENJOY!


Come previsto, l'episodio di questa settimana, così come quello della prossima, è stato un filler privo di attinenza con la trama principale. Lupin e soci decidono, per tenersi lontani da Holmes, di derubare un riccastro col pallino dei treni, che è riuscito a farsi costruire all'interno dell'immensa tenuta nientemeno che una ferrovia transcontinentale in miniatura, con tanto di Rocky Mountains e Golden Gate Bridge lungo il percorso. Obiettivo della banda è il primo biglietto ferroviario emesso nella storia, contenuto in un'inquietantissima stanza piena di cassaforti coi baffi (true story). Per penetrare all'interno della tenuta, Lupin si finge dignitario della solita nazione inventata alla bisogna, con Jigen e Goemon nel ruolo di organizzatori della parata per accoglierlo. Fujiko, dal canto suo, interpreta come sempre la segretaria del riccastro di turno, e viene pesantemente concupita da due ragazzotti, nipoti di un pezzo grosso della polizia americana giunto nella tenuta assieme a Zenigata, assolutamente convinto, a ragione, che Lupin stia per tentare il colpaccio proprio lì.


La trama dell'episodio non è nulla di che, un tipico colpo funestato da personaggi che non sono quello che sembrano, gente che vuole far la pelle a Lupin e soci (addirittura tentando di ghigliottinare la povera Fujiko) e inseguimenti vari, ma di sicuro il ritmo non manca e, nonostante buona parte delle animazioni e dei disegni siano orribili, L'avventura sulla (falsa) ferrovia transcontinentale è molto divertente, soprattutto grazie alla strana coppia Jigen/Goemon. Picco della puntata, infatti, sono un paio di siparietti che li vedono prima gabbare Zenigata e poi inseguire in tandem chi vorrebbe far la pelle a Lupin, regalando alcuni dialoghi esilaranti (Goemon: "Ma perché usiamo il tandem?" Jigen: "Perché qui è vietato entrare in macchina" Goemon: "E noi dovremmo seguire la regola perché...?"); va detto che la pedanteria con cui Jigen segue le regole pur essendo ladro viene compensata con un finale in cui il pistolero dà letteralmente il meglio di sé, confermandosi badass di prim'ordine, fino a zittire, giustamente, i due giovinastri irrispettosi che gli davano dello "zio" con un solo colpo di pistola e uno sguardo. Come si fa a non amare quest'uomo? Stavolta, cari miei realizzatori amanti dei filler, è andata bene, la prossima non so davvero, nonostante il nome famoso di Mamoru Oshii alla firma della puntata, che dalle anticipazioni mi ha convinta poco. 


Ecco le altre puntate di Lupin III - Parte 6:

Episodio 0

Episodio 1

Episodio 2

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