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domenica 6 gennaio 2019

Il ritorno di Mary Poppins (2018)

Prima di Natale sono andata a vedere Il ritorno di Mary Poppins (Mary Poppins Returns), diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Rob Marshall e tratto dai romanzi di P. L. Travers.


Trama: Nel pieno della crisi economica, Mary Poppins torna ad aiutare i piccoli Banks, ormai cresciuti, e i tre figli di Michael, rimasti orfani di madre.



Chi mi conosce sa che Mary Poppins non è mai stato il mio film Disney preferito ma trattasi comunque di caposaldo della Casa del Topo; inevitabile, quindi, correre al cinema a vedere quello che è, a tutti gli effetti, un sequel del film del 1964. Abbiamo, infatti, gli stessi protagonisti, solo cresciuti o invecchiati (salvo la sempre "perfetta sotto ogni punto di vista" Mary Poppins), oppure qualche passaggio di testimone, come quello tra lo spazzacamino Bert ormai in giro per il mondo e l'acciarino Jack; abbiamo persino la stessa identica struttura, cosa che fa de Il ritorno di Mary Poppins non solo un sequel ma anche un remake aggiornato. Chi conosce un minimo Mary Poppins, infatti, ha di che sorridere. La trama è fondamentalmente la stessa fin dal 1964, con la tata volante che arriva a salvare non tanto i piccoli Banks, quanto piuttosto il padre, un Michael che sembra avere dimenticato l'infanzia passata assieme a Mary ed è diventato disilluso e cupo come il suo genitore. Ciò, ovviamente, si ripercuote sui tre figli, addolorati quanto lui per la scomparsa dell'amata mamma e costretti a crescere come un bambino non dovrebbe mai fare, con l'aggravante di aver per genitore un ex artista svanito che, a furia di dimenticarsi le cose, è persino riuscito a non pagare le ultime tre rate di un prestito chiesto alla banca e a farsi pignorare casa. A Mary Poppins, apparentemente, questa situazione familiare terrificante pare non importare e tutto ciò che fa assieme ai piccoli Banks sembra campato in aria mentre in realtà quello intrapreso dalla tata è un ragionato percorso di crescita e risoluzione di tutti i problemi affettivi ed economici che affliggono la sfortunata famiglia. C'è da dire che, rispetto al passato, il carisma distribuito all'interno della famiglia Banks si è trasferito dai genitori ai figli: tanto erano clueless e dimenticabili i pargoli di George Banks (per contro dotato di una classe e di un fascino tutto british capace di rivaleggiare con quelli di Mary Poppins) tanto i figli di Michael sono carini e intraprendenti, mentre il papà fa la figura del tonno che non si sa bene come sia capitato nella storia e lo stesso vale per la sorella Jane, fotocopia sputata della mamma, un terribile mix di impegno sociale e leziosità.


Si diceva, per l'appunto, di come la struttura del film del 1964 sia stata rispettata, anche troppo. Come nel Mary Poppins originale, anche qui abbiamo un paio di scorribande oniriche di cui una a cartoni animati (splendida perché, tra l'altro, oltre a non ricorrere all'animazione digitale ripropone per un buon 50% il character design dei cartoni del vecchio film, mentre il resto degli animaletti somigliano molto a quelli di Zootropolis) e l'altra, molto meno riuscita, subacquea; c'è la visita ad un parente matto di Mary Poppins, nella fattispecie una folle Meryl Streep con l'accento russo; c'è il balletto degli acciarini laddove in Mary Poppins c'era quello degli spazzacamini, accompagnato da una canzone che, imperniata com'è sul rhyming slang cockney (anche se pare sia stato creato un leery speak apposta per il film), sarebbe forse meglio ascoltata in originale; c'è, infine, il conflitto con la rigida realtà di banche ed avvocati, per non parlare di tutti i piccoli e grandi omaggi a Mary Poppins, tra citazioni e graditi ritorni (sapete che Dick Van Dyke sa ancora ballare? E quant'è bella la Lansbury, che all'epoca era stata "scalzata" da Julie Andrews?). Insomma, una cosa certa de Il ritorno di Mary Poppins è che non tradisce lo spirito dell'originale e non "rovina infanzie" a nessuno perché credo di non avere mai visto nulla di così rispettoso, anzi. Un pregio del film di Marshall è la sua capacità di rinfrescare il materiale di partenza soprattutto a livello visivo, giacché le coreografie, le scenografie e soprattutto i costumi di Sandy Powell sono spettacolari (quelli all'interno della sequenza animata sono fatti in modo tale da sembrare disegnati. E non mi sembrava un effetto speciale quanto proprio un particolare pattern della stoffa), e di non far rimpiangere un'icona come Julie Andrews grazie ad una Emily Blunt spocchiosa ma delicata ed adorabile quanto l'originale. Purtroppo, Lin-Manuel Miranda non è degno di lucidar le scarpe a Van Dyke, così come Ben Whishaw sta a David Tomlinson come Muccino sta a Kubrick, e le canzoni non sono nulla di particolarmente memorabile ma lo stesso Il ritorno di Mary Poppins è stata una visione assai gradita e perfetta per le festività natalizie. Tranquilli, fedeli fan Disney, ché le bestemmie vere arriveranno con Dumbo, Aladdin e Il re leone!


Del regista e co-sceneggiatore Rob Marshall ho già parlato QUI. Emily Blunt (Mary Poppins), Ben Whishaw (Michael Banks), Emily Mortimer (Jane Banks), Julie Walters (Ellen), Meryl Streep (Cugina Topsy), Colin Firth (Wilkins/Lupo), Dick Van Dyke (Mr. Dawes Jr), Angela Lansbury (Signora dei palloncini), David Warner (Ammiraglio Boom) e Chris O'Dowd (voce di Shamus il cocchiere) li trovate invece ai rispettivi link.

Mark Addy è la voce originale del cavallo Clyde. Inglese, ha partecipato a film come Full Monty, I Flintstones in Viva Rock Vegas, Il giro del mondo in 80 giorni e a serie quali Il trono di spade e Doctor Who. Ha 54 anni e un film in uscita. 


Julie Andrews ha rifiutato il ruolo di Signora dei palloncini onde evitare di rubare la scena ad Emily Blunt ma nel film compare però Karen Dotrice, la Jane Banks originale, qui nei panni di una "signora elegante". Ovviamente, se il film vi fosse piaciuto recuperate Mary Poppins e Pomi d'ottone e manici di scopa. ENJOY!


martedì 11 dicembre 2018

Il Grinch (2018)

Sotto le feste, potevo non andare a vedere Il Grinch (The Grinch), diretto dai registi Yarrow Cheney e Scott Mosier e tratto dal libro omonimo del Dr. Suess?


Trama: dopo una vita all'insegna dell'odio e dell'isolamento, il Grinch decide di rubare il Natale agli abitanti di Chissà.


Alzi la mano chi, sotto Natale, non si sente un po' Grinch, soprattutto quando i panettoni cominciano ad apparire nei negozi già a metà novembre. Non so a voi ma a me sale un'ansia spaventosa e solo dopo l'8 dicembre comincio ad apprezzare l'atmosfera natalizia. Non oso immaginare quindi come dev'essere la vita del Grinch, costretto 365 giorni all'anno a vivere in un paese che ha fatto del Natale la sua ragione di vita, nemmeno stessimo parlando della Christmas Town di The Nightmare Before Christmas. Certo, il Grinch cinematografico un motivo per odiare la tanto osannata festività ce l'ha, sia che si tratti di un cartone animato doppiato da Benedict Cumberbatch/Alessandro Gassman, sia che si tratti di un Jim Carrey ricoperto di pelo verde: in questo caso, abbiamo un povero bambino abbandonato in un orfanotrofio mentre tutti festeggiano, invece nel vecchio live action diretto da Ron Howard avevamo una sorta di "apologia" del diverso e la trama si snodava sull'aspetto inconsueto del Grinch, che qui non viene sottolineato nemmeno una volta. Gli abitanti della vecchia Chinonso (qui ribattezzata Chissà) erano una manica di maledetti materialisti e il Grinch ne aveva ben donde a odiarli ma il cartone animato prodotto dalla Illumination non si apre mai a questa possibilità e offre al pubblico composto da grandi e piccini una città da sogno, dove tutti sono lieti nonostante i mille problemi quotidiani, ognuno è amichevole l'un con l'altro senza ipocrisie (persino col Grinch, che qui non viene visto come il demonio ma come una persona eccentrica) e il Natale è decisamente una bella festa. Il Grinch, in tutto questo, risulta quasi irrazionalmente malvagio, condannato all'isolamento da un singolo trauma infantile che tuttavia non gli impedisce di esercitare il suo fascino sul cagnolino Max, vero mattatore del film, e sulla new entry Fred l'alce i quali, forse in virtù del loro essere bestiole, capiscono in profondità il vero animo del Grinch; aggiungendo la simpatica Cindy Lou, molto migliore di quell'orrore zuccheroso del 2000, mocciosetta assai simile alle tre canagliette che attorniano Gru in Cattivissimo me, il lieto fine è quasi scontato anche se io avrei gradito una svolta "lllove" che purtroppo non c'è stata.


L'approccio degli sceneggiatori Michael LeSieur e Tommy Swerdlow al materiale originale del Dr. Suess è dunque classico che più non si può, si limita a qualche aggiunta divertente qui e là (il "migliore amico" del Grinch è simpatico ma la capretta belante è semplicemente esilarante) e alla decisione di rendere il Grinch ancora più geniale ed inventivo del solito fin dall'inizio, col risultato che questa nuova versione dell'amatissimo racconto punta maggiormente sulle invenzioni visive e su un'animazione eccelsa. Soprattutto, a lasciare a bocca aperta è la bellezza incredibile di Chissà, un trionfo di neve, casette decorate, negozietti che alla bisogna si aprono e richiudono cambiando forma, luci natalizie e tutto ciò che rischia di far scoppiare il cuore nel petto anche di chi non va matto per il Natale; esistesse una città così ci andrei a vivere, tutta bianca e luminosa com'è, con piccoli uccellini che sciano per i pendii innevati e mezzi di trasporto da sogno anche nella loro "normalità" quotidiana. A proposito di mezzi di trasporto e strumenti meccanici in generale, come ho scritto più su il Grinch della Illumination è assai simile a Gru non solo per gli atteggiamenti (confrontate la scena iniziale di Cattivissimo me con quella de Il Grinch, vi sfido a scovare le differenze) ma anche per le "armi" di cui è dotato, per le comodità casalinghe costruite all'interno del tipico antro da villain isolato e ricco da far schifo (c'è persino un lunghissimo tavolo da pranzo oltre all'immancabile organo), per i mezzi tecnologici sfruttati al fine di portare a termine la sua malvagia impresa. Insomma, un vero genio del male, un tesoro di Chi Sa al quale bisognerebbe semplicemente dare un'occasione per fargli rendere Chissà ancora più bella, e un film gradevolissimo come antipasto delle Feste. Unica pecca: le maledette canzoni rap di Tyler the Creator che stanno alla meravigliosa ed evocativa colonna sonora di Danny Elfman (nonché alla splendida God Rest Ye Merry Gentlemen dei Pentatonix) come i cavoli a merenda.


Del co-regista Yarrow Cheney ho già parlato QUI. Benedict Cumberbatch (voce originale del Grinch) e Angela Lansbury (sindaco McGerkle) li trovate invece ai rispettivi link.

Scott Mosier è il co-regista della pellicola. Americano, è conosciuto principalmente come produttore dei film di Kevin Smith ed è al suo primo film come regista. Anche sceneggiatore e attore, ha 47 anni.


Il film è preceduto da un delizioso corto dei Minions in versione Ali della libertà, dinamico e divertente. Nella versione originale, Brad Dourif è stato rimpiazzato da Pharrel Williams come narratore, il che mi perplime notevolmente. Se Il Grinch vi fosse piaciuto recuperate Come il Grinch rubò il Natale di Chuck Jones e il pluricitato Il Grinch del 2000. ENJOY!


domenica 29 maggio 2016

Pomi d'ottone e manici di scopa (1971)

Non lo vedevo da decenni ma qualche sera fa mi è capitato di recuperare in TV Pomi d’ottone e manici di scopa (Bedknobs and Broomsticks), diretto nel 1961 dal regista Robert Stevenson e tratto dai romanzi Il magico pomo d'ottone, ovvero come diventare una strega in dieci facili lezioni e Falò e manici di scopa di Mary Norton.


Trama: negli anni della seconda guerra mondiale un’aspirante strega si ritrova costretta ad ospitare tre orfani proprio quando la sua istruzione magica per corrispondenza ha raggiunto un punto morto. Decisa a recuperare l’ultimo incantesimo mancante, il più importante, la donna si dirige a Londra, in cerca del suo insegnante…



Sono innumerevoli i film che ho visto e stravisto nel corso della mia infanzia ma purtroppo Pomi d’ottone e manici di scopa non è uno di questi; a differenza di Mary Poppins, Elliot il drago invisibile e persino La Gnomo-mobile o Darby O’Gill e il re dei folletti, visti perlomeno una decina di volte e recuperati anche in età più “avanzata”, Pomi d’ottone e manici di scopa non ha avuto l’onore di fissarsi nella mia memoria di bambina né di diventare in qualche modo un cult. E pensare che già solo la presenza di Angela Lansbury e dell’orrendo animatronic di un gatto nero avrebbe dovuto proiettarlo nell’empireo del mito, invece anche guardandolo pochi giorni addietro non è scattata la scintilla, nonostante mi sia scesa la lacrima ascoltando la canzone Portobello Road e l’ammirazione per la Lansbury e le sue mise surreali sia salita a tremila. Il problema del film, secondo il mio umilissimo parere, è la stretta sorellanza con Mary Poppins, di cui pare quasi una pallida imitazione, sorellanza dovuta ad un sacco di vicissitudini produttive di cui parlerò nelle note finali. Di base, lo schema seguito dai due film è più o meno lo stesso: bambini disagiati incontrano una signora dotata di poteri magici, assieme a lei vivono parecchie avventure (anche in universi a disegni animati) e vengono affiancati da una figura maschile sopra le righe, un po’ cialtrona ma fondamentalmente dal cuore buono. La differenza sostanziale tra le due protagoniste è che mentre Mary Poppins era “perfetta praticamente in tutto”, Miss Price è una pasticciona senza speranza, dotata della memoria di un criceto e per questo infinitamente più simpatica della tata volante, inoltre la sua missione non si limita a salvare i bambini e le loro famiglie da incomprensioni e superlavoro, bensì a contrastare i tedeschi intenzionati ad invadere i pacifici paesini inglesi, come preannunciato nei bellissimi titoli di testa. In virtù di queste differenze, Pomi d’ottone e manici di scopa risulta forse più vario e dinamico per quel che riguarda le ambientazioni e l’”azione” nel senso più vero del termine (si pensi anche solo alla scena finale con le armature e, in generale, ai pericoli ai quali vanno incontro i protagonisti), tuttavia il tempo lo ha fiaccato con non poche lungaggini, tanto che ho faticato ad arrivare alla fine.


I numeri musicali sono, a mio avviso, ciò che distrugge Pomi d’ottone e manici di scopa. Salvo la già citata Portobello Road, un trionfo di multi etnicità e nostalgia di un tempo che non tornerà mai più, e la simpatica Che bello ballonzolar, le altre canzoni non sono nulla di che e lo stesso vale per le coreografie che le accompagnano (se e quando le accompagnano, ovviamente). Abbastanza debole è anche la parte animata, composta da un balletto sottomarino e, ahimé, da un’infinita partita a calcio tra animali della foresta che diverte giusto il primo minuto e che mi sono ritrovata ad apprezzare soprattutto per il character design, identico a quello dell’adorato Robin Hood, con un Leonida/Principe Giovanni capellone ma scemo ed incazzoso quanto il re fasullo d’Inghilterra. Molto belle ancora oggi sono invece le scenografie, non a caso premiate all’epoca con l’Oscar, che mescolano pregevoli ricostruzioni in studio a location realmente esistenti e molto affascinanti, come per esempio Corfe Castle, nel Dorset; fanno il paio, ovviamente, i costumi azzeccatissimi e terribilmente stilosi della Lansbury, il cui ingresso a bordo di una motoretta scoppiettante, tra sbuffi di zolfo giallastro, è probabilmente uno dei più belli della storia del cinema. Non a caso, lei e David Tomlin reggono da soli il film, nonostante la Lansbury non abbia gradito l’essere costretta a “frenarsi”, condizionata da uno storyboard rigidissimo che le impediva di improvvisare come avrebbe voluto; problemi di recitazione a parte, è indubbio che la coppia funzioni e che la guasconeria (sempre molto elegante, per carità!) di Tomlin lasci il segno quanto la malinconica e testarda rigidità del suo Mr. Banks, dimostrazione che l’attore inglese era davvero un caratterista versatile e meritevole di aver lasciato un segno nell’infanzia della maggior parte dei 30/40enni di oggi. Nonostante ciò, mi sento di consigliare un recupero di Pomi d’ottone e manici di scopa solo se lo avete adorato nel corso della vostra esistenza perché se, come me, avete avuto modo di vederlo solo da bambini, probabilmente rimarrete delusi!   



Del regista Robert Stevenson ho già parlato QUI. Angela Lansbury (Miss Price), David Tomlinson (Emelius) e Roddy McDowall (Mr. Jelk) li trovate invece ai rispettivi link.


Julie Andrews aveva rifiutato il ruolo di Miss Price salvo poi pentirsene quando era ormai troppo tardi, perché nel frattempo Angela Lansbury aveva già firmato il contratto; sempre rimanendo in ambito Mary Poppins, la canzone Che bello ballonzolar era stata scritta per quel film ma era stata tagliata e quindi recuperata per Pomi d'ottone e manici di scopa. Il motivo di tutta questa serie di "coincidenze" è presto spiegato: nei primi anni '60 la Disney aveva acquisito i diritti dei due libri di Mary Norton, proprio nello stesso periodo in cui era cominciata la realizzazione di Mary Poppins. Quando la Travers, come raccontato in Saving Mr. Banks, aveva deciso di mettere i bastoni tra le ruote a Walt Disney, col rischio tangibile che il film non venisse mai realizzato, alla Casa del Topo erano cominciati i lavori per Pomi d'ottone e manici di scopa, che sarebbe stato girato al posto di Mary Poppins, nel caso il vecchio Walt non fosse riuscito a convincere la Travers. A parte questo, nel 1996 è uscita una versione rimasterizzata del film, contenente due sequenze inedite oltre ad una canzone tagliata nelle versioni originali, che se non erro è stata mandata in onda su qualche canale digitale della RAI; se Pomi d'ottone e manici di scopa vi fosse piaciuto recuperatela e aggiungete il pluricitato Mary Poppins, Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato, Elliot,il drago invisibile. ENJOY!!!

martedì 3 gennaio 2012

La Bella e la Bestia (1991)

Alzi la mano chi, ieri sera, si trovava comodamente in poltrona a guardare La Bella e la Bestia (Beauty and the Beast) in televisione! Io c’ero, quindi ora vi beccate la recensione di questo capolavoro Disney del 1991, diretto dai registi Gary Trousdale e Kirk Wise.


Trama: Belle è una ragazza completamente fuori dal suo tempo, colta, coraggiosa e intelligente. Un giorno suo padre Maurice, inventore un po' svitato, si perde e finisce in uno sperduto castello, dove viene imprigionato dal padrone dello stesso, una Bestia. Per liberarlo, Belle promette di rimanere prigioniera al posto suo… e scoprirà che, al di là dell’aspetto orribile, la Bestia nasconde l’animo di un Principe.


Se dovessi stilare una classifica dei miei film Disney preferiti (magari per l’Epifania, eh!), La Bella e la Bestia sarebbe sicuramente al primo posto. L’avevo visto al cinema nel 1991 e, da allora, sono riuscita a consumare due videocassette prima e un DVD poi, perché tra i cartoni Disney “moderni”, e per moderni intendo pre-Pixar, è quello che incarna tutto ciò che amo in una storia e in un film. Innanzitutto, è gotico da morire, unisce una storia d’amore non convenzionale a momenti inquietanti e vagamente “horror”, è impreziosito da canzoni tra le più belle mai scritte e regala momenti di pura ilarità, introducendo personaggi indimenticabili. Inoltre, è realizzato benissimo, nonostante risenta un pochino del peso del tempo. Ma partiamo dalla storia, e dai personaggi.


Quello che mi piace de La Bella e la Bestia è la sua modernità, la rottura col passato, che farà da apripista a film meno conosciuti e “difficili”, come Il Gobbo di Notre Dame, Pocahontas e Mulan. A differenza delle principessine che l’hanno preceduta (e delle tre gallinelle bionde che fanno da “coro” nel corso della pellicola), infatti, Belle è una donna indipendente. Non aspetta il principe azzurro, qui crudelmente parodiato dal troglodita Gaston, lei starebbe bene anche senza, le basterebbe trovare un animo affine con cui poter parlare, cosa impossibile nel mediocre paesetto francese dove è costretta ad abitare. E ad una “principessa” così non convenzionale, non può che capitare un principe altrettanto strano: una Bestia, anzi LA Bestia. Punito da una fata per la sua incapacità di guardare oltre le apparenze, viene trasformato in un essere orribile e condannato a rimanere per sempre in quella forma se non riuscirà a mostrare il vero sé stesso ad una ragazza, ad essere amato per quello che è. La Bestia diventa così il primo principe Disney ad avere una personalità, proprio per questo. Non è l’infallibile belloccio che salva la donzella in pericolo, ma un capriccioso ed umorale ragazzino che, più si innamora di Belle, più diventa impacciato e timido, piacevole, come canterà poi la stessa protagonista (“non mi ero accorta che ora è incantevole”. E lo è davvero). Man mano che il film prosegue non importa più infatti che il principe sia stato trasformato in Bestia, perché è in questa forma che lo riconosciamo e amiamo… e che delusione, per una volta, l’happy ending che lo trasforma in banale essere umano!!


Però stavo dimenticando una cosa importantissima, ovvero il Castello della Bestia. In questo, più che in altri film Disney, i personaggi “di contorno” sono indispensabili e meravigliosi. Come non amare, infatti, tutti i domestici della Bestia, colpiti dalla stessa maledizione e condannati ad essere trasformati in oggetti? Il candelabro Lumière, l’orologio Tokins, la teiera Mrs. Brick, la tazzina Chicco e tutti gli altri sono deliziosi, pieni di personalità. La storia originale, gotica e cupa, non li prevedeva (nemmeno lo script originale del film), ma per fortuna gli sceneggiatori li hanno aggiunti o ci saremmo persi numeri musicali come la divertente Stia con noi, la dolcissima ninna-nanna La Bella e la Bestia oppure esilaranti sequenze come quella in cui gli oggetti si scagliano contro gli invasori, senza dimenticare le scaramucce tra il compassato Tokins e il viveur Lumière. E una storia che si rispetti non sarebbe tale senza i villain. Gaston è quello che la Bestia avrebbe potuto diventare se non fosse stato maledetto: gretto, egoista, cattivo e, soprattutto, vanesio. Innocuo, almeno all’inizio, quando le sue apparizioni ci fanno fare delle grasse risate, diventa sempre più crudele ed inquietante, arrivando al punto di aizzare la folla inferocita contro il Castello della Bestia nella magistrale sequenza che precede il finale, un trionfo di torce e forconi. Suo degno compare, in grado di smorzare un po’ i toni della “cattiveria” (siamo dopotutto in un film per bambini), è la spalla comica Letont, buffo ometto che da il via all’esilarante canzone celebrativa per Gaston, dove si magnifica, tra le altre cose, il fatto di essere ricoperto da un mare di peli. Apperò.


Si parlava, all’inizio, di momenti vagamente horror o gotici. Alcuni li ho citati en passant, ma bisogna dire che il film ne è costellato (e avrebbe potuto essere anche peggio, ma ne riparleremo alla fine). Il primo impatto del padre di Belle con il castello della Bestia mette i brividi, l’inquietante apparizione del direttore del manicomio richiama molto l’iconografia dei film della Hammer e anche la scelta finale della Bestia, convinto di essere stato abbandonato da Belle e quindi talmente disperato da decidere di morire per mano di un Gaston ormai più mostro che uomo, è decisamente inusuale per un cartone animato. A mantenere questa atmosfera gotica e sottolineare i momenti con più pathos ci pensa lo splendido score di Alan Menken, che rimane quasi più impresso delle canzoni, ma non solo. L’animazione, pur con tutti i suoi difetti, regala delle immagini di disperazione che neppure i più grandi attori riuscirebbero a mostrare: parlo del momento in cui Belle accetta di rimanere nel Castello e porta le mani al volto, accasciandosi affranta, o dell’attimo in cui la Bestia si accorge di aver sprecato la sua ultima possibilità di redimersi dalla maledizione. Nel momento che precede l’happy ending, poi, sfido chiunque a non mettersi a piangere con Belle, davanti a quel “io ti amo…” sussurrato e disperato.


Mi rendo conto di essermi dilungata anche troppo, ma restate sul post ancora un istante così parliamo della realizzazione. Come ho detto, l’animazione risente leggermente del peso degli anni, con qualche difettuccio che avevo già notato all’epoca (soprattutto nella sequenza iniziale, dove in campo lungo i personaggi risultano sproporzionati rispetto agli edifici), ma è poca cosa visto che in generale il film è visivamente splendido. Al di là del fatto che all’interno del Castello si possono riconoscere dipinti realmente esistenti, le scene più curate ed indimenticabili, in tal senso, sono l’intelligente prologo, raccontato attraverso disegni fissi che richiamano le vetrate delle cattedrali, il ballo ambientato nella splendida ed enorme sala creata con l’efficacissimo uso di una CG ancora ai suoi timidi esordi, il momento in cui Belle, penetrata nell’ala Ovest, scopre i cimeli del passato della Bestia assieme alla bellissima Rosa incantata, la cui luce racchiusa in una teca poco può contro le ombre della magione e la trasformazione finale della Bestia, avvolto da fumo vero, non da un semplice disegno. Tutti i personaggi sono tratteggiati con una delicatezza e un acume incredibili e nulla viene lasciato a caso, a partire dal colore che vestono i due protagonisti: avete mai notato che Belle è l’unica ad indossare l’azzurro e la Bestia l’unico a portare il blu, a sottolineare la loro unicità e la loro diversità rispetto a chi li circonda? E questo è solo uno dei mille dettagli che saltano all’occhio dopo mille visioni che, per inciso, non stancano mai. Non vi chiedo di ridurvi ai miei livelli, ma almeno una volta nella vita guardatelo. E se non siete ancora convinti, sappiate che l’unico in grado di strappargli l’Oscar come miglior film, quell’anno, è stato Il silenzio degli innocenti. Devo davvero aggiungere altro?

Gary Trousdale è uno dei registi della pellicola. Americano, ha diretto anche Il gobbo di Notre Dame e Atlantis: l’impero perduto. Anche sceneggiatore e doppiatore, ha 51 anni.


Kirk Wise è uno dei registi della pellicola. Americano, ha anche lui codiretto Il gobbo di Notre Dame e Atlantis: l’impero perduto. Anche sceneggiatore, produttore e doppiatore, ha 48 anni.


Angela Lansbury doppia in originale Mrs. Brick (alias Mrs. Potts). Meravigliosa attrice inglese che i più, ahimé, conoscono solo per la serie La signora in giallo, la ricordo per film come Va’ e uccidi, Il ritratto di Dorian Gray, Angoscia, Pomi d’ottone e manici di scopa, Assassinio sul Nilo, la versione TV di Sweeney Todd: the Demon Barber of Fleet Street, In compagnia dei lupi, Nanny McPhee – Tata Matilda e I pinguini di Mr. Popper. Ha inoltre doppiato La Bella e la Bestia: un magico Natale, Anastasia e partecipato a un episodio di Magnum P.I. Anche produttrice e cantante, ha 86 anni e un film in uscita.


Tra i doppiatori americani segnalo inoltre la presenza del ragazzino protagonista di Jumanji, Bradley Pierce, che presta la voce a Chicco (Chip, in inglese). Il personaggio in questione avrebbe dovuto avere una presenza assai più ridotta in favore di un altro oggetto, un carillon con una personalità assai simile a quella del nano Cucciolo; per fortuna l’idea è stata scartata, insieme a molte altre mai realizzate perché ritenute inadatte ad un pubblico infantile, come la visita di Gaston in manicomio, la Bestia che si trascina dietro una carcassa o il suicidio finale di Gaston, preannunciato dal riflesso di due teschi nelle pupille. Alcune sequenze tagliate però sono state recuperate per la riedizione del 2001, come la canzone Human Again, cantata da tutti gli oggetti, visibile anche nel DVD del 2002. Parlando di “scarti”, se mi passate il termine improprio, per il ruolo di Mrs. Brick si era pensato anche alla ex Mary Poppins Julie Andrews, mentre Patrick Steward ha dovuto rinunciare alla parte di Tokins perché già impegnato sul set della serie Star Trek: The Next Generation (anche se il personaggio era stato espressamente creato per John Cleese). Rupert Everett invece non ha passato l’audizione per il ruolo di Gaston perché giudicato “troppo poco arrogante”. Il film ha vinto due Oscar, uno per la miglior colonna sonora e uno per la miglior canzone originale, Beauty and the Beast, cantata durante i titoli di coda italiani da Gino Paoli e Amanda Sandrelli. Rimanendo in ambito musicale, il musical tratto dal film ha esordito a Broadway nel 1994 e gli spettacoli si sono conclusi solo nel 2007, mentre la versione italiana è arrivata poi nel 2009. Avendo ispirato persino un musical, non stupisce che siano stati tratti dei seguiti da La Bella e la Bestia, tutti usciti straight to video: La Bella e la Bestia: un magico Natale, Il mondo incantato di Belle (visti entrambi, molto deludenti!) e la serie Sing Me a Story With Belle, inedita in Italia. Evitate queste ultime sciocchezzuole, se vi fosse piaciuto il film, e cercate altri capolavori della "vecchia" Disney come La Sirenetta, Cenerentola, La bella addormentata nel bosco, Aladdin, Biancaneve e il più recente La principessa e il ranocchio. ENJOY!!

giovedì 22 aprile 2010

Sweeney Todd (2007)

Dopo la parentesi “Crocieristica” (tra parentesi, io scherzavo nello scorso post, ma mi hanno assicurato che mi trovavo davvero sulla nave dove hanno girato Natale in Crociera… volevo morire, giuro!!) la Bolla torna a parlare di cinema. Tra gli ultimi film visti, o in questo caso RIvisti spunta lo splendido ed inquietante Sweeney Todd (Sweeney Todd – The Demon Barber of Fleet Street), girato dal buon Tim Burton nel 2007 e tratto non tanto dalle varie e probabilmente anonime opere letterarie inglesi del XIX secolo che trattavano l’argomento, quanto dal musical omonimo di Stephen Sondheim, portato a Broadway a partire dal 1979.


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La trama: dopo essere stato recluso in mezzo all’Oceano per anni, il barbiere Benjamin Barker torna a Londra sotto il nome di Sweeney Todd, deciso a portare avanti la sua vendetta contro il giudice Turpin, reo di averlo incarcerato solo per potere avere finalmente la moglie del barbiere, Lucy. Alleatosi con la sua vicina, Mrs. Lovett, proprietaria di uno scalcinato negozio di pasticci di carne, Todd riapre bottega e decide di vendicarsi a rasoiate non solo del giudice, ma dell’intera Londra, fornendo così alla donna l’ingrediente per creare dei pasticci davvero perfetti…


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Onestamente, non ho mai visto il musical originale, quindi non posso fare paragoni, ma devo dire che lo Sweeney Todd di Burton è veramente affascinante e anche parecchio inquietante. Ambientato in una Londra che il regista ha rappresentato squallida, povera, cupa, fumosa e sporca, specchio dell’animo di tutti gli abitanti che la popolano, questo racconto è il lato oscuro del film precedente del regista, Charlie e la fabbrica di cioccolato. Aprendo Sweeney Todd con una panoramica dei macchinari usati dal diabolico barbiere e seguendo il percorso che porta il sangue dalla sedia dove si adagiano le ignare vittime fino alle fogne, il regista riprende un’immagine simile a quella che apriva Charlie e la fabbrica di cioccolato, con il sangue al posto del cioccolato fuso. E ovviamente anche i valori sono ribaltati, nonostante si canti e si balli in entrambi i film: in Sweeney Todd le canzoni e la musica sono il grottesco contrappunto di una vicenda che di positivo e allegro non ha proprio nulla, tanto meno il protagonista principale.


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Visivamente, anche il look dei personaggi rispecchia la bruttura dei loro animi. Non c’è nessuno che si salvi, Johhny Depp in primis: Benjamin Barker è un uomo che è morto nel momento stesso in cui è stato incarcerato per un capriccio ed allontanato dalla moglie e dalla figlia (l’immagine della culla vuota e piena di ragnatele è emblematica e terribile), e la differenza tra l’uomo che era in passato e quello attuale è ben evidente. Chi torna a Londra è Sweeney Todd, un uomo mosso solo dal desiderio di vendetta, che a differenza però della Sposa di Quentin Tarantino perde di vista il cammino e compie un po’ troppe deviazioni. Il base al ragionamento della Sposa, Mr Todd avrebbe dovuto partire dall’usciere Bamford e arrivare al giudice Turpin (passando ovviamente per Pirelli, che era riuscito a riconoscerlo come Benjamin Barker..), ma la follia del Barbiere, alimentata anche dalle parole di Mrs. Lovett, che è il personaggio più negativo di tutta la storia, lo porta a far ricadere le colpe del suo destino ingrato su tutta Londra, “un buco oscuro e profondo abitato da parassiti”, e ad uccidere chiunque decida di entrare nella sua bottega per farsi radere.


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Ma, come dicevo, al di là del giudice Turpin che è un laido guidato solo dalle sue pulsioni sessuali e al di là dell’usciere che è semplicemente un servile lecchino, il villain del film è la squallidissima Mrs. Lovett (interpretata come al solito magistralmente da Helena Bonham Carter). Fin dalla prima inquadratura rappresentata come una strega più che una donna, meschina, approfittatrice, egoista e soprattutto avida: aiuta Sweeney Todd non per pietà ma per coronare il desiderio di averlo tutto per sé, visto che finalmente la moglie non c’è più. Quindi lo istiga nei suoi intenti omicidi per poter avere gli ingredienti per i suoi pasticci e superare così la concorrenza della maledetta Mrs. Mooney (che peraltro fa i pasticci con i gatti…); infine, come la strega di Hansel e Gretel, rinchiude nel sotterraneo anche il piccolo Toby, che era arrivato a considerarla come una madre ma anche a mettere in pericolo il suo matrimonio con Mr. Todd e la sua nuova e prospera attività, avendo cominciato ad intuire un po’ troppe cose. Gli unici due personaggi positivi, legati da reciproco amore e reciproche speranze, sono Anthony e Johanna, la figlia perduta di Sweeney Todd, anche se il loro destino, nel finale, è incerto.


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Al di là dell’innegabile bravura di regista e attori, il film è sorretto principalmente dalle bellissime canzoni. Ovviamente, per motivi di tempi e quant’altro, Burton non ha lasciato intatto tutto il libretto del musical, e ha sforbiciato qua e là, togliendo anche interi pezzi, senza però aggiungerne di nuovi, come era successo per esempio in Evita. I pezzi migliori secondo me sono “The Worst Pies in London”, “My Friends”, “Have a Little Priest”,“Pretty Women”, l’esilarante “By the Sea”, dove Depp e la Bonham Carter indossano degli improbabili costumini da bagno vittoriani, e poi la colonna sonora dell’inquietante macellata finale, la “Final Scene”, appunto. Johnny Depp ed Helena Bonham Carter sono dei cantanti bravissimi e molto azzeccati, ma la sorpresa è sentire innanzitutto Alan Rickman canticchiare un profondissimo “papparappappà” nel duetto di “Pretty Women” e poi anche Sacha Baron Coen improvvisarsi tenore nel pezzo cantato dal personaggio di Pirelli (brutalmente tagliato, ahimé..). Non fatevi ingannare dalla presenza della musica nel film: a differenza de La piccola bottega degli orrori, che nonostante i temi trattati ha tutto sommato delle immagini “soft”, qui il sangue scorre peggio che al Grand Guignol. Sangue rosso vivo sprizza a fiotti dalle carotidi recise, ma poi ci sono anche cervelli spappolati, carne macinata, pezzi di dita nelle pies… insomma, chi si impressiona facilmente si astenga, gli altri si preparino a vedere un film davvero bello!


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Notizie sul regista Tim Burton le trovate qui, di Johnny Depp invece ho parlato qui, Helena Bonham Carter la trovate qua, mentre Alan Rickman è ormai una presenza ricorrente del Bollalmanacco e potete leggere di lui in questi post. Segnalo anche l’apparizione speciale di Anthony Stewart Head (è il signore che dopo la sfida tra Sweeney Todd e Pirelli chiede al vincitore dove ha la bottega), il Signor Giles di Buffy, di cui ho già parlato nel post dedicato a Repo! The Genetic Opera.


Timothy Spall interpreta l’usciere del tribunale, il “beadle” Bamford. Specializzato in ruoli di viscido e servile bastardo, l’attore inglese è diventato universalmente conosciuto per aver interpretato Peter “Codaliscia” Minus nella saga di Harry Potter (di cui sta per uscire il penultimo capitolo, la prima parte del doppio Harry Potter e i doni della morte); tra gli altri suoi film ricordo Il té nel deserto, Hamlet, il particolarissimo Vatel, Vanilla Sky, L’ultimo samurai e Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi. Ha prestato la sua voce per il doppiaggio originale di Galline in fuga e per quello dell’Alice in Wonderland di Tim Burton (era il cane, Bayard), inoltre ha partecipato ad alcuni episodi di Le avventure del giovane Indiana Jones. Ha 53 anni e sette film in uscita, tra cui il già citato Harry Potter e i doni della morte.


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Sacha Baron Coen interpreta il ciarlatano Adolfo Pirelli. Chi mi conosce sa che io non tollero molto quest’attore comico; il suo personaggio più famoso, ovvero il rapper Ali G, mi è sempre stato cordialmente sulle palle, e Borat non l’ho mai voluto guardare, anche se ammetto che il suo Brüno avrebbe potuto essere sufficientemente trash, abbastanza da rientrare nelle mie grazie. L’ho apprezzato però in altri ruoli che esulassero dai suoi personaggi tipici, come quando ha doppiato il mitico re Julien in Madagascar oppure quando ha recitato in Talladega Nights – The Ballad of Ricky Bobby. Ultimamente ha anche doppiato un episodio de I Simpson. Inglese, ha 39 anni e un film in uscita, The Invention of Hugo Cabret, diretto nientemeno che da Martin Scorsese.


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Una curiosità: in origine doveva essere Sam Mendes, il regista di American Beauty, a dirigere il film, con Russell Crowe come protagonista (con tutto il rispetto, temo sarebbe uscito uno schifido e patinato musicarello…). Anne Hathaway, che ha poi comunque recitato in un film di Tim Burton con Alice in Wonderland, avrebbe dovuto essere Johanna, mentre per il ruolo di Mrs. Lovett erano state considerate, tra le altre, la bravissima Meryl Streep (troppo vecchia, secondo me..) e Cindy Lauper, che avrebbe trasformato il film in un cult trash; nel musical di Broadway da cui è stato tratto il film, invece, era nientemeno che la signora in giallo per eccellenza, Angela Lansbury, ad interpretarla! Inoltre, siccome i reduci da Harry Potter presenti nel film non erano abbastanza, sappiate che anche l’interprete di Anthony, Jamie Campbell Bower, è stato “impelagato” negli ultimi due film della saga, ed interpreterà la nemesi giovanile di Silente, Grunwald. Comunque, se vi è piaciuto Sweeney Todd, e adorate le storie di sanguinose vendette, date assolutamente un’occhiata a Kill Bill (anche se non voglio credere che qualcuno non l’abbia ancora visto…). E ora vi lascio con la meravigliosa Angela Lansbury che fa una Mrs Lovett ancora più grottesca e vajassa di quanto non sia quella del film... davvero, ENJOY!!




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