mercoledì 18 novembre 2020

Hosts (2020)

Dici, siamo in un brutto periodo, parliamo di film allegri? No. Oggi parliamo di Hosts, la roba più cattiva vista quest'anno, diretta e sceneggiata dai registi Adam Leader e Richard Oakes.


Trama: una cena di Natale diventa un incubo quando due degli ospiti cominciano a manifestare violenti comportamenti...

Hosts non è solo cattivo. E' proprio bastardo. Fatto con due sterline e ambientato all'interno di una casa (due, dai. Più un pezzetto di bosco), instilla orrore nel modo in cui dovrebbero farlo tutti gli horror degni di questo nome: con poche, brevissime sequenze introduttive presenta i protagonisti e ce li fa amare tutti, dal primo all'ultimo, fosse anche per la loro normalità e banalità, perché al posto loro potremmo esserci noi. E così succede che dopo aver assistito a un dolcissimo scambio di regali tra Jack e Lucy, lui uomo dotato di una faccetta da cucciolo tenerissima, e all'intimità di una famiglia a cui la vita ha già chiesto moltissimo, vedere queste persone fatte a pezzi, torturate psicologicamente e terrorizzate proprio sotto Natale, porca miseria, come direbbe Titty Ferro fa "male, male, male da morire". E poco importa da dove venga la minaccia e perché a un certo punto la gente si sia messa a sbroccare, quel che conta è tenere infilate le unghie nelle ginocchia per l'ansia di capire cosa succederà a questi poveracci, "colpevoli" di essere figli di Dio e di cercare felicità nella loro (apparente) unità familiare, ignorando più o meno scientemente le piccole magagne e gli scheletri nell'armadio di coloro ai quali più vogliono bene.


Poiché per "gustarvi" Hosts e rimanere disgustati e sconvolti, com'è successo a me in almeno un paio di scene, sarebbe meglio che del film sapeste poco o nulla, spenderò giusto ancora qualche riga per parlarvi del modo in cui è stato realizzato. Adam Leader e Richard Oakes sono due esordienti, eppure riescono a far fruttare tutti i pochi mezzi a loro disposizione, creando un'atmosfera lugubre e squallida grazie a luci non proprio perfette e insinuando all'interno di una normale casetta borghese una dimensione da incubo fatta di inquadrature ribaltate, angoli sghembi e ambienti claustrofobici, il tutto condito da melodie inquietanti che distorcono la solitamente adorabile Danza della fata dei confetti e, neanche a dirlo, litri di sangue, rosso che più non si può. Un plauso anche agli attori, magari non tutti memorabilissimi, ma il biondo Neal Ward è l'elemento assolutamente indimenticabile del film, l'unico a cui non servono azioni particolarmente violente e scioccanti per farsi ricordare: basta un musetto imbronciato e tenerello che nel giro di qualche sequenza si trasforma in una maschera di spietatezza pura senza perdere quel tocco di incredulità che porta lo spettatore a urlare "ma eri così simpatico e caruccio, nuoooH!". True story. Come ho scritto su Facebook, Hosts è un film che SCONSIGLIO sotto Natale, a meno che non vi vogliate fare malissimo, ma se avete stomaco forte e desiderio di deprimervi, andate pure in fiducia.  

Adam Leader e Richard Oakes sono i registi e sceneggiatori della pellicola. Inglesi, anche attori e produttori, hanno un film in uscita. 




martedì 17 novembre 2020

Killer Therapy (2019)

Un'altra delle pillole di Lucia era Killer Therapy, diretto e co-sceneggiato nel 2019 dal regista Barry Jay.

Trama: Brian è un ragazzino dalle tendenze sociopatiche, ulteriormente peggiorate con l'arrivo di una sorellina adottata. Una volta cresciuto, dopo essere passato nelle mani di svariati psicoterapeuti, Brian decide di vendicarsi di tutti quelli che hanno cercato inutilmente di curarlo...

Qualche giorno fa leggevo uno spassosissimo post su Facebook scritto dal geniale John Cleese. All'interno del lungo post, tra le altre cose, si diceva che gli americani non sono in grado di gestirsi da soli e devono continuamente ricorrere a psichiatri e avvocati per sopravvivere; tolti gli avvocati, Killer Therapy è la quintessenza di quanto affermato da Cleese e dimostra come non è sempre consigliabile sostituire il vero contatto umano con psichiatri e psicoterapeuti. Aggiungo inoltre che gli americani hanno anche degli enormi problemi col concetto di adozione (in lockdown avevo letto le storie orribili degli Stauffer e della loro smania di adozione compulsiva, cercateli su Google e inorridite assieme a me), che probabilmente ritengono un'inquietante panacea per tutti i mali familiari, come nel caso dei genitori di Brian, ragazzino "difficile" che viene costretto a sopportare la presenza di una sorellina adottiva. L'inizio di Killer Therapy è funzionale a far montare nello spettatore non solo la paura verso ciò che Brian potrebbe fare ma anche l'odio nei confronti di tutti gli esseri più o meno imbecilli che lo circondano, genitori in primis, perché passi il padre padrone che palesemente lo odia ma anche la mamma psicoterapeuta ed incapace di capire il figlio (per non parlare dei traumi che gli sta provocando il primo psichiatra...) andrebbe appesa per i pollici, porca miseria. Un improvviso scatto di violenza con conseguenze terribili serve ai due fantagenitori per capire, finalmente ma tardivamente, che Brian non è normale e che l'unica cosa da fare è mandarlo in un manicomio... non fosse che, anche lì, i medici volponi lo ritengono pronto a tornare in società dopo qualche anno e via che ricomincia tutto da capo. Non c'è dunque da stupirsi che Brian, a un bel momento, decida che la psichiatria è inutile e che l'unica cosa da fare per riprendere il controllo della propria esistenza in pezzi sia uccidere tutti quelli che lo hanno curato male, assieme ovviamente a tutti gli stronzi che pensano di poterlo prendere a pesci in faccia solo perché "strano".


La buona Lucia nel suo post ha scritto che Killer Therapy è “tutto ciò che Joker avrebbe dovuto essere e non è stato" e in effetti il meccanismo è molto simile, perché alla base di tutto c'è una psicosi latente trattata con superficialità ed esasperata da persone, familiari e conoscenti compresi, incapaci di trattare Brian con tutte le cautele del caso: Brian nasce sbagliato, è vero, tuttavia le sue esplosioni di violenza sono intrinsecamente legate non solo a terapeuti da denuncia oppure superficiali ma anche e soprattutto a genitori incapaci di gestire un figlio (anzi, i figli: che in anni di assenza la madre psicologa non sia riuscita a preparare la figlia adottiva al ritorno del fratello è semplicemente folle) se non con cieca severità o ancor più cieco lassismo. In tutto questo, se la storia di Brian è sconvolgente e molto interessante, non ho però trovato Killer Therapy altrettanto esaltante a livello di regia e, soprattutto, attori. A parte che io non amo molto lo stile "grezzo" e "squallido", due aggettivi che spesso calzano a pennello alla fotografia, al montaggio e alla regia del film, probabilmente per esasperare ancora di più le sensazioni di disagio provate da Brian, non so come sia venuto in mente al casting di utilizzare un rosso malpelo zeppo di lentiggini per interpretare il piccolo Brian e poi un moretto per la sua versione adulta, al quale peraltro, verso la fine, hanno appiccicato con lo sputo barba e capelli fintissimi, giusto per farlo somigliare un po' di più a Charles Manson. Per fortuna Michael Queliqi, che interpreta Brian, è bravo ed è circondato da vecchie glorie horror che commuove vedere sullo schermo, cosa che mi rende comunque felice di avere visto Killer Therapy, film che consiglio a tutti, almeno per una visione.

Di P.J. Soles (Dottoressa Emily Lewis) ho già parlato QUI.

Barry Jay è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, anche produttore, ha diretto un altro horror, Ashes

Adrienne King interpreta Mrs. Perkins. Americana, ha partecipato ad altri film come Hair, La febbre del sabato sera, Venerdì 13L'assassino ti siede accanto e The Butterfly Room - La stanza delle farfalle. Anche produttrice, sceneggiatrice e stuntwoman, ha 65 anni e un film in uscita. 

Thom Mathews interpreta John Langston. Americano, ha partecipato a film come La signora in rosso, Il ritorno dei morti viventi, Venerdì 13: Parte VI - Jason vive, Il ritorno dei morti viventi 2, The Peacemaker e serie come Dynasty e E.R. Medici in prima linea. Anche produttore, ha 62 anni.

Il mostruoso Daeg Faerch, che interpreta Blake Corbin, era il giovane Michael Myers in Halloween - The Beginning. ENJOY!


domenica 15 novembre 2020

The Owners (2020)

Il giorno degli zombi offre delle pillole di horror e qui le prendiamo molto seriamente, ecco perché ho guardato The Owners, diretto e co-sceneggiato dal regista Julius Berg a partire dal fumetto Une nuite de pleine lune di Hermann e Yves H.

Trama: decisi a derubare due facoltosi vecchietti, quattro ragazzi si introducono in casa loro senza pensare che passeranno dall'essere predatori a prede...

The Owners è uno di quei film che prende lo stereotipo della home invasion e lo ribalta, trasformando gli invasori in vittime sacrificali. Nell'anno del signore 2020 l'inversione di stereotipo è diventata essa stessa cliché (si pensi al recente Villains, che ci ha allietati nel primo lockdown) ma se un film è gestito bene a livello di ritmo e personaggi è sempre qualcosa di piacevole da vedere anche quando il twist tale non è, soprattutto se un minimo elemento di sorpresa viene mantenuto. In The Owners, per fortuna, il ritmo non manca e i personaggi, inizialmente proposti come delle macchiette prevedibili, per quanto divertenti, si evolvono in maniere strane ed inquietanti, abbracciando destini che più neri non si può, e lo stesso vale per il film in sé. La pellicola di Julius Berg parte infatti come una commedia horror assai british, costellata di bisticci tra fidanzati e discussioni al vetriolo tra tre malviventi da strapazzo, che probabilmente non riuscirebbero a rubare nemmeno le caramelle a un bambino; le stesse vittime di questo terzetto sui generis, al quale si unisce la giovane Mary, sono due assurdi vecchietti che sperano di combattere i criminali instillando loro gentilezza e buone maniere (oltre ad insegnare loro un po' di perfectly splendid pronuncia british che non guasta mai!), e per la prima mezz'oretta di film l'atmosfera è frizzante e divertente. Dal momento in cui uno dei tre criminaletti sbrocca, però, arriva a sbroccare anche la pellicola, che nel giro di pochi istanti si trasforma in un claustrofobico thriller allucinato dove c'è davvero ben poco da ridere e dove non ci si può fidare di nessuno.


Per accentuare questa situazione straniante, totalmente filtrata dal punto di vista della povera Mary, nel momento più concitato della pellicola il campo visivo della cinepresa si restringe e le inquadrature cambiano formato, comprimendo i protagonisti all'interno di un rettangolo piccolissimo dove la protagonista si dibatte per fuggire da un ambiente fattosi opprimente, malsano, scuro e zeppo di pericoli oltre che palesemente folle. E se la follia viene veicolata dalla messa in scena e dai personaggi di Sylvester McCoy e dell'inquietantissima Rita Tushingham, oltre alla brava Maisie Williams vi consiglierei di tenere d'occhio soprattutto il dimesso e sfigatissimo Andrew Ellis, fulcro dell'unico, vero twist della pellicola; nulla di così eclatante da far urlare al miracolo shyamalano, bensì qualcosa che arriva a toccare nell'animo e a farci rabbrividire con un misto di disgusto e pietà. Altro non aggiungerei su The Owners, mi sento solo di sconsigliarlo se siete anche un minimo depressi perché la sua natura di ibrido tra thriller e commedia dura giusto il tempo dell'introduzione... poi, come da sua natura di BD, subentra il maledetto pessimismo fronscese (a proposito, ma che fine ha fatto quel bell'horror truce d'oltralpe?) e non ce n'è più per nessuno.


Di Maisie Williams, che interpreta Mary/Jane, ho già parlato QUI mentre Sylvester McCoy, che interpreta Richard Huggins, lo trovate QUA.

Julius Berg è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Francese, anche produttore, ha 43 anni.

Ian Kenny interpreta Nathan. Irlandese, ha partecipato a film come Sing Street, Solo: A Star Wars Story e Gretel e Hansel

Se The Owners vi fosse piaciuto recuperate Man in the Dark, (su Amazon Prime Video),  La casa nera (su Google Play) e Villains (su Google Play e Chili). ENJOY!

venerdì 13 novembre 2020

Spiral (2019)

Shudder si riconferma una miniera d'oro per il cinema di genere, come dimostra anche Spiral, diretto nel 2019 dal regista Kurtis David Harder.

Trama: negli anni '90, una coppia omosessuale con figlia si stabilisce in un paesino per allontanarsi dai frenetici ritmi cittadini. La facciata di cortese perbenismo del quartiere, tuttavia, nasconde qualcosa di assai sinistro...

Se anche voi, come me, andate matti per le pellicole a base di paranoia e vicini troppo amichevoli per essere veri, dopo 1BR la piattaforma Shudder ha tirato fuori un altro ottimo film a tema. Se in 1BR la protagonista era una normalissima ragazza, solo più solitaria di altri, Spiral racconta la storia di una coppia di uomini omosessuali che, assieme alla figlia, decidono di cambiare aria e andare a vivere in una bella villa di un elegante sobborgo wasp. Siamo negli anni '90 e, se già certe situazioni familiari non vengono accettate oggi, figuriamoci allora; di più, uno dei due uomini, Malik, non è solo gay ma anche di colore. Dove andremo a finire, signora mia? Purtroppo, Malik è anche dolorosamente intelligente e nonostante tutte le sue rivendicazioni d'orgoglio omosessuale, è reduce da una terribile esperienza di violenza che lo ha costretto a dipendere da medicine per riuscire a placare l'ansia, dunque non deve stupire che il compagno Aaron, nel momento esatto in cui Malik comincerà a percepire un po' di cose fuori posto e decisamente inquietanti, minimizzerà riducendo tutto alle paranoie di un uomo stressato. Aggiungete, come se questo ancora non bastasse, che Aaron è bianco e benestante ed è colui che mantiene la famigliola, in quanto Malik è uno scrittore che ancora non è riuscito a sfondare e si arrabatta come può, con il compagno che non perde occasione di ribadire la propria supremazia economica. Aaron è dunque il più propenso a voler essere integrato in un ambiente che a lui appare non solo normale, ma anche desiderabile, perché non è così distante dai suoi vicini di casa, salvo l'orientamento sessuale. Malik invece, definito inizialmente "il giardiniere", non ne vuole giustamente sapere e cerca di far finta di nulla per amore del compagno, almeno finché gli elementi che stridono non diventano troppo anche per lui. C'è quindi tutto il sostrato necessario per un bel thriller horror a base di paranoia e sorrisetti fasulli e anche per riflettere su quanto, ahimé, la nostra società non abbia fatto tutti questi passi avanti in una trentina d'anni, a differenza della tecnologia. 

La struttura di Spiral è assai apprezzabile perché, da buon esempio di film paranoico, comincia ad inserire piccoli dettagli "sbagliati" all'interno delle inquadrature così da far drizzare le orecchie non solo ai protagonisti ma anche e soprattutto agli spettatori: al di là dell'enorme scritta "faggots", per esempio, sono gli occhi che seguono Malik durante le sue corse, vicini di casa piantonati nel prato, mezzi sorrisi accondiscendenti e strani mancamenti ad alimentare la tensione, mentre il tono del film oscilla, sempre più senza soluzione di continuità, tra il thriller urbano razionale e l'horror sovrannaturale, qualcosa che spiazza e rende ancora più incerti relativamente alla natura dell'effettivo pericolo. C'è da dire che, a volte, Spiral è un po' scorretto in questo suo giocare tra registri, e sfrutta alcuni topoi del genere "case stregate" giusto per sviare lo spettatore senza poi finalizzare le visioni di Malik (il precario stato mentale del protagonista viene reso palese attraverso altri elementi più calzanti e sensati), ma è un piccolo prezzo da pagare per un film che scorre liscio ed interessante e regala persino un bel finale scioccante e cattivissimo, che onestamente mi ha fatta balzare sul divano. Ancora una volta ringraziamo dunque Shudder, che produce e distribuisce piccoli horror indipendenti di livello: a quando un suo sdoganamento anche in Italia?

Kurtis David Harder è il regista della pellicola. Canadese, ha diretto altri film come Incontrol. E' anche produttore, sceneggiatore e attore.

Jeffrey Bowyer-Chapman interpreta Malik. Canadese, ha partecipato a film come ESP2 - Fenomeni paranormali e a serie quali American Horror Story. Ha 36 anni.

Ari Cohen interpreta Aaron. Americano, ha partecipato a film come It, Molly's Game, It - Capitolo 2 e a serie quali Supernatural e Smallville. E' anche produttore e regista.

Ty Wood interpreta Tyler. Canadese, ha partecipato a film come Il messaggero e a serie quali Supernatural, BH90210 e Le terrificanti avventure di Sabrina. Ha 25 anni e tre film in uscita.

Lochlyn Munro interpreta Marshal. Canadese, ha partecipato a film come Cose preziose, Scary Movie, Freddy vs. Jason, Hansel e Gretel e la strega della foresta nera, Tomorrowland - Il mondo di domani e a serie quali Nightmare Cafe, Blossom, Highlander, I viaggiatori, Streghe, Oltre i limiti, La zona morta, CSI - Scena del crimine, CSI: Miami, Weeds, Senza traccia, CSI: NY, Smallville, Bones e Supernatural. Anche produttore, ha 54 anni e quattro film in uscita.

Se il film vi fosse piaciuto recuperate Scappa - Get Out e 1BR. ENJOY!

mercoledì 11 novembre 2020

The Dark Red (2018)

Non ricordo neppure come sono arrivata a guardare The Dark Red, diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Dan Bush.

Trama: una ragazza dai poteri psichici viene rinchiusa in un ospedale psichiatrico quando dichiara che una setta ha rapito il suo bambino appena nato...

Con un titolo come The Dark Red ero convinta che il film di Dan Bush avrebbe parlato di possessioni demoniache e simili ma non avrei potuto essere più in errore. In realtà, The Dark Red racconta di una donna con poteri psichici finita in un ospedale psichiatrico perché considerata paranoica e vittima di allucinazioni. Attraverso delle sedute con una dottoressa, arriviamo a scoprire che Sybil è stata rinchiusa dopo che una misteriosa setta le ha rapito il bambino appena nato così da tenerlo come scorta costante di sangue e ottenere gli stessi poteri psichici della donna, o almeno così crede lei; i dottori sono infatti convinti che Sybil soffra di manie di persecuzione, oltre che di allucinazioni, e che in realtà il bambino sia morto durante il parto. Per metà della sua durata, The Dark Red gioca dunque sulla natura inaffidabile della protagonista e tiene lo spettatore in sospeso su quale sia la verità raccontando la vita di Sybil attraverso vari flashback intervallati dai colloqui con la sua terapista, dopodiché l'incertezza (se mai ci fosse stata) viene lasciata da parte per instradare la pellicola sui sentieri del revenge movie con qualche sprazzo di sovrannaturale legato appunto ai poteri della protagonista.

Di per sé The Dark Red non sarebbe nemmeno male. La trama è un po' diversa da quella dei soliti horror e il tentativo di tenerla in sospeso tra realtà e allucinazione è interessante, purtroppo la messa in scena è loffia che più non si può. Non c'è nulla di interessante né nelle immagini né nel montaggio del film, appena superiori a quelli di un medio prodotto di stampo televisivo, e questo piattume si ripercuote sul ritmo generale, lento di una lentezza che non stimola né l'interesse né la riflessione, quanto piuttosto l'abbiocco. L'unico vero pregio di The Dark Red è la presenza di April Billingsley, attrice dal fascino magnetico che, da sola, porta avanti tutta la baracca, non solo nei momenti in cui Sybil deve confrontarsi con durezza con la terapeuta oppure in quelli "alla John Wick" che avrebbero meritato un approccio più gore, ma anche durante gli imbarazzanti intermezzi di passato amore felice, ai quali nonostante tutto l'attrice riesce a dare un minimo di dignità. La colpa di tutto ciò, comunque, è della mia memoria farlocca. Avessi ricollegato il nome di Dan Bush al mediocre The Vault probabilmente non avrei nemmeno cominciato a guardare The Dark Red, altro film non bruttissimo ma nemmeno bello, che lascia il tempo che trova portando via ore che potrebbero venire meglio impiegate altrimenti. 

Del regista e co-sceneggiatore Dan Bush ho già parlato QUI.


martedì 10 novembre 2020

His House (2020)

Finita l'abbuffata triestina, devo un po' rimettermi in pari con i film usciti nel frattempo e soprattutto re-imparare a scrivere dei post di lunghezza standard. Purtroppo a far da cavia toccherà a His House, film diretto e co-sceneggiato dal regista Remi Weekes, troppo bello per finire vittima del mio essere arrugginita...


Trama: Bol e Rial, due profughi dal Sudan, riescono ad arrivare in Inghilterra e ad ottenere un alloggio, ma qualcosa li ha seguiti dalla loro terra d'origine.

His House è un film dell'orrore in più di un senso, una pellicola che sfido chiunque (tranne i leghisti, tanto non capirebbero) a guardare senza sentirsi morire dentro e non provare almeno un minimo di empatia per i due protagonisti. Bol e Rial sono marito e moglie, sono fuggiti da un paese in guerra e, nel corso del viaggio, hanno perso qualcuno di molto importante. Per loro l'Inghilterra non è la terra promessa, bensì un posto freddo e crudele dove sono stati costretti a fuggire per non morire, quando potendo scegliere avrebbero desiderato rimanere nel loro Paese, dove peraltro Bol lavorava in banca, invece di venire trattati come persone non desiderate, da tenere d'occhio, passabili di venire rimandati a calci in un posto dove la gente viene uccisa solo perché di una tribù diversa. Non c'è un solo istante di His House in cui Bol e Rial vengano trattati come esseri umani; ciò vale sia per chi si rivolge a loro in modo palesemente sgarbato e razzista, sia per quanto riguarda chi dovrebbe aiutarli ad integrarsi, che quando va male li considera poco più che pratiche burocratiche da sbrigare velocemente, quando va bene dei bambini tardi, da vezzeggiare o blandire con una finta cortesia che dà ancora più fastidio del razzismo palese. In tutto questo, anche tra Bol e Rial le cose non vanno bene. Durante la traversata è successo qualcosa che ha cambiato profondamente loro e il loro rapporto e se Bol reagisce a ogni problema cercando di integrarsi al limite del concepibile, arrivando quasi a negare la propria identità, Rial rifiuta, comprensibilmente, ogni cosa. Come se tutto questo non bastasse, la casa fatiscente che è stata loro assegnata comincia a manifestare la presenza di qualcosa che affonda le radici in leggende antiche e si nutre dell'oscurità che pare non voler lasciare Bol e Rial, nemmeno in questa nuova vita che dovrebbe essere piena di speranza.


Come ho scritto all'inizio, His House racconta un orrore inedito e in gran parte reale, dal punto di vista di chi vive una situazione orribile e non trova pace né empatia, rinchiuso all'interno di un mondo che diventa claustrofobico anche quando si trova fuori dalle quattro mura infestate, perché se in casa ci sono i fantasmi, fuori ci sono regole strettissime e una società sconosciuta e ostile; peggio ancora, non c'è salvezza nemmeno nella solitudine dei propri pensieri, perché incubi e paure si mescolano alla realtà, rendendola ancora più allucinata. Sia la sceneggiatura che la regia di His House giocano con i cliché arrivando a sorprendere il pubblico, catturandolo con una storia mai banale, in grado di riservare sorprese scioccanti e commoventi, e con sequenze in grado di fare davvero paura senza essere scorrette, sfruttando un terrore interamente fatto di inquadrature e montaggio, non di suoni sparati al massimo; di più, i due interpreti principali sono incredibilmente bravi e basta anche solo guardarli stare fermi e immobili, farsi catturare dalla loro espressività del viso, per venire sconvolti da un mare di emozioni che nessuna parola potrà mai incanalare. His House è pieno di sequenze splendide, che fanno di questo gioiellino uno dei pochi film Netflix da guardare più di una volta (ovvio, serve un po' di voglia di farsi del male) per godere di ogni dettaglio, anche del più insignificante. Aggiungo che il film di Remi Weekes è tutto quello che Welcome to the Blumhouse avrebbe dovuto essere e non è stato, nonostante la somiglianza con alcuni concetti tanto cari alla casa di produzione, quindi stavolta Netflix batte Amazon Prime di mille punti, con un horror che sicuramente entrerà nelle classifiche di fine anno e, soprattutto, nel cuore degli spettatori, che amino o meno il genere.


Di Matt Smith (Mark Essworth) e Javier Botet (la strega) ho già parlato ai rispettivi link.

Remi Weekes è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, inglese, al suo primo lungometraggio. 


Wunmi Mosaku interpreta Rial Majur. Nigeriana, ha partecipato a film come Womb, Animali fantastici e dove trovarli, Macbeth e a serie quali Lovecraft Country e The End of the Fucking World. Ha 34 anni. 




domenica 8 novembre 2020

Kindred Spirits (2019)

Da che mondo è mondo, quando esce un film di Lucky McKee il Bollalmanacco ci si butta a pesce e ovviamente è successo anche con Kindred Spirits, da lui diretto nel 2019.

Trama: quando Sadie, zia rimasta lontana dalla famiglia per anni, torna a casa, la giovane Nicole è al settimo cielo ma qualcosa comincia ad incrinare la già imperfetta tranquillità familiare...

Mai mi sarei aspettata, guardando Kindred Spirits, che mi sarei trovata davanti una di quelle cose anni '90 alla La mia peggiore amica, eppure è questa la sensazione provata alla fine del film, opera senza infamia né lode salvata giusto da alcune felici intuizioni registiche e dalla brava Sasha Frolova nei panni della protagonista Nicole. La storia, infatti, scritta da quel Chris Sivertson che già aveva collaborato con McKee nel pregevole All Cheerleaders Die, è quanto di più prevedibile ci sia in ambito thriller e racconta le peripezie sempre più angoscianti di Nicole, adolescente "problematica" che vive sola con la madre, donna in carriera in perenne contrasto con la figlia. Un giorno, in famiglia torna la giovanissima zia Sadie, che Nicole venera in quanto, da bambina, le avrebbe impedito di finire sotto una macchina salvandole la vita; l'arrivo della zia coincide con un iniziale momento felice fatto di uscite divertenti, condivisioni, shopping e feste, almeno finché Sadie non comincia a manifestare evidenti turbe psichiche che sconfinano in una regressione infantile combinata a una forte invidia nei confronti di Nicole. Da qui, il film comincia a scriversi da solo, con Sadie determinata a rovinare la vita di Nicole e metterla contro chiunque (madre, migliore amica, fidanzato) per riuscire a levarsela dalle balle e rimanere sola con la sorella, bisogna solo vedere quali mezzi utilizzerà per farlo ma vi dico subito che la follia di Sadie raggiungerà picchi gore solo a venti minuti dalla fine.

McKee stavolta pare volersi limitare a portare a casa la pagnotta, citando Psyco in alcune sequenze, soprattutto quella finale, creandone altre che hanno un po' il sapore di una favola dark (merito non solo dell'ambientazione boschiva che circonda la casa di Chloe e Nicole ma anche di alcuni flashback all'interno dei quali sono i costumi a farla da padrone) e realizzando una scioccante scena di autolesionismo ripresa dal punto di vista dell'oggetto contundente, per il resto utilizza anche troppi ralenti e non riesce a creare un'atmosfera sufficientemente angosciante. Le attrici sarebbero anche brave, benché sia scioccante vedere Thora Birch in versione MILFona quando io ancora ho vivido il ricordo di American Beauty e di un ruolo che l'avrebbe vista perfetta nei panni di Nicole, ma onestamente non ho granché sopportato Caitlin Stasey, perfetta quando si tratta di esprimere il lato oscuro di Sadie e imbarazzante nel corso delle frequenti regressioni a bambinetta piangente che vuole la "mamma". Sarà che da McKee mi aspetto sempre qualcosa di originale e sconvolgente, capace di fare accapponare la pelle o come minimo rimuginare per giorni, ma Kindred Spirits mi ha lasciata abbastanza indifferente e penso si sia capito bene dal post. Provaci ancora, Lucky

Del regista Lucky McKee ho già parlato QUI. Thora Birch (Chloe) e Macon Blair (Alex) li trovate invece ai rispettivi link.

Caitlin Stasey interpreta Sadie. Australiana, ha partecipato a film come All Cheerleaders Die e Fear, Inc.. Ha 30 anni e un film in uscita. 



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