venerdì 2 luglio 2021

Time (2021)

Un altro splendido film dell'Udine Far East Film Festival che merita un post a sé è Time, diretto dal regista Ricky Ko.


Trama: un sicario ormai anziano e i suoi due assistenti decidono di mettere al servizio le loro arti per chi, stufo della vita e vinto dalla vecchiaia, vorrebbe suicidarsi. Tutto si complica quando una ragazzina incrocia la loro strada...


Anche Time era uno dei film che avevo in elenco e che mi avevano attirata per la trama e anche questo è schizzato in cima alle priorità grazie al consiglio di Nicola su Facebook. Che dire, Nicola non sbaglia un colpo, perché Time è una di quelle pellicole per nulla banali che riconciliano col mondo e fanno riflettere tra un'emozione e l'altra, un film difficile da incasellare solo come commedia o dramma, perché come spesso accade nella cinematografia asiatica le due cose vanno a braccetto intrecciandosi con mille altri generi. Time, nella fattispecie, comincia come un'omaggio divertentissimo alle trame, allo stile e agli attori del cinema action anni '60/'70 di Hong Kong e mostra l'indiscussa figaggine di un trio di assassini giovani, belli e letali; quegli stessi assassini ci vengono riproposti ai giorni nostri, ormai invecchiati ed impegnati ad attendere che la loro vita finisca tra una triste giornata e l'altra. Di più, i tre vengono trattati come dei pesi da una società cambiata troppo velocemente e non riescono a stare al passo coi tempi, neppure chi, come Fung, ha comunque un figlio che dovrebbe volerle bene e che invece vive come un parassita alle sue spalle, inutile e fancazzista marito di di un'altra sfaccendata con bimbetto a carico che viene utilizzato come leva per ottenere soldi dalla madre. La vita dei tre ex sicari è una continua battaglia contro la società menefreghista, l'inadeguatezza, la solitudine e i rimpianti per il passato ed è questo che li spinge a diventare gli "angeli" di chi soffre come loro, a praticare una clemente eutanasia per chi è nelle loro stesse condizioni, raggranellando nel farlo anche qualche soldo. Questa sorta di status quo dura finché Chau, il braccio del terzetto, non incappa in una ragazzina che gli si accozza per motivi che è bello scoprire guardando il film e che riuscirà, non senza difficoltà, a fare breccia nella gelida facciata di chi era già morto dentro da anni e che aveva rinunciato, pur essendo un killer, ad uccidere il suo nemico più importante.


La storia di Chau e dei suoi compagni viene raccontata con una grazia incredibile, una magica alternanza di momenti genuinamente esilaranti ed altri molto amari, che riportano sullo schermo tutta la tristezza di chi viene messo da parte o sottovalutato solo perché anziano; l'amarezza viene spesso bilanciata dal messaggio di speranza che muove tutto il film, ovvero un invito a riconoscere chi merita di diventare davvero parte della nostra Famiglia nonostante la mancanza di legami di sangue, a trovare persone che meritano davvero il nostro aiuto e il nostro tempo perché, a modo loro, riescono a salvarci in qualunque situazione e a rendere le difficoltà della vita molto più sopportabili. In tutto questo, si muovono tre attori bravissimi (vecchie glorie del cinema di Hong Kong che purtroppo, nonostante la filmografia sterminata, non conoscevo), capaci di dare vita a tre personaggi ognuno più indimenticabile dell'altro e di adattarsi ai diversi stili di racconto; Yin Tse, che interpreta Chau, è credibilissimo nei panni del killer glaciale ed è a tratti anche molto tenero e fragile nel suo essere un anziano che ha perso la via, mentre i suoi due compari Bo-Bo Fung e Suet Lam, chiamati spesso ad incarnare la parte "comica" della vicenda (soprattutto il secondo con la sua stazza enorme e le sue voglie insaziabili), hanno una dignità umana talmente grande che non è possibile provare altro che rispetto e affetto nei loro confronti. Time è graziato non solo dalla trama e dagli attori ma anche dalle scene action le quali, benché siano poche, sono coreografate benissimo e mettono una voglia folle di rivedere in azione il terzetto di sicari e si alternano a momenti "musicarelli" (affidati per intero alla bella voce di Bo-Bo Fung) che non stonano nemmeno un po' e vengono ripresi nel singalong dei titoli di coda, che vi consiglierei di guardare. Lo so che avete solo fino a mezzanotte per recuperare i film dell'Udine Far East Film Festival ma sarebbe un peccato perdervi sia Limbo che Time, quindi cercate di fare gli straordinari!!

Tsz Pun Ricky Ko è il regista della pellicola. Nato ad Hong Kong, è al suo primo film come regista ma ha alle spalle una carriera di aiuto regista ed è stato anche attore. 



  

mercoledì 30 giugno 2021

Limbo (2021)

Al momento in cui scrivo questo post il film più bello dell' Udine Far East Film Festival 2021 è per me Limbo, diretto dal regista Soi Cheang.


Trama: un giovane ed integerrimo poliziotto viene affiancato ad un veterano dai modi spicci per indagare su un serial killer che uccide e mutila le donne. Nel corso delle indagini, l'incontro con una giovane sbandata complicherà ancor più la situazione...


Limbo
era uno dei film che mi ero segnata per gli ultimi giorni ma un paio di segnalazioni da parte di amici online che se ne capiscono lo ha fatto schizzare in pole position, e a ragione. La pellicola di Soi Cheang, regista che ovviamente (data la mia Crassa ignoranza) non avevo mai sentito nominare prima, è un racconto di disperato orrore urbano, che entra sotto pelle facendo rabbrividire per il disgusto nonostante sia fotografato nel bianco e nero più nitido ed elegante che possiate immaginare. Prima di parlare della trama, devo sottolineare che quello che mi ha colpita maggiormente di Limbo è proprio il modo in cui, nonostante la raffinatezza formale, le sue immagini riescano a catapultare lo spettatore nei bassifondi di una Hong Kong lurida e puzzolente, dove strisciano letteralmente esseri umani che si fatica a definire tali e dove cataste di rifiuti formano da soli dei piccoli, labirintici agglomerati urbani, un insano universo a se stante; la cinepresa di Soi Cheang indugia su sacchetti della spazzatura, pozze di liquami misti ad acqua piovana e mani che rimestano nel sudiciume assortito al punto che sembra quasi di sentire la puzza di quei luoghi fetidi, quello stesso odore che si mescola al marciume di cadaveri lasciati impietosamente a mescolarsi coi rifiuti e che comincia a perseguitare il detective protagonista, attaccandosi via via anche al suo collega apparentemente integerrimo e senza macchia. Il Limbo del titolo diventa così quel sottilissimo velo di "normalità" che separa la società civile da un inferno neanche troppo nascosto, percepibile con la coda dell'occhio come qualcosa che è sempre lì, pronto ad incombere su di noi, ma è anche il limbo di sofferenza che ci impedisce di andare avanti, di vivere e di perdonare, riempendoci di pesi la cui unica funzione è quella di trascinare nel baratro noi e tutti quelli che hanno la sventura di avere a che fare coi nostri drammi.


Parallelamente alle indagini dei due poliziotti, infatti, c'è l'angosciante storia di vendetta e redenzione del detective Cham e della giovane Wong, sui cui dettagli sorvolerò perché il rischio spoiler è altissimo, che dà il via ad alcune delle scene di violenza e sopraffazione più terribili che abbia mai visto, nonché ad un paio di inseguimenti al cardiopalma, a piedi e in auto, che da soli varrebbero la visione del film e farebbero impallidire il 90% delle sequenze d'azione di pellicole ben più famose. Tutta questa adrenalina inchioda alla poltrona e tiene desta l'attenzione dello spettatore per tutte le quasi due ore di durata del film ma preparatevi perché Limbo non è una pellicola da guardare a cuor leggero; al di là dell'aspetto thriller e di un whodunnit che, certo, coinvolge e mette parecchia ansia, quello che rapisce è tutto l'intreccio di relazioni umane e di emozioni negative fortissime che strattonano i personaggi spingendoli a compiere anche azioni autolesionistiche, sporcandoli e immergendoli nel putridume al punto che al killer basta solo allungare le mani per poterli prendere e trascinare nel suo folle mondo. Come sa chi segue la mia pagina Facebook, Limbo non mi ha lasciata indenne. Razionalmente, l'ho trovato formalmente ineccepibile, bellissimo, zeppo di soluzioni visive molto interessanti (talvolta i personaggi risultano "doppi", come se le loro emozioni faticassero a venire contenute dal corpo degli attori, ma sono suggestive ed inquietanti anche le panoramiche dall'alto delle discariche, all'interno delle quali le persone si muovono come cavie in un labirinto), ma alcune scene sono davvero difficili da sopportare per il tasso di violenza fisica e psicologica e il pianto che mi sono fatta alla fine non era solo di commozione, ma di liberazione da tutto l'orrore passato sullo schermo. Tenetelo a mente quando lo recupererete, perché dovete assolutamente guardare Limbo, al momento già in un'ideale top 5 di fine anno.  

Soi Cheang è il regista della pellicola. Nato a Macao, ha diretto film come Dog Bite Dog, Accident e Motorway. Anche attore, produttore e sceneggiatore, ha 48 anni.


Mason Lee
, che interpreta Will Ren, è il figlio del regista Ang Lee ed era il fratello di Lauren in Una notte da leoni 2. ENJOY!

martedì 29 giugno 2021

Visioni dall'Udine Far East Film Festival 2021 (parte 1)

Finalmente il primo festival on line dell'anno è arrivato! L'Udine Far East Film Festival, che per primo l'anno scorso aveva tentato di superare il delirio da covid trasformandosi completamente in un evento via streaming, per la sua ventitreesima edizione ha assunto una forma ibrida, per la gioia di chi, come me, tra lavoro e scarsi mezzi di locomozione Udine non riuscirebbe a vederla nemmeno dipinta. Ecco la prima parte dei frutti del mio abbonamento Web Snake! ENJOY!


Suddenly in Dark Night
(Young Nam Ko, 1981)

Il mio viaggio nell'Est quest'anno è cominciato con un tuffo nella Corea del Sud degli anni '80, attratta dalla riedizione di quello che dovrebbe essere un classico dell'horror di quelle zone. La descrizione del FEFF prometteva "paura dall'inizio alla fine", in realtà Suddenly in Dark Night mette ansia solo nei 20 minuti finali, visivamente pazzeschi, frenetici e davvero paurosi; il resto del film è una versione sovrannaturale de La mia peggiore amica, dove una giovinetta viene assunta come governante da una famiglia benestante formata da marito entomologo, moglie casalinga e pargola che ai fini della trama conta quanto il due di coppe a briscola. Peculiarità della giovinetta è quella di essere figlia di una sciamana e conseguentemente "posseduta dallo spirito della NONNA del Dio del Mare", incarnato in una statuetta dall'aspetto minaccioso da cui la ragazza mai si separa, ma la sua caratteristica principale è quella di essere giovine e bella, cosa che scatena nella moglie dell'entomologo una gelosia che potrebbe essere legittima come no, fomentata da paranoia oppure dall'inequivocabilità delle azioni delittuose della ragazza e di quelle del marito brutto come il peccato ma infoiato a letto. Mettendo da parte le orride scene di amplessi tra belle donne e un uomo mostruoso, la regia di Young Nam Ko è apprezzabile sia per i colori vividi delle sequenze più allucinate che per i "filtri" piazzati sulla cinepresa, uno assimilabile a un fondo di bottiglia che distorce le immagini, l'altro, più classico, in guisa di caleidoscopio. Ciò detto, vista l'abbondanza di film del festival e dato il poco tempo in cui rimarranno disponibili on line, il mio consiglio è quello di evitare o, se avete un abbonamento "flat" come il mio, di guardarvi gli ultimi 20, deliranti minuti.  


Sugar Street Studio
 (Sunny Lau, 2021)

Commedia horror che getta un po' di luce sulla difficile realtà delle produzioni cinematografiche di Hong Kong, tra produttori cialtroni, superstar e mestieranti che cercano di farsi un nome. La trama ruota su quattro ragazzi costretti a lavorare praticamente gratis per trasformare un edificio realmente infestato in un'attrazione commerciale, così da procurarsi i soldi per realizzare un film proprio basato sul cosiddetto "studio di Sugar Street", e su ciò che si nasconde dietro la storia di un clown divenuto folle per essere stato rifiutato da un'attrice. Per essere una commedia, Sugar Street Studio non fa granché ridere, anche se alcuni personaggi sono esilaranti (in primis il produttore), inoltre l'opera è carente anche dal punto di vista dell'horror, ché i fantasmi non sono mai inquietanti, anche per colpa di un trucco molto teatrale e posticcio, esacerbato da effetti computerizzati abbastanza invasivi. Il film sul finale è riuscito comunque a commuovermi (!) e in generale regia e fotografia non sono male, così come gli attori; considerata la sua natura di opera prima non posso che essere indulgente anche se vale quanto detto per Suddenly in Dark Night relativamente all'abbondanza di film e al poco tempo da sfruttare al meglio. 


Office Royale
 (Kazuaki Seki, 2021)

Questo era uno di quegli eventi dalla durata limitata, a differenza della maggior parte dei film che rimangono online per tutta la durata del Festival. Esempio di quelle assurde commedie trash giapponesi totalmente sopra le righe, Office Royal racconta cosa succederebbe se il mondo delle office ladies giapponesi seguisse le regole di quelle truzzissime bande di teppisti da strada che spesso popolano i manga, con le coloratissime, sboccate e zarre impiegate che decidono il destino delle rispettive aziende attraverso zuffe senza esclusione di colpi. Dentro Office Royale c'è un po' di Aggretsuko, un po' di manga a tema teppaglia, un po' di shonen da combattimento con tanto di allenamenti per diventare sempre più forti e boss di fine livello, ci sono persino dei travestiti che farebbero l'invidia di Frank'n'Furter e una colonna sonora che più tabozza non si può, quindi aveva tutte le carte in regola per diventare lo (s)cult del festival. Ciò detto, nonostante abbia riso spesso e trovato alcune delle idee molto simpatiche, pensavo di divertirmi molto di più e onestamente ho patito la palese volontà di buttare tutto in caciara fin dalle prime sequenze. Evidentemente, One Cut of the Dead mi ha viziata. 



venerdì 25 giugno 2021

Spiral - L'eredità di Saw (2021)

Uno degli horror più attesi dell'anno era Spiral - L'eredità di Saw (Spiral: From the Book of Saw), diretto dal regista Darren Lynn Bousman.


Trama: un emulo dell'Enigmista comincia a fare fuori dei poliziotti corrotti e il Detective Banks è costretto ad indagare...


Prima di cominciare lasciatemi sfogare, come diceva Pappalardo. Ma cosa caspita avete pensato, o produttori di Spiral, quando avete acconsentito alla presenza di Chris Rock nel film? Cosa, nella "veneranda" carriera del nostro, vi ha portati a credere che sarebbe stato adatto all'interno di un thriller horror, soprattutto in un ruolo che comunque richiedeva una certa dose di drammaticità? E' vero, Spiral è, nella sua interezza, delicato come un pugno nei denti, quindi magari l'Actor's Studio era sprecato, però avere un protagonista in costante overacting, che invece di parlare urla e per mostrare ira funesta alternativamente socchiude gli occhi come Seppia il gatto di Boccadasse oppure ne strizza solo uno some Braccio di Ferro, mi ha messo un nervoso tale da pregare questo nuovo Jigsaw di farlo fuori al minuto due. Tanto è il fastidio provocato da Chris Rock che, ovviamente, ha inficiato l'intero giudizio sul film, l'ennesimo, innocuo sequel (stavolta travestito da spin-off) di una saga cominciata nel 2004 come, appunto, thriller horror e continuata nel tempo come torture porn quasi fine a se stesso, in un continuo gioco al rialzo per creare la trappola più sanguinosa ed inguardabile. Stavolta l'inizio prometteva anche bene, perché il nuovo serial killer comincia mosso dal desiderio di ripulire il commissariato dai poliziotti corrotti e l'idea di un Saw vs polizia poteva aprire a tutta una serie di scomode considerazioni legate all'attuale società americana e alle condizioni di un servizio pubblico colmo di marciume e contraddizioni, ma il tutto dura ovviamente un battito di ciglia e la trama a un certo punto vira su una banale storia di vendetta dove alla fin fine il killer perde qualsiasi diritto ad ottenere un minimo di simpatia da parte del pubblico (in generale. Io, onestamente, tifavo per chiunque avesse deciso di fare fuori il detective Banks. E comunque ormai è per me inutile guardare questi film, ho indovinato l'identità del nuovo Jigsaw dopo una quarantina di minuti, con sommo scorno del Bolluomo.).

Espressione intensissima

Per quanto riguarda la realizzazione, Darren Lynn Bousman è tornato e si vede. Il suo stile tarantolato (ma St. Agatha, l'ultimo suo film che ho visto, era così zarro?), fatto di flash di orrori dalla fotografia vividissima e momenti di velocissimo sclero, non è cambiato dai vecchi Saw e neppure il corollario di gore mortale e a tratti insostenibile che, di fatto, trasforma il film in una mostra di mostri dove l'aspetto thriller diventa quasi trascurabile. Invecchiando, probabilmente, il mio fastidio verso queste torture fini a loro stesse è aumentato e mi sono ritrovata spesso a mugugnare dei "mavaffanculo" o dei "e certo, mettici ancora qualcosa che già non fa abbastanza vomitare il panettone del 1985", mentre il Bolluomo andava direttamente a farsi un giro altrove, quindi o sono diventata moscia io oppure Spiral ha alzato un po' l'asticella del disgusto rispetto ai suoi predecessori (che, a onor del vero, non riguardo dal 2005) quindi potrebbe venire parecchio apprezzato da chi ama il genere. Io, onestamente, mi pongo esattamente nel mezzo e dichiaro questo Spiral senza infamia e senza lode. Non sono mai stata fan della saga, abbandonata al quarto film, quindi non ero particolarmente eccitata all'idea di uno spin-off, ma per quanto riguarda l'aspetto thriller mi sono abbastanza divertita e ho fatto "eew" e "bleah" quando dovevo, quindi anche sul lato disgustorama la pellicola non delude; d'altra parte, guardando all'operazione col cervello inserito e non blandito dalle costanti citazioni a Pulp Fiction, mi è parsa uno spreco di potenzialità con abbondanza di spunti interessanti gettati in caciara, affossata ulteriormente da un attore cane maledetto che non dovrebbe più avvicinarsi agli horror nemmeno per sbaglio, perché non tutti i comici di colore si chiamano Jordan Peele, per nostra sfortuna. 


Del regista Darren Lynn Bousman ho già parlato QUI. Chris Rock (Detective Zeke Banks), Max Minghella (Detective William Schenk) e Samuel L. Jackson (Marcus Banks) li trovate invece ai rispettivi link.

Spiral - L'eredità di Saw
è uno spin-off della saga cominciata con Saw - L'enigmista; se il genere vi piace recuperatelo e aggiungete Saw II - La soluzione dell'enigma, Saw III - L'enigma senza fine (che potete trovare gratis su RaiPlay assieme a Saw IV - Il gioco continua e Saw V - Non crederai ai tuoi occhi), Saw VI - Credi in lui, Saw 3D - Il capitolo finale e Saw: Legacy (lo trovate su Prime Video). ENJOY!

 

martedì 22 giugno 2021

Luca (2021)

Intristita dalla scelta di destinarlo solo allo streaming, domenica ho comunque recuperato Luca, l'ultima fatica Pixar diretta e co-sceneggiata dal regista Enrico Casarosa.


Trama: Luca Paguro è un piccolo mostro marino che, dopo l'incontro con un suo simile, scopre di poter acquistare sembianze umane appena uscito dall'acqua. I due decidono di conquistare la libertà partendo con l'esplorazione della cittadina di Porto Rosso...


Sfortunato questo Luca, ultimo, poetico frutto della Pixar. Sfortunato perché, in quanto ambientato durante una mitica estate ligure, sarebbe stato perfetto per venire proiettato nelle arene all'aperto della nostra regione, invece la Disney ha deciso di non distribuirlo al cinema e di gettarlo nel calderone del suo servizio di streaming online, penalizzando non poco le belle immagini della pellicola. Da una parte, meglio così: guardare Luca doppiato è un delitto punibile con la pena di morte visto l'assoluto divertimento derivante dal mix di inglese, pesantissimo accento italiano e frasi interamente pronunciate nella nostra lingua che rende il cartone una festa non solo per gli occhi ma anche per le orecchie; a mio avviso, l'unica cosa intelligente da fare per evitare l'inevitabile piattume dell'adattamento nostrano sarebbe stato calcioruotare Orietta Berti, la Litizzetto e Fazio e affidare ogni locuzione italiana ai Pirati dei Caruggi (che hanno realizzato questo geniale trailer) così da creare un favoloso mix di italiano e dialetto genovese, ma purtroppo questo non è un mondo perfetto e non lo sarà mai. Frustrazioni linguistiche a parte, com'è questo Luca? Delizioso, non c'è altro modo per descriverlo. Fresco come una vacanza al mare negli anni '60 (fidatevi, la poesia nel frattempo si è persa o forse sono io che ormai detesto i turisti con tutta me stessa), filtrato dagli enormi occhioni di un mostriciattolo a cui il mare sta stretto, tutto in Luca profuma dell'innocenza dell'infanzia, della fantasia di chi ancora deve scoprire non solo il mondo ma anche ciò che si staglia appena fuori dall'uscio di casa, della malinconica consapevolezza che prima o poi l'estate/infanzia finirà per lasciare spazio all'autunno e alle scelte di vita, che implicano anche lasciarsi alle spalle amicizie ed affetti o mettere da parte alcuni sogni per inseguirne altri, senza mai dimenticare la spinta dei primi entusiasmi.


Alla faccia della Sirenetta, a Luca e Alberto basta uscire dall'acqua per ottenere sembianze umane, ma ciò non rende le cose più facili: i genitori di Luca minacciano di confinarlo nientemeno che negli abissi, a Porto Rosso è aperta la caccia ai mostri marini, in generale piccoli e grandi inconvenienti incombono su due caratteri molto diversi, due amici (Luca, più piccolino ed innocente, Alberto, di qualche anno più grande e più smaliziato) che anelano alla libertà che solo la mitica Vespa può offrire. Si unisce alla coppia una ragazzina, Giulia, vacanziera genovese che risulta strana agli occhi dei ragazzini del posto, outsider nonostante la sua natura di essere umano perché presa di mira dal bulletto del paese. Giulia e Alberto diventano così i due poli necessari allo sviluppo della personalità di Luca, perché l'energia e il coraggio "rozzi" del secondo vengono in qualche modo "incanalati" dalla vivacità intelligente della prima, in un continuo scambio reciproco di esperienze, divertimento e anche litigi che farà crescere tutti e tre, non solo Luca. A fare da sfondo a questa rocambolesca amicizia e alla fuga di Luca dal fondo del mar c'è la bellissima Porto Rosso, un compendio di tutta la bellezza che potete trovare nelle Cinque Terre nonché luogo che tira fuori il meglio dell'arte dei disegnatori della Pixar, tra colori vivaci e scorci talmente realistici che parrebbe davvero di essere in Liguria, nonché tutta una serie di elementi iconografici per chiunque sia capitato in Italia almeno una volta. Si potrebbe discutere sull'abbondanza di stereotipi presenti in Luca, ma poiché Casarosa è italianissimo e il film è filtrato dai suoi ricordi di vacanze infantili la cosa è anche normale e d'altronde io d'estate mi ammazzo di pesto e gelato, un po' come fanno i protagonisti del film, e posseggo persino una Vespa quindi non sono la persona adatta per un pippone antinazionalista; inoltre ho apprezzato molto anche la colonna sonora con successi anni '60 o canzoni un po' più recenti ma debitrici di un certo stile pop (come Il gatto e la volpe di Bennato, calzantissima), nonché le mille citazioni di Mastroianni, Fellini e persino I soliti ignoti, quindi direi che con me Luca ha fatto proprio centro anche se continuo a preferirgli Pierluca, ça va sans dire. 


Di Jacob Tremblay (voce originale di Luca Paguro), Maya Rudolph (Daniela Paguro), Peter Sohn (Ciccio) e  Sacha Baron Cohen (zio Ugo) ho parlato ai rispettivi link.

Enrico Casarosa è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio dopo il corto La luna (inoltre doppia il giocatore di carte e il pescatore furioso). Nato a Genova, anche animatore, ha 51 anni.


Jack Dylan Grazer
è la voce originale di Alberto Scorfano. Americano, lo ricordo per essere stato l'Eddie Kaspbrak di It e It - Capitolo 2, inoltre ha partecipato ad altri film come Tales of Halloween, Beautiful Boy e Shazam!. Ha 18 anni e un film in uscita.


Marina Massironi
è la voce originale della Signora Marsigliese. Nata a Legnano, storica "spalla" di Aldo, Giovanni e Giacomo, la ricordo per film come Tre uomini e una gamba, Così è la vita, Tutti gli uomini del deficiente e Chiedimi se sono felice. Ha 58 anni.


Non vi venga in mente di saltare i titoli di coda. Non tanto per la scena post credit quanto per i deliziosi disegni che raccontano, in parte, il destino dei personaggi dopo la fine del film. ENJOY!


venerdì 18 giugno 2021

The Conjuring - Per ordine del diavolo (2021)

Un horror visto al cinema, finalmente. Mi commuovo. Anche per questo sarò indulgente nel parlare di The Conjuring - Per ordine del diavolo (The Conjuring - The Devil Made Me Do It) del regista Michael Chaves.



Trama: Anni '80. Dopo avere assistito all'esorcismo del piccolo David Glatzel, i coniugi Warren vengono coinvolti in un caso di omicidio indotto da una possessione...


Mi perdonerete se non sono riuscita a riguardare i primi due capitoli della saga e se, di conseguenza, il post sarà abbastanza lacunoso per quanto riguarda i confronti tra film, ma ovviamente il tempo è quel che è e ancor grazie che sia riuscita ad andare a vedere al cinema Per ordine del diavolo. L'ultima avventura dei coniugi Warren cinematografici mi è piaciuta abbastanza, per inciso, forse perché finalmente sono tornata a vedere un horror su schermo gigante, in una sala buia e con un audio degno di questo nome, tutte cose che hanno contribuito, assieme al tema "possessioni", ad accrescere la tensione provata guardando il film, che stavolta non è più legato all'ambito "case stregate" ma si rifà ad un altro episodio di cronaca dell'occulto, ovvero la storia vera di Arne Johnson. Costui, nel 1981, ha realmente ucciso il suo padrone di casa ubriaco, su questo non ci piove, ma il suo caso ha suscitato scalpore perché Johnson è stato il primo uomo, in America, ad aver tentato come attenuante quella della possessione demoniaca; presente all'esorcismo del piccolo David Glatzel (durante il quale c'erano anche i Warren veri), pare che Johnson sia stato posseduto dallo stesso demone che infestava il bambino e che sia stata proprio l'entità a cambiarlo e spingerlo ad uccidere. Ovviamente il giudice non ha accettato l'attenuante e Johnson è stato condannato, ciò non toglie che questo è sicuramente un precedente interessante e perfetto da portare su schermo come thriller sovrannaturale, imperniato sulle indagini di due Warren più investigatori del solito e su una battaglia contro un villain misterioso, legato al culto satanico già visto in Annabelle ed ispirato all'isteria satanista esplosa negli States durante gli anni '80.


The Conjuring - Per ordine del diavolo
tocca dunque parecchi stili di racconto; comincia con un deflagrante esorcismo dove i riferimenti al film di Friedkin si sprecano e dove il piccolo Julian Hilliard si riconferma uno dei piccoli attori più bravi del momento, smorza un po' l'horror trasformandosi in thriller sovrannaturale (dove non mancano, tuttavia, zampate inquietantissime) e si concede persino un po' di court drama, ché lo scopo dei Warren è quello di evitare la pena di morte al povero Arne Johnson, per poi tornare a sfoggiare atmosfere quasi gotiche sul finale. Il risultato è sicuramente inferiore ai primi due The Conjuring, perché manca la mano originale di Wan e si vede, ma Michael Chaves si è fatto le ossa e, se non altro, non ci troviamo davanti a un pasticcio noioso come La Llorona (rivedrei giusto un po' il casting e il ruolo dei preti, più che inutili). C'è da dire che, a differenza che negli spin-off del Conjuringverse, i film "principali" sono graziati dalla presenza di Patrick Wilson e Vera Farmiga, che tornano ad abbracciare i ruoli di Ed e Lorraine Warren con classe e partecipazione, tanto che, alla fine, allo spettatore importa più dell'affiatatissima coppia di coniugi (con tutti i loro ricordi, i loro piccoli cenni d'affetto, cravatte e gonne coordinate, gli sguardi complici) che delle famiglie o dei singoli che richiedono il loro intervento. Nell'attesa di poter, un giorno, affrontare una bella maratona Conjuring, dichiaro promosso il terzo capitolo e spero sia solo il primo di una lunga serie di film da poter tornare a vedere al buio di una sala cinematografica.


Del regista Michael Chaves ho già parlato QUI. Patrick Wilson (Ed Warren), Vera Farmiga (Lorraine Warren) e Julian Hilliard (David Glatzel) li trovate invece ai rispettivi link. 


Ad interpretare l'ex prete Kastner c'è l'attore australiano John Noble, indimenticato Denethor della saga Il signore degli anelli. Il film segue direttamente le vicende di L'evocazione - The Conjuring e The Conjuring - Il caso Enfield ma se volete una visione d'insieme del cosiddetto Conjuringverse vi conviene recuperare anche Annabelle, Annabelle 2: Creation, Annabelle 3, The Nun - La vocazione del male e La Llorona - Le lacrime del male, mentre se il caso di Arne Johnson vi interessa potete recuperare The Demon Murder Case, che parla dello stesso argomento. ENJOY!

mercoledì 16 giugno 2021

Caveat (2020)

Shudder ha cominciato la sua Summer of Chills e il mio scopo (ma già sapete che non riuscirò, vero?) sarebbe quello di tenervi aggiornati in tempo reale sui film programmati per l'occasione dal servizio streaming più meraviglioso di sempre. Cominciamo con Caveat, diretto e sceneggiato dal regista Damian Mc Carthy.


Trama: un uomo con seri problemi di memoria viene mandato a tenere compagnia per qualche tempo alla giovane Olga, ragazza affetta problemi psichici e rimasta orfana di entrambi i genitori, dentro una casa che nasconde inquietanti misteri...


La Summer of Chills è iniziata col botto, almeno per me (ma anche per Lucia, alla quale l'horror in questione è piaciuto assai). Caveat è uno dei pochi film recenti ad avermi costretta a guardare gli ultimi venti minuti con le mani davanti agli occhi e la tachicardia a mille, senza l'ausilio dei colpi sonori tipici dello jump scare d'accatto, e ciò che precede quelle inquietanti sequenze sul pre-finale non è fatto per rilassare lo spettatore, affatto. O meglio, qualcuno probabilmente potrebbe anche addormentarsi guardando Caveat, lo riconosco, visto che il ritmo della pellicola è molto lento, fatto di silenzi prolungati e immagini spesso statiche di persone che attendono, chissà cosa, nel buio, ma con me una simile struttura ha l'effetto di un continuo pizzicare di nervi che mi tiene sul chi va là, in terrorizzata attesa. Di più, la trama e lo svolgimento di Caveat non sono neppure perfettamente razionali o sensate; non lo sono dal momento in cui il protagonista accetta, per soldi o per pietà nei confronti di una ragazzina che neppure conosce, di farsi assicurare ad una catena arrugginita dal bieco zio di lei e passare un imprecisato numero di giorni in una casa abbandonata al centro di un'isola disabitata, senza riscaldamento, cibo o altro (la casa dove vive Olga sembra una di quelle catapecchie cadenti ma ancora zeppe, chissà perché, di oggetti, di cui i boschi del Savonese pullulano), col solo scopo di farle compagnia dopo che il padre è morto e la madre è scomparsa. Il protagonista parrebbe conoscere lo zio di Olga ma non ne ha memoria e lo spettatore, per lungo tempo, non ha modo di capire perché il rapporto tra i due somiglia a quello tra servo e padrone, in aperto contrasto con una foto che vede entrambi sorridenti e vicini. Parte dei misteri vengono dipanati nel corso di Caveat ma il regista lo fa in modo talmente ambiguo che non è saggio mettere la mano sul fuoco riguardo alla veridicità di quanto mostrato, anche perché tutti i "narratori" presenti in Caveat sono assolutamente inattendibili e d'altronde la locuzione latina del titolo è già di per sé un monito, non solo per i personaggi.


A complicare le cose, tra l'altro, ci si mette l'elemento sovrannaturale che, anche lì, potrebbe esistere oppure no. Di sicuro il leprotto tamburino che campeggia sul poster del film mette paura già solo a guardarlo, con quegli occhioni scazzati che sembrano odiare l'universo intero e che sono anche troppo vividi, ma ogni tanto il giocattolo si mette a battere le bacchette sul tamburo, e allora sono dolori veri. Fratel coniglietto viene tuttavia eclissato da quel qualcosa che potrebbe o meno nascondersi in cantina e che, a prescindere, annienta lo spettatore con quel paio di sequenze finali interamente giocate sul silenzio e il senso di claustrofobia, sulla solidità del buio e la falsa sicurezza di una luce che, a onor del vero, non manca mai ai protagonisti, ingannevole e infida come tutto ciò che ai loro occhi potrebbe tradursi in salvezza o libertà e che invece li precipita ancor più nell'abisso. La sensazione di pericolo costante è acuita ulteriormente dall'utilizzo di una fotografia cupa, poco illuminata, che rende ancor più fatiscente la "location" in cui sono costretti i due protagonisti e, se vogliamo, surreali i pochi flash ambientati altrove, che a tratti risultano come una visione irraggiungibile. Il binomio Irlanda e horror vince ancora dunque, e ovviamente Shutter se lo è accaparrato in un attimo. Ricordatevi di Caveat e tenetelo d'occhio nella speranza esca presto anche qui.  

Damian Mc Carthy è il regista e sceneggiatore della pellicola. Irlandese, è al suo primo lungometraggio. 




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