Buon giovedì a tutti! Onestamente mi fa tristezza continuare questa rubrica: i contagi aumentano, film in grado di farmi superare la paura del Covid non ne escono, il panorama distributivo italiano è una desolazione sconfinata. Teniamo duro tutti, soprattutto per amore della sala cinematografica, ma se non cambieranno le cose non so davvero cosa potrà succedere. ENJOY!
giovedì 15 ottobre 2020
(Gio)WE, Bolla! del 15/10/2020
mercoledì 14 ottobre 2020
La signora ammazzatutti (1994)
Trama: Beverly è una moglie e madre di famiglia perfetta, con un piccolissimo difetto: è completamente pazza e non conviene contraddirla o risultarle antipatici...
La signora ammazzatutti era uno dei film che più amavo guardare da ragazzina, prima ancora che arrivassi ad associare il nome di John Waters al trash estremo di opere come Pink Flamingos, giusto per citare la più famosa. Adoravo La signora ammazzatutti senza conoscerne il "papà", semplicemente perché c'era colei che fin da bambina avevo imparato ad amare senza riserve in virtù di capolavori visti e rivisti come All'inseguimento della pietra verde, Il tesoro del Nilo e La guerra dei Roses, la meravigliosa Kathleen Turner; abituata a vederla nei panni di donna giovane ed elegante, questa versione inedita di mamma killer già un po' avanti con gli anni mi intrigava mentre il film in sé era qualcosa che sfuggiva ad una comprensione totale. Al di là delle citazioni a serial killer quali Charles Manson e Ted Bundy e della parodia di serie e programmi USA basati sul true crime (tutte cose che all'epoca non avrei potuto cogliere), erano proprio le situazioni surreali mostrate nel film a suscitare in me sensazioni contrastanti, perché la vicenda de La signora ammazzatutti è improbabile ma non assurda e non c'è nessun giudizio negativo nei confronti di Beverly né verso la marea di freaks che la circondano, i figli in primis. Ero abituata a separare la commedia dall'horror/thriller e vedere un film che indulgeva nelle peggiori nefandezze ridendone a crepapelle, anzi, quasi facendo passare Beverly per il personaggio "savio" in un mondo di matti e maleducati assortiti, determinata a compiere i peggiori delitti per mantenere intatta la felicità della famiglia e del quartiere, era qualcosa che mi aveva colpita profondamente. Certo, c'era già stato Roba da matti ma quello era scemo e basta, qui invece c'era non solo una presa in giro della famiglia perfetta ma anche della società americana in generale, quella perbenista e provincialotta, che abita nei quartieri bene di una città come Baltimora.
La signora ammazzatutti, al secolo Beverly Sutphin, si fa paladina di questa perfezione disperatamente ricercata dalla classe medio-alta bianca, ma non esita a sporcarsi le mani e a mostrare, sotto la superficie patinata, la sua natura weird: adorabilmente pazza, Beverly indulge in letture "proibite", "osa" godere a letto urlando come se non ci fosse un domani (altro che mammina pancina), ama i film dell'orrore e si diverte un mondo a giustiziare tutti quelli che esibiscono comportamenti non consoni verso la sua famiglia, l'ambiente, la morale comune (le scarpe bianche dopo il Labor Day? Orrore!!!) ecc. Come conseguenza di ciò, i suoi famigliari arrivano sì a temerla, ma senza smettere di amarla, perché mammà fa tutto per mantenere l'armonia e pazienza se qualcuno ci rimette la vita, anzi, tanto meglio, in quanto con la pazzia di mamma arriva anche la tanto bramata celebrità alimentata dalla nostra natura di voyeur pervertiti, che adorano divorare storie turpi e possibilmente vere. Ecco la presa in giro di John Waters nei confronti dello stesso spettatore, che fin dall'inizio si trova davanti un film presentato come una storia realmente accaduta, giusto con i nomi cambiati, strutturato appunto come un lungo episodio dei true crime che vanno tanto di moda ora, completo di didascalie con luoghi, orari, giorni in cui viene consumata la follia omicida di Beverly, personaggio che divora la scena dall'inizio alla fine. Non che tutti i comprimari non siano esilaranti e simpatici, ma Kathleen Turner è semplicemente meravigliosa, col suo aspetto rassicurante e sorridente che cambia in un secondo, sostituito da lunghi e cupi musi infastiditi e, soprattutto, da un vocione che rovescia sulla vicina di casa i peggiori improperi senza battere ciglio: a dimostrazione di quanto gli adattamenti di un tempo fossero esilaranti (ancora ricordo quello di La morte ti fa bella), le telefonate di Beverly, tra "via passeggiata della fica" e "succhioni di salice", fanno ancora oggi morire dal ridere, ancor più dell'intero film. Che vi consiglio, ovviamente, di recuperare, tanto su Prime c'è soltanto doppiato e non potete sbagliare!
Di Kathleen Turner (Mamma), Sam Waterston (Papà) e Matthew Lillard (Chip) ho parlato ai rispettivi link.
John Waters è il regista e sceneggiatore della pellicola, inoltre è la voce originale di Ted Bundy. Americano, ha diretto film come Pink Flamingos, Polyester, Grasso è bello, Cry Baby, Pecker e A morte Hollywood. Anche attore e produttore, ha 74 anni.
Ricki Lake interpreta Misty. Americana, famosa conduttrice di talk show, ha partecipato a film come Grasso è bello, Una donna in carriera, Cry Baby, Buffy - L'ammazzavampiri, A morte Hollywood e Hairspray: Grasso è bello. Anche produttrice, ha 52 anni e un film in uscita.
Traci Lords (vero nome Nora Louise Kuzma) interpreta la ragazza di Carl. Americana, un tempo attrice porno, ha partecipato a film come Cry Baby, Blade, Zack & Miri - Amore a... primo sesso, Excision e a serie quali Highlander, I racconti della cripta, Melrose Place, Pappa e ciccia, Nash Bridges, Hercules, Una mamma per amica e Will & Grace. Anche produttrice, compositrice, regista e sceneggiatrice, ha 52 anni e un film in uscita.
Justin Whalin, che interpreta Scotty, è stato Andy Barclay ne La bambola assassina 3 mentre Suzanne Somers era la "bionda" di Una bionda per papà e la Chrissy di Tre cuori in affitto. Per il ruolo di Beverly era stato fatto il nome di Julie Andrews ma la prima scelta del regista era stata Susan Sarandon, scartata per le esorbitanti richieste di compenso. Niente da fare anche per Will Wheaton, surclassato durante i provini per il ruolo di Chip. ENJOY!
martedì 13 ottobre 2020
The Lie (2018)
Parliamo oggi del secondo film della serie Welcome to the Blumhouse, che potete trovare dal 6 ottobre su Amazon Prime Video, ovvero La bugia (The Lie), diretto e co-sceneggiato nel 2018 dalla regista Veena Sud.
Trama: Kayla, figlia di genitori separati, si reca a un ritiro di danza classica in macchina col padre. Durante il tragitto, i due incrociano un'amica di Kayla, diretta allo stesso ritiro, e le danno un passaggio ma durante una sosta imprevista la ragazza scompare...
Alla fine della visione di The Lie mi verrebbe da chiedere a Jason Blum se la sua intenzione è quella di coglionare il pubblico. Onestamente, non so come sia nato questo progetto Welcome to the Blumhouse ma, visto il titolo, mi verrebbe da pensare che i quattro film di cui è composta la serie dovrebbero essere una vetrina della famosissima casa di produzione. Tenendo a mente questo, passi Black Box che è un thriller con risvolti alla Black Mirror sottilmente inquietante, ma The Lie sembrerebbe quasi un fondo di magazzino. Dico "quasi" perché il cast, così come la regia, sono di primo livello e tutti i coinvolti, in primis Joey King e Peter Sarsgaard (che pare essersi trasformato in una versione giovane di Jack Nicholson, solo più calma), offrono interpretazioni assai valide, ma già parliamo di un remake di un film tedesco che probabilmente conoscono in quattro, e poi The Lie è quasi più un dramma familiare che un thriller, dove per "dramma familiare" intendo "trio di deficienti che meriterebbero di morire male, soprattutto la figlia". The Lie è infatti uno schiaffo alla suspension of disbelief necessaria ad accettare il 90% degli horror o thriller, perché va bene UNA scelta cretina che mette in moto tutta la trama, ma per assistere a un'ora e mezza di scelte cretine motivate da un attaccamento familiare che rasenta il patetico e spesso raggiunge ragguardevoli livelli Mulino Bianco, allora guardo uno slasher anni '80 dove l'ignoranza e l'intrattenimento la fanno da padrone.
I personaggi di The Lie, ahiloro, sono tutti mediamente odiosi, inizialmente di quell'"odiosità" tipica di personaggi codificati nel più banale dei modi: c'è la figlia adolescente in piena tempesta di disagio emotivo, il padre che all'età di quasi 50 anni ancora non ha smesso di fare il musicista bohemien, la madre che è ovviamente una donna in carriera esigentissima con la figlia e disgustata dall'ex marito. Insomma, ci sarebbe tutto quello che serve per una bella Muccinata a base di pianti e strilli finali, il problema è che nel mezzo serve inserire anche un po' di thriller psicologico, e ciò comporta trasformare tre personaggi già odiosi di per sé in tre creature per le quali non riuscire a provare neppure un po' di empatia, non davanti a un twist nel pre-finale che a me ha fatto l'effetto di un Nelson che punta il dito urlando "Haa-haa!" e soprattutto NON davanti a un finale in cui ho sperato che The Lie diventasse il peggiore dei torture porn con annessa possibilità di infilarsi un visore 3D e avere l'illusione di partecipare alla mattanza per sfogarsi un po'. Peccato, soprattutto peccato perché ogni qualvolta The Lie minaccia di diventare davvero angosciante entra a gamba tesa il momento "tristezza casalinga" che affloscia ogni cosa e non bastano le belle immagini, fatte di luce, neve, vetri e ambienti spaziosi dove è impossibile nascondere e nascondersi, per arrivare ad apprezzare il secondo Welcome to the Blumhouse. Punto tutto sui prossimi due, che dovrebbero uscire proprio oggi, sperando di non rimanere delusissima da un'operazione che aspettavo con ansia.
Di Peter Sarsgaard (Jay) ho già parlato QUI mentre Joey King (Kayla) la trovate QUA.
Veena Sud è la regista e co-sceneggiatrice del film. Canadese, ha diretto un altro lungometraggio, The Salton Sea. Anche produttrice, ha 53 anni.
The Lie è il remake di un film tedesco del 2015 inedito in Italia, We Monsters. Se il film vi fosse piaciuto recuperatelo, altrimenti anche no! ENJOY!
domenica 11 ottobre 2020
Black Box (2020)
Il sei ottobre sono usciti su Amazon Prime i primi due film della serie Welcome to the Blumhouse e ovviamente non potevo esimermi dal guardarli! Il primo è stato Black Box, diretto e co-sceneggiato dal regista Emmanuel Osei-Kuffour.
Trama: dopo un terribile incidente in cui la moglie ha perso la vita, Nolan non ha più ricordi e fatica ad avere una vita normale per lui e per la figlioletta Ava. Disperato, chiede aiuto alla dottoressa Lillian, ma qualcosa continua ad essere terribilmente sbagliato...
Piccolo disclaimer per tutti quelli che si accingeranno a guardare i due originali Blumhouse su Amazon Prime Video: non aspettatevi un horror da non dormire la notte, anzi, non aspettatevi un horror, almeno per quanto riguarda il film in esame. Black Box si pone più sulla falsa riga di un episodio di Black Mirror, e si appoggia a un concetto di tecnologia utile e futuristica ma foriera di incubi se messa nelle mani sbagliate e racconta di un uomo che, dopo un incidente in cui è morta la moglie, si ritrova senza alcun ricordo della sua vita precedente. La sceneggiatura di Black Box si impegna molto a sottolineare il disagio legato a questa mancanza di ricordi, unita all'orrore di vedere la propria mente sempre più labile e slegata dalla realtà, e ci presenta un uomo "normale" costretto a fare fronte, in solitudine, all'inevitabile distacco verso una figlia "estranea" che, poverella, si adopera in ogni modo per aiutare papà, finendo vittima di un dolore enorme quando quest'ultimo dimentica cose fondamentali per una bimba matura ma ancora piccolina. Quel che è peggio è che il protagonista è piagato da orribili visioni di una creatura senza volto e disarticolata che ogni volta tenta di inserirsi nei suoi ricordi impedendogli di afferrare quelli fondamentali, soprattutto quando subentrano le terapie della dottoressa Lillian, che mescolano l'ipnosi alla realtà virtuale, terapie che, invece di rendere Nolan integro e consapevole, lo spingono ancor più alla confusione e al terrore di perdere ciò che resta della sua esistenza. E più non dimandate, perché se è vero che un paio di colpi di scena sono intuibilissimi per uno spettatore mediamente scafato, è comunque vero che il gusto della sorpresa rende Black Box più interessante.
Per quanto riguarda la realizzazione, l'unico aggettivo con cui posso definire la regia è "pulita". Emmanuel Osei-Kuffour, al suo primo lungometraggio, non si perde in troppi fronzoli e realizza un film fatto di immagini chiare e luminose, con alcune inevitabili concessioni a qualcosa di più onirico, com'è ovvio per una pellicola che prevede una parziale esplorazione della mente umana, ma senza esagerare: il passaggio tra ricordi e realtà, per esempio, è sempre chiaro e netto e se non fosse per volti cancellati e creature che ricordano l'uomo storto di The Conjuring non ci sarebbe molta differenza tra ricordi e presente. E' palese inoltre l'omaggio a uno dei film di punta della casa di produzione, Get Out, a cui si rimanda non solo grazie al cast all-black ma anche per alcune sequenze di ipnosi che ricordano tantissimo il capolavoro di Jordan Peele e che, neanche a dirlo, mi hanno fatto venire voglia di riguardarlo. Nulla da dire sul cast, composto quasi tutto da facce per me nuove che non mi hanno particolarmente entusiasmata se devo essere sincera, salvo per il meraviglioso zappino della piccola Amanda Christine, che avrebbe fatto faville nel cast di Otto sotto un tetto o Tutto in famiglia con quel suo modo di fare tra il petulante e il tenerissimo, che verso il finale è in grado di spezzare il cuore a un sasso. A dirla tutta, come potenziale vetrina della Blumhouse Black Box non è un film fenomenale o indimenticabile, ma si lascia guardare. Sono curiosa di vedere come saranno i prossimi!
Emmanuel Osei-Kuffour è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, è al suo primo lungometraggio. E' anche produttore e attore.
Mamoudou Athie interpreta Nolan. Mauritano, ha partecipato a film come The Circle e Underwater. Anche produttore, ha 32 anni e un film in uscita.
Phylicia Rashad interpreta Lillian. Famosa per il ruolo di Claire nella sit-com I Robinson, ha partecipato a film come Buon compleanno Topolino!, Creed - Nato per combattere, Creed 2 ad altre serie quali Santa Barbara, Love Boat, Blossom e Cosby; come doppiatrice ha lavorato in Tartarughe ninja alla riscossa e The Cleveland Show. Anche produttrice, ha 72 anni e due film in uscita tra cui Soul.
venerdì 9 ottobre 2020
Paradise Hills (2019)
Per motivi pandemici non sono riuscita a rendere onore al borzo australiano ma ho comunque recuperato un film uscito nelle sale la settimana scorsa, ovvero Paradise Hills, diretto nel 2019 dalla regista Alice Waddington.
Trama: Uma è una ragazza di buona famiglia che un giorno si sveglia in un lussuosissimo centro ubicato su un isola deserta, dove le ospiti vengono sottoposte a un trattamento per renderle "perfette"...
Paradise Hills è un esempio di distopia e pseudofantascienza accessibile ai teen, che frulla e rimastica concetti già presenti nel vecchio La fabbrica delle mogli (o La donna perfetta, se preferite) filtrandoli attraverso un gusto estetico molto glamour e accattivante, pesantemente debitore di atmosfere da Alice nel Paese delle Meraviglie. L'Alice in questione si chiama Uma e finisce nel giardino della Duchessa spinta da una madre che la vuole sposa perfetta di un giovane riccastro; all'interno di un isola deserta adibita a lussuoso resort, ragazze "imperfette" e vestite di bianco passano il tempo a fare ginnastica, a seguire diete, a intrecciare fiori e ad aprire l'animo e il cuore alla comprensiva Duchessa, pronta a rimandarle a casa alla fine di una cura che mira a renderle adatte a una società fatta di pochissimi ricchi privilegiati e molti poveri disagiati. In un'isola zeppa di potenziali Stepford wives, Uma fa amicizia con tre ragazze in particolare e insieme a loro scopre che il già strano ed inquietante Paradise Hills nasconde segreti oscuri e terribili, che trasformano le atmosfere vagamente ambigue della prima parte del film in qualcosa di leggermente più horror, cosa che avrei preferito avvenisse prima e in maniera più incisiva; l'enorme difetto di Paradise Hills, infatti, è una trama interessante ma trattata in maniera superficiale e delicatina, con un sacco di spunti infilati qui e là (la società divisa tra "uppers" e "lowers", la natura della Duchessa, il significato del luogo ricercato da Amarna) lasciati cadere in favore di una maggiore predilezione per il drama d'amicizia e d'ammore, fatto di pseudopsicologia d'accatto ed emozioni posticce.
Ciò che di Paradise Hills salta, invece, letteralmente all'occhio, è il gusto per la composizione dell'immagine, per i colori, per la scenografia (naturale e non), per i costumi, per capigliature e make-up, in un trionfo di ricchezza visiva che denota l'enorme sforzo estetico di accattivarsi un'audience giovane e, se si pensa che Alice Waddington è al suo primo lungometraggio, c'è soltanto da levarsi il cappello (e al limite lamentarsi dell'assenza di una colonna sonora adeguata, ché quelle due canzonette gnegne cantate dalle protagoniste non si possono sentire). Qualcuno potrebbe dire che Paradise Hills è un film più di apparenza che di sostanza, e non sarò io a sostenere il contrario, però ho trovato piacevole staccare per un'ora e mezza il cervello e godermi la bellezza delle immagini che la regista riesce a portare sullo schermo come se avesse per le mani una favola nera popolata da bamboline da vestire e pettinare. Se poi le bamboline in questione sono attrici per le quali provo una spiccata simpatia, come la sempre frizzante Emma Roberts, Awkwafina e una Milla Jovovich in veste di maitresse elegantissima e abbastanza matta, capirete che probabilmente sono stata anche più indulgente di quanto avrei dovuto con un film al quale non riesco a voler male nonostante i condivisibili difetti. Dovesse passare dalle vostre parti, o finire un giorno su qualche servizio streaming, riscoprite il bimbominkia che è in voi e dategli un'occhiata.
Di Emma Roberts (Uma), Awkwafina (Yu), Eiza González (Amarna) e Milla Jovovich (La Duchessa) ho già parlato ai rispettivi link.
Alice Waddington è la regista della pellicola. Spagnola, è al suo primo lungometraggio. Anche sceneggiatrice, produttrice e attrice, ha 30 anni.
giovedì 8 ottobre 2020
(Gio) WE, Bolla! del 8/10/2020
Buon giovedì a tutti! Anche questa settimana la tristezza la fa da padrone nelle sale cinematografiche, e visto quanti film sono stati rimandati al 2021 non c'è da essere tanto allegri per il futuro... ENJOY!
mercoledì 7 ottobre 2020
Il legame (2020)
Sono sempre lì che rimando la visione del film che ormai sapete, anche perché Netflix continua a tirare fuori roba a tema ottobrino e di durata contenuta. Stavolta è toccato a Il legame, diretto e co-sceneggiato dal regista Domenico Emanuele de Feudis.
Trama: un musicista torna al suo paese in Puglia per presentare alla madre la futura moglie e la figlia di lei. Quest'ultima, dopo poco tempo, diventa però preda di forze oscure...
Indubbiamente sono stata colta da follia quando ho deciso di guardare un horror italiano prodotto e interpretato da Scamarcio, so che lo pensate. In realtà, ciò che mi ha spinta a vederlo è stata la recentissima vacanza in Puglia, sprone peraltro necessario ad invogliare il Bolluomo, e alla fine devo dire che Il legame non è nemmeno così male. La qualità, ovviamente, non è quella di un The Nest, per carità, al limite siamo più nel territorio degli originali Netflix provenienti dalla Spagna, il che non condanna Il legame all'oblio di certi orrori nostrani, almeno quello; gli unici difetti davvero grossi come una casa sono infatti l'inespressività imbarazzante di Scamarcio, un gatto di marmo se mai ne è esistito uno, e la scelta scellerata di utilizzare la bella Mía Maestro, che io ricordo con amore nei panni della Nadia di Alias ma il cui italiano risulta al 90% incomprensibile (ma io dico, ridoppiarla pareva brutto?), per il resto il film si lascia vedere senza troppi problemi. La sua natura "media" risiede, neanche a dirlo, nella scelta di annacquare il "gotico italiano" legato alla fascinazione o al malocchio, a quella reale e ancora presente vena superstiziosa presente nei paesi rurali soprattutto del sud, con suggestioni tipiche dell'horror USA, fatte di possessioni e jump scare assortiti, che ammosciano il film soprattutto verso il finale, quando tutte le carte della sceneggiatura vengono scoperte senza possibilità di errore e anche con un po' di cretineria assortita (SPOILER: io capisco il sud, capisco il paese arretrato, ma davvero Scamarcio non ha trovato altra soluzione a una gravidanza indesiderata se non un rito a base di demoni? Ma bafangù, dai).
Peccato, perché l'ambientazione rurale è interessante quanto la scelta di utilizzare, in parte, anche gli splendidi e soleggiati uliveti pugliesi come luogo dove l'orrore può strisciare e colpire inaspettatamente sotto forma di tarantola, misteriose fascine à la Blair Witch Project o figure dai vestiti bianchi; la casa dove abita Francesco è sufficientemente spoglia e decadente, perfetto contraltare di un lusso solo intuito ma al quale Emma è palesemente abituata, e le due anziane figure che la abitano, silenziose e pronte a dare battaglia a una donna divorziata e con figlia, concorrono ad accrescere il senso di spaesamento di chi è straniero in terra straniera e sta per affidare la sua vita a una persona che probabilmente è più amata dalla figlia che da lei. Purtroppo, nonostante Domenico Emanuele de Feudis si sia fatto le ossa come aiuto regista di Sorrentino, parrebbe che il nostro non abbia assorbito lo stile del Maestro o che comunque, per la sua opera prima, abbia preferito un approccio alla regia più dimesso, tra l'altro poco aiutato da una fotografia che da un lato trasforma il paesaggio pugliese in qualcosa di innaturalmente brillante ma dall'altro penalizza ogni scena notturna, immergendo persone, cose ed ambienti in un'oscurità dov'è difficile scorgere qualcosa. Insomma, diciamo che la voglia c'è, così come le idee buone, e probabilmente Domenico Emanuele de Feudis potrebbe essere un nome da tenere d'occhio, eventualmente, per un futuro. Gli servirebbero solo un po' di coraggio e personalità in più, oltre ad una scelta maggiormente oculata degli interpreti principali.
Di Riccardo Scamarcio, che interpreta Francesco, ho già parlato QUI.
Domenico Emanuele de Feudis è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. E' anche attore e produttore.
Mía Maestro interpreta Emma. Argentina, ha partecipato a film come The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 1, The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 2 e a serie quali Alias, Hannibal e The Strain; come doppiatrice ha lavorato ne I Griffin. Anche produttrice, ha 42 anni.
Se Il legame vi fosse piaciuto recuperate La casa dalle finestre che ridono e The Nest. ENJOY!

































