venerdì 7 ottobre 2022

Hatching - La forma del male (2022)

Dovrebbe essere uscito in Italia in questi giorni, ma chissà in quante sale, Hatching - La forma del male (Pahanhautoja), diretto e co-sceneggiato dalla regista Hanna Bergholm.


Trama: la piccola Tinja si ritrova a covare segretamente un uovo dopo avere ucciso l'uccello che lo aveva deposto. Quello che uscirà dall'uovo metterà a nudo tutti i difetti di una famiglia apparentemente perfetta...


Hatching è un film finlandese che ha avuto parecchio successo all'ultima edizione del Sundance. La trama è un mix tra racconto di formazione, favola nera, body horror e critica sociale, e mette a nudo tutto l'orrore delle "famiglie felici" che campano di video fasulli on line, indossando i sorrisi più raccapriccianti in ogni circostanza. Infatti la protagonista, Tinja, è una ragazzina che la madre (ex pattinatrice costretta da un incidente a mettere fine alla sua carriera) ha costretto a diventare una ginnasta, con la pretesa che la figlia vivesse al posto suo un percorso sportivo di successo; madre, donna volitiva e senza nome, persegue l'ideale di una vita perfetta fino all'estremo, circondandosi di vezzosa carta da parati a fiori, biancheria immacolata, giardini perfetti e abiti coordinati madre/figlia e padre/figlio, mantenendo una terrificante facciata di perfezione familiare dalla quale lei per prima ricava una gioia posticcia. Il film comincia con la prima delle molte vittime di questa voglia di perfezione a tutti i costi, ovvero un corvo nero che osa portare scompiglio nella sacralità di un salotto appena immortalato in video, e che per questo viene ridotto in fin di vita da madre. Costretta a un orribile gesto di pietà, Tinja si ritrova per le mani l'uovo orfano del corvo, e decide di curarlo e "covarlo" nel segreto della sua cameretta, sviluppando presto un legame empatico con la creatura non ancora nata, che comincia a nutrirsi di tutte le comprensibili emozioni negative che Tinja da sempre è costretta a reprimere. Non aggiungo altro sulla trama, che pur non brilla di inventiva ed è quindi ampiamente prevedibile, perché qualche momento scioccante Hatching ce l'ha ed è giusto goderselo, come tutte le belle favole nere.


Passando alla realizzazione, Hatching è un'opera prima che non manca di difetti, in primis una fotografia e un montaggio un po' incerti, che talvolta danno l'idea di un film fatto con due lire, comunque con tutti i "problemi" delle opere indipendenti. D'altra parte, ha anche un comparto VFX che dà dei punti a parecchie produzioni più "serie", anche perché, come avrete immaginato, a un certo punto qualcosa esce dall'uovo e quel qualcosa è stato reso alla perfezione grazie all'utilizzo degli animatronics e di vari attori che si sono accollati un trucco particolarmente raccapricciante e realistico che probabilmente avrebbe fatto la gioia di Cronenberg; nonostante l'istintivo disgusto causato dalla creatura uscita dall'uovo, c'è anche da dire che la Bergholm e tutti i coinvolti sono riusciti a renderla miserevole e commovente al punto giusto, così che, salvo un per paio di vittime collaterali che mettono tristezza, per la maggior parte del tempo si tifa per la povera bestiola denominata Alli. Anche perché, diciamolo, gli attori ingaggiati per interpretare la famiglia di Tinja sono perfetti sia nella loro isteria sottesa (Sophia Heikkilä, che interpreta madre, ricorda un po' Missi Pyle e ha proprio la faccia di una matta coi fiocchi, di quelle che sorridono fuori ma dentro urlano) che nella loro inutilità congenita (scegliete voi chi preferite massacrare di botte, se il padre clueless o il bimbo stronzo, a me vanno bene entrambi) e non è difficile sperare che Alli li faccia tutti fuori, salvando l'unica normale, Tinja, dall'infelicità perpetua. In conclusione, dalla Scandinavia è arrivato un altro bell'horrorino, di un'autrice da tenere d'occhio per il futuro. Dategli una chance, se potete!

Hanna Bergholm
è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola, al suo primo lungometraggio. Finlandese, è anche attrice, montatrice e produttrice. Ha 42 anni.



mercoledì 5 ottobre 2022

The Seed (2021)

Consigliata da Lucia, ho recuperato anche questo The Seed, diretto e sceneggiato dal regista Sam Walker, che trovate come sempre su Shudder.


Trama: tre amiche vanno in una villa appartenente al padre di una di loro e lì, dopo una tempesta di meteore, trovano vicino alla piscina una ben strana creatura...


Ormai, a 41 anni, dovrei averlo capito. C'è qualcosa, nelle storie aventi per protagonisti degli alieni, che mi repelle, mi annoia e mi disturba, tutto allo stesso tempo. The Seed ha suscitato in me tutte queste reazioni e un po' mi è dispiaciuto, perché il lungo preambolo iniziale mi aveva anche divertita. Le dinamiche che governano le relazioni tra le protagoniste del film, infatti, sono assai gradevoli: abbiamo tre amiche dai tempi della scuola, due che nella vita hanno avuto soldi e successo e la terza, Charlotte, che invece lavora in un negozio di animali e tira a campare. Le prime due, ovviamente, sono connotate come le tipiche influencer dei tempi moderni, soprattutto la prepotente Deirdre, mentre Heather cerca di fare da mediatrice nonostante un carattere pavido, da figlia di papà con daddy issues, e questo scontro di caratteri rendono The Seed un'esilarante commedia anche quando le tre rinvengono lo schifosissimo e puzzolente alieno a bordo piscina, con Charlotte che tenta di proteggerlo dalla volontà delle amiche di farlo fuori e continuare a godersi il dolce far nulla all'interno dell'elegante villa che il destino ha dato in sorte a Heather. Non ci vorrà molto, chevvelodicoaffare, perché la creatura dall'aspetto anche dolciotto, se vogliamo (peccato per quel liquido nerastro che lo ricopre e che avrebbe spinto anche me a calcioruotarlo se non al creatore almeno fuori dalla villa), si riveli un mostrillo infingardo uscito dritto da pellicole come Inseminoid o Antibirth, con tutte le schifide conseguenze del caso. E qui, lo so, è un mio limite, ma qualcosa si è spento in me, forse perché ho cominciato a pensare troppo ad Antibirth, per l'appunto, un film che ho detestato (ma che comunque si è sedimentato, maledizione, nella mia psiche).


Invece di mantenere la goliardia un po' sciocchina dell'inizio, ad un certo punto Sam Walker butta tutto sul pessimismo e fastidio cosmico. E se, da una parte, le sequenze allucinate durante le quali la natura dell'alieno viene rivelata nel modo peggiore hanno il loro perché e sono ottimamente realizzate, così come gli effetti speciali più disgustosi del globo e un paio di idee "alimentari" davanti alle quali volevo morire, dall'altra tutta la tristezza che accompagna il destino delle tre amiche e una mezza svolta "zombie" dell'intera questione mi hanno ammorbata non poco. Sicuramente la colpa è mia, proprio per la mia mancanza d'amore verso un determinato genere di tematiche, perché, nonostante il basso budget, The Seed è un lavoro oggettivamente apprezzabile in quanto ricchissimo di idee, inoltre è molto colorato, "bruciato dal sole", zeppo di momenti esilaranti e retto in buona parte dalle bionde e bitchissime spalle di Lucy Martin, che mi chiedo dove sia stata finora, visto che la sua Deirdre è una delle cose migliori della pellicola. Sì, migliore anche del bestiolino urlante, il cui design, più che un armadillo come continuano a ripetere le storditissime protagoniste, somiglia più a un incrocio tra una tartaruga e uno dei cani-mostro di Ghostbusters, almeno nella sua forma più tenera. Per l'altra forma, ho avuto gli incubi la notte, quindi anche no, grazie!   

Sam Walker
è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. E' anche produttore, compositore e attore. 



Se The Seed vi fosse piaciuto recuperate Antibirth. ENJOY!

martedì 4 ottobre 2022

Blonde (2022)

Siccome il multisala di Savona ha deciso di consacrare la programmazione settimanale a puttanate (Taddeo l'esploratore, Tutti a bordo) e film vecchi che poco mi interessa rivedere al cinema (Avatar in tutte le versioni possibili e immaginabili), ho dovuto ripiegare sul film di punta di Netflix, ovvero Blonde, diretto e co-sceneggiato dal regista Andrew Dominik a partire dal romanzo omonimo di Joyce Carol Oates.


Trama: il film racconta parte della vita di Marilyn Monroe, divisa tra una fama necessaria e una desiderata normalità, dalla tragica infanzia al presunto suicidio...


Come sempre, prima di vedere un film sulla bocca di tutti ho fatto l'unica cosa possibile: non ho letto niente in merito, anche se stavolta non è stato per nulla facile visto che chiunque, persino chi guarda un film all'anno, ha sentito il bisogno di esprimere un'opinione su Blonde. Considerato che non ho mai letto il romanzo di  Joyce Carol Oates e che di Marilyn Monroe conosco solo pochi fatti risaputi da chiunque, non sapevo proprio cosa aspettarmi dall'opera di Andrew Dominik, tranne il fatto che Blonde NON è un biopic accurato, bensì una rivisitazione della vita della bionda icona, una libera interpretazione, se vogliamo. Talmente libera, in effetti, che gli appassionati di biografie farebbero meglio ad astenersi dalla visione, in quanto Blonde è più un incubo allucinato che una ricostruzione di fatti, per quanto romanzati; per intenderci, chi ha odiato Spencer probabilmente detesterà Blonde, in quanto, anche in questo caso, il regista abbraccia completamente il punto di vista di una mente spezzata, inquieta e disperata, senza badare molto alla verità. Si può proprio dire che non c'è una gioia che sia una all'interno di Blonde, che parte raccontando l'orrore vissuto da una Norma Jeane bambina per mano di una madre depressa e malata e prosegue offrendo il ritratto di una donna divorata dagli sguardi e dalle voglie altrui, impossibilitata a trovare un equilibrio tra la Marilyn Monroe desiderata dal pubblico, dagli studios e dai giornalisti, e la Norma Jeane che vorrebbe solo vivere un'esistenza normale, circondata da affetti di cui è sempre stata tragicamente priva. Il film è scioccante per la violenza che viene mostrata, sia fisica che psicologica, e per il modo in cui alcuni eventi assumono realmente le fattezze di un horror vissuto da una persona trascinata sistematicamente in fondo al baratro nel momento esatto in cui tenta di tirarsene fuori (ogni uomo mostrato nel film è ugualmente deprecabile, tranne forse Arthur Miller, che tuttavia a un certo punto sparisce, e proprio quando Marilyn avrebbe più bisogno di una persona accanto, quindi se non viene rappresentato come orribile esempio di umanità, risulta comunque inutile); Blonde, in questo senso, demolisce il mito di una Marilyn stupida e fragile, perché la stupidità era solo una maschera che l'attrice, tra l'altro, neppure voleva indossare e che agli altri faceva più comodo vedere, mentre se fosse stata davvero fragile non sarebbe probabilmente nemmeno arrivata a compiere 20 anni.


Poiché, spesso, le vicende assumono toni onirici ed allucinati, lo stile di Blonde non è assolutamente lineare, né si può sperare in una consecutio temporum, se non quella vaga di una cronologia generica scandita più che altro da un paio di film particolarmente conosciuti e un paio di mariti ed amanti eccellenti, peraltro mai chiamati per nome. Andrew Dominik rinuncia al realismo e gira il film principalmente in bianco e nero, con alcuni inserti realizzati come i film a colori anni '50 o come vecchi filmati casalinghi, a sottolineare quanto la vita di Norma Jeane fosse così intrecciata al mito di Marilyn Monroe da rendere impossibile distinguerle, ed è inquietante come spesso e volentieri il regista inserisca delle riproposizioni anastatiche di foto o filmati ormai diventati parte del patrimonio culturale dell'umanità, soprattutto perché ad ogni immagine familiare riuscivo a sentirmi in colpa, parte di quel pubblico che ha condannato Marilyn ad essere (e a venire tramandata) sempre in un certo modo. E la stessa Marilyn è stata fatta rinascere per l'occasione, non grazie all'ausilio dell'odiata ed irrispettosa CGI, ma grazie ad un attrice che porta sulle spalle tutto il peso del film e che, a tratti, sembra la reincarnazione della bionda bombshell. Ana De Armas è spettacolare, non solo si annulla fisicamente nei panni di Marilyn, ché lì si giocherebbe nel territorio "facile" del cosplay, ma ne tira fuori l'anima tormentata, e nello sguardo riesce a racchiudere la condanna di rimanere perennemente una bambina spaventata, l'orrore di rappresentare un giocattolo sessuale, la dignità di chi cerca di mostrarsi al di là dei preconcetti, la tristezza di chi comunque è destinato a non essere capito ed accettato per ciò che è, il dolore di chi vorrebbe essere madre e non riesce, i rarissimi sprazzi di felicità incarnati da pochi, nervosi sorrisi che contrastano con quello sexy, quasi vorace, al quale siamo abituati a pensare quando si parla di Marilyn. Certo, la De Armas probabilmente non basta ad "alleggerire" un film imperfetto nei ritmi e nelle intenzioni, lacunoso ed impreciso a livello biografico, che comunque richiede molto allo spettatore, sia in termini di tempo che di attenzione, e che rischia di lasciare insoddisfatta la maggior parte degli utenti, ma qualcuno potrebbe venire catturato dall'elegante, perverso fascino di Blonde, com'è successo a me... Quindi vi invito a trovare una sera (o un paio, non si offenderà nessuno se spezzerete la visione in due) per dare almeno una chance a questo film. Se vi va di parlarne, ci risentiamo nei commenti!


Di Ana de Armas (Norma Jeane), Julianne Nicholson (Gladys), Sara Paxton (Miss Flynn), Xavier Samuel (Cass Chaplin), Bobby Cannavale (Ex Atleta) e Adrien Brody (il Drammaturgo) ho parlato ai rispettivi link.

Andrew Dominik è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Neozelandese, ha diretto film come L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford e Cogan - Killing Them Softly. Ha 55 anni. 


Il romanzo di Joyce Carol Oates era già stato adattato nel 2001 in una miniserie TV in due parti dal titolo omonimo. Sia Naomi Watts che Jessica Chastain (il film è in progetto dal 2010) erano state considerate per la parte ma entrambe hanno rinunciato. Ciò detto, se Blonde vi fosse piaciuto recuperate Spencer. ENJOY!
 

venerdì 30 settembre 2022

Don't Worry Darling (2022)

Si è fatto aspettare un po' ma finalmente mercoledì sono riuscita a vedere Don't Worry Darling, diretto dalla regista Olivia Wilde. Niente spoiler, tranquilli!


Trama: Alice vive una vita idilliaca da casalinga assieme al marito Jack finché, un giorno, non scopre delle crepe nel suo mondo perfetto...


Don't Worry Darling è un film che, tra qualche mese, verrà ricordato più per tutti i gossip che ne hanno accompagnato l'uscita veneziana che per le sue qualità, questo nonostante sia un'opera assolutamente godibile, con qualche difettuccio qua e là. Purtroppo, il primo di questi difetti (che probabilmente allo spettatore "casuale" interesserà poco ma che rende inevitabilmente l'appassionato come la sottoscritta una bella pigna in c**o) è la sua natura di collage di opere che già prima, in maniera più concisa, originale e profonda, hanno trattato argomenti simili sfruttando topoi distopici o fantascientifici quasi identici; poco danno, mi direte, ormai il cinema è un copia-incolla di idee già sviscerate, l'importante è copiaincollare bene e rielaborare con originalità. Il problema di Don't Worry Darling è che, a livello di messa in scena (poi ci torniamo) è uno spettacolo, tuttavia risulta un po' superficiale a livello non solo di temi, ma anche di utilizzo dei topoi citati in precedenza. L'intera operazione è, palesemente, una critica al patriarcato tossico, ma le implicazioni del film potrebbero andare ben oltre questa critica, se solo fosse stata data voce a tutte le varie anime che abitano nel mondo perfetto di Alice e se solo si fosse insistito maggiormente su quello che si nasconde fuori da quell'universo idilliaco, di cui possiamo scorgere giusto pochi sprazzi e che, onestamente, mi ha messo addosso un orrore indicibile (SPOILER: Jack ha fatto una cosa orribile alla moglie, quest'ultima "pensa ai bambini", d'accordo, ma da quanto mi è parso di capire ci sarebbe anche la possibilità di vivere nella realtà virtuale costruita da Frank con persone che non siano nostre compagne, o comunque dotate di altri avatar, il che è anche peggio). Altro appunto, il film si concentra, come del resto i suoi protagonisti, più sull'apparenza che sulla sostanza, indugiando in sequenze infinite che poco aggiungono alla trama e sembrano messe lì solo per allungare il metraggio. Va bene mostrare le feste interminabili, le scopate di Jack e Alice e le abilità di ballerino di Harry Styles, tuttavia, a mio avviso, sarebbe stato meglio fornire motivazioni un po' più consistenti al villain Frank, connotato giusto da un paio di deliri psicotici che rendono la popolazione maschile descritta nel film ancora più triste e inconsistente. 


Ciò che invece Don't Worry Darling fa benissimo è essere un balsamo per gli occhi. La messa in scena è sopraffina, curata in ogni minimo dettaglio. Gli anni '50, colorati e nostalgici, sono ricreati come se l'American Dream che li ha consegnati alla memoria degli spettatori non fosse mai finito, tra casette arredate con gusto e dotate di ogni comfort, auto d'epoca tirate a lucido, abiti vezzosi che mi hanno fatto palpitare il cuore in più di un'occasione, make up e unghie perfetti, e cocktail preparati ad arte. La quotidianità di Alice e Frank è dapprima baciata e poi bruciata dal sole, immortalata in una fotografia nitida e coloratissima che si incupisce nelle sequenze più oniriche, conferendo ulteriore inquietudine alle visioni di Alice, caratterizzate anche da una simmetria perfetta che mette ancora più ansia, e se all'inizio le feste immortalate con sfarzo dalla Wilde fanno simpatia per la loro grandeur Gatsbyana (e per la bellissima colonna sonora zeppa di oldies), verso la fine diventano soffocanti e pacchiane, assecondando lo sguardo di una Florence Pugh sempre più terrorizzata. Quest'ultima, ovviamente, è la punta di diamante del cast e regge da sola l'intero film con la sua bellezza non convenzionale e bravura indiscutibile, anche perché le controparti maschili, in tutta sincerità, sono equiparabili a due bietole piazzate lì. A onor del vero, inaspettatamente Harry Styles è meglio di Chris Pine, almeno nella versione doppiata che ho visto io, anche perché quest'ultimo non ha il carisma necessario per interpretare una machiavellica eminenza grigia, mentre il primo è abbastanza calzante nel ruolo di minchietta tutto mogliettina e lavoro (poi vabbé, quando la cosa si fa un po' più seria sembra più un ragazzino strillante... cosa ci ha visto la Wilde rispetto a Sudeikis lo sa soltanto lei), mentre il resto del cast non è affatto male. In definitiva, mi sarei aspettata qualcosa di più da Don't Worry Darling, ma non è affatto il film orribile che molti dipingono e ritengo che la Wilde debba ancora un po' trovare la sua strada persa nel glamour e ritentare con qualcosa di più "centrato". Aspetto con fiducia!


Della regista Olivia Wilde, che interpreta anche Bunny, ho già parlato QUI. Florence Pugh (Alice), Chris Pine (Frank), Gemma Chan (Shelley), Nick Kroll (Dean) e Douglas Smith (Bill) li trovate invece ai rispettivi link.

Harry Styles interpreta Jack. Inglese, ex membro degli One Direction nonché attuale compagno di Olivia Wilde, ha partecipato a film come Dunkirk ed Eternals. Anche compositore, produttore, regista e sceneggiatore, ha 28 anni. 


Kiki Layne interpreta Margaret. Americana, ha partecipato a film come Se la strada potesse parlare e Il principe cerca figlio. Ha 31 anni e un film in uscita. 


Kiki Layne ha sostituito Dakota Johnson, impegnata nelle riprese de La figlia oscura, mentre ormai è risaputa la "querelle LaBeouf"; l'attore avrebbe dovuto interpretare Jack ma ancora non si capisce se è stata la regista a cacciarlo dal set vista la fama di viscido che si è conquistato nel corso degli anni, oppure se se n'è andato via per i fatti suoi, costringendo la Wilde a pregarlo di tornare, invano. Ciò detto, se Don't Worry Darling vi è piaciuto recuperate La fabbrica delle mogli (e La donna perfetta), Vivarium e Midsommar. ENJOY!

mercoledì 28 settembre 2022

Frailty - Nessuno è al sicuro (2001)

Oggi parliamo di uno dei miei film preferiti, Frailty - Nessuno è al sicuro (Frailty), diretto nel 2001 dal regista Bill Paxton.


Trama: in una notte piovosa, un uomo si presenta a un agente dell'FBI dichiarando di conoscere l'identità del serial killer Mano di Dio, dietro cui si nasconderebbe il fratello col quale ha condiviso una terribile infanzia...


Avevo visto Frailty al cinema nel lontano 2002 e ricordo ancora oggi quanto mi fosse piaciuto. Tuttavia, non sono mai più riuscita a ritrovarlo, perso in passaggi televisivi probabilmente tardivi, raro da scovare in DVD o Bluray, completamente assente dal circuito dello streaming. Ultimamente mi sono incaponita e ho deciso di cercarlo e rivederlo, con somma soddisfazione, perché anche vent'anni dopo Frailty si è riconfermato uno dei film più intriganti, nel suo genere, che mi sia capitato di vedere. Cercherò di non fare spoiler, anche se spero che i miei pochissimi lettori conoscano già l'opera. Frailty è figlio dei thriller di fine anni '90 e delle contaminazioni di inizio secolo con l'horror sovrannaturale, che hanno dato parecchi frutti buoni (che trovate in fondo al post) e altri meno buoni e incasinati. A mio modesto parere, questo è uno dei migliori, anche perché la sua storia ha un sapore estremamente Kinghiano, e parrebbe uscita dritta dalla penna del Re. Abbiamo, infatti, un uomo che racconta a un agente dell'FBI la sua orribile infanzia, passata senza una madre e con un padre che, in breve tempo, è passato dall'essere un genitore amorevole a un folle ossessionato da una missione divina; papà Meiks, una sera, riceve la visita di un angelo che gli affida l'ingrato compito di scovare e uccidere demoni, nascosti dietro al sembiante di normalissime persone, e coinvolge nella missione anche i suoi due figli, il piccolo Adam e Fenton, il maggiore, che è poi la voce narrante dell'intera storia. L'orrore reale di Frailty è vedere andare in pezzi il mondo sicuro di Fenton, costretto a subire la ferma convinzione del padre e a perdere anche il fratellino, totalmente soggiogato dalle idee del genitore, ritrovandosi lacerato tra l'affetto per i familiari e la consapevolezza dell'orrore delle loro azioni in un'età in cui è difficile capire al 100% cosa sia giusto e cosa sia sbagliato.


Il punto di vista di Fenton diventa totale all'interno del film. Non solo pendiamo dalle sue labbra, annichiliti dall'orrore di quello che due bambini sono costretti a subire (il padre è convinto di uccidere demoni e non capisce perché Fenton non veda oltre la loro apparenza di persone, mentre il bambino vede esseri umani massacrati con l'accetta, e questa è solo la punta dell'iceberg), al punto da riscuoterci perplessi quando la narrazione torna a concentrarsi sul dialogo tra un Fenton ormai adulto e l'agente dell'FBI, ma Bill Paxton si impegna a mettere su schermo il punto di vista di un bambino anche grazie alle inquadrature: tutto, nei flashback che sono il cuore della vicenda, viene reso a misura di ragazzino, con gli adulti ripresi dal basso verso l'alto, ad incombere da ambienti sempre meno familiari e sempre più ristretti e cupi, con ben poche concessioni a quelli che dovrebbero essere i luoghi frequentati da Fenton, come la scuola, il parco, le case degli amici, ecc. In tutto questo, sebbene il disagio e l'orrore derivanti dalle vicende di Fenton siano tangibili e anche troppo reali, c'è un orrore ancora più grande a pendere come una spada di Damocle sulla testa dello spettatore, ovvero il dubbio che il padre dei due bambini possa avere ragione. La narrazione è interamente filtrata dal punto di vista di Fenton, come ho detto, tuttavia alcuni elementi visivi e alcune inquadrature, pur rimanendo strettamente legate a un registro realistico (salvo la scena in cui un angelo visita effettivamente papà Meiks, l'unica davvero surreale presente in tutto il film) insinuano qualche dubbio nella mente dello spettatore, che viene costretto a rimanere attento e coinvolto fino al finale, del quale, ovviamente, non parlerò, e che da anni divide. Da par mio, dico che l'ho sempre apprezzato molto, perché rende il tutto ancora più tragico ed inquietante (SPOILER: il destino di Fenton, spinto alla psicosi proprio dal padre che voleva salvare l'umanità per mano di Dio, segna il fallimento sia del genitore sia di quel fratello che ha scelto di ereditarne la crociata e sottolinea ancor più come il "bene" predicato da Meiks valesse ben poco rispetto alla tortura fisica e psicologica subita dal figlio maggiore. Adam, da par suo, che si scopre essere il vero narratore, nonostante emerga come "vincitore" di una vicenda realmente sovrannaturale, è difficile da percepire come angelo salvatore, e risulta l'ennesimo strumento, cieco e folle, di una divinità che non guarda in faccia a nessuno pur di perseguire i suoi scopi). Se non vi è mai capitato di guardare Frailty fatelo subito, per gli altri potrebbe essere il gradito ripescaggio di uno dei titoli più interessanti e gradevoli dell'epoca. 


Del regista Bill Paxton, che interpreta anche papà Meiks, ho già parlato QUI. Matthew McConaughey (Fenton Meiks), Powers Boothe (Agente Wesley Doyle) e Matt O'Leary (Fenton bambino) li trovate invece ai rispettivi link.


John Paxton, padre di Bill, compare nei panni di un uomo delle pulizie. Se Frailty vi fosse piaciuto recuperate anche The Gift e Identità. ENJOY!  

martedì 27 settembre 2022

Goodnight Mommy (2022)

Consapevole di andare incontro a una delusione, ho recuperato comunque Goodnight Mommy, remake del film omonimo, appena approdato su Amazon Prime Video e diretto dal regista Matt Sobel. Seguono SPOILER del Goodnight Mommy originale, quindi se lo avete già visto continuate pure a leggere (tanto gli snodi principali della trama rimangono gli stessi anche qui), altrimenti fermatevi, guardatelo ed evitate pure di recuperare il remake.


Trama: i gemellini Elias e Lukas vanno in campagna dalla madre e cominciano a sospettare che qualcuno si sia sostituito a lei...


Dopo tutti questi anni, è incredibile che io riesca ancora a stupirmi di quanto gli americani abbiano bisogno di prodotti masticati e digeriti, adattati al gusto "piatto" di chi riesce a seguire solo cose lineari e banali. Goodnight Mommy, l'angosciante film di esordio di Veronika Franz e Severin Fiala, non ha ancora compiuto 10 anni, è abbastanza conosciuto e, soprattutto, non è una di quelle opere prime sciatte e rozze che necessiterebbero di una ripulita per poter essere apprezzate di più, eppure ha subito comunque la pialla USA dell'adattamento a uso e consumo del mercato beota; purtroppo, ho fatto l'errore di riguardare il Goodnight Mommy austriaco qualche giorno fa, e il confronto è risultato ancora più impietoso. La trama dei due film è pressoché identica: ci sono sempre due gemellini, Elias e Lukas, che si ritrovano ad avere a che fare con una mamma reduce da qualche misterioso intervento chirurgico che la costringe a tenere il volto bendato, e c'è la crescente convinzione dei due di avere a che fare con un'estranea, con qualcuno che si è sostituito all'amata mamma. La differenza sta nell'approccio al materiale di base. Là dove la Franz e Fiala giocavano sul filo della paranoia innescata da immagini perturbanti ed eventi taciuti, alternando per tutto il film il punto di vista dei personaggi in modo da alimentare l'incertezza e l'angoscia dello spettatore (e posso assicurare che le sensazioni permangono, anzi, si acuiscono anche conoscendo il twist), i realizzatori del remake si prodigano in spiegazioni su ciò che si nasconde nel tragico passato della famigliola e per buona parte del film rendono "mamma" un personaggio umorale e scioccamente violento, per poi giocarsi la carta del "gemello malvagio"  poco prima del finale, tra l'altro preso paro paro, a livello di ambientazioni ed inquadrature, dal recente The Twin.


In realtà, il Goodnight Mommy originale non permetteva di empatizzare né coi gemelli, inquietanti nonostante molte loro attività "da bambini", né con la mamma che, attraverso i loro occhi, percepivamo come estranea, mentre il remake si impegna a connotare Elias e Lukas come due vittime di abusi inspiegabili. La scelta potrebbe forse funzionare con chi non avesse mai visto non solo l'originale ma nemmeno un horror in vita sua, mentre gli altri si ritroveranno a guardare una pellicola piatta, fatta di sequenze in cui Elias e Lukas spiano la mamma temendo di essere scoperti e Naomi Watts che sbrocca male senza motivo, nell'attesa di una risoluzione finale altrettanto banale. Sobel e soci, infatti, non osano inoltrarsi nei territori malati e disgustosi all'interno dei quali i due registi austriaci sembravano trovarsi così a loro agio e questo nuovo Goodnight Mommy prosegue col freno tirato anche nei momenti in cui avrebbe potuto dare un nuovo significato alla parola "bambino malvagio"; per fortuna non ci sono gatti annegati né blatte, per carità di Dio, che ho gli incubi a ripensarci, ma i sogni in cui la Watts diventa un Visitor sono dei blandissimi sostituti di momenti di orrore dolorosissimo e reale, a tratti insostenibile, durante i quali si riusciva a provare pena, disgusto e pietà per tutti i coinvolti, sia madre che bambini. L'unica nota positiva del film di Sobel è l'ottima interpretazione dei gemelli Crovetti, per il resto è un film dimenticabile e un'occasione sprecata che rischia di allontanare potenziali spettatori dalla pellicola originale, perché persino la Watts qui ha lavorato col pilota automatico. Che spreco, mannaggia!


Di Naomi Watts, che interpreta la madre, ho già parlato QUI.

Matt Sobel è il regista della pellicola, al suo secondo lungometraggio. Americano, anche produttore e sceneggiatore, ha diretto episodi della serie Al nuovo gusto di ciliegia


Cameron Crovetti (Elias) ha partecipato alla serie The Boys nei panni Ryan, mentre il fratello Nicholas (Lukas) è accreditato come Danny Glick in quello sfortunato Salem's Lot che, visti i casini alla Warner, pur essendo stato completato non vedrà probabilmente mai la luce. Se il film vi fosse piaciuto recuperate ovviamente l'originale e aggiungete Two Sisters. ENJOY!

venerdì 23 settembre 2022

The Call (2020)

Oh, non può essere sempre oro tutto quel che luccica, e talvolta anche Shudder prende sonore cantonate, come nel caso di The Call, diretto dal regista Timothy Woodward Jr.


Trama: a causa degli insulti e degli attacchi continui di quattro ragazzi, una donna si toglie la vita. Dopo qualche giorno, il marito di lei convoca tutti e quattro per un terribile gioco...


La scorsa Summer of Chills di Shudder ha regalato parecchie gioie ma purtroppo uno dei film che ne hanno fatto parte, The Call, è davvero una schifezza coi fiocchi che è riuscita a sprecare un interessante punto di partenza per farsi moscio emulo di tutti quei film che sfruttano le paure dei protagonisti per ucciderli. The Call, per certi versi, segna un po' anche un ritorno al primo decennio del 2000, nel quale abbondavano i film straight to video che schiaffavano in copertina nomi altisonanti del genere horror (o, nel caso di Danny Trejo, anche dell'action) e poi seppellivano quegli stessi nomi sotto almeno un'ora di sofferente camurrìa, senza riuscire a dar modo allo spettatore di salvarsi dal disgusto aggrappandosi alla gioia di vedere i propri beniamini su schermo. Anche in questo caso, infatti, i poveri Lin Shaye e Tobin Bell, nonostante l'estrema professionalità, l'innegabile fascino e quella bravura tipica dell'attore ormai "consumato", non riescono ad elevare il film da una mediocrità che mai mi sarei aspettata da una piattaforma sulla cresta dell'onda quale Shudder; la Shaye mette i brividi, abbonata com'è ormai ai ruoli di vecchietta demoniaca che non si risparmia vomitate di sangue nero sui malcapitati, mentre Tobin Bell è il solito signore elegante che ti intorta senza nemmeno che tu te ne accorga, purtroppo per loro però sono costretti ad avere a che fare con un branco di minchiette di mare coinvolte in una trama noiosissima e derivativa, dove non c'è un minuto di suspense che sia uno e dove persino i non pochi twist che cicciano fuori di tanto in tanto ottengono come reazione poco più di uno scazzato "ma che daVero?".


Timothy Woodward Jr.
 (la cui filmografia, a onor del vero, avrebbe dovuto mettermi in guardia fin da subito) e soci cercano di attirare gonzi non solo grazie alla Shaye e a Bell, ma anche utilizzando come cornice una pretestuosa ambientazione anni '80 che, di fatto, serve solo ad impedire che i ragazzi protagonisti dispongano di cellulare e a sottolineare la presenza del cretinetti lentigginoso che nelle prime due stagioni di Stranger Things interpretava l'amichetto stronzo di Steve, "punta di diamante" di un cast di attorucoli costretti ad interpretare personaggi odiosissimi, del cui destino lo spettatore arriva a disinteressarsi dopo pochi minuti. A peggiorare le cose ci si mette una regia ballonzolina, zeppa di grandangoli e distorsioni atte a dare l'impressione di una dimensione demoniaca che, come se non bastasse la tremenda somiglianza con un parco divertimenti, è virata il 90% del tempo sui colori del rosso e del giallo, uno schiaffone itterico sui miei occhi già provati, che ha aumentato ancora di più il mio già alto livello di disgusto e malsopportazione. Quindi, in soldoni, consiglierei di evitare questa inutile schifezzuola anche se siete fan all'ultimo stadio delle due icone horror coinvolte, che sarebbe meglio ricordare per altre pellicole. 



Di Lin Shaye (Edith Cranston) e Tobin Bell (Edward Cranston) ho già parlato ai rispettivi link.

Timothy Woodward Jr. è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Il buono, il brutto e il morto e The Final Wish. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 37 anni.


Chester Rushing
interpreta Chris. Americano, ha partecipato a film come Logan - The Wolverine, Jeepers Creepers 3, Monster Party e a serie quali Stranger Things. Ha 29 anni.



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